Obelisco del Pincio
L’Obelisco del Pincio si alza in mezzo al viale dell’Obelisco, nel tratto di giardini che corre sopra piazza del Popolo e che collega la terrazza panoramica del Pincio al grande parco di Villa Borghese. È un monolite di granito rosa alto poco più di nove metri, che con il basamento moderno e la stella di bronzo in cima supera i diciassette, e passa quasi inosservato a chi cammina verso il belvedere pensando al tramonto. Eppure è uno degli oggetti più straordinari della città: non è un obelisco faraonico portato via dall’Egitto come bottino, ma un obelisco di età romana, fatto tagliare dall’imperatore Adriano dopo il 130 dopo Cristo in memoria di Antinoo, il giovane bitinico che era stato il suo favorito e che morì annegato nel Nilo. I geroglifici che ne coprono le quattro facce non sono un ornamento esotico: sono un testo, e raccontano per esteso la morte del ragazzo, la sua divinizzazione, la fondazione della città di Antinopoli sul luogo dell’annegamento e l’istituzione del suo culto. Per questo gli studiosi lo considerano un documento storico di prima mano su quella vicenda, l’unica testimonianza contemporanea sopravvissuta degli onori funebri concessi ad Antinoo. Le righe che seguono raccontano che cosa dice davvero quel testo, che cosa non dice, dove si discute che l’obelisco fosse in origine, e come questo blocco di granito sia arrivato fin quassù passando per un circo imperiale, una vigna fuori Porta Maggiore, il cortile di un palazzo barocco e un giardino vaticano.
Dove si trova l’Obelisco del Pincio e come raggiungerlo
L’obelisco si trova sul colle Pincio, al centro dello slargo alberato da cui prende nome il viale dell’Obelisco, nell’area verde compresa fra la terrazza panoramica affacciata su piazza del Popolo e il confine occidentale di Villa Borghese. Non si paga biglietto, non esiste un ingresso da varcare e non ci sono orari di apertura dedicati: il monumento occupa un’area pubblica all’aperto, lungo un viale percorso ogni giorno da chi cammina, corre o va in bicicletta. La sua posizione, pochi minuti a piedi dalla terrazza, è la ragione per cui moltissimi visitatori lo superano senza accorgersene: la vista sulla città cattura l’attenzione, e il granito rosa fra gli alberi passa in secondo piano.
A piedi da piazza del Popolo
La salita più scenografica parte dal lato orientale di piazza del Popolo, dove Giuseppe Valadier progettò nei primi decenni dell’Ottocento un sistema di rampe curve e terrazzamenti che porta dal livello della piazza a quello del colle senza gradini ripidi. Dalla piazza al belvedere si impiegano cinque o sei minuti di cammino in salita moderata, e dal belvedere all’obelisco altri tre o quattro minuti lungo il viale alberato. È un percorso che funziona bene anche per chi ha passeggini o bagagli leggeri, perché il dislivello è distribuito su rampe lunghe e non su scalinate.
A piedi da piazza di Spagna e da Trinità dei Monti
Chi arriva da piazza di Spagna sale la scalinata fino alla chiesa di Trinità dei Monti e prosegue lungo viale della Trinità dei Monti, costeggiando il muro di Villa Medici fino a entrare nella passeggiata del Pincio. È il tragitto preferito da chi vuole incrociare in sequenza due obelischi diversi, quello sallustiano davanti a Trinità dei Monti e quello di Antinoo poco oltre.
Con i mezzi pubblici
La fermata di metropolitana più comoda è Flaminio, sulla linea A, che sbuca a pochi passi dalla porta del Popolo: da lì si attraversa la piazza e si imbocca la salita al Pincio. Un’alternativa è la fermata Spagna, sempre sulla linea A, che serve la zona di piazza di Spagna e consente la salita da Trinità dei Monti. Diverse linee di autobus di superficie percorrono il lungotevere e viale del Muro Torto lambendo il perimetro del colle, mentre le linee tranviarie che servono piazzale Flaminio permettono di arrivare dal quartiere Flaminio e dalla zona nord della città. Chi ha mobilità ridotta trova nella salita da piazzale Flaminio verso viale delle Magnolie, all’interno di Villa Borghese, il percorso con la pendenza più regolare. I viali interni del parco sono chiusi al traffico privato, quindi arrivare in auto fin sotto il monumento non è possibile e la sosta nelle vie attorno a piazza del Popolo è quasi ovunque a pagamento e regolata da zone a traffico limitato.
Orientarsi sul viale: come non sbagliare obelisco
A Roma gli obelischi antichi sono tredici, e nel raggio di pochi minuti a piedi dal Pincio se ne incontrano tre diversi, il che genera una confusione costante. In basso, al centro di piazza del Popolo, si alza l’Obelisco Flaminio, un monolite faraonico portato a Roma da Augusto. Poco più a sud, davanti alla facciata di Trinità dei Monti, si alza l’obelisco sallustiano, anch’esso di fattura romana. L’Obelisco del Pincio è il terzo: si alza in mezzo al verde, non su una piazza lastricata, ed è riconoscibile perché il basamento è chiaramente ottocentesco e la punta porta una stella di bronzo. Se davanti a voi c’è una piazza ovale con due chiese gemelle, siete sull’obelisco sbagliato.

Che cos’è davvero l’Obelisco del Pincio: un obelisco romano, non egizio
L’Obelisco del Pincio è un obelisco di età romana, realizzato nel secondo secolo dopo Cristo per volontà dell’imperatore Adriano, e non un monolite faraonico trasportato a Roma come trofeo. È una distinzione che cambia tutto nella lettura del monumento, perché lo separa nettamente dalla maggior parte degli altri che si vedono in città.
La differenza fra obelischi egizi e obelischi romani
Dei tredici obelischi antichi di Roma, una parte considerevole fu cavata in Egitto in età faraonica, iscritta là con i nomi dei sovrani che li avevano voluti, e poi trasportata in Italia dopo la conquista romana dell’Egitto: è il caso dell’Obelisco Flaminio di piazza del Popolo e dell’obelisco Lateranense, il più alto di tutti. Un’altra parte, invece, fu realizzata in età romana: il granito veniva cavato nelle stesse cave egiziane, ma il monumento veniva pensato, commissionato e in vari casi inciso per un committente romano. L’obelisco Agonale di piazza Navona appartiene a questa seconda categoria, e così l’obelisco del Pincio.
Le misure: nove metri di fusto, diciassette con la base
Il fusto antico misura 9,24 metri di altezza, mentre l’insieme del monumento, comprensivo del basamento moderno e della stella bronzea posta sulla sommità, raggiunge i 17,26 metri. Le fonti ottocentesche esprimevano le stesse misure nelle unità dell’epoca, parlando di trenta piedi per il fusto antico e cinquantasette per il monumento completo: sono gli stessi valori, tradotti in un altro sistema. Nella graduatoria degli obelischi romani si tratta quindi di un monumento di dimensioni medie, molto lontano dai trentadue metri abbondanti del Lateranense, ma imponente rispetto ai monoliti minori di età imperiale.
La stella in cima e il basamento ottocentesco
Quello che si vede oggi non è tutto antico. Il basamento su cui poggia il fusto e l’elemento di coronamento in bronzo che ne conclude la punta appartengono alla sistemazione ottocentesca del monumento, realizzata quando l’obelisco fu innalzato al Pincio nel 1822 per volontà di papa Pio VII. Sul basamento venne incisa un’iscrizione latina che ricorda l’intervento pontificio: è il tipo di firma che i papi hanno lasciato su quasi ogni obelisco rialzato a Roma fra Cinquecento e Ottocento, da quello Vaticano in poi. Distinguere a occhio il fusto antico dagli elementi moderni è semplice: il granito rosa inciso a geroglifici è romano, tutto il resto no.
Chi era Antinoo e che cosa gli accadde sul Nilo
Antinoo era un giovane originario della Bitinia, regione dell’Asia Minore affacciata sul mar Nero, nato con ogni probabilità a Claudiopoli, l’odierna Bolu in Turchia, attorno al secondo decennio del secondo secolo dopo Cristo. Divenne il favorito dell’imperatore Adriano e lo accompagnò nei viaggi attraverso le province orientali dell’impero, fino a quel viaggio in Egitto durante il quale, verso la fine di ottobre del 130 dopo Cristo, morì annegato nel Nilo.
Che cosa dicono davvero le fonti antiche
Le fonti antiche sulla morte di Antinoo sono poche e brevi. Cassio Dione, storico greco di età severiana, riferisce la notizia dell’annegamento e riporta una versione secondo cui il giovane si sarebbe sacrificato volontariamente in relazione a pratiche religiose o magiche destinate a prolungare la vita dell’imperatore, precisando però che si trattava di quanto si raccontava e non di un fatto accertato. La Vita di Adriano contenuta nella Historia Augusta, raccolta biografica tardoantica di attendibilità diseguale, riferisce la morte nel Nilo, registra il dolore smisurato dell’imperatore con un’espressione che lo paragona al pianto di una donna, e ricorda gli onori straordinari che ne seguirono. Sono, in sostanza, le due fonti letterarie principali, e nessuna delle due spiega come il ragazzo sia finito in acqua.
Che cosa le fonti non dicono
Quello che le fonti non dicono è molto più di quello che dicono, ed è bene metterlo in chiaro perché la letteratura divulgativa su Antinoo è piena di ricostruzioni presentate come certe. Non sappiamo in che circostanze materiali avvenne la caduta nel fiume, non sappiamo se ci furono testimoni, non sappiamo quale fosse esattamente il rapporto quotidiano fra l’imperatore e il ragazzo al di là del fatto, universalmente riconosciuto nell’antichità, che Antinoo fosse il suo favorito e che Adriano ne fosse profondamente legato. Le ipotesi che si leggono ovunque, cioè incidente, suicidio, omicidio politico e sacrificio rituale volontario, sono appunto ipotesi moderne costruite su una base documentaria sottilissima, e nessuna di esse può essere considerata dimostrata. Il modo onesto di raccontare questa vicenda è dire che un giovane morì nel Nilo nell’autunno del 130, che l’imperatore ne fu devastato, e che tutto il resto è ricostruzione.
La data e il luogo
La morte è collocata dalla maggior parte degli studiosi verso la fine di ottobre del 130 dopo Cristo, in un tratto del Nilo nell’Egitto medio, nell’area dove sorgeva un santuario oracolare del dio Bes e non lontano dalla città di Ermopoli. Su questa collocazione geografica c’è ampio accordo, perché è là che Adriano fece sorgere la città nuova dedicata al ragazzo: la fondazione segnava, dichiaratamente, il punto dell’annegamento. Sulla data precisa del giorno le fonti moderne divergono, e chi indica il 24 o il 30 ottobre lo fa sulla base di ricostruzioni calendariali che non tutti gli studiosi accettano allo stesso modo.
La divinizzazione di Antinoo e la nascita di un culto
Dopo la morte nel Nilo, Antinoo fu divinizzato, cioè inserito ufficialmente fra le divinità, e nel giro di pochi anni il suo culto si diffuse in decine di città dell’impero, soprattutto nelle province orientali di lingua greca. È un fatto storico documentato da un’enorme quantità di testimonianze materiali: statue, monete, iscrizioni, rilievi.
Antinopoli, la città fondata sul luogo della morte
Adriano fondò sulla riva del Nilo, nel punto legato alla morte del giovane, una città nuova chiamata Antinopoli, destinata a diventare il centro del culto. La fondazione è ricordata esplicitamente nel testo geroglifico dell’obelisco, che parla di una città che porta il suo nome, costruita in buona pietra bianca, circondata da statue di divinità e da colonne, sede di un tempio e di giochi periodici in onore del nuovo dio. Le fonti moderne collocano la fondazione fra l’autunno del 130 e la primavera del 131, e su questo punto non c’è consenso unanime: alcune indicano il 30 ottobre 130, altre la primavera successiva, e l’obelisco stesso non fornisce una data.
La scomparsa del culto e il paradosso dei geroglifici
Con l’affermarsi del cristianesimo il culto di Antinoo fu uno dei bersagli più esposti della polemica antipagana: gli autori cristiani lo citano ripetutamente come esempio dell’arbitrarietà della divinizzazione imperiale, e i suoi santuari scomparvero. Qui sta un paradosso che vale la pena notare: mentre i templi venivano smantellati e le dediche cancellate, il testo inciso sull’obelisco sopravvisse proprio perché era scritto in geroglifici, cioè in una scrittura che nella Roma tardoantica e poi medievale non sapeva più leggere praticamente nessuno. Un documento illeggibile è un documento che nessuno si preoccupa di distruggere.
Una curiosità sull'Obelisco del Pincio
I geroglifici che coprono le quattro facce dell’obelisco non furono incisi in Egitto: furono incisi a Roma, o comunque in Italia, da maestranze che lavoravano su un testo composto da qualcuno che l’egiziano sacro lo conosceva davvero, ma che non erano loro stesse abituate a scrivere in quella lingua. È una circostanza che gli studiosi deducono dalla qualità irregolare dei segni, dalla loro impaginazione e da una serie di incertezze grafiche che un incisore egiziano di mestiere non avrebbe commesso.
Un blocco arrivato liscio e inciso a destinazione
Il granito fu cavato in Egitto, come sempre, e spedito verso l’Italia. L’incisione avvenne però a destinazione, il che significa che il testo fu concepito per un pubblico e per un luogo romani, non per un santuario egiziano. È una prassi documentata anche per altri obelischi di età imperiale, e spiega perché il monumento, pur essendo egizio nella forma e nella lingua, sia un prodotto interamente romano nel pensiero e nella committenza.
Chi scrisse il testo
Sull’autore del testo esistono proposte precise. Alcuni egittologi, fra cui Philippe Derchain e Jean-Claude Grenier, hanno riconosciuto nelle formule dell’obelisco la mano di un sacerdote egiziano attivo in Italia, identificato con un certo Pétarbeschenis originario di Akhmim, sulla base della somiglianza fra le titolature incise sull’obelisco e quelle di una stele funeraria riferita a quello stesso personaggio. È un’attribuzione basata su un confronto formale fra due documenti, non su una firma esplicita: va quindi presentata per quello che è, cioè un’ipotesi argomentata e non una certezza documentaria.
Perché la cosa è più importante di quanto sembri
Che il testo sia stato composto da un sacerdote egiziano operante in Italia cambia il modo di leggerlo. Non è un documento prodotto dalla burocrazia templare egiziana e poi importato: è un testo scritto per l’imperatore, dentro la cultura religiosa egiziana ma per un committente romano, con l’obiettivo dichiarato di iscrivere Antinoo nel pantheon egizio e di chiedere agli dèi il bene dell’imperatore in cambio. È, insieme, la ragione per cui il testo è così ricco di informazioni concrete: chi lo scrisse doveva spiegare una vicenda recentissima, non evocare un mito antico.
Che cosa dicono i geroglifici, faccia per faccia
Le quattro facce dell’obelisco portano ciascuna un testo autonomo, e insieme compongono un racconto continuo della vicenda di Antinoo: la morte, gli onori funebri, la divinizzazione, la fondazione della città e l’istituzione del culto, con in più una richiesta rivolta agli dèi a beneficio di Adriano. Le traduzioni pubblicate dai diversi studiosi concordano sul senso generale e divergono su singoli passaggi, in particolare su quelli che riguardano il luogo di sepoltura.
Il lato con la fondazione della città
Un’altra faccia contiene il passaggio più informativo dal punto di vista storico: la descrizione della città fondata in onore del giovane, definita come una città che porta il suo nome, costruita in buona pietra bianca, dotata di templi, statue di divinità e colonne. È la testimonianza contemporanea più esplicita che abbiamo sulla fondazione di Antinopoli, e uno dei motivi per cui l’obelisco viene citato come fonte in qualunque studio serio sull’argomento. Una faccia ulteriore si concentra sulle celebrazioni istituite nella città egiziana, con giochi periodici, premi e corone per i vincitori: l’apparato tipico delle feste agonistiche greche trasferito dentro un contesto religioso egizio.
Il lato con i riti funebri
Una terza faccia descrive la morte e i riti compiuti per il giovane, con la formula secondo cui furono ripetuti per lui tutti gli usi previsti per Osiride: nella teologia egizia questo significa che Antinoo fu trattato esattamente come il dio morto e risorto, con l’intero apparato di pratiche funerarie che a quel modello si accompagnava. È qui che compaiono i passaggi discussi sul luogo dove il dio riposa.
Una formula che nomina anche Sabina
Il testo nomina, oltre ad Adriano e ad Antinoo, anche Sabina, moglie dell’imperatore, e la nomina come vivente. È un dettaglio tecnico prezioso, perché permette di fissare un termine cronologico: l’incisione deve essere anteriore alla morte dell’imperatrice, avvenuta verso la metà degli anni Trenta del secondo secolo, e successiva alla morte di Antinoo nel 130. La forbice che ne risulta è di pochi anni, ed è il motivo per cui gli eruditi ottocenteschi, già prima delle indagini archeologiche moderne, consideravano questo obelisco il più sicuramente databile fra quelli di Roma.
Una cosa che non ti dice nessuno sull'Obelisco del Pincio
Questo obelisco non è un monumento che racconta una storia già nota da altre fonti: è la fonte. Il testo inciso sulle sue facce costituisce l’unico resoconto contemporaneo superstite degli onori funebri concessi ad Antinoo e della sua divinizzazione, e nessun altro documento antico arrivato fino a noi dice altrettanto su quella vicenda con la stessa vicinanza cronologica ai fatti.
Perché vale più di Cassio Dione e della Historia Augusta
Le due fonti letterarie principali sulla morte di Antinoo furono scritte molto tempo dopo i fatti: Cassio Dione lavorava fra la fine del secondo e l’inizio del terzo secolo, e la Historia Augusta è una compilazione tardoantica, redatta almeno due secoli dopo, notoriamente disinvolta nel mescolare informazioni attendibili e invenzioni. L’obelisco, invece, è stato inciso a pochissimi anni di distanza dalla morte del giovane, per volontà diretta della persona più coinvolta nella vicenda. Non è un testo neutrale, anzi è dichiaratamente celebrativo e religioso, ma è contemporaneo: dice che cosa si volle dire ufficialmente su Antinoo mentre chi lo aveva conosciuto era ancora vivo.
Un documento salvato dalla propria illeggibilità
C’è poi il paradosso già accennato, che merita di essere ripetuto perché è il cuore della questione: questo testo è arrivato fino a noi proprio perché nessuno, per oltre un millennio, è stato in grado di leggerlo. La chiave dei geroglifici si perse nell’antichità e fu recuperata soltanto nell’Ottocento, dopo la decifrazione avviata da Jean-François Champollion a partire dalla stele di Rosetta. Per tutti i secoli in mezzo, l’obelisco di Antinoo fu un blocco di granito coperto di segni misteriosi, spostato, spezzato, abbandonato in una vigna e poi rialzato, senza che nessuno sapesse che stava maneggiando un documento di prima mano su uno degli episodi più discussi della storia imperiale romana. Le prime letture sistematiche del testo risalgono alla seconda metà dell’Ottocento e agli ultimi anni del secolo, e nel Novecento e nei primi anni Duemila sono seguite edizioni critiche più raffinate che hanno precisato la lettura di singoli passaggi.
Una conseguenza pratica per chi visita
Tutto questo cambia il modo di guardare il monumento dal vivo. Chi si ferma davanti all’obelisco non sta guardando una decorazione esotica ma una pagina scritta, e le colonne verticali di segni che corrono lungo ciascuna faccia sono righe di testo con un inizio e una fine. Anche senza saper leggere un solo geroglifico, riconoscere questa struttura, cioè capire che i segni sono ordinati in colonne e che le figure in alto formano una scena introduttiva, cambia completamente la percezione dell’oggetto.
Il consiglio che ti do per visitare l'Obelisco del Pincio
Il consiglio più utile riguarda l’ordine della visita: andate all’obelisco prima della terrazza, non dopo. Chi arriva al Pincio punta istintivamente al belvedere su piazza del Popolo, e una volta visto il panorama difficilmente torna indietro sul viale interno: l’obelisco resta così una nota a piè di pagina o, più spesso, una cosa vista di sfuggita. Invertire l’ordine costa cinque minuti e cambia completamente la qualità della visita.
Non serve biglietto, ma serve luce
L’area è pubblica, aperta e gratuita, e il monumento è visibile a ogni ora. Il problema non è l’accesso ma l’illuminazione: i geroglifici sono incisi su una pietra scura e compatta, e con il sole a picco i segni si appiattiscono fino a diventare quasi invisibili. La luce radente del mattino presto o del tardo pomeriggio, colpendo le facce di taglio, restituisce alle incisioni un rilievo che a mezzogiorno si perde del tutto. Se l’obiettivo è distinguere i segni, l’ora conta più di qualunque altra cosa.
Girare tutte e quattro le facce
Sembra ovvio e quasi nessuno lo fa: il monumento ha quattro testi diversi e va girato per intero. Ogni faccia riceve luce in un momento diverso della giornata, quindi anche a parità di ora ce ne sarà sempre una più leggibile delle altre. Fare il giro completo richiede meno di due minuti e permette di notare le differenze di conservazione fra i lati, che non sono uguali: la superficie ha sofferto in modo diseguale nei secoli di abbandono, di rottura e di esposizione all’aperto.
Le fratture: dove il monumento si è spezzato
Il fusto fu ritrovato spezzato in più frammenti e venne ricomposto nell’Ottocento. Osservando il monolite dal basso verso l’alto si possono individuare le linee di giunzione fra i tronconi, più o meno evidenti a seconda della luce, e con esse le porzioni di testo andate perdute in corrispondenza delle rotture. Cercarle è un esercizio di lettura del monumento molto più istruttivo di qualunque fotografia frontale, e va tenuto presente anche quando si leggono le traduzioni: alcune integrazioni proposte dagli studiosi riguardano proprio passaggi danneggiati.
Quanto tempo mettere in conto
Per l’obelisco in sé bastano dieci o quindici minuti, giro completo e sosta compresi. Il punto è che nessuno sale al Pincio solo per l’obelisco: la sosta ha senso dentro una passeggiata più ampia che comprenda la terrazza panoramica, il viale dei busti, l’orologio ad acqua e magari la discesa verso piazza del Popolo o l’ingresso in Villa Borghese. Per un percorso di questo tipo serve almeno un’ora e mezza, due se si aggiunge la Galleria Borghese, che però richiede prenotazione obbligatoria con fascia oraria assegnata e va programmata a parte. Il viale è pianeggiante, alberato e chiuso al traffico, quindi adatto a passeggini e a bambini che camminano.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Nessuno sa con certezza dove fosse la tomba di Antinoo, e nessuno sa con certezza dove questo obelisco fosse originariamente collocato. Sono due domande separate ma intrecciate, perché se l’obelisco segnava la tomba, rispondere alla seconda significherebbe rispondere anche alla prima. Sul punto gli studiosi non concordano, e le posizioni in campo sono almeno tre.
L’ipotesi di Villa Adriana
Le campagne di scavo condotte a Villa Adriana a Tivoli fra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila hanno portato alla luce, nell’area vicina all’ingresso della villa, un complesso interpretato come Antinoeion, cioè come santuario dedicato al giovane divinizzato: due piccoli templi affrontati, un’esedra, elementi architettonici e frammenti scultorei di gusto egizio, e fra i due templi una fondazione in muratura di forma quadrata compatibile con l’alloggiamento di un obelisco. Gli autori dello studio archeologico di riferimento, Zaccaria Mari e Sergio Sgalambro, hanno sostenuto che il complesso non fosse un semplice cenotafio ma la tomba vera e propria del giovane, e che l’obelisco oggi al Pincio vi si ergesse al centro. È l’ipotesi che negli ultimi vent’anni ha ricevuto più attenzione ed è oggi la più citata nella divulgazione.
L’ipotesi romana degli horti imperiali
L’egittologo Jean-Claude Grenier, che al testo dell’obelisco ha dedicato uno studio monografico, ha proposto una lettura diversa. Secondo la sua interpretazione di un passaggio del testo geroglifico, il dio riposerebbe in un luogo consacrato all’interno di una tenuta appartenente al signore di Roma, cioè in una proprietà imperiale, e Grenier ha indicato come candidati possibili gli horti suburbani della capitale, in particolare quelli che Adriano avrebbe ereditato per via familiare. In questa ricostruzione la sepoltura, e con essa l’obelisco, si troverebbero a Roma e non a Tivoli. Altre proposte hanno chiamato in causa aree diverse della città, compresa la zona degli horti sul Palatino legati a culti orientali.
L’ipotesi egiziana
C’è infine la pista egiziana. Alcune fonti tardoantiche riferiscono che Antinoo sarebbe stato sepolto proprio ad Antinopoli, la città fondata in suo onore, e l’idea ha una sua coerenza: il luogo della morte, quello del culto e quello della sepoltura coinciderebbero. Il problema è che, a differenza del caso di Villa Adriana, negli scavi della città egiziana non è stato finora identificato con sicurezza né un santuario funerario né una tomba riferibili al giovane, e la testimonianza tardoantica è cronologicamente lontana dai fatti.
Perché il testo dell’obelisco non risolve la questione
La ragione per cui il dibattito continua è linguistica prima ancora che archeologica. Il passaggio che dovrebbe indicare il luogo di sepoltura è formulato in modo ambiguo, e la sua traduzione dipende dalla ricostruzione di elementi grammaticali che nel testo inciso non sono espressi in modo univoco: a seconda di come si integra quel punto, il dio riposa in un luogo che può essere identificato in Egitto, a Tivoli o a Roma. È un caso esemplare di come una singola incertezza filologica possa tenere aperta per decenni una questione storica. Il modo corretto di riferire la situazione è dire che esistono tre ricostruzioni concorrenti, che quella di Villa Adriana ha dalla sua un riscontro archeologico concreto nella fondazione quadrata scoperta fra i due templi, e che nessuna delle tre può dirsi dimostrata.
Il Circo Variano, cioè dove l’obelisco stava di sicuro
Sull’unica collocazione antica documentata, invece, i dubbi sono molti meno. Nel terzo secolo l’obelisco si trovava nel Circo Variano, la pista per corse annessa alla residenza suburbana imperiale nel settore orientale della città, nell’area fra le attuali mura aureliane, Porta Maggiore e la basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Là il monolite era piantato sulla spina, cioè sul muretto centrale attorno al quale giravano i carri, secondo una prassi consolidata: l’obelisco sulla spina era un elemento pressoché obbligato dei circhi romani, come dimostrano il Circo Massimo e il circo di Massenzio sull’Appia. Lo spostamento viene tradizionalmente attribuito a Eliogabalo, l’imperatore adolescente di origine siriaca che regnò fra il 218 e il 222 e che di quella residenza fece il proprio quartier generale.
La foto giusta da fare all'Obelisco del Pincio
La fotografia che rende meglio questo monumento non è quella dell’obelisco intero visto da lontano, che restituisce soltanto una guglia scura fra gli alberi, ma il dettaglio ravvicinato di una faccia illuminata di taglio, in cui i geroglifici emergono dal granito con il loro rilievo. È l’unica inquadratura che racconta che cosa sia davvero l’oggetto: un testo scritto, non una decorazione.
Il dettaglio dei geroglifici con luce radente
Serve luce bassa, quindi prima mattina o ultima ora del pomeriggio, e serve scegliere la faccia che in quel momento riceve il sole di lato. Conviene avvicinarsi il più possibile, inquadrare una porzione limitata della colonna di segni e lasciare che il granito riempia tutto il fotogramma: il contrasto fra la superficie levigata e il solco delle incisioni fa il resto. Con il sole alto, lo stesso scatto restituisce una superficie piatta e illeggibile.
L’obelisco dal basso, fra le fronde
Una seconda inquadratura efficace si ottiene appoggiandosi quasi alla base e puntando verso l’alto, in modo da far convergere le linee del fusto e stagliare la punta con la stella bronzea contro il cielo e le chiome degli alberi. È uno scatto che funziona particolarmente bene nelle giornate con cielo terso e nelle ore in cui la luce filtra fra i rami, e che restituisce l’altezza del monolite molto meglio di qualunque ripresa frontale.
L’obelisco nel suo viale
Chi vuole una fotografia di contesto, e non di dettaglio, dovrebbe arretrare lungo il viale e inquadrare l’obelisco in fondo alla prospettiva alberata. È l’immagine che spiega la logica ottocentesca della sistemazione, dove il monumento antico funziona come fuoco prospettico di una passeggiata pubblica: esattamente ciò che l’urbanistica papale di primo Ottocento voleva ottenere.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di questo obelisco è soprattutto una storia di spostamenti: in diciannove secoli il monolite ha cambiato collocazione almeno quattro volte, passando da un santuario imperiale a un circo, da una vigna a un cortile nobiliare, da un giardino vaticano al colle dove si trova oggi. Ogni spostamento corrisponde a un momento diverso del rapporto fra Roma e le proprie rovine.
Il secondo secolo: la collocazione originaria, ignota
La prima tappa è anche la meno documentata. L’obelisco fu fatto tagliare da Adriano dopo il 130 e inciso in Italia entro pochi anni, ma dove fosse stato eretto in origine resta materia di discussione fra le tre ipotesi già viste. Quel che è certo è che il monumento nacque come elemento di un complesso religioso dedicato al giovane divinizzato, non come ornamento urbano generico.
Il terzo secolo: la spina del Circo Variano
Nel corso del terzo secolo l’obelisco venne collocato sulla spina del Circo Variano, la pista annessa alla residenza imperiale suburbana nel settore sud-orientale della città, non lontano dal tratto di mura aureliane compreso fra Porta Maggiore e Porta San Giovanni. La tradizione attribuisce l’iniziativa a Eliogabalo, che fece di quel complesso il centro della propria corte. Con la fine dell’impero e l’abbandono del circo, l’obelisco cadde e si spezzò, restando però sempre in vista, fuori terra, senza essere mai sepolto del tutto.
Il Cinquecento: i frammenti nella vigna
All’inizio del Cinquecento l’antiquario Andrea Fulvio annotava di aver visto i frammenti dell’obelisco fuori Porta Maggiore, dietro la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, in mezzo alle vigne. Nel 1570 due fratelli, Curzio e Marcello Saccoccia, fecero rimettere in evidenza i pezzi e collocarono su un arco dell’acquedotto dell’Acqua Felice, che passava lì vicino, un’iscrizione commemorativa datata a quell’anno. Alcune ricostruzioni indicano invece il 1589 come anno del rinvenimento: la discrepanza dipende dal fatto che il monumento non fu mai davvero scoperto, essendo rimasto visibile per secoli, e che le fonti registrano momenti diversi della sua riemersione. Dalla vicinanza alle mura aureliane deriva il nome con cui a lungo fu chiamato, obelisco Aureliano, che ancora oggi compare in alcune denominazioni ufficiali.
Il Seicento: il cortile dei Barberini
Sotto il pontificato di Urbano VIII, papa della famiglia Barberini, i frammenti furono trasportati in città e collocati nel 1633 nel giardino del Palazzo Barberini, con l’intenzione dichiarata di rialzare l’obelisco nei pressi del palazzo. Il progetto non fu mai realizzato, e il monolite rimase disteso a terra per quasi un secolo e mezzo, tanto che la denominazione di obelisco Barberini rimase attaccata al monumento e si trova ancora oggi nella letteratura specialistica, soprattutto di lingua inglese.
Il Settecento: il passaggio in Vaticano
Nel 1773 Cornelia Barberini donò l’obelisco a papa Clemente XIV, che lo fece trasportare nei giardini vaticani, nell’area del Cortile della Pigna. Anche in Vaticano il monumento restò a terra: il successore Pio VI accarezzò l’idea di innalzarlo nel cortile del Belvedere, sopra una fontana, montandolo su un piedistallo antico, ma il progetto si arenò e l’obelisco rimase dove era stato depositato. Chi oggi visita i Musei Vaticani e attraversa il Cortile della Pigna cammina in un’area dove questo monolite giacque per quasi mezzo secolo.
1822: il Pincio, Pio VII e il cantiere del colle
L’ultimo spostamento avvenne nel 1822, negli anni finali del pontificato di Pio VII, quando l’obelisco fu restaurato, ricomposto e finalmente rialzato sul ripiano della passeggiata pubblica del Pincio, dove si trova tuttora. È l’ultimo obelisco antico a essere stato innalzato a Roma, e la sua collocazione va letta dentro il grande progetto di sistemazione urbanistica che in quegli stessi anni stava trasformando piazza del Popolo e il colle soprastante in un unico complesso scenografico. Sull’architetto che materialmente curò l’operazione le fonti non concordano: la sistemazione generale dell’area è unanimemente attribuita a Giuseppe Valadier, e molte fonti gli attribuiscono anche l’innalzamento dell’obelisco, mentre la fonte ottocentesca più vicina agli eventi, cioè Antonio Nibby nella sua descrizione di Roma del 1838, indica per il restauro e il trasporto l’architetto Marini. Vanno riportate entrambe le attribuzioni, perché entrambe circolano in letteratura.
Perché proprio nel 1822
La scelta di rialzare l’obelisco in quel momento non fu casuale. Dopo la parentesi napoleonica, durante la quale Roma era stata capitale dipartimentale dell’impero francese e il Pincio era stato oggetto di progetti di giardino pubblico monumentale, il ritorno del potere pontificio si accompagnò alla volontà di portare a termine quei cantieri sotto insegna papale. Innalzare un obelisco era il gesto più tradizionale e più leggibile con cui un papa potesse firmare un’opera urbana: lo aveva fatto Sisto V alla fine del Cinquecento con una campagna sistematica, e lo avevano fatto i papi del Settecento con i monoliti minori. Pio VII chiuse quella tradizione lunga oltre due secoli con l’ultimo obelisco disponibile.
Il Novecento e la riapertura del dossier
Nel Novecento l’obelisco è stato oggetto di studi egittologici e archeologici sempre più precisi, che hanno chiarito il contenuto del testo e collocato il monumento dentro la storia del culto di Antinoo. Le indagini condotte a Villa Adriana fra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila hanno poi riaperto in modo clamoroso il problema della collocazione originaria, spostando l’attenzione degli studiosi dalla lettura filologica del testo alla lettura stratigrafica del terreno: è un buon esempio di come una scoperta archeologica possa rimettere in discussione un dossier che sembrava chiuso.
Chi è passato dall'Obelisco del Pincio
Poche pietre di Roma hanno visto passare, nell’ordine, l’imperatore che le aveva volute, il pubblico di un circo imperiale, i contadini di una vigna suburbana, una famiglia papale, due pontefici e infine, da due secoli, chiunque salga al Pincio per una passeggiata. L’elenco di chi è passato accanto a questo obelisco è, nei fatti, un riassunto della storia sociale della città.
Adriano e la corte imperiale
Il primo nome è quello del committente. Adriano volle il monumento, ne stabilì il senso religioso e, se l’ipotesi di Villa Adriana è corretta, lo vide alzarsi al centro di un santuario che aveva progettato per il ragazzo morto. Con lui vanno ricordate le persone della corte che quel monumento frequentarono: l’imperatrice Sabina, nominata nel testo geroglifico come vivente, e la cerchia di funzionari, sacerdoti e artisti che gravitava attorno all’imperatore nei suoi ultimi anni.
Il sacerdote egiziano che scrisse il testo
Una figura poco nota ma centrale è quella dell’uomo che compose il testo: un sacerdote egiziano attivo in Italia, identificato da alcuni studiosi con un certo Pétarbeschenis di Akhmim. Che l’identificazione sia corretta o no, l’esistenza di una figura del genere è certa, perché qualcuno dovette pur formulare quelle titolature secondo le regole della teologia egizia. È un personaggio che racconta bene la Roma imperiale come città cosmopolita, dove un sacerdote venuto dall’alto Egitto poteva ritrovarsi a redigere per l’imperatore il testo di un monumento funerario.
Eliogabalo e il pubblico del circo
Nel terzo secolo il monolite finì al centro della pista di un circo, e questo significa che per anni passò sotto gli occhi di migliaia di spettatori venuti a vedere le corse dei carri nella residenza suburbana imperiale. Eliogabalo, il giovanissimo imperatore siriaco che quella residenza abitò, resta il nome associato allo spostamento, ma i veri frequentatori del monumento furono gli spettatori anonimi delle gare.
Antiquari, Barberini e papi
Fra Quattrocento e Cinquecento la riscoperta sistematica delle antichità romane portò gli antiquari a censire ogni rudere visibile, e i frammenti dell’obelisco entrarono in quei repertori grazie ad Andrea Fulvio. Nel Seicento entrarono in scena i Barberini, che portarono il monolite nel giardino del proprio palazzo senza mai rialzarlo; nel Settecento la donazione a Clemente XIV lo consegnò al Vaticano; nell’Ottocento Pio VII lo fece finalmente innalzare al Pincio. Tre passaggi che raccontano tre modi diversi di intendere il possesso dell’antico: il collezionismo aristocratico barocco, l’accumulo museale pontificio, la valorizzazione urbana ottocentesca.
I romani, da due secoli
Dal 1822 in poi il pubblico dell’obelisco è semplicemente la città. La passeggiata del Pincio è stata per tutto l’Ottocento e il Novecento uno dei luoghi di ritrovo per eccellenza della borghesia romana, meta di carrozze prima e di passeggiate domenicali poi, ed è rimasta fino a oggi un punto fisso della vita all’aperto in città. Generazioni di romani hanno imparato a chiamarlo semplicemente l’obelisco, senza sapere nulla di Antinoo: il che, considerando la vicenda, ha una sua ironia.
Il Pincio intorno all’obelisco: che cosa vedere a pochi passi
L’obelisco non è una meta a sé stante ma un punto dentro un parco storico, e la visita ha senso solo se lo si inserisce nel contesto. Il colle Pincio non fa parte dei sette colli canonici di Roma e in antico era occupato dagli horti, cioè dalle grandi ville con giardino dell’aristocrazia romana: la sistemazione a passeggiata pubblica che vediamo oggi è ottocentesca, e la scheda dedicata al Pincio racconta per esteso la storia del colle e della sua terrazza, mentre queste righe si limitano a quello che si trova a poche decine di passi dall’obelisco.
La terrazza, i busti e l’orologio ad acqua
Il belvedere affacciato su piazza del Popolo è la ragione per cui la maggior parte dei visitatori sale quassù: da lì lo sguardo abbraccia la piazza ovale con l’obelisco Flaminio al centro, i tetti del centro storico e la cupola di San Pietro sullo sfondo. Lungo i viali si allineano centinaia di erme marmoree con i ritratti di personaggi illustri della storia italiana, una galleria all’aperto messa insieme a partire dall’Ottocento, mentre in un angolo boscoso si trova l’idrocronometro, l’orologio mosso dall’acqua installato nella seconda metà dell’Ottocento su uno scoglio artificiale in mezzo a una vasca.
Villa Borghese, appena oltre
Verso est la passeggiata del Pincio si salda con il parco di Villa Borghese, il grande spazio verde che ospita il laghetto con il tempietto di Esculapio e la Galleria Borghese con la sua collezione di scultura e pittura. Chi ha mezza giornata può costruire un percorso unico che parte da piazza del Popolo, sale al Pincio, tocca l’obelisco e prosegue nel parco fino al laghetto: è una delle passeggiate urbane più riposanti che Roma offra.
Conservazione e stato attuale
Il monumento è esposto all’aperto senza protezioni, in un’area di parco pubblico, e presenta i problemi conservativi tipici della pietra all’aperto in ambiente urbano: deposito di particolato, croste scure nelle zone riparate dal dilavamento, colonizzazione biologica nelle porzioni ombreggiate. L’area attorno all’obelisco è soggetta agli interventi ordinari di manutenzione del verde pubblico e può essere temporaneamente interessata da cantieri di potatura o rifacimento dei vialetti: chi vuole avere certezza assoluta di trovare l’area libera può controllare gli avvisi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, che ha la competenza sul monumento e sul parco.
Domande frequenti sull'Obelisco del Pincio
Che cos’è l’Obelisco del Pincio?
L’Obelisco del Pincio è un obelisco di età romana in granito rosa, fatto realizzare dall’imperatore Adriano dopo il 130 dopo Cristo in memoria di Antinoo, il giovane annegato nel Nilo e poi divinizzato. Si trova nei giardini del Pincio, lungo il viale dell’Obelisco, sopra piazza del Popolo, e i geroglifici incisi sulle sue quattro facce raccontano la morte, la divinizzazione e il culto del giovane.
Quanto è alto l’Obelisco del Pincio?
L’Obelisco del Pincio ha un fusto antico alto 9,24 metri, che con il basamento ottocentesco e la stella di bronzo sulla sommità porta l’altezza complessiva del monumento a 17,26 metri. Le fonti ottocentesche riportano le stesse misure nelle unità dell’epoca, trenta piedi per il solo fusto e cinquantasette per il monumento completo.
Si paga per vedere l’Obelisco del Pincio?
No, vedere l’Obelisco del Pincio è completamente gratuito: il monumento si trova in un’area verde pubblica, all’aperto, senza recinzioni né biglietteria. Non ci sono orari di apertura dedicati e non serve prenotare. L’unica limitazione possibile riguarda eventuali cantieri di manutenzione del parco, che possono deviare temporaneamente il transito nelle immediate vicinanze.
Come si arriva all’Obelisco del Pincio con i mezzi?
All’Obelisco del Pincio si arriva più comodamente con la metropolitana linea A, fermata Flaminio, salendo poi a piedi dalle rampe di piazza del Popolo in cinque o sei minuti; in alternativa si scende alla fermata Spagna e si sale da Trinità dei Monti. Diverse linee di superficie servono piazzale Flaminio e il perimetro del colle, mentre i viali del parco sono chiusi al traffico privato.
Perché l’Obelisco del Pincio si chiama anche obelisco di Antinoo?
L’Obelisco del Pincio si chiama anche obelisco di Antinoo perché fu fatto erigere da Adriano in memoria di Antinoo, il giovane bitinico morto annegato nel Nilo nel 130 dopo Cristo e poi divinizzato. Il monumento è noto anche come obelisco Aureliano, dal luogo di rinvenimento vicino alle mura aureliane, e come obelisco Barberini, dalla famiglia che lo custodì nel Seicento.
Che cosa c’è scritto sull’Obelisco del Pincio?
Sull’Obelisco del Pincio è inciso un testo in geroglifici egizi che racconta la morte di Antinoo, i riti funebri e la sua assimilazione a Osiride, la fondazione della città di Antinopoli sul luogo dell’annegamento e l’istituzione di templi e giochi in suo onore, con richieste agli dèi a beneficio di Adriano. È l’unico resoconto contemporaneo superstite di quella vicenda.
Dove si trovava originariamente l’Obelisco del Pincio?
La collocazione originaria dell’Obelisco del Pincio non è nota con certezza e gli studiosi non concordano: le ipotesi principali sono il santuario di Antinoo scavato a Villa Adriana a Tivoli, una proprietà imperiale a Roma e la città egiziana di Antinopoli. L’unica collocazione antica documentata è la spina del Circo Variano, dove il monolite si trovava nel terzo secolo.
Quando è stato collocato al Pincio l’obelisco?
L’Obelisco del Pincio fu innalzato nella posizione attuale nel 1822 per volontà di papa Pio VII, dopo essere stato restaurato e ricomposto: è l’ultimo obelisco antico rialzato a Roma. La sistemazione dell’area è legata al progetto di Giuseppe Valadier per il Pincio e piazza del Popolo, mentre una fonte ottocentesca vicina ai fatti attribuisce il trasporto e il restauro all’architetto Marini.
Vale la pena andare all’Obelisco del Pincio con i bambini?
Sì, l’Obelisco del Pincio si raggiunge con una passeggiata pianeggiante lungo viali alberati chiusi al traffico, adatti a passeggini e a bambini che camminano. La sosta davanti al monumento richiede dieci o quindici minuti, e si combina bene con la terrazza panoramica, l’orologio ad acqua e il vicino parco di Villa Borghese, dove si trovano il laghetto, aree gioco e noleggi di biciclette.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
L’Obelisco del Pincio funziona benissimo come tappa intermedia di una giornata costruita sul quadrante settentrionale del centro storico: piazza del Popolo, salita al Pincio, obelisco, terrazza, e poi a scelta l’ingresso in Villa Borghese verso il laghetto e la Galleria oppure la discesa verso Trinità dei Monti e piazza di Spagna. Dedicargli una gita a sé non avrebbe senso, inserirlo in questo percorso invece sì, perché aggiunge dieci minuti e una storia che quasi nessuno degli altri passanti conosce.
Chi mette in fila più tappe in una stessa giornata, incrociando parchi, terrazze panoramiche e musei con orari e prenotazioni diverse, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.
