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Parco degli Acquedotti

Il Parco degli Acquedotti si trova a Roma con ingresso principale in via Lemonia, nel quartiere Appio Claudio, a sud est del centro. L'accesso è libero e gratuito, senza biglietto, senza cassa e senza orario di chiusura: si entra a piedi o in bicicletta da via Lemonia, da via delle Capannelle e da diversi varchi lungo il perimetro. Ci si arriva con la Metro A, scendendo a Giulio Agricola o a Subaugusta, da cui in una decina di minuti a piedi si raggiungono le arcate; anche Lucio Sestio e Cinecittà sono comode a seconda del punto in cui volete entrare. In autobus servono la zona le linee 557, 559, 590, 650 e 654. Il parco copre circa 240 ettari di prato aperto attraversato dalle arcate degli antichi acquedotti, ed è la porzione più fotografata del Parco regionale dell'Appia Antica. I dettagli aggiornati su accessi ed eventuali visite guidate sono sul sito ufficiale del Parco archeologico dell'Appia Antica.

Chi conosce Roma sa che questo è uno dei pochi luoghi dove l'antichità non è recintata dietro una biglietteria: le arcate del Claudio corrono in mezzo all'erba, i cani rincorrono le palline sotto i piloni di duemila anni e la gente fa jogging dove passava l'acqua che riforniva il Palatino. Vale la pena capirlo prima di arrivare, perché a colpo d'occhio sembra un prato con dei ruderi, e invece è la più densa concentrazione di acquedotti romani sopravvissuta fuori dalle mura.

Parco degli Acquedotti, le arcate dell'acquedotto Claudio
Le arcate dell'acquedotto Claudio nel Parco degli Acquedotti

Dove si trova e come arrivare al Parco degli Acquedotti

Il parco occupa la fascia di campagna compresa tra il quartiere Appio Claudio, via delle Capannelle e la linea ferroviaria Roma-Cassino-Napoli, nel Municipio VII (l'antico Tuscolano). L'indirizzo di riferimento è via Lemonia, 00174 Roma, ma non esiste un ingresso monumentale: il parco si apre lungo tutto il perimetro e si entra dove capita, spesso semplicemente attraversando la strada dal quartiere.

Con la metropolitana fino al Parco degli Acquedotti

La linea A della metropolitana costeggia l'intero lato nord del parco. Le fermate utili, da nord verso sud, sono Giulio Agricola, Subaugusta, Cinecittà e Lucio Sestio. Da Giulio Agricola e da Subaugusta si arriva alle prime arcate in otto-dieci minuti a piedi, passando per le vie residenziali del quartiere; è il tragitto che consiglio a chi viene dal centro, perché scarica proprio all'altezza dell'acquedotto Felice. Da Lucio Sestio si entra più a ridosso del settore meridionale, quello verso Roma Vecchia. Tenete presente che dalla stazione all'erba c'è sempre un pezzo di città da attraversare: il parco non ha una bocca di metropolitana propria.

In autobus e in bicicletta

Le linee di superficie che lambiscono il Parco degli Acquedotti sono la 557, la 559, la 590, la 650 e la 654; le fermate cambiano nome di continuo, quindi conviene impostare come punto di arrivo via Lemonia o via del Quadraro sull'app dei trasporti. In bicicletta il parco è collegato al percorso ciclopedonale che scende verso Tor Fiscale e, di lì, verso la Caffarella e l'Appia Antica: è uno degli itinerari verdi più lunghi che Roma possa offrire senza toccare il traffico. Chi arriva in auto trova parcheggio libero nelle vie del quartiere, con la pazienza tipica di ogni zona residenziale romana.

Che cosa è il Parco degli Acquedotti

Il Parco degli Acquedotti è quel che resta di un tratto di Agro Romano che un tempo si stendeva senza interruzioni dalle porte della città fino ai Colli Albani. Oggi è un'isola di campagna di circa 240 ettari rimasta incastrata tra i palazzi del dopoguerra, e prende il nome dai resti imponenti di sei degli undici grandi acquedotti che rifornirono d'acqua la Roma antica. Ad attraversarlo, in tutto o in parte, furono l'Anio Vetus (interrato), l'Acqua Marcia, la Tepula, la Iulia, il Claudio e l'Anio Novus; a questi si aggiunge l'acquedotto Felice, opera del papato rinascimentale, ancora oggi legato all'irrigazione della zona. In passato l'area era chiamata Roma Vecchia, dal nome del casale medievale che ancora vi sorge.

La forza del posto è nella scala. Le arcate del Claudio non sono un frammento in una teca: sono un muro di travertino alto quasi trenta metri nei tratti meglio conservati, che taglia il prato in linea retta per centinaia di metri. Camminandoci sotto si capisce, meglio che in qualunque museo, che cosa volesse dire portare l'acqua a una capitale di un milione di abitanti facendola scorrere per decine di chilometri con la sola pendenza della gravità. Roma consumava acqua come nessuna città avrebbe più fatto per millenni, e qui se ne vede l'ossatura.

Gli acquedotti del Parco degli Acquedotti

Il nome è al plurale per una ragione precisa: nel parco corrono affiancati i canali di più acquedotti, costruiti in secoli diversi e spesso sovrapposti gli uni agli altri per risparmiare piloni. Vale la pena distinguerli, perché è raro poterli leggere tutti insieme in un solo campo visivo.

Anio Vetus, Marcia, Tepula e Iulia

I più antichi corrono in gran parte interrati o ridotti a poche tracce. L'Anio Vetus, il secondo acquedotto di Roma, fu avviato alla fine del IV secolo a.C. e passava qui sottoterra. L'Acqua Marcia, del II secolo a.C., era la più lunga e la più pregiata per la qualità dell'acqua: nel parco la si ritrova soprattutto perché sui suoi resti fu impiantato in età moderna l'acquedotto Felice. Tepula e Iulia, del I secolo a.C., viaggiavano sovrapposte sugli stessi piloni, secondo un'ingegneria di risparmio che a Roma divenne prassi. Di questi condotti oggi si vedono lacerti e rialzi nel terreno più che archi interi, ma la loro presenza spiega perché in un solo prato passino così tanti nomi.

Il Claudio e l'Anio Novus, i giganti del parco

Le arcate che tutti fotografano appartengono all'acquedotto Claudio e, sopra di esse, all'Anio Novus. I due condotti furono avviati dall'imperatore Caligola nel 38 d.C. e inaugurati da Claudio nel 52 d.C.: correvano insieme, con l'Anio Novus incassato sopra il canale del Claudio, su una stessa fila di piloni monumentali. Il Claudio portava acqua limpida captata verso Subiaco; l'Anio Novus, alimentato dall'Aniene, era più abbondante ma più torbido. Nel Parco degli Acquedotti questo doppio condotto forma la scenografia che vedete nelle fotografie e nei film: un allineamento di archi in blocchi di tufo e travertino che regge ancora, dopo quasi venti secoli, il peso del proprio canale.

L'acquedotto Felice, la firma del Cinquecento

L'acquedotto che oggi appare più continuo e in buono stato è il più recente. L'acquedotto Felice fu costruito tra il 1585 e il 1590 per volontà di papa Sisto V, al secolo Felice Peretti, da cui prese il nome. Per realizzarlo si riutilizzò in parte il tracciato dell'antica Acqua Marcia, di cui furono sacrificati tratti e riadoperati materiali: è la ragione per cui del Marcio, nel parco, restano oggi poche tracce. Il Felice riportò l'acqua corrente in una Roma che dal medioevo attingeva quasi solo al Tevere e ai pozzi, e alimentò le grandi fontane monumentali della città rinascita. Nel parco è quello dal quale, ancora oggi, sgorga il piccolo laghetto.

Parco degli Acquedotti, Roma, Appio Claudio
Parco degli Acquedotti, Roma, quartiere Appio Claudio

La storia del Parco degli Acquedotti

La sopravvivenza di questo prato è una storia recente e per niente scontata. Per secoli l'area fu campagna e pascolo, con i suoi acquedotti in rovina che facevano da quinta a orti e casali. Poi arrivò l'espansione della città, e con essa il rischio che tutto finisse sotto il cemento come le campagne intorno.

Da Agro Romano a verde pubblico

Il piano regolatore del 1965 destinò l'area a verde pubblico, un vincolo sulla carta che dovette poi diventare realtà. Negli anni settanta la zona fu espropriata e liberata dalle baracche, i cosiddetti borghetti che si erano addossati alle arcate dell'acquedotto Felice: intere famiglie vivevano tra i piloni antichi, in una delle tante periferie improvvisate della Roma del boom. La soprintendenza avviò i restauri, ma per anni l'area rimase in stato di semiabbandono, e nuove costruzioni abusive continuarono a spuntare.

Il Comitato e l'ingresso nel Parco dell'Appia Antica

Nel 1986, davanti al degrado e al rischio concreto di speculazione edilizia, un gruppo di cittadini fondò il Comitato per la salvaguardia del Parco degli Acquedotti e di Roma Vecchia. Fu una di quelle battaglie di quartiere che a Roma hanno salvato più patrimonio di molte leggi. Con l'appoggio di studiosi, tra cui l'archeologo Lorenzo Quilici, il comitato ottenne nel 1988 l'inserimento dell'area degli Acquedotti nel Parco regionale dell'Appia Antica: da quel momento il destino del prato fu legato a quello del grande parco archeologico, e la minaccia del cemento si allontanò.

Gli interventi recenti

Gli ultimi lavori hanno rimesso ordine: sono stati eliminati i vecchi orti abusivi, ripristinato il corso della marrana dell'Acqua Mariana con il suo assetto idrico e paesaggistico, e realizzato il collegamento ciclopedonale con l'area di Tor Fiscale, che ha ricucito il parco al resto della campagna dell'Appia. Il risultato è quello che si vede oggi: un parco vivo, molto frequentato, dove convivono l'archeologia, lo sport all'aperto e ancora qualche attività agricola.

I monumenti e i resti archeologici del Parco degli Acquedotti

Oltre agli acquedotti, il prato nasconde una collezione di rovine che raccontano quindici secoli di storia, dall'impero al medioevo alla ferrovia dell'Ottocento. Ecco quelle che vale la pena cercare, camminando.

La Villa delle Vignacce

All'estremità nord ovest del parco si trovano i resti della Villa delle Vignacce, una grande residenza suburbana del II secolo d.C. La tradizione l'attribuisce a Quinto Servilio Pudente, un ricco fabbricante di laterizi il cui nome ricorre sui bolli dei mattoni: se l'attribuzione è corretta, era il proprietario a fornire i mattoni della propria villa. Restano oggi alcune sale e soprattutto una grande cisterna, segno del legame stretto tra la villa e l'acqua degli acquedotti che le passavano accanto. Scavi recenti vi hanno restituito sculture e strutture termali di buon livello.

La Villa dei Sette Bassi

Poco fuori dal settore più visitato sorge la Villa dei Sette Bassi, la seconda residenza per estensione di tutto il suburbio romano dopo la Villa dei Quintili. La tradizione la collega a un personaggio di nome Settimio Basso, forse un console o un prefetto del II secolo d.C. I suoi ruderi, alti e articolati, danno l'idea di quanto lusso ci fosse in questa campagna alle porte della città, dove l'aristocrazia costruiva ville servite direttamente dai condotti idrici imperiali.

Il Casale di Roma Vecchia

Il Casale di Roma Vecchia è l'edificio che ha dato all'intera zona il suo vecchio nome. Databile al XIII secolo, è un casale fortificato di origine medievale, cresciuto riadoperando materiali antichi, come quasi tutto ciò che è stato costruito in questa campagna. Per secoli fu il punto di riferimento dei contadini e dei viaggiatori che percorrevano la via Latina, e ancora oggi la sua sagoma segna il paesaggio del settore meridionale del parco.

Il Casale del Sellaretto

Molto più recente è il Casale del Sellaretto, un'antica casa cantoniera costruita lungo la ferrovia Roma-Ceprano intorno al 1862. È un frammento di archeologia industriale ottocentesca in mezzo alle rovine romane, e ricorda che questo prato, oltre agli acquedotti, ha visto passare anche le prime linee ferroviarie del Regno d'Italia.

Tor Fiscale e il Campo Barbarico

Al margine del parco, verso Porta Furba, si alza la Tor Fiscale, una torre medievale costruita sfruttando il punto in cui le arcate dell'acquedotto Claudio e dell'Acqua Marcia si incrociano due volte, formando un quadrilatero chiuso. Proprio questo recinto naturale di arcate diede origine al cosiddetto Campo Barbarico: nel corso della guerra gotica del VI secolo, quando il re ostrogoto Vitige assediò Roma difesa da Belisario, i Goti si accamparono nello spazio racchiuso tra i due acquedotti, che offriva riparo e controllo delle strade. Il nome è rimasto attaccato al luogo da quindici secoli.

La Marrana dell'Acqua Mariana, la Via Latina e la Tomba dei Cento Scalini

La marrana dell'Acqua Mariana è un fosso artificiale fatto scavare da papa Callisto II nel 1122 per portare acqua ai mulini e agli orti fuori le mura: attraversa ancora il parco ed è stata di recente ripristinata. Della Via Latina, una delle grandi strade consolari, resta nel parco un tratto di basolato, le grandi pietre del selciato romano. E poi c'è la Tomba dei Cento Scalini, un sepolcro ipogeo di cui parlo più avanti, perché intorno a esso è cresciuta la leggenda più nota del quartiere.

Parco degli Acquedotti, Roma, Appio Claudio
Le arcate viste da sotto nel Parco degli Acquedotti

Il mistero della Tomba dei Cento Scalini

Tra l'acquedotto Claudio e la ferrovia, una piattaforma di cemento e una grata coprono l'imbocco di un sepolcro ipogeo che il quartiere chiama Tomba dei Cento Scalini, dal numero di gradini che si scendono per raggiungerlo. All'interno l'ambiente ricorda una catacomba: una camera funeraria con sarcofagi in marmo grezzo, ossa e frammenti, dalla quale partono cunicoli che, secondo il racconto popolare, porterebbero a un labirinto sotterraneo.

La leggenda metropolitana più ripetuta risale agli anni ottanta. Si racconta che un gruppo di ragazzi, curiosi di esplorare il labirinto, scese fino alla camera funeraria e si spinse nei cunicoli srotolando un gomitolo di spago come filo d'Arianna. Alcuni teppisti che li avevano seguiti avrebbero tagliato lo spago, e i ragazzi non sarebbero più tornati indietro. Da allora, dice la leggenda, chi passa di notte dalle parti della tomba ode i lamenti di quegli spiriti inquieti che cercano ancora l'uscita. Al di là del folklore, un dato è certo: l'accesso è stato effettivamente chiuso e messo in sicurezza tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta. La grata che vedete oggi è quella chiusura.

Il Parco degli Acquedotti al cinema

Poche periferie al mondo hanno lasciato tanti fotogrammi nella storia del cinema. Le arcate del Claudio sono comparse in film che hanno definito l'immagine stessa di Roma, e continuano a essere un set richiesto. Se vi sembra di riconoscere il posto ancora prima di esserci stati, è perché lo avete già visto sullo schermo.

La Dolce Vita di Fellini

La sequenza di apertura de La Dolce Vita, il film che Federico Fellini girò nel 1960, si svolge proprio qui: un elicottero trasporta in volo una grande statua di Cristo verso San Pietro, e sotto di esso scorrono le arcate degli acquedotti del parco. Sono i primi secondi del film, ed è forse l'inquadratura più celebre mai girata in questa campagna. Da sola vale la fama internazionale del luogo.

Mamma Roma di Pasolini

Nel 1962 Pier Paolo Pasolini scelse questa zona per Mamma Roma, con Anna Magnani. Il parco e il vicino quartiere del Quadraro fanno da sfondo alla vicenda proletaria del film: gli acquedotti diventano l'orizzonte quotidiano di una periferia dura, esattamente come lo erano allora per le migliaia di persone che vivevano nei borghetti addossati alle arcate. Pasolini fece della rovina antica il fondale della miseria contemporanea, e nessuno lo ha fatto con altrettanta forza.

Il Marchese del Grillo e La Grande Bellezza

Nel 1981 Mario Monicelli portò qui Alberto Sordi per alcune scene de Il Marchese del Grillo: le arcate del Claudio e la campagna romana accompagnano gli spostamenti in carrozza del marchese. Molto più di recente, nel 2013, Paolo Sorrentino ha inserito il parco tra le immagini de La Grande Bellezza, il film premio Oscar che ha rimesso Roma al centro dell'immaginario mondiale. Tra un capolavoro e l'altro sono passati mezzo secolo e decine di produzioni: le arcate restano le stesse.

Le serie televisive

Anche la televisione ha battuto a lungo questo prato. Il colossal internazionale Rome vi ha ambientato scene della Roma antica; produzioni popolari italiane come I Cesaroni e Distretto di Polizia lo hanno usato come sfondo riconoscibile della periferia sud. Non è raro, ancora oggi, incontrare un set allestito tra gli archi: il parco resta uno dei luoghi di posa più economici e spettacolari che la città possa offrire, perché la scenografia è già lì, gratis, da duemila anni.

Parco degli Acquedotti, Roma, Appio Claudio
Il prato e le arcate del Parco degli Acquedotti

La natura del Parco degli Acquedotti

Ridurre il parco alle sue rovine sarebbe un errore: è anche uno spazio verde vero, vissuto ogni giorno dal quartiere. La vegetazione è dominata dai grandi pini domestici, gli ombrelli scuri che accompagnano ogni immagine di questo prato e che, in controluce all'alba, fanno metà del suo fascino.

Il laghetto, la cascata e la marrana

Dall'acquedotto Felice sgorga un piccolo laghetto che dà vita a un corso d'acqua e a una modesta cascata, ricalcando il tracciato dell'antica marrana dell'Acqua Mariana. È l'angolo più fresco e appartato del parco, dove nidificano aironi e gallinelle d'acqua e dove d'estate si concentra un po' di ombra. Un dettaglio che sfugge a molti visitatori frettolosi, tutti concentrati sulle arcate.

Sport, aerei e campagna

Il parco è meta quotidiana di chi corre e di chi pedala: lunghi percorsi in terra battuta lo attraversano da un capo all'altro, buoni per il jogging e per la mountain bike, e lungo il perimetro esistono impianti sportivi privati dedicati a calcio, calcetto, tennis, rugby e golf. Sopravvivono perfino attività agricole e di allevamento, un residuo dell'Agro Romano che qui non si è mai spento del tutto. C'è però un dettaglio che va detto: il parco si trova sotto la rotta di atterraggio dell'aeroporto di Ciampino, e il passaggio degli aerei a bassa quota è frequente e rumoroso. A qualcuno rovina la quiete, ad altri aggiunge un fascino contemporaneo, con il jet che taglia il cielo sopra le arcate imperiali.

Il Parco di Tor Fiscale

A ridosso del Parco degli Acquedotti, verso Porta Furba, si estende il Parco di Tor Fiscale, oggi collegato al primo dal percorso ciclopedonale. Prende il nome dalla torre medievale già citata, quella costruita sul doppio incrocio degli acquedotti. È l'area del Campo Barbarico, più raccolta e meno frequentata, ideale per chi vuole continuare la passeggiata lontano dalla folla. Ci si arriva con la Metro A fermata Porta Furba, oppure con le linee di autobus 650, 657, 663, 664 e 765. Considerate i due parchi come un unico grande itinerario: insieme raccontano l'intero sistema degli acquedotti meglio di qualunque libro.

Una curiosità sul Parco degli Acquedotti

La curiosità che quasi nessuno coglie riguarda la doppia natura delle arcate che state guardando. Quello che sembra un unico acquedotto è in realtà una sovrapposizione: sui piloni del Claudio corre, incassato più in alto, il canale dell'Anio Novus. Erano due condotti distinti, con due acque di qualità diversa, che i costruttori romani decisero di far viaggiare sulla stessa fila di archi per risparmiare piloni, materiali e terreno. Il Claudio portava acqua limpida da sorgenti pure verso Subiaco; l'Anio Novus, pescato direttamente dal fiume Aniene, era più abbondante ma spesso torbido, tanto che si costruirono vasche di decantazione lungo il percorso.

C'è di più, ed è un fatto di ingegneria che stupisce sempre: questi canali funzionavano solo per gravità, senza una sola pompa. L'acqua partiva dalle sorgenti a una quota calcolata e scendeva verso Roma con una pendenza minima, pochi centimetri ogni cento metri, mantenuta costante per decine di chilometri con strumenti topografici elementari. Un errore di livello di pochi gradi avrebbe fermato tutto o svuotato il canale. Le arcate che oggi fotografate come rovine romantiche sono in realtà un capolavoro di misura, la prova che l'ingegneria idraulica antica lavorava con precisioni che ci sembrano impossibili per l'epoca.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Parco degli Acquedotti

Quello che le guide veloci non dicono è che le arcate maestose del Claudio, quelle da cartolina, non sono l'acquedotto meglio conservato del parco. Il condotto che ancora oggi appare più continuo, integro e riconoscibile per lunghi tratti è l'acquedotto Felice, e non è affatto antico: risale al 1585-1590, è opera di papa Sisto V, ed è più giovane di quindici secoli rispetto al Claudio. Molti visitatori lo fotografano credendolo romano. In realtà quel muro compatto e regolare fu costruito riadoperando in parte il tracciato dell'antica Acqua Marcia, che venne in buona misura smontata per far posto al nuovo condotto papale. È il motivo per cui del Marcio, uno degli acquedotti più celebri di Roma, nel parco restano oggi pochissime tracce.

La seconda cosa che si tende a ignorare è che questo prato, fino agli anni settanta, era abitato. Migliaia di persone vivevano nei borghetti, baracche addossate direttamente alle arcate del Felice, in una delle periferie povere che circondavano la Roma del dopoguerra. Le stesse arcate che oggi fanno da sfondo alle foto di matrimonio erano, allora, il muro di casa per famiglie intere. Sapere questo cambia il modo in cui si guarda il posto: non è un reperto immacolato, è un luogo che ha continuato a vivere, e a essere abitato, fino a pochi decenni fa.

Il consiglio che ti do per visitare il Parco degli Acquedotti

Il consiglio è secco: venite all'alba o poco prima del tramonto, e non a mezzogiorno. Il parco è un prato aperto quasi privo di alberi nella parte centrale, e la luce piena del giorno lo appiattisce, oltre a cuocervi d'estate senza un filo d'ombra. Nella prima ora del mattino, invece, la foschia bassa avvolge la base delle arcate e i pini stagliano le loro sagome contro un cielo rosato: è la luce che hanno cercato tutti i fotografi e tutti i registi che sono passati di qui. Al tramonto il travertino si accende di arancione e l'atmosfera è quella delle stampe del Grand Tour.

In pratica: scendete a Giulio Agricola o a Subaugusta, entrate da via Lemonia e puntate subito alle arcate del Claudio, poi seguite il condotto verso sud fino al laghetto del Felice. Mettete in conto almeno un'ora e mezza per una passeggiata vera, due se volete arrivare a Tor Fiscale. Portate acqua, perché dentro il parco non ci sono bar né chioschi affidabili, scarpe da ginnastica perché i sentieri sono in terra battuta, e nulla di prezioso lasciato incustodito sul prato. Evitate le giornate di vento forte e, se il rumore vi disturba, sappiate in anticipo degli aerei di Ciampino. È gratis e sempre aperto: l'unico investimento che vi chiede è la sveglia presto.

Ottobrata romana, il saltarello al Parco degli Acquedotti
Ottobrata romana, il saltarello al Parco degli acquedotti

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Si dice sempre che il Parco degli Acquedotti fa parte del Parco dell'Appia Antica, e infatti è così dal 1988. Quel che si cita di rado è come ci sia entrato: non per decreto calato dall'alto, ma grazie a una battaglia di quartiere. Nel 1986 furono alcuni cittadini a fondare il Comitato per la salvaguardia del Parco degli Acquedotti e di Roma Vecchia, di fronte al degrado e alla minaccia concreta della speculazione edilizia che stava divorando la campagna intorno. Con l'appoggio di studiosi, tra cui l'archeologo Lorenzo Quilici, quel comitato ottenne nel 1988 l'inserimento dell'area nel Parco regionale dell'Appia Antica, mettendo il prato al riparo dalle ruspe.

Vale la pena ricordarlo perché a Roma questa non è un'eccezione, è quasi la regola: molti dei luoghi che oggi diamo per scontati sono stati salvati da comitati di residenti più che da leggi. Senza quella mobilitazione, con ogni probabilità oggi cammineremmo tra palazzi e non tra arcate. Il prato che vi sembra eterno è, in realtà, il frutto di una decisione politica presa negli anni ottanta, e di un pugno di cittadini che non si arresero.

La foto giusta da fare al Parco degli Acquedotti

La foto che porterete a casa, e che vi farà capire perché tanti registi sono venuti qui, è quella delle arcate del Claudio in fila, riprese di taglio con il sole basso alle spalle. Mettetevi lungo il condotto, non frontalmente: fate correre gli archi in diagonale verso il fondo dell'inquadratura, in modo che la prospettiva li rimpicciolisca uno dopo l'altro fino all'orizzonte. Con la foschia del mattino la base delle arcate si dissolve e sembrano galleggiare sul prato; al tramonto il travertino diventa dorato. Se avete la pazienza di aspettare che un corridore o un ciclista passi sotto un arco, avrete anche la scala umana che rende l'idea dei quasi trenta metri d'altezza.

La seconda inquadratura da tentare è quella con un pino domestico in primo piano e le arcate sfocate dietro: è l'immagine più romana che esista, quella dei disegni ottocenteschi. Chi vuole il cielo che taglia la scena si metta in posa quando passa un aereo diretto a Ciampino: il jet moderno sopra l'acquedotto imperiale è un contrasto che funziona sempre. Evitate le ore centrali, quando la luce piatta ammazza il rilievo delle pietre. E abbassatevi: quasi tutti fotografano in piedi, ma un punto di vista basso, con l'erba in primo piano, restituisce molto meglio la mole degli archi.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

L'avvenimento più antico legato a questo luogo è militare. Durante la guerra gotica del VI secolo, quando il re ostrogoto Vitige assediò Roma difesa dal generale bizantino Belisario, i Goti si accamparono nello spazio racchiuso dal doppio incrocio degli acquedotti Claudio e Marcio, presso l'attuale Tor Fiscale. Quel recinto naturale di arcate, che offriva riparo e permetteva di controllare le strade in arrivo da sud, fu chiamato Campo Barbarico, e il nome è rimasto attaccato al luogo per quindici secoli. Gli acquedotti, che i Romani avevano costruito per portare acqua, si trasformarono così in fortificazione per chi la città voleva prenderla.

Molti secoli dopo, nel 1122, papa Callisto II fece scavare la marrana dell'Acqua Mariana, il fosso artificiale che ancora attraversa il parco, per alimentare mulini e orti fuori le mura: fu una delle prime grandi opere idrauliche di Roma dopo il crollo del sistema antico. Poi, tra il 1585 e il 1590, papa Sisto V fece costruire l'acquedotto Felice, restituendo l'acqua corrente a una città che ne era rimasta priva per secoli. In tempi recentissimi l'avvenimento decisivo è stato civile e non monumentale: l'espropriazione degli anni settanta, lo sgombero dei borghetti e l'ingresso nel Parco dell'Appia Antica nel 1988, i tre atti che hanno strappato questo prato al cemento e lo hanno consegnato a chi lo attraversa oggi.

Chi è passato dal Parco degli Acquedotti

Da questo prato, in senso letterale, è passata l'acqua degli imperatori. Gli acquedotti Claudio e Anio Novus furono voluti da due imperatori giulio-claudi: Caligola, che ne avviò la costruzione nel 38 d.C., e Claudio, che li inaugurò nel 52 d.C. dando il proprio nome al più celebre dei due. Lungo la via Latina, di cui resta un tratto di basolato nel parco, sono transitati per secoli eserciti, mercanti e pellegrini diretti a sud, verso Capua e Napoli. E qui si accampò, nel VI secolo, il re dei Goti Vitige con il suo esercito.

In tempi moderni, chi è passato di qui l'ha fatto soprattutto con una macchina da presa. Federico Fellini vi girò l'apertura de La Dolce Vita nel 1960; Pier Paolo Pasolini vi ambientò Mamma Roma con Anna Magnani nel 1962; Mario Monicelli vi portò Alberto Sordi per Il Marchese del Grillo nel 1981; Paolo Sorrentino incluse il parco ne La Grande Bellezza nel 2013. In mezzo, generazioni di registi, fotografi e pittori del Grand Tour hanno cercato queste arcate per la stessa ragione: sono la sintesi perfetta della campagna romana, quella che il resto d'Europa immaginava leggendo Goethe. Oggi ci passano soprattutto i romani del quartiere, che corrono e portano i cani dove un tempo scorreva l'acqua per i palazzi imperiali.

Parco degli Acquedotti, Roma, Appio Claudio
Le arcate al tramonto nel Parco degli Acquedotti

Il Parco degli Acquedotti con i bambini

È uno dei parchi più adatti alle famiglie che conosca in questa parte di Roma, e per una ragione semplice: è enorme, aperto e senza recinzioni, quindi i bambini possono correre sul prato mentre gli adulti guardano le arcate. Non ci sono biglietti, tornelli né code, e non ci sono nemmeno pericoli evidenti se si sta lontani dalla ferrovia e dai fossi. Portate un pallone, una bicicletta piccola o un aquilone: il vento del pomeriggio è spesso perfetto, e vedere un aquilone salire accanto a un acquedotto di duemila anni è uno di quei ricordi che restano.

Un avvertimento pratico da genitore: dentro il parco non troverete servizi igienici affidabili, fasciatoi o bar attrezzati, quindi organizzatevi prima, al quartiere. Portate acqua e merenda. In estate, senza ombra nella parte centrale, meglio il tardo pomeriggio. Il laghetto del Felice è un buon obiettivo per una passeggiata a misura di bambino, con anatre e uccelli d'acqua da guardare, ma tenete d'occhio i più piccoli vicino alla riva. Per raccontare loro il posto, la Tomba dei Cento Scalini e la sua leggenda dei ragazzi perduti nel labirinto funzionano meglio di qualunque lezione di storia.

Quando andare al Parco degli Acquedotti

La stagione migliore è quella intermedia: aprile, maggio e ottobre regalano prati verdi, luce lunga e temperature giuste. La primavera colora il campo di erba alta e fiori; l'autunno, con le sue ottobrate romane, è forse il momento più bello, quando la campagna vira al dorato e la luce si allunga. L'estate romana, invece, va gestita: nella parte centrale del parco non c'è ombra, e a mezzogiorno di luglio il prato diventa una piastra rovente. In quei mesi il parco si gode solo all'alba e dopo le sei di sera, che poi sono anche le ore in cui la luce lavora meglio per le fotografie.

Quanto all'orario, il parco è sempre aperto, ma conviene non venirci dopo il buio: è un grande spazio non illuminato e poco sorvegliato di notte, meglio riservarlo alle ore diurne. Nelle sere d'estate il parco ospita rassegne all'aperto, tra cui arene di cinema come la Roma Cinema Arena, con proiezioni gratuite tra le arcate: in quelle occasioni il luogo è presidiato e vale una visita serale diversa dal solito.

Cosa c'è intorno al Parco degli Acquedotti

Il parco è un ottimo punto di partenza per esplorare tutta la fascia sud est di Roma, quella dell'Appia e della campagna. A pochi minuti, seguendo il percorso verde, si arriva alla valle della Caffarella e da lì all'intero Parco dell'Appia Antica, con le sue tombe, le catacombe e i basolati. Sull'Appia si incontrano le Catacombe di San Callisto e le Catacombe di San Sebastiano, e più avanti la sterminata Villa dei Quintili, la residenza imperiale che supera in estensione perfino la Villa dei Sette Bassi del nostro parco.

Verso la città, il grande ingresso monumentale dell'Appia è segnato dalla Porta San Sebastiano, la più imponente delle Mura Aureliane. Sul versante opposto, a due passi dalle fermate della Metro A, si stendono gli studi di Cinecittà, la fabbrica dei sogni del cinema italiano, non a sproposito così vicina a un parco che di cinema ne ha visto tanto. Chi ama il grande schermo all'aperto trova in estate rassegne come quelle della Casa del Cinema. E se lo sguardo dal parco vi ha incuriositi, quella linea di colline verso cui si spinge la vista sono i Castelli Romani, dove gli acquedotti andavano a captare la loro acqua.

Il Parco degli Acquedotti e il Grand Tour

Prima ancora del cinema, furono i pittori e i disegnatori a rendere celebri queste arcate. Tra Settecento e Ottocento la campagna romana era una delle mete fisse del Grand Tour, il grande viaggio di formazione che portava a Roma artisti e giovani aristocratici di tutta Europa. Ciò che cercavano non era soltanto la città dei monumenti, ma proprio questo: la rovina antica immersa nella campagna, il travertino corroso dal tempo tra l'erba alta, i pini a ombrello contro il cielo basso del tramonto. Le arcate degli acquedotti, con la loro fila regolare che si perde all'orizzonte, erano il soggetto ideale per quel gusto del sublime e della malinconia delle rovine.

Chi conosce le vedute e le incisioni di quell'epoca ritrova qui, quasi immutata, la stessa scena: l'acquedotto che taglia la pianura, il gregge o il pastore in primo piano, la luce radente. Non è un caso che registi e fotografi del Novecento abbiano continuato a cercare questo prato: stavano inseguendo un'immagine costruita due secoli prima, l'idea stessa di campagna romana che l'Europa colta si era formata leggendo Goethe e guardando le stampe portate a casa dal viaggio in Italia. Camminare qui all'alba significa entrare dentro quell'immagine, che il tempo, per una volta, non ha cancellato.

L'acqua che spiega il Parco degli Acquedotti

Per capire davvero perché queste arcate esistono, bisogna avere in testa un numero: nella sua fase di massima espansione, Roma antica era servita da undici grandi acquedotti che le portavano ogni giorno una quantità d'acqua che nessuna città europea avrebbe più conosciuto fino all'Ottocento inoltrato. L'acqua non serviva soltanto a bere: alimentava le terme pubbliche, dove ogni giorno passavano decine di migliaia di persone, le fontane, i ninfei delle ville, le latrine, i mulini. Era il segno concreto della potenza dello Stato, e la sua interruzione, quando i Goti tagliarono i condotti nel VI secolo, fu una delle ferite che affossarono la città antica.

Il Parco degli Acquedotti è il punto in cui questo sistema si mostra ancora nella sua interezza. Qui i condotti arrivavano dalla campagna a sud est, dalle sorgenti dell'Aniene e dell'area di Subiaco e Tivoli, dopo un viaggio di decine di chilometri quasi tutto in galleria sottoterra. Solo negli ultimi tratti, per superare la depressione del terreno mantenendo la quota, i canali salivano su arcate: ed è proprio l'ultimo tratto su arcate, quello alle porte di Roma, che si è conservato in questo prato. Chi cammina sotto il Claudio si trova alla fine di un percorso ingegneristico lungo come una piccola provincia, di cui vede l'ultimo, monumentale chilometro.

Perché tanti acquedotti nello stesso posto

La ragione per cui sei condotti diversi convergono in questa fascia di campagna è geografica: quasi tutte le sorgenti pregiate di Roma si trovavano a sud est, verso i monti, e da lì l'acqua doveva per forza entrare in città da questa direzione. Gli ingegneri romani, per non moltiplicare le opere murarie, fecero correre i canali affiancati e spesso sovrapposti, sfruttando gli stessi piloni per più condotti. È il motivo per cui nel Parco degli Acquedotti si legge, in poche centinaia di metri, una stratificazione di secoli: il canale repubblicano accanto a quello imperiale, e sopra tutti, mille e cinquecento anni dopo, la muratura papale del Felice.

Flora e fauna del Parco degli Acquedotti

Il carattere del paesaggio è dato dai grandi pini domestici, quelli a ombrello, che costellano il prato e accompagnano ogni immagine del parco. Sono l'albero simbolo della campagna romana, quello che i pittori del Grand Tour mettevano sempre accanto alle rovine, e qui svolgono la stessa funzione scenica. Nella parte centrale del parco la vegetazione arborea è rada, e lo spazio è dominato dal prato aperto: è questa apertura a dare alle arcate la loro solitudine monumentale, ma è anche la ragione per cui d'estate manca l'ombra.

La zona più ricca di vita è quella umida, intorno al laghetto e al corso d'acqua che nasce dal Felice e ricalca l'antica marrana. Qui l'acqua ferma richiama uccelli e crea un microambiente più fresco e verde, diverso dal resto del prato secco. Sopravvivono nell'area anche attività agricole e di allevamento, residuo dell'Agro Romano, per cui non è raro vedere cavalli o pecore ai margini del parco, in un contrasto con i palazzi del quartiere che vale da solo la passeggiata.

Accessibilità del Parco degli Acquedotti

Il Parco degli Acquedotti è un'area verde aperta, in gran parte pianeggiante, il che lo rende in teoria accessibile anche a chi ha difficoltà motorie o spinge un passeggino. Va però detto con onestà che i percorsi principali sono in terra battuta e non asfaltati: dopo la pioggia diventano fangosi, e in alcuni tratti il fondo è irregolare. Una sedia a rotelle o un passeggino robusto se la cavano lungo i vialetti più battuti nelle giornate asciutte, mentre i sentieri secondari verso il laghetto o Tor Fiscale possono risultare sconnessi.

Non essendoci ingressi con tornelli, non ci sono barriere all'accesso in senso stretto: si entra da livello strada in più punti del perimetro. Chi ha bisogno di certezze su servizi e percorsi accessibili fa bene a verificare in anticipo sul sito ufficiale del Parco dell'Appia Antica, perché dentro il parco i servizi sono ridotti al minimo. Le fermate della Metro A che servono la zona sono dotate di ascensori, ma conviene controllarne lo stato prima di partire.

Domande veloci sul Parco degli Acquedotti

Quanto costa entrare al Parco degli Acquedotti?

Niente. L'ingresso al Parco degli Acquedotti è libero e gratuito, senza biglietto e senza cassa, tutti i giorni.

Quali sono gli orari del Parco degli Acquedotti?

Il parco è un'area verde ad accesso libero, sempre aperta e senza orari di chiusura. Per prudenza conviene visitarlo con la luce del giorno, evitando le ore notturne.

Come si arriva al Parco degli Acquedotti con la metro?

Con la Metro A, scendendo a Giulio Agricola o a Subaugusta e camminando otto-dieci minuti verso via Lemonia. Sono comode anche le fermate Cinecittà e Lucio Sestio.

Quali autobus arrivano al Parco degli Acquedotti?

Servono la zona le linee 557, 559, 590, 650 e 654. Impostate come destinazione via Lemonia, perché i nomi delle fermate cambiano spesso.

Quanto è grande il Parco degli Acquedotti?

Circa 240 ettari, tra il quartiere Appio Claudio, via delle Capannelle e la ferrovia Roma-Cassino-Napoli.

Quanti acquedotti passano nel Parco degli Acquedotti?

Sei degli undici grandi acquedotti antichi di Roma: Anio Vetus, Marcia, Tepula, Iulia, Claudio e Anio Novus. A questi si aggiunge l'acquedotto Felice, del Cinquecento.

Quali sono le arcate più famose del Parco degli Acquedotti?

Quelle dell'acquedotto Claudio, con sopra il canale dell'Anio Novus, avviate da Caligola nel 38 d.C. e inaugurate da Claudio nel 52 d.C.

L'acquedotto Felice è antico?

No, è rinascimentale: fu costruito da papa Sisto V tra il 1585 e il 1590, riutilizzando in parte il tracciato dell'antica Acqua Marcia.

Quali film sono stati girati al Parco degli Acquedotti?

Tra gli altri La Dolce Vita di Fellini (1960), Mamma Roma di Pasolini (1962), Il Marchese del Grillo di Monicelli (1981) e La Grande Bellezza di Sorrentino (2013), oltre a numerose serie televisive.

Si possono portare i cani al Parco degli Acquedotti?

Sì, è uno dei parchi più frequentati dai proprietari di cani della zona. Valgono le normali regole di buon senso e di rispetto degli altri visitatori.

Si può andare in bicicletta al Parco degli Acquedotti?

Sì, i percorsi in terra battuta sono adatti alla mountain bike, e un collegamento ciclopedonale porta fino a Tor Fiscale e all'Appia Antica.

Il Parco degli Acquedotti è adatto ai bambini?

Molto: è grande, aperto e senza recinzioni. Attenzione solo alla ferrovia e ai fossi, e portate acqua e merenda perché dentro non ci sono servizi.

Ci sono bar o servizi igienici nel Parco degli Acquedotti?

Dentro il parco non ci sono bar né servizi affidabili. Conviene organizzarsi prima, nelle vie del quartiere circostante.

Serve prenotare per visitare il Parco degli Acquedotti?

No, l'accesso è libero e non richiede prenotazione. Eventuali visite guidate o eventi possono avere regole proprie, indicate sul sito ufficiale del Parco dell'Appia Antica.

Che cos'è la Tomba dei Cento Scalini?

Un sepolcro ipogeo tra l'acquedotto Claudio e la ferrovia, chiuso da una grata, attorno al quale è nata la più nota leggenda metropolitana del quartiere. L'accesso è messo in sicurezza e non praticabile.

Perché ci sono aerei sopra il Parco degli Acquedotti?

Il parco si trova sotto la rotta di atterraggio dell'aeroporto di Ciampino, quindi il passaggio di aerei a bassa quota è frequente.

Qual è il momento migliore per fotografare il Parco degli Acquedotti?

L'alba e il tramonto, con il sole basso di taglio sulle arcate. Le ore centrali appiattiscono la luce e tolgono rilievo alle pietre.

Che differenza c'è tra il Parco degli Acquedotti e il Parco di Tor Fiscale?

Sono contigui e collegati. Il Parco degli Acquedotti custodisce le grandi arcate del Claudio; il Parco di Tor Fiscale, verso Porta Furba, custodisce la torre medievale e l'area del Campo Barbarico ed è più tranquillo.

Il Parco degli Acquedotti fa parte dell'Appia Antica?

Sì, dal 1988 è compreso nel Parco regionale dell'Appia Antica, dopo la mobilitazione di un comitato di cittadini nato nel 1986.

Se dovessi riassumere in una frase perché torno sempre volentieri al Parco degli Acquedotti, direi questo: è il posto dove Roma smette di essere un museo e ridiventa campagna, senza per questo perdere una sola pietra della sua storia. Venite presto la mattina, camminate lungo il Claudio fino al laghetto senza fretta, e lasciate che siano le arcate a darvi la misura del tempo. Non vi chiederà un euro, e vi restituirà una delle immagini più vere della città.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoParco degli Acquedotti - Via Lemonia, 221, 00174 Roma RM, Italia
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