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Le feste dell’antica Roma: il calendario e i luoghi

Nei calendari dipinti che i romani affiggevano nei fori, i giorni segnati come feriae pubbliche superano il centinaio, e con i cicli di giochi si arriva a coprire buona parte dell’anno. Non erano vacanze: erano giorni in cui non si potevano trattare cause e comizi perché la città doveva a una divinità un atto preciso, in un luogo preciso. Ed è questo che rende il calendario romano interessante per chi cammina oggi per Roma: quasi ogni festa aveva un indirizzo. I Lupercalia partivano da una grotta alle pendici del Palatino, i Consualia da un altare sepolto sotto la pista del Circo Massimo, i Saturnali davanti al tempio di Saturno nel Foro Romano, e per otto giorni in giugno le Vestali aprivano alle matrone il sacrario del tempio di Vesta. Molti di quei luoghi sono ancora lì.

Le righe che seguono percorrono l’anno romano mese per mese, indicando ogni volta tre cose: che cosa dicono le fonti antiche, dove si svolgeva il rito, che cosa se ne vede oggi. Con un avvertimento. Questa materia è fra le più inquinate della divulgazione storica: fra Ottocento e Novecento si è costruita una catena di corrispondenze fra feste antiche e feste moderne, dai Lupercalia a San Valentino, dai Saturnali al Natale, dalle Matronalia all’otto marzo, che circola ancora come dato acquisito e che nella quasi totalità dei casi non trova appoggio nelle fonti. Dove il dato è solido lo si dice; dove è ipotesi discussa fra studiosi lo si segnala; dove è invenzione tarda lo si scrive. Un capitolo apposito, in coda, mette in fila le corrispondenze più ripetute.

Come funzionava il calendario romano

Il calendario romano contava 355 giorni nella versione pregiuliana e 365 dopo la riforma di Giulio Cesare del 46 avanti Cristo, e fissava le feste a date contate rispetto a tre snodi mensili, non a numeri progressivi. Senza quel meccanismo metà delle notizie sulle feste romane risulta incomprensibile.

Kalendae, Nonae, Idus e le lettere dei giorni

Le Kalendae erano il primo giorno del mese, e da esse viene la parola calendario; le Nonae cadevano il 5 o il 7, le Idus il 13 o il 15, a seconda del mese, e corrispondevano in origine al plenilunio. I giorni intermedi si contavano all’indietro rispetto allo snodo successivo: il nostro 14 marzo era il pridie Idus Martias. I romani evitavano poi i giorni pari per iniziare qualcosa, ed è per questo che i Lemuria cadono il 9, l’11 e il 13 maggio.

Accanto a ogni giorno i calendari riportano una lettera: F per fastus, giorno in cui il pretore poteva amministrare la giustizia, N per nefastus, C per comitialis, quando si potevano tenere anche i comizi. La sigla NP, la cui interpretazione è ancora discussa e che di solito si scioglie come nefastus publicus, marca le grandi feste pubbliche. C’è poi un dettaglio grafico che vale più di molti commenti antichi: alcune feste sono scritte in lettere grandi, e gli studiosi vi riconoscono lo strato più antico del calendario. Lupercalia, Quirinalia, Parilia, Vestalia, Consualia, Saturnalia, Lemuria, Fordicidia e Liberalia sono tutte in lettere grandi; i Ludi Apollinares o i Megalesia, entrati nel calendario fra terzo e secondo secolo avanti Cristo, no.

Le feriae stativae avevano data fissa, le feriae conceptivae erano mobili e annunciate ogni anno da un magistrato, come i Compitalia e le Feriae Latinae, le feriae imperativae venivano proclamate una volta sola per un motivo specifico. Distinguerle evita l’errore più comune della divulgazione, che è assegnare una data secca a feste che una data secca non l’hanno mai avuta.

Chi ci racconta le feste, e quanto ci si può fidare

Le fonti principali sono quattro. I Fasti di Ovidio, scritti al principio del primo secolo dopo Cristo, commentano il calendario giorno per giorno, ma dei dodici libri previsti ne restano sei, da gennaio a giugno: ecco perché sappiamo molto di più sulle feste di primavera che su quelle d’autunno. Varrone, nel De lingua Latina, è la fonte erudita più vicina alla tradizione pontificale, ma frammentaria e piena di etimologie che la linguistica moderna respinge. Plutarco, che scrive in greco, e Macrobio, che scrive intorno al 430 dopo Cristo, conservano materiale antico accanto a ricostruzioni tarde.

La conseguenza metodologica conviene enunciarla subito: quando una fonte antica descrive un rito siamo su terreno solido, quando spiega perché quel rito si faceva siamo quasi sempre davanti a un’interpretazione posteriore. I romani del primo secolo avanti Cristo non sapevano più che cosa significasse metà di ciò che facevano, e lo ammettevano: Ovidio, sugli Agonalia, propone sei etimologie diverse in poche decine di versi.

I calendari dipinti che si possono ancora vedere

I Fasti Antiates Maiores, trovati ad Anzio e databili alla prima metà del primo secolo avanti Cristo, sono l’unico calendario dipinto giunto fino a noi nella versione anteriore alla riforma giuliana, e si vedono a Palazzo Massimo alle Terme. I Fasti Praenestini, redatti da Verrio Flacco per il foro di Praeneste in età augustea, sono il calendario più ricco di annotazioni esplicative che possediamo, e i frammenti sono legati alla città di Palestrina, dove si visitano il Museo Archeologico Nazionale e il Santuario della Fortuna Primigenia su cui il museo si innesta: conviene verificare in anticipo quali frammenti siano esposti, perché gli allestimenti cambiano. Per la tarda antichità il documento chiave è il Cronografo del 354, che affianca le feste tradizionali ancora celebrate alle ricorrenze cristiane: l’originale è perduto e lo conosciamo da copie moderne.

Il fregio del lato meridionale dell'Ara Pacis con la processione
Il fregio del lato sud dell'Ara Pacis, con la processione della famiglia di Augusto e dei sacerdoti. Foto di Luciano Tronati, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Gennaio: le Kalende, le strenne e i Compitalia

Il primo gennaio divenne inizio dell’anno consolare nel 153 avanti Cristo, quando l’entrata in carica dei consoli fu anticipata dalle Idi di marzo, e da allora la giornata assunse il carattere di grande cerimonia civica.

Il corteo al Campidoglio e le strenne

La mattina del primo gennaio i consoli entranti salivano in corteo al Campidoglio lungo il Clivus Capitolinus e sacrificavano tori bianchi a Giove Ottimo Massimo, pronunciando i voti per la salvezza dello Stato. Il percorso è ancora leggibile, e i materiali del tempio capitolino, comprese le grandi fondazioni in cappellaccio, si incontrano nelle sale dei Musei Capitolini.

Alle Kalende ci si scambiavano le strenae, doni augurali di rami verdi, datteri, fichi e miele, poi anche monete. Qui la continuità è documentata: la parola italiana strenna viene direttamente dal latino strena. Il salto ulteriore, che fa di Strenia l’antenata della Befana, non ha fondamento: Befana è una deformazione popolare di Epifania, attraverso forme come bifania, ed è un percorso interno alla lingua italiana medievale.

I Compitalia: la festa dei quartieri, senza data fissa

I Compitalia erano una festa mobile, annunciata ogni anno dal pretore e celebrata nei giorni subito successivi alle Kalende, in età imperiale di norma fra il 3 e il 5 gennaio: chi la presenta come ricorrenza fissa sbaglia categoria. Si celebravano ai compita, i crocicchi dove si incontravano i confini di più proprietà, e il culto era quello dei Lares Compitales.

Gli altari compitali erano centinaia e ne restano parecchi, quasi sempre spostati dal contesto originario: materiale di questo tipo si vede alla Centrale Montemartini, dove sono confluite sculture e rilievi dagli scavi urbani di fine Ottocento, e alla Crypta Balbi, il museo che meglio spiega come un isolato romano si trasformi nei secoli. L’11 e il 15 gennaio si celebravano invece i Carmentalia, per Carmenta, divinità profetica legata al parto, presso la porta Carmentalis alle pendici del Campidoglio verso il Foro Boario: della porta non resta nulla, ma la zona è quella fra il Teatro di Marcello e il fianco del colle.

Febbraio: Lupercalia, Parentalia e Quirinalia

Febbraio era il mese della purificazione e dei morti, e il nome viene dai februa, gli strumenti del purificare: era anche l’ultimo mese dell’anno arcaico, il che spiega la concentrazione di riti di chiusura.

Lupercalia, 15 febbraio

I Lupercalia si celebravano il 15 febbraio e partivano dal Lupercale, la grotta alle pendici sud occidentali del Palatino dove la tradizione collocava il ritrovamento dei gemelli. È una delle feste in lettere grandi, e una di quelle che i romani stessi trovavano più sconcertanti. Il rito, descritto da Ovidio e da Plutarco, prevedeva il sacrificio di capri e di un cane nella grotta, il tocco della fronte di due giovani con il coltello insanguinato e la detersione con lana intrisa di latte, dopo di che i due dovevano ridere. I luperci correvano poi quasi nudi, cinti di pelli caprine, colpendo con strisce di cuoio chiunque incontrassero e in particolare le donne, che si facevano colpire nella convinzione che questo favorisse la fecondità e un parto facile.

Il percorso della corsa è discusso: gli studiosi oscillano fra un giro intorno al Palatino, che avrebbe ricalcato il pomerio della città primitiva, e un tragitto lungo la via Sacra verso il Foro Romano, e nessun testo antico risolve la questione. È invece documentato che la festa durò a lungo: nel 44 avanti Cristo Marco Antonio corse come luperco e offrì a Cesare il diadema regale, e alla fine del quinto secolo dopo Cristo i Lupercalia erano ancora celebrati da cittadini che si dicevano cristiani.

Dov’era il Lupercale, e che cosa si è trovato nel 2007

La posizione esatta del Lupercale non è nota: le fonti lo collocano alle pendici sud occidentali del colle, verso il Velabro, e Augusto rivendicò di averlo restaurato, il che prova che era un santuario reale e non solo letterario. Nel gennaio 2007 fu annunciato il ritrovamento, sotto la Casa di Augusto, di una cavità decorata con mosaici, pomici e conchiglie e con un’aquila bianca al centro della volta, presentata dalla stampa come il Lupercale ritrovato. L’identificazione è stata respinta dalla maggior parte degli studiosi, fra cui Adriano La Regina e Fausto Zevi, che su base topografica e stilistica vi riconoscono un ninfeo o una sala sotterranea di età imperiale; la posizione oggi prevalente colloca il santuario più in basso, verso Sant’Anastasia. Chi visita il colle e il Museo Palatino non vedrà dunque il Lupercale: vedrà il versante dove le fonti lo collocavano.

Parentalia e Feralia, 13-21 febbraio: le tombe fuori le mura

Dal 13 al 21 febbraio correvano i Parentalia, nove giorni dedicati ai defunti di famiglia, chiusi il 21 dalla giornata pubblica dei Feralia; il 22, con i Caristia, si pranzava fra parenti vivi. Non erano giorni cupi: le famiglie andavano alle tombe con offerte modeste, violette, grano, sale, pane inzuppato nel vino, e vi consumavano un pasto, mentre i templi restavano chiusi e non si celebravano matrimoni. Il luogo non era un tempio ma le necropoli lungo le strade consolari, perché la legge vietava le sepolture dentro il pomerio.

La strada dove il fenomeno è ancora leggibile a occhio nudo è la via Appia: il Parco dell’Appia Antica conserva chilometri di sepolcri sui due lati della carreggiata, dal Mausoleo di Cecilia Metella ai monumenti delle famiglie di rango medio, e il percorso comincia a Porta San Sebastiano. Sulla stessa direttrice, in un’epoca successiva, si scaveranno le catacombe di San Sebastiano: il banchetto presso la tomba, il refrigerium, resta praticato anche dai cristiani, ed è uno dei pochi casi in cui la continuità fra pratica pagana e cristiana è documentata da graffiti e non soltanto ipotizzata. In città restano il sepolcreto del Parco degli Scipioni e la tomba più vistosa di Roma, la Piramide Cestia.

Quirinalia e Terminalia, 17 e 23 febbraio

I Quirinalia cadevano il 17 febbraio in onore di Quirino, la divinità che con Giove e Marte formava la triade arcaica e che la tradizione identificava con Romolo divinizzato, e si svolgevano presso il suo tempio sul Quirinale. Del tempio, ricostruito da Augusto nel 16 avanti Cristo con una facciata che Cassio Dione dice di settantasei colonne, non resta nulla di visibile: sorgeva nell’area oggi occupata dai giardini del Palazzo del Quirinale e dagli isolati vicini, e la localizzazione è ricostruita su base topografica. Chi sale al colle trova la piazza con i Dioscuri e l’obelisco del Quirinale.

Il 23 febbraio i Terminalia onoravano Terminus, dio dei confini: i proprietari incoronavano e ungevano il cippo fra due fondi, mentre il rito pubblico si teneva al sesto miglio della via Laurentina.

Marzo: il capodanno arcaico, Anna Perenna e i Liberalia

Marzo era il primo mese dell’anno romano arcaico, ed è per questo che settembre, ottobre, novembre e dicembre portano nomi che significano settimo, ottavo, nono e decimo mese: un’incongruenza fossile mai corretta, e la prova più semplice dell’antichità del sistema.

Le Kalende di marzo e le Matronalia

Il primo marzo si celebravano le feriae di Giunone Lucina, che le fonti chiamano anche Matronalia perché vi partecipavano le donne sposate secondo il diritto romano. Il tempio di Giunone Lucina sorgeva sul Cispio, una delle alture dell’Esquilino, in un bosco sacro, e non ne resta nulla in vista. Le matrone vi portavano fiori, e a casa ricevevano doni dal marito e servivano a tavola le schiave, in un rovesciamento dei ruoli che i Saturnali ripetevano in dicembre con gli schiavi maschi. Lo stesso giorno il rex sacrorum rinnovava il fuoco sull’altare di Vesta: era il capodanno arcaico, e si vede.

La connessione fra Matronalia e Festa della donna dell’otto marzo, che ritorna ogni anno sui giornali, non ha fondamento storico. La giornata internazionale della donna nasce dal movimento socialista fra il 1909 e il 1917, la data si consolida dopo la manifestazione delle operaie di Pietrogrado, e in nessuno dei documenti che ne accompagnano l’istituzione compare un riferimento alla festa romana.

Anna Perenna, 15 marzo: il picnic sul Tevere e la fontana ritrovata

Il 15 marzo, alle Idi, il popolo romano celebrava Anna Perenna con una giornata all’aperto in un bosco sacro che Ovidio colloca al primo miglio della via Flaminia, sulla riva del Tevere. La gente si sdraiava sull’erba, alcuni piantavano capanne di frasche, altri tendevano una toga fra i pali, si beveva e si cantava, e si augurava di vivere tanti anni quante coppe si riusciva a bere. Su chi fosse Anna Perenna già gli antichi non concordavano: Ovidio propone in successione la sorella di Didone approdata nel Lazio, una vecchia di Bovillae che distribuiva focacce alla plebe, e altre identificazioni ancora, senza sceglierne una. È il segnale abituale di un culto molto più antico della letteratura che lo racconta.

Nel 1999, durante i lavori per un parcheggio interrato in piazza Euclide, ai Parioli, è stato scoperto un complesso di fontana con vasca e cisterna, identificato con certezza grazie a un’iscrizione che dedica il luogo alle ninfe sacre di Anna Perenna. Il deposito conteneva centinaia di lucerne, monete, contenitori di piombo e un numero eccezionale di defixiones, le tavolette di maledizione, oltre a statuette antropomorfe chiuse in astucci: è uno dei più importanti ritrovamenti di magia rituale romana mai effettuati. La Fonte di Anna Perenna è oggi inglobata nella struttura del parcheggio e parte del corredo magico è esposta a Palazzo Massimo alle Terme. Va detto con chiarezza che l’identificazione del santuario è sicura, mentre la sua coincidenza con il bosco descritto da Ovidio al primo miglio della Flaminia resta discussa, perché piazza Euclide si trova sensibilmente più a nord: può trattarsi dello stesso complesso indicato con approssimazione dal poeta, o di un secondo luogo di culto della stessa divinità. La direttrice antica si risale da piazza del Popolo e dalla Porta del Popolo verso il Ponte Milvio.

Equirria, Salii e Liberalia

Il 27 febbraio e il 14 marzo si correvano gli Equirria, corse di cavalli per Marte nel Campo Marzio, nell’area che oggi corrisponde grosso modo al quadrante fra piazza Navona, largo di Torre Argentina e il Tevere.

I Liberalia cadevano il 17 marzo in onore di Liber Pater, divinità italica della fecondità e del vino poi assimilata a Dioniso, e sono anch’essi una festa in lettere grandi. Ovidio descrive le vecchie sacerdotesse sedute per le strade con focacce di farro e miele, i liba, da cui secondo la sua etimologia verrebbe il nome della festa. Il santuario di riferimento era il tempio di Cerere, Libero e Libera, dedicato nel 493 avanti Cristo sulle pendici dell’Aventino verso il Circo Massimo: era il tempio della plebe e sede dell’archivio dei plebisciti, e non ne resta nulla in vista. Chi sale sull’Aventino trova invece la basilica paleocristiana di Santa Sabina.

Ai Liberalia era legata una cerimonia laica di grande peso sociale: i ragazzi deponevano la toga praetexta bordata di porpora e la bulla, l’amuleto dell’infanzia, e indossavano per la prima volta la toga virile tutta bianca; il padre li accompagnava poi in corteo al Foro e sul Campidoglio, dove il nome veniva iscritto nelle liste dei cittadini. Non era obbligatorio farlo in quel giorno, ma la maggior parte delle famiglie lo faceva, e il 17 marzo era quindi la giornata in cui Roma vedeva sfilare la sua nuova generazione lungo la via Sacra.

Aprile: Megalesia, Fordicidia, Parilia e Floralia

Aprile è il mese più affollato del calendario romano, con quattro cicli di giochi e sei feste maggiori in trenta giorni, e il filo che li lega è la fertilità della terra e del bestiame.

Megalesia, 4-10 aprile: la Magna Mater sul Palatino

I Ludi Megalenses si celebravano dal 4 al 10 aprile per Cibele, la Magna Mater, la cui pietra nera fu portata a Roma nel 204 avanti Cristo e il cui tempio fu dedicato sul Palatino nel 191. È l’unico caso in cui il tempio di una festa maggiore è ancora ben visibile: il podio in opera cementizia si riconosce sul versante sud occidentale del colle, poco sopra la zona delle capanne dell’età del ferro. I giochi comprendevano rappresentazioni teatrali, e diverse commedie di Terenzio furono messe in scena proprio ai Megalesia, come attestano le didascalie delle commedie stesse.

Cerialia e Fordicidia: le volpi e le vacche gravide

Dal 12 al 19 aprile si celebravano i Cerialia, la festa di Cerere, con giochi nel Circo Massimo e un rito che Ovidio descrive senza riuscire a spiegarlo: nella pista venivano liberate volpi con fiaccole accese legate alla coda. Il 15 aprile, dentro lo stesso ciclo, cadevano i Fordicidia, dedicati a Tellus, la terra: si sacrificavano fordae boves, vacche gravide, una sul Campidoglio e una in ciascuna delle trenta curie, e la Vestale massima bruciava i feti conservandone le ceneri. Quelle ceneri non venivano disperse: servivano sei giorni dopo per il suffimen dei Parilia. È l’esempio più limpido di come il calendario romano non fosse un elenco di feste separate ma una rete, in cui un rito di aprile dipendeva materialmente da un altro e dal sacrificio del cavallo dell’ottobre precedente.

Parilia, 21 aprile: la festa dei pastori diventata compleanno di Roma

I Parilia si celebravano il 21 aprile per Pale, divinità dei pastori e delle greggi, ed erano una festa di purificazione con fuochi di paglia, fumigazioni, offerte di latte e miglio e il salto attraverso le fiamme. Il punto storicamente decisivo, esplicitato da Plutarco nella Vita di Romolo, è che la festa è più antica dell’aggancio alla fondazione della città: non fu istituita per commemorare la nascita di Roma, fu la nascita di Roma a essere collocata nel giorno in cui la festa già si teneva. La data del 753 avanti Cristo è un calcolo erudito tardo repubblicano, e gli autori antichi proponevano date che variano di oltre ottant’anni fra loro. La vicenda, con le cronologie alternative, gli scavi del Palatino e il modo in cui la ricorrenza si celebra oggi, è ricostruita per esteso nella pagina dedicata al Natale di Roma.

Robigalia e Floralia, fine aprile

Il 25 aprile i Robigalia servivano ad allontanare la ruggine del grano: il flamine Quirinale usciva dalla città lungo la via Claudia fino al quinto miglio e sacrificava a Robigus un cane e una pecora. Molti studiosi notano che la processione cristiana della Litania Maior cade lo stesso giorno e segue in parte lo stesso percorso: la coincidenza è reale e la sostituzione è probabile, ma resta una ricostruzione e non un fatto dichiarato da un testo.

I Ludi Florales cominciavano il 28 aprile e duravano fino al 3 maggio, resi annuali nel 173 avanti Cristo; il tempio di Flora sorgeva presso il Circo Massimo, ai piedi dell’Aventino, ed è scomparso. La festa aveva un carattere che gli autori antichi descrivono come apertamente licenzioso: si liberavano nel circo lepri e caprioli, si spargevano lupini sulla folla, ci si vestiva di colori vivaci contro l’uso comune, e le rappresentazioni erano affidate a mime che a richiesta del pubblico si spogliavano in scena.

Maggio: i Lemuria, gli Argei e i fantasmi di casa

Maggio era considerato mese sfavorevole per i matrimoni, e Ovidio spiega la credenza proprio con i Lemuria: sposarsi nel mese dei morti inquieti portava male.

Lemuria, 9, 11 e 13 maggio: il rito domestico delle fave

I Lemuria si celebravano nei giorni dispari del 9, 11 e 13 maggio, e sono l’unica grande festa del calendario romano che non ha un luogo pubblico: il rito si svolgeva dentro casa, di notte, e a compierlo era il padre di famiglia. Ovidio lo descrive con precisione: l’uomo si alza a mezzanotte, cammina scalzo, fa con le dita il gesto contro le ombre, si lava le mani, prende in bocca fave nere e le getta dietro di sé senza voltarsi ripetendo nove volte una formula con cui riscatta sé e i suoi, poi batte bronzo contro bronzo e intima nove volte ai Mani paterni di uscire. I Lemuri non sono gli antenati benevoli dei Parentalia: sono i morti che non hanno trovato pace.

L’etimologia che Ovidio propone, da Remuria in onore di Remo ucciso, è poetica e la linguistica moderna non la accetta. Altrettanto discussa è la tesi, molto ripetuta, che collega i Lemuria alla commemorazione cristiana dei defunti passando per la dedica del Pantheon a Santa Maria ad Martyres da parte di papa Bonifacio IV, che la tradizione colloca il 13 maggio, ultimo giorno dei Lemuria. Da quella dedica nacque una festa di tutti i martiri poi spostata al primo novembre, ma che lo spostamento abbia a che fare con i Lemuria è una ricostruzione moderna non dimostrata, e il legame con Halloween passa semmai per il calendario celtico e per scelte carolinge.

Argei e Mercuralia

Il 14 maggio le Vestali e i pontefici gettavano dal Ponte Sublicio nel Tevere ventiquattro o ventisette fantocci di giunco chiamati Argei, alla presenza dei magistrati e della moglie del flamine Diale in abito da lutto. Il rito è descritto da Ovidio, Varrone e Dionigi di Alicarnasso, e nessuno di loro sa spiegarlo. L’interpretazione che vi vede la sostituzione di antichi sacrifici umani è un’ipotesi che gli studiosi contemporanei tendono a considerare indimostrabile, e le letture alternative parlano di purificazione fluviale o di un rito legato ai ventisette sacelli degli Argei distribuiti nelle regioni della città serviana. Il Ponte Sublicio antico non esiste più e la sua posizione è discussa: si trovava fra l’Isola Tiberina e l’Aventino, non lontano dal Ponte Rotto, e il ponte moderno che ne porta il nome è un’opera del Novecento in un punto diverso.

Il 15 maggio si celebrava Mercurio, il cui tempio sull’Aventino fu dedicato nel 495 avanti Cristo: i mercanti si aspergevano con acqua attinta alla fonte di Mercurio presso la Porta Capena e chiedevano al dio di perdonare gli spergiuri commessi negli affari.

Giugno: le Vestali, il tempio aperto e i Matralia

Giugno concentra due feste che hanno un indirizzo preciso nel cuore archeologico di Roma, ed è il mese in cui si può stare esattamente dove stavano i protagonisti del rito.

Matralia, 11 giugno: Mater Matuta nel Foro Boario

L’11 giugno le matrone celebravano i Matralia per Mater Matuta nel suo tempio nel Foro Boario, nell’area sacra di Sant’Omobono, dove gli scavi hanno individuato una delle più antiche sequenze di templi di Roma, con fasi che risalgono al sesto secolo avanti Cristo. Il rito aveva due particolarità: potevano parteciparvi solo le donne sposate una sola volta, e le partecipanti portavano nel tempio una schiava che veniva poi cacciata a colpi di verga, mentre ciascuna pregava non per i propri figli ma per i figli delle sorelle. L’area di Sant’Omobono si vede dall’esterno lungo via del Teatro di Marcello e viene aperta solo in occasioni specifiche: conviene informarsi presso la Sovrintendenza Capitolina prima di contarci. Tutto intorno si cammina fra l’Arco di Giano, i templi repubblicani e la Bocca della Verità davanti a Santa Maria in Cosmedin.

Vestalia, 7-15 giugno: gli otto giorni in cui il penus si apriva

I Vestalia si celebravano dal 7 al 15 giugno, e in quei giorni il penus Vestae, il sacrario interno del tempio di Vesta normalmente inaccessibile, restava aperto alle matrone romane, che vi entravano scalze: è l’unico periodo dell’anno in cui accadeva, e la giornata centrale era il 9 giugno. Il 15 il calendario riporta la sigla Q.St.D.F., quando stercus delatum fas, il giorno in cui la pulizia del tempio era compiuta e i rifiuti sacri venivano portati via lungo un percorso stabilito e gettati nel Tevere: da quel momento i giorni tornavano fasti.

Il tempio di Vesta e la Casa delle Vestali si trovano nel Foro Romano, sul lato meridionale della piazza. Del tempio rotondo restano un tratto di podio e un settore di colonne ricostruito negli anni Trenta del Novecento, riconoscibile perché l’integrazione moderna è volutamente distinguibile dall’antico; dell’Atrium Vestae si percorre l’intero perimetro, con il cortile allungato delle vasche, le statue delle Vestali Massime allineate sui lati e le basi iscritte che ne conservano i nomi. Accanto si trovano il tempio di Antonino e Faustina e la chiesa di Santa Maria Antiqua, ricavata in ambienti imperiali ai piedi del Palatino.

Il 24 giugno si celebrava Fors Fortuna, festa esplicitamente degli schiavi e degli umili, che Ovidio descrive come la più allegra dell’anno: i romani raggiungevano i due santuari sulla riva destra del Tevere, al primo e al sesto miglio della via Campana, molti andando in barca, e tornavano a sera ubriachi. I santuari non sono conservati; la sponda è quella verso il Gianicolo e Trastevere, in direzione di Portuense.

Luglio e agosto: Ludi Apollinares, Consualia e Diana

Nella seconda metà dell’anno la documentazione si dirada di colpo, perché dei Fasti di Ovidio restano solo i sei libri da gennaio a giugno: da luglio in poi dipendiamo dai calendari epigrafici, da Varrone, da Festo e da Macrobio.

Ludi Apollinares, 6-13 luglio

I Ludi Apollinares furono istituiti nel 212 avanti Cristo, nel pieno della guerra annibalica, su indicazione di un responso profetico, resi annuali pochi anni dopo e fissati alle Idi di luglio, con un ciclo che nel calendario imperiale occupa i giorni dal 6 al 13. Il tempio di riferimento non era quello palatino di Apollo, dedicato da Augusto nel 28 avanti Cristo e quindi posteriore di quasi due secoli alla festa, ma il tempio di Apollo Medico nel Campo Marzio, ricostruito in età augustea da Gaio Sosio e oggi riconoscibile nelle tre colonne rialzate accanto al Teatro di Marcello: è una precisazione che vale la pena fare, perché l’attribuzione al tempio palatino ricorre spesso ed è cronologicamente impossibile.

Consualia e Volcanalia: l’altare sepolto del Circo Massimo

I Consualia si celebravano due volte l’anno, il 21 agosto e il 15 dicembre, per Consus, divinità del grano immagazzinato, e il loro luogo è il più singolare di tutto il calendario: un altare sotterraneo, l’ara sub terra, collocato nella valle del Circo Massimo presso una delle mete della pista e dissotterrato solo nei giorni della festa. In quelle giornate si correvano corse di cavalli e di muli, e gli animali da lavoro venivano inghirlandati e lasciati riposare. La tradizione riferita da Livio collocava ai Consualia il ratto delle Sabine, raccontando che Romolo invitò i vicini alla festa e ne approfittò: è racconto mitico, non cronaca, ma indica che i romani la consideravano antichissima e capace di attirare gente da fuori. L’altare non è visibile e la sua posizione non è stata individuata con certezza negli scavi; la valle Murcia, invece, si percorre liberamente.

Il 23 agosto i Volcanalia onoravano Vulcano presso il Volcanal, l’antichissima area sacra ai piedi del Campidoglio all’estremità occidentale del Foro Romano, vicino al Lapis Niger: nel fuoco si gettavano pesci vivi presi dal Tevere, offerti secondo Varrone al posto di vite umane.

Il 13 agosto di Diana e la questione di Ferragosto

Il 13 agosto era il giorno di Diana, celebrato sull’Aventino nel suo tempio e soprattutto nel santuario di Diana Nemorensis presso il lago di Nemi, dove le fonti descrivono cortei di donne con fiaccole. Il santuario nemorense è stato ampiamente scavato e l’area si trova presso il lago di Nemi, nel territorio di Nemi, uno dei luoghi di culto più celebri del Lazio antico anche per la figura del rex nemorensis, il sacerdote che otteneva la carica uccidendo il predecessore. Le Feriae Augusti, da cui viene il nome Ferragosto, sono invece un’istituzione di età augustea che cadeva il primo di agosto, non il 15: lo spostamento della grande festa di mezz’agosto dipende dalla solennità cristiana dell’Assunzione, fissata a quel giorno molto più tardi. La continuità del nome è reale e documentata, quella della data no.

Settembre e novembre: i Ludi Romani, i Ludi Plebei e il banchetto di Giove

I due grandi cicli di giochi dell’autunno erano i più lunghi del calendario e avevano la stessa struttura: una processione solenne, un banchetto offerto alla triade capitolina, giornate di teatro e giornate di corse.

Ludi Romani, 4-19 settembre

I Ludi Romani, detti anche Ludi Magni, erano i giochi più antichi di Roma, dedicati a Giove Ottimo Massimo, e nel calendario imperiale occupavano i giorni dal 4 al 19 settembre. Si aprivano con la pompa circensis, il corteo che partiva dal Campidoglio, attraversava il Foro Romano lungo la via Sacra, passava per il Foro Boario e sboccava nel Circo Massimo portando le immagini degli dèi su lettighe e carri; la descrizione minuziosa di Dionigi di Alicarnasso è la nostra fonte principale su quel corteo, e il percorso si ripercorre oggi interamente a piedi. Il 13 settembre, alle Idi, cadeva l’Epulum Iovis, il banchetto in cui le statue di Giove, Giunone e Minerva venivano poste su letti conviviali nel tempio capitolino e servite come commensali mentre il senato banchettava: era anche l’anniversario della dedicazione del tempio, le cui fondazioni in blocchi di cappellaccio si vedono dentro i Musei Capitolini.

Ludi Plebei, 4-17 novembre

I Ludi Plebei, attestati dal 216 avanti Cristo, occupavano i giorni dal 4 al 17 novembre e ripetevano lo schema dei Ludi Romani, con un secondo Epulum Iovis il 13, alle Idi. Le fonti li legano al Circo Flaminio, l’area di spettacolo aperta nel 221 avanti Cristo nel Campo Marzio meridionale, ma il punto è discusso e non tutti gli studiosi ritengono che i giochi vi si svolgessero davvero. Del Circo Flaminio non resta nulla in elevato: si trovava fra il Teatro di Marcello e il ghetto, e strutture della stessa area rientrano nel percorso dei quattro templi di largo di Torre Argentina, oggi visitabile su passerella al livello antico.

Ottobre: l’Equus October e la chiusura della stagione militare

Il rito più arcaico e più discusso dell’intero calendario romano cade il 15 ottobre e si chiama Equus October, il cavallo di ottobre: la forma corretta del nome mette l’aggettivo dopo il sostantivo, e non si tratta di una festa chiamata Ottobre Equus.

Che cosa succedeva il 15 ottobre

Nel Campo Marzio, presso l’altare di Marte, si correva una corsa di bighe. Il cavallo di destra della coppia vincente veniva sacrificato a Marte con un colpo di giavellotto; gli si tagliava la testa, ornata di pani, e la coda, portata di corsa alla Regia nel Foro Romano perché il sangue gocciolasse ancora sul focolare sacro. Per il possesso della testa si scontravano gli abitanti della Subura e quelli della via Sacra, e a seconda di chi vinceva veniva appesa alla Turris Mamilia o al muro della Regia. Il sangue della coda era raccolto e conservato dalle Vestali per sei mesi, fino ai Parilia del 21 aprile, quando entrava nel suffimen insieme alle ceneri dei Fordicidia.

Le fonti di questo rito sono Festo, Plutarco e Polibio, e concordano sui gesti. Sul significato non concorda nessuno: la lettura agraria, che vede nel cavallo lo spirito del grano, quella militare, che lo lega alla chiusura della stagione di guerra, e quella che vi legge un residuo di sacrificio umano sono tutte ricostruzioni moderne, e nessuna fonte antica le enuncia. Il luogo del sacrificio non è identificato con precisione; la Regia si riconosce invece nel Foro come basamento di fondazione, accanto al tempio di Vesta.

Meditrinalia, Fontinalia, Armilustrium

Il 13 ottobre i Fontinalia onoravano sorgenti e pozzi, che venivano inghirlandati: la festa non ha un luogo unico e vale per ogni fonte della città, dalle sorgenti captate dagli acquedotti come l’Acqua Vergine ai pozzi domestici. Il 19 ottobre l’Armilustrium chiudeva la stagione militare con la purificazione delle armi sull’Aventino, in simmetria esatta con i riti di marzo che l’avevano aperta: i Salii uscivano un’ultima volta con gli ancilia, poi riposti nel sacrario di Marte alla Regia fino all’anno successivo.

Dicembre: i Saturnali e il mese dei rovesciamenti

I Saturnali cominciavano il 17 dicembre davanti al tempio di Saturno nel Foro Romano ed erano la festa più popolare del calendario romano, tanto che Catullo la definisce il migliore dei giorni e Seneca si lamenta che ormai tutto il mese sia diventato vacanza.

Quanti giorni duravano davvero i Saturnali

La durata è il punto su cui la divulgazione è più imprecisa, perché la risposta cambia con l’epoca. La festa ufficiale segnata nei calendari era di un solo giorno, il 17 dicembre. La celebrazione privata si estese presto, e le fonti registrano una serie di interventi: Augusto fissò la durata ufficiale a tre giorni, Caligola la portò a cinque, Marziale parla di cinque giorni, Macrobio ne conosce sette. Le giornate successive avevano nomi propri, con gli Opalia in onore di Ops il 19 dicembre e le Sigillaria, la giornata dello scambio di statuette di terracotta e di cera, che le fonti collocano fra il 19 e il 23. Dire che i Saturnali duravano dal 17 al 23 dicembre è quindi corretto per la fase tarda e per l’uso privato, non per il calendario ufficiale di età repubblicana: la formula esatta è che la festa comincia sempre il 17 e si prolunga per un numero di giorni variato nel tempo.

Il tempio di Saturno e il rovesciamento dei ruoli

Il rito pubblico si svolgeva davanti al tempio di Saturno, all’estremità occidentale del Foro Romano ai piedi del Campidoglio: le otto colonne del pronao, con l’architrave che porta l’iscrizione del restauro dopo un incendio, sono uno dei profili più riconoscibili del Foro e appartengono a un rifacimento tardoantico di un edificio la cui prima dedicazione la tradizione colloca agli inizi della repubblica. Alla statua del dio, che per il resto dell’anno teneva i piedi legati da bende di lana, i ceppi venivano sciolti per la durata della festa; il sacrificio si compiva Graeco ritu, a capo scoperto contro l’uso romano, ed era seguito da un lettisternio e da un banchetto pubblico al grido di io Saturnalia.

Nelle case i ruoli si rovesciavano: i padroni servivano a tavola gli schiavi, che potevano parlare liberamente, si smetteva la toga, si indossava il pilleus dei liberti, si giocava d’azzardo, cosa vietata nel resto dell’anno, e si sorteggiava un Saturnalicius princeps che dava ordini assurdi. Il senso che gli antichi attribuivano alla festa era il ritorno temporaneo all’età dell’oro di Saturno, quando non esistevano né proprietà né servitù.

Consualia, Divalia e Larentalia

Il 15 dicembre tornavano i Consualia con il loro altare sotterraneo nella valle del Circo Massimo. Il 23 i Larentalia, festa in lettere grandi e quindi arcaicissima, onoravano Acca Larentia con un rito funebre nel Velabro, la depressione fra Palatino, Campidoglio e Tevere dove oggi si trovano l’Arco di Giano e la chiesa di San Giovanni Decollato.

Feste antiche e feste moderne: che cosa regge e che cosa no

Nessuna delle grandi corrispondenze fra feste romane e feste moderne che circolano in divulgazione è attestata da una fonte antica che dichiari la sostituzione: tutte, senza eccezioni, sono ricostruzioni elaborate fra Ottocento e Novecento, alcune plausibili e discusse fra studiosi, altre semplicemente false.

Lupercalia e San Valentino

La catena che fa nascere San Valentino dai Lupercalia si regge su un’affermazione ripetuta ovunque, e cioè che papa Gelasio I avrebbe abolito i Lupercalia alla fine del quinto secolo sostituendoli con la festa del santo. Nel testo in cui Gelasio polemizza contro i Lupercalia, l’Adversus Andromachum, non compare alcun Valentino e non si istituisce nessuna festa alternativa: il papa argomenta contro un rito che i cristiani romani continuavano a praticare, e basta. L’aggancio fra il quattordici febbraio e l’amore romantico compare in letteratura molto più tardi, con Chaucer alla fine del Trecento, e la saldatura fra le due feste è opera di eruditi moderni.

Saturnali e Natale

La formula per cui il Natale sarebbe la continuazione dei Saturnali contiene un errore di calendario elementare: i Saturnali cominciano il 17 dicembre e non hanno mai coinciso con il 25. La festa pagana del 25 dicembre attestata nella Roma tardoantica è il dies natalis Solis Invicti, che compare nel Cronografo del 354 nello stesso documento che registra la Natività in quella data. Da qui partono due ipotesi che gli studiosi discutono da oltre un secolo: quella della sostituzione, secondo cui la Chiesa avrebbe scelto il 25 dicembre per rimpiazzare la festa solare, e quella del calcolo, secondo cui la data deriverebbe dal computo di nove mesi dal 25 marzo, attribuito sia alla passione sia al concepimento. Nessuna delle due è dimostrata. Quanto alle usanze, lo scambio di doni e il rovesciamento dei ruoli hanno paralleli evidenti in usanze invernali europee posteriori, ma un parallelo non è una discendenza.

Matronalia e otto marzo, Lemuria e Halloween, Saturnali e Carnevale

La derivazione della Festa della donna dalle Matronalia è infondata, per ragioni di storia contemporanea già viste. Il legame fra Lemuria e Halloween è ancora più fragile: la commemorazione dei santi si sposta al primo novembre in età carolingia, e chi cerca un antecedente pagano guarda semmai al calendario celtico. La discendenza del Carnevale dai Saturnali o dai Lupercalia è un’altra ipotesi ottocentesca, cara alla scuola comparativista, che non trova conferme documentarie: il Carnevale si forma nel calendario liturgico medievale in rapporto alla Quaresima, e il rovesciamento dei ruoli è uno schema rituale così diffuso da non poter servire come prova di parentela fra feste distanti mille anni.

Che cosa invece regge

Tre continuità sono documentate e vanno distinte dal resto. La prima è linguistica: strenna viene da strena, e la parola ha attraversato duemila anni senza interruzione. La seconda è il refrigerium, il pasto presso la tomba, che passa dalla pratica dei Parentalia a quella cristiana ed è documentato da graffiti e da mense funerarie nelle catacombe. La terza è la sopravvivenza delle Kalende e della datazione consolare nella cronologia medievale, che è continuità di sistema e non di festa. Tutto il resto, allo stato della documentazione, è ipotesi o invenzione.

Un itinerario a piedi sui luoghi delle feste

La maggior parte dei luoghi delle feste romane si concentra in poco più di un chilometro quadrato fra Campidoglio, Foro, Palatino, Foro Boario e Circo Massimo, ed è percorribile in mezza giornata con il solo biglietto dell’area archeologica centrale.

Il percorso, tappa per tappa

Si parte dal Campidoglio, arrivo dei cortei delle Kalende di gennaio e partenza della pompa circensis, con i Musei Capitolini e le fondazioni del tempio di Giove. Si scende nel Foro Romano, dove in duecento metri si toccano il tempio di Saturno dei Saturnali, il Volcanal, il Comizio del Regifugium, la Regia dell’Equus October e degli Agonalia, il tempio di Vesta e la Casa delle Vestali, con accanto il tempio di Antonino e Faustina e Santa Maria Antiqua. Si sale poi sul Palatino, sul versante dove le fonti collocano il Lupercale e dove si vede il podio del tempio della Magna Mater dei Megalesia, chiudendo al Museo Palatino. Si scende infine nella valle del Circo Massimo, teatro dei Consualia, dei Cerialia, dei Floralia e delle corse dei grandi giochi, e si chiude nel Foro Boario con l’area di Sant’Omobono dei Matralia e l’Arco di Giano.

Le tappe fuori dal centro

Chi ha un giorno in più può aggiungere la Fonte di Anna Perenna ai Parioli e i materiali magici di Palazzo Massimo alle Terme con i Fasti Antiates, la via Appia dei Parentalia fra Porta San Sebastiano e il Mausoleo di Cecilia Metella, il santuario di Diana al lago di Nemi e, per i Fasti Praenestini, il Museo Archeologico di Palestrina. Per vedere il calendario religioso di una città romana completa, con templi, teatro e aree sacre ancora leggibili nel loro rapporto reciproco, la visita più istruttiva resta quella di Ostia Antica.

Domande frequenti sulle feste dell’antica Roma

Quante feste c’erano nel calendario dell’antica Roma?

Nel calendario romano di età repubblicana i giorni segnati come feriae pubbliche superavano il centinaio, e con i cicli di giochi la quota di giornate sottratte agli affari pubblici cresceva ancora. Non erano però giorni di vacanza nel senso moderno: erano giorni in cui era vietato trattare cause e comizi perché la città doveva a una divinità un atto rituale preciso, in un luogo preciso.

Quando si celebravano i Lupercalia e dove si trovava il Lupercale?

I Lupercalia si celebravano il 15 febbraio e partivano dal Lupercale, la grotta alle pendici sud occidentali del Palatino dove la tradizione collocava il ritrovamento di Romolo e Remo. La posizione esatta della grotta non è nota: la cavità scoperta nel 2007 sotto la Casa di Augusto e annunciata come il Lupercale è stata respinta dalla maggior parte degli studiosi, che vi riconoscono un ninfeo di età imperiale.

È vero che San Valentino nasce dai Lupercalia?

No, la derivazione di San Valentino dai Lupercalia non è sostenuta da alcuna fonte antica ed è una costruzione erudita moderna. Il testo con cui papa Gelasio I polemizza contro i Lupercalia alla fine del quinto secolo non nomina Valentino e non istituisce feste sostitutive, e l’associazione del 14 febbraio con l’amore compare in letteratura solo alla fine del Trecento, con Chaucer.

Quanto duravano i Saturnali e dove si celebravano?

I Saturnali cominciavano il 17 dicembre davanti al tempio di Saturno nel Foro Romano, le cui otto colonne sono ancora in piedi ai piedi del Campidoglio. La durata cambiò nel tempo: la festa ufficiale era di un giorno solo, Augusto la fissò a tre giorni, Caligola la portò a cinque, Marziale ne conosce cinque e Macrobio sette, con le Sigillaria collocate fra il 19 e il 23 dicembre.

I Saturnali sono l’origine del Natale?

I Saturnali cadevano il 17 dicembre e non hanno mai coinciso con il 25, quindi l’equazione diretta fra Saturnali e Natale è sbagliata. La festa pagana del 25 dicembre a Roma era il dies natalis Solis Invicti, e sul rapporto fra quella data e la Natività gli studiosi discutono da oltre un secolo due ipotesi alternative, quella della sostituzione e quella del calcolo dei nove mesi dal 25 marzo: nessuna delle due è dimostrata.

Si può visitare la Casa delle Vestali dove si celebravano le Vestalia?

Le Vestalia si celebravano dal 7 al 15 giugno nel tempio di Vesta nel Foro Romano, e in quei giorni il sacrario interno restava eccezionalmente aperto alle matrone. Il tempio rotondo, parzialmente ricostruito negli anni Trenta, e la Casa delle Vestali con il cortile delle vasche e le statue delle Vestali Massime si visitano oggi con il biglietto dell’area archeologica di Foro Romano, Palatino e Colosseo.

Che cos’era l’Equus October e perché se ne discute ancora?

L’Equus October era il sacrificio a Marte, il 15 ottobre nel Campo Marzio, del cavallo di destra della biga vincitrice di una corsa, con la coda portata di corsa alla Regia perché il sangue gocciolasse sul focolare. I gesti sono descritti concordemente da Festo, Plutarco e Polibio; il significato no: le letture agraria, militare e sacrificale sono tutte ricostruzioni moderne che nessuna fonte antica enuncia.

Che cosa si vede oggi dei luoghi delle feste romane?

Dei luoghi delle feste romane restano visibili il tempio di Saturno, la Regia, il tempio di Vesta e la Casa delle Vestali nel Foro Romano, il podio del tempio della Magna Mater sul Palatino, la valle del Circo Massimo e l’area sacra di Sant’Omobono nel Foro Boario. Sono invece scomparsi il tempio di Quirino sul Quirinale, quello di Flora, quello di Cerere sull’Aventino e l’altare sotterraneo di Consus.

Dove si vedono i calendari romani originali?

I Fasti Antiates Maiores, unico calendario dipinto anteriore alla riforma giuliana giunto fino a noi, si conservano a Palazzo Massimo alle Terme, sede del Museo Nazionale Romano vicino a Termini. I frammenti dei Fasti Praenestini, redatti da Verrio Flacco, sono legati a Palestrina e al suo Museo Archeologico Nazionale: conviene verificare con i musei quali pezzi siano effettivamente esposti, perché gli allestimenti cambiano.

Un ultimo consiglio per chi organizza la visita

Il modo migliore per usare questo calendario non è cercare una festa da vedere, perché nessuna di queste ricorrenze si celebra più: è usarlo come chiave di lettura di monumenti che altrimenti si guardano come rovine mute. Sapere che davanti alle otto colonne di Saturno, per una settimana all’anno, si scioglievano i ceppi di lana dalla statua e gli schiavi si sedevano a tavola, oppure che nella valle del Circo Massimo si dissotterrava un altare due volte l’anno, cambia il modo in cui si attraversa il Foro. Conviene scegliere pochi luoghi e leggerli bene, piuttosto che rincorrerli tutti.

Chi mette insieme un itinerario romano più ampio, collegando l’area archeologica centrale con le tappe fuori porta come l’Appia Antica, Palestrina o il lago di Nemi, trova strumenti di pianificazione e di gestione dei gruppi su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti, sulle stagioni e sulle mete del Lazio e del resto d’Italia è una buona risorsa Italy Planner.

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