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Street art a Roma: i quartieri e i muri da vedere

Roma ha almeno sette quartieri in cui la pittura murale non è un episodio ma un tessuto: Ostiense, Garbatella, Tor Marancia, Quadraro, Tor Pignattara, Pigneto e San Basilio. Sono nati fra il 2010 e il 2015, alcuni da festival finanziati da fondazioni e dal Comune, altri da gallerie private che pagavano un muro per promuovere una mostra, altri ancora da progetti di arte pubblica concordati con l’ATER e con gli inquilini delle case popolari. Ma c’è una premessa che quasi nessuna guida mette in cima e che invece va messa in cima: buona parte delle opere citate nei testi che circolano in rete non esiste più. Il murale più famoso della città, quello che Blu aveva dipinto sull’ex caserma occupata di via del Porto Fluviale, è stato rimosso durante il cantiere di recupero dell’edificio. Le pagine che seguono raccontano come è nata la street art in ogni quartiere, che cosa si vede oggi e come ci si arriva.

Prima regola: i muri cambiano, e cambiano in fretta

La street art è arte a scadenza incerta: un murale dipinto su un edificio privato può essere coperto in una mattina, senza avviso e senza che nessuno commetta un illecito. Questa non è una nota a margine, è la caratteristica che definisce il mezzo, e cambia il modo in cui va letta qualunque guida, compresa questa.

Quante opere spariscono davvero

Basta scorrere il catalogo pubblico del MURo, il museo di arte urbana del Quadraro, per trovare la dicitura “ora ricoperto” accanto ai due interventi fondativi del progetto, in via dei Lentuli, e accanto ad altre opere dei primi anni, fra cui un lavoro di Alice Pasquini del marzo 2012. A Ostiense hanno smesso di esistere lavori di Momo e di Derek Bruno in via del Commercio, un murale di Axel Void e il sottopasso di via delle Conce, che per anni era stata una delle due gallerie di manifesti a cielo aperto del quartiere. A Pigneto il murale di Omino71 dedicato a Pasolini giornalista risulta rimosso. Non sono casi isolati: sono la norma statistica.

Perché spariscono

Le ragioni sono quattro e non hanno quasi mai a che fare con il vandalismo. La manutenzione ordinaria: un condominio rifà la facciata e il murale se ne va con l’intonaco. Il cantiere, come nel caso dell’ex caserma di via del Porto Fluviale. Il degrado naturale: molte tecniche usate in strada, dagli stencil incollati ai manifesti, durano pochi mesi, e alcuni artisti le scelgono proprio per questo. E la decisione dell’autore: in Italia esistono casi noti di artisti che hanno cancellato di propria mano i loro lavori per protesta contro l’uso commerciale delle opere di strada.

Come usare questa pagina senza restare delusi

La regola pratica è semplice: si esce di casa per un quartiere, non per una singola opera. Chi parte con l’idea di fotografare un murale preciso trovato in una guida di qualche anno fa ha una probabilità concreta di trovare un muro bianco. Chi parte per camminare un’ora e mezza dentro il Quadraro vecchio o dentro il lotto 1 di Tor Marancia torna a casa con venti opere viste, alcune non elencate da nessuna parte. Prima di un’uscita mirata conviene controllare le mappe collaborative e i canali di artisti e dei curatori, che documentano coperture e nuovi interventi. Nei paragrafi che seguono, quando una fonte affidabile segnala che un’opera non è più visibile, è scritto.

Un murale del quartiere Tor Marancia
Uno dei murales dipinti sulle facciate delle case popolari di Tor Marancia. Foto di it:indeciso42, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Street art commissionata, writing spontaneo: la distinzione che serve per capire

I grandi murales di Tor Marancia, del Quadraro e di San Basilio sono opere commissionate, pagate, autorizzate dai proprietari degli immobili e mappate: hanno un curatore, un contratto e spesso un finanziamento pubblico. È una categoria diversa dal writing spontaneo, che si firma di notte e non chiede permessi. Confondere le due cose rende incomprensibile metà di quello che si vede camminando.

Che cosa vuol dire “progetto di arte pubblica”

Big City Life a Tor Marancia è stato ideato da 999Contemporary, curato da Stefano S. Antonelli e Gianluca Marziani, organizzato da Francesca Mezzano, sostenuto da Roma Capitale e dalla Fondazione Roma Arte Musei, e condiviso con l’ATER, l’azienda territoriale per l’edilizia residenziale, che è la proprietaria degli edifici dipinti. SanBa a San Basilio è nato da un’idea del team creativo di WALLS, ha avuto per curatore Simone Pallotta e si è avvalso del sostegno della Fondazione Roma Arte Musei con il supporto di Zètema, dell’ATER e del Municipio Roma IV. Il MURo del Quadraro è un’associazione fondata dall’artista David Diavù Vecchiato, che dal 2010 invita autori italiani e stranieri e ne pubblica il catalogo online con indirizzo, data e titolo. In tutti e tre i casi ci sono state assemblee di condominio, incontri con i residenti, laboratori nelle scuole: l’autorizzazione non è un timbro, è un processo.

Il writing, che è un’altra cosa

Il writing, cioè la scrittura del proprio nome con lo spray, nasce come pratica non autorizzata e conserva regole e un lessico propri, estranei al mondo dell’arte pubblica finanziata. A Roma se ne vede moltissimo, in particolare lungo le linee ferroviarie e sui treni: dal ponte Settimia Spizzichino, che collega la via Ostiense alla Garbatella nuova, si guardano passare sotto i convogli della metro B coperti di pezzi. Molti artisti oggi affermati vengono da lì, e diversi dei muri più astratti che si incontrano in giro, per esempio quelli di Sten Lex, sono l’esito di un’evoluzione che parte dalle lettere e arriva alla geometria pura. Quando si osserva un tag sopra un murale commissionato si sta guardando un conflitto interno a una scena, non un atto contro l’arte in generale.

Il dissenso dei quartieri

Va detto, perché fa parte del quadro: non tutti i residenti accolgono i progetti con entusiasmo. A Tor Pignattara, dove buona parte dei muri grandi è stata pagata dalle gallerie Varsi e Wunderkammern per lanciare le proprie mostre, sono comparse scritte di protesta contro la trasformazione del quartiere in attrazione turistica. A Tor Marancia, il giorno dell’inaugurazione ufficiale dei murales, alcuni abitanti chiesero alle istituzioni di occuparsi anche delle condizioni degli alloggi. La street art nelle periferie è quasi sempre anche una discussione sulla gentrificazione e su chi decide che cosa sia bello.

Fotografare i murales: che cosa si può fare e che cosa no

In Italia non esiste una “libertà di panorama” generale: la legge sul diritto d’autore, la 633 del 1941, non contiene un’eccezione che autorizzi in modo automatico la pubblicazione di fotografie di opere d’arte collocate in luogo pubblico. Questo riguarda direttamente chi fotografa un murale, perché un murale è un’opera dell’ingegno protetta e i suoi autori sono in larghissima parte viventi.

La differenza fra guardare, fotografare e pubblicare

Camminare per il Quadraro e scattare foto per sé non pone problemi. Il punto sorge quando la fotografia viene pubblicata, e ancora di più quando viene usata a fini commerciali: copertine, cartoline, magliette, materiale promozionale, banche immagini. L’articolo 70 della legge italiana ammette la citazione e la riproduzione per scopi di critica o di discussione, purché non costituisca concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; il comma 1-bis, introdotto nel 2008, ha aggiunto la pubblicazione libera in rete di immagini a bassa risoluzione per uso didattico o scientifico e senza scopo di lucro, ma non copre l’uso commerciale. La regola prudente, per chi debba pubblicare, è chiedere all’autore o a chi ha curato il progetto.

Perché conviene chiedere

Gli artisti di strada attivi a Roma hanno quasi tutti una presenza pubblica e un contatto raggiungibile, e le associazioni che hanno curato i progetti, dal MURo a 999Contemporary a WALLS, gestiscono la comunicazione delle opere che hanno prodotto. Chiedere costa una email e risolve in anticipo un problema che altrimenti resta aperto. Vale a maggior ragione per le opere realizzate su edilizia residenziale pubblica, dove oltre al diritto dell’autore esiste anche la posizione dell’ente proprietario.

E il rispetto per chi ci abita

Il lotto 1 di Tor Marancia e le palazzine di San Basilio sono case, non sale espositive: dentro i cortili si stendono i panni, si parcheggia, si portano giù i bambini. Fotografare finestre, balconi e persone senza chiedere è, prima ancora che una questione giuridica, una scortesia che i residenti segnalano da anni. Il modo corretto di visitare questi luoghi è quello di chi entra nel cortile di qualcun altro: a voce bassa, senza droni, senza treppiedi piantati davanti a un portone.

Ostiense: il primo distretto, e la prova che niente è per sempre

Ostiense è il quartiere dove la street art romana è diventata un fatto pubblico, tra il 2010 e il 2013, grazie alle prime edizioni del festival Outdoor, progetto dell’agenzia NUfactory nato nel 2010. In pochi anni l’ex area industriale fra la Piramide Cestia, il gazometro e la via Ostiense si è riempita di grandi pitture murali al punto da essere ribattezzata street art district.

Come è nato il fenomeno qui

La prima edizione di Outdoor, nel 2010, fu curata da Christian Omodeo e si svolse in realtà alla Garbatella, con quattro grandi interventi realizzati tutti con lo stesso mezzo, il manifesto, e tutti in bianco e nero: gli italiani Sten Lex e JB Rock, i francesi C215 e L’Atlas. In parallelo, JB Rock e Sten Lex dipinsero due muri commissionati da agenzie di comunicazione in via dei Magazzini Generali, a Ostiense, strada da allora soprannominata “via della Comunicazione”. Il Wall of Fame di JB Rock e i ritratti di abitanti immaginari di Sten Lex sul lato opposto aprono la storia del quartiere. L’edizione 2011, diretta da Gregorio Pampinelli, si concentrò su Ostiense e portò qui Kid Acne, l’olandese Zedz, Agostino Iacurci e il brasiliano Herbert Baglione; nel 2012, con la curatela di Simone Pallotta, arrivarono Momo, gli spagnoli Sam3 e Borondo. Il festival è poi uscito dal quartiere, fino all’ottava edizione, nel 2018, all’ex Mattatoio di Testaccio.

Il murale di Blu che non c’è più

Il lavoro più noto del quartiere era quello che Blu dipinse sull’ex magazzino dell’Aeronautica di via del Porto Fluviale, occupato dal 2003 da decine di famiglie: ventisette volti costruiti giocando con le finestre dell’edificio, ognuno con una storia di ingiustizia sociale, sfruttamento ambientale o disuguaglianza. Nel 2014 l’artista tornò sullo stesso stabile per dipingerne il fianco con un cantiere issato su una nave assalita dai pirati. Oggi il murale non c’è più: la rimozione è avvenuta nell’ambito del recupero dell’edificio, finanziato con oltre tredici milioni di euro di fondi PNRR, che prevede cinquantaquattro alloggi di edilizia residenziale pubblica e la fine del cantiere entro il 2026. Secondo la ricostruzione pubblicata da Artribune nel dicembre 2025 la rimozione è avvenuta di comune accordo con l’artista, avendo l’opera raggiunto il suo scopo, cioè l’assegnazione effettiva degli alloggi alla comunità che abitava lo stabile.

Che cosa si vede oggi

Resta, e si vede da lontano, Hunting Pollution di Iena Cruz: mille metri quadri sulla facciata del palazzo residenziale all’angolo fra via del Porto Fluviale e via del Commercio, dipinti nel 2018 con la pittura Airlite, che cattura gli inquinanti, per iniziativa dell’associazione Yourban2030 e presentato come il più grande murale ecologico d’Europa. In via del Porto Fluviale c’è anche Fish ’n Kids di Agostino Iacurci, del 2011. In via del Commercio sopravvive Paint Over the Cracks di Kid Acne, sessantacinque metri di lettering ispirati al modo di dire romano “mettice ’na pezza”. In via delle Conce si trova uno Sten Lex della fase figurativa, il ritratto di uno studente ricavato da un annuario universitario con la tecnica dello stencil poster: la matrice viene incollata al muro, dipinta e poi distrutta, lasciando che il tempo completi l’opera.

DOTS, la nuova mappa del quartiere

La novità degli ultimi tempi si chiama DOTS. Connecting Ostiense, insieme di interventi realizzati fra la Piramide Cestia e via del Porto Fluviale, passando per viale del Campo Boario, piazza Bottego e via delle Conce, patrocinato dal Municipio VIII, curato da Industrie Fluviali con il coordinamento di LifeGate e Polimera e finanziato dall’azienda Brightstar. Geometric Bang, nome d’arte di Mattia Botta, ha dipinto il muro lungo via del Porto Fluviale con un paesaggio geometrico in cui riaffiora la memoria delle operaie del Lavatoio Lanario e delle lavoratrici della Saccheria Sonnino. Moneyless, cioè Teo Pirisi, ha dedicato alle telegrafiste un’opera calpestabile di asphalt art sotto il ponte ferroviario di via delle Conce. Alice Lotti ha lavorato sull’asfalto di viale del Campo Boario e di piazza Vittorio Bottego, mettendo al centro le donne della Resistenza, fra cui Marisa Musu, e raccontando il quartiere dai cipressi del Cimitero acattolico al Monte dei cocci.

Un percorso a piedi da Piramide, circa due ore

Si parte dalla stazione Piramide della metro B, che è anche Roma Ostiense per i treni regionali. Si imbocca via Ostiense verso sud, si gira in via del Porto Fluviale e si arriva all’angolo con via del Commercio, dove si alza la facciata di Iena Cruz; sul lato opposto si vede l’ex caserma, dal settembre 2026 trasformata in case popolari. Si percorre via del Commercio per Kid Acne, si torna in via delle Conce per Sten Lex e per l’asphalt art di Moneyless sotto il ponte ferroviario, si risale in via dei Magazzini Generali per il Wall of Fame. Da qui si chiude verso la Piramide oppure verso sud, lungo via Ostiense, fino alla Centrale Montemartini, la vecchia centrale termoelettrica dove le statue antiche convivono con le turbine. Sulla Porta San Paolo si trova il Museo della via Ostiense.

Come arrivare a Ostiense

La stazione Piramide della linea B della metropolitana è il punto di accesso più comodo e coincide con la stazione ferroviaria Roma Ostiense, servita da treni regionali e dal collegamento con l’aeroporto di Fiumicino; nello stesso nodo passa la ferrovia Roma Lido. La fermata Garbatella, sempre sulla B, serve meglio la parte sud del quartiere e il gazometro. Per chi arriva in auto la zona è densa e il parcheggio difficile nelle ore di punta e nelle sere del fine settimana, quando la vita notturna di via Libetta e dintorni riempie le strade. Le linee di superficie e gli orari cambiano di frequente: conviene verificarli sull’app o sul sito dell’azienda di trasporto prima di muoversi.

Garbatella: poca street art autorizzata, moltissimo da vedere

La Garbatella è nata il 18 febbraio 1920, quando il re Vittorio Emanuele III inaugurò i primi edifici del quartiere in piazza Benedetto Brin, e il nome ufficiale, Concordia, non ha mai attecchito. È un caso particolare: uno dei quartieri più fotografati di Roma, ma con un patrimonio murale autorizzato molto più esile di quello dei vicini.

Il muro di via Caffaro, tre volte

La storia della street art alla Garbatella si concentra quasi tutta su una parete, all’incrocio con via Caffaro. Nel 2010, per la prima edizione di Outdoor, Sten Lex vi incollarono un enorme manifesto con il volto di Francesco Totti accostato a una lupa: durò pochi mesi, cancellato da pioggia e vento, com’era nelle intenzioni del progetto. Nel 2013 gli stessi autori tornarono sullo stesso edificio con Passaggio, un’opera geometrica e quasi monocroma: fu il primo murale a Roma prodotto tramite crowdfunding, e la raccolta superò la soglia dei diecimila euro. Secondo chi ha mappato il quartiere, è l’unico intervento di quegli anni ancora presente alla Garbatella. Nel 2021 gli si è affiancato un secondo murale monocromo di Greg Jager, realizzato con Giampiero Quaini, Paola Manfroni e Federica Micale, che traduce in dodici simboli i primi dodici articoli della Costituzione.

Le opere piccole, sparse e non autorizzate

Il resto è fatto di interventi minuti, molti dei quali non commissionati, che si incontrano camminando: gli stencil del francese C215, Christian Guémy, che alla Garbatella ha lasciato gatti, donne, persone senza casa e un ritratto della figlia Nina, con un pezzo insolitamente grande per i suoi standard in via Badoero; i lavori di Alice Pasquini; qualche mosaico di Space Invader; i manifesti fra il sacro e il profano di Ex Voto Fecit, presenti al mercato rionale e alla Casetta Rossa. Intorno al centro sociale La Strada, in via Passino, muri e tetto sono coperti di pitture a tema politico, con interventi attribuiti fra gli altri a Detshorore e a Francesco Pogliaghi. Trattandosi in gran parte di opere spontanee, la loro presenza è la meno garantita di tutte.

Il ciclo del 2020, fra centenario e memoria

Nei primi mesi del 2020, con la quarta edizione del festival Muri Sicuri interrotta dal lockdown, sono arrivati due murali poco conosciuti anche dai romani. In via Passino, Flavio Solo e Diamond hanno dipinto Oh my darling Clementine, ritratto in stile liberty di Clementina Eusebi, la donna a cui si fa risalire il soprannome del quartiere. In via Fincati, l’artista italo-venezuelano Luis Gomez de Teran ha realizzato Preghiera al Tramonto, con un chiodo scolpito applicato al muro e boccioli bianchi, in riferimento al terremoto dell’Aquila del 2009. Per il centenario, in piazza Bartolomeo Romano, Francesco Pogliaghi ha ritratto il partigiano Enrico Mancini, ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Vicino al Viletta Social Lab si trova Supernova di Jerico, artista nato nelle Filippine e cresciuto proprio alla Garbatella, che ha poi lavorato anche al lotto 1 di Tor Marancia.

Un percorso a piedi di un’ora dalla metro Garbatella

Dalla stazione Garbatella della metro B si prende via Giacinto Pullino fino a piazza Augusto Albini, dove compaiono i primi lotti, si gira in via Domenico Munari e si arriva all’incrocio con via Caffaro, ai piedi del grande murale di Sten Lex. Si entra poi nella Garbatella vecchia per via Vettor Fausto, con i numeri dei lotti dipinti sugli edifici, e si raggiunge piazza Ricoldo da Montecroce con la Scala degli Innamorati. Da viale Guglielmo Massaia si arriva agli Alberghi Suburbani, costruiti fra il 1928 e il 1929 per gli sfollati dagli sventramenti di Borgo e della Suburra. Da via Passino, davanti al centro sociale e ai suoi muri, si arriva al Teatro Palladium e infine a piazza Benedetto Brin; chi vuole chiudere verso il fiume scende fino alla via Ostiense, davanti al Parco Schuster e alla Basilica di San Paolo fuori le Mura. Nel quartiere si trovano anche gli Orti Urbani Garbatella, e d’estate Garbatella e Ostiense condividono rassegne come L’Aperossa.

Come arrivare alla Garbatella

La stazione Garbatella della linea B della metropolitana è l’accesso naturale; in alternativa il quartiere è servito dalle linee di autobus 670, 673 e 715. Chi arriva in auto trova posto con maggiore facilità sulla Circonvallazione Ostiense e nelle strade limitrofe che non dentro i lotti, dove le carreggiate sono strettissime. Il quartiere è tutto percorribile a piedi, ma presenta scalinate e pendenze che vanno considerate da chi si muove con carrozzine o passeggini.

Tor Marancia: Big City Life, il museo dentro un cortile condominiale

Big City Life è il progetto che fra l’8 gennaio e il 27 febbraio 2015 ha trasformato le facciate di undici palazzine popolari del lotto 1 di Tor Marancia, al civico 63 di viale di Tor Marancia, in un percorso di ventidue pitture murali realizzate da artisti provenienti da dieci paesi. È il caso più radicale di arte pubblica partecipata mai realizzato a Roma, perché le opere non stanno su un muro di recinzione ma sulle case di circa cinquecento famiglie.

Come è nato

Il progetto è stato ideato da 999Contemporary, organizzato da Francesca Mezzano e curato da Stefano S. Antonelli e Gianluca Marziani, con il sostegno economico di Roma Capitale e della Fondazione Roma Arte Musei, la condivisione dell’ATER, proprietaria degli stabili, e il patrocinio del Municipio Roma VIII. Gli allievi delle scuole del quartiere hanno partecipato a laboratori con gli artisti, mentre i ragazzi del posto hanno costituito un’associazione, Rude, per la promozione e la manutenzione delle opere. L’idea dichiarata era che il museo restasse aperto sette giorni su sette, senza biglietto e senza orari. Le fonti divergono su un dettaglio: il comunicato del promotore parla di venti artisti e venti dipinti murali monumentali, mentre l’elenco degli invitati e le guide più diffuse contano ventidue nomi e ventidue opere, perché due dei partecipanti sono duo e perché almeno un intervento non è monumentale.

Perché lo chiamano Shanghai

Il lotto è noto ai romani come Shanghai, e il primo murale che si incontra, appena fuori dall’ingresso, è proprio Welcome to Shanghai di Caratoes: una maschera tradizionale cinese che tiene in mano una lupa capitolina piegata a origami. Accanto all’ingresso si trova anche l’opera pilota del progetto, Il peso della Storia dell’argentino Franco Fasoli, con due lottatori mascherati, uno italiano sulle spalle dell’altro argentino, in una posa ambigua fra presa di lotta e gesto di aiuto.

Le opere dentro il comprensorio

Varcata l’apertura nel muro si entra in un cortile degli anni Cinquanta, con vialetti, panchine di pietra e panni stesi, e da lì si vedono le facciate. Mr Klevra ha dipinto Nostra Signora di Shanghai, una Madonna in stile bizantino in cui Roma è la Vergine e Tor Marancia il Bambino. Diamond ha firmato Hic sunt Adamantes, una donna addormentata in stile art nouveau che tiene un diamante. Lek e Sowat hanno intitolato la loro opera Veni Vidi Vinci, gioco di parole costruito attorno alla storia di un ragazzo del comprensorio, Andrea Vinci, che da ragazzino perse la mobilità agli arti inferiori. Gaia, cioè Andrew Pisacane, ha realizzato un murale dechirichiano con un frutto arancione sospeso, e il titolo, Spettacolo Rinnovamento Maturità, gli è stato dato dagli abitanti. Jerico ha dipinto Distanza Uomo Natura, ispirato alla Creazione di Michelangelo. Ci sono poi Still Life di Reka, Il Vento di Moneyless, Ponentino di Pantonio, Io sarò di Guido Van Helten e Humanity Constellation di Philippe Baudelocque, che riproduce la mano di un’inquilina. Brad Downey ha scelto di non dipingere: ha speso il budget disponibile per risolvere alcune necessità pratiche dei residenti, lasciando il muro vuoto.

Il bambino redentore

L’opera diventata il manifesto del progetto è quella di Seth, Il bambino redentore: un ragazzino che si è costruito una scala colorata per guardare oltre il grigio del palazzo. Il bambino è Luca, che abitava nel comprensorio e morì per un incidente durante un gioco. È l’esempio più chiaro del metodo con cui il progetto è stato costruito: le storie raccolte nelle case sono finite dentro i muri.

Che cosa potrebbe non esserci più

Una guida dettagliata pubblicata dopo la realizzazione segnala di non essere riuscita a individuare sul posto Ordine Disordine di Matteo Basilé, opera dedicata all’artista e dissidente cinese Ai Weiwei, lasciando aperta l’ipotesi che la facciata sia stata ridipinta, senza però conferme in un senso o nell’altro. Anche le pitture fatte con materiali di qualità museale, come quelle di Big City Life, invecchiano: dieci anni di sole e di pioggia sulle facciate esposte a sud si vedono. Conviene aspettarsi colori meno accesi di quelli delle fotografie del 2015.

Percorso e come arrivare a Tor Marancia

La visita si fa in un’ora abbondante: si entra dal civico 63 di viale di Tor Marancia, si gira il cortile guardando in alto, si esce e si controllano le due opere esterne. Il modo più semplice di arrivare è la stazione Garbatella della metro B, seguita da un quarto d’ora di cammino che risale viale Guglielmo Massaia, attraversa la via Cristoforo Colombo e scende per viale di Tor Marancia; in alternativa le linee di autobus 670, 673 e 715 servono la zona della Garbatella da cui parte la stessa camminata, e vanno verificate prima di partire. Si entra in un cortile privato abitato: si visita in silenzio, senza suonare ai campanelli e senza fotografare le finestre. D’estate il quartiere ospita anche arene gratuite, come quelle della rassegna Vivi il Cinema!.

Immagine: cortile di un lotto di case popolari degli anni Cinquanta con vialetti e panchine di pietra, e le facciate delle palazzine interamente dipinte.

Quadraro: il MURo, un museo nato dalla memoria del rastrellamento

Il MURo, Museo di Urban Art di Roma, è un’associazione fondata dall’artista David Diavù Vecchiato che dal dicembre 2010 invita autori a dipingere nel Quadraro vecchio e ne tiene il catalogo pubblico, opera per opera, con indirizzo e data. È il progetto romano in cui il legame fra pittura murale e storia del quartiere è più esplicito, perché quasi tutto ruota attorno a un fatto del 1944.

Il nido di vespe

Verso le quattro del mattino del 17 aprile 1944 le truppe tedesche circondarono il Quadraro e diedero il via all’operazione Balena, Unternehmen Walfisch, diretta personalmente dal maggiore Kappler, con il concorso della Gestapo, delle SS e della banda Koch. Il quartiere era considerato dai nazisti un covo inaccessibile, un “nido di vespe”, e l’espressione con cui volevano insultarlo è diventata il nome con cui il Quadraro si racconta. Le cifre dei deportati non concordano: l’unico elenco ritenuto attendibile, compilato all’epoca dal parroco don Gioacchino Rey, conta almeno 683 deportati su circa duemila persone rastrellate, mentre altre ricostruzioni parlano di 740, 744, almeno 800, circa 750, e la testimonianza di un deportato arriva a 947; la motivazione della medaglia d’oro conferita il 17 aprile 2004 parla di circa un migliaio di uomini fra i diciotto e i sessant’anni. Solo la metà tornò.

Nido di Vespe di Lucamaleonte

Nell’aprile 2014, a settant’anni esatti dal rastrellamento, il MURo ha invitato il romano Lucamaleonte a dipingere in via del Monte del Grano un colossale nido con sette vespe giganti, una per ogni decennio trascorso dalla data. La scelta del muro è stata spiegata dal curatore: quella strada rappresenta, in senso urbanistico e storico, una porta d’ingresso al Quadraro vecchio, il punto in cui fino agli anni Settanta si passava dalle baracche e dalle strade sterrate al Quadraro nuovo dei palazzi a più piani. La tecnica è acrilico su muro, e lo stile di Lucamaleonte, fatto di insetti e di elementi vegetali resi con un segno che ricorda le antiche incisioni, rende l’immagine quasi naturalistica finché non se ne conosce il significato.

Gli altri interventi del museo

Il catalogo del MURo copre una decina d’anni. Nell’aprile 2012 Gary Baseman ha dipinto The Buckingham Warrior a Largo dei Quintili, opera che il museo stesso lega alla memoria del rastrellamento. Nell’ottobre 2013 sono arrivati in via dei Pisoni Ron English e Beau Stanton. Fra il 2012 e il 2015 hanno lavorato in via dei Lentuli, in via dei Quintili e attorno al tunnel del Quadraro autori come Gio Pistone, Mr Thoms, Jim Avignon, Fin Dac, Mauro Pallotta e Omino71. Diavù stesso ha firmato in via Decio Mure, fra il dicembre 2017 e l’aprile 2018, un lavoro intitolato SQ947, con il numero che rimanda alla cifra più alta fra quelle attribuite ai deportati. L’ultimo intervento registrato nel catalogo è del giugno 2021. Diverse opere dei primi anni risultano invece coperte, e il catalogo lo dichiara.

Percorso a piedi nel Quadraro vecchio

Il giro utile è breve e si fa in circa un’ora e mezza senza fretta. Si parte dalla fermata Porta Furba Quadraro della metro A, si scende verso il quartiere vecchio e si imbocca via del Monte del Grano per il Nido di Vespe. Da lì si gira fra via dei Lentuli, via dei Quintili, Largo dei Quintili e via dei Pisoni, le strade in cui il MURo ha concentrato gli interventi, tenendo presente che alcune pareti sono cambiate. Chi ha ancora gambe può proseguire verso il Parco di Tor Fiscale e da lì raggiungere il Parco degli Acquedotti. Verso la via Appia si arriva alla Villa dei Quintili e al Parco dell’Appia Antica, mentre il Parco della Caffarella resta a portata di autobus.

Come arrivare al Quadraro

Le fermate di riferimento sono Porta Furba Quadraro e Numidio Quadrato, entrambe sulla linea A della metropolitana, che corre sotto la via Tuscolana. Il Quadraro vecchio, quello dei murales, si estende a monte della Tuscolana rispetto alla fermata Porta Furba Quadraro. La zona è servita anche da linee di superficie che percorrono la Tuscolana e da collegamenti verso il Tuscolano e il Casilino, che vanno verificati perché cambiano. In auto la sosta nelle vie interne è difficile e le strade sono strette: conviene arrivare in metropolitana.

Tor Pignattara: le gallerie pagano i muri, il quartiere discute

A Tor Pignattara quasi tutti i grandi murales hanno un committente preciso: le gallerie romane Varsi e Wunderkammern, quest’ultima con sede proprio nel quartiere, hanno pagato facciate intere per lanciare le mostre dei loro artisti fra il 2013 e il 2017. È il modello opposto a quello partecipativo di Tor Marancia, e ha prodotto una densità di nomi internazionali difficile da eguagliare.

Hostia, la cosiddetta Cappella Sistina di Torpigna

L’opera più discussa è Hostia di Nicola Verlato, dipinta fra l’aprile e il maggio 2015 sulla facciata di una palazzina in via Galeazzo Alessi 215: dieci metri di altezza per quasi sei di larghezza, pittura acrilica e a tempera su muratura, prodotta da Sky Arte con Level 33 e curata da Diavù. Rappresenta la caduta del corpo di Pasolini nel momento della morte: in alto Giuseppe Pelosi con due giornalisti che lo intervistano, al centro il poeta che precipita verso un’isola allegorica dove ritrova se stesso bambino sulle ginocchia della madre e si rivolge a Petrarca, in basso a destra la figura nuda di Ezra Pound. Il quartiere l’ha ribattezzata la Cappella Sistina di Tor Pignattara. La scelta del luogo non è casuale: Tor Pignattara, insieme al Quadraro, a San Basilio, all’Ostiense e a Tor Marancia, era fra i quartieri più frequentati da Pasolini.

I muri delle gallerie

Intorno a via Alessi e alle strade vicine si concentra il resto. Sempre in via Alessi ci sono un intervento dell’indiano Aakash Nihalani, che usa il muro come supporto per inganni prospettici, e uno del francese L’Atlas, del 2015. In via Gabrio Serbelloni si trovano un grande stencil di Jef Aérosol che ritrae Tom Sawyer e L’Orecchio Destro dello spagnolo Escif. In via Francesco Baracca c’è Blu Landscape di Sten Lex, del 2015, astratto e con l’aggiunta del blu alla loro consueta palette in bianco e nero; alcuni stencil di C215 del 2013 restano in via Ciro da Urbino. In via Capua un murale del duo tedesco Herakut ritrae una profuga palestinese che stringe i suoi cari, e in via Oddi c’è Clear sky on the pink house di Agostino Iacurci, molto diverso dal lungo murale che lo stesso artista aveva dipinto in via Nicolò Forteguerri nel 2009, durante una convention di writing organizzata da WALLS.

Il cinema Impero e i volti del quartiere

Nel marzo 2014 Diavù ha dipinto sull’ex cinema Impero, in via dell’Acqua Bullicante 121, un ciclo intitolato 5 Melting Icons con i volti di Mario Monicelli, Anna Magnani, i fratelli Sergio e Franco Citti e Pier Paolo Pasolini, tutti nati o cresciuti professionalmente in questa parte di Roma. Da quando i ritratti sono comparsi, il cinema abbandonato ha ripreso a ospitare attività culturali. Poco lontano, sotto l’acquedotto Alessandrino, Alexey Luka ha dipinto Straniera nel 2015, composizione geometrica con una donna che beve un caffè.

Opere non più visibili

Anche qui la mappa si è assottigliata. Il murale del duo polacco Etam Cru in via Lodovico Pavoni, alto trentadue metri e per anni indicato come il più grande di Roma, con un uomo senza casa che beve il caffè uscendo da un cassonetto, viene segnalato come non più presente dalla guida più dettagliata disponibile, mentre altre pagine della stessa fonte lo citano ancora: è un punto su cui le informazioni non concordano e che va verificato sul posto. Risulta non più visibile anche l’intervento del duo francese Ella e Pitr a Largo Bartolomeo Perestrello, e parte degli stencil di C215 è scomparsa.

Percorso a piedi e come arrivare

Un buon giro parte dall’ex cinema Impero in via dell’Acqua Bullicante, scende verso via Alessi per Hostia, Nihalani e L’Atlas, taglia su via Gabrio Serbelloni per Jef Aérosol e Escif, tocca via Ciro da Urbino e via Francesco Baracca e si chiude sotto l’acquedotto Alessandrino: circa due ore con le soste. La zona si raggiunge con le stazioni Malatesta e Teano della linea C della metropolitana, oltre che con le linee di superficie della via Casilina e della Prenestina. Nel quartiere si trova anche il Mausoleo di Sant’Elena con le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, e d’estate l’area ospita rassegne come il Casilino Urban Fest e Cinema sul Tetto al Casilino Sky Park.

Pigneto: gli studi degli artisti sono qui, e si vede

Il Pigneto è il quartiere in cui diversi street artist romani hanno lo studio, e questa è la ragione della quantità di pezzi piccoli che si incontrano nelle sue strade strette. Nato dal 1870 dalla saldatura di insediamenti spontanei, è stato il set di Roma città aperta e di Accattone, e la memoria di quei film è un tema ricorrente sui muri.

Le opere di riferimento

In via Fanfulla da Lodi, la strada di Accattone e del Bar Necci, c’è il murale più amato del quartiere: due innamorati su una panchina, di Alice Pasquini, ispirato a una fotografia scattata a Parigi quando in Italia baciarsi in pubblico era ancora vietato. Nella stessa strada sono stati dipinti, per il quarantennale della morte di Pasolini, tre murali che ne raccontano tre volti. Quello di Omino71, che ritraeva Pasolini giornalista come un supereroe e portava il titolo Io so i nomi, risulta rimosso. Restano L’occhio di Pasolini di Maupal e una Madonna di Mr Klevra dipinta secondo i canoni dell’arte religiosa duecentesca, il cui volto è quello dell’attrice Margherita Caruso nel Vangelo secondo Matteo. In via Antonio Tempesta si guardano un Etnik geometrico e un animale onirico dello spagnolo Dulk, entrambi commissionati dalla galleria Varsi nel 2015.

I muri politici e l’ex Snia

Il Pigneto conserva una forte identità antifascista: in via Giovanni Brancaleone, l’artista di origine yemenita Aladin ha dipinto un trittico che collega il settantesimo anniversario della Liberazione alle lotte sociali contemporanee. All’ingresso dell’ex Snia Viscosa, l’ex fabbrica diventata centro sociale, si trova uno dei migliori Blu romani, una massa di lavoratori sfruttati da cui due figure gialle riescono a liberarsi; all’interno, un murale di Jorit dedicato a Luana D’Orazio, morta sul lavoro nel 2021. Accanto alla fabbrica c’è il Lago Ex SNIA. Più a sud, lungo la via del Mandrione, si arriva allo Snodo Mandrione.

Percorso a piedi e come arrivare

Si scende alla stazione Pigneto della linea C della metropolitana, aperta il 29 giugno 2015 sotto via del Pigneto, si percorre l’isola pedonale con il mercato e i bar, si scende in via Fanfulla da Lodi per Alice Pasquini e i murali pasoliniani, si taglia verso via Antonio Tempesta per Etnik e Dulk, si risale verso via Fortebraccio e si chiude all’ex Snia: un’ora e mezza, due con una sosta. Il quartiere è servito anche dalle linee tranviarie e dagli autobus che percorrono la via Prenestina e la via Casilina, e dalla stazione ferroviaria di Roma Pigneto; le linee di superficie vanno comunque verificate. È la zona di Roma in cui conviene di più girare senza itinerario, guardando i muri laterali e i portoni.

San Basilio: SanBa, l’arte pubblica dove serviva

San Basilio è una borgata costruita fra gli anni Trenta e Quaranta per accogliere chi era stato espulso dal centro dagli sventramenti del regime, ed è il quartiere romano in cui la lotta per la casa ha lasciato il segno più profondo: fra il 5 e il 9 settembre 1974 lo sgombero degli alloggi occupati sfociò in una rivolta, e l’8 settembre il diciannovenne Fabrizio Ceruso fu ucciso da un colpo di arma da fuoco durante gli scontri. Il progetto di street art che ha cambiato l’aspetto di alcune palazzine è arrivato quarant’anni dopo, e il contesto conta.

Il progetto SanBa

SanBa è nato da un’idea del team creativo di WALLS, con la curatela di Simone Pallotta, il sostegno della Fondazione Roma Arte Musei e il supporto di Zètema, dell’ATER e del Municipio Roma IV. La prima fase, nella primavera del 2014, ha coinvolto lo spagnolo Liqen, per la prima volta a Roma, e l’italiano Agostino Iacurci, chiamati a dipingere le facciate di quattro edifici ATER in via Fabriano e in via Recanati, dopo una fase di riunioni di condominio e di incontri con gli abitanti. Liqen ha realizzato El Renacer, un enorme rastrello che ara la città estirpando i resti dell’era industriale, e una finestra su un paradiso immaginario popolato di fiori esotici e insetti; Iacurci ha lavorato con il suo tratto grafico e i colori piatti. Nella seconda fase, presentata al quartiere il 28 febbraio 2015, il romano Hitnes ha dipinto sei facciate affacciate su una piazzetta in disuso, con una fauna fantastica.

Che cosa aspettarsi da una visita

San Basilio non ha la densità di Tor Pignattara né la concentrazione di Tor Marancia: le opere sono poche, grandi e distanti fra loro, e si vedono in una passeggiata di tre quarti d’ora fra via Fabriano, via Recanati e le strade attorno. È anche il quartiere in cui la presenza di murales è più direttamente legata a una discussione politica: negli anni un intervento comparso in via Recanati ha sollevato polemiche pubbliche, e le pareti del quartiere ospitano con regolarità scritte e interventi non autorizzati che entrano in dialogo, o in conflitto, con quelli commissionati. Chi arriva qui cercando soltanto immagini da fotografare ha capito metà della cosa.

Come arrivare a San Basilio

Non ci sono fermate della metropolitana dentro il quartiere: si arriva con le linee di superficie che partono dai capolinea di Ponte Mammolo e Rebibbia, sulla linea B, o dalla zona Tiburtina. Poiché i percorsi cambiano con una certa frequenza, la linea e la fermata vanno controllate al momento sull’app di ATAC o su un pianificatore di percorsi aggiornato. In auto si arriva dalla via Tiburtina o dal Grande Raccordo Anulare e si parcheggia senza troppe difficoltà.

Come mettere insieme i quartieri in una o due giornate

I sette quartieri non stanno sullo stesso lato della città: Ostiense, Garbatella e Tor Marancia formano un blocco a sud, Quadraro, Tor Pignattara e Pigneto un blocco a est, San Basilio resta isolato a nord est. Provare a fare tutto in un giorno significa passare la giornata in metropolitana.

La giornata sud

Mattina a Ostiense partendo da Piramide, pranzo verso la Garbatella, pomeriggio con il giro della Garbatella vecchia e chiusura a Tor Marancia, che è a un quarto d’ora a piedi dal quartiere. Sono circa sei ore con le soste, quasi tutte camminando. Chi vuole un’alternativa al coperto in caso di pioggia trova sulla stessa direttrice la Centrale Montemartini, il Museo diffuso del rione Testaccio e il Nuovo Mercato Testaccio.

La giornata est

Mattina al Quadraro partendo da Porta Furba Quadraro, spostamento verso il Casilino, pomeriggio fra Tor Pignattara e Pigneto, che confinano e si percorrono in sequenza. Anche in questo caso sei ore abbondanti. Di sera il Pigneto è il posto giusto per fermarsi a mangiare. San Basilio conviene farlo a parte, in una mezza giornata, magari abbinandolo alla zona Tiburtina e a Container San Lorenzo.

Le tappe al coperto

Chi vuole capire come l’arte urbana dialoga con quella da museo trova a Roma tre istituzioni utili: il MACRO, il MAXXI al Flaminio e la Galleria d’Arte Moderna di Roma. Fra gli spazi che hanno ospitato il festival Outdoor restano l’ex Mattatoio di Testaccio e il Teatro India, dove è stato dipinto un grande ritratto di Pasolini. D’estate Testaccio ospita rassegne all’aperto come Testaccio Estate.

Domande frequenti sulla street art a Roma

Qual è il quartiere migliore per vedere la street art a Roma?

Tor Marancia è il quartiere con la maggiore concentrazione di street art a Roma: ventidue pitture murali realizzate nel 2015 sulle facciate di undici palazzine del lotto 1, al civico 63 di viale di Tor Marancia, tutte visibili in un’ora entrando nel cortile condominiale. Chi cerca invece varietà di autori internazionali trova più materiale a Tor Pignattara, dove le gallerie Varsi e Wunderkammern hanno commissionato decine di grandi muri.

Quanto costa vedere i murales di Roma?

Vedere i murales di Roma non costa nulla: tutti i quartieri citati sono strade e cortili aperti, senza biglietto, senza orari e senza prenotazione. La spesa riguarda solo i trasporti pubblici e le eventuali visite guidate organizzate da associazioni e guide abilitate, che hanno tariffe proprie. Il museo di arte urbana del Quadraro e il progetto di Tor Marancia sono nati esplicitamente come musei pubblici sempre accessibili.

Il murale di Blu a via del Porto Fluviale esiste ancora?

No, il murale di Blu sull’ex caserma di via del Porto Fluviale a Ostiense non è più visibile: è stato rimosso nell’ambito del recupero dell’edificio, finanziato con oltre tredici milioni di euro di fondi PNRR per ricavarne cinquantaquattro alloggi di edilizia residenziale pubblica, con fine cantiere annunciata entro la fine del 2026. Secondo la ricostruzione pubblicata da Artribune nel dicembre 2025 la rimozione è avvenuta di comune accordo con l’artista.

Si possono fotografare i murales e pubblicare le foto?

Fotografare i murales di Roma per uso personale non pone problemi, ma pubblicare quelle foto, e soprattutto usarle a fini commerciali, non è automaticamente libero: in Italia la legge sul diritto d’autore non prevede una libertà di panorama generale, e i murales sono opere protette di autori in gran parte viventi. Per un uso editoriale o commerciale conviene chiedere all’artista o all’associazione che ha curato il progetto.

Come si arriva ai murales di Tor Marancia con i mezzi?

Ai murales di Tor Marancia si arriva scendendo alla stazione Garbatella della linea B della metropolitana e camminando circa un quarto d’ora, risalendo viale Guglielmo Massaia, attraversando la via Cristoforo Colombo e scendendo per viale di Tor Marancia fino al civico 63. La zona della Garbatella da cui parte la camminata è servita anche dalle linee di autobus 670, 673 e 715, che conviene verificare prima di partire perché i percorsi cambiano.

Quanto tempo serve per visitare un quartiere di street art?

Per visitare un quartiere di street art a Roma servono da una a due ore e mezza a piedi: Tor Marancia si esaurisce in circa un’ora perché tutto è dentro un cortile, il Quadraro vecchio richiede circa un’ora e mezza, Ostiense e Tor Pignattara arrivano a due ore e mezza con le soste. Mettere insieme due quartieri vicini occupa comodamente una giornata intera.

Che differenza c’è fra street art e graffiti?

La street art di cui parlano le guide romane è in larga parte arte commissionata: progetti come Big City Life a Tor Marancia, SanBa a San Basilio e il MURo al Quadraro hanno un curatore, un finanziamento, l’autorizzazione dei proprietari degli edifici e un catalogo pubblico. Il writing, cioè la scrittura del proprio nome con lo spray, nasce invece come pratica non autorizzata e ha regole e codici propri: sono due mondi che a Roma convivono e a volte si sovrappongono sullo stesso muro.

I murales di Roma sono adatti a una visita con i bambini?

Le passeggiate fra i murales di Roma funzionano bene con i bambini perché si svolgono all’aperto, senza biglietti e senza code, e le immagini sono grandi e riconoscibili: Tor Marancia è la più adatta in assoluto, perché tutto si trova in un cortile chiuso al traffico. Vanno considerate le distanze, dai sei ai dieci chilometri per una giornata intera, e il fatto che alcuni percorsi, come quello della Garbatella, presentano scalinate e pendenze.

Un’ultima raccomandazione prima di uscire

La street art romana non è un elenco di opere ma una città che si riscrive: nello stesso anno un murale sparisce sotto un cantiere e tre nuovi interventi compaiono su marciapiedi e isole di traffico. Il modo giusto di visitarla è quello di chi accetta che una parte di ciò che ha letto sia già superata, e che il pezzo migliore della giornata sarà quasi sempre qualcosa che non compariva in nessun elenco.

Chi costruisce un itinerario di più giorni a Roma e vuole incrociare questi quartieri con i percorsi archeologici e museali del centro trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per orientarsi fra trasporti, collegamenti regionali e mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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