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Porta Maggiore

Porta Maggiore è il punto di Roma in cui due acquedotti imperiali, l’Aqua Claudia e l’Anio Novus, scavalcano insieme due strade consolari, la via Prenestina e la via Labicana, su un doppio fornice di travertino inaugurato nel 52 dopo Cristo sotto l’imperatore Claudio. Non nacque come porta di città: lo diventò più di due secoli dopo, quando Aureliano inglobò la struttura nelle Mura Aureliane e si ritrovò gratis un varco monumentale già costruito. Addossato al fianco esterno c’è il Sepolcro di Eurisace il fornaio, una tomba tardorepubblicana che il caso ha salvato: finì murata dentro un torrione difensivo tardoantico e ne riemerse intatta nel 1838, quando Gregorio XVI fece demolire il bastione. A pochi metri, sotto il livello stradale, corre la Basilica sotterranea di Porta Maggiore, scoperta per caso nel 1917 durante i lavori della ferrovia. Sopra tutto questo passa oggi uno dei nodi tranviari più trafficati della città. Le righe che seguono spiegano come funziona davvero il monumento, cosa si vede e cosa no, come ci si arriva, quanto tempo serve e perché la piazza intorno resta il problema irrisolto di questo angolo di Roma.

Porta Maggiore (Rome)
Foto: NikonZ7II, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Dove si trova Porta Maggiore e come arrivarci

Porta Maggiore si trova a piazza di Porta Maggiore, sul confine fra i rioni Esquilino e Castro Pretorio e i quartieri Prenestino e Tuscolano, nel punto esatto in cui via Casilina e via Prenestina si separano ancora oggi come facevano la via Labicana e la via Prenestina antiche. L’accesso è libero, a cielo aperto, ventiquattro ore su ventiquattro: non c’è biglietteria, non c’è cancello, non c’è orario. Il monumento si guarda dalla strada e dalle isole pedonali della piazza.

A piedi dal centro

Da Termini si cammina per quindici, venti minuti lungo via Giolitti, costeggiando il lato sud della stazione: è il percorso più semplice da spiegare e anche il più brutto da fare, perché via Giolitti è una strada di servizio ferroviario senza nulla da guardare. Chi ha tempo fa meglio a passare per piazza Vittorio, dove si trova la Porta Alchemica e a due passi c’è il Nuovo Mercato Esquilino, e scendere poi verso Porta Maggiore per via di Porta Maggiore: stesso tempo circa, molte più cose da vedere. Da Santa Maria Maggiore sono venti minuti scarsi, e sono gli stessi che percorrevano i pellegrini da cui la porta ha preso il nome corrente.

Con il tram

Il tram è il mezzo giusto. La piazza è servita dalle linee tranviarie 5, 14 e 19, che vi passano o vi fanno capolinea di zona, e la fermata si chiama Porta Maggiore. La 5 e la 14 collegano Termini con il quadrante est (Gerani e Palmiro Togliatti), la 19 arriva da Centocelle e prosegue verso il centro nord fino a piazza Risorgimento. Le linee di superficie a Roma cambiano spesso per cantieri e deviazioni, anche per mesi: prima di partire conviene controllare il percorso aggiornato sul sito o sull’app dell’azienda di trasporto. Per orientarsi fra biglietti, validità oraria e integrazione metro e bus, abbiamo raccolto il quadro completo nella guida su come muoversi a Roma.

Con la metropolitana

Non esiste una fermata della metropolitana a Porta Maggiore. La più vicina è Vittorio Emanuele, sulla linea A, da cui si arriva a piedi in una decina di minuti scendendo per via di Porta Maggiore. Anche Manzoni, sempre sulla linea A, è a circa dieci, dodici minuti di cammino passando sotto le mura. Chi arriva dalla linea B scende a Termini e prosegue in tram o a piedi. Questa è una delle ragioni per cui molti turisti non ci mettono mai piede: non c’è una fermata con il nome del monumento, e sulle mappe della metropolitana Porta Maggiore semplicemente non compare.

In auto e in bicicletta

Sconsigliamo l’auto. La piazza è un incrocio semaforizzato con binari tranviari su più assi, corsie preferenziali e traffico pesante su via Casilina e via Prenestina, e i posti auto regolari intorno sono pochissimi. In bicicletta la zona si attraversa, ma i binari del tram vanno presi il più possibile perpendicolari: le rotaie in curva in mezzo alla piazza sono la causa più comune di cadute in quel punto.

Che cos’è Porta Maggiore: un acquedotto prestato alle mura

Porta Maggiore è, nella sostanza, un pezzo di impianto idraulico costruito nel 52 dopo Cristo per far passare due acquedotti sopra due strade senza interromperle. Tutto il resto, la funzione di porta urbana, il nome, il ruolo di snodo, è arrivato dopo, e più volte contro il progetto originario.

Il doppio fornice e la coppia di strade

La struttura ha due grandi arcate affiancate, separate da un pilone centrale. Sotto l’arcata di sinistra, guardando da fuori città, passava la via Prenestina, che portava a Praeneste, l’odierna Palestrina; sotto quella di destra la via Labicana, diretta verso Labicum e poi confluita nel tracciato della moderna via Casilina. Le due strade divergevano esattamente lì, e divergono ancora: è uno dei rari casi in cui la viabilità di oggi ricalca punto per punto una biforcazione antica. Scavi e sistemazioni hanno riportato in luce sotto i fornici il piano stradale romano, lastricato con i basoli di selce, che corre parecchi metri più in basso rispetto all’asfalto attuale. Quel dislivello è la cosa più istruttiva del monumento: misura a occhio quanto si è alzata Roma in venti secoli.

I due canali nell’attico

Sopra le arcate, nel corpo alto della costruzione, corrono due condotte sovrapposte. Quella inferiore portava l’acqua dell’Aqua Claudia, quella superiore l’acqua dell’Anio Novus. Non è un dettaglio da manuale: si vede a occhio nudo, in sezione, guardando il fianco della struttura dal lato dove l’attico è tagliato. Due rettangoli scuri, uno sopra l’altro, dentro il muro. Chi non sa cosa cerca li scambia per finestre murate. Sono i due specus, i canali in cui scorreva l’acqua, rivestiti internamente di cocciopesto per l’impermeabilizzazione.

Il travertino lasciato grezzo

La caratteristica visiva che colpisce di più è che gran parte del travertino non è rifinito. I blocchi dei piloni sono lasciati a bugnato rustico, con la faccia esterna sbozzata e irregolare, mentre le colonne, i timpani e le cornici delle edicole che incorniciano i fornici sono lavorate con precisione. Il contrasto è voluto. Per molto tempo si è pensato a un cantiere interrotto, o a una fretta di consegna; oggi la lettura prevalente è che si tratti di una scelta di gusto dell’età di Claudio, un’estetica del grezzo applicata deliberatamente alle opere pubbliche. Lo stesso trattamento si ritrova nelle sostruzioni del tempio del Divo Claudio sul Celio, quelle che si vedono ancora salendo verso la basilica dei Santi Giovanni e Paolo, e in altri interventi claudiani della stessa stagione. È un modo di costruire che dichiara la forza dell’opera invece di nasconderla sotto una lastra liscia.

Le tre iscrizioni dell’attico: Claudio, Vespasiano, Tito

Sull’attico di Porta Maggiore, sul lato rivolto verso l’esterno della città, si leggono tre iscrizioni latine sovrapposte, incise in momenti diversi fra il 52 e l’81 dopo Cristo. Sono la parte del monumento che regge meglio il confronto con qualsiasi guida: il testo è ancora lì, leggibile, e racconta per intero la vicenda tecnica dell’opera.

L’iscrizione di Claudio, 52 dopo Cristo

La prima e più grande è la dedica di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico. Dichiara che l’imperatore ha fatto condurre in città a proprie spese l’Aqua Claudia, captata dalle sorgenti chiamate Caeruleus e Curtius al quarantacinquesimo miglio, e l’Anio Novus, presa al sessantaduesimo miglio. Sono due informazioni tecniche precise, non retorica: indicano la distanza delle captazioni lungo la valle dell’Aniene. Un dettaglio che sfugge quasi a tutti è la grafia: nel testo il nome dell’imperatore compare come CAISAR invece di CAESAR, secondo una preferenza arcaizzante che Claudio, studioso di antichità e riformatore dell’alfabeto, coltivava personalmente. L’epigrafe è insieme un atto amministrativo e un capriccio di erudito.

L’iscrizione di Vespasiano, 71 dopo Cristo

Sotto, una seconda epigrafe registra il restauro fatto eseguire da Vespasiano. Il testo dice che l’acquedotto era rimasto interrotto e in rovina per nove anni e che l’imperatore lo ha restituito alla città a proprie spese. Nove anni di condotta ferma significano nove anni in cui i quartieri alti di Roma, che solo quell’acqua riusciva a raggiungere per quota, sono stati a secco. Un acquedotto richiede manutenzione permanente, e quando la manutenzione salta la città se ne accorge in pochi giorni. L’epigrafe di Vespasiano lo documenta meglio di qualsiasi trattato.

L’iscrizione di Tito, 81 dopo Cristo

La terza iscrizione, ancora più in basso, è di Tito e ricorda un ulteriore intervento, dieci anni dopo quello paterno, con il rifacimento del condotto a partire dalla zona delle sorgenti. Tre epigrafi in ventinove anni, per un’opera nuova, dicono molto sulla fragilità di un sistema lungo decine di chilometri esposto a frane, infiltrazioni e incrostazioni calcaree. La ripartizione esatta dei contenuti fra il testo di Vespasiano e quello di Tito è materia da epigrafisti, e le edizioni discutono singole integrazioni: quello che interessa al visitatore è che il monumento porta scritto addosso il proprio libretto di manutenzione.

Aqua Claudia e Anio Novus: da dove arrivava l’acqua

I due acquedotti che passano su Porta Maggiore furono iniziati sotto Caligola e portati a termine da Claudio nel 52 dopo Cristo, e prendevano entrambi l’acqua nell’alta valle dell’Aniene, nella zona fra Subiaco e Arsoli. Erano i due impianti più lunghi e più alti della rete romana, e questo li rendeva anche i più delicati.

Le sorgenti e i chilometri

Frontino, curatore delle acque sotto Nerva e autore nel 97 dopo Cristo del trattato sugli acquedotti della città, registra per l’Aqua Claudia un percorso di circa quarantaseimila passi e per l’Anio Novus di circa cinquantottomila, cioè grosso modo sessantanove e ottantasette chilometri. Le cifre moderne variano leggermente a seconda di come si convertono le misure antiche e di quale tracciato si ricostruisce: chi trova numeri diversi in altre fonti non sta leggendo un errore, sta leggendo una conversione diversa. La differenza sostanziale fra i due impianti riguardava la qualità: l’Aqua Claudia prendeva acqua sorgiva limpida, l’Anio Novus derivava direttamente dal fiume Aniene e portava acqua torbida dopo ogni pioggia, tanto che si dovette costruire una piscina limaria, cioè una vasca di decantazione, per farla depositare prima di immetterla in città.

L’ultimo tratto sopra gli archi

Per gli ultimi chilometri i due condotti viaggiavano sovrapposti sulla stessa arcata, quella che si vede ancora oggi correre per chilometri nella campagna a sud est della città e che si attraversa a piedi al Parco degli Acquedotti. Chi vuole capire Porta Maggiore dovrebbe andarci: lì si vede l’acquedotto come opera di paesaggio, qui se ne vede il terminale urbano. Sono lo stesso manufatto a due chilometri di distanza, e vederli nello stesso giorno chiarisce la scala del problema che i romani avevano risolto.

Il nodo delle acque

Nell’area di Porta Maggiore convergeva la maggior parte degli acquedotti antichi di Roma, otto secondo il conto più diffuso fra gli studiosi, che arrivavano da est seguendo il crinale più comodo. Subito dentro la porta l’Aqua Claudia alimentava un castellum, cioè una torre di distribuzione, e da lì partiva la diramazione detta degli archi neroniani, che portava l’acqua fino al Celio e da lì al Palatino. Quegli archi si vedono ancora, in tratti spezzati, lungo via Statilia e dentro il giardino di Villa Celimontana. Un acquedotto di età diversa, l’Acqua Vergine, serviva invece tutt’altro settore della città, e la sua storia l’abbiamo raccontata nella pagina su Aqua Virgo.

Come Porta Maggiore è diventata una porta delle Mura Aureliane

Fra il 271 e il 275 dopo Cristo l’imperatore Aureliano fece costruire in fretta la nuova cinta di mura di Roma, e per risparmiare tempo e denaro il progetto inglobò tutto quello che già esisteva sul tracciato: sepolcri, edifici privati, tratti di acquedotto e, appunto, il doppio fornice di Claudio, che diventò così la Porta Praenestina.

Il riuso come metodo di cantiere

Il riuso non fu un’eccezione ma la regola. Lungo il percorso delle Mura Aureliane vennero assorbiti allo stesso modo l’Anfiteatro Castrense e parte del complesso imperiale del Sessorio, vicino a Santa Croce in Gerusalemme, la Piramide di Caio Cestio all’altra estremità della città, che abbiamo descritto nella pagina sulla Piramide Cestia, e i castra Praetoria a nord. Porta Maggiore era il caso più conveniente di tutti: un varco già alto, già monumentale, già stabile, che bastava chiudere con battenti e presidiare. Per capire come funzionava una porta della cinta quando era completa di torri, cammino di ronda e camere di manovra conviene fare una deviazione a Porta San Sebastiano, dove ha sede il Museo delle Mura e si percorre un tratto di corridoio interno alla muratura.

Onorio e il torrione del quinto secolo

All’inizio del quinto secolo, fra il 401 e il 403, sotto Onorio le mura vennero rialzate e le porte trasformate in piccole fortezze. A Porta Maggiore l’intervento fu drastico: davanti ai fornici claudiani venne costruito un torrione massiccio, con un cortile chiuso fra due sbarramenti, che trasformava il passaggio in una trappola per chi tentasse di forzarlo. Era una risposta militare a una minaccia concreta, e non bastò: nel 410 i Goti di Alarico entrarono comunque in città, pur da un’altra porta.

Il Sepolcro di Eurisace il fornaio

Addossato al fianco esterno di Porta Maggiore, nel cuneo di terreno fra via Casilina e via Prenestina, si trova il Sepolcro di Marco Virgilio Eurisace, fornaio e appaltatore, costruito nella seconda metà del primo secolo avanti Cristo e quindi più antico di quasi un secolo rispetto alla porta che gli è cresciuta accanto. È visibile gratuitamente e in ogni momento dall’isola pedonale della piazza, recintato ma completamente a vista su tutti i lati.

Chi era Eurisace

Il nome lo tradisce: Eurysaces è un cognome greco, e chi lo portava a Roma in quegli anni era quasi sempre un liberto, cioè uno schiavo affrancato, o un discendente diretto di liberti. Il gentilizio Vergilius indica la famiglia che lo aveva liberato. L’iscrizione lo qualifica come pistor, fornaio, e redemptor, cioè imprenditore che prende appalti: non gestiva un forno di quartiere, riforniva di pane su commessa, plausibilmente per forniture pubbliche o militari. L’ultima parola del formulario, APPARET, è discussa da due secoli: la lettura più seguita la collega alla funzione di apparitor, addetto al servizio di un magistrato, ma non c’è accordo unanime e alcune edizioni la interpretano diversamente. Lo segnaliamo perché è uno dei pochi punti in cui una guida onesta deve dire che non si sa.

La forma del monumento e i cilindri

La tomba ha pianta trapezoidale, imposta dallo spazio fra le due strade, e alzato in travertino e calcestruzzo rivestito. Sopra un basamento pieno corre un doppio ordine di aperture cilindriche, tre file di cerchi che bucano il muro e che sono l’elemento più discusso dell’architettura romana minore. Le due spiegazioni più solide sono che riproducano la bocca dei modii, le misure di capacità per il grano, oppure l’imboccatura delle madie o delle impastatrici usate nei forni. Nessuna delle due è dimostrata. Quello che è certo è l’intenzione: il monumento dichiara il mestiere di chi lo ha pagato, con una insistenza che agli occhi dell’aristocrazia romana del tempo doveva risultare volgare e che oggi è il motivo per cui questa tomba sta su tutti i manuali di storia sociale.

Il fregio del pane

Sotto il cornicione corre un fregio a rilievo che mostra, scena dopo scena, l’intero ciclo della panificazione: la consegna del grano, la macinatura con le mole azionate da animali, la setacciatura, l’impasto, la formatura dei pani, la cottura, la pesatura e la consegna. È una delle testimonianze figurate più complete che esistano su un processo produttivo antico, e vale più di dieci pagine di trattato. Si legge bene con il binocolo o con un teleobiettivo modesto; a occhio nudo, dalla recinzione, si distinguono le figure ma si perdono i gesti.

Atistia e l’urna a forma di cesta

Dal sepolcro proviene anche il rilievo con i ritratti di Eurisace e della moglie Atistia, oggi conservato al Museo Nazionale Romano e visibile a Palazzo Massimo alle Terme. L’iscrizione relativa alla donna dice che i suoi resti si trovano in questo panarium, cioè in questa cesta del pane: l’urna aveva la forma di un cesto da fornaio. La coerenza è totale, dalla facciata all’ultimo oggetto. Chi visita la porta e vuole chiudere il discorso deve mettere in programma anche una tappa a Palazzo Massimo, che dista una ventina di minuti a piedi verso Termini.

Come il torrione lo ha salvato

Quando Onorio fece costruire il bastione davanti alla porta, il sepolcro finì inglobato nella muratura difensiva. Per quattordici secoli nessuno lo vide: era dentro il muro, riempito e nascosto. Questo lo ha sottratto al destino di quasi tutti i monumenti funerari romani fuori porta, smontati blocco per blocco e riusati come cava di materiale. La tomba è arrivata fino a noi perché era diventata parte di una fortificazione, e quindi non conveniva toccarla.

La riscoperta del 1838

Nel 1838 Gregorio XVI fece demolire il torrione onoriano, nell’ambito della campagna ottocentesca di liberazione dei monumenti antichi dalle sovrapposizioni successive. Sotto le macerie ricomparve il sepolcro, integro nella sua parte principale. È lo stesso tipo di operazione che in quegli anni stava ridisegnando l’immagine della Roma antica un po’ dappertutto, con guadagni e perdite: qui il guadagno fu netto, altrove furono demolite stratificazioni medievali che oggi nessuno rifarebbe sparire. La scelta di sacrificare una fortificazione tardoantica per riportare alla luce una tomba tardorepubblicana è, con i criteri di oggi, discutibile. Con i criteri del 1838 era ovvia.

Una curiosità sulla Porta Maggiore

La curiosità più solida di Porta Maggiore è che il monumento più studiato del complesso non appartiene a un imperatore ma a un fornaio, e che si è conservato proprio perché qualcuno lo aveva murato dentro un muro di difesa. In un raggio di venti metri ci sono la dedica di Claudio, quella di Vespasiano, quella di Tito e la tomba di un liberto che faceva il pane: tre imperatori e un panettiere, e il panettiere è quello di cui sappiamo più cose della vita quotidiana.

Il paradosso della conservazione

Vale come principio generale per tutta Roma. I monumenti che sopravvivono non sono quasi mai i più importanti, sono quelli che a un certo punto sono diventati utili a qualcun altro: una chiesa dentro un tempio, una fortezza dentro un teatro, un palazzo sopra uno stadio. Il caso della basilica di San Clemente e quello del Colosseo raccontano la stessa dinamica con esiti opposti. A Porta Maggiore la regola si vede in forma pura: il sepolcro di Eurisace esiste ancora perché è stato usato come pietra di un bastione.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Porta Maggiore

Quasi nessuna guida lo scrive: sotto i due fornici il piano stradale romano è esposto e visibile, diversi metri più in basso rispetto alla quota di via Casilina e via Prenestina, con i basoli di selce ancora in posto e i solchi lasciati dai carri. Si guarda dall’alto, affacciandosi dal parapetto, ed è la cosa che più di ogni altra fa capire la storia del punto in cui ci si trova.

Il dislivello e cosa significa

Quel vuoto fra il livello antico e quello moderno non è uno scavo archeologico nel senso comune del termine: è la quota reale su cui camminavano le persone nel primo secolo. Tutto il resto, i metri sopra, sono detriti, crolli, ricostruzioni, riporti e asfalto accumulati in venti secoli. Chi si abitua a cercare questo dislivello lo ritrova ovunque in città, dal Foro Romano ai livelli sovrapposti del sottosuolo che abbiamo mappato nella guida su Roma sotterranea.

La Basilica sotterranea di Porta Maggiore

A pochi metri dalla porta, sotto il piano stradale di via Prenestina, si trova la Basilica sotterranea di Porta Maggiore, un ambiente ipogeo del primo secolo dopo Cristo a tre navate con decorazione a stucco, scoperto per caso nel 1917 durante i lavori sulla linea ferroviaria. L’accesso è possibile solo con visite organizzate, a numero chiuso e con calendario variabile: le condizioni cambiano nel tempo e vanno verificate direttamente con la Soprintendenza Speciale di Roma, che gestisce il sito. Non pubblichiamo orari né tariffe, perché qualsiasi dato di questo tipo riportato qui invecchierebbe nel giro di poche settimane.

La scoperta del 1917

Il monumento riemerse nell’aprile del 1917 quando un cedimento del terreno aprì un varco durante i lavori ferroviari lungo la direttrice verso sud. Era rimasto sigillato per diciotto secoli. La scoperta avvenne in piena guerra, il che spiega in parte perché l’indagine iniziale fu condotta in condizioni difficili e con mezzi limitati.

Che cosa è, e cosa se ne discute

L’ambiente venne ricavato scavando le gallerie nel banco di tufo e gettandovi dentro il calcestruzzo, una tecnica che permise di costruire senza aprire un cantiere in superficie. La decorazione a stucco dei soffitti e delle pareti presenta scene mitologiche e allegoriche che la maggior parte degli studiosi legge come un programma di ispirazione neopitagorica, incentrato sul destino dell’anima dopo la morte: l’interpretazione risale ai primi studi del secolo scorso, fra cui la monografia di Giuseppe Bendinelli e il celebre volume di Jérôme Carcopino dedicato alla basilica pitagorica. Altri studiosi hanno proposto letture diverse, da sala di riunione di una associazione privata a sepolcro monumentale di famiglia. La collocazione cronologica intorno all’età di Claudio e Nerone è invece largamente condivisa. Chi vuole il racconto completo della basilica, con la storia degli scavi e il dettaglio degli stucchi, lo trova nella nostra pagina dedicata alla Basilica sotterranea di Porta Maggiore: questa pagina tratta la porta e il suo contesto urbano, quella tratta l’ipogeo e il suo apparato decorativo.

Perché è così difficile entrarci

L’ambiente è piccolo, umido e fragile, e la presenza di persone altera le condizioni microclimatiche che tengono insieme gli stucchi. Da qui i gruppi ridottissimi, le aperture rare e le sospensioni per manutenzione. Chi ci tiene deve mettersi in lista con largo anticipo e accettare l’idea di non riuscirci al primo tentativo. È uno dei pochi casi romani in cui la scarsità non è una scelta commerciale ma un vincolo di conservazione.

Il consiglio che ti do per visitare la Porta Maggiore

Il consiglio operativo è uno solo: non venire a Porta Maggiore come meta a sé stante, ma incastrarla in un percorso che parte da Santa Croce in Gerusalemme e finisce a piazza Vittorio, e calcolare venti o venticinque minuti per la porta e il sepolcro. La visita in sé è breve, perché è tutta esterna e non c’è nulla in cui entrare; il valore deriva dal collegamento con quello che c’è intorno.

L’itinerario che consigliamo

Si scende alla fermata di Santa Croce in Gerusalemme, si vede la basilica e il fianco delle mura con l’Anfiteatro Castrense incorporato, si costeggia l’area del Circo Variano, si arriva a Porta Maggiore in dieci minuti di cammino lungo il tracciato delle mura, e da lì si prosegue per via di Porta Maggiore fino a piazza Vittorio. Chi ha ancora tempo continua fino a Santa Maria Maggiore oppure prende il tram verso est per il Mausoleo di Sant’Elena. È un itinerario da mezza giornata, tutto gratuito tranne gli ingressi facoltativi, e attraversa una Roma che il turismo di passaggio non vede mai.

L’ora giusta

La prima mattina è il momento migliore, per due ragioni concrete: il traffico della piazza è più leggero e la luce arriva sulla facciata esterna, quella con le tre iscrizioni, che guarda verso levante. Nel pomeriggio quella fronte va in ombra e resta leggibile solo il lato interno. La domenica mattina presto la piazza è quasi vuota e si riesce ad attraversare con calma, il che in questo punto non è poco.

Le cose da non fare

Non attraversare fuori dalle strisce: i tram arrivano in curva e silenziosi, e la visibilità è pessima per via dei piloni. Non contare su bagni pubblici o su un punto informazioni: non ci sono. Non venire con l’aspettativa di un’area archeologica attrezzata con pannelli e percorsi, perché la sistemazione è minima e la cartellonistica scarsa. Se serve una base logistica con servizi, il riferimento più vicino è la zona di Termini, e per orientarsi fra le zone di Roma abbiamo scritto la guida su dove dormire a Roma.

Porta Maggiore (Rome)
Foto: Rijksmuseum, CC0, via Wikimedia Commons

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: l’Aqua Claudia non serviva l’intera città, serviva soprattutto i quartieri alti, perché arrivava a una quota sufficiente a raggiungerli per gravità. Gli acquedotti romani funzionavano senza pompe, e l’unica variabile che contava era l’altezza del punto di arrivo. Per questo l’Anio Novus corre sopra l’Aqua Claudia nello stesso muro: era il condotto più alto della rete, e questo gli permetteva di servire le zone che nessun altro impianto raggiungeva.

La quota comanda tutto

Tutta l’idraulica antica si riduce a una pendenza costante e minima mantenuta per decine di chilometri. Un errore di quota di pochi centimetri per chilometro rendeva inutile l’opera. Gli agrimensori romani lavoravano con la groma e il chorobates, una livella ad acqua lunga come una panca, e il risultato che si vede a Porta Maggiore è il capolinea di quella precisione. Il condotto superiore serviva il Celio, l’Aventino e il Palatino; le zone basse avevano già acqua da impianti più antichi.

Perché la porta è dove è

La ragione è topografica prima che urbanistica. La sella fra Esquilino e Celio era il passaggio naturale per far entrare in città l’acqua mantenendo la quota, e le due strade passavano di lì per la stessa ragione. Duecento anni dopo, quando si tracciarono le mura, il muro passò dove passava l’acquedotto perché era già una linea continua e alta. Il traffico tranviario di oggi segue lo stesso corridoio. Quattro epoche, una sola geografia.

La foto giusta da fare alla Porta Maggiore

La foto che funziona è una sola e non è quella della porta: è il Sepolcro di Eurisace ripreso dall’isola pedonale fra via Casilina e via Prenestina, con il doppio fornice di travertino che gli sale alle spalle e le tre iscrizioni leggibili in alto. In un solo fotogramma ci stanno un sepolcro repubblicano, un acquedotto imperiale, una porta tardoantica e, se si aspetta il momento, un tram. Quattro epoche sovrapposte senza bisogno di didascalia.

Da dove scattare

Il punto è l’aiuola spartitraffico davanti al sepolcro, sul lato esterno della porta. Si raggiunge con due attraversamenti semaforizzati. Con un obiettivo grandangolare moderato si tiene tutto il gruppo; con un teleobiettivo si isola il fregio della panificazione, che a occhio nudo si perde. Il treppiede in quel punto è scomodo e poco sicuro per il passaggio pedonale: meglio lavorare a mano libera alzando la sensibilità.

La luce

La fronte con le epigrafi guarda verso l’esterno della città, a levante, quindi prende la luce diretta nelle prime ore del giorno: è allora che le lettere incise hanno il rilievo di ombra che le rende leggibili in fotografia. Nel tardo pomeriggio la stessa facciata è piatta, mentre il lato interno verso la città si illumina. Il cielo coperto, che di solito si considera un problema, qui aiuta il fregio del sepolcro, perché elimina i contrasti duri fra le figure e il fondo.

Cosa evitare

Evita l’inquadratura frontale stretta sulla porta da sola: senza un termine di paragone, il doppio fornice in fotografia sembra basso e perde tutta la scala. Evita anche di includere i pali della linea tranviaria in mezzo alle arcate, perché tagliano l’immagine in verticale; se ci si sposta di pochi metri verso il sepolcro spariscono dal campo. Fotografare qui è consentito senza restrizioni, trattandosi di un monumento all’aperto su suolo pubblico; le regole cambiano per l’ipogeo, dove le riprese sono soggette alle condizioni fissate dalla Soprintendenza.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di Porta Maggiore copre venti secoli e si legge tutta sulla pietra: 52 dopo Cristo la costruzione, 71 e 81 i restauri imperiali, 271 l’inglobamento nelle mura, 403 la fortificazione di Onorio, 537 il taglio degli acquedotti, 1838 la demolizione del torrione, 1917 la scoperta dell’ipogeo.

52 dopo Cristo: l’inaugurazione

Claudio porta a termine due acquedotti iniziati sotto Caligola e li consegna alla città nello stesso anno. È l’intervento idraulico più importante dai tempi di Agrippa, e il doppio fornice sulle due strade ne è il biglietto da visita.

71 e 81: i due restauri flavi

Vespasiano rimette in funzione la condotta dopo nove anni di interruzione, Tito interviene di nuovo un decennio più tardi a partire dalle sorgenti. Le due epigrafi restano sull’attico sotto quella di Claudio, in ordine cronologico discendente.

271: la porta entra nelle mura

Con la costruzione della cinta di Aureliano il fornice diventa Porta Praenestina e assume una funzione militare e daziaria che terrà per oltre milleseicento anni.

403: il torrione di Onorio

La ristrutturazione onoriana trasforma la porta in una piccola fortezza con cortile interno, e in quell’occasione il sepolcro di Eurisace viene inglobato nella muratura difensiva.

537: gli acquedotti tagliati

Durante l’assedio della guerra gotica i condotti che alimentavano la città vengono interrotti. I canali vuoti sopra Porta Maggiore diventano gallerie potenzialmente percorribili, e per questo vengono sbarrati dall’interno.

1838: Gregorio XVI fa demolire il bastione

La demolizione del torrione riporta alla luce il Sepolcro di Eurisace, rimasto nascosto dentro la muratura dal quinto secolo. È la data che cambia la percezione del monumento, che da porta fortificata torna a essere acquedotto visibile.

1917: la scoperta della basilica sotterranea

Un cedimento del terreno durante i lavori ferroviari apre l’accesso all’ipogeo neopitagorico, sigillato dal primo secolo. La notizia circola poco, perché il paese è in guerra, e lo studio sistematico arriva negli anni Venti.

19 luglio 1943: le bombe sul quartiere accanto

Il bombardamento di San Lorenzo colpisce il quadrante immediatamente a nord, fra lo scalo ferroviario e il Cimitero del Verano, devastando la basilica di San Lorenzo fuori le mura. Porta Maggiore non subisce danni diretti, ma l’episodio segna in modo permanente la memoria di tutta la zona a est della stazione.

Chi è passato dalla Porta Maggiore

Da Porta Maggiore è passato, in venti secoli, chiunque arrivasse a Roma da est: dai viaggiatori della via Prenestina ai pellegrini medievali diretti alle basiliche, fino ai pendolari che oggi scendono dal tram. I nomi che seguono sono quelli documentati, non quelli leggendari.

Claudio, Vespasiano, Tito

I tre imperatori che hanno firmato l’attico non sono passati di lì per modo di dire: la dedica di un’opera pubblica comportava una cerimonia, e l’inaugurazione del 52 dopo Cristo fu un evento di corte. Claudio in particolare ci teneva alle opere idrauliche, ed era lui ad aver fatto prosciugare in parte il lago di Nemi e progettare l’emissario del Fucino.

Marco Virgilio Eurisace e Atistia

Un fornaio e sua moglie, sepolti in quel punto un secolo prima che la porta esistesse, sono le due persone di cui in questo luogo conosciamo meglio la biografia. Del secondo non sappiamo quasi nulla oltre al nome e alla forma dell’urna, e proprio per questo il loro monumento è una fonte più ricca di molte iscrizioni senatorie.

I pellegrini e le vie delle basiliche

Per tutto il Medioevo e l’età moderna chi arrivava da est per visitare le basiliche entrava di qui e prendeva la via che portava a Santa Maria Maggiore, oppure piegava a destra verso San Giovanni in Laterano e la Scala Santa. Gli anni giubilari moltiplicavano quel flusso, e il nome della porta è il residuo linguistico di questa abitudine.

Piranesi e i vedutisti

Giovanni Battista Piranesi ha inciso più volte, nel Settecento, la zona di Porta Maggiore e i monumenti funerari fuori porta, e le sue tavole restano una fonte figurata sullo stato dei luoghi prima degli interventi ottocenteschi. Le vedute vanno lette con cautela, perché Piranesi esagerava le proporzioni per ottenere l’effetto che voleva, ma per capire cosa c’era e cosa non c’era sono documenti di prima mano.

Pasolini, Rossellini e il cinema del Prenestino

Porta Maggiore è la soglia dei quartieri che il cinema italiano del dopoguerra ha reso famosi. Le riprese di Roberto Rossellini per Roma città aperta si svolsero in parte al Pigneto, poche centinaia di metri oltre la porta, e negli stessi vicoli Pier Paolo Pasolini girò il suo primo film ambientando nelle borgate della Prenestina e della Casilina una parte consistente della propria opera. Chi arriva da turista qui si trova sul confine fra la Roma dei monumenti e la Roma delle periferie storiche, e il confine è letteralmente un muro del terzo secolo.

Il nodo tranviario di Porta Maggiore

Piazza di Porta Maggiore è uno dei principali nodi tranviari di Roma, con più linee che si incrociano, deviano e si scambiano proprio dentro il perimetro archeologico. È una convivenza che dura da oltre un secolo e che nessuna sistemazione ha ancora risolto in modo soddisfacente.

Le linee e come funzionano

Sulla piazza transitano le linee 5, 14 e 19, che collegano il quadrante orientale con Termini e con il centro nord. Gli scambi e le curve sono numerosi, il che spiega il rumore metallico continuo e la velocità ridotta dei convogli in quel tratto. L’esercizio tranviario romano è soggetto a sospensioni programmate per il rifacimento dell’armamento, con sostituzioni con autobus che possono durare mesi: prima di contare sul tram conviene controllare gli avvisi dell’azienda di trasporto in giornata.

La ferrovia per Centocelle

Accanto alle linee tranviarie corre la ferrovia urbana Termini Laziali Centocelle, resto della vecchia linea per Fiuggi e Frosinone dismessa a tappe nel Novecento. Ha binari a scartamento ridotto, vetture corte e una fermata a Porta Maggiore. Il suo destino è da anni oggetto di progetti alternativi, dalla trasformazione in tranvia alla chiusura: allo stato non esiste una decisione definitiva, e chiunque scriva il contrario sta anticipando.

Degrado e riqualificazione: come stanno le cose davvero

Bisogna dirlo con chiarezza, perché chi arriva senza saperlo resta deluso: piazza di Porta Maggiore resta un grande incrocio urbano con dentro un monumento romano, e di area archeologica curata ha ben poco. Traffico pesante, binari, cantieri intermittenti, aiuole in condizioni variabili, cartellonistica scarsa e una manutenzione del verde che va a ondate.

Che cosa si vede oggi

Il monumento in sé è in condizioni decorose e il sepolcro di Eurisace è recintato e protetto. Il contorno è un’altra storia: le aree a prato intorno alle recinzioni si presentano spesso trascurate, l’illuminazione notturna è discontinua e in alcuni periodi la piazza raccoglie rifiuti e accampamenti di fortuna. È la situazione tipica degli spazi romani a cavallo del confine fra centro storico e quartieri, dove la competenza è divisa fra più enti e nessuno tiene la regia.

I progetti di riqualificazione

Progetti per riordinare la piazza, ridurre il traffico privato, riorganizzare i binari e valorizzare il complesso archeologico si susseguono da decenni e vengono riproposti a ogni cambio di amministrazione. Alcuni interventi puntuali sono stati fatti, in particolare sull’armamento tranviario e sul decoro delle recinzioni, ma l’assetto complessivo della piazza non è cambiato in modo sostanziale. Chi legga di un progetto annunciato faccia bene a verificarne lo stato: fra annuncio e cantiere, qui, passa di norma molto tempo.

Il nostro giudizio

Porta Maggiore è il monumento romano meno valorizzato rispetto alla propria importanza che ci sia dentro le mura. Regge il confronto con l’Arco di Costantino per qualità della muratura e per valore documentario, e lo supera per completezza del racconto storico che permette di fare, perché tiene insieme idraulica, viabilità, difesa e società. Riceve una frazione minima dei visitatori. La ragione non è il monumento, è il contesto: nessuno si ferma volentieri in mezzo a un incrocio. Valorizzare questo punto significherebbe prima di tutto restituirgli uno spazio in cui una persona possa stare ferma cinque minuti in sicurezza.

Cosa vedere intorno a Porta Maggiore

Nel raggio di venti minuti a piedi da Porta Maggiore si concentrano il complesso sessoriano di Santa Croce in Gerusalemme, l’area del Circo Variano, l’Esquilino con l’Obelisco Esquilino e l’Auditorium di Mecenate, e più a nord lo scalo di San Lorenzo. Prendendo il tram verso est si arriva in un quarto d’ora al Mausoleo di Sant’Elena a Torpignattara, con le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro.

Verso il centro

Da qui si raggiungono a piedi o con un cambio le Terme di Diocleziano, la basilica di Santa Prassede e, in una ventina di minuti verso sud ovest, il Ludus Magnus e la Domus Aurea. Chi preferisce muoversi per temi trova il quadro dei percorsi gratuiti nella guida su Roma gratis e le alternative al coperto in quella su Roma quando piove.

Verso la campagna

Seguendo la direzione degli acquedotti si esce verso il Parco degli Acquedotti e, più oltre, verso il Parco dell’Appia Antica e la Villa dei Quintili. È il modo più chiaro per vedere in un solo pomeriggio l’intera catena, dalla sorgente in valle al terminale urbano.

Mangiare intorno a Porta Maggiore: come scegliere

Intorno a Porta Maggiore la qualità della ristorazione cambia in poche decine di metri, e la regola che funziona meglio è la più semplice: guardare chi è seduto ai tavoli e in che lingua ordina. Se il locale è pieno di persone che parlano italiano e lavorano nella zona, è un buon segno; se il turnover è tutto di valigie e zaini, il conto sarà più alto e la cucina più svogliata.

I segnali di trappola

Ce ne sono cinque, e si riconoscono prima di entrare. La signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente in strada: è un richiamo pubblicitario, non un indizio di cucina. Il menu con le fotografie dei piatti, che serve a chi non legge la lingua e non a chi mangia. L’acchiappino sulla porta che invita a sedersi. Il locale aperto dalla mattina alla notte senza pausa, che significa cucina continua e quindi porzioni preparate in anticipo. E i posti piazzati davanti ai monumenti famosi, dove il prezzo si adatta al turista che hanno davanti, con voci non prezzate sul menu e listini diversi fra il dentro e il fuori.

Le catene del centro

Negli ultimi anni nel centro di Roma si sono moltiplicati i locali a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città e la fila col numerino. Funzionano sui flussi turistici e sulla riconoscibilità, e i romani non ci vanno. Non li nominiamo e non li consigliamo: chi cerca cucina romana in una città che ne è piena non ha nessuna ragione di mettersi in coda per un prodotto standardizzato.

Dove guardare

Conviene allontanarsi dalla piazza e dalle direttrici di passaggio, entrando nelle traverse verso il Pigneto e il Prenestino a est o verso l’Esquilino a ovest, dove i prezzi scendono e la clientela cambia. Il criterio di scelta generale, con esempi e spiegazioni, lo abbiamo messo nella guida su dove mangiare a Roma. Per chi vuole un riferimento personale e non sponsorizzato, esiste la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, curata nel tempo e senza accordi commerciali con i locali indicati.

Domande frequenti sulla Porta Maggiore

Quanto costa visitare Porta Maggiore?

Visitare Porta Maggiore è gratuito: il monumento si trova all’aperto in piazza di Porta Maggiore, senza recinzione di accesso né biglietteria, e si guarda liberamente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Anche il Sepolcro di Eurisace, recintato ma completamente a vista dall’isola pedonale, si osserva senza pagare. L’unico ambiente a pagamento e a prenotazione della zona è la basilica sotterranea, gestita dalla Soprintendenza Speciale di Roma con condizioni variabili.

Quali sono gli orari di Porta Maggiore?

Porta Maggiore non ha orari di apertura, perché è un monumento su suolo pubblico inserito in un incrocio stradale e resta visibile ventiquattro ore su ventiquattro. Consigliamo la prima mattina: il traffico della piazza è più leggero e la luce colpisce la facciata esterna con le tre iscrizioni imperiali. La visita notturna è possibile ma l’illuminazione dell’area è discontinua e non garantita.

Come si arriva a Porta Maggiore con i mezzi pubblici?

A Porta Maggiore si arriva soprattutto in tram, con le linee 5, 14 e 19 che fermano in piazza. Non esiste una stazione della metropolitana dedicata: la più vicina è Vittorio Emanuele sulla linea A, a circa dieci minuti a piedi, seguita da Manzoni. Da Termini sono quindici, venti minuti di cammino lungo via Giolitti. Le linee di superficie cambiano spesso per cantieri: verificate il percorso in giornata.

Quanto tempo serve per visitare Porta Maggiore?

Per Porta Maggiore bastano venti, venticinque minuti, perché la visita è tutta esterna e non ci sono ambienti in cui entrare. In quel tempo si guardano le tre iscrizioni dell’attico, i due specus degli acquedotti in sezione, il piano stradale romano sotto i fornici e il Sepolcro di Eurisace con il fregio della panificazione. Inserita in un itinerario con Santa Croce in Gerusalemme e piazza Vittorio diventa una mezza giornata.

Si può visitare la basilica sotterranea di Porta Maggiore?

La Basilica sotterranea di Porta Maggiore si visita solo con accessi organizzati, a numero chiuso e con calendario variabile, perché l’ambiente ipogeo è piccolo e gli stucchi sono sensibili alle variazioni di umidità. Le aperture vengono sospese per manutenzione e le modalità cambiano nel tempo: l’unico riferimento attendibile è la Soprintendenza Speciale di Roma. Sconsigliamo di presentarsi sul posto senza prenotazione confermata.

Perché si chiama Porta Maggiore?

Porta Maggiore si chiamava in antico Porta Praenestina, dal nome della via Prenestina che vi passava sotto, e il nome attuale si afferma nel Medioevo. La spiegazione accolta dalla maggioranza degli studiosi è che derivi dalla strada che dalla porta conduceva alla basilica di Santa Maria Maggiore, percorsa dai pellegrini. Il monumento in sé non ha mai cambiato funzione: era e resta il punto di passaggio di due acquedotti sopra due strade.

Porta Maggiore è adatta ai bambini?

Porta Maggiore si può vedere con i bambini, ma la piazza è un incrocio con traffico intenso e binari tranviari, quindi va tenuta la mano e vanno usati solo gli attraversamenti semaforizzati. Il fregio del Sepolcro di Eurisace, che racconta a fumetti come si faceva il pane, funziona molto bene con i più piccoli. Non ci sono servizi igienici né aree di sosta attrezzate nelle immediate vicinanze.

Porta Maggiore è accessibile alle persone con disabilità motoria?

Porta Maggiore si osserva interamente dal livello stradale e dalle isole pedonali, quindi non richiede di salire scale né di superare dislivelli per essere vista. I marciapiedi e gli attraversamenti della piazza hanno però pavimentazione irregolare in più punti, con binari tranviari e cordoli, e la percorrenza in sedia a ruote richiede attenzione e preferibilmente accompagnamento. Il piano stradale romano si osserva solo dall’alto, affacciandosi dai parapetti.

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