Tor Marancia
Il Museo condominiale di Tor Marancia si trova in viale di Tor Marancia 63, nel lotto di case popolari ATER dell’VIII Municipio: si guarda gratis, non ha biglietteria né orari, e il portale turistico di Roma Capitale lo indica come sempre accessibile. Le visite guidate si chiedono all’associazione TormarArte, che oggi segue il progetto, scrivendo a visiteguidate@tormararte.it. È un complesso di case abitate da famiglie, non un’area museale recintata, e va trattato come tale.
I murales sono nati nel 2015 con Big City Life, il progetto ideato da Stefano Antonelli e Francesca Mezzano e realizzato dall’associazione 999Contemporary: una ventina di pitture alte quattordici metri sulle testate cieche di undici palazzine costruite nel 1947, firmate da artisti italiani e stranieri. Il quartiere intorno, fra la Garbatella, l’Ardeatino e la via Cristoforo Colombo, ha una storia più lunga e più dura, quella della borgata che i romani chiamavano Shanghai.
Le informazioni pratiche risultano dalla verifica del 28 settembre 2026 sulle pagine di Turismo Roma, dell’associazione TormarArte, del Parco archeologico dell’Appia Antica e del gestore delle catacombe di Domitilla. Le visite accompagnate dipendono dai lavori nel lotto: nell’autunno 2025 il calendario comunale le dava sospese per la riqualificazione degli spazi comuni, poi l’associazione ha ripreso a raccoglierne le richieste. Prima di attraversare Roma per un gruppo, scrivete e fatevi confermare data e punto d’incontro.

Dove si trova e che cosa si vede davvero
Tor Marancia, per l’anagrafe urbanistica di Roma Capitale, è la zona 11E del Municipio VIII, dentro il quartiere Ardeatino. Sulla mappa la trovate a sud della Garbatella, fra la via Cristoforo Colombo e la zona delle Sette Chiese, con il viale di Tor Marancia che la attraversa come una spina. Le vie portano nomi di pittori, da Mantegna a Sartorio, e i palazzi sono in gran parte case popolari del dopoguerra.
Il lotto dei murales, al civico 63 del viale, è un insieme di undici palazzine di edilizia pubblica che le schede della Regione Lazio e di Turismo Roma datano al 1947. Ogni edificio ha una testata cieca, cioè un lato corto senza finestre, e su quelle superfici gli artisti hanno dipinto opere che la documentazione del progetto misura in circa dieci metri per quattordici e mezzo. Sono pareti enormi rispetto alla scala del cortile.
Che cosa vedete davvero: una ventina di grandi immagini, figurative e astratte, distribuite fra viali interni, prati, panchine e stendini. Non c’è un percorso segnato, non c’è un punto da cui abbracciarle tutte, e la sequenza la costruite camminando lungo la strada e i passaggi pubblici del comprensorio. In un’ora si vede tutto con calma. Chi arriva aspettandosi una galleria all’aperto con pannelli e biglietteria trova un condominio popolare, che è esattamente il punto del progetto.
Che cosa non trovate: servizi. Non ci sono bagni pubblici dedicati, non c’è un punto informazioni fisso, non c’è una caffetteria del museo e il gestore non indica pannelli descrittivi per ogni opera. L’associazione TormarArte ha una sede nel lotto, ma non è uno sportello aperto al pubblico con orario pubblicato. La logica è quella del quartiere, non quella del museo civico, e questo va messo in conto prima di portarci un gruppo.
Fuori dal lotto, Tor Marancia è un quartiere residenziale con la chiesa parrocchiale di Nostra Signora di Lourdes in via Andrea Mantegna, scuole, mercati rionali e un traffico da ora di punta che sulla Colombo non perdona. Verso est, oltre via Sartorio, si apre la tenuta di Tor Marancia, duecento ettari di campagna tutelata, e più in là le catacombe di Domitilla. Pochi visitatori collegano i tre pezzi. Ne parlo più avanti, perché cambiano il senso della giornata.
Le opere documentate, una per una
Sul numero delle opere le fonti non concordano, e conviene saperlo prima di contare i muri. La tabella diffusa dagli organizzatori nel 2015 e ripresa da RomaToday elenca diciotto nomi, l’enciclopedia libera ne registra ventidue, la fondazione che ha patrocinato l’app del museo parla di ventuno artisti da undici paesi, mentre Regione Lazio e Turismo Roma nel 2025 contano ventitré murales. La differenza nasce da opere sostituite e da interventi aggiunti negli anni.
Gli italiani documentati del 2015 sono sette. Mr. Klevra ha dipinto «Nostra Signora di Shanghai», indicata anche come «Santa Maria di Shanghai», una Madonna in stile bizantino. Diamond firma «Hic sunt adamantes», Domenico Romeo «Alme Sol Invictus», Danilo Bucchi «Assolo», Moneyless «Il vento», Alberonero «A Carlo Alberto, 93 toni», una cascata di quadrati di colore. Matteo Basilè aveva realizzato un’affissione fotografica dedicata ad Ai Weiwei, che però non esiste più.
Dalla Francia vengono Philippe Baudelocque con «Humanity Constellation (Elisabetta)», il duo Lek e Sowat con «Veni, vidi, vinci» e Seth, cioè Julien Seth Malland, con «Il bambino redentore», il bambino che sale una scala di colori. Dalla Germania arrivano SatOne, al secolo Rafael Gerlach, con «Talking like a waterfall», che altre fonti traducono «Cascata di parole», e Clemens Behr con una composizione geometrica senza titolo.
Il resto del mondo: l’argentino Jaz, Franco Fasoli, con «Il peso della storia», due lottatori mascherati, la prima opera del lotto, dipinta secondo Internazionale nel maggio 2014. La statunitense Gaia, Andrew Pisacane, con «Spettacolo, rinnovamento, maturità». Il filippino Jerico con «Distanza uomo natura». Il portoghese Pantonio con «Il Ponentino». L’australiano Reka con «Natura morta». La belga Caratoes con «Welcome to Shanghai», il murale più piccolo, circa cinque metri per cinque.
Ci sono poi le opere che le liste brevi dimenticano. Vhils firma «Percezione», un volto ottenuto togliendo materia dalla parete invece di aggiungere colore. Guido van Helten ha dipinto «Io sarò», che ha preso il posto dell’affissione di Basilè decaduta in pochi mesi. Best Ever ha realizzato «Piramide», un abbraccio trasformato in figura geometrica. Brad Downey ha lasciato un intervento interno, registrato come «Brad Downey was here», che dalla strada non si vede.
Nel giugno 2025 il museo si è allargato. Michelangelo Pistoletto, con l’artista messicano Raymundo Sesma, ha firmato «Terzo Paradiso per la Pace Preventiva e Universo Espandido», promosso da TormarArte con Fondazione Roma e ATER. Nello stesso ciclo Moneyless ha rielaborato il proprio murale del 2015 in «Il vento è cambiato», e le cronache citano nuove proposte di UMAN e dello stesso Mr. Klevra. La scheda regionale del novembre 2025 nomina anche Alexey Luka.
Un consiglio da chi prepara le visite: non fidatevi di una lista sola. I titoli circolano in italiano e in inglese, qualche nome viene storpiato, e la collocazione di ogni opera sulla singola palazzina non è pubblicata in forma ufficiale dal gestore. Portatevi l’elenco dei nomi, cercate le firme alla base delle pareti e lasciate che sia il muro a dirvi chi l’ha dipinto. Funziona meglio di qualunque mappa scaricata.
Una curiosità su Tor Marancia
Il nome del quartiere non ha niente a che fare con le arance. La spiegazione più accreditata lo fa risalire ad Amaranthus, un liberto che nel secondo secolo dopo Cristo amministrava i possedimenti di una famiglia romana in questa campagna. Un’iscrizione latina pubblicata nel Corpus delle iscrizioni, la CIL VI 10233, ricorda i praedia Amarantiana, cioè i fondi di Amaranto. Da lì, attraverso il latino medievale e il romanesco, si arriva a Marancia.
La parola Tor viene invece da una torre medievale in blocchetti di tufo, alta una quindicina di metri, che controllava la campagna fra la via Ardeatina e la via delle Sette Chiese. Il Parco archeologico dell’Appia Antica scrive che fu distrutta fra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento, perché nella mappa del Catasto Alessandrino del 1660 non compare più. Il nome è sopravvissuto alla torre di oltre tre secoli.
Esiste anche una seconda ipotesi, meno seguita, che collega il toponimo alla Marana, cioè a uno dei corsi d’acqua della zona, in particolare all’Almone, che da queste parti veniva chiamato con nomi popolari legati all’acqua. È una lettura che ha una sua logica, visto che l’acqua è il filo rosso di tutta la storia del quartiere, ma non ha un documento forte alle spalle come l’epigrafe di Amaranto.
E poi c’è la forma maschile. Nella delibera del Governatorato del 1933 che fa nascere la borgata e nei testi letterari degli anni Cinquanta il luogo si chiama Tormarancio, tutto attaccato, con la vocale finale che i romani usavano per le tenute. Se sentite un anziano del quartiere dire Tormarancio non sta sbagliando. Sta usando il nome che il posto aveva quando lui ci è arrivato bambino.
Come si guarda senza disturbare
Il punto di partenza è semplice: le palazzine sono abitate da famiglie che ci vivono da decenni, in molti casi dagli anni Cinquanta secondo le cronache del 2015. Il museo è venuto dopo le persone. Turismo Roma lo scrive in chiaro nella sua pagina: chi visita deve rispettare la privacy e la vita quotidiana dei residenti. Tradotto nella pratica, significa guardare le pareti e lasciare in pace tutto il resto.
Niente portoni, niente androni, niente scale condominiali, niente balconi inquadrati da vicino. I murales sono sulle testate cieche proprio perché si vedono da lontano, e da lontano si guardano meglio. Restate sulla strada e sui passaggi aperti, senza entrare negli spazi di pertinenza delle scale. Se una zona vi sembra chiusa o privata, lo è. Non serve chiedere il permesso a nessuno per guardare un muro dal marciapiede.
Le fotografie alle persone, ai bambini che giocano, ai panni stesi e alle finestre non si fanno, o si fanno solo con un consenso esplicito. Droni vietati dal buon senso prima ancora che dal regolamento sul sorvolo dei centri abitati. Voce bassa, gruppi piccoli, niente altoparlanti portatili. Chi accompagna comitive dovrebbe dividere il gruppo sopra le quindici persone e alternare le soste, perché trenta persone ferme davanti a un portone bloccano chi rientra con la spesa.
Gli orari contano. Evitate la fascia del pranzo e quella della cena, quando i cortili sono il corridoio di casa per chi rientra. La tarda mattina dei giorni feriali e il primo pomeriggio sono i momenti più tranquilli. Il sabato e la domenica mattina c’è più vita, più bambini, e il rispetto chiede ancora più attenzione. In ogni caso, un saluto a chi incrociate apre più porte di qualunque guida stampata.
Una cosa che non ti dice nessuno su Tor Marancia
Esistono due Tor Marancia, e quasi tutti ne conoscono una sola. La prima è il quartiere dei murales. La seconda è la tenuta di Tor Marancia, duecento ettari di campagna romana che il Parco archeologico dell’Appia Antica descrive come miracolosamente intatti, a pochi minuti a piedi dal lotto dipinto. Chi viene per la street art se ne va senza sapere che dall’altra parte di via Sartorio comincia un paesaggio agricolo antico.
Quella campagna si è salvata per un soffio. Negli anni Novanta sulla tenuta pesavano progetti residenziali, poi un lungo confronto fra ambientalisti, associazioni, forze politiche e comitati di quartiere portò nel 2002 il Consiglio comunale e la Giunta di Roma a deliberare la nascita del parco, oggi considerato parte del sistema dell’Appia Antica. È una delle poche battaglie urbanistiche romane che si sono chiuse con più verde invece che con più cemento.
Dentro la tenuta la storia è lunghissima. Il Parco archeologico segnala tracce di frequentazione umana dal Paleolitico medio, strade basolate, sepolture lungo le direttrici dell’Ardeatina e della Laurentina, e i resti della villa dei Numisii della metà del secondo secolo, identificata grazie a un bollo con il nome della proprietaria, Numisia Procula, impresso su una tubatura di piombo. Un’etichetta idraulica di diciotto secoli fa che ha dato un nome a un rudere.
Gli accessi indicati dal Parco sono tre: due da via Giulio Aristide Sartorio, all’altezza di piazza Lante e di via Francesco Belloni, e uno da viale Londra, sul lato di Grotta Perfetta. Gli orari di apertura dei cancelli non sono pubblicati nella pagina del Parco, quindi andateci di giorno e contate su un’area di campagna vera, con sentieri in terra, poca ombra in certi tratti e nessun servizio.
Il motivo è semplice: il quartiere dei murales, senza la tenuta, sembra un’isola di case popolari in mezzo al traffico. Con la tenuta si capisce dove si trovava davvero la borgata degli anni Trenta, in una conca di campagna attraversata da fossi, lontana da tutto. Un’ora di murales e un’ora di tenuta raccontano il posto meglio di tre ore passate a fotografare pareti.
Perché la chiamavano Shanghai: documenti, tradizione, leggenda
Partiamo da quello che dicono i documenti. Il 6 maggio 1933 il Governatorato di Roma affidò alla ditta dei fratelli Giovannetti la costruzione di un gruppo di ricoveri per sfrattati in località Tormarancio, con la delibera numero 2631. Nessun atto ufficiale usa il nome Shanghai. I documenti raccontano però con precisione la posizione dell’insediamento, in un’area bassa e paludosa, e le condizioni delle abitazioni, costruite in fretta, con pavimenti in terra battuta e servizi comuni.
Sempre sul piano documentale, ci sono l’acqua e le parole degli scrittori. Il reportage di Internazionale del 2015 lega gli allagamenti al fosso che attraversava la zona e che esondava con le piogge. Nel 1954 Alberto Moravia, nel racconto Il pupo, fa parlare un padre di famiglia che vive a Tormarancio in una stanza piena di materassi dove, quando piove, l’acqua entra ed esce come sulle banchine del porto di Ripetta. È letteratura, ma letteratura scritta da chi quei luoghi li aveva visti.
Poi c’è la tradizione, cioè quello che il quartiere racconta di sé. Secondo la memoria locale raccolta dal periodico Cara Garbatella, la borgata si trovava in una depressione chiamata la Buca, che con i temporali si trasformava in un pantano come nei monsoni asiatici, e da lì sarebbe nato il paragone con la metropoli cinese. Alcune guide aggiungono un secondo motivo, la densità: famiglie numerose ammassate in stanze singole, come nei quartieri popolari della città orientale.
Infine la leggenda, che va chiamata con il suo nome. La versione più romanzata trasforma il soprannome in una patente di malavita, come se Shanghai evocasse il porto dei romanzi d’avventura e dei traffici. Nessun documento sostiene questa lettura. Il rapporto del partito fascista del marzo 1935, che pure conta sorvegliati speciali ed ex detenuti fra gli abitanti, descrive soprattutto tubercolosi fra i bambini, un solo medico a mezzo servizio e circa trecentocinquanta capifamiglia disoccupati.
Il risultato, messo in fila, è questo: il nome Shanghai è un soprannome popolare, nato quasi certamente dall’acqua e dal fango, rafforzato dalla povertà e dall’affollamento, mai ufficiale. Il progetto del 2015 lo ha preso e ne ha fatto un marchio, con la Madonna di Mr. Klevra e il benvenuto di Caratoes. Chi ci abitava negli anni Trenta non lo avrebbe mai usato per vantarsene. Oggi lo usano i figli e i nipoti, con un orgoglio che è una forma di rivincita.
Il consiglio che ti do per visitare Tor Marancia
Andateci con qualcuno del quartiere. Le visite accompagnate dall’associazione TormarArte, che ha la sede proprio nel lotto, danno quello che nessuna app può dare: chi ha vissuto il cantiere del 2015, chi conosce le famiglie ritratte o evocate nelle opere, chi sa quali storie si possono raccontare e quali no. Scrivete con qualche settimana di anticipo a visiteguidate@tormararte.it e indicate numero di persone, lingua e data preferita.
Se venite da soli, organizzate il giro in senso contrario rispetto alla folla. La maggior parte dei visitatori entra dal viale e si ferma alle prime pareti. Voi fate prima un giro largo sul perimetro, guardando le testate da lontano, e solo dopo avvicinatevi alle opere che vi hanno colpito. Le pitture sono pensate per essere lette a distanza: da sotto, con il naso alla parete, perdete la composizione e vedete solo intonaco colorato.
Portatevi un foglio con i nomi degli artisti e i titoli, non il telefono in mano per tutto il tempo. Primo, perché il segnale nei passaggi fra le palazzine non è sempre buono. Secondo, perché un gruppo che cammina guardando lo schermo in un cortile abitato dà un’impressione pessima a chi ci vive. Terzo, perché il gusto della visita è riconoscere le opere, non spuntarle da una lista.
Dedicate al lotto un’ora, non di più, e al resto della zona il doppio. Il miglior abbinamento a piedi è la tenuta di Tor Marancia, con ingresso da piazza Lante, poi, per chi ha tempo e ha prenotato, le catacombe di Domitilla in via delle Sette Chiese, chiuse il martedì. La sequenza case popolari, campagna antica, cimitero cristiano sotterraneo dice di Roma più di una giornata intera in centro.
Ultima cosa: non venite nelle giornate di pioggia forte. Non per il fango, che ormai non c’è più, ma perché le pareti bagnate cambiano colore e le fotografie vengono piatte, e perché nei passaggi stretti con gli ombrelli aperti si finisce per intralciare i residenti. Una giornata di sole leggero, in primavera o in autunno, è l’ideale, con la luce che scivola sulle testate senza bruciarle.
Visite guidate, costi e chi gestisce oggi
La visita libera è gratuita. Turismo Roma indica il Museo condominiale come accessibile in ogni momento e a ingresso libero, perché le opere sono sulle facciate di case di edilizia pubblica. Non esiste un biglietto ufficiale, e chi vi vende un ingresso a Tor Marancia vende in realtà il proprio servizio di accompagnamento, che è un’altra cosa. Per le visite con guida del quartiere il canale da usare è quello dell’associazione.
I contatti pubblicati da TormarArte sono il telefono 339 4759013, l’indirizzo info@tormararte.it per le informazioni generali e visiteguidate@tormararte.it per le prenotazioni delle visite. L’associazione indica due sedi, una in viale di Tor Marancia 63 e una in via Valeria Rufina 3. Il costo delle visite guidate non è pubblicato sul sito dell’associazione: chiedetelo al momento della richiesta, insieme alla durata e al punto d’incontro.
Roma Capitale ha inserito il museo anche negli Itinerari inaspettati di Turismo Roma, con visite gratuite di circa due ore, prenotazione obbligatoria al numero 060608 e date fissate nel calendario comunale. Per l’autunno 2025 la pagina comunale indicava le visite sospese a causa dei lavori di riqualificazione nell’area. Se cercate una data gratuita del Comune, telefonate allo 060608 e chiedete se il ciclo è ripreso.
Chi gestisce che cosa, riassunto in poche righe: le case sono dell’ATER di Roma, il progetto originario del 2015 porta la firma dell’associazione 999Contemporary con il sostegno di Fondazione Roma e del Comune, l’associazione TormarArte, nata nel 2015 secondo le cronache, cura oggi il museo condominiale con la curatrice Francesca Mezzano. Ci sono poi guide private e agenzie che propongono tour di street art a pagamento: valutate il prezzo sapendo che l’accesso ai muri è libero.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che i murales hanno reso famoso Tor Marancia. Pochi ricordano chi li ha pagati e quanto. Il reportage di Internazionale dell’aprile 2015 riportava un budget di centosessantaseimila euro per il lotto, con quarantacinquemila euro da Fondazione Roma, trentamila dal Comune e il resto a carico dell’associazione promotrice. Cifre modeste per venti pareti monumentali, se paragonate a qualunque intervento di manutenzione straordinaria su un edificio pubblico.
Il secondo dettaglio poco citato riguarda il riconoscimento. Nel 2016 il progetto è stato selezionato per il Padiglione Italia della quindicesima Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia, dedicato al tema Taking care, progettare per il bene comune. Un muro dipinto di case popolari romane esposto come esempio di architettura sociale. La fondazione che ha patrocinato l’app parla di Biennale 2017, ma l’edizione di architettura con quel tema è quella del 2016.
Il terzo riguarda il metodo. Le opere non sono state calate dall’alto: gli artisti hanno lavorato raccogliendo storie, fotografie e parole degli abitanti, e diversi murales traducono in immagine vicende del lotto. Il cantiere è durato poche settimane, dall’8 gennaio al 27 febbraio 2015 secondo la scheda degli organizzatori ripresa da RomaToday, con l’inaugurazione il 9 marzo alla presenza del sindaco Ignazio Marino. Il conteggio delle bombolette, novecentosettantaquattro, compare in tutte le fonti.
Il quarto, il più antico, lo conoscono in pochissimi. Nel 1817 Maria Anna di Savoia, duchessa di Chiablese, proprietaria della tenuta, finanziò scavi affidati all’archeologo Luigi Biondi che portarono alla luce i resti di due ville romane. Mosaici, statue ed epigrafi finirono in parte ai Musei Vaticani, nella Galleria dei Candelabri. Chi visita i Vaticani passa davanti a pezzi di Tor Marancia senza saperlo.
Stato di conservazione oggi
I murales hanno undici anni di sole, pioggia e smog sulla schiena, e per una pittura esterna sono tanti. La prima perdita è arrivata subito: l’affissione fotografica di Matteo Basilè dedicata ad Ai Weiwei, carta e colla su muro, si è degradata nell’arco di pochi mesi ed è stata sostituita dal murale di Guido van Helten. È la dimostrazione che su una facciata popolare sopravvive solo ciò che è pensato per durare.
Nel giugno 2025 le cronache sulla nuova opera di Pistoletto annunciavano insieme il restauro delle opere esistenti e la riqualificazione degli spazi comuni del lotto, promossi da TormarArte con Fondazione Roma e ATER. L’intervento meglio documentato è quello di Moneyless, che ha ripreso il proprio murale del 2015 e lo ha trasformato. Per le altre pareti il gestore non pubblica un elenco di restauri completati con data e nome del restauratore.
Il 21 aprile 2026 l’associazione ha comunicato l’inaugurazione dell’ultimo intervento del Museo condominiale, sostenuto da Fondazione Roma con Municipio VIII, Roma Capitale e ATER, e presentato come rigenerazione urbana degli spazi comuni. La comunicazione non entra nei dettagli tecnici. Quello che potete aspettarvi, quindi, è un insieme non uniforme: pareti ripassate di recente accanto ad altre con colori più stanchi.
La gestione non è sempre stata pacifica, e sarebbe scorretto tacerlo. Nel 2020 una parte dei residenti ha protestato per le modalità con cui il museo veniva gestito, e già il giorno dell’inaugurazione del 2015 alcuni abitanti avevano ricordato al sindaco i problemi di manutenzione delle case. Sono voci legittime di chi abita il museo. Tenerle a mente aiuta a guardare le pareti con meno ingenuità e più rispetto.
La foto giusta da fare a Tor Marancia
La foto giusta non è il murale da solo. È il murale con la sua palazzina, le finestre ai lati, un pezzo di cielo sopra e un albero davanti. Allontanatevi fino a quando la testata entra intera nell’inquadratura con un margine di contesto, e scattate in verticale. Un murale di quattordici metri ritagliato come fosse una tela da galleria perde proprio quello che lo rende diverso da una tela: il fatto di stare su una casa.
Le testate sono orientate in modi diversi, quindi a qualunque ora qualcuna è in luce piena e qualcuna in ombra. Invece di inseguire la luce perfetta su tutte, fate due passaggi: uno in tarda mattinata e uno nel primo pomeriggio. Il sole diretto satura i colori ma crea riflessi sulle vernici acriliche, l’ombra aperta rende i toni più fedeli. Per le opere più chiare, come quella di Vhils, la luce radente fa leggere il rilievo.
Evitate il grandangolo spinto dal basso. È la tentazione di tutti, perché fa sembrare le pareti più alte, ma deforma le figure fino al grottesco, e i volti di Seth o di van Helten diventano caricature. Meglio una focale normale presa da lontano, anche a costo di includere un’auto parcheggiata o un cassonetto. Fanno parte del quartiere, e togliendoli si racconta un luogo che non esiste.
Una regola, con i gruppi: nessuna persona del posto nell’inquadratura se non ha detto sì. Niente bambini che giocano davanti al murale, niente signore alla finestra, niente panni stesi riconoscibili. Se volete la figura umana per la scala, mettete in posa uno dei vostri compagni di viaggio, di spalle, piccolo in basso. La proporzione con la parete si capisce subito e nessuno viene esposto senza volerlo.
Quello che non convince del racconto su Tor Marancia
La posizione contraria, detta chiaramente: la storia della street art che ha fatto rinascere Tor Marancia è raccontata male. Il quartiere è rinato nel dopoguerra, quando le baracche della borgata furono sostituite dalle case popolari e arrivarono strade, scuole e servizi. I murales del 2015 hanno cambiato il modo in cui la città guarda il quartiere, e non è poco, ma non hanno cambiato infissi, ascensori o impianti. Confondere le due cose fa torto a chi ci abita.
Il secondo punto riguarda la visita. Tor Marancia viene venduta come museo a cielo aperto da mezza giornata, e da solo il lotto non la regge: un’ora basta. Chi prenota un tour a pagamento di tre ore dedicato soltanto ai murales paga soprattutto il trasferimento. Il valore vero della zona si trova nella combinazione con la tenuta, con Domitilla e con la Garbatella, ed è quella che consiglio di costruire.
Terzo: la gara a chi fotografa più muri in una mattina, fra Ostiense, Quadraro e Tor Marancia, produce visitatori che non sanno dove sono stati. Preferisco un solo quartiere guardato bene a tre quartieri attraversati in pullman. La street art romana migliore è legata al posto in cui si trova, e se si stacca il muro dalla sua storia resta una decorazione di grandi dimensioni, niente di più.
Come si arriva
Con i mezzi pubblici il riferimento più vicino su rotaia è la linea B della metropolitana, con le stazioni della zona Garbatella e San Paolo, da cui si prosegue a piedi attraversando la Garbatella oppure con un autobus di superficie. Le linee ATAC che fermano più vicino al civico 63 del viale non sono indicate nella pagina di Turismo Roma: usate il calcolatore di percorso ufficiale di ATAC la sera prima, perché i percorsi di superficie cambiano con i cantieri.
Un riferimento pubblicato esiste per la zona vicina. Per le catacombe di Domitilla, in via delle Sette Chiese 282, la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra indica le linee ATAC 30, 130, 160, 670, 174 e 716. Non tutte passano per viale di Tor Marancia, ma servono il quadrante fra la Colombo e l’Ardeatina e sono utili se costruite la giornata partendo dalle catacombe o finendo lì.
In auto la zona si raggiunge dalla via Cristoforo Colombo o dalla Circonvallazione Ostiense. Non esiste un parcheggio dedicato ai visitatori, si parcheggia nelle strade residenziali come fanno gli abitanti, e nelle ore di rientro dal lavoro trovare posto è difficile. Non lasciate l’auto davanti ai passi carrabili o sulle strisce gialle riservate: il quartiere ne ha bisogno, e le multe arrivano.
In bicicletta è una delle zone più sensate per un giro di street art del quadrante sud: dall’Ostiense alla Garbatella e poi a Tor Marancia le distanze sono brevi. Il traffico della Colombo va evitato, meglio passare dalle strade interne. Per orientarvi sui mezzi pubblici di Roma in generale, biglietti e app comprese, trovate una guida pratica su come muoversi a Roma e una sulle ciclabili di Roma in bici.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Nel secondo secolo dopo Cristo la campagna fra Ardeatina e Laurentina è un mosaico di ville e fondi agricoli. La villa dei Numisii, datata dal Parco archeologico alla metà del secolo, appartiene a Numisia Procula, e un liberto di nome Amaranthus amministra i fondi che daranno il nome alla zona. Nel Duecento sorge la torre in tufo che completa il toponimo. Dal 1481 al 1797, secondo la ricostruzione storica corrente, la tenuta è dell’Ospedale del Santissimo Salvatore al Sancta Sanctorum.
Fra Settecento e Ottocento la proprietà passa a Luigi Braschi Onesti, nipote di papa Pio VI, poi al conte Domenico Lavaggi, e dal 1816 al 1824 a Maria Anna di Savoia, duchessa di Chiablese, figlia del re di Sardegna Vittorio Amedeo III. È lei, nel 1817, a far scavare le ville romane con l’archeologo Luigi Biondi. Una parte dei reperti è oggi nella Galleria dei Candelabri dei Musei Vaticani.
Il 6 maggio 1933 il Governatorato affida la costruzione dei ricoveri per sfrattati. Nella borgata arrivano circa tremila persone, in larga parte espulse dai rioni del centro abbattuti con gli sventramenti del regime, insieme a immigrati dal Mezzogiorno e a famiglie sfrattate. Nel marzo 1935 un rapporto del partito fascista descrive tubercolosi diffusa fra i bambini, un medico a mezzo servizio e circa trecentocinquanta capifamiglia disoccupati.
Dopo la guerra la borgata viene smantellata. Internazionale data al 1948 la demolizione delle baracche, mentre la costruzione delle case popolari comincia nel 1947, con l’intervento dei senatori comunisti Edoardo D’Onofrio ed Emilio Sereni. La spinta decisiva arriva con il piano INA-Casa, istituito nel 1949 e chiuso nel 1960. Le undici palazzine del lotto dipinto appartengono a questa prima stagione di ricostruzione.
Nel 2002 il Comune delibera la nascita del parco di Tor Marancia sulla tenuta, sottraendola ai progetti residenziali degli anni Novanta. Nel maggio 2014 Jaz dipinge la prima parete del lotto, fra gennaio e febbraio 2015 lavora il grosso degli artisti, il 9 marzo 2015 si inaugura Big City Life. Nel 2016 il progetto entra nel Padiglione Italia della Biennale di Architettura, nel 2019 arriva l’app del museo.
Nel giugno 2025 si aggiunge l’opera di Michelangelo Pistoletto e Raymundo Sesma e partono restauri e lavori sugli spazi comuni. Nell’autunno dello stesso anno le visite gratuite del Comune risultano sospese per i lavori. Il 21 aprile 2026 TormarArte inaugura l’ultimo intervento con Fondazione Roma, Municipio VIII, Roma Capitale e ATER. Il museo, a undici anni dalla nascita, è ancora un cantiere aperto.
Chi è passato da Tor Marancia
Numisia Procula e il suo liberto Amaranthus, per cominciare. Lei è una proprietaria di età antonina il cui nome è arrivato fino a noi stampato su un tubo di piombo, lui è l’amministratore che ha lasciato il nome a un quartiere di Roma senza saperlo. Sono le due presenze più antiche documentate con un nome e un ruolo, e raccontano una campagna di ville ricche, lontanissima dalla borgata che verrà.
Maria Anna di Savoia, duchessa di Chiablese, figlia di un re, che a inizio Ottocento fa della tenuta un cantiere di scavo e porta la villa dei Numisii nella storia dell’archeologia. Con lei lavora Luigi Biondi, archeologo e letterato romano. Una parte dei pezzi ritrovati in quegli scavi è finita nelle collezioni pontificie, e da lì nelle sale dei Musei Vaticani che si visitano ancora oggi.
Alberto Moravia, che nel 1954 ambienta a Tormarancio il racconto Il pupo e dà voce a un padre con sei figli che vive in una stanza allagata a ogni pioggia. È forse la descrizione letteraria più nota della borgata, e vale la pena rileggerla prima della visita. Il Moravia dei racconti romani ascoltava il linguaggio delle borgate con un orecchio preciso, e qui si sente.
Edoardo D’Onofrio ed Emilio Sereni, senatori comunisti che nel dopoguerra si spesero per le case popolari di Tor Marancia. E, settant’anni dopo, il sindaco Ignazio Marino, che il 9 marzo 2015 inaugurò i murales davanti ai residenti. Due momenti della politica romana a confronto sulla stessa strada: prima i muri da costruire, poi i muri da dipingere. Il quartiere li ricorda entrambi, con giudizi diversi.
E poi gli artisti, venuti da una decina di paesi: Seth da Parigi, Vhils dal Portogallo, Gaia dagli Stati Uniti, Jaz dall’Argentina, Jerico dalle Filippine, Reka dall’Australia, e nel 2025 Michelangelo Pistoletto, uno dei nomi più noti dell’arte italiana del secondo Novecento. Per qualche settimana hanno vissuto il lotto dalle piattaforme elevatrici, parlando con chi abitava dietro le pareti. Alcuni di loro hanno lavorato anche in altri quartieri romani, dall’Ostiense e Testaccio al Quadraro.
Le catacombe di Domitilla e gli altri dintorni
A breve distanza dal lotto, in via delle Sette Chiese 282, si aprono le catacombe di Domitilla, uno dei più estesi cimiteri cristiani sotterranei di Roma, nell’area dei possedimenti della famiglia flavia. Le gestiscono i missionari della Società del Verbo Divino per conto della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Dentro c’è la basilica semisotterranea dei santi Nereo e Achilleo, i due martiri che danno il nome anche alla chiesa vicino a Caracalla.
Il gestore indica apertura dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 17, chiusura settimanale il martedì e una chiusura annuale fra la fine di dicembre e la seconda metà di gennaio, con date che cambiano ogni anno. Le tariffe pubblicate sono dieci euro l’intero e sette il ridotto, con gratuità per i bambini fino a sei anni e per alcune categorie. La visita è sempre accompagnata dalle guide della catacomba.
Dove si compra davvero: sul sito ufficiale delle catacombe di Domitilla, con il modulo di prenotazione, oppure al telefono 06 5110342 o scrivendo a info@domitilla.info. Il portale della Pontificia Commissione rinvia anche a una piattaforma di vendita online collegata al circuito vaticano. Non serve passare da rivenditori terzi: il posto costa dieci euro e la guida è compresa.
Chi ha ancora energie può proseguire verso sud-est sul sistema delle catacombe dell’Appia, con San Callisto e San Sebastiano, e sul Mausoleo delle Fosse Ardeatine, che si trova sulla via Ardeatina a poca distanza e merita una visita in silenzio. Il quadro generale lo trovate nella pagina sulle catacombe di Roma.
Verso ovest, oltre la Colombo, si raggiunge la Basilica di San Paolo fuori le Mura, e poco più a nord le catacombe di Commodilla, aperte solo in occasioni particolari. Verso sud la via Ardeatina porta al Santuario del Divino Amore, meta di pellegrinaggi notturni. Sono tutte direzioni percorribili in mezza giornata, ma non tutte insieme.
Mangiare in zona
Tor Marancia è un quartiere residenziale e da questo punto di vista è fortunato: le trappole per turisti del centro qui non attecchiscono, perché i turisti restano poche ore. Si mangia come mangiano i romani del quadrante, in trattorie di quartiere, pizzerie al taglio, forni e bar di zona. I segnali per riconoscere i locali da evitare valgono comunque, soprattutto se venite dall’Ostiense o dalla Garbatella, dove il passaggio di visitatori è più forte.
Primo segnale: il menù con le fotografie dei piatti, plastificato e tradotto in cinque lingue. Un locale che deve mostrarvi l’immagine della carbonara sta parlando a chi non sa che cosa sia. Secondo: la signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede. È una scena studiata per fermare il passante, e la pasta fresca fatta bene si prepara in cucina al mattino, lontano dalla polvere della strada.
Terzo segnale: il buttadentro sulla porta. Chi deve procurarsi i clienti fermandoli per strada non ha clienti abituali, e i clienti abituali sono l’unica garanzia che conta. Quarto: la cucina aperta senza interruzione dalla mattina a notte. Una cucina vera ha una pausa fra pranzo e cena, perché chi ci lavora deve riposare e preparare. Il servizio continuo di solito significa piatti rigenerati.
Quinto segnale, il più costoso: il prezzo adattato al cliente. Succede nei locali davanti ai monumenti e nelle zone di passaggio, con voci senza prezzo sul menù, pesce del giorno a peso non dichiarato e, a volte, un listino diverso fra la sala interna e i tavoli fuori. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare, soprattutto per pesce, vino al calice e acqua. I romani non ci vanno per questo, non per snobismo.
Il criterio è guardare chi è seduto. Operai, impiegati, famiglie del quartiere che parlano romanesco alle due del pomeriggio di un giorno feriale: avete trovato. Per non andare a tentativi, tengo una lista pubblica di indirizzi che frequento davvero, a Roma e dintorni: la nostra lista dei posti dove mangiamo noi. Non è sponsorizzata e cambia quando cambiano i posti.
Che cosa abbinare in giornata
L’abbinamento più naturale è la Garbatella, confinante, con i suoi lotti popolari degli anni Venti e Trenta, i cortili e gli orti urbani. Messe una accanto all’altra, Garbatella e Tor Marancia raccontano due modi opposti di dare casa ai romani poveri: la città giardino progettata con cura e la borgata di emergenza costruita in fretta. Il confronto vale più di qualunque spiegazione.
Per chi segue la street art, il percorso sud continua con la street art all’Ostiense, dove si trovano l’Ex Porto Fluviale e la zona del Gasometro, e con l’Ex Mira Lanza sul Tevere. A est c’è il Quadraro con il suo museo di arte urbana. La mappa completa è nella pagina sulla street art a Roma.
Chi preferisce un taglio industriale e archeologico insieme può scendere all’Ostiense e vedere la Centrale Montemartini, dove le statue antiche stanno fra le turbine. Per il verde, oltre alla tenuta di Tor Marancia, ci sono il Parco dell’Appia Antica e il Parco della Caffarella, raggiungibili in pochi minuti di auto o in bici con un po’ di pazienza.
Per capire da dove veniva chi fu mandato a vivere nella borgata, conviene guardare i luoghi degli sventramenti: via dei Fori Imperiali con il Museo dei Fori Imperiali, la piazza intorno al Mausoleo di Augusto e la spina demolita di Borgo. Per la Roma del Novecento e della guerra c’è il Museo storico della Liberazione. Chi cerca altre mete senza biglietto trova idee in Roma gratis.
Domande frequenti
Quanto costa vedere i murales di Tor Marancia?
Niente. Il Museo condominiale di Tor Marancia, in viale di Tor Marancia 63, è indicato da Turismo Roma come gratuito e accessibile in ogni momento, perché le opere sono dipinte sulle facciate di case popolari ATER. Si paga solo un eventuale servizio di guida privata. Le visite dell’associazione TormarArte si prenotano a visiteguidate@tormararte.it, e il loro costo non è pubblicato: chiedetelo al momento della richiesta.
Quanti murales ci sono e chi li ha dipinti?
Le fonti non concordano sul numero esatto, che varia da venti a ventitré secondo l’anno e il modo di contare. Fra gli artisti documentati ci sono Seth, Vhils, Gaia, Jaz, Lek e Sowat, Philippe Baudelocque, Mr. Klevra, Diamond, Moneyless, Alberonero, Danilo Bucchi, Domenico Romeo, SatOne, Clemens Behr, Pantonio, Reka, Jerico, Caratoes, Guido van Helten e Best Ever. Nel 2025 si è aggiunto Michelangelo Pistoletto con Raymundo Sesma.
Si può entrare nei cortili delle palazzine?
Il complesso è abitato e va rispettato come una casa. Le opere si trovano sulle testate cieche degli edifici e si guardano bene dalla strada e dai passaggi aperti, a distanza. Non entrate in portoni, androni o scale, non fotografate persone, finestre e balconi senza consenso e tenete la voce bassa. Per una visita approfondita del lotto conviene farsi accompagnare dall’associazione del quartiere.
Perché Tor Marancia si chiamava Shanghai?
Il soprannome non compare in nessun atto ufficiale. Secondo la memoria del quartiere nasce dagli allagamenti: la borgata costruita nel 1933 si trovava in una conca paludosa che con i temporali si riempiva d’acqua, come in un monsone. Alcune fonti aggiungono l’affollamento delle famiglie nelle stanze. Le letture che lo collegano alla malavita non hanno appoggi documentali e restano racconti.
Da dove viene il nome Tor Marancia?
La spiegazione più accreditata lo collega ad Amaranthus, liberto che nel secondo secolo amministrava fondi agricoli nella zona, ricordati da un’iscrizione latina come praedia Amarantiana. Tor viene dalla torre medievale in tufo che sorgeva nella tenuta e che fu distrutta fra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento. Un’ipotesi minoritaria collega il nome alla Marana, cioè ai corsi d’acqua della zona.
Quanto tempo serve per la visita?
Per il lotto dei murales basta un’ora abbondante, guardando le pareti con calma e da più distanze. Se aggiungete una passeggiata nella tenuta di Tor Marancia, con ingresso da via Sartorio, contate un’altra ora o due. Con le catacombe di Domitilla, che hanno orari fissi e chiudono il martedì, la visita diventa una mezza giornata piena, da organizzare con la prenotazione.
Come si arriva senza auto?
La linea B della metropolitana serve la zona della Garbatella e di San Paolo, da cui si prosegue a piedi o con un autobus di superficie. Le linee ATAC più comode per viale di Tor Marancia vanno controllate sul calcolatore di percorso ufficiale, perché cambiano con i cantieri. Per le vicine catacombe di Domitilla la Pontificia Commissione indica le linee 30, 130, 160, 670, 174 e 716.
È adatta ai bambini?
Sì, se i bambini accettano che si tratta di case abitate e non di un parco giochi. Le pareti enormi e colorate funzionano bene con i più piccoli, e riconoscere gli animali, i volti e le figure diventa un gioco. Evitate di farli correre fra i portoni e scegliete la tarda mattina di un giorno feriale. Per completare la giornata la tenuta di Tor Marancia offre spazio aperto.
Chi ha scritto la pagina
La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Contatti, modalità di visita e dati sulle opere riportati qui risultano dalle fonti ufficiali e dalla stampa citate nel testo alla data indicata in apertura: essendo un museo in un condominio abitato e in trasformazione, ricontrollateli prima di partire e segnalateci quello che trovate cambiato.
Mettere in fila una giornata nei quartieri popolari di Roma significa incastrare visite su prenotazione gestite da associazioni di volontari, catacombe con orari spezzati e chiusura settimanale, autobus che cambiano percorso per i cantieri e il rispetto dovuto a chi ci vive, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.
Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.
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