Santuario della Madonna del Divino Amore

C'è un punto, sulla via Ardeatina, in cui Roma smette di essere Roma senza che nessuno vi avverta. Il Grande Raccordo Anulare è alle spalle da qualche minuto, i palazzi si diradano, compaiono i muretti a secco, le siepi di rovo, i cavalli al pascolo dietro reti arrugginite, e poi, su una collinetta a sinistra, una torre. Una torre vera, medievale, mozzata in cima, con l'aria di chi è rimasto in piedi per distrazione. Ai suoi piedi c'è una chiesa settecentesca color ocra e, un centinaio di metri più in basso, un edificio bianco e curvo che sembra atterrato lì dalla fine del Novecento. Insieme fanno il Santuario della Madonna del Divino Amore: dodici chilometri scarsi dal Circo Massimo, e un altro pianeta.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Vi porto qui volentieri, e vi avviso subito che è una visita diversa dalle altre. Al Santuario della Madonna del Divino Amore non si viene per la storia dell'arte. Ci sono opere degne, un affresco medievale importante, un'architettura contemporanea di prim'ordine che pochi conoscono e molti sottovalutano; ma non è quello il motivo per cui, ogni sabato notte da Pasqua a fine ottobre, qualche centinaio di romani si mette in cammino a mezzanotte da piazza di Porta Capena e arriva quassù all'alba con i piedi a pezzi. Questo è il luogo in cui Roma tiene la propria devozione più concreta, quella che non passa per i musei e non finisce nelle guide. Ed è, per chi voglia capire la città e non soltanto fotografarla, una delle esperienze più istruttive che si possano fare nel raggio di venti chilometri dal Colosseo.

In questa pagina vi racconto tutto: la collina e il castello che c'erano prima, l'icona e la storia del pellegrino assalito dai cani nella primavera del 1740, la chiesa del 1745 e il suo secolo di splendore e di decadenza, le madonnare con la porchetta, il rettore che rimise tutto in piedi dopo essere sopravvissuto a un incidente stradale proprio qui davanti, il voto dei romani del 4 giugno 1944 e ciò che accadde quella sera, la chiesa nuova dedicata da Giovanni Paolo II nel 1999, il pellegrinaggio notturno raccontato per come è davvero, il santuario all'aperto dedicato al primo beato rom, le edicole sparse per la città e i muri tappezzati di lastrine "per grazia ricevuta". E poi il pratico: come si arriva, cosa aspettarsi, come comportarsi in un luogo di culto vivo e frequentatissimo, quando venire e quando invece è meglio evitare.

Dove si trova il Santuario della Madonna del Divino Amore

Il Santuario della Madonna del Divino Amore sorge in via del Santuario, a Castel di Leva, nel quadrante sud di Roma, a poco più di un chilometro dalla via Ardeatina e a circa dodici chilometri in linea d'aria dal centro storico. Amministrativamente siamo nella ventitreesima zona del Comune di Roma, la Z. XXIII Castel di Leva: ottantuno chilometri quadrati e mezzo di territorio, il secondo comprensorio toponomastico più esteso della città, che comprende anche le aree urbanistiche di Appia Antica Sud, Vallerano-Castel di Leva, Porta Medaglia e Santa Palomba. Detto in modo meno burocratico: siamo in campagna, e la campagna qui non è una decorazione residua ma la condizione ordinaria del paesaggio.

La prima cosa da mettere in chiaro è che il santuario non è una chiesa, ma due. Sulla sommità della collinetta, dentro il recinto dell'antico complesso, c'è il santuario settecentesco, quello del 1745, con l'icona sull'altare maggiore. Ai piedi della collina, fuori dalle antiche mura, c'è il santuario nuovo, completato per il Grande Giubileo del 2000 e capace di accogliere oltre millecinquecento pellegrini. Le due chiese distano una manciata di metri e circa duecentocinquant'anni. Fra loro corrono un viale, un piazzale, un giardino, e una differenza di temperatura spirituale che vale da sola il viaggio: dalla penombra dorata del Settecento alla luce filtrata dalle grandi vetrate policrome del Novecento finale.

Il contesto: la campagna romana vera

Attorno al Santuario della Madonna del Divino Amore si estende un comprensorio che comprende prati, filari, un bosco rado, una cava dismessa, campi coltivati e le colline basse tipiche dell'Agro Romano meridionale. Non è un parco urbano né un giardino: è terra che lavora. Chi arriva d'estate al tramonto trova le rondini, la luce obliqua sui tufi e, se ha fortuna, quel silenzio ronzante che a Roma ormai si sente soltanto sull'Appia Antica dopo le sette di sera. È un contesto che ha condizionato la storia di questo posto in ogni sua fase: la solitudine che lo rese pericoloso nel Settecento, la lontananza che lo fece dimenticare nell'Ottocento, e infine, nel Novecento, quella stessa lontananza trasformata in pregio, perché una chiesa in mezzo ai campi è esattamente ciò che serve a chi cammina tutta la notte per arrivarci.

Vale la pena notare le coordinate del complesso, perché dicono qualcosa di preciso: la chiesa antica sta a 41,7782 di latitudine nord e 12,5425 di longitudine est, la nuova a 41,7793 e 12,5424. Poco più di cento metri di distanza in linea d'aria. In quello scarto minimo ci sta l'intera vicenda che sto per raccontarvi: un voto fatto nel 1944 e sciolto cinquantacinque anni dopo, a un tiro di schioppo dal luogo dove tutto era cominciato due secoli prima.

Castel di Leva, la collina che sta sotto al Santuario della Madonna del Divino Amore

Prima del santuario c'era il castello, e prima del castello c'era un possedimento monastico. L'area apparteneva in origine all'abbazia di San Paolo fuori le Mura, che nell'Agro Romano deteneva terre vastissime: una geografia fondiaria che spiega perché tanti toponimi di questo quadrante suonino come nomi di tenute più che di paesi. Sulla collina, nel XIII secolo, esisteva un castrum documentato con il nome di Castrum Leonis, il castello del leone, da cui per usura fonetica romanesca è derivato Castel di Leva. Chi si aspetta un maniero fiabesco resterà deluso e chi si aspetta un rudere qualunque resterà sorpreso: la struttura era una rocca merlata che racchiudeva a sua volta una torre merlata, circondata da un piccolo abitato protetto da mura e torrette difensive. Un villaggio fortificato in miniatura, insomma, come ce n'erano decine attorno a Roma.

Nel Cinquecento il feudo appartenne alla famiglia Capizucchi, casata baronale romana con un peso politico non trascurabile nella città dei papi. Prima e dopo di loro il possesso passò per le mani di più di una famiglia nobiliare, secondo la logica del latifondo laziale, che nei secoli ha trattato le tenute come si trattano oggi i pacchetti azionari. Nel Settecento, all'ombra della torre ormai diroccata, venne costruita una cappella adiacente: ed è a quel punto che la storia del castello smette di essere una storia di proprietà e diventa una storia di devozione.

La torre, il pezzo più antico del Santuario della Madonna del Divino Amore

La torre di Castel di Leva è ancora in piedi, dentro il recinto del complesso, e la vedete appena imboccato il viale. Non è restaurata come un monumento: è consolidata come un reperto affettivo. Su una delle sue pareti, nel Trecento, un pittore anonimo affrescò un'immagine della Vergine con il Bambino. Non era un gesto eccezionale: le torri, i ponti, le porte dei casali dell'Agro Romano erano costellati di immagini sacre esposte alle intemperie, protezioni murarie contro il male, il maltempo e i briganti. Di quelle centinaia di immagini, oggi, ne conosciamo pochissime. Una si è salvata, ed è per questo che state leggendo questa pagina.

Quando accompagno qualcuno quassù, la sosta davanti alla torre è quella in cui insisto di più. Perché è facile guardare il santuario nuovo, che è grande e bianco e fa impressione, e dimenticare che tutto questo esiste per una parete di tufo a cui qualcuno, settecento anni fa, ha appoggiato un pennello. La torre è l'unico testimone materiale della fase precedente al culto, e ha il privilegio raro di essere allo stesso tempo il monumento più antico e il motivo dell'esistenza di tutto il resto.

La via Ardeatina, la strada che porta al Santuario della Madonna del Divino Amore

La strada che vi porterà quassù ha duemilaseicento anni. La via Ardeatina, oggi classificata come strada provinciale 3/e, è una delle antiche vie consolari: si staccava dalla via Appia a breve distanza dalla città e correva verso Ardea, che fra l'VIII e il VI secolo a.C. fu uno dei centri più importanti del Lazio meridionale, ricca grazie agli scambi con Latini, Volsci ed Etruschi e grazie al porto-canale alla foce del fiume Incastro, il Castrum Inui degli antichi. Il percorso è ricordato nel Curiosum Urbis fra le strade che partivano dalle porte di Roma, ed è citato da Rufio Festo. Sulla lunghezza gli autori antichi litigano allegramente: Strabone la dà per centosessanta stadi, cioè venti miglia romane, Eutropio ne conta diciotto, e il computo moderno stabilisce che da Roma ad Ardea, per quella via, ci sono quasi trentanove chilometri.

L'itinerario antico passava per le località che oggi chiamiamo Tor Marancia e Cecchignola, raggiungeva la Solfarata — all'epoca una pozza di acque sulfuree fredde a quindici miglia dalla città, e chi c'è passato d'estate sa che l'odore non è cambiato — e proseguiva verso Ardea con un tracciato pressoché identico a quello moderno, attraversando a quattro miglia e mezza dall'arrivo il Numicius, che con ogni probabilità è l'attuale Rio Torto. In età medievale la strada restò in uso mentre le località a cui portava si spopolavano: ai piedi della rocca di Ardea sorse addirittura un lazzaretto per i lebbrosi espulsi da Roma. Non è un dettaglio marginale. Questa è sempre stata una strada di margine, di gente che usciva dalla città più che di gente che ci entrava.

Perché la strada conta nella storia del Santuario della Madonna del Divino Amore

Nel Settecento, quando la devozione esplose, la via Ardeatina era in condizioni tali da costituire un ostacolo serio. Ci vollero i festeggiamenti del centenario, nel 1840, perché la si risistemasse in vista dell'afflusso dei pellegrini: un caso da manuale di infrastruttura costruita dalla fede più che dall'amministrazione. E anche oggi, malgrado l'asfalto e il Raccordo, l'Ardeatina resta una strada stretta, curvilinea, con poche corsie e molto traffico locale: un elemento pratico che vi tornerà utile più avanti, quando parleremo di come arrivare.

Chi cammina la notte del sabato non percorre esattamente il tracciato antico, ma ne segue lo spirito: si esce dalla città dalla parte in cui l'Appia e l'Ardeatina si separano, si attraversa il quadrante meridionale, e a un certo punto la città finisce. È un movimento che i romani fanno da almeno due millenni e mezzo, prima per commerciare, poi per seppellire, poi per pregare, oggi per camminare. Il Santuario della Madonna del Divino Amore è l'ultimo capitolo, per ora, di questa lunghissima abitudine.

L'icona del Santuario della Madonna del Divino Amore: cosa state guardando davvero

Salite al santuario antico, entrate, e alzate lo sguardo verso l'altare maggiore. L'immagine che vedete è un affresco trecentesco, opera di un artista ignoto, dipinto originariamente sulla parete della torre di Castel di Leva e successivamente trasferito su supporto ligneo per poterlo staccare e spostare. Dal punto di vista storico-artistico si tratta di un'icona laziale di ascendenza bizantina, cioè di quel filone di pittura mariana medievale che a Roma e nel Lazio ha prodotto opere di enorme forza iconica e di scarsissima notorietà. Raffigura la Vergine seduta in trono con il Bambino: composizione frontale, gerarchica, costruita per essere guardata da lontano e da sotto, come si guarda un'immagine sopra una porta o su una torre.

Il dettaglio che dà il nome a tutto — la colomba dello Spirito Santo sopra il capo della Madonna — merita una precisazione che quasi nessuno vi darà. La colomba non appartiene all'affresco originale: è un'aggiunta successiva, collocabile attorno alla metà del Settecento, cioè agli anni in cui il culto si stava strutturando e serviva un segno visivo che spiegasse il titolo di Divino Amore. Lo Spirito Santo, nella teologia, è l'Amore del Padre e del Figlio: la colomba sopra la Vergine dichiara il legame fra Maria e lo Spirito, ed è esattamente su questo legame che Benedetto XVI costruì il suo discorso quando venne quassù nel 2006. È un'aggiunta, quindi, ma non è un abbellimento: è una glossa teologica dipinta.

Le tre stelle e gli altri segni

Sull'immagine compaiono tre stelle, secondo la grammatica dell'iconografia bizantina: una sulla fronte e una su ciascuna spalla della Vergine, anche se non sempre tutte visibili a seconda dello stato di conservazione e dei rivestimenti. Significano la verginità di Maria prima, durante e dopo il parto: un dogma condensato in tre punti luminosi, che è poi il modo in cui l'arte medievale faceva teologia senza scrivere una riga. Quando porto qui persone che non hanno familiarità con l'iconografia orientale, questo è il momento in cui di solito si accende una lampadina: capiscono che un'icona non è un quadro, ma un testo.

L'immagine, come tutte le immagini venerate, ha subito nei secoli aggiunte, coperture, corone, drappi e restauri. È la sorte normale degli oggetti di culto attivo, che non vivono in una teca a temperatura controllata ma dentro una relazione: vengono baciati, guardati, portati in processione, addobbati, incoronati. Uno storico dell'arte lo chiamerebbe un problema conservativo. Io lo chiamerei la prova che l'oggetto è ancora vivo. Al Santuario della Madonna del Divino Amore l'icona non è un pezzo di collezione: è la ragione dell'edificio, e si vede.

La primavera del 1740: il pellegrino, i cani e la nascita del Santuario della Madonna del Divino Amore

Ora vi racconto la storia da cui nasce tutto, e ve la racconto per quello che è: una tradizione, tramandata oralmente e messa per iscritto in un secondo momento, di cui non conosciamo neppure il nome del protagonista. Non è un difetto. È la struttura tipica delle leggende di fondazione, e il fatto che il protagonista resti anonimo è, se ci pensate, la ragione per cui la storia ha funzionato: chiunque può mettersi nei suoi panni.

Nella primavera del 1740 un pellegrino diretto alla basilica di San Pietro si smarrì nella campagna inospitale e insalubre nei pressi di Castel di Leva, circa dodici chilometri a sud di Roma. Tenete presente che cosa significava allora, da queste parti, la parola campagna: malaria endemica, casali isolati, briganti, nessuna segnaletica, nessuna luce dopo il tramonto. Il viandante scorse alcuni casali e un castello diroccato in cima a una collina e vi si diresse sperando di trovare qualcuno che gli indicasse la strada giusta. Trovò invece un branco di cani rabbiosi che lo circondò.

Alzando lo sguardo, con quel riflesso istintivo di chi cerca una via di fuga verso l'alto, l'uomo si accorse che sulla torre del castello c'era un'icona della Vergine con il Bambino sovrastata dalla colomba dello Spirito Santo. Invocò la Madonna perché lo salvasse da quel pericolo. E le bestie che gli erano addosso, di colpo, si fermarono e si dileguarono. I pastori della zona, richiamati dalle urla, accorsero, ascoltarono il racconto e lo rimisero sulla strada per Roma. Il nome del pellegrino è ignoto; la notizia dell'accaduto, invece, arrivò in città in pochissimo tempo, e in pochissimo tempo l'icona della Madonna a Castel di Leva divenne meta di pellegrinaggio.

Perché questa storia ha attecchito

Mi permetto una lettura, che non toglie nulla al racconto e anzi lo rende più interessante. La forza di questo episodio sta nella sua assoluta ordinarietà: non c'è una visione, non c'è un messaggio, non c'è un veggente. C'è un uomo perso in mezzo al nulla che rischia di essere sbranato e che, alzando gli occhi, vede un'immagine su un muro. Nessun elemento straordinario tranne l'esito. È una storia che parlava direttamente a chi, nella Roma del Settecento, attraversava l'Agro per necessità: pastori, carrettieri, mietitori stagionali, mercanti, pellegrini poveri. Gente che i cani randagi e il rischio di perdersi li conosceva benissimo.

La seconda ragione è cronologica. Il 1740 è l'anno in cui sale al soglio pontificio Benedetto XIV, Prospero Lambertini, uno dei papi più intelligenti e più rigorosi del secolo in materia di culti e di miracoli: fu lui, da arcivescovo e poi da pontefice, a codificare le procedure con cui la Chiesa valuta le canonizzazioni e i prodigi. Che un culto nato in quegli anni non solo sopravviva ma riceva concessioni pontificie è un dato che vale la pena tenere a mente. Il Santuario della Madonna del Divino Amore nasce nel pieno del secolo più scettico che il cattolicesimo moderno avesse conosciuto fino ad allora, e passa l'esame.

Da Santa Maria ad Magos alla prima chiesa del Santuario della Madonna del Divino Amore

Fra il miracolo e il santuario passano cinque anni, e sono cinque anni movimentati. Il 5 settembre 1740, appena qualche mese dopo l'episodio, l'icona venne staccata dalla torre e portata nella vicina tenuta detta "La Falconara", dove sorgeva la chiesetta di Santa Maria ad Magos. La ragione è la più prosaica del mondo: un affresco esposto alle intemperie su una torre diroccata, con un flusso crescente di gente che sale a pregarci davanti, è insieme fragile e ingestibile. Serviva un tetto.

Santa Maria ad Magos fu dunque il primo santuario del Divino Amore, una funzione che pochissimi ricordano e che merita un paragrafo. La chiesa sorgeva all'interno di un'enorme tenuta che, già nel Quattrocento, comprendeva casali e proprietà rurali appartenute a diverse famiglie nobili romane. Oggi si trova nella zona di Falcognana, ed è in condizioni tali che chi la guarda da lontano la scambia per un rudere agricolo qualsiasi. All'interno si intuisce ancora l'altare sul fondo, mentre della decorazione originaria non resta quasi nulla. Negli ultimi decenni la chiesa abbandonata è diventata terreno di intervento della street art romana: sopra l'altare campeggia un grande murale, e nelle nicchie laterali sono comparse rappresentazioni dei vizi capitali. È un destino curioso e per certi versi commovente, che dice molto su come Roma tratti i propri edifici dismessi: mai demoliti, mai restaurati, semplicemente riabitati da qualcun altro.

19 aprile 1745: l'icona torna a casa

Il 19 aprile 1745, lunedì di Pasqua, l'icona venne trasferita in un luogo vicino alla torre, dove nel frattempo era stata costruita una nuova chiesa. L'affresco fu intronizzato sull'altare maggiore, dove si trova ancora oggi. La scelta della data non è casuale: il lunedì dell'Angelo, a Roma, era da secoli il giorno della gita fuori porta, il giorno in cui la città si svuotava verso l'Agro. Chi organizzò il trasferimento sapeva benissimo che cosa stava facendo.

La partecipazione fu tale — gente venuta da Roma e dai vicini Castelli Romani — che papa Benedetto XIV decise di concedere l'indulgenza plenaria non solo per il giorno del trasferimento, ma anche per i sette giorni successivi. Chi non ha dimestichezza con il linguaggio ecclesiastico rischia di lasciarsi sfuggire la portata della cosa: un'indulgenza plenaria estesa a un'ottava intera è un riconoscimento pesante, che di fatto certifica il nuovo santuario come meta legittima e lo inserisce nel calendario devozionale della città. Nel giro di cinque anni, il Santuario della Madonna del Divino Amore passa da immagine su una torre a istituzione.

Il santuario settecentesco del Santuario della Madonna del Divino Amore

La chiesa antica fu edificata attorno al 1744-1745 sui ruderi del castello, in posizione dominante sulla collina. Il nome dell'architetto non è documentato con certezza: la tradizione locale e parte della letteratura hanno avanzato il nome di Filippo Raguzzini, il romano d'adozione beneventano che a Roma firmò piazza Sant'Ignazio e l'ospedale di San Gallicano, cioè uno degli interpreti più eleganti e meno pomposi del tardo barocco cittadino. L'attribuzione va presa per quello che è — un'ipotesi — ma non è peregrina: il gusto per le soluzioni sobrie, la scala contenuta e la resa scenografica del rapporto con il paesaggio sono coerenti con quel linguaggio.

Quel che si vede oggi è una chiesa di dimensioni raccolte, con facciata semplice, interno a navata unica, altare maggiore che incornicia l'icona e altari laterali aggiunti nel corso dell'Ottocento. È un barocco di campagna, senza marmi principeschi e senza pretese: stucchi, dorature, legno, e quella penombra tiepida che nelle chiese piccole si crea da sola. Chi arriva qui dopo aver passato tre giorni fra San Pietro, Sant'Ignazio e il Gesù avverte un cambio di registro netto, e quasi sempre lo trova un sollievo.

Il rapporto fra la chiesa e la torre

La cosa più intelligente del santuario antico è la sua posizione. Non fu costruito sulla torre né al posto della torre, ma accanto: l'immagine venne portata a valle di pochi metri, in un edificio nuovo, lasciando in piedi il testimone. Nell'urbanistica sacra questo è un gesto raro. Di solito il santuario cannibalizza il luogo dell'evento; qui invece i due elementi convivono, e il visitatore può ancora oggi camminare dalla chiesa alla torre in trenta secondi, ricostruendo con i piedi la sequenza dei fatti. È una qualità che si è mantenuta anche nella fase novecentesca, come vedremo: anche il santuario nuovo è stato costruito accanto e non sopra.

Vale anche la pena osservare la relazione con il paesaggio. Dal sagrato del santuario antico lo sguardo corre sulla campagna, sui campi, sulle colline verso i Castelli. Nelle giornate limpide si distinguono i profili dei Colli Albani. Chi è arrivato a piedi dopo una notte di cammino, e si volta indietro all'alba, si trova davanti esattamente questo: la luce che sale dalla parte dei Castelli e Roma che è rimasta alle spalle, invisibile. Non credo che nel 1745 lo abbiano progettato. Ma funziona.

Briganti, eremiti e Pentecoste: i primi decenni difficili del Santuario della Madonna del Divino Amore

Costruire una chiesa è una cosa; tenerla aperta in mezzo al nulla è un'altra. La custodia del nuovo santuario si rivelò subito problematica, data la posizione isolata e facilmente preda di banditi e briganti. Furono interpellati decine di ordini religiosi, e nessuno se la sentì di accettare l'incarico. Vi invito a soffermarvi su questo dettaglio, perché è meno pittoresco di quanto sembri: significa che nella seconda metà del Settecento, a dodici chilometri dalla basilica di San Pietro, esisteva un territorio che gli ordini religiosi romani consideravano troppo rischioso per una comunità stabile. L'Agro Romano non era la campagna gentile delle stampe: era una terra malarica, spopolata, senza autorità effettiva dopo il tramonto.

La soluzione fu quella minima: prima un custode eremita, poi, dal 1805, sacerdoti che vi dimoravano soltanto nel periodo della Pentecoste, cioè quando i pellegrinaggi erano più numerosi. Un santuario a intermittenza, insomma, aperto quando serviva e lasciato a se stesso per il resto dell'anno. È un modello di gestione che oggi ci pare assurdo e che allora era semplicemente realistico.

Perché proprio la Pentecoste

La concentrazione dei pellegrinaggi attorno alla Pentecoste non è casuale e resta, ancora oggi, la chiave del calendario del Santuario della Madonna del Divino Amore. La festa cade fra maggio e giugno, cinquanta giorni dopo Pasqua: stagione in cui la campagna romana è al suo meglio, le giornate sono lunghe, la malaria non ha ancora fatto il peggio dell'estate e i lavori agricoli concedono una tregua. Ma soprattutto la Pentecoste è la festa dello Spirito Santo, ed è impossibile non collegarla al titolo di questo santuario e alla colomba dipinta sopra l'icona. Il legame fra Maria e lo Spirito è la chiave teologica dell'intero luogo, e la Pentecoste ne è la traduzione liturgica.

Ancora oggi, se venite in quel periodo, trovate il santuario nel suo momento di massima intensità, con l'afflusso maggiore dell'anno. Chi cerca il raccoglimento farebbe bene a scegliere un altro fine settimana; chi cerca invece di capire che cosa sia la devozione popolare romana, deve venire esattamente allora.

Il 1840: il centenario, il re in esilio e le madonnare

Nel 1840, anno del primo centenario del miracolo, il santuario ricevette il trattamento completo. La chiesa e l'altare furono restaurati, gli stucchi nuovamente indorati, furono installati altri due altari e numerosi confessionali. Da Roma vennero portati drappi, damaschi e altri arredi sacri. Anche la via Ardeatina, ridotta in pessimo stato, venne risistemata per l'occasione. I festeggiamenti iniziarono il 7 giugno 1840, domenica di Pentecoste, e proseguirono per sette giorni.

Alla festa partecipò anche don Miguel, re di Portogallo, che a quell'epoca viveva in esilio dopo aver perso la guerra civile portoghese: un dettaglio che dice quanto il santuario, in quel momento, fosse entrato nel circuito della devozione internazionale legittimista e aristocratica. È uno dei rari momenti in cui questa chiesa di campagna compare in una cronaca di corte.

La porchetta, il pecorino, le fave e il vino

Subito dopo il centenario, però, si apre una stagione diversa. Attorno al santuario, soprattutto nei giorni vicini alla Pentecoste, cominciarono a essere allestite bancarelle di porchetta, di pecorino, di fave e di vino. Con le bancarelle arrivò il fenomeno delle madonnare: popolane romane, per lo più erbivendole e lavandaie, che festeggiavano la loro particolare festa annuale proprio nel lunedì di Pentecoste, salendo al Divino Amore in gruppo, con i carri, cantando.

Vi prego di non liquidare questa pagina come folklore. Le madonnare erano donne che lavoravano dodici ore al giorno con le mani nell'acqua fredda o dietro un banco di verdura, e che una volta l'anno si prendevano una giornata intera per sé: vestite bene, in gruppo, fuori città, con il vino e la porchetta, davanti a un'immagine sacra che consideravano loro. È una delle poche forme di tempo libero organizzato che la Roma preindustriale abbia concesso alle proprie lavoratrici, e il fatto che passasse per la religione non la rende meno significativa dal punto di vista sociale. Il Santuario della Madonna del Divino Amore è stato, per un secolo abbondante, anche questo: il luogo dove le donne del popolo romano avevano diritto a una festa.

La decadenza e la rinascita del Santuario della Madonna del Divino Amore

La commistione fra sacro e profano ebbe però un prezzo. Nei primi decenni del Novecento il pellegrinaggio al Divino Amore era diventato ormai sinonimo di gita fuori porta, e il santuario scivolò in una decadenza progressiva fino a cadere quasi nell'oblio. È un passaggio che si ripete spesso nella storia dei luoghi di culto popolari: quando la festa mangia la devozione, l'istituzione ecclesiastica si allontana, e quando l'istituzione si allontana l'edificio si degrada.

La svolta arriva nel 1930, quando il santuario passa alla dipendenza del Vicariato di Roma e viene inviato sul posto, con l'obbligo di residenza, un rettore. Due anni dopo, il 1º dicembre 1932, il cardinale vicario Francesco Marchetti Selvaggiani erige qui la parrocchia di Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva con il decreto Cum Summus Pontifex, in forza della lettera apostolica di papa Pio X Quamdiu per agri romani del 24 maggio 1912, il provvedimento con cui la Santa Sede aveva avviato l'organizzazione ecclesiastica dell'Agro Romano. Il rettore diventa anche parroco: il santuario smette di essere una meta stagionale e diventa una comunità.

Don Umberto Terenzi, l'uomo che rimise tutto in piedi

Il primo rettore fu un giovane sacerdote, don Umberto Terenzi, nato nel 1900 e morto nel 1974, che era sopravvissuto a un incidente stradale proprio nei pressi del santuario. La biografia lo dice in una riga, ma converrà fermarcisi: l'uomo che ha ricostruito il Santuario della Madonna del Divino Amore ci è arrivato per la prima volta perché ci era quasi morto. Da quell'episodio nacque un legame personale che si trasformò in un programma di vita quarantennale.

Terenzi si trovò davanti una chiesa semiabbandonata in un territorio rurale povero, con scuole rurali senza catechisti, senza clero stabile, senza opere. Nel giro di quarant'anni ne fece un centro con due congregazioni religiose, un seminario, opere educative e assistenziali e un flusso di pellegrini stabile. Il suo processo di canonizzazione è oggi in corso. Quando Giovanni Paolo II, nel 1999, dedicò la chiesa nuova, lo ricordò espressamente come colui che "con tenacia volle qui una nuova casa per la Vergine Santa": la casa che Terenzi non riuscì mai a costruire, e che fu costruita venticinque anni dopo la sua morte.

Gli Oblati e le Figlie della Madonna del Divino Amore

Il Santuario della Madonna del Divino Amore è custodito e animato da due famiglie religiose nate entrambe qui, e vale la pena sapere chi sono le persone che incontrerete.

Le Figlie della Madonna del Divino Amore, che pospongono al proprio nome la sigla F.M.D.A., furono fondate da don Umberto Terenzi per una ragione molto concreta: non riusciva a trovare insegnanti di catechismo per le sei scuole rurali della zona. Si rivolse allora a cinque giovani donne che aveva conosciuto quando era viceparroco di Sant'Eusebio a piazza Vittorio, militanti nell'Azione Cattolica: Antonietta Fabbri, Maria Fasuli, Adelaide Guidotti, Elena Pieri e Franca Salfa. Nel maggio 1934 la comunità si stabilì in una casa colonica presso il santuario e, con l'approvazione del cardinale Marchetti Selvaggiani, diede origine alla congregazione.

Da cinque catechiste a una congregazione internazionale

Il percorso istituzionale è quello classico e piuttosto rapido: riconoscimento come pia associazione con decreto del 25 marzo 1942, giorno in cui le prime dieci Figlie della Madonna del Divino Amore furono ammesse alla professione dei voti religiosi; erezione a istituto religioso di diritto diocesano il 5 agosto 1959; elevazione a istituto di diritto pontificio con decreto del 5 agosto 1961. Oggi le suore si dedicano all'assistenza ai malati negli ospedali, all'educazione nelle scuole dell'infanzia, alla catechesi nelle parrocchie, alla pastorale giovanile e all'accoglienza nelle case di spiritualità, e sono presenti oltre che in Italia anche in Brasile, Colombia, Filippine, India e Perù. Alla fine del 2008 la congregazione contava duecentocinque religiose in trentotto case, e la sede generalizia è in via Ardeatina.

Accanto a loro operano gli Oblati Figli della Madonna del Divino Amore, il ramo maschile, nato nel dopoguerra con il seminario che Terenzi volle qui e che da allora custodisce e anima il santuario. Sono loro i sacerdoti che confessano, celebrano, accolgono i pellegrini notturni all'alba e mandano avanti una macchina che, nei fine settimana di maggio, muove numeri da grande evento. Se avete l'impressione che il posto funzioni con una precisione insolita per l'Italia, non è un caso: è gente che fa questo mestiere da quasi un secolo.

Gennaio 1944: l'icona del Santuario della Madonna del Divino Amore entra in città

Arriviamo al capitolo che spiega perché questo santuario di campagna occupi, nella memoria dei romani, un posto che nessuna guida turistica gli riconosce. Gli eventi della seconda guerra mondiale coinvolsero anche la Madonna del Divino Amore, e in modo diretto.

All'indomani dell'8 settembre 1943 la zona del santuario venne bombardata. Siamo nel quadrante meridionale, sulla direttrice per Anzio e per il fronte, in un'area attraversata da movimenti di truppe e disseminata di obiettivi militari: la campagna che aveva protetto il santuario per due secoli lo aveva improvvisamente messo in prima linea. Il 24 gennaio 1944 — due giorni dopo lo sbarco alleato ad Anzio — l'icona fu portata a Roma per metterla al sicuro.

Da vicolo del Divino Amore a Sant'Ignazio

L'immagine fu accolta trionfalmente in città dal popolo e collocata dapprima nella chiesetta della Madonna del Divino Amore, che si trova nei pressi di piazza Fontanella Borghese, in vicolo del Divino Amore: una stradina che oggi attraversate distrattamente andando verso il Pantheon o via del Corso, e che porta questo nome esattamente per quel motivo. È uno di quei toponimi romani che sembrano poetici e sono invece amministrativi.

Ben presto lo spazio non bastò più. In maggio, dato l'enorme afflusso di fedeli, l'icona venne trasferita nella più ampia basilica di San Lorenzo in Lucina. Papa Pio XII, vista l'imminenza della battaglia per Roma fra i tedeschi e gli Alleati, invitò solennemente i romani a pregare per la salvezza della città durante l'ottavario della Pentecoste e la novena della Madonna del Divino Amore, iniziate quell'anno il 28 maggio 1944. L'affluenza a San Lorenzo in Lucina crebbe a tal punto che si fu costretti a spostare ancora l'immagine, questa volta nella grande chiesa di Sant'Ignazio di Loyola a Campo Marzio. Per dare un'idea delle proporzioni: La Civiltà Cattolica riferisce di quindicimila comunioni distribuite quotidianamente. Quindicimila al giorno, in una città affamata, occupata e sotto coprifuoco.

4 giugno 1944: il voto dei romani alla Madonna del Divino Amore

Il 4 giugno 1944, giorno in cui terminava l'ottavario, si decide la sorte di Roma. Alle diciotto, nella chiesa di Sant'Ignazio gremitissima, viene letto il testo del voto dei romani alla Madonna del Divino Amore, affinché la città venga risparmiata dalla distruzione della guerra. I fedeli promettono tre cose: di correggere la propria condotta morale, di erigere un nuovo santuario e di realizzare un'opera di carità a Castel di Leva.

Ci sono due dettagli, in questa scena, che raccontano l'epoca meglio di qualunque commento. Il primo è che il voto viene espresso in gran fretta, perché alle diciannove sarebbe scattato il coprifuoco: una promessa solenne consegnata con l'orologio in mano. Il secondo è che a leggere il testo, in luogo del Papa — impossibilitato a lasciare il Vaticano per il pericolo della deportazione —, è il camerlengo dei parroci di Roma, padre Gremigni. Il pontefice non poteva uscire di casa; la città si affidò a un parroco.

Quella stessa sera i tedeschi lasciarono Roma. Le truppe alleate entrarono in città da Porta San Giovanni e Porta Maggiore, accolte da manifestazioni di esultanza. Nel discorso che tenne quassù nel 1999, Giovanni Paolo II ricordò che l'esercito tedesco abbandonò Roma senza opporre resistenza "dopo poco più di un'ora dalla lettura del voto".

Come trattare questo episodio

Qui mi tocca fare il mestiere per cui vengo pagato, cioè spiegare senza semplificare. La ritirata tedesca da Roma il 4 giugno 1944 è un fatto storico documentato in ogni dettaglio, e le sue cause militari e diplomatiche sono state ricostruite dagli storici: la decisione di non difendere la città, la dichiarazione di città aperta, la pressione della Santa Sede e degli Alleati, la situazione del fronte dopo lo sfondamento della linea Gustav e la conquista di Cassino. Nessuno storico serio spiega la ritirata con il voto letto a Sant'Ignazio.

Ma la questione non è questa. La questione è che quella sera, in una città stremata da nove mesi di occupazione, decine di migliaia di romani erano convinti di avere ottenuto qualcosa, e che quella convinzione ha prodotto conseguenze materiali verificabili: due congregazioni, una chiesa da millecinquecento posti, una casa per anziani, un pellegrinaggio settimanale che dura da generazioni e una devozione che a Roma non ha eguali per continuità popolare. Il voto del 4 giugno 1944 è il documento fondativo del Santuario della Madonna del Divino Amore contemporaneo. Si può discuterne la teologia; non se ne può ignorare l'effetto storico.

Salvatrice dell'Urbe: l'11 giugno 1944 e il titolo della Madonna del Divino Amore

Il 11 giugno 1944, una settimana dopo, papa Pio XII poté finalmente uscire dal Vaticano e recarsi nella chiesa di Sant'Ignazio, come per oltre quattro mesi avevano fatto migliaia di romani, per celebrare una messa di ringraziamento alla Madonna del Divino Amore. In quell'occasione all'immagine venne dato il titolo di Salvatrice dell'Urbe.

Nell'omelia il pontefice disse parole che vale la pena riportare, perché sono il testo più autorevole che esista su questa vicenda: «Noi oggi siamo qui non solo per chiederLe i suoi celesti favori, ma innanzitutto per ringraziarLa di ciò che è accaduto, contro le umane previsioni, nel supremo interesse della Città eterna e dei suoi abitanti. La nostra Madre Immacolata ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli; Ella ha ispirato, a chi ne aveva in mano la sorte, particolari sensi di riverenza e di moderazione; onde, nel mutare degli eventi, e pur in mezzo all'immane conflitto, siamo stati testimoni di una incolumità, che ci deve riempire l'animo di tenera gratitudine verso Dio e la sua purissima Madre.»

Un titolo che pesa

Osservate la formulazione: "ha ispirato, a chi ne aveva in mano la sorte, particolari sensi di riverenza e di moderazione". È un linguaggio diplomatico raffinatissimo, che riconosce implicitamente il ruolo delle decisioni umane e le colloca dentro una cornice provvidenziale. Pio XII non dice che il voto ha spostato le truppe; dice che la protezione mariana ha agito attraverso le scelte di chi comandava. È una distinzione teologica precisa, e i romani, con il pragmatismo che li contraddistingue, l'hanno tradotta in una formula molto più semplice: la Madonna del Divino Amore ha salvato Roma.

Il titolo di Salvatrice dell'Urbe colloca questa immagine in una compagnia illustre, accanto alla Salus Populi Romani di Santa Maria Maggiore e al Crocifisso di San Marcello al Corso, cioè le altre due icone alle quali la città si è rivolta nei momenti di pericolo estremo. Ma con una differenza sostanziale: le altre due stanno nel cuore del centro storico, questa sta a dodici chilometri, in mezzo ai campi. E ogni sabato notte, per arrivarci, la gente cammina.

L'adempimento del voto: perché il Santuario della Madonna del Divino Amore ha due chiese

Finita la guerra, sotto l'impulso di don Umberto Terenzi, il santuario rinasce: nasce il seminario degli Oblati del Divino Amore, si consolida la congregazione delle Figlie, prendono forma le opere di carità attorno al santuario — la scuola per l'infanzia, l'accoglienza e l'assistenza delle minori in difficoltà. Due dei tre impegni del voto — l'opera di carità e, per quanto possibile, la conversione dei costumi — vengono avviati subito.

Il terzo, la costruzione del nuovo santuario, si rivela il più ostico. Terenzi ci provò per tutta la vita, e non ci riuscì: le difficoltà burocratiche e logistiche glielo impedirono sempre. Morì nel 1974 lasciando il voto incompiuto. Consideratelo per un momento dal suo punto di vista: quarant'anni di lavoro, due congregazioni fondate, un santuario risuscitato dall'oblio, e l'unica cosa che la città aveva promesso pubblicamente alla Madonna resta un progetto in un cassetto.

1996: la prima pietra

Bisognerà aspettare l'8 gennaio 1996 perché il cardinale vicario Camillo Ruini ponga la prima pietra di quello che, in vista del Giubileo del 2000, sarebbe diventato il nuovo santuario. Cinquantadue anni dopo il voto. Ventidue anni dopo la morte di Terenzi. Non è un ritardo qualsiasi: è la misura di quanto sia difficile, in una città come Roma, passare da una promessa collettiva a un cantiere.

La scelta progettuale di fondo fu presa bene, e va riconosciuta. La nuova struttura venne realizzata ai piedi della collina, fuori dalle antiche mura, in modo da non violare né il paesaggio della campagna romana né il complesso monumentale settecentesco. Nessuna demolizione, nessuna sopraelevazione, nessun ampliamento invasivo della chiesa antica. Le due epoche convivono a distanza di sicurezza, e chi visita il Santuario della Madonna del Divino Amore può leggerle una accanto all'altra come due capitoli dello stesso libro.

Il santuario nuovo: Costantino Ruggeri e Luigi Leoni

Il progetto fu affidato a una coppia di autori che merita di essere conosciuta molto più di quanto non sia. Padre Costantino Ruggeri, nato ad Adro in provincia di Brescia nel 1925 e morto nel 2007, era un frate francescano e sacerdote, ma anche pittore, scultore e soprattutto vetratista: uno di quei religiosi artisti che nel Novecento italiano hanno tenuto insieme, quasi da soli, il filo fra la Chiesa e l'arte contemporanea. Entrato nel seminario serafico nel 1938, fu ordinato nel 1951 dal cardinale Ildefonso Schuster; studiò scultura all'Accademia di Brera a Milano, diplomandosi nel 1962 sotto la guida di Luciano Minguzzi.

La sua formazione non fu affatto provinciale. Ruggeri frequentò e conobbe figure come Mario Sironi e Lucio Fontana, lavorò come consulente liturgico con l'architetto Luigi Figini alla chiesa della Madonna dei Poveri, e nel 1960 incontrò Le Corbusier attraverso l'Ufficio Nuove Chiese di Bologna. Chi guarda il santuario del Divino Amore pensando a un edificio devozionale generico farebbe bene a saperlo: dietro quelle curve c'è una cultura architettonica che arriva dal cuore del modernismo europeo.

Il sodalizio con Luigi Leoni

Il rapporto decisivo della vita professionale di Ruggeri fu quello con l'architetto Luigi Leoni, cominciato quando il frate si trasferì al convento di Pavia nel 1959. Insieme progettarono oltre trenta chiese in Italia e all'estero, con una cifra riconoscibile: volumi plastici, superfici bianche, e grandi vetrate che trasformano la luce naturale nel principale materiale da costruzione. Fra le loro opere si ricordano Santa Maria della Gioia a Varese, del 1977, e Santo Spirito a Pavia, del 1982. Il Santuario della Madonna del Divino Amore, del 1999, è l'ultimo grande episodio di quella collaborazione e il più visitato in assoluto.

Nel 1995 Ruggeri fondò la Fondazione Frate Sole, destinata a promuovere l'eccellenza nell'architettura sacra attraverso un premio internazionale assegnato ogni quattro anni a partire dal 2006. È un lascito coerente: un artista che passa la vita a costruire chiese e che alla fine istituisce un premio per convincere gli altri a costruirle meglio.

4 luglio 1999: la dedicazione del nuovo Santuario della Madonna del Divino Amore

Il nuovo santuario fu ultimato nell'estate del 1999 e dedicato al culto domenica 4 luglio 1999 da papa Giovanni Paolo II, con una concelebrazione eucaristica solenne. È un dato che vale la pena fissare con precisione, perché è il momento in cui il voto del 1944 viene formalmente adempiuto nella sua parte più visibile.

Nell'omelia il Papa fu esplicito: «Con la dedicazione di questo nuovo Santuario viene oggi sciolto parzialmente un voto che i romani, invitati dal Papa Pio XII, fecero alla Madonna del Divino Amore nel 1944, quando le truppe alleate stavano per lanciare l'attacco decisivo su Roma occupata dai tedeschi». E ricordò che l'opera di carità stava per essere completata: una casa per anziani non lontana dal santuario. Ma aggiunse subito che il voto comprendeva una promessa che non termina e che è assai più difficile da realizzare, cioè la correzione della condotta morale, "il costante impegno di rinnovare la vita e renderla sempre più conforme a quella di Cristo".

Chi c'era quel giorno

Il Papa salutò il cardinale vicario Camillo Ruini, i cardinali, i vescovi, i sacerdoti e i rettori di altri santuari mariani presenti; il rettore-parroco del santuario, don Pasquale Silla, "che tanto ha fatto per giungere a questo giorno"; i figli e le figlie della Madonna del Divino Amore che custodiscono questi luoghi, proseguendo l'opera del loro fondatore don Umberto Terenzi. E salutò infine, con una menzione esplicita, "i progettisti ed i realizzatori di quest'opera: Padre Costantino Ruggeri e l'architetto Luigi Leoni, insieme con tutti i benefattori, le imprese e le maestranze".

Nella stessa omelia Giovanni Paolo II parlò dell'edificio come segno: «Queste mura che circoscrivono lo spazio sacro in cui siamo raccolti e, ancor più, l'altare, le grandi vetrate policrome e gli altri simboli religiosi si pongono come segni della presenza di Dio in mezzo al suo popolo». Le grandi vetrate policrome citate dal Papa sono la firma di Ruggeri, e sono la ragione per cui vi consiglio di entrare nella chiesa nuova in una giornata di sole e non in una giornata di pioggia.

Come si legge l'architettura del nuovo Santuario della Madonna del Divino Amore

Vi do qualche chiave, perché la chiesa nuova è uno di quegli edifici che si difendono male da soli. Chi arriva con in testa l'idea di chiesa come navata, colonne e abside la trova straniante; chi la guarda per quello che è, cioè un'architettura di fine Novecento pensata da uno scultore, la trova straordinaria.

La prima cosa da osservare è il rapporto con la collina. L'edificio è appoggiato ai piedi del pendio, in una posizione volutamente subordinata: non compete con il santuario antico che sta sopra, non gli ruba la scena, non cerca di dominare il paesaggio. In un'epoca in cui i santuari nuovi tendono al gigantismo, questa è una scelta di modestia progettuale che va riconosciuta. Il volume si sviluppa in orizzontale e in curva, con superfici bianche e chiare che riflettono la luce della campagna.

La luce come materiale

Costantino Ruggeri era un vetratista prima ancora che un architetto, e nella sua opera la luce non è un effetto ma una struttura portante. Le grandi vetrate policrome che Giovanni Paolo II citò nell'omelia della dedicazione non sono finestre decorate: sono i dispositivi che determinano il carattere dello spazio interno a ogni ora del giorno. Se entrate a metà mattina, con il sole ancora basso da est, avrete una chiesa completamente diversa da quella che trovereste nel primo pomeriggio. È un'architettura che cambia, e che va vista almeno due volte per essere capita.

La seconda chiave è la capienza. Millecinquecento pellegrini e oltre non sono un numero decorativo: sono il requisito da cui il progetto è partito. Il Santuario della Madonna del Divino Amore deve poter accogliere, nelle giornate di punta, folle enormi, e deve farlo mantenendo il raccoglimento. La soluzione adottata è quella di uno spazio ampio, unitario, senza colonne che ostruiscano la vista, con l'assemblea disposta in modo da avere sempre l'altare sotto gli occhi. È la traduzione architettonica della riforma liturgica del Vaticano II, applicata con intelligenza e senza freddezza.

Che cosa cercare quando entrate

Guardate l'altare e la sua relazione con la luce che scende dall'alto. Guardate il modo in cui il pavimento accompagna verso il presbiterio. Guardate i materiali: pochi, chiari, non preziosi. E poi uscite e girate attorno all'edificio dall'esterno, perché la forma plastica si capisce solo camminandoci intorno: è un volume scolpito, non disegnato in pianta. Chi si limita a entrare, sedersi e uscire si porta via metà del progetto.

Un'ultima osservazione che faccio sempre. Il contrasto fra le due chiese non è un incidente: è un valore. Sopra, il Settecento dorato, piccolo, caldo, con l'icona incastonata come una gemma. Sotto, il Novecento bianco, ampio, luminoso, che accoglie le folle. Le due architetture rispondono a due bisogni diversi e coesistono senza annullarsi. È esattamente ciò che un santuario dovrebbe fare, e riesce raramente.

Il pellegrinaggio notturno a piedi al Santuario della Madonna del Divino Amore

Se dovessi scegliere una sola cosa da raccontare di questo posto, sceglierei questa. Ogni sabato, dal primo dopo Pasqua all'ultimo di ottobre, si tiene un pellegrinaggio notturno a piedi con partenza a mezzanotte da piazza di Porta Capena, nei pressi del Circo Massimo. Si cammina per quattordici chilometri attraverso la periferia meridionale e poi la campagna, e si arriva al santuario all'alba, dove viene celebrata la messa del pellegrino.

Fermatevi un secondo su questi dati. Ogni sabato. Per sei mesi l'anno. A piedi. Di notte. Da decenni. Non è una rievocazione storica organizzata da un'associazione culturale, non è un evento con biglietto e maglietta, non è una camminata sportiva. È una pratica devozionale ininterrotta che una parte della città porta avanti con una costanza che non ha equivalenti in nessun'altra grande capitale europea occidentale.

Chi cammina davvero

La composizione del gruppo cambia di settimana in settimana ed è più varia di quanto immaginereste. Ci sono parrocchie intere con il proprio parroco, ci sono gruppi giovanili, ci sono famiglie, ci sono anziani che lo fanno da quarant'anni, ci sono persone che camminano da sole in silenzio per motivi che non raccontano a nessuno, ci sono comunità di immigrati cattolici — filippini, latinoamericani, africani, dell'Europa orientale — che hanno adottato questa tradizione romana e ne sono oggi una componente essenziale. Il pellegrinaggio notturno al Santuario della Madonna del Divino Amore è uno dei pochissimi luoghi di Roma in cui la città reale e la città devota coincidono senza mediazioni.

Il fenomeno ha attirato anche l'attenzione degli studiosi. La sociologa Carmelina Chiara Canta gli ha dedicato un volume intero, Sfondare la notte. Religiosità, modernità e cultura nel pellegrinaggio notturno alla Madonna del Divino Amore, pubblicato da Franco Angeli nel 2004: se il tema vi interessa davvero, è la lettura da cui partire. Il titolo, per inciso, è la sintesi migliore che io abbia letto di che cosa significhi camminare quelle ore.

Che cosa si prova, onestamente

Le prime due ore sono le più strane, perché si attraversa una città che non dorme del tutto: locali che chiudono, gente che rientra, semafori lampeggianti, qualcuno che vi guarda male perché siete un gruppo rumoroso in mezzo alla notte. Poi la città si assottiglia, le luci si diradano, e verso le tre si entra in una dimensione diversa: si cammina al buio, spesso in fila indiana sul ciglio della strada, con le torce e i giubbotti catarifrangenti. È la parte dura, quella in cui i piedi cominciano a protestare e la conversazione si spegne.

L'ultimo tratto è quello che nessuno dimentica. Il cielo comincia a schiarire dietro i Castelli, la campagna diventa visibile, l'aria si fa fredda e umida, e a un certo punto, dietro una curva, compare la sagoma del santuario. Non ho mai visto nessuno arrivare lassù senza un'espressione particolare in faccia — credente o no, romano o no. La messa dell'alba, dopo quattordici chilometri di buio, ha un peso che nessuna liturgia domenicale può avere. Poi c'è il caffè, e i piedi fanno male per due giorni.

Consigli pratici per il pellegrinaggio notturno al Santuario della Madonna del Divino Amore

Se decidete di camminare, ecco quello che direi a un amico, e che nessuno vi dice prima della prima volta.

Le scarpe sono tutto. Quattordici chilometri su asfalto, di notte, con le gambe fredde, sono più duri di venti chilometri di sentiero in montagna alle nove del mattino. Usate scarpe già rodate, mai nuove, e calzini che non facciano pieghe. Portate un secondo paio di calzini nello zaino: cambiarli a metà strada è uno dei pochi lussi disponibili. Un cerotto preventivo sui talloni prima di partire vi risparmierà molti pentimenti.

Abbigliamento e attrezzatura

Anche a giugno, la campagna romana alle quattro del mattino è fredda e umida. Vestitevi a strati: si parte accaldati, si arriva infreddoliti. Un guscio antivento leggero, sempre. Una torcia frontale o una piccola torcia, perché tratti del percorso non sono illuminati e il telefono si scarica. Qualcosa di catarifrangente addosso, non per scrupolo ma perché si cammina su strade aperte al traffico, e il traffico notturno del sabato non è il più prudente di Roma. Acqua a sufficienza e qualcosa di zuccherino: le fontanelle lungo il percorso non sono garantite.

Lo zaino deve essere leggero. Ogni chilo che caricate lo pagherete negli ultimi tre chilometri, con gli interessi. Portate un documento, il telefono carico, un power bank piccolo, e i soldi per un caffè e per il ritorno.

Il ritorno, il vero problema

Questa è la parte che quasi tutti sottovalutano. Si arriva all'alba, si assiste alla messa, e poi bisogna tornare a Roma con le gambe distrutte. Il Santuario della Madonna del Divino Amore non è servito da mezzi pubblici comodi, e la domenica mattina presto la situazione è ancora più magra. Organizzatevi prima: molti gruppi parrocchiali prevedono un pullman per il rientro, altri si coordinano con automobili lasciate al santuario la sera prima e guidatori che scendono in città in macchina. Se andate da soli, mettete in conto un taxi o un passaggio, e verificate in anticipo la copertura del servizio a quell'ora e in quella zona. Camminare quattordici chilometri e poi restare bloccati due ore su un piazzale è la fine peggiore possibile per una bella notte.

Ultimo consiglio, il più importante: non trattatelo come una prestazione. Non è una gara, non è un trekking, non è un contenuto. È un gesto che migliaia di persone compiono per motivi seri, spesso dolorosi. Se venite per curiosità — ed è una curiosità legittima, ci mancherebbe — camminate in silenzio, tenete il telefono in tasca e lasciate che il gruppo faccia il suo ritmo. Ne uscirete con molto più di quello che eravate venuti a cercare.

La Sacra Rappresentazione della Via Crucis al Santuario della Madonna del Divino Amore

C'è un secondo appuntamento che riempie queste colline, e appartiene alla settimana santa. Ogni anno, la Domenica delle Palme e il Venerdì Santo, il Santuario della Madonna del Divino Amore mette in scena una spettacolare rappresentazione teatrale all'aperto, nota come Sacra Rappresentazione della Via Crucis del Divino Amore. Si tiene di notte, sulle colline che circondano il santuario, e vi recitano più di duecento persone, senza compenso.

Il testo scenico ripercorre gli ultimi eventi della vita di Gesù: l'ingresso trionfale a Gerusalemme, l'ultima cena, il tradimento di Giuda e la cattura, il processo davanti al Sinedrio, l'interrogatorio di Ponzio Pilato, la flagellazione e la coronazione di spine, l'ostensione dell'Ecce Homo davanti alla folla e la scelta di Barabba, la salita al Calvario sotto il peso della croce, gli incontri con la Madonna, le pie donne e la Veronica, e infine la crocifissione fra i due ladroni, la morte, la resurrezione e l'ascensione.

Perché funziona

La scena è resa particolarmente efficace dalla presenza dei soldati romani a cavallo, dai fuochi che illuminano la notte, dalla luna piena — che nella settimana santa c'è per definizione, essendo la Pasqua fissata sul plenilunio successivo all'equinozio di primavera — dai numerosi effetti speciali e dai costumi degli attori. Chi è abituato alle sacre rappresentazioni di paese si aspetta il presepe vivente e trova invece una produzione di scala considerevole, con un impianto tecnico serio e centinaia di figuranti.

Mi permetto una nota che riguarda l'antropologia più che la liturgia. Duecento persone che ogni anno, gratuitamente, imparano una parte, cuciono un costume, addestrano un cavallo e recitano al freddo di notte davanti a migliaia di spettatori, sono una comunità che si racconta da sola la propria storia fondativa. È lo stesso meccanismo che a Roma faceva funzionare le confraternite, e che oggi sopravvive in pochissimi luoghi. Qui è vivo, e non ha bisogno di nessuno che venga a spiegarglielo.

Il santuario degli Zingari, il luogo meno noto del Santuario della Madonna del Divino Amore

Nel vasto comprensorio del Divino Amore, su una collinetta esterna al recinto del santuario, esiste dal 2004 un luogo di culto all'aperto assolutamente singolare, chiamato santuario degli Zingari. È dedicato al beato Zeffirino Giménez Malla, gitano cattolico fucilato nel 1936 durante la guerra civile spagnola e beatificato nel 1997: il primo rom della storia elevato agli altari.

Lo spazio è essenziale e bellissimo nella sua nudità. Si tratta di un'area circolare delimitata da poche murature in tufo che definiscono gli elementi minimi del culto: due stipiti che segnano l'ingresso, due emicicli a doppia gradinata per i fedeli, un altare centrale, un ambone e una croce in legno grezzo. Sul fondo, nel punto absidale, una scultura in bronzo raffigura il beato titolare. Gli elementi decorativi sono pochissimi: oltre al bronzo, alcuni pannelli in ceramica con i simboli degli evangelisti sull'ambone e una maiolica in memoria dei cinquecentomila zingari sterminati dal nazismo.

Il 4 maggio e la lunga presenza rom

Il 4 maggio vi si tiene ogni anno un pellegrinaggio dei rom e sinti cattolici. Non è un'iniziativa calata dall'alto: le comunità nomadi frequentavano già l'antico santuario, e la costruzione di questo spazio nel 2004 ha dato forma stabile a una presenza che c'era da tempo. Chi conosce la storia delle relazioni fra Roma e le comunità rom sa quanto sia raro trovare un luogo pubblico in cui quella presenza sia riconosciuta, nominata e onorata invece che tollerata.

Quando accompagno qualcuno quassù ci vado sempre, e quasi sempre non c'è nessuno. È un pezzo del Santuario della Madonna del Divino Amore che nessuna guida segnala, che nessun pullman raggiunge e che vale il quarto d'ora di camminata in salita che richiede. La maiolica con la memoria delle vittime rom del nazismo è, nel suo genere, uno dei monumenti più asciutti e più efficaci che io conosca a Roma.

Le edicole e gli ex voto: il Santuario della Madonna del Divino Amore dentro la città

Questo santuario non finisce a Castel di Leva. La devozione del popolo romano alla Madonna del Divino Amore si manifesta anche attraverso numerose edicole sparse per tutta la città, e chi impara a riconoscerle non smette più di vederle. Un'edicola sacra è quel tabernacolo murale, spesso ad angolo di strada, che a Roma è un elemento di arredo urbano diffusissimo e completamente ignorato dai turisti: ce ne sono a centinaia, di ogni epoca, dal Cinquecento a ieri.

Alcune edicole del Divino Amore hanno una caratteristica particolare: attorno a esse la pietà popolare ha tappezzato i muri, negli anni, di fitte minuscole lapidi con la formula "per grazia ricevuta". Sono lastrine di marmo di pochi centimetri, con iniziali, date, a volte una parola sola. Viste da vicino sono commoventi; viste da lontano sono un rivestimento, una specie di corazza di gratitudine.

Il muro del Policlinico

Il caso più impressionante riguardava le mura aureliane nei pressi del Policlinico Umberto I. Lì, attorno a un'edicola della Madonna del Divino Amore, si era accumulata negli anni una quantità enorme di ex voto: era il muro davanti al quale passavano i familiari dei ricoverati, e la logica della cosa si commenta da sé. Dopo gli anni Settanta quelle lastrine furono smontate, trasferite e in parte rimontate sul muro esterno del santuario, dove potete vederle ancora oggi.

Vi consiglio di dedicarci qualche minuto. È un archivio della sofferenza e della speranza di Roma, scritto da gente che non ha lasciato altre tracce documentarie: nomi, iniziali, date che coprono decenni. Non c'è un libro di storia sociale della città che valga quanto dieci minuti passati a leggere quelle lapidi. E c'è una simmetria che trovo perfetta: gli ex voto nati davanti a un ospedale del centro sono finiti sul muro di un santuario in campagna, portati qui come si porta a casa qualcosa che apparteneva a una persona cara.

La cripta del Santuario della Madonna del Divino Amore e i beati Beltrame Quattrocchi

Nella cripta del santuario riposano due coniugi romani, Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, e la loro presenza qui non è casuale né decorativa: è uno dei motivi per cui questo luogo ha un significato particolare per le famiglie.

Luigi nacque a Catania il 12 gennaio 1880 e visse a Roma, nella zona dell'Esquilino, per quasi tutta la vita. Si laureò in giurisprudenza nel 1902 discutendo una tesi di diritto penale con relatore Enrico Ferri, uno dei nomi maggiori della criminologia italiana. Fu avvocato dello Stato, dirigente scout — dal 1916 si impegnò nello scautismo cattolico, divenne presidente del riparto Roma V nel 1917 e nel 1918 membro del Commissariato Centrale dell'ASCI, e nel 1919 fondò con l'amico Gaetano Pulvirenti un oratorio festivo nella basilica di Santa Pudenziana — e uomo di associazionismo cattolico, amico di don Luigi Sturzo e di Alcide De Gasperi. Maria Corsini era donna colta, scrittrice di libri educativi, crocerossina durante la guerra, catechista, e organizzò corsi per fidanzati quando erano una novità assoluta. Si sposarono il 25 novembre 1905 nella cappella Cesi, in Santa Maria Maggiore.

Il 13 agosto e il legame con questo santuario

Ebbero quattro figli: Filippo, Stefania, Cesare ed Enrichetta. I primi tre abbracciarono la vita consacrata. La nascita dell'ultimogenita fu preceduta da una gravidanza drammatica: una placenta previa totale spinse i medici a proporre l'aborto per salvare la madre, e i coniugi rifiutarono con fermezza; il lunedì santo del 1914 Maria diede alla luce Enrichetta, e i medici constatarono con stupore le buone condizioni di entrambe.

Il legame con il Santuario della Madonna del Divino Amore nasce il 13 agosto 1940, quando Maria affidò qui i figli alla protezione della Vergine. La famiglia raccontò poi una serie di coincidenze legate a quella data: il 13 agosto 1942 Filippo, divenuto don Tarcisio, scampò al siluramento della nave su cui era imbarcato; il 13 agosto dell'anno successivo Cesare, cappellano militare con il nome di padre Paolino, sfuggì ai colpi di un cecchino mentre raccoglieva le spoglie di un soldato caduto; e nello stesso giorno Stefania, divenuta madre Cecilia, uscì dal monastero delle benedettine di Milano poco prima che fosse colpito da un bombardamento.

La prima coppia beatificata insieme

Luigi morì a Roma il 9 novembre 1951; Maria gli sopravvisse quattordici anni e morì il 26 agosto 1965, poco dopo aver recitato l'Angelus insieme ai figli nella casa di Serravalle, in provincia di Arezzo. La causa di beatificazione fu aperta il 25 novembre 1994, e il 21 ottobre 2001 Giovanni Paolo II li innalzò agli onori degli altari: è la prima volta nella storia che una coppia di coniugi viene beatificata insieme, come coppia, e non individualmente. Il 28 ottobre 2001 i loro corpi furono trasferiti nella cripta del santuario, dove si trovano oggi.

La tomba è semplice e la si visita in pochi minuti. Ma se avete un momento, fermatevi: quello che state guardando è il tentativo esplicito della Chiesa cattolica di dire che la santità non richiede il chiostro. Che l'abbiano collocata proprio qui, in un santuario di campagna dove ogni sabato notte arrivano famiglie a piedi, ha una sua coerenza precisa.

I papi e il Santuario della Madonna del Divino Amore

La relazione fra i pontefici e questo santuario è documentata e continua, e vale la pena metterla in fila perché è più fitta di quanto si creda per una chiesa periferica.

Il primo è Benedetto XIV, che nel 1745 concesse l'indulgenza plenaria per il giorno del trasferimento dell'icona e per i sette giorni successivi, di fatto autorizzando il culto. Il secondo, e il più importante, è Pio XII: fu lui a invitare i romani a pregare la Madonna del Divino Amore durante l'ottavario di Pentecoste del 1944, fu il suo camerlengo dei parroci a leggere il voto il 4 giugno, e fu lui a recarsi a Sant'Ignazio l'11 giugno per la messa di ringraziamento in cui l'immagine ricevette il titolo di Salvatrice dell'Urbe.

Giovanni Paolo II, 1º maggio 1979

Giovanni Paolo II compì la sua prima visita da pontefice al Santuario della Madonna del Divino Amore il 1º maggio 1979, nei primi mesi del pontificato. Non è un dettaglio irrilevante: un papa polacco appena eletto, cresciuto nella devozione mariana di Częstochowa, sceglie prestissimo di andare a rendere omaggio all'immagine mariana più amata dai romani, e lo fa il primo giorno di maggio, mese mariano per eccellenza. È un gesto di insediamento nella diocesi di Roma, oltre che un atto di devozione personale.

Vent'anni dopo, domenica 4 luglio 1999, lo stesso pontefice tornò qui per dedicare la nuova chiesa, sciogliendo la parte materiale del voto del 1944. E il 21 ottobre 2001 beatificò Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, i cui corpi furono traslati nella cripta del santuario una settimana dopo. Tre passaggi in ventidue anni: pochi luoghi periferici di Roma possono vantare altrettanto.

Benedetto XVI, 1º maggio 2006

Benedetto XVI venne al santuario lunedì 1º maggio 2006 per recitare il santo rosario, scegliendo deliberatamente la stessa data del predecessore. Lo disse lui stesso all'inizio del discorso: «Una gioia particolare nasce dal pensiero di rinnovare così l'esperienza del mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, che, esattamente 27 anni or sono, primo giorno del mese di maggio 1979, compì la sua prima visita da Pontefice a questo Santuario».

Quella sera furono recitati i cinque misteri gaudiosi, e il Papa costruì il suo intervento esattamente sulla chiave teologica del luogo: «in questo Santuario veneriamo Maria Santissima con il titolo di Madonna del Divino Amore. È posto così in piena luce il legame che unisce Maria allo Spirito Santo». Poi tornò sul voto: «Attendiamo specialmente l'energia interiore per adempiere il voto fatto dai romani il 4 giugno 1944, quando chiesero solennemente alla Madonna del Divino Amore che questa Città fosse preservata dagli orrori della guerra e furono esauditi: il voto e la promessa cioè di correggere e migliorare la propria condotta morale». È la lettura più matura di tutta questa storia: il santuario è costruito, l'opera di carità è fatta, e la parte difficile del voto resta aperta.

Le opere di carità del Santuario della Madonna del Divino Amore

Il terzo impegno del voto del 1944 era "realizzare un'opera di carità a Castel di Leva". La formula è vaga per come la si legge oggi, e va tradotta.

Nel dopoguerra, sotto don Terenzi, attorno al santuario nacquero una scuola per l'infanzia e strutture per l'accoglienza e l'assistenza delle minori in difficoltà: in un'area rurale povera, con famiglie numerose e istruzione scarsa, l'opera di carità significava prima di tutto bambini nutriti e scolarizzati. Le Figlie della Madonna del Divino Amore sono state per decenni la struttura operativa di questo lavoro, e continuano a occuparsi di scuole dell'infanzia, assistenza ai malati negli ospedali, catechesi e accoglienza.

La casa per anziani

Nell'omelia del 4 luglio 1999, Giovanni Paolo II annunciò che l'opera di carità prevista dal voto stava per essere completata: «una casa per anziani non lontana da qui». Cinquantacinque anni dopo la promessa, dunque, il cerchio si chiudeva su entrambi i fronti materiali: la chiesa e la casa. È un dettaglio che di solito sfugge, e che invece è la parte più concreta di tutta la vicenda. I romani del 1944 non promisero soltanto un edificio di culto: promisero anche di prendersi cura di qualcuno.

Chi visita il Santuario della Madonna del Divino Amore vedrà, oltre alle due chiese, un complesso di edifici che comprende la casa del clero, gli ambienti del seminario, le strutture di accoglienza, spazi per i gruppi e per i pellegrini, aree di sosta e servizi. Non è architettura da fotografare, ma è il motivo per cui il posto funziona anche quando arrivano tremila persone in una mattina.

Come arrivare al Santuario della Madonna del Divino Amore

Qui devo essere onesto, perché è il punto in cui molte descrizioni glissano: arrivare quassù non è comodo, e conviene saperlo prima.

In automobile

È il mezzo più pratico. Si prende la via Ardeatina in uscita da Roma, si supera il Grande Raccordo Anulare all'altezza dello svincolo corrispondente, e si prosegue per alcuni chilometri finché la segnaletica indica il santuario sulla sinistra. Da lì una strada secondaria porta al complesso, dove esistono ampi piazzali di sosta. Considerate che l'Ardeatina è stretta, curvilinea e trafficata negli orari di punta, e che nei giorni di grande afflusso — Pentecoste, il mese di maggio, la settimana santa, le domeniche primaverili — il traffico sull'ultimo tratto rallenta parecchio e i parcheggi si riempiono. Partite con mezz'ora di margine rispetto a quanto vi dice il navigatore.

Con i mezzi pubblici

Il collegamento con il trasporto pubblico esiste ma è essenziale: il santuario è servito da linee di autobus periferiche con frequenze rade, che vanno verificate volta per volta sul sito dell'azienda di trasporto romana, soprattutto nei giorni festivi e nelle prime ore del mattino. Non esistono stazioni della metropolitana nelle vicinanze. La combinazione tipica prevede metropolitana o treno fino a un capolinea del quadrante sud e poi autobus, con tempi complessivi che possono superare l'ora. Se avete poco tempo e nessuna esperienza dei trasporti romani periferici, valutate seriamente un taxi o un noleggio con conducente per il tratto finale.

A piedi, cioè come si arriva davvero

La terza opzione è quella storica: camminare. Quattordici chilometri da piazza di Porta Capena, di notte, il sabato, da dopo Pasqua a fine ottobre. Non è un modo di raggiungere il santuario: è il modo. Chi lo fa non sta risolvendo un problema di trasporto, sta compiendo un gesto. Se ne avete la possibilità e la salute, provate almeno una volta: capirete il Santuario della Madonna del Divino Amore molto meglio di chiunque ci sia arrivato in macchina, me compreso nelle giornate in cui ho fretta.

Cosa aspettarsi e come comportarsi al Santuario della Madonna del Divino Amore

Questo è un luogo di culto attivo, molto frequentato, e non un museo. La differenza è sostanziale e riguarda il vostro comportamento.

Nelle giornate normali troverete un santuario tranquillo, con qualche gruppo, gente in preghiera, sacerdoti disponibili per le confessioni, un via vai discreto. Nelle giornate di punta — maggio, Pentecoste, settimana santa, ferragosto, i grandi pellegrinaggi — troverete folle vere, con celebrazioni continue, gruppi organizzati, pullman, code. In entrambi i casi ci saranno persone che stanno pregando accanto a voi, e alcune di loro sono qui per motivi che non augurerei a nessuno: malattie, lutti, situazioni familiari difficili. Il santuario è una delle mete tipiche di chi ha ricevuto una diagnosi.

Regole non scritte, ma serie

Abbigliamento coperto: spalle e ginocchia, come in tutte le chiese romane, e qui più che altrove perché il pubblico è locale e devoto. Silenzio all'interno delle chiese, telefono in modalità silenziosa. Fotografie: siate estremamente cauti. Fotografare l'architettura è una cosa, fotografare le persone in preghiera è un'altra, e sull'icona possono esserci limitazioni specifiche indicate sul posto — rispettatele senza discutere. Non entrate nelle celebrazioni in corso muovendovi lungo la navata: se arrivate durante una messa, restate in fondo e aspettate.

Un'ultima raccomandazione che vale come principio generale. Al Santuario della Madonna del Divino Amore vedrete cose che a un occhio esterno possono sembrare eccessive: gente che tocca il vetro dell'icona, che piange, che lascia biglietti, che si trascina in ginocchio, che arriva scalza dopo quattordici chilometri. Non è folklore da guardare dall'alto: è il modo in cui una parte consistente di questa città elabora la propria vita. Chi viene qui per collezionare stranezze si perde tutto. Chi viene per guardare, capire e stare zitto porta a casa una delle lezioni più profonde che Roma sappia dare.

Quando andare al Santuario della Madonna del Divino Amore

Il calendario di questo posto è scandito da alcuni momenti che conviene conoscere, perché fanno la differenza fra due visite completamente diverse.

Il periodo di massima intensità è quello che va da Pasqua a fine ottobre, quando funziona il pellegrinaggio notturno del sabato, e in particolare il mese di maggio e la Pentecoste, che restano storicamente il cuore devozionale dell'anno. Chi vuole vedere il santuario nella sua dimensione popolare piena deve venire allora, accettando la folla. La settimana santa concentra l'altro grande appuntamento, con la Sacra Rappresentazione della Via Crucis della Domenica delle Palme e del Venerdì Santo.

Per chi cerca il silenzio

Se invece cercate raccoglimento, architettura e paesaggio, venite in un giorno feriale d'autunno o d'inverno, preferibilmente a metà mattina. Troverete le due chiese quasi vuote, la luce bassa che entra dalle vetrate, la campagna spoglia e la torre che si staglia contro il cielo. È una versione del Santuario della Madonna del Divino Amore che pochi conoscono e che, dal punto di vista puramente estetico, è la migliore.

Un consiglio sull'ora: evitate il primo pomeriggio d'estate, quando il piazzale è un forno e la luce appiattisce tutto. Il tardo pomeriggio primaverile, invece, con il sole che scende verso ovest e illumina di taglio il santuario antico, è il momento più bello della giornata. Verificate sempre in anticipo gli orari di apertura, le celebrazioni e le eventuali chiusure per eventi: essendo un santuario-parrocchia con un calendario liturgico fitto, la programmazione cambia, e le grandi celebrazioni possono limitare l'accesso ad alcune parti del complesso.

Cosa vedere nei dintorni del Santuario della Madonna del Divino Amore

Il quadrante sud di Roma è, dal punto di vista di chi ama la storia, uno dei più ricchi della città, e una visita al santuario si combina bene con altre tappe.

La più ovvia è l'Appia Antica, che corre parallela all'Ardeatina poco più a est: il parco archeologico, le catacombe di San Callisto e di San Sebastiano, il mausoleo di Cecilia Metella, la villa dei Quintili. Sulla stessa via Ardeatina, a metà strada fra il centro e il santuario, si trovano le Fosse Ardeatine, il mausoleo dedicato alle vittime dell'eccidio del 24 marzo 1944: se state facendo un percorso sulla Roma della seconda guerra mondiale, la sequenza Fosse Ardeatine e Divino Amore, nello stesso giorno e sulla stessa strada, è una delle più intense che si possano costruire in questa città. Il voto letto a Sant'Ignazio il 4 giugno e la cava di pozzolana dove furono uccise trecentotrentacinque persone dieci settimane prima appartengono alla stessa primavera.

Verso i Castelli

Proseguendo, si arriva in poco tempo alla zona dei Castelli Romani, con Marino, Castel Gandolfo, Albano, Ariccia e Genzano: colline vulcaniche, laghi, ville pontificie e una tradizione gastronomica che compensa qualunque fatica. La combinazione santuario più Castelli è il classico programma della domenica romana, e non è diventato un classico per caso.

Se invece volete restare sul tema devozionale, il riferimento storico è il Giro delle Sette Chiese, l'itinerario di pellegrinaggio urbano codificato da san Filippo Neri nel Cinquecento che collega le grandi basiliche romane. Il pellegrinaggio notturno al Santuario della Madonna del Divino Amore è, in un certo senso, il suo erede popolare: stesso principio — si cammina, si prega, si arriva — applicato a una meta sola, fuori dalle mura, e a un'ora in cui la città non guarda.

Il Santuario della Madonna del Divino Amore al cinema e nella lingua di Roma

C'è una prova infallibile per capire se un luogo appartiene davvero a una città: guardare se compare nei suoi film senza bisogno di spiegazioni. Il Divino Amore la supera a pieni voti. Il santuario, come luogo esemplare della devozione mariana dei romani, viene citato in Il marchese del Grillo con Alberto Sordi, in I soliti ignoti di Mario Monicelli e nel film Trastevere diretto da Fausto Tozzi.

Il punto non è la durata delle citazioni, che è minima, ma la loro funzione. In una commedia italiana degli anni Cinquanta o Sessanta, nominare il Divino Amore serviva a collocare immediatamente un personaggio: la devota, la popolana, la promessa fatta e non mantenuta, il voto sussurrato in un momento di guaio. Il pubblico capiva al volo, perché tutti sapevano che cosa fosse e dove stesse. È lo stesso meccanismo per cui, in un film americano, basta nominare una città per definire un carattere.

Le espressioni romane

Nella lingua parlata, "annà ar Divino Amore" ha significato per generazioni due cose insieme, e questa doppiezza è il cuore della vicenda: significava fare un pellegrinaggio e significava fare una gita. Le due accezioni convivono da almeno due secoli, dai tempi delle madonnare e delle bancarelle di porchetta, e la seconda per un certo periodo ha quasi soffocato la prima, provocando la decadenza ottocentesca del santuario. Poi don Terenzi ha rimesso le cose in equilibrio, e oggi il pellegrinaggio notturno tiene insieme le due anime meglio di qualunque riforma: si cammina sul serio, si prega sul serio, e alle sette del mattino ci si prende il caffè ridendo.

Anche il titolo "Salvatrice dell'Urbe", che a orecchio moderno suona solenne e un po' arcaico, in bocca ai romani anziani diventa una constatazione pratica, quasi contabile: la Madonna ha fatto il suo, adesso tocca a noi. Il Santuario della Madonna del Divino Amore è, dal punto di vista linguistico, uno dei pochi luoghi sacri romani che non ha mai avuto bisogno di essere spiegato ai romani.

Domande frequenti sul Santuario della Madonna del Divino Amore

Quante chiese ci sono e quale devo visitare?

Due, e vanno viste entrambe. Il santuario antico del 1745, in cima alla collina, custodisce l'icona sull'altare maggiore ed è il cuore devozionale del luogo. Il santuario nuovo, ai piedi della collina, dedicato nel 1999, è la grande aula liturgica contemporanea da oltre millecinquecento posti dove si svolgono le celebrazioni più affollate. Sono distanti pochi minuti a piedi. Chi ne visita una sola ha visto metà della storia.

Quanto tempo serve per la visita?

Un'ora scarsa basta per le due chiese. Un'ora e mezza o due permettono di aggiungere la torre, la cripta con le tombe dei beati Beltrame Quattrocchi, il muro degli ex voto e una passeggiata nel comprensorio fino al santuario degli Zingari. Se venite da lontano e avete fatto un'ora di strada, non abbiate fretta: metà del valore di questo posto sta nella lentezza.

Si paga il biglietto?

No: è un santuario e una chiesa parrocchiale, non un museo, e l'accesso ai luoghi di culto segue la logica ordinaria delle chiese romane. Come sempre, orari e modalità di apertura vanno verificati in anticipo, soprattutto in occasione di grandi celebrazioni o eventi.

È adatto ai bambini?

Molto. Gli spazi esterni sono ampi, il complesso ha aree verdi e la storia del pellegrino e dei cani è raccontabile in due minuti e non si dimentica più. Il pellegrinaggio notturno, invece, con i bambini piccoli è un'impresa da valutare con onestà: quattordici chilometri di notte non sono uno scherzo, e conviene aspettare che abbiano gambe e sonno adeguati.

Qual è il legame con il 4 giugno 1944?

È il legame decisivo. Quel giorno, alle diciotto, in Sant'Ignazio, i romani fecero voto alla Madonna del Divino Amore promettendo di correggere la propria condotta morale, di erigere un nuovo santuario e di realizzare un'opera di carità a Castel di Leva, chiedendo che Roma fosse risparmiata. Quella sera i tedeschi lasciarono la città. Il santuario nuovo, dedicato nel 1999, e la casa per anziani sono l'adempimento materiale di quella promessa.

Posso partecipare al pellegrinaggio notturno anche se non sono credente?

Sì, e non sareste il primo. Non c'è alcun controllo all'ingresso e nessuno vi farà domande. L'unica cosa che vi si chiede, implicitamente, è il rispetto: camminate nel silenzio quando il gruppo tace, non trasformate il percorso in un servizio fotografico e non commentate ad alta voce ciò che vedete. Il Santuario della Madonna del Divino Amore vi accoglierà lo stesso, e con ogni probabilità vi lascerà pensare per qualche giorno.

Una curiosità su Santuario della Madonna del Divino Amore

La curiosità più bella riguarda la colomba. Il titolo di questo santuario, "del Divino Amore", non deriva da un'apparizione, da una rivelazione o da una devozione preesistente: deriva da un uccello dipinto. Sopra l'icona trecentesca della Vergine con il Bambino, a un certo punto, qualcuno aggiunse la colomba dello Spirito Santo. E poiché lo Spirito Santo, nella teologia trinitaria, è l'Amore che unisce il Padre e il Figlio, quell'immagine mariana sormontata dalla colomba divenne, per i romani, la Madonna del Divino Amore. Il nome è nato da una lettura popolare corretta di un dettaglio iconografico.

La cosa curiosa è che la colomba non c'era all'origine. L'affresco medievale rappresentava la Vergine in trono con il Bambino, secondo lo schema bizantino consueto; la colomba è un'aggiunta successiva, collocabile intorno alla metà del Settecento, cioè negli anni immediatamente successivi alla nascita del culto. In altre parole: il santuario ha preso il nome da un elemento che è stato aggiunto dopo che il santuario esisteva. Il popolo ha chiamato l'immagine in un certo modo, e l'immagine si è adeguata.

C'è poi un secondo livello di curiosità, per gli appassionati di storia dell'arte. Il titolo "Madonna del Divino Amore" designa anche un celebre dipinto di Raffaello e aiuti conservato a Capodimonte, a Napoli: ma quel nome gli fu attribuito soltanto nel 1824, derivandolo dal titolo di una litografia di Friedrich Rehberg, e non ha nulla a che vedere con il santuario romano né con il suo modello iconografico. È una di quelle omonimie che mandano in confusione i motori di ricerca e che vale la pena conoscere per non prendere un abbaglio: la Madonna del Divino Amore dei romani è un affresco anonimo del Trecento su una torre di campagna, non una tavola raffaellesca in un museo napoletano. Il che, se volete la mia opinione, rende la prima molto più interessante della seconda.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santuario della Madonna del Divino Amore

Nessuno vi dirà che il primo santuario del Divino Amore non è quello che state visitando, e che è ancora in piedi a pochi chilometri da qui, abbandonato, con i vizi capitali dipinti sulle pareti.

Quando l'icona fu staccata dalla torre, il 5 settembre 1740, non fu portata in una chiesa nuova: fu portata nella vicina tenuta della Falconara, dove esisteva già la chiesetta di Santa Maria ad Magos. Lì rimase per quasi cinque anni, fino al trasferimento definitivo del 19 aprile 1745. Per cinque anni, dunque, il santuario della Madonna del Divino Amore fu quella chiesetta rurale, e i primi pellegrini romani che salirono a pregare l'immagine miracolosa andarono lì e non qui. Poi l'icona se ne andò, e Santa Maria ad Magos rimase sola.

Oggi la si trova nella zona di Falcognana, e chi la guarda da lontano la scambia per un casale in rovina. All'interno resta l'altare addossato alla parete di fondo, mentre della decorazione originaria non è sopravvissuto quasi nulla. Negli ultimi decenni la chiesa abbandonata è stata adottata dai writer romani: sopra l'altare campeggia un grande murale, e nelle sei nicchie laterali sono comparse rappresentazioni dei vizi capitali — l'avarizia, la lussuria, l'invidia, la gola, l'ira, l'accidia. Manca la superbia, e c'è chi ha osservato con una certa ironia che a incarnarla sia la chiesa stessa, rimasta lì a decadere dopo essere stata, per cinque anni, il cuore della devozione romana.

Non vi consiglio di andarci senza informarvi: è una proprietà in stato di abbandono, non è un sito visitabile e non ha nessuna forma di custodia. Ma sapere che esiste cambia la percezione di tutto il resto. Il Santuario della Madonna del Divino Amore che vediamo oggi, con le sue due chiese, il seminario, le congregazioni e i millecinquecento posti a sedere, ha avuto un antenato povero che nessuno ricorda, ed è rimasto in piedi abbastanza a lungo da farsi affrescare due volte a quasi settecento anni di distanza: prima dagli anonimi del Settecento, poi da ragazzi con le bombolette.

Il consiglio che ti do per visitare Santuario della Madonna del Divino Amore

Il mio consiglio è di rovesciare l'ordine che vi verrà spontaneo. Quasi tutti arrivano in macchina, parcheggiano ai piedi della collina, entrano nella chiesa nuova perché è la prima che si incontra ed è grande e bianca e attira, poi salgono al santuario antico e infine se ne vanno. È l'itinerario più comodo ed è quello che rende meno.

Fate il contrario. Appena arrivati, salite direttamente in cima alla collina e andate prima di tutto alla torre. Restateci due minuti in silenzio, guardando la parete di tufo e la campagna intorno. State guardando il punto esatto in cui, nella primavera del 1740, un uomo di cui non sappiamo il nome credette di essere sul punto di morire. Da lì entrate nel santuario antico, dove l'icona che stava su quella torre è oggi incastonata sull'altare maggiore: il tragitto è di pochi metri, e li fate nello stesso ordine in cui li ha fatti l'immagine. Poi scendete alla chiesa nuova, e a quel punto vi sarà chiaro perché è stata costruita: non è un ampliamento, è l'adempimento di una promessa fatta duecento anni dopo.

Il secondo consiglio riguarda l'orario. Venite tardi nel pomeriggio, un'ora prima del tramonto, in un giorno feriale. La luce radente accende l'ocra del santuario antico, la campagna diventa dorata, le vetrate della chiesa nuova lavorano al meglio e la folla si è già diradata. Prendetevi il tempo di percorrere il muro esterno con gli ex voto e, se avete gambe, salite alla collinetta del santuario degli Zingari, che a quell'ora è quasi sempre deserto e ha una vista sull'intero comprensorio.

Terzo e ultimo. Se potete organizzarvi, tornate una seconda volta in un sabato notte fra Pasqua e ottobre, e questa volta arrivateci a piedi da piazza di Porta Capena. Non sto proponendo un'esperienza: sto dicendo che il Santuario della Madonna del Divino Amore è stato costruito per essere raggiunto in quel modo, e che ogni altra modalità di arrivo è una comodità legittima ma parziale. Quattordici chilometri, sei ore, una messa all'alba e due giorni di piedi doloranti. È il miglior investimento di fatica che questa città possa restituirvi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che questo è un santuario mariano. Pochissimi si soffermano sul fatto che sia anche una parrocchia, e che lo sia dal 1932. La distinzione sembra burocratica e invece spiega quasi tutto quello che si vede.

La parrocchia di Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva fu eretta con il decreto Cum Summus Pontifex del cardinale vicario Francesco Marchetti Selvaggiani, datato 1º dicembre 1932, in forza della lettera apostolica di papa Pio X Quamdiu per agri romani del 24 maggio 1912: il provvedimento con cui la Santa Sede aveva avviato la sistemazione ecclesiastica dell'Agro Romano, cioè di quel territorio vastissimo, povero e semiabbandonato che circondava la capitale e che era rimasto per secoli senza clero stabile. Due anni prima, nel 1930, il santuario era passato alla dipendenza del Vicariato di Roma e vi era stato inviato un rettore con obbligo di residenza. Rettore e parroco divennero la stessa persona.

Il risultato è una struttura ibrida rara: un luogo che accoglie ogni anno un numero enorme di pellegrini da tutta la città e, contemporaneamente, un luogo dove la gente del posto battezza i figli, si sposa, celebra i funerali e manda i ragazzi al catechismo. Le due funzioni si intrecciano in continuazione, e chi visita il complesso in un sabato pomeriggio di primavera può trovarsi davanti a un matrimonio locale mentre a cinquanta metri sfila un pellegrinaggio diocesano. Non è disordine: è la condizione normale di un santuario che è anche una chiesa di quartiere.

La conseguenza più importante è di natura umana. Il Santuario della Madonna del Divino Amore non è mai stato consegnato al turismo devozionale puro, quello in cui i visitatori arrivano, consumano il luogo e ripartono senza incrociare nessuno che ci viva. Qui c'è una comunità residente che considera queste due chiese casa propria, e che ha una pazienza notevole nei confronti di tutti noi che arriviamo da fuori. Vale la pena ricordarsene, e comportarsi di conseguenza. Aggiungo un dato che completa il quadro istituzionale: dal 28 novembre 2020 sulla chiesa insiste anche una diaconia cardinalizia intitolata a Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva, il che significa che questo santuario di campagna è oggi il titolo di un cardinale della Chiesa romana. Non male, per una torre diroccata in mezzo ai campi.

La foto giusta da fare a Santuario della Madonna del Divino Amore

Se dovete portarvi via una sola immagine, non è l'icona e non è la facciata. È l'inquadratura che tiene insieme le due chiese e la torre in un solo fotogramma, e si ottiene da un punto preciso: risalite il viale verso il santuario antico, fermatevi a metà pendio e voltatevi indietro tenendovi leggermente sulla destra. Da lì, con un obiettivo moderatamente grandangolare, entrano nel campo la mole bianca e curva della chiesa nuova in basso, il fianco ocra del santuario settecentesco davanti a voi e la torre medievale che sbuca sopra i tetti. Tre secoli d'architettura — Trecento, Settecento, Novecento — in una foto sola. È l'immagine che spiega il luogo meglio di qualunque didascalia.

L'ora conta più dell'attrezzatura. Il tardo pomeriggio, con il sole basso da ovest, accende l'intonaco del santuario antico e stacca il bianco della chiesa nuova dal verde della collina; la luce di mezzogiorno, al contrario, appiattisce tutto e trasforma la scena in una cartolina anonima. In inverno il momento buono arriva presto, verso le quattro; in estate bisogna aspettare le sette passate, e ne vale la pena perché la campagna romana a quell'ora ha un colore che non si trova altrove nel raggio di trenta chilometri.

La seconda foto che consiglio è l'interno della chiesa nuova con la luce delle vetrate. Non cercate l'inquadratura frontale sull'altare, che è quella che fanno tutti: mettetevi lateralmente, in fondo all'aula, e fotografate il fascio di luce colorata che attraversa lo spazio. È esattamente il modo in cui Costantino Ruggeri intendeva questo edificio, e una foto costruita così restituisce l'architettura invece di limitarsi a documentarla. Andateci in una giornata di sole: con il cielo coperto, le vetrate non lavorano e l'aula diventa una sala qualunque.

Un avvertimento serio, però, e vi prego di prenderlo alla lettera. Questo è un luogo di culto attivo, spesso pieno di persone in preghiera che stanno attraversando momenti difficili. Non fotografate i volti, non fotografate chi prega davanti all'icona, non fotografate durante le celebrazioni e non usate il flash. Verificate sul posto le indicazioni relative all'immagine e agli spazi liturgici e rispettatele senza discutere. La foto giusta al Santuario della Madonna del Divino Amore è quella che potreste mostrare a chiunque compaia nell'inquadratura senza doversi scusare.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Vale la pena rimettere in fila le date, perché sono poche, tutte pesanti, e distribuite su quasi tre secoli.

Primavera 1740: un pellegrino diretto a San Pietro si smarrisce nei pressi di Castel di Leva, viene assalito da un branco di cani, invoca l'immagine della Vergine dipinta sulla torre del castello diroccato e si salva. È l'atto di nascita del culto. Il 5 settembre dello stesso anno l'icona viene rimossa dalla torre e trasferita nella tenuta della Falconara, presso la chiesetta di Santa Maria ad Magos. Il 19 aprile 1745, lunedì di Pasqua, l'immagine torna vicino alla torre e viene intronizzata sull'altare maggiore della chiesa appena costruita: l'affluenza è tale che Benedetto XIV concede l'indulgenza plenaria per il giorno del trasferimento e per i sette successivi.

Nel 1805 il santuario, dopo anni di custodia precaria affidata a un eremita, viene assegnato a sacerdoti che vi risiedono nel solo periodo della Pentecoste. Il 7 giugno 1840, domenica di Pentecoste, si aprono i festeggiamenti del primo centenario, durati sette giorni, per i quali la chiesa viene restaurata, gli stucchi ridorati, aggiunti due altari e numerosi confessionali, e persino la via Ardeatina rimessa in sesto; alla festa partecipa anche don Miguel, re di Portogallo in esilio. Nel 1930 il santuario passa al Vicariato di Roma con un rettore residente; il 1º dicembre 1932 viene eretta la parrocchia; nel maggio 1934 nasce, in una casa colonica accanto al santuario, la congregazione delle Figlie della Madonna del Divino Amore.

Poi arriva la guerra. Dopo l'8 settembre 1943 la zona viene bombardata; il 24 gennaio 1944 l'icona è portata a Roma e accolta trionfalmente; in maggio passa da vicolo del Divino Amore a San Lorenzo in Lucina e infine a Sant'Ignazio, dove La Civiltà Cattolica registra quindicimila comunioni al giorno. Il 4 giugno 1944, alle diciotto, viene letto il voto dei romani; quella sera i tedeschi lasciano la città e gli Alleati entrano da Porta San Giovanni e Porta Maggiore. L'11 giugno Pio XII celebra a Sant'Ignazio la messa di ringraziamento e all'immagine viene attribuito il titolo di Salvatrice dell'Urbe.

Il resto è storia recente: 1º maggio 1979, prima visita di Giovanni Paolo II da pontefice; 8 gennaio 1996, prima pietra del nuovo santuario posta dal cardinale vicario Camillo Ruini; domenica 4 luglio 1999, dedicazione della nuova chiesa da parte di Giovanni Paolo II, con l'adempimento della parte materiale del voto; 21 ottobre 2001, beatificazione dei coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, i cui corpi vengono traslati nella cripta il 28 ottobre successivo; 2004, realizzazione del santuario degli Zingari dedicato al beato Zeffirino Giménez Malla; 1º maggio 2006, visita di Benedetto XVI per la recita del rosario; 28 novembre 2020, istituzione della diaconia cardinalizia. Quasi tre secoli in una ventina di righe, e il Santuario della Madonna del Divino Amore è ancora, tutti i sabati notte, il punto d'arrivo di gente che cammina al buio.

Chi è passato da Santuario della Madonna del Divino Amore

Il primo nome della lista non c'è. È quello del pellegrino della primavera del 1740, che le fonti non hanno registrato: sappiamo che era diretto a San Pietro, che si era perso e che aveva paura, e non sappiamo altro. Trovo che sia la migliore apertura possibile per un elenco di passaggi illustri, perché ricorda che questo santuario è nato da uno sconosciuto e continua a essere frequentato in maggioranza da sconosciuti.

Fra i nomi documentati, il primo è quello di don Miguel, re di Portogallo, che partecipò ai festeggiamenti del centenario nel giugno 1840 quando viveva in esilio: un sovrano spodestato in mezzo alle erbivendole romane, in una delle scene più involontariamente democratiche del secolo. Poi c'è don Umberto Terenzi, il rettore che dal 1930 al 1974 tirò fuori il santuario dall'oblio, fondò due congregazioni religiose e passò la vita a tentare di costruire la chiesa nuova senza riuscirci; il suo processo di canonizzazione è oggi in corso, e Giovanni Paolo II lo ricordò per nome dall'altare della chiesa che Terenzi non vide mai. Accanto a lui vanno ricordate le cinque giovani donne dell'Azione Cattolica che nel maggio 1934 si trasferirono in una casa colonica quassù per insegnare catechismo nelle scuole rurali: Antonietta Fabbri, Maria Fasuli, Adelaide Guidotti, Elena Pieri e Franca Salfa. Da loro discende una congregazione oggi presente in Brasile, Colombia, Filippine, India e Perù.

Ci sono poi i pontefici. Pio XII, che nel 1944 legò il destino della città a questa immagine e le conferì il titolo di Salvatrice dell'Urbe. Giovanni Paolo II, che venne quassù la prima volta il 1º maggio 1979, tornò a dedicare la nuova chiesa il 4 luglio 1999 e beatificò nel 2001 i coniugi le cui spoglie riposano nella cripta. Benedetto XVI, che il 1º maggio 2006 recitò qui il rosario scegliendo consapevolmente la data del predecessore, salutò il rettore monsignor Pasquale Silla, il cardinale vicario Camillo Ruini e il vescovo ausiliare del settore sud monsignor Paolo Schiavon, e ricordò che il voto del 1944 ha una parte ancora da compiere.

E poi ci sono quelli che riposano qui. Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, marito e moglie, avvocato dello Stato lui e scrittrice lei, sposati nel 1905 in Santa Maria Maggiore, beatificati insieme come coppia nel 2001 — la prima volta nella storia della Chiesa — e sepolti nella cripta dal 28 ottobre di quell'anno. E il beato Zeffirino Giménez Malla, gitano cattolico fucilato nel 1936 durante la guerra civile spagnola e beatificato nel 1997, al quale è dedicato il santuario all'aperto sulla collinetta. Un avvocato e una scrittrice della borghesia romana e un rom aragonese ucciso da un plotone di esecuzione: se cercavate la prova che il Santuario della Madonna del Divino Amore non fa distinzioni, è tutta qui, in due tombe distanti trecento metri.

Infine, i costruttori. Padre Costantino Ruggeri, francescano, pittore e vetratista, e l'architetto Luigi Leoni, che insieme hanno firmato oltre trenta chiese e che qui hanno realizzato la loro opera più frequentata; il cardinale Camillo Ruini, che pose la prima pietra nel 1996; monsignor Pasquale Silla, il rettore-parroco che portò a termine il cantiere; e le imprese, le maestranze e i benefattori che Giovanni Paolo II volle citare espressamente dall'altare il giorno della dedicazione. Fra tutti questi nomi, però, quello che continua a determinare l'esistenza del posto resta il primo: un uomo senza nome, una torre, un branco di cani e un'immagine dipinta su un muro.

Chiudo dal piazzale, all'ora in cui la luce se ne va. Il Santuario della Madonna del Divino Amore è il luogo dove Roma tiene la parte di sé che non si vende ai visitatori: una promessa fatta in fretta prima del coprifuoco, una chiesa costruita cinquantacinque anni dopo per mantenerla, una casa per anziani, un affresco anonimo del Trecento e migliaia di persone che ogni sabato notte escono dalla città a piedi e ci rientrano la domenica pomeriggio zoppicando. Venite di pomeriggio tardi, in un giorno qualunque, e restate dieci minuti in silenzio fra la torre e la chiesa nuova. Da una parte avete il Trecento, dall'altra il Duemila, e in mezzo — se ascoltate bene — c'è il rumore di una città che continua a camminare.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIl santuario del Divino Amore è una meta di pellegrinaggio cara ai romani: durante l'estate ogni sabato si tiene un pellegrinaggio notturno a piedi da Roma al santuario.
TagsDivino AmoreNuovo Santuario del Divino AmoreSantuarioSantuario del Divino Amore

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IndirizzoVia del Santuario, 00134 Castel di Leva RM, Italia 134
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