I Rostri del Foro Romano
I Rostri del Foro Romano sono la tribuna da cui gli oratori parlavano al popolo di Roma. Il nome viene dai rostra, gli speroni di bronzo delle navi da guerra catturate ad Anzio nel 338 avanti Cristo e affissi al parapetto della tribuna come trofeo. La prima tribuna, i Rostra Vetera, sorgeva accanto al Comizio, nell’angolo nord occidentale della piazza; Cesare la fece smontare e ricostruire all’estremità occidentale del Foro, dove il lavoro fu portato a termine sotto Augusto (da qui il nome Rostra Augusti); una terza fase, i Rostra Diocletiani, appartiene alla fine del terzo secolo dopo Cristo. Quello che si vede oggi è soprattutto il nucleo del podio, integrato da un restauro moderno. Qui trovi che cosa resta davvero in piedi, come si distinguono l’Umbilicus Urbis e il Miliarium Aureum (i due monumenti che quasi tutti confondono), che cosa è successo davvero su questa tribuna e da quali punti si vede e si fotografa meglio, compresa la balconata libera del Campidoglio.

Dove si trovano i Rostri del Foro Romano e come arrivare
I Rostri occupano il lato corto occidentale della piazza del Foro Romano, fra l’Arco di Settimio Severo a nord e il Tempio di Saturno a sud, con le pendici del colle capitolino alle spalle. Chi entra nell’area archeologica dal Colosseo e percorre la Via Sacra verso ovest li trova in fondo, sulla destra, come ultimo elemento della piazza prima della salita verso il Campidoglio. Sono un lungo basamento rettilineo alto poco più di tre metri, senza colonne e senza tetto: la ragione per cui la maggior parte dei visitatori ci passa davanti senza accorgersene.
Il punto esatto nella piazza
Per orientarsi bastano tre riferimenti visibili da lontano. L’Arco di Settimio Severo chiude il lato nord. Le otto colonne di granito del Tempio di Saturno chiudono il lato sud. Fra i due, appoggiata al margine occidentale della piazza, corre una muraglia bassa e dritta lunga una ventina di metri: quella è la fronte dei Rostri. Davanti si apre lo spazio libero della piazza forense, dove si alza isolata la colonna onoraria eretta in onore dell’imperatore Foca nel 608 dopo Cristo, l’ultimo monumento aggiunto al Foro antico.
Gli ingressi all’area archeologica
I Rostri stanno dentro l’area recintata del Foro Romano e del Palatino, gestita dal Parco archeologico del Colosseo, e si raggiungono solo con il biglietto dell’area. Gli ingressi utilizzati dal Parco sono quelli di largo della Salara Vecchia su via dei Fori Imperiali, di via della Salara Vecchia verso via del Tulliano, dell’Arco di Tito presso il Colosseo e di via di San Gregorio, che serve soprattutto il Palatino. Il varco più comodo per i Rostri è quello di via della Salara Vecchia, a pochi passi dal Carcere Mamertino: da lì la discesa porta direttamente nel settore occidentale della piazza. Gli accessi attivi cambiano per stagione e per cantieri, quindi conviene controllare la pagina degli ingressi su colosseo.it il giorno prima.
Metropolitana, tram e superficie
La fermata di riferimento è Colosseo, sulla linea B della metropolitana, a cinque o sei minuti a piedi da largo della Salara Vecchia risalendo via dei Fori Imperiali. Da Termini si prende la linea B in direzione Laurentina e si scende alla seconda fermata. La fermata Cavour, sempre linea B, lascia dentro il rione Monti e obbliga a scendere ai Fori per via Cavour e la salita dei Borgia, percorso più lungo e molto più bello. Il tram 8 arriva a piazza Venezia da Trastevere, e da piazza Venezia ai Fori sono altri cinque minuti a piedi.
Sulle linee di superficie serve una cautela. Il cantiere della metropolitana C a piazza Venezia ha modificato più volte i percorsi degli autobus che servivano via dei Fori Imperiali e i capolinea vicini: le deviazioni cambiano nel tempo e un numero di linea imparato a memoria oggi può non valere fra sei mesi. Prima di partire conviene verificare il percorso su atac.roma.it. Per il quadro generale degli spostamenti in città abbiamo una pagina dedicata su come muoversi a Roma. Tutta la zona rientra nella zona a traffico limitato del centro storico e via dei Fori Imperiali è chiusa al traffico privato: i taxi arrivano al massimo a piazza del Colosseo o a piazza Venezia, parcheggi non ce ne sono.
Vedere i Rostri senza biglietto
Esiste un modo gratuito e ottimo di guardarli: la balconata di via del Campidoglio, alle spalle di Palazzo Senatorio, che affaccia sul Foro dall’alto. Ci si arriva salendo la Cordonata Capitolina, attraversando la piazza e girando a sinistra a lato del palazzo comunale; l’accesso è libero e non c’è tornello. Da lassù i Rostri si leggono come pianta: si vede il basamento per intero, si capisce il rapporto con l’Arco di Settimio Severo e con il Tempio di Saturno, si distingue il cilindro di mattoni dell’Umbilicus Urbis. È il punto di vista che consigliamo per primo anche a chi poi entra: dall’alto si capisce dove si sta andando, e una volta in mezzo alle rovine nessuno capisce più niente della pianta.
Che cosa si vede oggi dei Rostri, e che cosa è moderno
Il monumento visibile oggi è in larga parte il nucleo in cementizio e blocchi di tufo del podio, rivestito in antico di marmo e oggi privo di quel rivestimento, più un’integrazione muraria realizzata nei primi decenni del Novecento. Diciamolo chiaramente, perché pochissimi pannelli lo dicono: quando un visitatore guarda il muro dritto dei Rostri e pensa di avere davanti la superficie che vedevano Cicerone o Cesare, si sbaglia. Vede un nucleo antico spogliato e un restauro moderno che ne ha ripreso l’andamento per renderlo leggibile.
Il podio e le sue misure
La tribuna è un lungo basamento rettilineo, con la fronte rivolta verso la piazza e il retro verso il Campidoglio. Le misure che circolano nella letteratura archeologica non coincidono del tutto: la lunghezza del fronte viene data intorno ai ventiquattro metri, la profondità fra i dieci e i dodici, l’altezza poco sopra i tre metri. Le differenze dipendono da che cosa si considera parte del monumento, perché il complesso ha avuto aggiunte e prolungamenti in epoche diverse. Riportiamo l’ordine di grandezza, non una cifra secca: chi scrive una cifra secca su questo monumento, di solito, l’ha copiata.
I fori sulla fronte
Sulla parete frontale si notano due file di cavità rettangolari allineate. La lettura corrente, accolta dalla manualistica, è che fossero gli alloggiamenti dei perni con cui erano fissati i rostri bronzei e, più tardi, altri oggetti onorari. La cautela d’obbligo è che gran parte della superficie oggi visibile appartiene al rifacimento novecentesco, quindi l’allineamento che si fotografa non va preso come un rilievo antico intatto. La stessa cautela vale per il gradino e per la rampa laterale.
Perché si chiamano Rostri: Anzio, 338 avanti Cristo
Il nome dei Rostri viene dagli speroni bronzei delle navi da guerra di Anzio, catturate dai Romani nel 338 avanti Cristo e inchiodate alla tribuna degli oratori come trofeo di guerra. Il rostrum era l’arma principale di una nave antica: un massiccio puntale di bronzo fissato alla prua, sotto la linea di galleggiamento, con cui si speronava il fianco della nave nemica. Toglierlo a una flotta sconfitta e attaccarlo a un muro in mezzo alla piazza politica di Roma era un gesto di una brutalità molto precisa.
La battaglia e la fonte
La vicenda si colloca alla fine della guerra latina, quando Anzio, città dei Volsci sul litorale a una cinquantina di chilometri da Roma, fu piegata dal console Gaio Menio. Livio, nell’ottavo libro, racconta che parte delle navi antiati fu bruciata e che con i rostri delle altre si decise di ornare la tribuna eretta nel Foro, che da quel momento prese il nome di Rostra. Livio scrive però tre secoli dopo i fatti: la notizia è coerente e nessuno la mette seriamente in discussione, ma resta una ricostruzione annalistica, non un verbale.
Una parola diventata un luogo
Il passaggio interessante è linguistico. Rostra è un plurale neutro che significa semplicemente "i becchi", "gli speroni", e nel giro di poche generazioni smette di indicare gli oggetti appesi e passa a indicare il posto dove sono appesi. In latino classico "salire sui Rostri" vuol dire prendere la parola in pubblico, punto. È lo stesso meccanismo per cui oggi si dice "andare in tribuna" senza pensare al legno. Quando Cicerone usa la parola non pensa al bronzo: pensa alla scena politica.
Le colonne rostrate, parenti strette
Lo stesso trofeo navale ornava anche colonne onorarie isolate, le columnae rostratae, decorate con file di speroni sporgenti dal fusto. La più famosa fu quella eretta per Gaio Duilio dopo la vittoria navale di Milazzo del 260 avanti Cristo, nella prima guerra punica. Il pezzo che se ne conserva è una replica di età imperiale dell’iscrizione, ed è esposta al Palazzo dei Conservatori dentro i Musei Capitolini: chi vuole vedere come si scriveva una vittoria navale in latino arcaico la trova lì, a duecento metri dalla tribuna.
I Rostra Vetera e il Comizio: dove stava la tribuna prima di Cesare
Fino alla metà del primo secolo avanti Cristo la tribuna degli oratori si trovava all’estremità nord occidentale della piazza, sul bordo del Comizio, cioè dello spazio circolare dove si riuniva l’assemblea del popolo davanti alla Curia. Quella era la posizione originaria, quella dei Rostra Vetera, i "Rostri vecchi", e cambia completamente il senso della scena: chi parlava dalla tribuna antica aveva il Comizio davanti e la piazza di lato.
Che cosa era il Comizio
Il Comizio era un’area consacrata, di forma all’incirca circolare e a gradoni, addossata alla Curia, dove si tenevano le assemblee dei cittadini, i processi popolari e le sedute in cui il magistrato interrogava il popolo. Il suo spazio oggi si riconosce a fatica, compresso fra la Curia Iulia e l’Arco di Settimio Severo, e in superficie ne emerge soprattutto la copertura moderna del Lapis Niger, il lastricato di marmo nero che protegge un sacello arcaico con un cippo iscritto in latino antichissimo. Quel cippo è uno dei documenti epigrafici più antichi di Roma, e si trova a pochi metri da dove sorgevano i Rostra Vetera.
Perché Cesare la spostò
Lo spostamento non fu un fatto di arredo urbano. La tribuna vecchia legava l’oratore all’assemblea ristretta del Comizio e alla Curia, cioè al Senato; portarla al lato corto occidentale della piazza significava girare l’oratore verso lo spazio aperto, dove sta la folla che non vota per tribù ma ascolta e reagisce. Gli studiosi discutono quanto di questa operazione fosse deliberata strategia politica e quanto conseguenza tecnica della costruzione della nuova Curia e del nuovo foro monumentale che Cesare stava aprendo a nord della piazza. Le due letture non si escludono. La geometria, comunque, cambiò: da tribuna del Comizio a palco della piazza.
I Rostra Augusti: il cantiere iniziato da Cesare e finito da Augusto
La tribuna che si vede oggi è il monumento avviato da Cesare all’estremità occidentale della piazza forense e portato a compimento negli anni successivi alla sua morte, sotto Augusto: per questo la letteratura archeologica la chiama Rostra Augusti. Cesare fu ucciso alle idi di marzo del 44 avanti Cristo, quindi non vide finito quasi niente di ciò che aveva messo in cantiere nel Foro.
La seconda tribuna, quella del tempio di Cesare
All’estremità opposta della piazza, davanti al tempio dedicato a Cesare divinizzato, esisteva una seconda tribuna, i Rostra ad Divi Iulii, ricavata nel podio del tempio e anch’essa decorata con rostri di navi, secondo la tradizione quelli catturati ad Azio. Le due tribune si guardavano da un capo all’altro del Foro. Che funzionassero davvero insieme lo dimostra il funerale di Augusto nel 14 dopo Cristo: Cassio Dione racconta che furono pronunciati due elogi, uno da ciascuna delle due tribune.
I Rostra Diocletiani e l’ultima stagione della tribuna
L’assetto finale dei Rostri risale alla fine del terzo secolo dopo Cristo, dopo l’incendio che colpì il Foro sotto Carino e il grande cantiere di restauro di età dioclezianea: da qui il nome Rostra Diocletiani usato per l’ultima fase. È l’assetto di cui si conserva il basamento visibile oggi.
Le cinque colonne dei Decennali
Sul piano della tribuna, o immediatamente dietro, furono innalzate cinque colonne onorarie con statue, legate alle celebrazioni della tetrarchia. Di quel gruppo si conserva un basamento scolpito, noto come base dei Decennali, con la scena di un sacrificio; chi cerca il monumento nel Foro lo trova in prossimità dei Rostri, e va guardato da vicino perché i rilievi sono leggibili. Le cinque colonne compaiono anche in un rilievo famoso, il fregio dell’Arco di Costantino che raffigura l’imperatore mentre parla dai Rostri: è la migliore fotografia antica che abbiamo di questo monumento in funzione.
I Plutei traianei
Due grandi parapetti marmorei scolpiti, noti come Plutei traianei o Anaglypha, furono trovati nell’area centrale del Foro e sono oggi esposti dentro la Curia Iulia, che si visita con lo stesso biglietto dell’area. Uno dei due mostra un imperatore che parla da una tribuna, con sullo sfondo la fila degli edifici del Foro. Sono la fonte figurata più utile per immaginare i Rostri con il loro rivestimento e con la folla davanti: cinque minuti dentro la Curia valgono più di mezz’ora di pannelli.
I Rostri detti Vandalici
Un’iscrizione di età tardoantica, riferita a un prefetto urbano e a una vittoria navale sui Vandali intorno al 470 dopo Cristo, ha fatto attribuire il nome di Rostra Vandalica a un settore del complesso, secondo alcuni studiosi la tribuna orientale riusata. L’attribuzione è discussa e non tutti gli archeologi la accettano nella stessa forma. La riportiamo perché il nome ricorre nelle guide, segnalando che si tratta di un’ipotesi e non di un dato acquisito.
Umbilicus Urbis e Miliarium Aureum: due monumenti diversi, ai due capi dei Rostri
Accanto ai Rostri del Foro Romano si trovano i resti di due monumenti simbolici che quasi tutti confondono fra loro: l’Umbilicus Urbis Romae, l’ombelico della città, e il Miliarium Aureum, la colonna miliaria dorata fatta collocare da Augusto. Sono due cose distinte, con due funzioni distinte, e stanno alle due estremità opposte della tribuna. Vanno anche presi con una pinza: l’identificazione dei resti oggi visibili con l’uno e con l’altro monumento è discussa, e nessuna delle due attribuzioni è provata in modo definitivo.
L’Umbilicus Urbis Romae
L’Umbilicus Urbis è la struttura circolare in muratura di mattoni, a gradoni, che si vede all’estremità settentrionale dei Rostri, sul lato dell’Arco di Settimio Severo. Era il centro simbolico della città, il punto che ne rappresentava l’ombelico: un’idea religiosa e cerimoniale, non una misura geografica. La forma in laterizio oggi visibile è quella di un rifacimento tardo, di età severiana o successiva, e conserva tracce del rivestimento marmoreo perduto. Nella letteratura antiquaria è stato spesso messo in relazione con il Mundus, il pozzo rituale che secondo la tradizione metteva in comunicazione la città con il mondo sotterraneo; la connessione è una proposta interpretativa, non un fatto documentato.
Il Miliarium Aureum
Il Miliarium Aureum è un monumento diverso, e di funzione pratica oltre che simbolica: una colonna rivestita di bronzo dorato fatta erigere da Augusto intorno al 20 avanti Cristo, quando assunse la sovrintendenza sulle strade, e recante secondo le fonti l’indicazione delle distanze delle principali città dell’impero. Cassio Dione e Plinio il Vecchio la ricordano, e Tacito la cita come punto di riferimento topografico nel racconto dei fatti del 69 dopo Cristo. Il frammento marmoreo cilindrico che oggi le viene attribuito si trova all’estremità meridionale dei Rostri, verso il Tempio di Saturno: è un pezzo di fusto decorato, non una colonna intera, e il suo rapporto con il monumento augusteo è oggetto di discussione fra gli studiosi.
Come non confonderli, sul posto
La regola pratica è di posizione. Guardando i Rostri dalla piazza, con l’Arco di Settimio Severo alla propria destra: l’Umbilicus è il cilindro di mattoni sulla destra, verso l’arco; il frammento attribuito al Miliarium è il pezzo di marmo scanalato sulla sinistra, verso le colonne del Tempio di Saturno. Uno è grande, rossiccio e riconoscibile da lontano. L’altro è piccolo, chiaro e quasi sempre scambiato per un rocchio di colonna caduto. Chi visita con un gruppo scopre che questa è la spiegazione che si ricorda meglio, perché è l’unica volta in cui due monumenti si distinguono contando a destra e a sinistra.
Perché si fa confusione
La confusione ha tre cause che si sommano. La prima è che entrambi i monumenti hanno un significato di "centro": ombelico della città il primo, origine ideale delle strade il secondo, e nella divulgazione i due concetti si sovrappongono. La seconda è la vicinanza fisica, pochi metri sullo stesso lato della piazza. La terza è che le attribuzioni archeologiche sono state proposte nell’Ottocento e riviste più volte nel Novecento, con autori che hanno suggerito di scambiarle o di riferire i resti ad altro. Una pagina onesta su questo argomento deve dire che l’identificazione è probabile e non certa.
Le distanze non si misuravano da qui
Va detta anche una cosa che smonta una convinzione diffusa. Il modo di dire secondo cui tutte le strade portano a Roma e tutte le distanze si contano dal Miliario d’Oro è un’immagine tarda: nella pratica stradale romana le miglia sulle grandi consolari si contavano dalle porte della città, non da un punto in mezzo al Foro. Il Miliarium Aureum funzionava come monumento riassuntivo e propagandistico dell’impero viario, non come caposaldo topografico da cui partivano le misure. Chi vuole vedere come funzionava davvero una consolare con i suoi miliari trovi un’ora e vada sulla Appia Antica.
Biglietti, orari e accesso: che cosa possiamo dirti e che cosa devi verificare
I Rostri non hanno un biglietto proprio: si vedono entrando nell’area archeologica del Foro Romano e del Palatino, che fa capo al Parco archeologico del Colosseo. Su tariffe, fasce di riduzione, orari stagionali e giorni di chiusura non riportiamo cifre in questa pagina, perché il Parco le aggiorna con frequenza e una cifra sbagliata pubblicata qui farebbe danno: i riferimenti da aprire prima di partire sono colosseo.it e la piattaforma ufficiale di vendita dei biglietti del Parco.
Che cosa conviene controllare
Tre cose, nell’ordine. L’orario di chiusura del giorno scelto, perché segue la stagione e l’ultimo ingresso è anticipato rispetto alla chiusura. Il tipo di titolo, perché le formule del Parco cambiano nel tempo e alcune comprendono il Colosseo mentre altre coprono Foro, Palatino e Fori Imperiali. La disponibilità oraria, perché gli ingressi sono contingentati e nei mesi di punta le fasce del mattino si esauriscono con giorni di anticipo. Chi arriva senza prenotazione in aprile o a ottobre rischia di trovare solo fasce pomeridiane.
Accessibilità e terreno
L’area intorno ai Rostri è in parte su percorsi attrezzati e in parte su basolato antico, sconnesso e in pendenza, con dislivelli e ghiaia. Il Parco archeologico del Colosseo pubblica sul proprio sito le mappe dei percorsi accessibili e un contatto per l’assistenza alla visita, e la percorribilità cambia con i cantieri in corso: chi ha esigenze specifiche scriva prima. Per chi non entra, la balconata di via del Campidoglio è pianeggiante e raggiungibile senza scalini passando da via delle Tre Pile invece che dalla Cordonata.
Una curiosità su I Rostri del Foro Romano
La curiosità più solida sui Rostri del Foro Romano riguarda il nome: è l’unico monumento della piazza che prende nome da un pezzo di bottino militare attaccato a un muro. Non dal costruttore, non dalla divinità, non dalla funzione. Dagli speroni di bronzo di una flotta sconfitta nel 338 avanti Cristo.
Un trofeo che diventa toponimo
Nel Foro quasi tutto porta il nome di qualcuno o di qualcosa di sacro: il Tempio di Saturno, la Basilica Emilia, la Curia Iulia, l’Arco di Settimio Severo. I Rostri no. Il loro nome è il plurale di un oggetto, e per di più di un oggetto preso al nemico. Se si traducesse alla lettera, i Romani andavano a parlare in pubblico "sugli speroni". Nessuna città moderna chiamerebbe il proprio parlamento con il nome dei rottami di una flotta nemica.

Una cosa che non ti dice nessuno su I Rostri del Foro Romano
La cosa che quasi nessuna guida dice sui Rostri del Foro Romano è che il muro dritto che i visitatori fotografano è in larghissima parte un rifacimento dei primi decenni del Novecento, costruito sopra e intorno al nucleo antico per rendere leggibile un monumento che gli scavi avevano restituito spogliato e in gran parte demolito.
Che cosa è successo davvero al monumento
Il Foro è stato una cava di materiale per secoli. Marmi, bronzi, blocchi squadrati: tutto quello che era asportabile è stato asportato, riusato nelle chiese, nei palazzi, nelle calcare per farne calce. I Rostri, che erano rivestiti di marmo e carichi di metallo, hanno subito questo trattamento più di altri edifici proprio perché erano ricchi di materiale pregiato e bassi, quindi facili da smontare. Quello che gli scavi otto novecenteschi hanno trovato era il nucleo, non il monumento.
Perché è stato ricostruito così
La campagna di scavo condotta nel Foro a cavallo fra Ottocento e Novecento, legata al nome di Giacomo Boni, ha riportato alla luce questo settore della piazza insieme al Lapis Niger. La scelta di allora, coerente con la cultura del restauro del tempo, fu di integrare le strutture per restituire al pubblico una forma comprensibile. Oggi il criterio sarebbe diverso e si distinguerebbe meglio l’antico dall’integrazione, con materiali o giunti riconoscibili. Il risultato è un monumento che si legge bene e che dice di sé meno di quanto sembri.
Come distinguere, a occhio, antico e moderno
Un criterio pratico esiste e funziona in buona parte del Foro. La muratura antica in cementizio mostra scaglie di materiale eterogeneo, irregolari e di dimensioni diverse, con malta grossolana e superficie sfrangiata. Le integrazioni moderne hanno corsi più regolari, malta più uniforme e spigoli netti. Non è una regola infallibile, perché anche i restauri antichi si distinguono a fatica fra loro, ma guardare la tessitura della malta insegna più di qualsiasi pannello. Ed è un esercizio che poi si porta dietro in tutto il resto dell’area, dalla Basilica di Massenzio al Tempio di Antonino e Faustina.
Il consiglio che ti do per visitare I Rostri del Foro Romano
Il consiglio operativo sui Rostri del Foro Romano è di vederli due volte nella stessa visita: prima dall’alto, dalla balconata libera di via del Campidoglio alle spalle di Palazzo Senatorio, e poi da vicino entrando nell’area archeologica. Sono dieci minuti in più e cambiano completamente la comprensione del monumento.
Prima dall’alto, poi dentro
Dalla balconata capitolina la piazza forense si legge come una pianta: si vede la linea dei Rostri, la sua posizione rispetto all’Arco di Settimio Severo e al Tempio di Saturno, il cilindro di mattoni dell’Umbilicus, la colonna di Foca isolata in mezzo allo spazio vuoto. Una volta scesi fra le rovine, quella geometria sparisce: a livello del terreno il Foro è una selva di muri bassi in cui nessuno capisce dove sia il centro. Chi sale prima entra sapendo che cosa cerca. Chi entra e basta, di solito, davanti ai Rostri non si ferma nemmeno.
L’ordine di visita che consigliamo
Per un gruppo con mezza giornata a disposizione l’ordine che funziona meglio è: Cordonata Capitolina, piazza del Campidoglio, balconata su via del Campidoglio con la lettura del Foro dall’alto, discesa verso via della Salara Vecchia, ingresso nell’area, settore occidentale con Rostri, Umbilicus e Tempio di Saturno, poi Curia con i Plutei, poi Via Sacra verso l’Arco di Tito. In senso inverso, partendo dal Colosseo, ai Rostri si arriva dopo un’ora e mezza di cammino e con l’attenzione già consumata.
Che cosa guardare davvero, una volta lì
Tre cose, e in questo ordine. La fronte con le cavità di alloggiamento, per capire come era apparecchiato il parapetto. L’innesto della scala laterale, per capire da dove saliva l’oratore. La distanza fra la tribuna e il punto in cui si fermava la folla, che è quella di un comizio di piazza e non di un’assemblea al chiuso: sono venti, trenta metri di spazio libero, e spiegano perché un oratore romano doveva avere la voce che aveva.
Quando andarci
Il momento migliore è la prima fascia oraria del mattino, per due ragioni: la luce arriva da est e illumina frontalmente la fronte dei Rostri, e il flusso dei gruppi organizzati non ha ancora raggiunto il settore occidentale, che di solito si riempie a metà mattina. La seconda scelta sono le ultime due ore prima della chiusura, con luce più calda ma radente. Mezzogiorno è il peggior compromesso possibile: caldo, ombre corte, piazza piena.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo e poco citato è che dai Rostri non si votava: si parlava. L’assemblea deliberante romana funzionava altrove e con altre regole, e la tribuna serviva alla contio, la riunione in cui un magistrato convocava i cittadini per informarli, per argomentare, per attaccare un avversario. Nessuna votazione, nessuna decisione presa sul posto.
Contio e comizi, due cose diverse
Nella contio il popolo ascoltava e reagiva, ma non era organizzato nelle unità di voto. Quando si trattava di votare, i cittadini si disponevano per tribù o per centurie, in spazi e tempi diversi: nel Comizio, sul Campo Marzio, più tardi nei Saepta. La distinzione sembra tecnica e invece spiega la storia politica della repubblica: il lavoro di convincimento si faceva in un luogo e la decisione si prendeva in un altro, spesso a giorni di distanza, e in mezzo c’era tutto lo spazio per trattative, minacce e ripensamenti.
Chi poteva salire
Sulla tribuna non saliva chi voleva. La contio era convocata da un magistrato, che dava la parola a chi decideva lui. Un privato cittadino non aveva diritto di parola pubblica: la otteneva se un tribuno o un console lo faceva salire. È il motivo per cui il tribunato della plebe, che convocava assemblee proprie, fu per secoli lo strumento politico più temuto di Roma: dava accesso al microfono.
La conseguenza sul terreno
Questa struttura spiega anche la forma del monumento. Una tribuna lunga e stretta, alta tre metri, senza sedute per il pubblico e senza protezione dalle intemperie, serve a una cosa sola: a far vedere e sentire una persona da una piazza in piedi. Non è un’aula. Il Foro assembleare romano aveva il suo luogo chiuso nella Curia, riservata ai senatori, e il suo luogo aperto qui davanti, per tutti gli altri. La pianta del potere si legge sul terreno.
La foto giusta da fare a I Rostri del Foro Romano
La fotografia che rende i Rostri del Foro Romano è quella dall’alto, dalla balconata di via del Campidoglio, con la tribuna in primo piano a sinistra, l’Arco di Settimio Severo che chiude a destra e la colonna di Foca isolata nello spazio della piazza: è l’unica inquadratura che restituisce insieme il monumento e la sua funzione, cioè lo spazio vuoto che aveva davanti.
Dalla balconata capitolina
Il punto è gratuito e aperto, e si raggiunge dalla piazza del Campidoglio girando a lato di Palazzo Senatorio. Si guarda verso est, quindi la luce del tardo pomeriggio arriva da dietro le spalle e illumina la piazza forense; al mattino presto, invece, si fotografa controluce e serve esporre sulle alte luci accettando ombre chiuse. Con un obiettivo intorno ai 35 millimetri in equivalente pieno formato si tiene tutta la sequenza dei monumenti; con un 70 o 85 si isola la tribuna con l’arco alle spalle. Il parapetto è alto e continuo: è un appoggio stabile per scatti al crepuscolo senza treppiede.
Da dentro l’area
Dal basso la fotografia migliore si fa di tre quarti, mettendosi nella piazza forense a una ventina di metri dalla fronte, leggermente spostati verso l’Arco di Settimio Severo. Si ottiene la lunghezza del basamento in prospettiva invece che un muro piatto, e in campo entrano l’Umbilicus e le colonne del Tempio di Saturno. La luce frontale del mattino stacca i piani; quella di mezzogiorno appiattisce tutto. Chi ha un teleobiettivo lo usi per i particolari della muratura e per le cavità della fronte, che a occhio nudo passano inosservate.
Regole del Parco e buon senso
La fotografia amatoriale senza treppiede è consentita nelle aree del Parco archeologico del Colosseo; per treppiedi, riprese professionali, droni e servizi commerciali servono autorizzazioni e valgono regolamenti specifici, da chiedere in anticipo agli uffici del Parco. I droni sul centro storico di Roma sono comunque soggetti alle limitazioni dello spazio aereo: la risposta breve è che non si fanno. Chi lavora con una troupe organizzi il permesso settimane prima, non il giorno stesso.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Sui Rostri del Foro Romano si sono svolti alcuni dei fatti più duri della storia romana, e vanno raccontati con sobrietà e con l’indicazione delle fonti, perché su questa tribuna la tradizione letteraria è abbondante, tarda e spesso schierata.
Le teste dei proscritti
Durante le guerre civili la tribuna fu usata come luogo di esposizione delle teste dei nemici politici uccisi. Accadde nell’87 avanti Cristo, quando fra le vittime ci fu l’oratore Marco Antonio, nonno del triumviro, e accadde su larga scala con le proscrizioni sillane dell’82 e con quelle del secondo triumvirato. Il senso dell’atto era di annullare l’avversario nel luogo stesso in cui aveva parlato: si toglieva la voce e poi si metteva il corpo dove la voce si era sentita.
Cicerone, dicembre del 43 avanti Cristo
Il caso più noto è quello di Marco Tullio Cicerone, ucciso nel dicembre del 43 avanti Cristo durante le proscrizioni del secondo triumvirato. Plutarco e Appiano raccontano che la testa e le mani furono portate a Roma ed esposte sui Rostri, e Cassio Dione aggiunge il particolare di Fulvia che trafigge la lingua con uno spillone. Queste fonti scrivono fra uno e due secoli e mezzo dopo i fatti e appartengono a una tradizione ostile ad Antonio: il nucleo dell’esposizione è largamente accolto dagli storici, i dettagli di crudeltà vanno presi come racconto e non come cronaca.
Il funerale di Cesare, marzo del 44 avanti Cristo
Dopo le idi di marzo il corpo di Cesare fu portato nel Foro e Marco Antonio pronunciò l’elogio funebre. Sulla natura di quel discorso le fonti antiche divergono: Svetonio riferisce che Antonio fece leggere da un araldo i decreti e il giuramento di fedeltà, aggiungendo pochissime parole di suo; Appiano ne dà invece una versione ampia e concitata. Il discorso che quasi tutti hanno in mente, con l’attacco agli amici e ai concittadini, è quello scritto da Shakespeare alla fine del Cinquecento sulla scorta di Plutarco. È letteratura, e nessuna fonte antica lo riporta in quella forma.
Due elogi per il funerale di Augusto
Nel 14 dopo Cristo, per le esequie di Augusto, furono pronunciati due discorsi da due tribune diverse della stessa piazza, secondo il racconto di Cassio Dione: uno dai Rostri occidentali, l’altro dalla tribuna ricavata davanti al tempio di Cesare divinizzato. L’episodio è la prova migliore che nel Foro di età imperiale le tribune funzionavano in coppia.
Costantino parla dai Rostri
Il fregio dell’Arco di Costantino con la scena della oratio mostra l’imperatore che si rivolge al popolo dalla tribuna, con le cinque colonne dioclezianee alle spalle e gli archi che chiudono la piazza ai lati. È una testimonianza figurata dei primi decenni del quarto secolo, e certifica che a quella data i Rostri erano ancora in uso come luogo del discorso pubblico.
Chi è passato da I Rostri del Foro Romano
Dai Rostri del Foro Romano è passata, nell’arco di sette secoli, la quasi totalità della classe politica romana: consoli, tribuni della plebe, generali al ritorno dalle campagne, imperatori. La tribuna era il luogo in cui si diventava una voce pubblica, e attraversarne l’elenco significa attraversare la storia della repubblica e del principato.
Gli oratori della repubblica
I nomi che la tradizione lega a questa tribuna sono quelli dei grandi oratori: i Gracchi, che da qui portarono al popolo le proposte agrarie negli anni Trenta e Venti del secondo secolo avanti Cristo; Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla nelle fasi opposte della guerra civile; Marco Tullio Cicerone, che sulla tribuna costruì la propria carriera e su di essa finì esposto. Molte delle orazioni che si studiano a scuola nacquero come discorsi da pronunciare in questo spazio, davanti a una folla in piedi.
Cesare e le donne di famiglia
Un episodio meno noto riguarda Cesare giovane. Plutarco e Svetonio raccontano che pronunciò dalla tribuna l’elogio funebre della zia Giulia e poi quello della moglie Cornelia, e che la seconda cosa fu un’innovazione, perché l’elogio pubblico dal Foro era riservato alle matrone anziane. Cesare lo trasformò in un atto politico: parlare di una morte privata davanti a tutta la città era un modo di ricordare la parentela con Mario e di presentarsi.
Gli imperatori
In età imperiale la tribuna resta il luogo dei discorsi ufficiali, degli annunci e degli elogi funebri della casa regnante. Tiberio vi parlò per Augusto, e i rilievi dei Plutei conservati nella Curia mostrano un imperatore che parla al popolo da una tribuna del Foro. Con lo spostamento del baricentro politico verso il Palatino e, più tardi, verso altre residenze imperiali, il Foro perde la funzione di sede del confronto e la conserva come scenografia solenne.
Che cosa vedere intorno ai Rostri, in ordine di distanza
I Rostri occupano il centro della più alta concentrazione di monumenti antichi di Roma, e nel raggio di dieci minuti a piedi si trova materiale per due giorni di visita.
Dentro l’area archeologica
Con lo stesso biglietto si vedono la Curia Iulia con i Plutei, il Tempio di Saturno, l’Arco di Settimio Severo, la Basilica di Massenzio, il Tempio di Antonino e Faustina, la chiesa di Santa Maria Antiqua con i suoi affreschi altomedievali e, in salita, il Palatino fino all’Arco di Tito.
A cinque minuti
Fuori dalla recinzione, sul versante capitolino, ci sono il Carcere Mamertino con la chiesa di San Pietro in Carcere, la scalinata di Santa Maria in Aracoeli, i Musei Capitolini con le gallerie del Tabularium e il complesso del Vittoriano, con l’Ala Brasini che ospita le mostre. Sul lato opposto di via dei Fori Imperiali si allineano il Foro di Traiano, la Colonna Traiana, i Mercati di Traiano e il Museo dei Fori Imperiali.
A un quarto d’ora
Verso sud il Circo Massimo, il Foro Boario con il Tempio di Portuno e la salita all’Aventino. Verso il Colosseo la Domus Aurea e il Ludus Magnus. Verso il Campo Marzio il Teatro di Marcello, l’area sacra di largo Argentina e la Crypta Balbi. Chi vuole capire il contesto delle statue e delle epigrafi che nel Foro mancano lo trova al Palazzo Massimo alle Terme.
Dove mangiare vicino ai Rostri senza finire in trappola
Intorno al Foro Romano la densità di locali pensati per chi passa una volta sola è la più alta di Roma, e su questo sito non pubblichiamo nomi di ristoranti: le insegne cambiano gestione, qualità e prezzi nel giro di pochi mesi, mentre i criteri per riconoscere un posto serio restano gli stessi. Insegniamo a scegliere, non consigliamo una porta.
I cinque segnali che indicano una trappola
Il primo è la signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente sul marciapiede: è un richiamo pubblicitario rivolto a chi passa, non il segno di una cucina. Il secondo è il menu con le fotografie dei piatti, che serve a chi non legge l’italiano e non deve fare domande. Il terzo è l’acchiappino sulla porta che invita a sedersi: un locale con clientela propria non ha bisogno di fermare la gente per strada. Il quarto è l’orario continuato dalla mattina a notte fonda, senza pausa fra pranzo e cena: una cucina che lavora sul serio si ferma. Il quinto è la posizione davanti al monumento famoso, dove il listino tende ad adattarsi al turista che si ha davanti, con voci non prezzate e differenze fra il servizio al tavolo esterno e quello interno.
Le catene del centro
Negli ultimi anni nel centro storico si sono moltiplicati i locali a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città e la fila col numerino sulla porta. Non ne facciamo il nome e non li consigliamo. Basta l’osservazione di fatto: i romani non ci vanno, e in coda davanti a quelle porte non si sente parlare romano.
Il criterio più semplice che esista
Guarda chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone del posto che ordinano in italiano senza guardare il menu, il locale ha una clientela abituale e non vive del passaggio. Se ai tavoli ci sono soltanto stranieri con lo zaino e la mappa, il locale vive di chi passa una volta e non tornerà. Funziona a qualunque ora, in qualunque quartiere, senza bisogno di recensioni.
Allontanarsi di duecento metri
Uscire di duecento o trecento metri dal recinto archeologico cambia il prezzo medio e la qualità più di qualunque altra scelta: dieci minuti a piedi verso il rione Monti, oltre via Cavour, bastano a lasciare la fascia dei locali di passaggio. Per chi vuole un punto di partenza già filtrato, Daniele Dezi tiene una raccolta di indirizzi romani, curata e non sponsorizzata, nella sua lista personale di Daniele Dezi su Google Maps. Il quadro generale della ristorazione romana per zone lo abbiamo raccolto nella pagina dove mangiare a Roma, e per i banchi storici c’è quella sui mercati di Roma.
Domande frequenti sui Rostri del Foro Romano
Che cosa sono i Rostri del Foro Romano?
I Rostri del Foro Romano sono la tribuna da cui gli oratori parlavano al popolo, collocata sul lato occidentale della piazza forense fra l’Arco di Settimio Severo e il Tempio di Saturno. Il nome viene dai rostri bronzei delle navi catturate ad Anzio nel 338 avanti Cristo e affissi al parapetto. La tribuna nacque presso il Comizio e fu spostata qui da Cesare, con i lavori completati sotto Augusto.
Serve un biglietto per vedere i Rostri del Foro Romano?
Per vedere i Rostri del Foro Romano da vicino serve il biglietto dell’area archeologica del Foro Romano e del Palatino, gestita dal Parco archeologico del Colosseo, perché la tribuna si trova dentro il recinto. Tariffe, riduzioni e formule cambiano con frequenza e vanno verificate su colosseo.it. Dall’alto, invece, si vedono gratis dalla balconata di via del Campidoglio, alle spalle di Palazzo Senatorio, dove l’accesso è libero.
Dove si trovano esattamente i Rostri nel Foro Romano?
I Rostri si trovano all’estremità occidentale della piazza del Foro Romano, addossati alle pendici del Campidoglio, con l’Arco di Settimio Severo a nord e il Tempio di Saturno a sud. Si riconoscono come un lungo basamento rettilineo alto poco più di tre metri, davanti al quale si apre lo spazio libero della piazza con la colonna di Foca. L’ingresso più vicino è quello di via della Salara Vecchia.
Che differenza c’è fra l’Umbilicus Urbis e il Miliarium Aureum?
L’Umbilicus Urbis Romae e il Miliarium Aureum sono due monumenti distinti posti alle due estremità dei Rostri del Foro Romano. L’Umbilicus è la struttura circolare in mattoni sul lato dell’Arco di Settimio Severo e rappresentava il centro simbolico della città. Il Miliarium era la colonna dorata fatta erigere da Augusto con le distanze delle città dell’impero, e i resti attribuiti si trovano verso il Tempio di Saturno. Entrambe le identificazioni sono discusse.
È vero che sui Rostri veniva esposta la testa di Cicerone?
Le fonti antiche riferiscono che la testa e le mani di Cicerone furono esposte sui Rostri del Foro Romano dopo la sua uccisione, nel dicembre del 43 avanti Cristo, durante le proscrizioni del secondo triumvirato. Lo raccontano Plutarco e Appiano, ai quali Cassio Dione aggiunge dettagli più crudi. Sono autori tardi rispetto ai fatti e legati a una tradizione ostile ad Antonio: l’esposizione è accolta dagli storici, i particolari vanno presi con prudenza.
Quanto tempo serve per visitare i Rostri e il Foro Romano?
Per i Rostri del Foro Romano bastano dieci o quindici minuti, compreso il giro intorno all’Umbilicus Urbis e la sosta davanti alla base dei Decennali. Per il Foro Romano e il Palatino insieme servono da due ore e mezza a tre ore e mezza camminando con calma. Chi aggiunge il Colosseo nello stesso giorno metta in conto l’intera giornata e cominci dal monumento che gli interessa di più.
I Rostri del Foro Romano sono accessibili a chi ha difficoltà motorie?
L’area dei Rostri del Foro Romano si raggiunge in parte su percorsi attrezzati e in parte su basolato antico sconnesso, con pendenze e tratti in ghiaia. Il Parco archeologico del Colosseo pubblica mappe dei percorsi accessibili e un contatto per l’assistenza, e la percorribilità cambia con i cantieri in corso, quindi conviene scrivere prima della visita. Chi non entra può guardare la tribuna dalla balconata capitolina, pianeggiante e a ingresso libero.
La visita ai Rostri funziona con i bambini?
I Rostri del Foro Romano funzionano con i bambini se si racconta la storia dei rostri strappati alle navi di Anzio e inchiodati al muro: un trofeo di guerra è un’immagine che si capisce a qualunque età. Il Foro nel suo insieme chiede però due o tre ore di cammino su terreno sconnesso e quasi senza ombra, quindi d’estate conviene entrare alla prima fascia del mattino e portare acqua.
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