Vivi il Cinema! 2026 — le arene gratuite di Santa Maria della Pietà, Corviale e Tor Marancia

Per tutto il mese di luglio 2026, dal 1 al 31, la Fondazione Cinema per Roma ha acceso quattro schermi gratuiti in quattro punti diversi della città. Il progetto si chiamava Vivi il Cinema! ed era dentro il programma dell'Estate Romana. Uno di quei quattro schermi, il più grande, era al Parco degli Acquedotti. Gli altri tre erano al Parco di Santa Maria della Pietà a Monte Mario, a Corviale e al Parco di Tor Marancia. Ingresso libero tutte le sere, senza biglietto, senza cassa, senza consumazione obbligatoria.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Adesso siamo a settembre e le tre arene di quartiere non esistono più: i teli sono stati arrotolati, le sedie caricate sui camion, i prati sono tornati prati e nei tre posti di cui parlo qui non resta niente che faccia pensare al cinema. Racconto comunque tutto per intero, e non per nostalgia. Il motivo è semplice: di questa rassegna il cartellone cambia ogni anno, ma i tre luoghi no. I tre luoghi sono la cosa che vale la pena capire, perché sono fra i posti più interessanti della Roma novecentesca e nessuno dei tre compare su una guida turistica. Un ex manicomio provinciale grande come un paese, il palazzo residenziale più lungo d'Italia e una borgata degli anni Trenta diventata museo di arte murale. Se l'operazione torna, e ci sono buone ragioni per aspettarselo, quello che ho messo insieme qui serve ancora tutto.

Metto in fila la storia dei tre luoghi, che cosa significava davvero proiettare un film proprio lì dentro, come si arrivava a ciascuna delle tre arene senza sbagliare ingresso, che cosa conveniva portarsi, dove sedersi, che foto si porta a casa e a che ora, che cosa c'è nei dintorni e che cosa aspettarsi dall'edizione che verrà.

Anticipo la cosa che secondo me conta di più, perché è quella che sfugge a chi legge il programma in fretta. Queste tre arene non erano cinema di serie B rispetto a quella degli Acquedotti. Erano tre cose diverse, e il senso dell'operazione era esattamente lì. Al Parco degli Acquedotti il cinema va perché il posto è bello e famoso. A Santa Maria della Pietà, a Corviale e a Tor Marancia il cinema andava perché quei posti hanno una storia che con lo schermo acceso si legge meglio.

Che cosa è stato Vivi il Cinema! nell'estate 2026

Vale la pena chiarire subito la struttura, perché ogni anno genera la stessa confusione. Vivi il Cinema! non è un'arena: è il contenitore. È un progetto dell'Estate Romana che affida alla Fondazione Cinema per Roma l'allestimento e la programmazione di più arene gratuite contemporaneamente, in punti lontanissimi fra loro della città. Dentro il contenitore, ogni singola arena ha un nome proprio, un calendario proprio e un pubblico proprio.

Quella del Parco degli Acquedotti, la più grande, si chiama Roma Cinema Arena e ha circa mille posti a sedere. Le altre tre, quelle di cui parlo qui, sono più piccole, più di quartiere, e proprio per questo hanno un carattere che l'arena grande non ha. A Santa Maria della Pietà, a Corviale e a Tor Marancia, la sera della proiezione, il pubblico è per larghissima parte gente che abita entro un raggio di seicento metri. Non è un dettaglio sociologico: cambia il rumore, cambia l'orario di arrivo, cambia il modo in cui la gente commenta il film ad alta voce.

Le date e il perimetro

Il progetto copriva tutto il mese di luglio, dal 1 al 31. Il calendario delle singole arene, però, non coincideva necessariamente con quello del contenitore: l'arena del Parco degli Acquedotti, per esempio, si è fermata il 22 luglio, e nell'ultima settimana del mese il cinema gratuito in città continuava ma non lì. È il tipo di dettaglio che fa arrabbiare chi si presenta al posto sbagliato la sera sbagliata, e la regola pratica è sempre la stessa: il programma del contenitore dice il mese, il calendario della singola arena dice le sere. Le due cose vanno lette insieme.

L'orario era quello standard delle arene romane di luglio, cioè proiezione a buio fatto. A Roma, nella prima metà di luglio, il buio utile arriva intorno alle 21:15, e a fine mese qualche minuto prima, perché le giornate hanno già cominciato ad accorciarsi. Prima della proiezione c'è sempre una finestra di apertura, in genere un'ora abbondante, in cui si entra, si sceglie il posto, ci si siede e si aspetta. In tutte e tre queste arene quella finestra è la parte più interessante della serata, e spiego più avanti perché.

Quattro arene, non tre

Chi vuole capire l'operazione nel suo insieme deve tenere a mente la geografia. Santa Maria della Pietà è sul quadrante nord-ovest, sulla collina di Monte Mario, fra Primavalle e Trionfale. Corviale è a sud-ovest, dalle parti della Portuense, a un paio di chilometri dal Grande Raccordo Anulare. Tor Marancia è a sud, nel quartiere Ardeatino, appena oltre la Garbatella. Il Parco degli Acquedotti è a sud-est, sul Tuscolano. Quattro punti cardinali, quattro bacini di pubblico che non si incontrano mai, un solo cartellone.

Questa è la ragione per cui vale la pena raccontare le tre arene minori tutte insieme invece che una per una. Prese singolarmente sono tre proiezioni gratuite di quartiere. Prese insieme sono un disegno: la città pubblica del Novecento romano, quella costruita dallo Stato e dagli istituti per le case popolari, che per un mese diventa sala cinematografica. Non è una lettura mia: è esattamente il senso dichiarato del progetto, che porta il grande schermo dove il cinema d'estate di solito non arriva e prova a fare delle arene un punto d'incontro di quartiere.

Sul fronte della programmazione la linea è sempre la stessa, e conviene saperla perché orienta la scelta della serata: classici restaurati, film recenti e titoli per famiglie. Tre registri diversi che si alternano lungo il mese, con i film per famiglie tendenzialmente nelle sere in cui ci si aspetta più pubblico di quartiere e i restauri riservati a chi il cinema lo cerca. Chi vuole vedere un classico su schermo grande, quindi, deve guardare il calendario e non presentarsi a caso: in un cartellone costruito così le tre anime non si mescolano nella stessa sera.

Gratis davvero, e come funzionava l'accesso

Lo dico perché in Italia la parola gratis genera sospetto. Qui la formula è semplice: l'operazione è finanziata dentro il programma dell'Estate Romana, cioè con risorse pubbliche destinate alla programmazione culturale estiva della città, e la Fondazione Cinema per Roma la realizza. Non c'era biglietteria, non c'era cassa, non c'era obbligo di consumare niente. Ci si sedeva e si guardava.

Il meccanismo di accesso delle arene gratuite romane è quasi sempre lo stesso e conviene conoscerlo. Non esiste, in genere, una prenotazione che garantisca il posto in senso stretto: esiste un ingresso che apre a un'ora stabilita e i posti si occupano nell'ordine in cui si arriva. Alcune edizioni introducono una registrazione online per gestire i flussi, altre no, e questa è una delle poche variabili che conviene ricontrollare sui canali ufficiali prima di uscire di casa. Quello che non cambia mai è la sostanza: arrivare presto funziona sempre, arrivare tardi qualche volta no.

Nelle arene di quartiere come queste tre, per altro, il problema dell'affollamento è molto meno drammatico che all'arena grande. Mille posti gratuiti in un parco famoso si riempiono; qualche centinaio di sedie in un parco di quartiere si riempie solo le sere dei titoli forti, e nelle altre c'è spazio anche per chi arriva alle nove. Questo non toglie che arrivare presto convenga lo stesso, per un motivo che non riguarda il posto a sedere.

Il Parco di Santa Maria della Pietà, cioè un'arena dentro un ex manicomio

Comincio da qui perché è il posto più sorprendente dei tre, e perché è quello su cui la gente sa meno. L'indirizzo dell'arena era il Parco di Santa Maria della Pietà, sulla collina di Monte Mario, nella zona che i romani chiamano genericamente Monte Mario e che amministrativamente ricade fra il quartiere Primavalle e il suburbio Trionfale. Il riferimento stradale della manifestazione era Via Eugenio Barsanti.

Il parco è il verde di quello che per quasi novant'anni è stato il più grande ospedale psichiatrico d'Europa. Non un ospedale con un giardino: una città. E questa, prima ancora del cinema, è l'informazione che serve per capire dove ci si siede.

Cinque secoli dentro un nome

L'istituzione nasce nel 1548, a Roma, per iniziativa del sacerdote sivigliano Ferrante Ruiz e di due laici, Angelo Bruno e suo figlio Diego, tutti legati all'ambiente di Ignazio di Loyola. La prima sede era nei pressi di piazza Colonna, in pieno centro, ed era pensata inizialmente per accogliere i pellegrini attesi per l'Anno Santo del 1550. Solo in un secondo momento l'istituzione si specializza nell'assistenza ai poveri, ai vagabondi e soprattutto a quelli che i documenti dell'epoca chiamano senza giri di parole gli uomini e le donne pazze della città.

Il primo ottobre 1635, per ordine di papa Urbano VIII, il cardinale Francesco Barberini fissa un capitolato in quindici voci per il governo della struttura: chi amministra, chi sorveglia, chi fa che cosa. È un documento che vale la pena avere in testa quando ci si siede su una sedia di plastica ad aspettare un film, perché descrive una macchina assistenziale già perfettamente organizzata quattro secoli fa.

Nel 1725 papa Benedetto XIII accorpa l'ospizio all'Arcispedale di Santo Spirito in Saxia e lo sposta nella più periferica via della Lungara. È il passaggio decisivo, e non è logistico: l'isolamento sociale del malato di mente comincia a richiedere anche il suo isolamento fisico dalla città. Da lì in poi la storia dell'istituzione è una storia di sovraffollamento, decadenza, inchieste, regolamenti nuovi e tentativi di risanamento. Nei secoli successivi vengono accorpate all'ente altre due strutture assistenziali sul Gianicolo, Villa Barberini per i degenti più facoltosi e Villa Gabrielli. Con l'Unità d'Italia il Santa Maria della Pietà viene riconosciuto come opera pia dal nuovo Stato, e dal 1907 l'amministrazione passa interamente alla Provincia di Roma.

Il manicomio-villaggio di Monte Mario

Nel 1909, per iniziativa del senatore Alberto Cencelli, cominciano i lavori del nuovo ospedale in località Sant'Onofrio, sulla collina di Monte Mario. Il progetto è di Edgardo Negri e Silvio Chiera. La struttura entra in funzione il 28 luglio 1913 e viene inaugurata ufficialmente da Vittorio Emanuele III il 31 maggio 1914.

I numeri spiegano meglio di qualunque aggettivo che cosa fosse. Circa centotrenta ettari. Quarantuno edifici ospedalieri, di cui ventiquattro padiglioni di degenza. Una rete stradale interna di circa sette chilometri. Più di mille posti letto all'apertura, che diventeranno oltre duemila ricoverati con il sovraffollamento. Impianto termico centralizzato, cucina, dispensa, lavanderia, chiesa, alloggio delle suore, laboratori di fabbri e falegnami, una piccola azienda agricola, in seguito anche una sala operatoria. E la definizione tecnica dell'epoca era proprio quella: manicomio-villaggio. Il più grande d'Europa.

La divisione interna era rigidissima. Area maschile e area femminile completamente separate nella gestione fino agli anni Settanta. I padiglioni non erano organizzati per patologia ma per comportamento, il che significa che dentro lo stesso reparto convivevano persone con storie cliniche lontanissime, tenute insieme solo dal fatto di essere considerate tranquille, agitate o pericolose. Il diciottesimo padiglione, quello dei criminali, aveva un muro di cinta di quattro metri. Il ventiduesimo, il più grande, lo chiamavano il Bisonte e ospitava da solo più di trecentoventi persone fra epilettici, dementi senili e schizofrenici.

La giornata era scandita dai pasti e dal regolamento interno. A ogni cambio di turno gli infermieri facevano la conta dei degenti affidati e la riportavano su un registro che chiamavano la vacchetta, perché l'incolumità di ogni ricoverato ricadeva sulla loro responsabilità personale. Nei turni notturni le persone considerate più problematiche venivano legate al letto con fasce di contenzione o sedate. Alcuni degenti, quelli tranquilli e collaborativi, godevano di libertà maggiori e lavoravano, anche retribuiti, dentro la struttura, in una piccola azienda agricola pensata come ergoterapia.

La chiusura arriva in due tempi. Prima la riforma, cioè la legge 180 del 1978, che smonta il principio stesso dell'internamento e avvia il ridimensionamento graduale della struttura. Poi la chiusura definitiva, il 14 gennaio 2000. Fra le due date passano ventidue anni di svuotamento lentissimo, ed è uno dei capitoli meno raccontati della storia recente di Roma.

Che cosa c'è oggi, e perché il parco è aperto

Il complesso appartiene alla Regione Lazio e i padiglioni superstiti, una quarantina, oggi ospitano ambulatori e uffici della ASL Roma 1 e le sedi del Municipio Roma XIV. Il corpo centrale è sede del Museo Laboratorio della Mente, che è una delle istituzioni museali più particolari della città: non un museo di oggetti ma un percorso che prova a far capire dall'interno che cosa significasse l'esperienza manicomiale. Nel corso degli anni Venti di questo secolo sono stati avviati programmi di recupero complessivo dell'area, con risorse importanti destinate alla riqualificazione del compendio.

Il parco, nel frattempo, è verde pubblico frequentatissimo. Pini ad alto fusto piantati più di un secolo fa, viali larghi pensati per il passaggio dei mezzi ospedalieri, prati aperti fra un padiglione e l'altro, gente che corre, bambini, cani, anziani seduti sulle panchine. Montare uno schermo qui dentro non è una scelta neutra, ed è per questo che l'arena di Santa Maria della Pietà, secondo me, era la più interessante delle quattro.

Chi ha voglia di allungare il pomeriggio prima della proiezione, qui, ha la collina a disposizione. La Riserva naturale di Monte Mario è il polmone verde di tutto il quadrante, con i sentieri nel bosco e le vedute sulla città dall'alto, e più in là, sulla cima, c'è l'Osservatorio astronomico dentro Villa Mellini. Fare la riserva nel tardo pomeriggio e poi scendere al parco per il film è la giornata che consiglierei a chiunque non conosca questa parte di Roma.

Una curiosità su Vivi il Cinema! 2026 — le arene gratuite di Santa Maria della Pietà, Corviale e Tor Marancia

Dentro il manicomio di Santa Maria della Pietà, per decenni, la routine quotidiana veniva interrotta soltanto due volte l'anno. Il primo maggio e il 15 settembre, ricorrenza di Santa Maria della Pietà, quando si organizzava una grande festa che per qualche ora trasformava l'istituzione in un posto quasi piacevole. Erano gli unici due giorni in cui il calendario contava qualcosa: tutto il resto dell'anno era una successione di pasti, conte e turni.

Trovo notevole, e non credo l'abbia calcolato nessuno, che l'arena estiva chiuda i battenti alla fine di luglio e che la vecchia festa del 15 settembre cada poche settimane dopo, a rassegna finita, quando il parco è tornato al suo ritmo normale. Per un mese quel prato ha avuto una serata di festa dietro l'altra invece di due all'anno. E se uno ci pensa mentre aspetta che faccia buio, seduto fra padiglioni in cui per ottantasette anni la vita era scandita dalla vacchetta degli infermieri, la cosa fa un certo effetto.

C'è poi una seconda curiosità, più tecnica, che riguarda il parco in quanto luogo di proiezione. Quei viali larghi e quei prati regolari non sono venuti così per caso: sono il risultato di un progetto ospedaliero del 1909 che doveva permettere il passaggio di barelle, carri e mezzi di servizio fra quarantuno edifici sparsi su centotrenta ettari. Cioè esattamente la stessa cosa che serve a un allestitore per portare dentro un camion con lo schermo, il gruppo elettrogeno e qualche centinaio di sedie. Il parco di un manicomio del primo Novecento è, per ragioni completamente diverse da quelle per cui fu disegnato, un posto logisticamente perfetto per montarci un'arena.

Terza curiosità, questa proprio minuta. Il nome ufficiale dell'istituzione ha attraversato tre sedi in quattro secoli e mezzo: piazza Colonna, via della Lungara, Monte Mario. È arrivato fin qui senza cambiare di una virgola. Sulla mappa di Roma, oggi, Santa Maria della Pietà è una fermata dell'autobus, un parco, un museo e un pezzo di burocrazia sanitaria. Nessuna delle quattro cose ha più niente a che fare con l'ospizio per pellegrini del Giubileo del 1550 da cui il nome viene.

Corviale, il Serpentone, e che cosa significa proiettare un film lì sotto

La seconda arena era a Corviale, con riferimento a Largo Odoardo Tabacchi. Chi non conosce il posto pensa a una periferia qualsiasi. Chi lo conosce sa che è probabilmente l'edificio residenziale più discusso d'Italia, e uno dei più discussi d'Europa.

Che cos'è, in numeri

Il nome corretto è Nuovo Corviale, i romani lo chiamano il Serpentone. È un complesso di edilizia residenziale pubblica nella periferia sud-ovest della capitale, nell'undicesimo municipio, suburbio Gianicolense, lungo via Ettore Ferrari, via Poggio Verde, via Marino Mazzacurati e via dei Sampieri, a circa due chilometri dal Grande Raccordo Anulare.

Il corpo principale è una stecca unica lunga 986 metri, alta 30 metri su nove piani. Quasi un chilometro di edificio in linea retta. Accanto, un secondo corpo parallelo più basso, di cinque piani, e un terzo ruotato di quarantacinque gradi rispetto ai primi due. Il progetto contava milleduecento appartamenti. Oggi il complesso accoglie circa quattromilacinquecento abitanti.

Per dare la misura: 986 metri sono all'incirca la lunghezza di via dei Fori Imperiali più un pezzo, oppure due volte e mezzo la navata di San Pietro. Un edificio. Uno solo. Chi ci passa davanti in macchina lungo la Portuense ci mette più di un minuto a superarlo.

Il progetto, cioè l'utopia

Corviale è stato progettato a partire dal 1972 da una squadra di ventitré architetti coordinata da Mario Fiorentino, con dentro professionisti del calibro di Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini e Michele Valori. La proprietà era dell'Istituto autonomo per le case popolari, oggi ATER.

L'idea, e questa è la parte che quasi nessuno racconta, era esattamente l'opposto del degrado con cui Corviale viene identificato. Negli anni Sessanta Roma si era riempita di quartieri dormitorio: case e basta, nessun servizio, nessun luogo di incontro, la gente costretta a prendere due autobus per qualunque cosa. Fiorentino voleva rompere quel modello. Il Nuovo Corviale doveva essere un frammento compiuto di città, autosufficiente, capace di offrire da sé tutti i servizi alla collettività che lo abitava.

Nel progetto c'erano: quattro teatri all'aperto, gli uffici circoscrizionali, una biblioteca, le scuole dall'asilo alle medie, i servizi sanitari, il mercato, una sala riunioni da cinquecento posti e un intero piano, il quarto, riservato ad attività commerciali e artigianali, tutto affacciato panoramicamente sul verde dell'Agro Romano. Fiorentino lo definì una grande unità residenziale, un unico complesso edilizio che contiene ed esprime la complessità e la ricchezza di relazioni propria della città.

L'architetto Franco Purini, che non è un tenero, ha scritto che Fiorentino aveva una concezione dell'abitare come movimento eroico, che voleva una macchina abitativa capace di autoregolarsi facendo prevalere gli interessi collettivi su quelli individuali, e che arrivò fuori tempo massimo, quando ormai il postmoderno esaltava il singolo individuo e i suoi bisogni privati. Per Purini, Corviale resta l'opera più importante realizzata a Roma in tutti gli anni Settanta e una delle architetture più significative della produzione mondiale di quel periodo.

Come è andata davvero

I lavori cominciano nel 1975 e vanno avanti fra difficoltà e ritardi. Nel 1982 vengono sospesi per il fallimento dell'impresa costruttrice. Nello stesso anno, il 25 dicembre, Mario Fiorentino muore d'infarto senza aver visto finire il suo progetto. Segnalo per inciso che la leggenda metropolitana secondo cui si sarebbe tolto la vita per il rimorso di aver costruito un mostro è falsa: circola da quarant'anni e continua a circolare, ma non regge.

Le prime abitazioni vengono consegnate nell'ottobre del 1982, il blocco residenziale è finito nel 1984. Pochi mesi dopo cominciano le occupazioni abusive, circa settecento famiglie, che proseguono per tutti gli anni Ottanta e Novanta mentre i servizi previsti dal progetto non vengono realizzati. In particolare viene occupato il quarto piano, quello che doveva ospitare botteghe, laboratori e attività commerciali, e i locali vengono trasformati in appartamenti. È la ferita centrale della storia di Corviale, e dura ancora.

Il risultato di questo scarto fra progetto e realtà è che Corviale è diventato, nell'immaginario collettivo italiano, il quartiere simbolo del degrado delle periferie della capitale. Il che è sbagliato due volte: perché descrive un edificio con le parole di un fallimento amministrativo e non di un errore architettonico, e perché a Corviale, nel frattempo, ci vivono migliaia di persone che hanno costruito un tessuto sociale reale, con associazioni, attività sportive, spazi culturali autogestiti e una capacità di reazione che raramente viene raccontata.

Una cosa che non ti dice nessuno su Vivi il Cinema! 2026 — le arene gratuite di Santa Maria della Pietà, Corviale e Tor Marancia

La retorica con cui questi progetti vengono raccontati ogni anno è sempre la stessa: il cinema che arriva in periferia, la cultura portata dove non c'è, il centro che si ricorda dei quartieri. È una retorica che regge zero, almeno per due dei tre indirizzi di questa rassegna, e la smentita è scritta nei progetti originali.

A Corviale il cinema non è arrivato nel 2026. Era previsto nel 1972. Nel progetto di Mario Fiorentino, dentro quella stecca da 986 metri, erano disegnati quattro teatri all'aperto e una sala riunioni da cinquecento posti. Cinquecento posti. Più di qualunque arena estiva di quartiere che la città abbia allestito in questi anni. Non un ripensamento, non un contentino: una dotazione culturale scritta nelle tavole di progetto insieme alle scuole e al mercato, perché il progettista riteneva che un pezzo di città senza luoghi in cui la gente si riunisce non fosse un pezzo di città.

Quei quattro teatri non sono mai stati costruiti. La sala da cinquecento posti nemmeno. Il piano dei servizi è finito occupato da famiglie che una casa non ce l'avevano. Quindi, cinquantaquattro anni dopo il progetto, arriva un camion, scarica uno schermo gonfiabile e delle sedie, e per qualche sera di luglio Corviale ha il suo teatro all'aperto. Provvisorio, smontabile, prestato. Ma ce l'ha.

La stessa cosa, in forma diversa, vale per Santa Maria della Pietà. Quel parco non è un luogo in cui la cultura è arrivata: è un luogo da cui per ottantasette anni la gente non poteva uscire. Ci si proiettava, dentro quei padiglioni, ben prima del 2026, perché il cinema è stato una delle forme di intrattenimento istituzionale dei manicomi italiani per decenni. La differenza non è che adesso c'è il cinema. La differenza è che adesso il pubblico entra ed esce dal cancello con le sue gambe.

Ecco perché, secondo me, chiamare queste tre arene decentramento culturale è una lettura povera. Sono tre restituzioni. In un caso si restituisce a un quartiere una cosa che gli era stata progettata e mai consegnata; in un altro si riapre al pubblico un luogo che era stato costruito per chiudere le persone dentro; nel terzo, come racconto fra poco, si porta uno schermo in una borgata che il cinema italiano ha guardato dall'esterno per sessant'anni senza mai proiettarci niente.

E c'è un corollario pratico che nessuno mette nei comunicati. Quando un'arena gratuita apre in un posto così, il film è la metà meno importante della serata. La parte che conta è che per tre o quattro settimane, in un punto della città dove d'estate alle nove di sera normalmente non c'è niente, ci sono trecento persone sedute insieme al buio. Nei quartieri dove i luoghi di ritrovo serali scarseggiano, quella è una cosa che ha un peso sociale molto superiore al titolo in cartellone.

Tor Marancia, dal fango di Shanghai ai ventidue murales

La terza arena era al Parco di Tor Marancia, con riferimento a Viale di Tor Marancia, nel quartiere Ardeatino, a sud del centro, subito oltre la Garbatella. È la zona urbanistica 11E dell'ottavo municipio, e ha una storia che vale da sola il viaggio.

Il nome, e una villa romana sotto i palazzi

Il nome deriva probabilmente dalla deformazione medievale di Amaranthus, un liberto che nel secondo secolo dopo Cristo prese in gestione la tenuta agricola e la villa della famiglia di Numisia Procula. I resti di quella villa dovevano trovarsi dalle parti di via Giulio Aristide Sartorio, e oggi non sono più visibili. Un atto di vendita tramanda la trascrizione di un'epigrafe latina in cui compaiono i praedia Amarantiana, i poderi di Amaranthus: da lì, con ogni probabilità, il nome del quartiere.

La torre originale, torre Marancia, era su via delle Sette Chiese, nei pressi delle catacombe di Santa Domitilla, ed è andata distrutta fra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento: nella mappa del Catasto Alessandrino del 1660 già non compare più. Quella che si vede oggi su viale di Tor Marancia è un'altra cosa: fino al Settecento si chiamava torre di San Tommaso, è del Duecento, è costruita in blocchetti di tufo, alta circa quindici metri per sei di lato, e conserva ancora i resti della merlatura originale. Nasce come torre di avvistamento contro i pirati saraceni che risalivano dal mare e diventa poi struttura militare nelle lotte fra i baroni romani.

Gli scavi della duchessa

La tenuta di Tor Marancia, circa duecentocinquantatré ettari, confinava con Grottaperfetta e con le strade di San Paolo, del Divino Amore e dell'Annunziatella. Dal 1481 al 1797 appartenne all'Ospedale del Santissimo Salvatore al Sancta Sanctorum, poi passò al duca Luigi Braschi Onesti, nipote di papa Pio VI, poi al conte Domenico Lavaggi.

Fra il 1816 e il 1824 la tenuta fu di Maria Anna di Savoia, duchessa di Chiablese, figlia del re di Sardegna Vittorio Amedeo III. Oltre a sfruttare le cave di pozzolana, la duchessa avviò nel 1817 con l'archeologo Luigi Biondi una campagna di scavi da cui emersero i resti di due ville romane, quella di Munatia Procula e quella di Numisia Procula. Mosaici, statue ed epigrafi andarono ad arredare le residenze aristocratiche sabaude dell'epoca. Una parte di quei reperti è oggi esposta nella Galleria dei Candelabri dei Musei Vaticani.

Vale la pena fermarsi un secondo su questo passaggio, perché è una cosa che a Roma succede di continuo e a cui nessuno fa più caso: il pubblico che nel luglio 2026 si sedeva a Tor Marancia per vedere un film gratis era seduto sopra una tenuta i cui marmi migliori, due secoli fa, sono finiti in Vaticano.

La borgata, Shanghai, e le baracche

All'inizio degli anni Trenta del Novecento, con gli sventramenti fascisti del centro storico, migliaia di romani vengono espulsi dai rioni centrali. Insieme a loro arrivano emigrati dal Sud e famiglie messe sul lastrico dalla liberalizzazione degli affitti. Nasce così la borgata governatoriale di Tor Marancia, chiamata anche Tormarancio. I lavori finiscono nel maggio del 1933.

Era un assembramento di baracche, casette in muratura e in legname, in un'area paludosa e insalubre dove la tubercolosi correva. Pavimenti in terra battuta, niente acqua nelle case, servizi igienici in comune e spesso rotti, all'inizio nessuna scuola, nessun trasporto pubblico, nessun pronto soccorso. Per via degli allagamenti periodici, dovuti alla posizione infossata, la borgata si prese il soprannome che poi le è rimasto per sempre: Shanghai, che a Roma si pronuncia e spesso si scrive Sciangai.

Quel soprannome è entrato in letteratura per tre strade diverse. Il giornalista e scrittore Ugo Zatterin ambientò qui, chiamandola appunto Sciangai senza mai nominare Tor Marancia, il suo romanzo Rivolta a Sciangai, scritto nel 1947 e pubblicato da Mondadori nel 1952. Alberto Moravia, in uno dei suoi racconti romani, Il Pupo del 1954, fa dire al protagonista che vive a Tormarancio con moglie e sei figli in una stanza che è tutta una distesa di materassi, e che quando piove l'acqua va e viene come sulle banchine di Ripetta. E Pier Paolo Pasolini prese ispirazione proprio da quel soprannome per la Piccola Shangai di Una vita violenta, il romanzo del 1959: il villaggio di baracche sulla sponda dell'Aniene, fra Pietralata e Monte Sacro, dove vive Tommaso Puzzilli.

Le baracche furono rase al suolo nel 1948, un anno dopo l'inizio dei lavori delle attuali case popolari. L'avvio si deve all'intercessione di due senatori comunisti, Edoardo D'Onofrio ed Emilio Sereni; la prosecuzione fu possibile grazie alla legge Ina-Casa del 1949, il piano di edilizia residenziale pubblica voluto da Amintore Fanfani, allora ministro del Lavoro, che restò in vigore fino al 1960.

Il museo condominiale

Qui la storia fa una piega che non ti aspetti. Nel 2015, sulle facciate delle palazzine ATER del Lotto 1 di viale di Tor Marancia, è nato quello che oggi si chiama Museo condominiale di Tor Marancia: ventidue murales monumentali su undici palazzi, realizzati da artisti italiani e internazionali.

Il progetto è stato ideato nel 2013 da Stefano Antonelli, con la consulenza di Gianluca Marziani, e realizzato fra il 2014 e il 2015 dall'associazione 999Contemporary con il nome Big City Life, in accordo con l'ATER e con il patrocinio del Municipio Roma VIII. Settanta giorni di lavoro, settecentosessantacinque litri di vernice, novecentosettantaquattro bombolette spray. Inaugurazione ufficiale il 9 marzo 2015. L'anno dopo il progetto ha rappresentato l'Italia nel Padiglione Italia alla quindicesima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, quella che aveva per tema Taking Care.

La cosa che rende questi murales diversi dalle centinaia di opere di street art sparse per Roma è che quasi tutti nascono da storie degli abitanti di quei palazzi. Il murale di Seth, Il bambino redentore, con un bambino di spalle arrampicato su una scaletta che guarda oltre i palazzi, nasce dalla vicenda di un ragazzino cresciuto nel comprensorio e morto in un incidente mentre giocava a pallone. Philippe Baudelocque ha disegnato una mano fatta di costellazioni ispirata a un'inquilina malata di Alzheimer. Lek & Sowat hanno scritto Veni, Vidi, Vinci, con l'errore ortografico voluto, giocando insieme su Leonardo e sul cognome di un inquilino del palazzo che aveva perso l'uso delle gambe. SatOne ha ricavato Cascata di parole da una lite fra due residenti.

E poi ci sono le opere che parlano del quartiere in quanto tale. Mr. Klevra ha dipinto una Nostra Signora di Shanghai in stile bizantino, una Vergine che abbraccia il Bambino come Roma che abbraccia uno dei suoi figli. Caratoes ha risposto al soprannome della borgata con Welcome to Shangay, una maschera dell'opera cinese che regge una lupa capitolina di carta piegata. Gaia ha messo insieme un'arancia, un busto di marmo ispirato alle statue dello Stadio dei Marmi e un pesce, riferimento diretto agli allagamenti storici, e ha ricavato il titolo dalle prime tre risposte dei residenti a cui aveva chiesto di definire l'opera. Guido van Helten ha ritratto una ragazza anonima per raccontare la storia degli abitanti della spina di Borgo, demolita per fare via della Conciliazione e trasferiti proprio qui.

Completano la collezione, fra gli altri, Alberonero, Best Ever, Clemens Behr, Danilo Bucchi, Diamond, Domenico Romeo, Jaz, Jerico, Moneyless, Pantonio, Reka e Vhils, che invece di dipingere ha scolpito un occhio scalpellando la facciata. Nel 2025 si sono aggiunti un lavoro di Michelangelo Pistoletto e Raymundo Sesma e un secondo intervento di Moneyless. Il museo è riconosciuto dall'International Council of Museums.

Il risultato è che la proiezione serale di luglio, a Tor Marancia, avveniva a poche centinaia di metri da undici palazzi popolari trasformati in una galleria a cielo aperto alta quattordici metri e mezzo. Chi ci arrivava alle otto aveva tutto il tempo di farsi il giro dei murales prima del film, ed è esattamente quello che consiglio di fare.

Il consiglio che ti do per visitare Vivi il Cinema! 2026 — le arene gratuite di Santa Maria della Pietà, Corviale e Tor Marancia

Il consiglio è uno solo e vale per tutte e tre: arriva un'ora e mezza prima della proiezione, e usa quell'ora e mezza per camminare. Non per prendere posto. Per camminare.

Spiego perché non è un consiglio generico. In una normale arena estiva romana arrivare presto serve a sedersi bene, e basta. Qui no. Qui l'arena è piantata dentro tre luoghi che sono più interessanti del film che ci proiettano sopra, e che di sera, con la luce che cala, danno il meglio. Se arrivi alle 21:10, parcheggi, ti siedi e guardi lo schermo, hai fatto un'operazione che potevi fare in qualunque multisala con l'aria condizionata. Se arrivi alle 19:45 fai una cosa che non puoi fare da nessun'altra parte.

A Santa Maria della Pietà, quell'ora e mezza la spenderei camminando fra i padiglioni. Il complesso è leggibile: i numeri dei padiglioni sono ancora lì, le architetture del primo Novecento pure, e girando fra i viali si capisce a occhio la logica del manicomio-villaggio, con la separazione fra le due aree, le distanze calcolate, il verde usato come dispositivo di contenimento. Se ci si va in un giorno in cui il Museo Laboratorio della Mente è aperto, la sequenza museo nel pomeriggio e film la sera è la cosa migliore che si possa fare in quel quadrante. Se il museo è chiuso, basta il parco.

A Corviale, quell'ora e mezza la spenderei costeggiando la stecca. A piedi, dal primo all'ultimo corpo scala, lungo il lato che dà sull'Agro Romano. Sono quasi mille metri: si fanno in dodici minuti buoni, e non c'è nessuna fotografia, nessun documentario e nessun articolo che renda l'effetto di percorrere quella cosa a piedi mentre il sole cala. Quando ci si gira a guardare indietro e l'edificio continua a perdersi in prospettiva senza finire, si capisce che cosa avevano in testa Fiorentino e i suoi ventidue colleghi, e si capisce anche perché il progetto era ingestibile.

A Tor Marancia, quell'ora e mezza la spenderei sui murales del Lotto 1. Undici palazzi, ventidue opere, tutte lungo viale di Tor Marancia e i cortili interni. Il giro completo, con calma, è meno di un'ora, ed è molto meglio farlo alla luce del tardo pomeriggio che a mezzogiorno, perché i colori sono meno bruciati e le facciate prendono luce laterale. Poi ci si sposta al parco per il film.

Secondo consiglio, minore ma pratico: vai in una sera infrasettimanale. Il venerdì e il sabato queste arene si riempiono di gente venuta da fuori quartiere, e si perde proprio la cosa che le rende speciali, cioè l'essere una serata di quartiere. Il martedì o il mercoledì il pubblico è locale, l'atmosfera è più rilassata, i posti abbondano e il rapporto con il luogo è molto più diretto.

Come ci si arriva, arena per arena

Tre indirizzi, tre logiche di trasporto completamente diverse. Li tratto separatamente perché mescolarli è il modo più rapido per sbagliare.

Parco di Santa Maria della Pietà, Monte Mario

Il riferimento della manifestazione era Via Eugenio Barsanti, sul versante della collina di Monte Mario che guarda verso Primavalle e Torrevecchia. Il complesso è enorme e ha più di un ingresso: conviene sempre guardare quale cancello indica la comunicazione della manifestazione, perché entrare da quello sbagliato significa attraversare a piedi mezzo parco, che di sera e con poca illuminazione non è divertente.

Il quadrante è servito dalle linee di superficie che collegano Cornelia e la zona Trionfale con Primavalle e Torrevecchia. Chi arriva dal centro con la metro A fino a Cornelia e poi prosegue in autobus fa il percorso più lineare. La stazione ferroviaria di riferimento per la zona è quella della linea regionale che serve il quadrante nord-ovest, ma il tratto finale resta comunque su gomma o a piedi.

Corviale

Il riferimento era Largo Odoardo Tabacchi. Corviale è nel suburbio Gianicolense, sull'asse della Portuense, a circa due chilometri dal Grande Raccordo Anulare. Non c'è metropolitana: si arriva in autobus, con le linee che risalgono dalla Portuense e da Trastevere verso Casetta Mattei e Corviale, oppure in macchina.

In auto, chi viene dal centro fa la Portuense o passa per il Raccordo e scende all'uscita che serve la zona. Il parcheggio, a differenza degli altri due indirizzi, non è un problema serio: l'area intorno alla stecca è dimensionata per migliaia di residenti e spazio ce n'è.

Parco di Tor Marancia

Il riferimento era Viale di Tor Marancia, quartiere Ardeatino. È il più comodo dei tre per chi arriva dal centro: la zona è servita dalla metro B, con le fermate che servono la Garbatella e l'asse della Cristoforo Colombo, più le linee di superficie che percorrono viale di Tor Marancia in tutta la sua lunghezza.

In macchina è la zona in cui parcheggiare costa più fatica delle altre due, perché è un quartiere denso e residenziale. Il consiglio è arrivare presto anche solo per questo motivo, o lasciare l'auto verso la Colombo e fare gli ultimi minuti a piedi.

Chi vuole combinare bene la giornata può salire dalla Garbatella: gli Orti urbani della Garbatella sono a poca distanza e il quartiere merita una passeggiata di suo, con i lotti degli anni Venti, le scalinate e i cortili interni.

Che cosa portarsi, e come organizzare la serata

Le arene gratuite di quartiere hanno una dotazione essenziale, e va saputo prima. Una sedia, uno schermo, un impianto audio, in genere qualche servizio chimico. Tutto il resto lo porti tu.

La prima cosa, e la dico per esperienza di luglio romano in tre parchi diversi: il repellente per zanzare. A Santa Maria della Pietà ci sono alberi ad alto fusto e sottobosco; a Tor Marancia la zona è storicamente umida, il che è esattamente il motivo per cui la chiamavano Shanghai; a Corviale l'Agro Romano comincia a duecento metri. In tutte e tre le situazioni, a partire dal tramonto, le zanzare esistono e lavorano. Chi arriva senza niente passa la serata a grattarsi le caviglie invece di guardare il film.

Seconda cosa: qualcosa da mettersi addosso. È controintuitivo a luglio, ma dopo due ore ferma su una sedia all'aperto, con il ponentino che gira, la gente si raffredda. Una felpa leggera o una camicia a maniche lunghe nello zaino risolvono.

Terza: un cuscino o un telo. Le sedie delle arene estive sono di plastica, impilabili e progettate per costare poco, non per due ore di comodità. Chi ha problemi di schiena lo sa già.

Quarta: acqua. I chioschi, quando ci sono, chiudono presto o hanno code. A Roma le fontanelle pubbliche funzionano quasi sempre, e nei parchi ce ne sono, ma trovarle al buio è un'altra questione: meglio riempire la borraccia prima.

Sulla cena, la logica cambia da arena ad arena. A Tor Marancia e a Santa Maria della Pietà si è dentro o accanto a quartieri residenziali densi, quindi pizzerie al taglio, forni e bar aperti la sera non mancano e una cena veloce prima della proiezione si organizza senza pensarci. A Corviale la dotazione commerciale della zona è più rarefatta, e chi vuole mangiare prima farebbe bene a risolvere la questione lungo la strada invece di contare di trovare qualcosa all'ultimo momento.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Roma sia la capitale del cinema italiano lo sanno tutti. Che il cinema italiano abbia costruito una parte enorme del proprio immaginario proprio sui quartieri di edilizia popolare come questi tre lo sanno quasi tutti. Quello che si cita molto di rado è la conseguenza: per decenni queste zone sono state set, non sale.

Il neorealismo e poi il cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta hanno girato instancabilmente nelle borgate, nei lotti popolari, sui terrapieni, davanti ai palazzoni. La periferia romana è uno dei paesaggi più filmati d'Europa. Ma essere filmati e avere un cinema sono due cose completamente diverse, e nella maggior parte di questi quartieri la seconda non è mai arrivata. Le sale, quando c'erano, hanno chiuso; le multisale sono nate altrove, di solito accanto ai centri commerciali, raggiungibili in macchina.

Corviale, da questo punto di vista, è un caso da manuale. È stato osservato, fotografato, studiato, filmato: esiste perfino un documentario dedicato, Il Palazzo di Katharina Copony, prodotto nel 2006 fra Germania e Austria. L'edificio compare in innumerevoli reportage internazionali sull'architettura del Novecento. Nel frattempo, i quattro teatri all'aperto previsti dal progetto non sono mai stati costruiti.

Tor Marancia, allo stesso modo, ha dato a Moravia, a Zatterin e indirettamente a Pasolini una delle immagini più forti della periferia romana del dopoguerra, quella Shanghai fangosa che è diventata un archetipo. Il quartiere ha fornito materiale narrativo per trent'anni senza ricevere in cambio nemmeno uno schermo stabile.

Ecco perché una rassegna come questa, al netto della retorica, ha un valore che va oltre il numero delle serate. Per quattro settimane, tre luoghi che il cinema italiano ha usato, guardato o attraversato hanno avuto lo schermo dalla parte giusta. E il fatto che sia gratis, in tre quartieri dove il reddito medio non è quello dei Parioli, non è un dettaglio accessorio: è la condizione perché la cosa funzioni.

La foto giusta da fare a Vivi il Cinema! 2026 — le arene gratuite di Santa Maria della Pietà, Corviale e Tor Marancia

Tre arene, tre fotografie diverse. Nessuna delle tre è lo schermo acceso: lo schermo acceso, fotografato al buio, viene sempre uguale e sempre brutto, un rettangolo bianco slavato in mezzo al nero. La foto che vale, in tutti e tre i casi, si fa prima, nella mezz'ora fra il tramonto e il buio, quando c'è ancora luce nel cielo ma l'allestimento è già illuminato.

A Santa Maria della Pietà

La foto è lo schermo in mezzo ai pini, con un padiglione sullo sfondo. Il contrasto è tutto lì: l'architettura ospedaliera del primo Novecento, severa, ripetitiva, riconoscibilissima, e davanti un telo bianco con le sedie in fila. Il momento giusto è quando il cielo è ancora azzurro scuro e le luci di servizio dell'arena sono già accese, cioè in genere fra le 20:50 e le 21:10. Tecnicamente: esponi per il cielo, lascia che i padiglioni restino in silhouette, e tieni lo schermo nel terzo inferiore dell'inquadratura. Se invece esponi per lo schermo, il cielo brucia e la foto perde il senso.

La seconda foto possibile, e forse la migliore, è un dettaglio: il numero romano di un padiglione, ancora leggibile sulla facciata, con le luci dell'arena fuori fuoco alle spalle. È una fotografia che racconta l'intera storia del posto in un fotogramma.

A Corviale

Qui la foto è una sola e non è l'arena: è la fuga prospettica della stecca. Ci si mette al capo dell'edificio, il più vicino possibile alla facciata, e si inquadra lungo la parete. Quasi mille metri di cemento che si perdono in prospettiva e non finiscono. Con il sole basso da ovest, che è esattamente il lato dell'Agro Romano, la luce radente sulla facciata tira fuori la trama del calcestruzzo e l'ombra dei ballatoi, e la fotografia diventa una cosa che sembra finta.

Se si vuole includere il cinema, la composizione giusta mette l'edificio in diagonale sulla sinistra e l'arena piccola, con lo schermo e le sedie, in basso a destra. Il rapporto di scala fra le due cose è il contenuto della fotografia: novecentottantasei metri di edificio e un telo di dieci. Non serve altro per capire questo posto.

A Tor Marancia

Qui la foto non si fa al parco: si fa lungo viale di Tor Marancia, sotto i palazzi. Undici facciate dipinte alte quattordici metri e mezzo, in un quartiere popolare del 1947, con i panni stesi ai balconi che si sovrappongono alle opere. Il tardo pomeriggio dà la luce laterale che serve ai colori. Le due inquadrature che funzionano sempre sono la facciata frontale piena, murale e nient'altro, e il campo largo con due o tre palazzi insieme, che è la foto che spiega che non si tratta di un murale ma di un museo.

Se si vuole la fotografia più giusta del quartiere in assoluto, però, è la Nostra Signora di Shanghai di Mr. Klevra inquadrata dal basso, con il cielo sopra. Una Madonna bizantina dipinta su un palazzo di case popolari, intitolata con il soprannome che il quartiere si era preso perché si allagava. Cinquant'anni di storia sociale romana in un'immagine sola.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Secondo secolo dopo Cristo. La tenuta agricola e la villa della famiglia di Numisia Procula, a Tor Marancia, passano in gestione al liberto Amaranthus. Dal suo nome deriverà, attraverso una deformazione medievale, il nome del quartiere.

1548. Ferrante Ruiz, Angelo e Diego Bruno fondano vicino a piazza Colonna l'istituzione di Santa Maria della Pietà, nata per i pellegrini del Giubileo del 1550 e presto specializzata nell'assistenza ai malati di mente.

1635. Il cardinale Francesco Barberini, per ordine di Urbano VIII, fissa in quindici voci le regole di governo della struttura.

1725. Benedetto XIII accorpa l'ospizio all'Arcispedale di Santo Spirito in Saxia e lo trasferisce in via della Lungara.

1817. Maria Anna di Savoia, duchessa di Chiablese, avvia con Luigi Biondi gli scavi di Tor Marancia: emergono le ville di Munatia Procula e Numisia Procula. Parte dei reperti è oggi nella Galleria dei Candelabri dei Musei Vaticani.

31 maggio 1914. Vittorio Emanuele III inaugura ufficialmente il nuovo complesso di Monte Mario, in funzione dal 28 luglio dell'anno precedente: il più grande ospedale psichiatrico d'Europa.

Maggio 1933. Finiscono i lavori della borgata governatoriale di Tor Marancia, destinata agli sfollati degli sventramenti del centro. Per gli allagamenti si prende il soprannome di Shanghai.

1948. Le baracche di Tor Marancia vengono rase al suolo. Erano già partiti i lavori delle case popolari, che proseguiranno con la legge Ina-Casa del 1949.

1975. Apre il cantiere di Corviale su progetto del gruppo coordinato da Mario Fiorentino.

1982. I lavori di Corviale vengono sospesi per il fallimento dell'impresa. Il 25 dicembre muore Mario Fiorentino. In ottobre erano state consegnate le prime case; il blocco residenziale sarà completato nel 1984 e il quarto piano dei servizi verrà occupato subito dopo.

14 gennaio 2000. Chiude definitivamente il Santa Maria della Pietà, ventidue anni dopo la legge 180.

9 marzo 2015. Viene inaugurato a Tor Marancia il museo condominiale nato dal progetto Big City Life: ventidue murales su undici palazzi ATER. L'anno dopo rappresenta l'Italia alla Biennale di Architettura di Venezia.

Luglio 2026. Per un mese, tutti e tre i luoghi hanno un cinema gratuito all'aperto.

Chi è passato da Vivi il Cinema! 2026 — le arene gratuite di Santa Maria della Pietà, Corviale e Tor Marancia

Il pubblico delle serate di luglio era gente di quartiere, e questa è la cosa migliore che si possa dire di un'arena gratuita. Ma i tre luoghi, presi nella loro storia lunga, hanno un elenco di nomi che pochi indirizzi romani possono permettersi.

A Santa Maria della Pietà sono passati Ferrante Ruiz e i Bruno nel Cinquecento, il cardinale Francesco Barberini nel Seicento, papa Benedetto XIII nel Settecento. Il senatore Alberto Cencelli ha voluto il complesso di Monte Mario; gli architetti Edgardo Negri e Silvio Chiera lo hanno disegnato; Vittorio Emanuele III lo ha inaugurato nel 1914. Da lì sono passate, soprattutto, decine di migliaia di persone di cui non conosciamo il nome, più gli infermieri, le suore caporeparto e i medici che tenevano quella macchina in piedi. Il Museo Laboratorio della Mente esiste per provare a restituire loro una voce.

A Corviale sono passati Mario Fiorentino, che è anche l'autore del Mausoleo delle Fosse Ardeatine e, con Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi, del quartiere INA-Casa Tiburtino, e con lui Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini, Michele Valori e gli altri del gruppo dei ventitré. Franco Purini lo ha giudicato l'opera più importante realizzata a Roma negli anni Settanta. Katharina Copony ci ha girato il documentario Il Palazzo.

Da Tor Marancia è passato, prima di tutti, Agostino Di Bartolomei: capitano della Roma, ha cominciato a tirare calci al pallone sui campetti di questo quartiere prima di arrivare al vivaio giallorosso. Alberto Moravia ci ha ambientato Il Pupo, Ugo Zatterin Rivolta a Sciangai, e Pier Paolo Pasolini ha preso da qui il nome della sua Piccola Shangai. Nel 2015 sono arrivati Stefano Antonelli e Gianluca Marziani con gli artisti di Big City Life, da Seth a Vhils, da Gaia a Mr. Klevra, da Pantonio a Philippe Baudelocque; nel 2025 Michelangelo Pistoletto e Raymundo Sesma.

Prima di andare

Quello che resta, chiusa l'edizione, è una constatazione semplice. Per un mese, in tre punti di Roma che nessuna guida turistica nomina, la gente ha potuto sedersi gratis davanti a uno schermo dentro un ex manicomio, sotto il palazzo più lungo d'Italia e accanto a undici facciate dipinte da artisti di mezzo mondo. Chi sostiene che a Roma d'estate non succeda niente, di solito, non ha mai preso un autobus in direzione della circonvallazione.

Per l'edizione che verrà, gli unici riferimenti affidabili restano i canali ufficiali della Fondazione Cinema per Roma e il programma dell'Estate Romana, dove escono calendario, titoli, orari di apertura e modalità di accesso. Il cartellone cambia ogni anno, le sedi possono variare e le regole di ingresso possono essere ritoccate: sono le uniche cose da controllare all'ultimo. Il resto, cioè i tre luoghi, l'ora del tramonto, le zanzare e il consiglio di arrivare un'ora e mezza prima, vale sempre. Chi vuole confrontare con l'arena grande della stessa rassegna trova tutto nella scheda del Parco degli Acquedotti; chi cerca altro cinema gratuito in città può guardare verso Piazza Vittorio, la Casa del Cinema a Villa Borghese e, sul versante Garbatella e Ostiense, Laperossa.

Se stai costruendo un itinerario romano più largo e vuoi appoggiarti a professionisti locali per visite guidate, accompagnamento e servizi organizzati sul posto, il riferimento è Tour Leader Pro. Se invece il problema è il viaggio nel suo insieme, con tempi, spostamenti e tappe da incastrare fra Roma e il resto del paese, il punto di partenza è ItalyPlanner: serve esattamente a capire quanti giorni dedicare a che cosa e come muoversi fra una città e l'altra senza perderne metà in treno.

Contact Information

Data Evento1 Luglio 2026 — 31 Luglio 2026
IndirizzoParco di Santa Maria della Pietà, Via Eugenio Barsanti, 00135 Roma (+ Corviale e Tor Marancia) Roma Città
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