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Il Quadraro

Il Quadraro è una borgata cresciuta fuori le mura fra la via Casilina e la via Tuscolana, nel quadrante sud est di Roma, a un quarto d’ora di metropolitana dal centro e a pochi minuti a piedi dagli stabilimenti di Cinecittà. Non è un quartiere monumentale e non ha un centro turistico: ha strade strette con nomi di famiglie romane, palazzine basse degli anni Venti e Trenta, cortili, officine, e un’identità politica che gli viene da un fatto preciso, il rastrellamento nazista del 17 aprile 1944. Da quindici anni sui suoi muri c’è anche un museo di arte urbana a cielo aperto. Questa pagina mette in fila che cosa si vede davvero camminando, che cosa dicono le fonti sul rastrellamento e dove le fonti non concordano fra loro, come funziona il museo dei muri, e che cosa aspettarsi da una zona che vive di sé stessa e non del turismo.

Dove si trova il Quadraro e come ci si arriva

Amministrativamente il Quadraro corrisponde alla zona urbanistica 6C del Municipio V di Roma Capitale, e sconfina nel quartiere Tuscolano e nel Municipio VII. I confini pratici sono più leggibili delle sigle: la via Casilina a nord, la via del Mandrione a ovest, la via Tuscolana che lo taglia all’altezza di Porta Furba, e poi le strade che salgono verso il Monte del Grano. Intorno stanno Torpignattara, il Casilino, Centocelle, Don Bosco, Appio Claudio e il Tuscolano sud.

Quercia del Quadraro a Roma
La quercia del Quadraro, l'albero secolare che fa da simbolo al quartiere. Foto di Patafisik, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

La distinzione che sentirete fare sul posto è fra Quadraro Vecchio e Quadraro Nuovo. Il primo è il nucleo storico più vicino alla Casilina e al Mandrione, quello dove i muri dipinti sono più fitti. Il secondo è la parte cresciuta più tardi verso via Tuscolana e via dei Quintili. Chi arriva per la prima volta e cerca i murales deve puntare sul Quadraro Vecchio, altrimenti gira a lungo senza trovare niente.

Con la metropolitana

La fermata giusta è Porta Furba Quadraro, sulla linea A della metropolitana, fra Arco di Travertino e Numidio Quadrato. Dall’uscita si è già dentro: basta attraversare la via Tuscolana e prendere le strade che scendono verso nord. Dalla stessa linea, due fermate più avanti, si scende a Cinecittà: chi vuole unire le due cose in una giornata ha il collegamento più semplice che Roma offra in periferia, senza cambi e senza autobus.

A piedi da Cinecittà e dagli acquedotti

Camminare conviene. Dalla fermata Cinecittà al Quadraro Vecchio si impiegano circa venticinque minuti su marciapiedi continui, e la stessa distanza separa il quartiere dall’ingresso nord del Parco degli Acquedotti. Chi arriva dal parco entra nel Quadraro dalla parte alta e lo attraversa in discesa, che è il verso giusto: le strade principali del nucleo vecchio scendono verso la Casilina.

In auto, in bici, di sera

Parcheggiare nel Quadraro Vecchio è faticoso e va detto prima. Le strade sono strette, la sosta è quasi tutta di residenti e il traffico di attraversamento fra Casilina e Tuscolana passa proprio di lì. Chi si muove in bicicletta ha vita più facile, con il limite delle salite verso il Monte del Grano; la mappa delle ciclabili che funzionano davvero è raccolta nella pagina su Roma in bici. Di sera il quartiere è vivo ma non illuminato come il centro: i muri dipinti, di notte, non si vedono.

Che cosa si vede davvero girando a piedi, e in quanto tempo

Il Quadraro non ha un monumento da mettere in copertina, e chi ci arriva aspettandoselo resta deluso nei primi dieci minuti. Quello che ha è un tessuto: strade brevi con nomi di gens romane, via dei Lentuli, via dei Pisoni, via dei Corneli, via Decio Mure, palazzine di due o tre piani con i balconi in ferro, negozi di quartiere, un mercato rionale, e una quantità di muri dipinti che cambia di anno in anno. Si cammina guardando in alto e ai lati, non in fondo alla prospettiva.

Per il giro dei muri del nucleo vecchio servono fra un’ora e mezza e due ore, camminando con calma e tornando due volte sulle stesse strade, perché alcune opere stanno su facciate laterali che si vedono solo da un certo angolo. Aggiungendo il Parco XVII aprile 1944 e il Monte del Grano si arriva a tre ore. Chi vuole chiudere la giornata con il Parco degli Acquedotti deve mettere in conto una mezza giornata piena, con le scarpe adatte.

Che cosa non si vede

Non esiste un centro visite, non c’è una biglietteria, non c’è un punto informazioni. Il museo dei muri è letteralmente per strada e nessuno vi darà una mappa all’arrivo. Il mausoleo del Monte del Grano, che è la cosa antica più notevole della zona, resta chiuso quasi tutto l’anno e si apre solo in occasioni straordinarie. Chi immagina un percorso segnalato con pannelli e frecce trova invece un quartiere abitato dove bisogna orientarsi da soli.

Regole di comportamento non scritte

Le case dipinte sono case. Molte opere stanno su facciate private, su portoni di rimessa, su muri di cortile, e dietro quei muri ci vive qualcuno. Fotografare dalla strada va benissimo, entrare nei cortili no, e suonare ai citofoni per avere l’inquadratura migliore è la cosa che più infastidisce i residenti. Il rispetto qui non è una formalità: il quartiere ha accettato il museo diffuso proprio perché è stato costruito con gli abitanti e non contro di loro.

Come è nato il Quadraro: una borgata non pianificata

Il toponimo è antico e precede di secoli il quartiere. Deriva da una tenuta agricola legata all’abbazia romana di Sant’Alessio, concessa in enfiteusi e registrata nei documenti con forme come Guadralis o Guatralis, da cui l’italiano Quadraro. Per tutto il medioevo e l’età moderna questa è campagna: vigne, casali, l’acquedotto Felice che la attraversa, e le strade consolari che la delimitano.

L’edificato nasce fra gli anni Dieci e gli anni Venti del Novecento come lottizzazione di villini, e cambia natura quasi subito. Negli anni Trenta il quartiere si riempie di famiglie sfrattate dalle demolizioni del centro storico, di immigrati meridionali, di operai edili e di manodopera che cerca lavoro nei cantieri della città in espansione. La crescita avviene in larga parte fuori da un piano: si costruisce dove si può, si aggiungono piani quando servono, le strade prendono forma dopo le case.

Questa origine spiega molte cose del Quadraro di oggi. Le strade strette e irregolari, i dislivelli improvvisi, i muri ciechi che si affacciano sulle strade laterali e che cent’anni dopo sono diventati la superficie su cui dipingere, l’assenza di piazze monumentali. Roma ha decine di quartieri nati così fra le due guerre e nel dopoguerra: il Quadraro è uno dei pochi in cui quel disegno spontaneo si legge ancora camminando.

Perché qui e non altrove

La posizione conta. Il Quadraro sta fra due grandi strade in uscita dalla città, la Casilina e la Tuscolana, ed era già servito dalla ferrovia Roma Fiuggi che correva lungo la Casilina. Vicino ci sono l’aeroporto di Centocelle, i cantieri del quadrante sud est, e dal 1937 gli stabilimenti di Cinecittà. Una borgata di manodopera nasce dove c’è lavoro da raggiungere a piedi o in tram, e questo pezzo di città ne offriva parecchio.

Il rapporto con il Mandrione

Il confine occidentale del Quadraro è la via del Mandrione, la strada che corre stretta fra le arcate dell’acquedotto Felice e il fascio dei binari. Per decenni quelle arcate hanno ospitato baracche addossate ai piloni, in condizioni che i documentari e le fotografie degli anni Cinquanta e Sessanta hanno reso note. Oggi la strada è cambiata e ospita anche spazi culturali come lo Snodo Mandrione, ma il tracciato e le arcate sono quelli.

Il 17 aprile 1944: l’operazione Balena

All’alba del 17 aprile 1944 reparti tedeschi circondarono il Quadraro e rastrellarono gli uomini casa per casa. L’operazione aveva un nome in codice, Unternehmen Walfisch, operazione Balena, e fu diretta sul posto da Herbert Kappler, lo stesso ufficiale delle SS responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto ventitré giorni prima. Le fonti concordano sulla data, sul nome in codice e sulla regia di Kappler.

Il quartiere era sorvegliato da settimane. Il 10 aprile 1944 un’azione partigiana aveva ucciso alcuni militari tedeschi nella zona, e sul quadrante era già in vigore un coprifuoco anticipato. Il Quadraro e le borgate intorno, Quarticciolo, Torpignattara, Centocelle, erano considerati dal comando tedesco un’area fuori controllo, dove operavano formazioni della Resistenza romana e dove i renitenti alla leva della Repubblica Sociale trovavano dove nascondersi.

La sequenza dei fatti

Gli uomini presi nelle case furono portati prima al cinema del Quadraro, sulla via Tuscolana, e lì schedati. Da lì furono trasferiti negli stabilimenti di Cinecittà, trasformati in campo di raccolta, dove avvenne una selezione. I trasferimenti successivi, ricostruiti dalle testimonianze, passano per il carcere fiorentino delle Murate e per Terni, e arrivano al campo di transito di Fossoli, vicino a Carpi. Da Fossoli i deportati furono avviati verso la Germania e l’Austria, e in parte verso la Polonia.

La destinazione non era lo sterminio ma il lavoro coatto. Gli uomini del Quadraro furono impiegati nell’industria chimica e siderurgica tedesca, spesso dopo la firma di contratti di lavoro presentati come volontari e ottenuti sotto costrizione. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, ha pesato per decenni: al ritorno, quella firma fu usata per negare loro lo status di deportati e le tutele che ne derivavano.

I numeri, e perché le fonti divergono

Sul numero degli uomini presi le fonti non concordano, e chi scrive una cifra secca senza dirlo semplifica un problema storiografico reale. Le stime più ricorrenti si dispongono così: l’elenco compilato dal parroco don Gioacchino Rey, considerato da molti studiosi il documento più attendibile perché redatto sul momento, conta 683 nomi; Silverio Corvisieri indica circa 740; Marisa Musu ed Ennio Polito 744; Robert Katz circa 750; Enzo Piscitelli almeno 800; e la cifra di 947, oggi la più citata nelle commemorazioni, corrisponde secondo diverse ricostruzioni alle persone selezionate a Cinecittà dopo il rastrellamento.

Sul totale degli uomini fermati nella mattinata, prima delle selezioni, le ricostruzioni parlano di circa duemila persone fra i sedici e i sessantacinque anni, su una popolazione di quartiere che all’epoca contava fra cinquemila e seimila abitanti. La forbice fra le cifre dipende da che cosa si conta: i fermati, i trattenuti dopo la selezione, i partiti con i convogli, i registrati negli elenchi parrocchiali. Chi vuole una cifra sola deve scegliere quale domanda sta facendo.

Quanti tornarono

Sul ritorno le fonti sono più concordi e più sobrie: circa la metà dei deportati rientrò al Quadraro. Diversi di quelli che tornarono morirono negli anni successivi per le conseguenze del lavoro nelle fabbriche chimiche tedesche. I nomi non sono tutti noti, e nel 2024, per l’ottantesimo anniversario, è stato rilanciato un appello pubblico per completare l’elenco dei deportati, segno che la ricostruzione anagrafica è ancora aperta.

Il riconoscimento istituzionale arrivò tardi. Per decenni la vicenda restò materia di memoria locale, tenuta viva dalle famiglie, dalle sezioni dell’ANPI e dalle associazioni del quartiere, mentre la storiografia nazionale se ne occupava poco. Il quadro d’insieme sulla Roma occupata si ricostruisce meglio al Museo Storico della Liberazione di via Tasso e al Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Il nido di vespe: quanto è documentata quella definizione

La formula che accompagna sempre il Quadraro è nido di vespe, e conviene sapere da dove arriva. La fonte più citata è Eitel Friedrich Möllhausen, console tedesco a Roma durante l’occupazione, che nelle sue memorie del dopoguerra descrive il quartiere come un nido di vespe popolato da elementi ostili, informatori, partigiani e comunisti, e definisce il rastrellamento del 17 aprile la più feroce operazione di quel tipo condotta dai tedeschi a Roma.

Parte della pubblicistica attribuisce invece la frase direttamente a Kappler, in una forma più teatrale del tipo andiamo a scacciare quel nido di vespe. Questa versione circola largamente ma poggia su una catena di citazioni meno solida di quella di Möllhausen, e va presa per quello che è: una formula di racconto, non un documento. Chi visita il quartiere farà bene a sapere che l’espressione esiste nelle fonti tedesche, ma che l’attribuzione precisa è discussa.

Sul merito, invece, i documenti reggono. La zona ospitava cellule di più formazioni della Resistenza romana, dalle bande legate al Partito d’Azione ai Gruppi di Azione Patriottica, oltre a renitenti, sbandati dell’esercito e ricercati. Il rastrellamento non fu una rappresaglia per un singolo episodio ma un’operazione di bonifica preventiva di un’intera area urbana, ed è questo che lo distingue dagli altri fatti romani di quell’aprile.

La medaglia d’oro e i luoghi della memoria

Nell’aprile 2004, in occasione del sessantesimo anniversario del rastrellamento, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì al Quadraro una medaglia d’oro, consegnata all’amministrazione municipale che all’epoca aveva competenza sul territorio. Su questo le fonti concordano: anno, occasione e autorità che la conferì.

Sulla denominazione esatta dell’onorificenza, invece, le fonti divergono e la divergenza va riportata. Le pubblicazioni locali, la stampa di quartiere e le schede comunali parlano in maggioranza di medaglia d’oro al merito civile; altre fonti, fra cui agenzie di stampa nazionali e voci enciclopediche, scrivono medaglia d’oro al valor civile; una ricostruzione giornalistica parla addirittura di valor militare. Le tre cose sono onorificenze distinte, con procedure distinte. Chi cita la medaglia in un testo pubblico farebbe bene a verificarne la dizione sull’atto ufficiale invece di fidarsi della formula più diffusa.

La motivazione, nella forma in cui viene riportata, riconosce al quartiere l’essere stato uno dei centri più attivi e organizzati dell’antifascismo romano e la resistenza opposta all’occupante, con il prezzo pagato dalla popolazione maschile. È il riconoscimento di una comunità, non di singoli: una cosa rara, e l’unica di questo tipo attribuita a un quartiere di Roma.

Il Parco XVII aprile 1944 e il monumento ai deportati

Lo spazio verde principale del quartiere porta la data del rastrellamento. Il Parco XVII aprile 1944 si trova fra piazza dei Tribuni e via Asconio Pediano, fu risistemato alla fine degli anni Novanta e intitolato nel 2001. Al suo interno c’è un gruppo scultoreo su piedistallo che raffigura un uomo mentre abbraccia i propri familiari e un soldato che lo separa da loro. È un monumento sobrio, senza retorica, e nel corso degli anni è stato più volte imbrattato con simboli nazisti e ripulito dagli abitanti.

Il corteo commemorativo del 17 aprile parte ogni anno dal quartiere e coinvolge scuole, associazioni e sezioni ANPI, con modifiche temporanee alla viabilità nelle strade interessate. Chi capita al Quadraro in quella data trova un quartiere in strada e un’occasione di ascolto che nessuna visita guidata riproduce. Per il resto dell’anno il parco è un giardino di quartiere come tanti, frequentato da chi ci abita.

Il Monte del Grano

Dentro lo stesso parco si alza una collinetta artificiale alta una dozzina di metri: è il tumulo di un grande mausoleo romano, il Monte del Grano, il terzo sepolcro a tumulo di Roma per dimensioni dopo quelli di Augusto e di Adriano. I bolli laterizi lo datano al secondo secolo dopo Cristo, mentre la tradizione lo assegna all’imperatore Alessandro Severo, vissuto nel terzo: l’attribuzione è discussa e gli studi non hanno chiuso la questione. Il nome popolare viene dalla forma, che ricorda un moggio di grano rovesciato.

All’interno un corridoio di una ventina di metri conduce a una camera circolare coperta a cupola. Nel Cinquecento vi fu rinvenuto un sarcofago attico con le storie di Achille a Sciro, oggi conservato ai Musei Capitolini. Il monumento è normalmente chiuso e si visita solo in aperture straordinarie promosse dalla Sovrintendenza Capitolina o da associazioni; chi ci va sperando di entrare senza aver controllato il calendario trova un cancello.

Una curiosità sul Quadraro

Le strade del Quadraro Vecchio portano quasi tutte nomi di gens romane repubblicane: Lentuli, Pisoni, Corneli, Quintili, Decio Mure, Calpurnio Fiamma, Asconio Pediano. È una toponomastica colta, decisa a tavolino negli anni della lottizzazione, applicata a una borgata che di colto non aveva niente e che si riempì di sfrattati e di braccianti. Il contrasto fra i nomi delle strade e la vita che ci si svolgeva è una delle cose che colpivano gli scrittori che frequentavano la zona negli anni Cinquanta.

Quella scelta ha prodotto un effetto pratico curioso. Nel Quadraro è facilissimo perdersi, perché i nomi si somigliano tutti e nessuno di essi dice dove si sta andando: via dei Pisoni e via dei Lentuli sono a cinquanta metri l’una dall’altra e si incrociano con altre vie dallo stesso impianto. Chi cerca un muro dipinto senza avere l’indirizzo esatto gira in tondo. Conviene segnarsi i nomi delle strade prima di partire.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Quadraro

Gli uomini deportati nell’aprile del 1944 non furono riconosciuti come deportati. Al ritorno si trovarono classificati come lavoratori che avevano firmato un contratto, perché in Germania quella firma era stata estorta sotto minaccia ma risultava agli atti. Per decenni questo li ha esclusi dalle provvidenze previste per i reduci dai campi e dalle categorie di vittime riconosciute dalla legge italiana.

La conseguenza è che la vicenda del Quadraro è rimasta fuori dal racconto nazionale della Resistenza molto più a lungo di altre. Non c’è stato un processo, non c’è stata una lapide di Stato nei primi anni, non c’è stato un film. La memoria l’hanno tenuta in piedi le famiglie e le associazioni di quartiere, e il riconoscimento pubblico è arrivato sessant’anni dopo i fatti. Chi arriva oggi vedendo i murales e le targhe dovrebbe sapere che quella visibilità è recentissima.

C’è anche una ragione più sgradevole di questo ritardo. Il Quadraro era una borgata povera e politicamente schierata a sinistra, in una periferia che la città guardava con diffidenza, e la sua storia non entrava comodamente in nessuna delle narrazioni ufficiali del dopoguerra. Solo dalla metà degli anni Ottanta la ricerca storica locale ha cominciato a ricostruire i fatti con metodo, ed è da lì che discende tutto quello che si legge oggi.

Il consiglio che ti do per visitare il Quadraro

Andateci di mattina, in un giorno feriale, e mettete in conto di camminare senza meta per un’ora prima di cercare qualcosa di preciso. Il Quadraro si capisce guardando come vive: il mercato rionale, i bar dove si fa colazione in piedi, le officine con la saracinesca alzata, le scale esterne delle palazzine. Chi arriva con l’elenco dei murales in mano e li spunta uno per uno porta a casa dieci fotografie e nessuna idea di dove sia stato.

La seconda cosa è studiarsi prima la geografia dei due nuclei. Scendete a Porta Furba Quadraro, attraversate la Tuscolana e puntate verso via dei Lentuli e le strade intorno: è lì che si concentra il grosso delle opere del museo diffuso. Il Parco XVII aprile 1944 e il Monte del Grano stanno dall’altra parte, verso piazza dei Tribuni, e richiedono una deviazione consapevole.

La terza è dedicare mezza giornata e non due ore, agganciando il quartiere a qualcosa che lo completi. Le due combinazioni che funzionano sono Quadraro più Parco degli Acquedotti, che si fa tutta a piedi, e Quadraro più Cinecittà Studios, che si fa con due fermate di metropolitana. La prima è gratuita e vale per il paesaggio, la seconda costa un biglietto e vale per la storia del cinema italiano.

Quando evitarlo

Ad agosto in pieno giorno il Quadraro è un forno, senza ombra e senza riparo, e metà dei negozi è chiusa. La domenica pomeriggio è semivuoto e perde il suo tratto migliore, che è la vita di strada. Con la pioggia non c’è niente da fare al coperto: non ci sono musei, non ci sono chiese aperte da visitare, non ci sono gallerie. In quei casi conviene spostarsi su una meta indoor e rimandare.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il rastrellamento del Quadraro fu diretto dallo stesso ufficiale che ventitré giorni prima aveva organizzato l’eccidio delle Fosse Ardeatine, e questo dato compare in tutte le ricostruzioni. Quello che si cita meno è la differenza di logica fra le due operazioni. Le Ardeatine furono una rappresaglia con un rapporto numerico fissato dall’alto dopo l’attentato di via Rasella. Il Quadraro fu invece una bonifica preventiva di un territorio, senza un fatto scatenante da punire e senza un numero da raggiungere.

La distinzione non è accademica e ha conseguenze giuridiche. Una rappresaglia lascia tracce documentali, ordini, elenchi, comunicati; un rastrellamento di manodopera lascia registri di lavoro e contratti, e si confonde con il reclutamento coatto praticato in tutta Europa. È anche per questo che gli uomini del Quadraro ebbero tanta difficoltà a farsi riconoscere, mentre per le Ardeatine ci furono processi e sentenze.

Un secondo fatto poco citato riguarda le donne. Il rastrellamento colpì la popolazione maschile fra i sedici e i sessantacinque anni, e quindi lasciò un quartiere di donne, bambini e anziani a reggersi da solo per mesi, in una città occupata e affamata a due mesi dalla liberazione. La ricostruzione di quei mesi, che è documentata dalle testimonianze raccolte nel quartiere, resta il capitolo meno frequentato di tutta la vicenda.

La foto giusta da fare al Quadraro

La fotografia che racconta il Quadraro non è il primo piano di un murale ben illuminato. È l’inquadratura larga in cui il muro dipinto sta insieme alla palazzina abitata: i panni stesi, le antenne, il motorino sotto, la saracinesca dell’officina, e sopra tutto questo un’opera di un artista che espone nei musei. Quel contrasto è la ragione per cui il museo diffuso funziona e va fotografato per intero, non ritagliato.

Tecnicamente conviene la mattina fra le nove e le undici, quando il sole arriva basso sulle facciate che guardano a est e i colori tengono senza bruciare. Nel primo pomeriggio le strade strette del Quadraro Vecchio finiscono in ombra e i muri diventano piatti. Serve un grandangolo o la disponibilità ad arretrare molto, perché le strade sono larghe pochi metri e alcune opere occupano tre piani di facciata.

Le due inquadrature alternative

La prima è dal Parco XVII aprile 1944 verso il tumulo del Monte del Grano, con le palazzine degli anni Settanta che lo circondano: un sepolcro imperiale accerchiato dall’edilizia popolare, e nessuna didascalia necessaria. La seconda è dalla via del Mandrione, con le arcate dell’acquedotto Felice in fila e i binari accanto, che è il modo più diretto per capire dove finisce il quartiere.

Chi ha tempo e vuole la fotografia più nota della zona deve però uscire dal Quadraro e salire al Parco degli Acquedotti al tramonto, dove le arcate dell’Acquedotto Claudio e dell’acquedotto Felice corrono parallele nel prato. È il paesaggio che ha attraversato mezzo secolo di cinema italiano, ed è a venticinque minuti a piedi dalle strade dipinte.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il secondo secolo dopo Cristo lascia qui il grande sepolcro a tumulo del Monte del Grano, segno che la zona era già occupata da proprietà suburbane di rango lungo la direttrice tuscolana. Nel 1585 Sisto V avvia la costruzione dell’acquedotto Felice, che taglia l’area e disegna il confine occidentale del futuro quartiere. Nel 1733 Clemente XII fa restaurare e ampliare la fontana di Porta Furba, all’incrocio fra l’acquedotto e la via Tuscolana.

Fra gli anni Dieci e gli anni Venti del Novecento nasce la lottizzazione, che negli anni Trenta si trasforma in borgata per effetto degli sfratti dal centro storico e dell’immigrazione interna. Nel 1937 entrano in funzione gli stabilimenti di Cinecittà a poche centinaia di metri, e il quartiere diventa il bacino di comparse e maestranze del cinema italiano.

Il 17 aprile 1944 avviene il rastrellamento. Nel dopoguerra gli stabilimenti di Cinecittà ospitano per anni un centro di raccolta per profughi e sfollati, vicenda documentata da ricerche e da un documentario e per lungo tempo rimossa dalla storia della città. Fra gli anni Cinquanta e Settanta il quadrante è lo scenario del cinema e della letteratura sulle borgate romane.

Nel 1999 viene risistemata l’area verde attorno al Monte del Grano, intitolata nel 2001 al 17 aprile 1944. Nell’aprile del 2004, per il sessantesimo anniversario, arriva la medaglia d’oro. Nel 2010 nasce il museo di arte urbana che oggi porta molti visitatori nelle strade del nucleo vecchio. Nel 2024, per l’ottantesimo, viene rilanciato l’appello pubblico per completare l’elenco dei nomi dei deportati.

Chi è passato dal Quadraro

Herbert Kappler ci passò il 17 aprile 1944 per dirigere l’operazione, ed è il nome che il quartiere ricorda per primo, con la precisione dovuta ai fatti. Eitel Friedrich Möllhausen, console tedesco a Roma, mise per iscritto nelle proprie memorie il giudizio sul quartiere da cui viene la formula del nido di vespe. Sono i due nomi tedeschi che ricorrono in ogni ricostruzione documentata.

Pier Paolo Pasolini frequentò questo quadrante negli anni Cinquanta e Sessanta, nella fase della ricerca sui luoghi e sui volti che avrebbe portato al suo cinema. In un articolo scritto nel periodo di preparazione di Accattone racconta una camminata serale verso il Quadraro e l’incontro con un ragazzo in bicicletta, profilato contro l’orizzonte romano. Il rapporto fra Pasolini e questa zona è documentato: quello che va tenuto separato è dove girò davvero, e ci torniamo più avanti.

Don Roberto Sardelli, prete della parrocchia di San Policarpo, andò a vivere nel 1968 fra le baracche addossate all’acquedotto Felice, nell’area che oggi è dentro il Parco degli Acquedotti, poco oltre il confine meridionale del Quadraro. Lì fondò la Scuola 725, dal numero della baracca, e nel 1969 fece scrivere ai suoi ragazzi una lettera al sindaco di Roma sulle condizioni dei baraccati. Le baracche furono demolite nel 1973; Sardelli è morto nel 2019.

Dal 2010 passano da qui anche artisti internazionali di arte urbana, invitati a dipingere sui muri del quartiere attraverso il museo diffuso: fra i nomi ricorrenti nella documentazione del progetto ci sono Ron English, Gary Baseman, Jim Avignon, Beau Stanton, insieme agli italiani Lucamaleonte, Mr Thoms, Gio Pistone, Omino 71 e Alessandro Sardella. Chi segue l’arte urbana a Roma trova il quadro generale nella pagina sulla street art a Roma.

Il MURo, museo di urban art di Roma

Il MURo, Museo di Urban Art di Roma, nasce nel 2010 al Quadraro per iniziativa dell’artista David Vecchiato, noto come Diavù. È un museo diffuso: non ha una sede, non ha biglietteria, non ha orari, e la sua collezione sono i muri delle strade. Le opere sono all’aperto e visibili gratuitamente in qualsiasi momento, con il limite ovvio della luce.

Il meccanismo dichiarato dal progetto è quello che lo distingue dalle operazioni di decoro urbano calate dall’alto. Gli interventi vengono proposti e discussi con i residenti attraverso assemblee pubbliche e canali online, e i soggetti sono scelti in relazione alla storia e all’identità del luogo: il rastrellamento, la Resistenza, le figure del quartiere. Il muro viene concesso da chi possiede la casa. Questa procedura è la ragione per cui al Quadraro le opere sono generalmente rispettate e non coperte.

Dal Quadraro il progetto si è poi esteso a Torpignattara e ad altre zone di Roma, con filoni successivi dedicati ai cavalcavia del Grande Raccordo Anulare e alle scalinate urbane. La collezione complessiva conta diverse decine di interventi, distribuiti su più quartieri; quelli del nucleo originario del Quadraro si concentrano in poche strade e si visitano tutti a piedi.

Le opere, e l’avvertenza sulle opere

I muri cambiano, e un elenco di murales è la cosa che invecchia più in fretta di una guida. Le opere dipinte all’esterno si scoloriscono, vengono coperte da scritte, subiscono ridipinture delle facciate, e in alcuni casi spariscono quando il proprietario rifà l’intonaco. Al Quadraro la documentazione disponibile segnala già opere deteriorate dal tempo e almeno un intervento coperto negli anni.

Detto questo, alcune opere sono diventate riferimenti stabili del quartiere e vengono citate in modo costante nelle fonti. La più nota è il Nido di Vespe di Lucamaleonte, del 2014, che traduce in immagine la definizione tedesca del quartiere e ne rovescia il senso. Accanto a questa ricorrono L’arte feconda il Quadraro di Diavù, i lavori di Ron English, Gary Baseman, Jim Avignon e Beau Stanton nelle strade della gens, La Fenice di Alessandro Sardella e l’intervento nel tunnel di Gio Pistone.

Il modo serio di organizzare la visita è controllare prima la mappa aggiornata pubblicata dal progetto stesso e dai canali del museo, invece di fidarsi di elenchi copiati fra blog. Chi vuole un riscontro in più può appoggiarsi alle schede di 999Contemporary, la realtà romana che ha prodotto molti dei grandi interventi murali della città, e alla scheda istituzionale del museo sul portale turistico di Roma Capitale.

Perché ha funzionato qui

Il Quadraro offriva tre condizioni difficili da trovare insieme: molti muri ciechi lasciati dall’edificazione spontanea, una comunità con una forte identità collettiva e una storia da raccontare, e una distanza dal centro sufficiente a non far scattare i vincoli e le polemiche che accompagnano ogni intervento nel tessuto storico. Nessuna delle tre, da sola, sarebbe bastata.

Il Quadraro e Cinecittà: un rapporto di lavoro

Gli stabilimenti di Cinecittà aprono nel 1937 sulla via Tuscolana, a pochi minuti dal Quadraro. Per decenni sono stati il principale datore di lavoro del quadrante: comparse, generici, maestranze, falegnami, sarti, elettricisti, trasportatori. Le borgate intorno fornivano le centinaia di figuranti che le produzioni in costume richiedevano, e il Quadraro era la più vicina.

La ricerca storica ha messo in evidenza il rovescio sociale di questo rapporto. Per una popolazione che era stata espulsa dal centro storico dalle demolizioni, lavorare come comparsa dentro le ricostruzioni scenografiche della Roma antica significava rientrare in quegli spazi, sia pure in cartapesta e a pagamento. È una delle osservazioni più acute prodotte sugli esordi di Cinecittà, e riguarda direttamente questo quartiere.

Il rapporto ha avuto anche una faccia drammatica. Nell’aprile del 1944 gli stabilimenti furono usati come luogo di raccolta e selezione degli uomini rastrellati al Quadraro, e nel dopoguerra ospitarono per anni un centro per profughi e sfollati. Chi visita oggi Cinecittà Studios con il percorso museale trova soprattutto la storia del cinema; questa parte, che è storia della città, si ricostruisce altrove.

Che cosa vedere e a quale prezzo

Gli Studios sono visitabili con biglietto e percorso guidato, con orari che cambiano secondo la stagione e le produzioni in corso, e conviene sempre controllare prima. Chi cerca invece il cinema come materia da museo può puntare sul MIAC, il museo italiano dell’audiovisivo e del cinema, allestito dentro lo stesso complesso. Il parco a tema Cinecittà World è invece un’altra cosa, si trova lontano, sulla via Pontina, e non va confuso con gli stabilimenti storici.

Pasolini, il cinema e le borgate: che cosa è stato girato qui davvero

Il legame fra Pasolini e il quadrante sud est di Roma è documentato, ma va smontato con precisione, perché la vulgata turistica mette tutto insieme e sbaglia quartiere con disinvoltura. Accattone, girato nel 1961, ha le sue location principali al Pigneto, alla borgata Gordiani e a Torpignattara, con incursioni a Centocelle, al rione Monti, a Trastevere e a Testaccio: il Quadraro, nelle ricostruzioni delle location, non compare fra i set del film.

Con Mamma Roma, del 1962, il discorso cambia. Il film si gira in larga parte proprio in questo quadrante, fra le arcate dell’acquedotto Felice, le strade del Quadraro e della zona di Cecafumo verso il Tuscolano sud: nelle ricostruzioni compaiono via Lemonia, via Lucio Sestio, via Calpurnio Fiamma, e le baracche addossate agli acquedotti che nel film si vedono ancora in piedi. Chi cammina oggi nel Parco degli Acquedotti sta dentro quelle inquadrature.

Quello che Pasolini fece al Quadraro, stando alle sue stesse pagine, fu soprattutto guardare. In un pezzo scritto nella fase di preparazione di Accattone racconta una camminata serale verso il quartiere, le baracche, i bar di periferia, e il ragazzo in bicicletta profilato contro l’orizzonte. È materiale di sopralluogo e di scrittura, non di riprese, e confonderlo con un set è l’errore più comune che si legge in giro.

Il resto del cinema di zona

Il quadrante fra Casilina, Tuscolana e acquedotti è stato usato da moltissime produzioni italiane, e continua a esserlo, proprio perché offre in pochi chilometri campagna, ruderi antichi, edilizia popolare e stabilimenti di posa. Le arcate degli acquedotti sono comparse in film celebri girati a Roma nel dopoguerra e in decine di titoli minori. Chi vuole vedere cinema all’aperto in questo pezzo di città trova ogni estate arene gratuite in zona, dalle proiezioni del Parco degli Acquedotti a quelle del Casilino Sky Park, oltre al quadro generale delle arene estive di Roma.

Il Parco degli Acquedotti, Porta Furba e il bordo del quartiere

Porta Furba è il punto in cui l’acquedotto Felice scavalca la via Tuscolana formando un arco monumentale, con accanto la fontana voluta da Clemente XII nel 1733, restaurata e ampliata su una struttura già esistente di epoca sistina e ritoccata di nuovo alla fine dell’Ottocento. L’etimologia del nome è incerta: c’è chi la fa risalire al latino fur, ladro, per i briganti che taglieggiavano i viandanti, e chi a una deformazione di formae, il termine medievale per gli acquedotti.

L’acquedotto Felice prende il nome dal battesimo di Sisto V, Felice Peretti, che ne avviò la costruzione nel 1585 per portare acqua ai quartieri alti della città. Le sue arcate attraversano tutto questo quadrante e costituiscono il bordo meridionale e occidentale del Quadraro, prima lungo la via del Mandrione e poi dentro il parco. Sul sistema idrico romano nel suo insieme rimandiamo alla scheda sull’Acqua Vergine.

Il Parco degli Acquedotti è la destinazione naturale di una camminata che parta dal Quadraro: prato aperto, le arcate dell’Acquedotto Claudio e del Felice in fila, e nessuna recinzione. È gratuito, è sempre accessibile, e l’ora giusta è il tardo pomeriggio. Fa parte del sistema del Parco dell’Appia Antica, che da qui prosegue verso la Caffarella e verso la Villa dei Quintili.

Verso nord: la Casilina

Dall’altra parte, verso nord, il Quadraro si appoggia alla via Casilina e al quadrante di Torpignattara e Centocelle, che ha una densità di arte urbana paragonabile e una storia sociale parallela. Proseguendo lungo la Casilina verso il centro si arriva a Porta Maggiore, dove undici acquedotti antichi convergevano sulle mura, e alla basilica sotterranea che si apre sotto il piano stradale. Il tratto urbano delle mura aureliane comincia lì.

Le altre cose vicine

Nel raggio di due o tre fermate di metropolitana ci sono la basilica di San Giovanni in Laterano e Santa Croce in Gerusalemme, che chiudono il quadrante verso il centro. Più vicino, nel tessuto delle borgate, resta la chiesa di San Felice da Cantalice a Centocelle, e il mausoleo di Sant’Elena con le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro sulla Casilina. Sull’Appia, poco più a sud, ci sono le catacombe di San Sebastiano.

La vita di quartiere oggi

Il Quadraro è un quartiere abitato da persone che ci lavorano o che ci sono nate, con una componente giovane arrivata negli ultimi quindici anni per gli affitti più bassi e per la metropolitana comoda. Ha centri sociali, associazioni di quartiere, sezioni ANPI attive, circoli, un mercato rionale, e un tessuto commerciale di vicinato che in molte zone di Roma è sparito. Questo è il vero motivo per cui vale la camminata.

Il rovescio è che il quartiere è anche fragile. Le case degli anni Venti e Trenta sono spesso senza ascensore e senza manutenzione, il traffico di attraversamento è pesante, gli spazi verdi sono pochi e il parco principale ha avuto più volte problemi di degrado. Chi arriva come visitatore e racconta il Quadraro solo come quartiere dei murales salta metà della questione.

Nel calendario locale ci sono appuntamenti che valgono la deviazione, dalle iniziative del Casilino Urban Fest alle rassegne culturali del quadrante come quelle di Villa Lais, poco più a ovest. Il verde attrezzato più vicino, per chi viaggia con bambini, è il Parco Appio; altre indicazioni pratiche sono raccolte nella pagina su Roma con i bambini.

Mangiare in zona: qui i segnali funzionano al contrario

Il Quadraro è uno dei casi romani in cui il capitolo sulla ristorazione va scritto al rovescio. Non è una zona battuta dal turismo di massa, non ha un monumento davanti a cui piazzare i tavolini, e i locali che ci sono vivono di clientela di quartiere: famiglie, operai, gente che torna a casa. Questo significa che i segnali d’allarme che si usano in centro qui servono a un’altra cosa, cioè a capire quando si è usciti dal Quadraro vero e si è entrati nella fascia che intercetta i visitatori.

I segnali, e come si leggono qui

Il menu con le fotografie dei piatti resta il primo indizio ovunque, perché fotografare il cibo serve a chi non sa leggere la lingua, e in un locale di quartiere non serve a nessuno. Vale lo stesso per la signora che tira la pasta fresca in vetrina o sul marciapiede: è un richiamo scenico costruito per chi passa, non un indizio sulla cucina che c’è dietro. La persona sulla soglia che invita a sedersi lavora sul flusso, non sul cliente che torna.

Aggiungete l’orario continuato. Un locale aperto dalla mattina alla notte senza pausa di cucina non ha una brigata che lavora su servizi definiti: sta servendo chi capita, a qualsiasi ora, con quello che riesce. E infine i posti piazzati davanti alle attrazioni, dove il prezzo si adegua al cliente che si ha davanti, con voci non prezzate sul menu e listini diversi fra il dentro e il fuori.

Al Quadraro questi segnali diventano un metro diverso. Dentro il nucleo vecchio, in mezzo alle strade della gens, li trovate raramente. Man mano che vi spostate verso le direttrici grandi, verso la Tuscolana trafficata o verso i poli che portano visitatori, ricompaiono uno dopo l’altro. Quando cominciate a vederne due o tre insieme, avete superato il confine della zona che state visitando.

Le catene a insegna ripetuta

Nel centro di Roma è cresciuta negli ultimi anni una ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città, l’arredo identico e la coda con il numerino sulla porta. Funziona benissimo come attrazione turistica, e i romani non ci vanno. Non c’è snobismo in questo: quel modello vende un prodotto standardizzato e prevedibile, che è esattamente il contrario di quello che si cerca sotto casa. Al Quadraro quelle insegne non arrivano, ed è uno dei motivi per cui il quartiere regge.

Il criterio, uno solo

Guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano romano e ordinano senza aprire il menu, il posto regge da solo. Se ci sono soltanto zaini e cartine, si prosegue. Questo criterio funziona ovunque e non richiede di saper nulla di cucina. Al Quadraro, semplicemente, dà quasi sempre esito positivo, ed è una delle poche zone di Roma dove si può entrare quasi a caso.

Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata. Il ragionamento completo sul come si sceglie a Roma è nella pagina su dove mangiare a Roma, mentre per i locali con una storia lunga alle spalle c’è la pagina sui caffè e le botteghe storiche. Per un confronto con un altro quartiere romano dove la ristorazione di zona ha retto, si può leggere la scheda su Testaccio.

Quando andare, che cosa è chiuso, quanto costa

Girare il Quadraro non costa niente. Le opere di arte urbana sono all’aperto e gratuite, il Parco XVII aprile 1944 è un giardino pubblico, il Parco degli Acquedotti e la via del Mandrione non hanno biglietto. Le uniche spese possibili sono il biglietto della metropolitana e, se si aggiunge la visita agli stabilimenti, quello di Cinecittà.

Le stagioni giuste sono la primavera e l’autunno, per la luce e per la temperatura. L’estate romana rende faticosa una camminata senza ombra e svuota il quartiere ad agosto. L’inverno funziona nelle giornate limpide, con il limite delle giornate corte: dopo le cinque i muri dipinti non si leggono più.

Due date meritano un discorso a parte. Il 17 aprile il quartiere è occupato dalle commemorazioni, con corteo e modifiche alla viabilità: chi cerca una passeggiata tranquilla sbaglia giorno, chi vuole capire il Quadraro sceglie quello giusto. Il 25 aprile ha lo stesso carattere. Per il resto, il Monte del Grano apre solo in date straordinarie annunciate dalla Sovrintendenza Capitolina o dalle associazioni che ne curano le visite, e nelle giornate di apertura dei beni comunali come quelle segnalate nella pagina sui musei gratis a Roma.

Domande frequenti sul Quadraro

Quanti uomini furono deportati dal Quadraro il 17 aprile 1944?

Le fonti divergono e nessuna cifra è definitiva. L’elenco compilato dal parroco don Gioacchino Rey, ritenuto il più attendibile perché redatto sul momento, riporta 683 nomi; altre ricostruzioni indicano circa 740, 744, 750 o almeno 800; la cifra di 947, oggi la più citata, corrisponde secondo varie ricostruzioni ai selezionati a Cinecittà. Gli uomini fermati nella mattinata sarebbero stati circa duemila, e di quelli poi deportati rientrò al Quadraro all’incirca la metà.

Che medaglia ha il Quadraro e in che anno?

La medaglia d’oro fu conferita nell’aprile del 2004 dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi, per il sessantesimo anniversario del rastrellamento, ed è l’unico riconoscimento di questo tipo dato a un quartiere di Roma. Sulla denominazione le fonti divergono: la maggior parte parla di merito civile, altre di valor civile, una ricostruzione giornalistica di valor militare. Chi deve citarla in un testo ufficiale verifichi la dizione sull’atto.

Perché i tedeschi chiamavano il Quadraro nido di vespe?

La fonte più solida è Eitel Friedrich Möllhausen, console tedesco a Roma durante l’occupazione, che nelle sue memorie descrive il quartiere come un nido di vespe abitato da elementi ostili, partigiani e comunisti. La versione che attribuisce la frase direttamente a Kappler circola molto ma poggia su una catena di citazioni meno verificabile. La sostanza, cioè la presenza di cellule di più formazioni della Resistenza, è invece documentata.

Come si arriva al Quadraro con i mezzi?

La fermata è Porta Furba Quadraro, sulla linea A della metropolitana, fra Arco di Travertino e Numidio Quadrato. Dall’uscita si attraversa la via Tuscolana e si è già nel quartiere. Due fermate più avanti, sempre sulla linea A, c’è la stazione Cinecittà, che serve gli stabilimenti. Il Parco degli Acquedotti si raggiunge a piedi in circa venticinque minuti.

Che cos’è il MURo e quanto costa visitarlo?

Il MURo, Museo di Urban Art di Roma, è un museo diffuso fondato nel 2010 dall’artista David Vecchiato, detto Diavù. Non ha sede, biglietteria né orari: le opere stanno sui muri delle strade e si vedono gratuitamente in qualsiasi momento di luce. Gli interventi vengono concordati con i residenti e con i proprietari dei muri, e riguardano la storia e l’identità del quartiere.

I murales del Quadraro ci sono ancora tutti?

No, e gli elenchi che si trovano online invecchiano in fretta. Le opere all’aperto si scoloriscono, vengono coperte da scritte o spariscono quando una facciata viene rifatta: al Quadraro la documentazione segnala già interventi deteriorati e almeno uno coperto. Conviene controllare la mappa aggiornata pubblicata dal museo prima di partire, invece di seguire liste copiate fra siti.

Pasolini ha girato i suoi film al Quadraro?

Accattone fu girato soprattutto al Pigneto, alla borgata Gordiani e a Torpignattara, e il Quadraro non compare fra le sue location. Mamma Roma, invece, fu girato in buona parte in questo quadrante, fra le arcate dell’acquedotto Felice, il Quadraro e la zona di Cecafumo verso il Tuscolano sud. Al Quadraro Pasolini fece soprattutto sopralluoghi e osservazione, come racconta lui stesso in un articolo del periodo di preparazione di Accattone.

Quanto tempo serve per visitare il Quadraro?

Per il giro dei muri del nucleo vecchio servono fra un’ora e mezza e due ore camminando con calma. Aggiungendo il Parco XVII aprile 1944 e il Monte del Grano si arriva a circa tre ore. Chi vuole chiudere con il Parco degli Acquedotti o con gli stabilimenti di Cinecittà deve mettere in conto una mezza giornata piena.

Il Quadraro è sicuro?

Il Quadraro è un quartiere abitato e frequentato, e di giorno si gira senza problemi come in qualsiasi zona residenziale romana. Le accortezze sono le solite delle periferie con traffico di attraversamento: attenzione alle strade strette senza marciapiede, prudenza con la fotocamera in mano nelle ore vuote, e di sera preferire le strade principali, dove c’è illuminazione. I muri dipinti, comunque, di notte non si vedono.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Le date, le cifre e le divergenze fra le fonti riportate qui sono state controllate sulle fonti disponibili alla data di pubblicazione: dove gli studiosi non concordano, lo abbiamo scritto invece di scegliere il numero più comodo. Se trovate un dato superato, segnalatecelo.

Chi mette insieme un percorso romano fuori dal centro, dovendo far quadrare quartieri senza biglietteria, monumenti che aprono solo in date straordinarie, opere murali che possono essere sparite dall’ultima guida stampata e distanze a piedi che la mappa fa sembrare più corte di quello che sono, per sé o per un gruppo, trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, dove raccogliamo materiali per chi accompagna visite e per chi organizza da solo.

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