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Circo Variano e Sessorium

Fra la basilica di Santa Croce in Gerusalemme e Porta Maggiore, in un settore di Roma che quasi nessun itinerario turistico attraversa, si nasconde uno dei complessi imperiali più vasti che la città antica abbia conosciuto: una residenza di corte con un proprio circo per le corse dei carri, un anfiteatro privato, terme monumentali, cisterne, giardini e una sequenza di case aristocratiche. Il nome con cui lo si cita più spesso è Sessorium, o palazzo Sessoriano, e la pista annessa è nota come Circo Variano. Dell’insieme oggi si vede pochissimo, e quasi sempre senza sapere che cosa si stia guardando: le Mura Aureliane, costruite fra il 271 e il 275 dopo Cristo, tagliarono in due il circo e inglobarono l’anfiteatro trasformandolo in un bastione, mentre la basilica di Santa Croce nacque letteralmente dentro una sala del palazzo, e da questo circo proviene l’obelisco che oggi svetta in cima al Pincio. Le righe che seguono ricostruiscono che cos’era davvero questo complesso, come si chiamava con esattezza, che cosa ne resta visibile e dove, e come si organizza oggi una visita in un’area dove buona parte dei resti è sotto il livello stradale moderno o accessibile soltanto su prenotazione.

Dove si trovano il Circo Variano e il Sessorium e come arrivare

Il complesso occupava l’angolo sud orientale di Roma compreso fra l’attuale piazza di Santa Croce in Gerusalemme, Porta Maggiore, viale Castrense e il tratto di Mura Aureliane che corre verso Porta San Giovanni: un’area che gli studiosi calcolano in decine di migliaia di metri quadrati e che oggi è divisa fra la basilica, il suo ex monastero, alcune caserme, il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, strade di quartiere e giardini pubblici. Chi cerca un cartello con scritto Circo Variano non lo trova: il punto di riferimento sul terreno è la basilica, e tutto il resto si legge a partire da lì, seguendo le mura e le quote del terreno.

A piedi da San Giovanni e da Porta Maggiore

Dalla basilica di San Giovanni in Laterano si arriva in una decina di minuti di cammino lungo viale Carlo Felice, il rettifilo alberato aperto nell’Ottocento che collega le due basiliche costantiniane e che corre parallelo alle mura: è il percorso più chiaro, perché arrivando da questa direzione la facciata settecentesca di Santa Croce si presenta frontalmente, con il campanile romanico che spunta sulla destra. Da Porta Maggiore, invece, bastano cinque minuti in direzione sud est: si costeggia il tratto di mura in cui sono inglobati gli archi dell’acquedotto Claudio, si supera la stazione di Roma Termini sul ramo laziale, e si sbuca sul fianco del complesso.

Con i mezzi pubblici

La fermata di metropolitana più comoda è San Giovanni, sulla linea A, da cui si cammina per una decina di minuti lungo viale Carlo Felice. Porta Maggiore è invece un nodo importante del trasporto di superficie, servito da diverse linee di tram che collegano il centro storico con i quartieri orientali e da cui si raggiunge Santa Croce in pochi minuti a piedi. Chi viaggia con la ferrovia regionale può considerare anche la stazione di Roma Termini, distante circa un quarto d’ora con un mezzo di superficie. Gli orari e le frequenze delle singole linee cambiano di stagione in stagione e conviene verificarli sul sito dell’azienda di trasporto romana prima di partire, perché il nodo di Porta Maggiore è periodicamente interessato da cantieri sulla rete tranviaria.

L’area non ha parcheggi dedicati e la sosta su strada nelle vie intorno alla basilica è in gran parte a pagamento nelle fasce diurne feriali. Chi arriva in auto da fuori Roma fa meglio a lasciare il veicolo in un parcheggio di scambio collegato alla metropolitana e completare il percorso con la linea A: il traffico su viale Carlo Felice e intorno a Porta Maggiore è fra i più densi della città in orario di punta, e la ricerca di un posto auto può costare più tempo dell’intera visita.

I confini dell’area, isolato per isolato

Per orientarsi sul terreno conviene fissare quattro riferimenti. A nord ovest Porta Maggiore, con il suo doppio fornice e i cippi dell’acquedotto: lì passava, e passa ancora, il confine settentrionale del complesso antico. A ovest la basilica di Santa Croce, che occupa il cuore del palazzo. A sud e a est il tracciato delle Mura Aureliane, che da viale Castrense piega verso Porta San Giovanni e che in questo tratto incorpora l’anfiteatro. A est, oltre le mura, il quartiere moderno costruito fra Otto e Novecento sopra quella che era la metà esterna della pista del circo: via Eleniana, via Sommeiller, via Alcamo e le strade limitrofe corrono sopra strutture antiche che gli scavi hanno intercettato più volte senza che sia mai stato possibile riportarle interamente alla luce.

I resti del Circo Variano lungo le mura Aureliane
I resti del Circo Variano addossati alle mura Aureliane, verso viale Castrense. Foto di Lalupa, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

Che cos’è il Sessorium: il nome corretto di un complesso con tre nomi

La prima cosa da chiarire è che l’espressione Circo Variano indica soltanto una parte, per quanto vistosa, di un insieme molto più grande, e che gli archeologi che se ne occupano usano di norma una denominazione diversa e più comprensiva. Il complesso nel suo insieme è chiamato Horti Spei Veteris, cioè i giardini presso la Spes Vetus, e in una fase successiva Horti Variani. Il termine Sessorium designa in senso proprio il nucleo palaziale, la parte rappresentativa della residenza, quella in cui si teneva il consiglio imperiale.

Horti Spei Veteris, Horti Variani, Sessorium: tre nomi, un solo luogo

Il passaggio dall’uno all’altro nome segue la storia della proprietà. La denominazione più antica, Horti Spei Veteris, deriva dalla topografia: ad Spem Veterem era il toponimo con cui si indicava il punto in cui sorgeva un tempio repubblicano dedicato alla dea Spes, la Speranza, la cui fondazione la tradizione colloca nel quinto secolo avanti Cristo, in relazione alle guerre contro Veio. Quel tempio dava il nome a un intero settore suburbano, e quando la zona entrò nel patrimonio imperiale gli horti che vi si stendevano ne ereditarono l’appellativo.

La forma Horti Variani compare quando la proprietà passa alla famiglia di Sesto Vario Marcello, padre dell’imperatore che la storiografia conosce come Eliogabalo e il cui nome di famiglia era appunto Vario. Da quel gentilizio derivano tanto il nome degli horti quanto quello del circo, ed è per questa via, e non per un qualche personaggio di nome Variano, che la pista si chiama Circo Variano: una precisazione che vale la pena fare, perché il nome trae in inganno chi lo sente per la prima volta.

Sessorium, infine, è il termine che nelle fonti tardoantiche indica la parte pubblica e di rappresentanza del complesso, il palazzo vero e proprio, e che nel Medioevo sopravvisse come denominazione della basilica, chiamata a lungo basilica Sessoriana o Hierusalem. È il nome che oggi ricorre più spesso nella letteratura divulgativa e che resta perfettamente utilizzabile, purché si abbia chiaro che indica il palazzo e non l’intero insieme di giardini, circo, anfiteatro e terme.

Che cosa comprendeva il complesso

Gli elementi noti, tutti documentati archeologicamente o dalle fonti, sono i seguenti: un palazzo residenziale con grandi aule di rappresentanza, un impianto termale poi ricostruito e intitolato a Elena, un circo per le corse dei carri, un anfiteatro di dimensioni contenute, una grande cisterna a dodici camere parallele, un edificio circolare in opus testaceum di funzione discussa che raccordava la villa al circo, un arco, e almeno quattro domus aristocratiche individuate lungo il percorso dell’acquedotto, fra cui la casa dei mosaici, la domus di Aufidia Cornelia Valentilla, la domus dei ritratti e la domus della fontana. A questo si aggiungono i giardini, cioè gli horti propriamente detti, che occupavano la maggior parte della superficie e di cui, per loro natura, resta pochissimo di leggibile.

Il Circo Variano: la pista privata di un imperatore

Il Circo Variano era un circo per corse di carri annesso a una residenza imperiale suburbana, avviato in età severiana e ristrutturato sotto Eliogabalo fra il 218 e il 222 dopo Cristo: non un edificio pubblico come il Circo Massimo, ma una pista di corte, destinata a un pubblico ristretto e al capriccio agonistico del principe che la volle.

Chi lo costruì e quando

Sulla paternità della costruzione le ricostruzioni non coincidono del tutto. Una lettura attribuisce l’avvio del cantiere a Settimio Severo, imperatore fra il 193 e il 211, e il completamento a Eliogabalo; un’altra assegna la costruzione del circo a Caracalla, imperatore dal 198 al 217, e a Eliogabalo la ristrutturazione. Le due versioni concordano sull’essenziale, cioè che la pista nasce in età severiana nella prima metà del terzo secolo e riceve la sua forma definitiva sotto Eliogabalo, e divergono su quale dei sovrani severiani abbia posato la prima pietra. Chi propone un nome singolo come dato certo sta scegliendo fra ipotesi, non citando un’iscrizione di fondazione, che per questo monumento non esiste.

Le misure, e perché vanno prese con cautela

Sulle dimensioni circolano cifre discordanti che vale la pena riportare per intero invece di sceglierne una sola. La lunghezza originaria viene indicata attorno ai 630 metri, con una larghezza di circa 125 metri, e in seguito ridotta a circa 565 metri quando i carceres, cioè i cancelli di partenza, furono arretrati per guadagnare spazio verso il palazzo. Va detto con chiarezza che il confronto che si legge talvolta, secondo cui il Circo Variano avrebbe superato in lunghezza il Circo Massimo, riguarda soltanto la presunta misura originaria e non la fase realmente documentata: il Circo Massimo, con i suoi circa 600 metri di lunghezza per oltre 130 di larghezza e una capienza stimata in centinaia di migliaia di spettatori, resta di gran lunga l’impianto maggiore, anche perché la larghezza minore del Variano e l’assenza di gradinate monumentali paragonabili ne facevano un edificio di natura completamente diversa. Le misure del circo suburbano derivano da rilievi parziali su tratti scavati in momenti diversi e vanno trattate come stime, non come dati definitivi.

I carceres arretrati e le due torri

L’intervento meglio documentato del cantiere di Eliogabalo riguarda proprio l’estremità occidentale, quella rivolta verso il palazzo. Il giovane imperatore fece smantellare il fondo ovest del circo per guadagnare spazio a favore della residenza, arretrò i cancelli di partenza e costruì due torri alle estremità del nuovo fronte. È un dettaglio tecnico apparentemente minore, ma racconta molto: significa che il rapporto fra palazzo e pista era così stretto da giustificare la mutilazione di un impianto appena costruito, e che il circo era percepito come un’appendice della residenza, non come un’opera pubblica intoccabile.

Le corse di Eliogabalo

Le fonti antiche, e in particolare la tradizione ostile che si è consolidata attorno a questo imperatore, riferiscono che Eliogabalo correva personalmente con i carri in questo circo, usando il nome di famiglia Vario. Qui serve una precisazione di metodo: la biografia di Eliogabalo è trasmessa in larga parte dalla Historia Augusta e da autori che scrivevano a distanza e con intenti dichiaratamente denigratori, e una parte consistente degli aneddoti che la riguardano appartiene a un repertorio retorico di accuse costruito per screditare la memoria di un principe caduto in disgrazia. Che l’imperatore avesse una passione documentata per le corse e che il circo servisse a quello è ampiamente accettato; i dettagli più coloriti che si leggono in giro vanno considerati per quello che sono, cioè tradizione letteraria ostile e non cronaca verificata.

Che cosa resta, e a che quota

Del circo non è visibile praticamente nulla a livello di strada. Le strutture superstiti si trovano al di sotto del piano di calpestio moderno, in parte sotto i giardini e le pertinenze della basilica e del suo ex monastero, in parte sotto le case e le strade del quartiere costruito a est delle mura fra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento. Gli scavi hanno intercettato il lato occidentale, quello delle partenze, all’interno del perimetro murario, mentre l’estremità curva orientale, la sfenide, si colloca nella zona di via Alcamo. Chi cammina in quelle strade passa sopra un circo romano senza che niente, in superficie, glielo dica.

L’Anfiteatro Castrense, il pezzo che si vede davvero

L’Anfiteatro Castrense è l’unico edificio del complesso sessoriano che si riconosca a occhio nudo dall’esterno, perché è incorporato nel tracciato delle Mura Aureliane lungo viale Castrense e ne interrompe la linea retta con una curva inconfondibile: chi percorre quel viale sta camminando lungo il fianco di un anfiteatro romano del terzo secolo, anche senza accorgersene.

Un anfiteatro di corte, non un secondo Colosseo

Le misure lo collocano in una categoria a sé: 88 metri sull’asse maggiore e 75,80 metri su quello minore, cifre che la Sovrintendenza Capitolina riporta nella propria scheda ufficiale. Per avere un termine di paragone immediato, il Colosseo misura sull’asse maggiore quasi il doppio: il Castrense era un edificio di corte, pensato per un pubblico selezionato, con ogni probabilità legato agli spettacoli offerti dalla casa imperiale e alle esercitazioni della guardia, non un anfiteatro cittadino aperto alla popolazione.

Il nome stesso lo dice, se si legge il latino invece di tradurlo a orecchio: castrense deriva da castrum e nella terminologia tardoantica indica ciò che pertiene alla residenza imperiale, alla corte come accampamento del principe, e non necessariamente a una caserma militare in senso moderno. L’ambiguità del termine ha alimentato per secoli l’idea, ancora diffusa, di un anfiteatro costruito per addestrare soldati: una lettura possibile ma non l’unica, e oggi generalmente considerata secondaria rispetto alla funzione di anfiteatro palatino.

I tre ordini di arcate, e perché sono in mattoni

La facciata originaria aveva tre livelli sovrapposti: il primo ordine con arcate inquadrate da semicolonne, il secondo con arcate chiuse da parapetti e scandite da lesene, il terzo costituito da un attico con finestre. L’elemento che colpisce gli specialisti è che l’intero apparato decorativo, capitelli corinzi compresi, era realizzato in laterizio e non in pietra o in marmo: una soluzione rara e tecnicamente raffinata, che richiedeva mattoni sagomati su misura e una manodopera capace di ottenere in cotto quello che altrove si otteneva scolpendo. Chi osserva il paramento superstite con attenzione, dal marciapiede di viale Castrense, riconosce ancora la modanatura delle semicolonne e il ritmo delle arcate.

Il taglio del Cinquecento

Fino alla metà del Cinquecento l’anfiteatro conservava i due ordini superiori. Furono abbattuti per ordine di papa Paolo IV, per esigenze difensive: un edificio alto addossato alla cinta muraria offriva al nemico un appiglio e alla città un punto debole, e la logica militare del tempo impose di ridurlo al primo ordine. È lo stesso ragionamento che in quegli stessi decenni portò a modificare, riadattare o demolire strutture antiche lungo tutto il perimetro difensivo di Roma, in un’epoca in cui la minaccia di un assedio era percepita come concreta e recentissima, dopo il sacco del 1527.

Dove si vede oggi e che cosa si vede

Dall’esterno, lungo viale Castrense, si vede l’arco esterno superstite inglobato nella cortina delle mura, con gli archi tamponati dai costruttori aureliani. Un dettaglio che spiazza chi guarda per la prima volta è che l’edificio appare sprofondato: in realtà è il terreno circostante a essersi abbassato nei secoli per gli scavi e le sistemazioni successive, con il risultato che oggi restano visibili anche porzioni delle fondazioni originariamente interrate. L’interno dell’arena, invece, è occupato da quello che per secoli è stato l’orto del monastero di Santa Croce in Gerusalemme: un ovale coltivato, chiuso da mura, che riproduce esattamente la forma della cavea antica. L’accesso a quest’area non è libero e dipende dalle aperture programmate dagli enti che la gestiscono, che conviene verificare volta per volta.

Le Mura Aureliane che tagliarono il complesso in due

Le Mura Aureliane, costruite fra il 271 e il 275 dopo Cristo per ordine dell’imperatore Aureliano, sono l’evento che ha determinato l’aspetto attuale dell’intera area: tagliarono in due il Circo Variano, inglobarono l’Anfiteatro Castrense trasformandolo in bastione avanzato e lasciarono fuori città la maggior parte della pista, che da quel momento smise sostanzialmente di funzionare.

Gli acquedotti inglobati e Porta Maggiore

Nel settore che ci riguarda, la cinta corre per un lungo tratto sfruttando le arcate dell’Acqua Claudia, l’acquedotto claudiano che scavalcava l’area di Spes Vetus. Porta Maggiore stessa non nasce come porta: è il fornice monumentale su cui correvano l’Acqua Claudia e l’Anio Novus, costruito in età claudia in travertino lasciato volutamente a bugnato rustico, e fu trasformato in porta urbica quando la nuova cinta lo incontrò sul suo percorso. Chi voglia farsi un’idea concreta di come funzionavano quelle condotte trova un confronto utile al Parco degli Acquedotti, dove le stesse arcate corrono libere in campagna, e nella Aqua Virgo, l’unico acquedotto antico ancora in funzione a Roma.

Il circo diviso, e la vita che finisce

Quando il muro passò attraverso la pista, la parte maggiore del circo rimase all’esterno della città. Un circo per corse di carri ha bisogno di continuità: tagliarlo a metà significa renderlo inutilizzabile. Le fonti e i dati archeologici concordano nel considerare la costruzione delle mura come il momento in cui il Circo Variano cessa di funzionare come impianto agonistico, meno di sessant’anni dopo essere stato completato. Il palazzo, invece, sopravvisse e anzi conobbe la sua stagione più importante proprio nei decenni successivi, quando divenne residenza della madre di Costantino.

Elena, Costantino e la basilica nata dentro il palazzo

All’inizio del quarto secolo il complesso divenne residenza di Elena, madre dell’imperatore Costantino, e fu da questa fase che nacque la basilica di Santa Croce in Gerusalemme: non una chiesa costruita da zero, ma un’aula rettangolare del palazzo imperiale, di circa 36 metri per 22, convertita in luogo di culto per custodire le reliquie della Passione.

L’aula del palazzo che diventa chiesa

È una circostanza che rende Santa Croce un caso quasi unico fra le grandi basiliche romane. Le altre chiese costantiniane, dal Laterano in poi, furono edificate ex novo su terreni imperiali; qui invece si prese una sala esistente della residenza, se ne modificò l’orientamento e la destinazione, e la si consacrò. Le murature romane del palazzo sono ancora dentro la fabbrica attuale: chi entra oggi in una basilica dalla facciata concava e vivacissima, opera settecentesca dovuta a Pietro Passalacqua e Domenico Gregorini per volere di papa Benedetto XIV, cammina dentro un edificio il cui nucleo è una sala di rappresentanza del terzo secolo.

La memoria del palazzo è rimasta nel nome: per tutto il Medioevo la basilica fu chiamata Sessoriana, e il titolo cardinalizio connesso porta ancora quella traccia. La denominazione Santa Croce in Gerusalemme rimanda invece alla terra portata, secondo la tradizione, dal Golgota e deposta nella cappella sotterranea di Sant’Elena, che nelle intenzioni faceva di quel luogo un frammento di Gerusalemme trapiantato a Roma.

Le Terme Eleniane

Nello stesso complesso esisteva un impianto termale precostantiniano, distrutto da un incendio e ricostruito, secondo la lettura più diffusa, fra il 323 e il 326: da quel restauro derivò il nome di Terme Eleniane, in onore dell’imperatrice. Le strutture furono in gran parte demolite alla fine del Cinquecento per iniziativa di Domenico Fontana, su incarico di papa Sisto V, nel quadro di quella vasta operazione di riorganizzazione urbanistica e di recupero di materiali che ridisegnò la Roma di fine secolo. Chi voglia farsi un’idea di che cosa fosse un impianto termale imperiale conservato nella sua mole trova il confronto migliore alle Terme di Caracalla, costruite negli stessi decenni severiani in cui nacque il Sessorium.

Le reliquie e quello che si può dire davvero

La basilica custodisce tre frammenti attribuiti alla Croce, una parte della corona di spine, un chiodo e il cosiddetto titulus crucis, la tavoletta lignea con iscrizione in ebraico, greco e latino rinvenuta nel 1492 durante lavori nella basilica. Su quest’ultimo oggetto esiste un dato scientifico che va riportato per onestà: una datazione al radiocarbonio eseguita nel 2002 ha collocato il legno fra il 980 e il 1150 dopo Cristo, quindi in piena età medievale. Il valore devozionale e storico dell’oggetto come testimonianza del culto non è in discussione; la sua attribuzione all’epoca della Passione, alla luce di quel dato, sì. Il racconto del ritrovamento delle reliquie da parte di Elena in Terra Santa attorno al 325 appartiene alla tradizione agiografica: lo si riporta come tale, non come cronaca documentata.

Una curiosità su Circo Variano e Sessorium

L’obelisco che oggi si erge in cima al Pincio, fra piazzale Napoleone I e viale dell’Obelisco, proviene da questo circo: è il monolite che l’imperatore Adriano fece realizzare in onore di Antinoo, il giovane amato dall’imperatore morto nel Nilo in circostanze mai chiarite, e che Eliogabalo fece collocare sulla spina del Circo Variano, cioè sul muro centrale attorno a cui i carri giravano. Chi guarda oggi quel granito rosa affacciato sul piazza del Popolo non ha nessun motivo di immaginare che il suo posto romano originario sia un’area di quartiere dietro Santa Croce in Gerusalemme.

Un obelisco romano, non egizio in senso stretto

La particolarità dell’Obelisco del Pincio è che non fu portato via dall’Egitto faraonico come i grandi obelischi di Ramesse o di Psammetico che ornano le piazze romane: fu realizzato in età adrianea, nel secondo secolo dopo Cristo, con geroglifici incisi appositamente. Le iscrizioni sui quattro lati raccontano la morte, l’apoteosi e la divinizzazione di Antinoo, la fondazione della città di Antinoopoli sul Nilo e l’istituzione del culto che associava il giovane a Osiride. Gli egittologi che hanno studiato il testo vi riconoscono la mano di un sacerdote egiziano, probabilmente di Akhmim: è un documento eccezionale, perché è uno dei pochissimi testi geroglifici composti su commissione romana di cui si conosca con precisione il contesto.

Il viaggio: dal circo al Pincio in quattro tappe

Il percorso del monolite dopo l’abbandono del circo è documentato tappa per tappa. Fu rinvenuto spezzato in tre pezzi presso Porta Maggiore, in un’area di vigne dietro la basilica, in una data che le fonti collocano generalmente nel 1589, con qualche variante che anticipa il momento del ritrovamento: la discrepanza si spiega con il fatto che il monumento non fu mai davvero sepolto e dimenticato, e che le testimonianze registrano momenti diversi della sua riemersione. Nel 1633 passò alla famiglia Barberini, che lo collocò nel giardino del proprio palazzo; nel secondo Settecento fu ceduto al papa e trasportato in Vaticano, nel Cortile della Pigna; infine, nel 1822, papa Pio VII ne volle l’innalzamento sul Pincio, e l’operazione fu affidata a Giuseppe Valadier, l’architetto che in quegli stessi anni stava ridisegnando piazza del Popolo e il colle soprastante.

Le misure, per chi vuole il dato preciso

Il fusto antico misura 9,24 metri di altezza; con il basamento ottocentesco e la stella di bronzo posta sulla sommità, l’insieme del monumento raggiunge i 17,26 metri. È una misura media nel panorama degli obelischi romani, molto lontana dai quasi 32 metri dell’Obelisco Lateranense, che si trova a meno di un chilometro da qui e che è il più alto obelisco antico esistente al mondo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Circo Variano e Sessorium

La cosa che quasi nessuna guida racconta è che sotto le strade di questo quartiere non c’è soltanto il circo: c’è un intero pezzo di città aristocratica tardoantica, fatto di case private di altissimo livello, con pavimenti a mosaico, ritratti scolpiti e fontane, scavate a più riprese negli ultimi settant’anni e in gran parte non visitabili.

Quattro domus lungo l’acquedotto

Gli scavi hanno individuato, nel settore prossimo alle arcate dell’acquedotto, almeno quattro residenze distinte, che gli archeologi hanno battezzato con nomi convenzionali tratti dai loro elementi più caratteristici: la casa dei mosaici, la domus di Aufidia Cornelia Valentilla, la domus dei ritratti e la domus della fontana. La seconda porta il nome di una proprietaria identificata grazie a un’iscrizione, circostanza tutt’altro che frequente nell’archeologia urbana romana, dove le case scavate restano quasi sempre anonime. Il quadro che ne esce è quello di un quartiere residenziale di prestigio cresciuto all’ombra della residenza imperiale, con l’aristocrazia senatoria che si insediava nelle vicinanze del potere.

La cisterna a dodici camere

All’incrocio fra le attuali via Eleniana e via Sommeiller si conserva una grande cisterna romana articolata in dodici camere disposte in file parallele, pertinente all’approvvigionamento idrico del complesso. È una struttura di dimensioni notevoli, che dà la misura del fabbisogno d’acqua di una residenza dotata di terme, ninfei, giardini e di un circo da irrigare e da bagnare per abbattere la polvere durante le corse. Chi passa da quell’incrocio difficilmente immagina che cosa ci sia sotto e a fianco.

Il consiglio che ti do per visitare Circo Variano e Sessorium

Il consiglio più utile è di rovesciare le aspettative prima di partire: qui non esiste un sito archeologico recintato con biglietteria, orari e percorso segnalato, e chi arriva pensando di visitare il Circo Variano come si visita il Colosseo resterà deluso. Quello che esiste è una basilica aperta al pubblico, un tratto di mura percorribile all’esterno, un anfiteatro leggibile dal marciapiede e una serie di aree archeologiche accessibili soltanto in occasione di aperture programmate o su prenotazione.

Che cosa si visita liberamente

La basilica di Santa Croce in Gerusalemme è aperta al culto e visitabile senza biglietto, con la sospensione consueta durante le funzioni: al suo interno si raggiungono la cappella di Sant’Elena, con i mosaici della volta su disegno attribuito a Baldassarre Peruzzi, e la cappella delle reliquie, realizzata nel Novecento. Gli orari di apertura cambiano con le stagioni e con il calendario liturgico, e conviene verificarli direttamente presso la basilica prima di programmare la visita: dopo la soppressione della comunità monastica cistercense decisa nel 2012, l’assetto della gestione è cambiato più volte e gli orari non sono stabili come in altre chiese romane.

All’esterno si percorre liberamente il tratto di mura di viale Castrense, dove l’anfiteatro è perfettamente riconoscibile dalla curva del muro, e si arriva a piedi fino a Porta Maggiore, dove il monumento claudio e il vicino sepolcro del fornaio Eurisace si osservano dalla piazza senza alcuna formalità.

Che cosa richiede prenotazione

L’interno dell’arena dell’Anfiteatro Castrense, corrispondente all’antico orto del monastero, non è a ingresso libero e si visita soltanto in occasione di aperture organizzate. Lo stesso vale per la basilica sotterranea di Porta Maggiore, il misterioso ambiente ipogeo di età giulio claudia che si trova a poca distanza e che è accessibile solo con visita contingentata su prenotazione, con numeri chiusi e calendari pubblicati periodicamente. Chi vuole vedere entrambe le cose nella stessa giornata deve organizzarsi con settimane di anticipo e verificare la disponibilità sui canali ufficiali degli enti che le gestiscono: è il dato più soggetto a variazione fra tutti quelli riportati qui, e nessuna informazione sugli orari va data per acquisita senza un controllo diretto.

Il percorso che consiglio di fare

Il modo migliore di affrontare questa zona è trattarla come una passeggiata di archeologia urbana lunga circa un’ora e mezza, non come la visita a un monumento. Si parte da Porta Maggiore, si osserva il fornice claudio e il sepolcro di Eurisace, si imbocca il lato interno delle mura verso sud, si arriva a Santa Croce in Gerusalemme e la si visita, si esce e si percorre viale Castrense per vedere l’anfiteatro da fuori, e si chiude a piazza di San Giovanni con la basilica lateranense, la Scala Santa e l’obelisco. In questo percorso si attraversano l’ingegneria idraulica claudia del primo secolo, l’architettura di corte severiana del terzo, la cinta difensiva del tardo terzo secolo, la cristianizzazione costantiniana del quarto e le risistemazioni sistine e settecentesche: cinque strati, in poco più di un chilometro.

Il momento giusto e con chi andare

È una zona che funziona bene al mattino, quando la luce radente batte sul paramento laterizio delle mura e ne rende leggibile la tessitura, e che invece nel pomeriggio estivo diventa faticosa perché lungo viale Castrense l’ombra è scarsa. Non è una passeggiata particolarmente adatta ai bambini piccoli, perché richiede di immaginare molto e di vedere poco, e funziona invece bene con ragazzi delle superiori o con adulti interessati alla topografia antica. Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, che si trova proprio qui accanto nell’area dell’antico complesso, offre una tappa al coperto utile quando il tempo peggiora o quando serve una sosta di taglio diverso.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: prima di essere una residenza imperiale, questo angolo di Roma era il più importante nodo idraulico della città antica, e tutto il resto discende da lì. Lo sanno bene gli studiosi di acquedotti, ma nelle descrizioni del Sessorium l’acqua compare di rado come chiave di lettura.

Otto acquedotti in un punto solo

Nel punto detto ad Spem Veterem convergevano le condotte che portavano acqua a Roma da est, sfruttando la quota naturale del terreno: qui passavano, fra gli altri, l’Anio Vetus, l’Aqua Marcia, la Tepula, la Iulia, la Claudia e l’Anio Novus, alcune in superficie su arcate, altre in canale sotterraneo. Le arcate della Claudia e dell’Anio Novus sono quelle che si vedono ancora oggi, inglobate nelle Mura Aureliane fra Porta Maggiore e viale Castrense. Chi guarda quel muro sta guardando contemporaneamente un acquedotto del primo secolo e una fortificazione del terzo, sovrapposti nella stessa massa muraria.

Perché una residenza imperiale nasce dove c’è acqua

Un complesso con terme, ninfei, vasche, fontane e giardini consumava quantità d’acqua che oggi si fatica a immaginare, e l’unico modo per garantirle era attaccarsi direttamente alle condotte principali. La scelta del sito non fu dunque casuale né dettata soltanto dal desiderio di stare fuori dal caos urbano: fu una decisione tecnica, esattamente come per gli altri grandi horti imperiali che costellavano l’Esquilino, dagli horti di Mecenate agli horti Lamiani, tutti allineati lungo la stessa direttrice di approvvigionamento.

La foto giusta da fare a Circo Variano e Sessorium

La fotografia che racconta questo luogo meglio di ogni altra si scatta da viale Castrense, all’altezza del punto in cui la cortina rettilinea delle Mura Aureliane si interrompe e comincia a curvare: in un solo fotogramma entrano l’arco superstite dell’anfiteatro romano, la tamponatura difensiva che ne chiuse i fornici e il muro tardoantico che li ingloba, cioè tre epoche e tre funzioni diverse nella stessa inquadratura.

L’inquadratura e l’ora

Conviene mettersi sul marciapiede opposto, arretrando quanto la strada consente, e usare una focale moderatamente grandangolare per tenere dentro sia la curva sia un tratto di muro rettilineo che le faccia da termine di paragone: senza quel confronto, chi guarda la foto non capisce che la curva è un anfiteatro. Il mattino presto è il momento migliore, perché il sole basso da est colpisce il paramento di taglio e fa emergere i giunti della muratura, la differenza di colore fra il laterizio antico e i rappezzi successivi, e il profilo delle semicolonne ancora riconoscibili.

Il dettaglio che spiega tutto

La seconda fotografia è un dettaglio, e vale più della prima per chi vuole capire. Si tratta di un primo piano sulle arcate dell’Acqua Claudia inglobate nella cortina muraria, nel tratto fra Porta Maggiore e Santa Croce: si vedono l’arco dell’acquedotto e, sopra e attorno, la muratura aureliana che lo ha riusato come struttura portante. È l’immagine più eloquente di come Roma abbia sempre costruito su se stessa, riutilizzando invece di ricominciare.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di questo angolo di Roma copre venticinque secoli, dal tempio repubblicano della Speranza alla soppressione della comunità monastica nel 2012, e ogni tappa ha lasciato un segno ancora leggibile sul terreno.

Il quinto secolo avanti Cristo: il tempio della Speranza

La tradizione colloca nel 477 avanti Cristo l’erezione di un tempio dedicato alla dea Spes in questo settore suburbano, in relazione alle guerre contro la città etrusca di Veio. Quel santuario dette il nome all’intera località, ad Spem Veterem, e il toponimo sopravvisse per secoli anche quando dell’edificio si era persa memoria: è il caso, non raro a Roma, di un nome che dura più a lungo della pietra che lo aveva generato.

Il 52 dopo Cristo: l’acqua di Claudio

Sotto l’imperatore Claudio furono completati l’Acqua Claudia e l’Anio Novus, e nel punto in cui le condotte scavalcavano le vie Prenestina e Labicana fu eretto il monumento in travertino che oggi conosciamo come Porta Maggiore. È l’intervento che rese la zona un nodo strategico e che condizionò tutto ciò che vi fu costruito nei secoli successivi.

Fra il 193 e il 222: il complesso imperiale

In età severiana gli horti della zona entrarono stabilmente nel patrimonio imperiale e vi fu costruita una residenza, poi ampliata fino a comprendere il circo, l’anfiteatro, le terme e le strutture di servizio. Con Eliogabalo, fra il 218 e il 222, il complesso raggiunse la sua massima estensione e assunse il carattere di villa suburbana articolata in nuclei distinti, con il settore rappresentativo che prese il nome di Sessorium.

Fra il 271 e il 275: le Mura Aureliane

La costruzione della cinta aureliana tagliò in due il circo e inglobò l’anfiteatro. È la cesura decisiva nella storia del sito: da quel momento il complesso smise di essere una villa suburbana aperta sulla campagna e divenne un settore urbano periferico, difeso ma amputato.

Il quarto secolo: Elena e la nascita della basilica

Con Costantino il complesso divenne sede imperiale, e quando l’imperatore spostò il centro dell’impero verso oriente fu la madre Elena a risiedervi. Da questa fase vengono la ricostruzione delle terme, il loro nuovo nome e soprattutto la conversione di un’aula del palazzo in basilica cristiana per custodire le reliquie della Passione: l’atto di nascita di Santa Croce in Gerusalemme.

Il Cinquecento: le demolizioni

Il secolo sedicesimo fu duro con quest’area. Papa Paolo IV fece abbattere i due ordini superiori dell’Anfiteatro Castrense per ragioni difensive, mentre sul finire del secolo Domenico Fontana, per conto di Sisto V, smantellò quel che restava delle Terme Eleniane. Nel 1492, pochi decenni prima, era stato rinvenuto nella basilica il titulus crucis; nel 1589 l’obelisco di Antinoo riemerse spezzato nelle vigne presso Porta Maggiore.

Dal 1955 a oggi: gli scavi e la soppressione del monastero

Le indagini archeologiche sistematiche cominciarono nel 1955 e non si sono mai davvero interrotte, con campagne significative negli anni Novanta e Duemila. Sul versante ecclesiastico, nel 2012 papa Benedetto XVI decise la soppressione dell’abbazia cistercense e la dispersione della comunità monastica, chiudendo una presenza plurisecolare e modificando di conseguenza l’accessibilità degli spazi annessi, orto dell’anfiteatro compreso.

Chi è passato da Circo Variano e Sessorium

L’elenco delle persone documentate in questo luogo è breve ma di peso straordinario: un imperatore adolescente che vi correva in carro, l’imperatrice che vi portò le reliquie della Passione, un papa che vi fece demolire un anfiteatro e un architetto che ne portò via l’obelisco.

Eliogabalo

Sesto Vario Avito Bassiano, salito al trono a quattordici anni nel 218 e ucciso a diciotto nel 222, è la figura che dà il nome al circo e agli horti. Sacerdote siriaco del dio solare di Emesa, portò a Roma un culto che la tradizione senatoria giudicò intollerabile e che contribuì alla sua caduta. Di lui si dice che correva personalmente sulla pista di questo circo con il nome di famiglia Vario. Va ripetuto che quasi tutto ciò che sappiamo della sua vita privata passa attraverso fonti apertamente ostili, e che separare il dato dalla propaganda postuma è un’operazione che gli storici compiono con estrema cautela.

Elena, madre di Costantino

Flavia Giulia Elena, madre dell’imperatore Costantino, risiedette in questo palazzo nella prima metà del quarto secolo e vi legò il proprio nome in modo indelebile: le terme ricostruite presero il suo nome, l’aula convertita in basilica nacque per volontà sua o del figlio, e la cappella sotterranea che custodisce la terra del Calvario le è intitolata. Il suo mausoleo si trova poco lontano, sulla via Casilina, ed è oggi visitabile: chi vuole completare il percorso su questa figura può proseguire fino al Mausoleo di Sant’Elena, costruito nello stesso periodo.

Paolo IV e Sisto V

Due papi del Cinquecento hanno inciso più di chiunque altro sull’aspetto attuale del sito, e in entrambi i casi per sottrazione. Paolo IV fece abbattere i due ordini superiori dell’anfiteatro; Sisto V, tramite Domenico Fontana, fece smantellare le terme. Nessuno dei due agiva per vandalismo: il primo rispondeva a una logica militare, il secondo a un programma urbanistico che stava ridisegnando Roma. Il risultato, per noi, è comunque una perdita definitiva.

Giuseppe Valadier

L’architetto che nel 1822 innalzò sul Pincio l’obelisco proveniente dal circo è lo stesso che stava progettando in quegli anni la sistemazione di piazza del Popolo e delle rampe che salgono al colle: un protagonista assoluto della Roma neoclassica, il cui intervento ha spostato definitivamente altrove il monumento più riconoscibile di questo complesso.

Gli scavi: che cosa è stato trovato dal 1955 a oggi

Le indagini archeologiche sistematiche nell’area del Sessorium cominciarono nel 1955 e proseguono tuttora, con una particolarità che ne condiziona i risultati: si scava dentro una città abitata, fra strade, caserme, giardini e proprietà diverse, e quindi per saggi discontinui e non per grandi aree aperte.

Gli scavi del circo

Le campagne che hanno riguardato specificamente il circo risalgono in buona parte agli anni Cinquanta, con un intervento del 1959 che ha permesso di riconoscere il lato occidentale, quello delle partenze, all’interno del perimetro delle mura. Il lato curvo orientale è stato localizzato nella zona di via Alcamo, ma la sua esplorazione integrale è resa impossibile dall’edificato moderno che vi si sovrappone. È il motivo per cui le misure della pista restano stime e non certezze.

La domus costantiniana

Fra il 1996 e il 2008 è stata indagata una domus riferita all’età costantiniana, uno degli scavi più prolungati dell’area. Insieme alle altre case individuate lungo l’acquedotto, contribuisce a ridisegnare l’immagine di questo settore come un quartiere residenziale di alto livello e non come un semplice annesso di servizio della residenza imperiale.

Domande frequenti su Circo Variano e Sessorium

Che cos’è il Circo Variano?

Il Circo Variano era un circo per corse di carri annesso alla residenza imperiale suburbana nota come Sessorium, nel settore sud orientale di Roma fra Santa Croce in Gerusalemme e Porta Maggiore. Fu costruito in età severiana, nella prima metà del terzo secolo dopo Cristo, e prende il nome dal gentilizio Vario, quello della famiglia dell’imperatore Eliogabalo, che lo ristrutturò fra il 218 e il 222.

Si può visitare il Circo Variano oggi?

Il Circo Variano non è visitabile come sito archeologico: dell’antica pista non resta nulla di visibile a livello stradale, perché le strutture superstiti si trovano sotto il piano di calpestio moderno, in parte sotto le pertinenze di Santa Croce in Gerusalemme e in parte sotto il quartiere costruito a est delle Mura Aureliane. Quello che si visita in zona è la basilica, aperta senza biglietto, e il tratto di mura con l’Anfiteatro Castrense, osservabile dall’esterno lungo viale Castrense.

Dove si trova il Sessorium e come ci si arriva con i mezzi?

Il Sessorium occupava l’area compresa fra piazza di Santa Croce in Gerusalemme, Porta Maggiore e viale Castrense, nel settore orientale di Roma. La fermata di metropolitana più comoda è San Giovanni sulla linea A, da cui si cammina una decina di minuti lungo viale Carlo Felice; in alternativa Porta Maggiore è servita da diverse linee tranviarie e dista pochi minuti a piedi dalla basilica. Conviene verificare linee e frequenze sul sito dell’azienda di trasporto romana, perché il nodo tranviario è spesso interessato da cantieri.

Quanto costa visitare l’area del Circo Variano e del Sessorium?

Visitare l’area del Circo Variano e del Sessorium non comporta alcun costo per le parti accessibili liberamente: la basilica di Santa Croce in Gerusalemme è a ingresso gratuito, il tratto di Mura Aureliane con l’Anfiteatro Castrense si osserva dalla strada pubblica e Porta Maggiore con il sepolcro di Eurisace si vede dalla piazza. Hanno invece un costo e richiedono prenotazione le visite guidate ad aree chiuse come la basilica sotterranea di Porta Maggiore, i cui prezzi e calendari vanno verificati presso l’ente che le organizza.

L’Anfiteatro Castrense si può visitare dentro?

L’Anfiteatro Castrense non ha un ingresso libero: l’interno dell’arena corrisponde a quello che per secoli è stato l’orto del monastero di Santa Croce in Gerusalemme ed è accessibile soltanto in occasione di aperture programmate o visite su prenotazione, la cui disponibilità è cambiata dopo la soppressione della comunità monastica nel 2012. Dall’esterno, invece, il monumento si vede benissimo e gratuitamente lungo viale Castrense, dove la curva dell’anfiteatro interrompe la linea delle Mura Aureliane.

Quanto tempo serve per visitare la zona?

Per la zona del Circo Variano e del Sessorium bastano circa un’ora e mezza, se si affronta come una passeggiata che parte da Porta Maggiore, tocca la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, percorre viale Castrense per vedere l’anfiteatro e si conclude a piazza di San Giovanni. Chi vuole aggiungere una visita su prenotazione a un ambiente chiuso deve calcolare almeno un’ora in più e prenotare con largo anticipo.

Perché l’obelisco del Pincio viene dal Circo Variano?

L’obelisco del Pincio proviene dal Circo Variano perché l’imperatore Eliogabalo lo fece collocare sulla spina della pista, cioè sul muro centrale attorno a cui giravano i carri. Il monolite era stato realizzato in età adrianea in onore di Antinoo, fu rinvenuto spezzato in tre pezzi presso Porta Maggiore verso la fine del Cinquecento, passò ai Barberini e poi in Vaticano, e nel 1822 papa Pio VII lo fece innalzare sul Pincio da Giuseppe Valadier.

Che rapporto c’è fra il Sessorium e Santa Croce in Gerusalemme?

Santa Croce in Gerusalemme nacque dentro il Sessorium: la basilica non fu costruita da zero ma ricavata da un’aula rettangolare del palazzo imperiale, di circa 36 metri per 22, convertita in luogo di culto nel quarto secolo per custodire le reliquie della Passione legate alla figura di Elena, madre di Costantino. Le murature romane del palazzo sono ancora inglobate nella fabbrica attuale, dietro la facciata settecentesca realizzata nel 1743.

La visita è adatta ai bambini e alle persone con difficoltà motorie?

La passeggiata nell’area del Circo Variano e del Sessorium si svolge su marciapiedi urbani pianeggianti ed è quindi percorribile anche con passeggini o carrozzine, con l’avvertenza che alcuni tratti lungo viale Castrense hanno marciapiedi stretti e traffico intenso. Per i bambini piccoli è però una meta poco gratificante, perché richiede di immaginare molto e di vedere poco: funziona meglio con ragazzi già interessati alla storia antica. All’interno della basilica l’accesso alla cappella di Sant’Elena avviene tramite scale.

Un’ultima indicazione per chi organizza l’itinerario

Questo è un luogo che premia chi lo inserisce in un percorso più ampio e punisce chi ci arriva isolatamente aspettandosi un monumento da visitare. Collegato al Laterano da un lato e a Porta Maggiore dall’altro, il Sessorium diventa il tassello che spiega perché la Roma cristiana sia nata proprio in questo quadrante e non nel centro monumentale antico: era qui che stavano le proprietà imperiali disponibili, era qui che c’era l’acqua, ed era qui che viveva la madre dell’imperatore. Preso da solo, invece, resta un nome su una carta archeologica.

Chi costruisce un itinerario che leghi questa tappa alle altre del quadrante orientale, fra Laterano, Esquilino e Porta Maggiore, trova strumenti utili di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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IndirizzoViale Castrense Roma Roma Città 00182

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