Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina occupa il fianco del monte Ginestro sopra la valle del Sacco, a una quarantina di chilometri da Roma verso est, e ci si cammina dentro senza accorgersene, perché la città moderna gli è cresciuta addosso e ne ha adottato le fondamenta come strade, cantine, muri di casa. Si arriva a Palestrina in auto lungo la via Prenestina o dalla A24 e dal casello di Valmontone, oppure in autobus dalla stazione Anagnina della metropolitana di Roma; il treno lascia a Zagarolo, e da lì si prosegue su gomma. La visita si organizza attorno a due poli: l'area archeologica all'aperto, che si percorre salendo per rampe e terrazze, e il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, ospitato in Palazzo Colonna Barberini, che chiude il complesso in cima e ne conserva i materiali. Orari e biglietti cambiano nel tempo e si controllano sui canali ufficiali del museo prima di partire.
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Vi avverto subito di una cosa che nessuna fotografia riesce a comunicare: qui il monumento è una montagna riprogettata, non un edificio. Chi arriva aspettandosi un tempio con colonne resta spiazzato per un quarto d'ora, poi comincia a capire che quelle rampe coperte, quegli emicicli con i sedili di pietra, quelle nicchie in fila sono le membra di un unico organismo architettonico che partiva dal foro della città antica e finiva, centinaia di metri più in alto, davanti a un tempietto rotondo. È il più grande santuario ellenistico d'Italia, e uno degli edifici che hanno insegnato all'architettura occidentale come si domina un pendio.
Che cosa è il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina è il complesso sacro costruito nell'antica Praeneste per la dea Fortuna Primigenia, articolato su sei livelli artificiali sovrapposti che risalgono il pendio del monte Ginestro. È una macchina architettonica che organizza la salita di un pellegrino dal basso verso l'alto, imponendogli un percorso obbligato fatto di rampe cieche, svolte a gomito, terrazze panoramiche e ombre improvvise, fino a consegnarlo, in cima, davanti al luogo dove la dea rispondeva alle domande degli uomini.
La formula che si legge nei manuali - "santuario a terrazze di tipo ellenistico" - è corretta e insufficiente. Corretta perché il modello viene dai grandi complessi del Mediterraneo orientale, dai santuari di Rodi, di Coo, di Lindo, dove il sacro si distribuisce su piani sovrapposti invece di concentrarsi in un edificio unico. Insufficiente perché a Praeneste il modello viene tradotto in una tecnica costruttiva che i Greci non avevano: il calcestruzzo romano, l'opera cementizia, la volta a botte gettata in opera. Il risultato è un linguaggio architettonico nuovo, che a quel punto smette di dipendere dai modelli greci.
Un santuario che è anche una città
Il santuario superiore, quello delle terrazze monumentali, occupa la parte alta dell'abitato antico. Sotto, dentro l'area del foro di Praeneste, si estendeva il cosiddetto santuario inferiore, con l'aula absidata, la grotta detta antro delle sorti, la basilica civile e un tessuto di edifici pubblici che oggi giacciono sotto il palazzo vescovile e la cattedrale di Sant'Agapito. Tra i due poli correvano la vita quotidiana della città e la vita religiosa del culto, senza confini netti: a Praeneste il foro era il santuario e il santuario era il centro civico, in una continuità che le nostre categorie moderne fanno fatica a maneggiare.
Vale la pena tenerlo a mente durante la visita. Quando si sale lungo le rampe non si sta attraversando un recinto sacro separato dal mondo, come accade in un tempio egizio o in una cattedrale gotica: si sta attraversando il monumento pubblico più costoso che una città dell'Italia centrale del II secolo a.C. sia stata capace di costruire, il suo biglietto da visita, la sua dichiarazione di potenza, il suo motore economico. Il pellegrino portava denaro, e il denaro pagava il marmo.
Perché "Primigenia"
L'epiteto è di quelli che sembrano trasparenti e non lo sono. Primigenia significa "primogenita", "nata per prima": una Fortuna che precede tutto, anteriore agli dèi stessi. Ma le fonti antiche la mostrano anche come madre e nutrice, con Giove bambino e Giunone in grembo, in un gruppo scultoreo che a Roma sarebbe stato inconcepibile - Giove lattante, il padre degli dèi ridotto a poppante di una divinità femminile italica più antica di lui. Cicerone, che di Preneste scrive con la puntigliosità dell'uomo che c'era stato, registra la stranezza senza risolverla, e nota che le madri veneravano quel gruppo con particolare devozione.
La contraddizione apparente - primogenita e insieme madre - è probabilmente il residuo di due strati di culto sovrapposti: una divinità femminile locale legata alla fecondità, alla nascita, alla protezione dei neonati, e una Fortuna concepita come forza cosmica che assegna a ciascuno il proprio destino. Il santuario, con la sua doppia natura di luogo materno in basso e di macchina oracolare in alto, riflette esattamente questa doppiezza.
Dove si trova il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina e come si legge il paesaggio
Palestrina sta a circa 450 metri di quota, addossata al monte Ginestro, uno dei rilievi dei Prenestini che chiudono a est la campagna romana. Dalla cima del santuario, nelle giornate limpide, si vede la valle del Sacco, si intuisce la linea dei Colli Albani, e con un po' di fortuna si arriva a distinguere il mare verso Anzio. Questo dato non è paesaggistico, è funzionale: il santuario è stato progettato per essere visto da lontano e per far vedere lontano.
La posizione strategica di Praeneste
La città antica controllava il passaggio tra la valle del Sacco e la campagna romana, cioè la via naturale che collega il Lazio alla Campania. Chi teneva Praeneste teneva un nodo. Non è un caso che Roma abbia impiegato secoli a normalizzare i rapporti con questa città, e che quando finalmente ci riuscì lo fece nel modo più brutale possibile.
La quota, poi, garantiva un clima che i romani apprezzavano moltissimo. Orazio mette "la fresca Preneste" tra i luoghi dove gli piacerebbe ritirarsi, accanto a Tivoli e a Baia, e l'aggettivo non è ornamentale: d'estate, quando Roma diventa un forno, qui si respira. Le fonti antiche ricordano anche le noci e le rose di Preneste, prodotti locali che avevano fama nei mercati della capitale. Una città fresca, ricca, ben posizionata e con un oracolo famoso: la ricetta di una prosperità che durò secoli.
Come si arriva oggi
Da Roma, l'accesso più semplice è la via Prenestina, che è anche quella antica, oppure l'autostrada A24 con uscita verso Tivoli e discesa lungo la Prenestina Nuova. Chi non ha l'auto prende un autobus extraurbano dalla stazione Anagnina della linea A della metropolitana. In treno si scende a Zagarolo sulla linea per Cassino e si prosegue con un collegamento su gomma. Il centro storico è in salita e le auto si lasciano nei parcheggi a valle: la parte finale si fa a piedi, ed è giusto così, perché il santuario è nato per essere salito.
Il consiglio pratico sulla quota
Se venite d'estate, la salita dalle terrazze basse fino a Palazzo Colonna Barberini si fa nelle prime ore del mattino o dopo le cinque del pomeriggio: a mezzogiorno il pendio è esposto e le pietre restituiscono calore. Se venite d'inverno, sappiate che qui il vento c'è, ed è il vento che ha reso Preneste "frigida" per Orazio. Scarpe con la suola che tenga: molti tratti sono lastricati con pietre antiche lisciate da duemila anni di piedi.
Praeneste prima del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Prima che esistesse il santuario monumentale c'era una città latina antica e potente, con un'aristocrazia ricchissima e una rete di rapporti che arrivava fino all'Etruria e alla Grecia. Le tracce dell'abitato risalgono almeno all'VIII secolo a.C., ma il momento che racconta meglio la statura di questa comunità è il VII secolo, quando nelle necropoli locali vennero deposti corredi funerari che non hanno molti confronti in Italia.
Le tombe orientalizzanti
La tomba Barberini e la tomba Bernardini, scavate nell'Ottocento, hanno restituito oggetti che descrivono un mondo aristocratico proiettato sul Mediterraneo: coppe d'argento decorate con motivi che vengono da Cipro e dalla Fenicia, oreficerie a granulazione minutissima, bronzi, avori, calderoni con protomi. Non sono importazioni casuali, sono lo status symbol di principi che compravano il prestigio dove il prestigio si produceva. Quei materiali si conservano oggi a Roma, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, e chi vuole capire da quale radice sia germogliato il santuario dovrebbe vederli.
La prosperità di Praeneste, insomma, non nasce con la Fortuna: la Fortuna la eredita, la monumentalizza e la trasforma in un fenomeno di richiamo internazionale. Il santuario del II secolo a.C. è l'ultimo atto di una vicenda lunga cinque secoli, non il primo.
La lingua e le iscrizioni
Il latino che si parlava qui aveva forme proprie, e Preneste ha lasciato alcuni dei documenti più discussi della linguistica latina. La fibula prenestina, con la sua iscrizione arcaica letta come "Manios med fhefhaked Numasioi", è stata al centro di una delle polemiche filologiche più feroci del Novecento, tra chi la considerava un falso ottocentesco e chi ne difendeva l'autenticità; le analisi più recenti hanno riabilitato l'oggetto, che oggi si conserva a Roma al Museo delle Civiltà. Non è un dettaglio erudito: significa che a Preneste si scriveva, in latino, in un'epoca in cui il latino scritto era ancora una rarità.
Le ciste prenestine
Tra il IV e il III secolo a.C. le botteghe di Praeneste producevano ciste, contenitori cilindrici di bronzo per oggetti da toeletta, incisi con scene mitologiche di una finezza sorprendente. La più celebre, la cista Ficoroni, porta incisa la scena degli Argonauti e una firma latina che nomina l'artefice Novios Plautios e la committente; si conserva anch'essa a Villa Giulia. Sono oggetti che dicono due cose insieme: che qui c'era ricchezza da spendere in lusso, e che la cultura figurativa greca era di casa molto prima che Roma la scoprisse.
I rapporti con Roma
La storia politica è meno serena. Praeneste esce dalla Lega Latina all'inizio del V secolo a.C. e si schiera con Roma, poi cambia idea quando Roma vacilla dopo l'invasione gallica del 390 a.C., combatte a lungo contro la potenza che sta crescendo a occidente, perde territori nel IV secolo e finisce alleata con lo statuto di città federata, obbligata a fornire truppe. È una condizione ambigua: formalmente indipendente, sostanzialmente satellite. Durerà fino alla guerra sociale, quando la cittadinanza romana verrà concessa a tutti gli alleati italici, e finirà nel modo peggiore pochi anni dopo.
Chi era la Fortuna Primigenia venerata a Palestrina
La Fortuna che si venerava qui non è la signora bendata con la ruota che il Medioevo ci ha consegnato. È una divinità molto più antica e molto più ambigua, che presiede alla sorte come principio ordinatore del mondo, non come capriccio. Il suo epiteto, Primigenia, la colloca all'origine: prima di tutto, prima degli altri dèi, prima del destino stesso.
La dea che allatta Giove
Il gruppo di culto che stava sulla terrazza degli emicicli rappresentava la Fortuna seduta con due bambini in grembo: Giove e Giunone. La scena, per un romano educato all'Olimpo omerico, era un piccolo scandalo teologico. Cicerone la registra con una certa perplessità e nota che quel luogo era circondato da un recinto religioso e onorato soprattutto dalle madri. Il culto della Fortuna prenestina era, tra le altre cose, un culto della nascita e della prima infanzia: si portavano qui i neonati, si chiedeva protezione per i primi mesi di vita, si scioglievano voti quando il bambino sopravviveva.
Questa dimensione domestica convive con quella oracolare senza contraddizione, perché nel mondo antico chiedere se il figlio vivrà e chiedere se l'affare andrà a buon fine sono la stessa domanda posta alla stessa potenza. La Fortuna Primigenia governa il "che cosa accadrà", in tutte le sue declinazioni.
Fortuna, Iside e le divinità viaggianti
Nel corso dell'età ellenistica e poi imperiale la dea prenestina entra in contatto con altre figure femminili del Mediterraneo, e in particolare con Iside, la grande divinità egiziana che nello stesso periodo si diffonde in tutta Italia. Nel museo di Palestrina si conservano statue di Iside-Fortuna, con gli attributi delle due dee sovrapposti: il timone, la cornucopia, il modio. Non è sincretismo di comodo, è il modo in cui il mondo antico gestiva il fatto che divinità diverse svolgessero la stessa funzione per popoli diversi.
La presenza egiziana a Preneste, del resto, non si ferma alle statue: il capolavoro assoluto del museo, il mosaico nilotico, è una carta illustrata dell'Egitto, e la sua collocazione nel cuore del santuario dice che l'Egitto qui non era un esotismo decorativo, era parte del discorso religioso.
La leggenda di Numerio Suffustio e la nascita delle sortes praenestinae
Ogni oracolo antico ha un mito di fondazione, e quello prenestino è tra i più concreti e i più belli. Lo racconta Cicerone nel secondo libro del De divinatione, dichiarando esplicitamente di attingere agli annali locali, ai Praenestinorum monumenta.
I sogni di un uomo perbene
C'era a Preneste un uomo onesto e di famiglia nobile, Numerio Suffustio. Cominciò a sognare, ripetutamente, e i sogni gli ordinavano di andare in un luogo preciso e spaccare la roccia. Lui resistette, come si resiste ai sogni che chiedono cose ridicole. I sogni divennero minacciosi. Alla fine, spaventato dalle visioni e deriso dai concittadini, prese gli attrezzi e andò a spaccare la selce.
Dalla pietra spezzata, scrive Cicerone, ne uscirono fuori le sortes: tavolette di legno di quercia incise con caratteri di scrittura antica. Il verbo che usa - erupisse, "esplosero fuori" - restituisce bene l'idea di un'irruzione, non di un ritrovamento. E il dettaglio della "scrittura arcaica" è quello decisivo: le sortes nascono già vecchie, già autorevoli, già illeggibili al primo sguardo. È il meccanismo di legittimazione di ogni oracolo.
Il miele sull'olivo
Nello stesso momento, prosegue il racconto, nel luogo dove poi sorse il tempio della Fortuna, si vide colare miele da un olivo. Gli aruspici interpretarono il prodigio: quelle sortes avrebbero avuto fama grandissima. Su loro indicazione, dal legno di quell'olivo si ricavò un'arca, e nell'arca furono riposte le tavolette. Da allora, conclude Cicerone, le sortes si estraggono da lì quando la Fortuna lo consente.
Il racconto è costruito con una precisione che vale la pena ammirare. C'è il sognatore riluttante, che garantisce la buona fede; c'è la derisione pubblica, che rende credibile il seguito; c'è la roccia, che ancora la rivelazione a un luogo fisico visitabile; c'è il prodigio vegetale, che chiama in causa l'interpretazione professionale degli aruspici; e c'è il contenitore sacro, che trasforma un evento irripetibile in una procedura ripetibile ogni giorno. Un mito di fondazione perfettamente funzionale a un'industria oracolare.
Il luogo della rivelazione
Cicerone specifica che il posto dove la selce fu spaccata era, ai suoi tempi, recintato e protetto da un vincolo religioso, e collegato al culto di Giove bambino. Questo significa che la geografia sacra del santuario aveva un punto zero, un centro da cui tutto il resto derivava, e che quel punto era ancora visibile e venerato secoli dopo. La grande architettura a terrazze del II secolo a.C. si è costruita attorno a un nucleo di questo tipo: non si è inventata un luogo, ha monumentalizzato un luogo che già esisteva.
Le sortes praenestinae: come funzionava l'oracolo del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Il meccanismo dell'oracolo prenestino è una delle poche procedure divinatorie antiche che possiamo ricostruire con un certo dettaglio, e la sua semplicità è esattamente ciò che lo rendeva efficace.
Il bambino che estrae
Le tavolette di quercia venivano conservate nell'arca di legno d'olivo. Quando un fedele poneva la sua domanda, non era un sacerdote a mettere la mano nell'arca: era un bambino. Un puer, un fanciullo, sceglieva alla cieca la tavoletta, e la tavoletta conteneva la risposta. La scelta del bambino come mediatore non è folclore: è un dispositivo logico. Il bambino è ritenuto incapace di calcolo, privo di interesse personale, non corruttibile, non ancora inserito nella rete di rapporti sociali che potrebbe orientare la mano. La sua innocenza è la garanzia procedurale dell'imparzialità della dea.
C'è di più. Il bambino che estrae le sortes rimanda al Giove bambino del gruppo di culto: il puer che sceglie e il puer che siede in grembo alla Fortuna sono figure che si specchiano. In età imperiale si aggiunge il titolo di Iuppiter Arcanus, "Giove dell'arca", custode divino del contenitore delle tavolette. Il santuario, in altre parole, aveva costruito una teologia coerente attorno a un gesto materiale semplicissimo: una mano piccola che pesca in una cassetta.
Che cosa c'era scritto sulle tavolette
Le sortes non erano risposte su misura. Erano formule brevi, spesso in versi, di quelle che si adattano a molte domande diverse: incoraggiamenti, avvertimenti, immagini proverbiali, ammonizioni sul momento giusto e sul momento sbagliato per agire. Il consultante portava la propria domanda, la tavoletta forniva una frase, e lo spazio tra le due era il territorio dell'interpretazione. Questo è il segreto di tutti gli oracoli a sorte: l'ambiguità non è un difetto del sistema, è il sistema.
Chi si aspetta un servizio di previsioni puntuali sbaglia epoca. Chi consultava la Fortuna prenestina non cercava un'informazione, cercava una legittimazione: un modo per uscire dall'indecisione con un mandato che non fosse solo suo. È una funzione psicologica che non è mai andata fuori moda, e che spiega perché il santuario abbia prosperato per secoli in una società che nel frattempo produceva Lucrezio e Cicerone.
Il "sorteggio" come tecnologia sociale
Il mondo romano usava il sorteggio anche fuori dall'ambito religioso: le province si assegnavano a sorte, i giudici si estraevano, l'ordine di voto delle centurie si tirava a sorte. In un sistema politico ossessionato dal rischio che il potere si concentrasse in una persona, il caso era considerato un arbitro neutrale. Le sortes praenestinae non sono un'anomalia superstiziosa in una civiltà razionale: sono l'applicazione religiosa di un meccanismo che quella civiltà usava tutti i giorni per governarsi.
La fine dell'oracolo
L'attività oracolare continuò per tutta l'età imperiale, con alterne fortune e con il patrocinio di più imperatori, e si spense con la progressiva messa al bando dei culti tradizionali tra il IV e la fine del IV secolo, quando la legislazione da Costantino a Teodosio chiuse progressivamente i luoghi di culto pagani. Non ci fu alcuna distruzione violenta: il flusso di visitatori e di offerte si prosciugò lentamente, e poi venne il silenzio.
Cicerone e il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina nel De divinatione
Se sappiamo tanto su questo oracolo è perché un avvocato scettico decise di smontarlo per iscritto. Il De divinatione, composto negli anni Quaranta del I secolo a.C., è un dialogo in due libri: nel primo il fratello Quinto espone le ragioni di chi crede nella divinazione, nel secondo Marco Tullio le demolisce una per una.
Il passo sulle sortes
Nel secondo libro Cicerone racconta la vicenda di Numerio Suffustio e delle tavolette uscite dalla roccia, e nota che quelle sortes furono incise "in robore", nel legno di quercia, "priscarum litterarum notis", con i segni di una scrittura antica. Poi ricorda l'olivo da cui colò il miele, gli aruspici che ne trassero l'annuncio della futura celebrità dell'oracolo, e l'arca ricavata da quello stesso olivo.
Fin qui è cronaca. Poi arriva la stoccata. Cicerone chiede, in sostanza, quale magistrato o quale uomo di rango si sia mai servito delle sortes; osserva che in ogni altro luogo queste pratiche sono cadute in disuso e che a Preneste sopravvivono grazie alla fama del luogo e all'affluenza della gente comune; e conclude che la fortuna dell'oracolo dipende dalla reputazione, non dalla verità. È un ragionamento sociologico prima ancora che filosofico, e chiunque abbia visto un santuario contemporaneo prosperare sul passaparola capisce di che cosa stia parlando.
Lo scetticismo che conserva
Il paradosso è delizioso: dobbiamo la conoscenza del funzionamento dell'oracolo a un uomo che voleva dimostrarne l'inutilità. Cicerone descrive con precisione proprio perché vuole confutare, e la precisione della confutazione è diventata la nostra fonte principale. Succede spesso nella storia delle religioni antiche, e vale come promemoria metodologico: i testimoni ostili sono spesso i più dettagliati.
Il rapporto personale di Cicerone con Preneste
Cicerone conosceva questi luoghi, come li conosceva l'intera classe dirigente romana: Preneste era a un giorno di viaggio, aveva un clima gradevole e ville, e il suo santuario era una tappa nota. Lo scetticismo del De divinatione non è quello di un intellettuale che parla per sentito dire, è quello di un uomo che ha visto la fila davanti all'arca e non ne è rimasto impressionato. Il che, se ci pensate, rende la sua testimonianza ancora più preziosa quando descrive il rituale.
Il santuario inferiore del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La parte del complesso che si visita più distrattamente è, paradossalmente, quella che conserva i pezzi più straordinari. Il santuario inferiore si trova in basso, nell'area del foro dell'antica Praeneste, sotto e attorno alla cattedrale di Sant'Agapito e al palazzo vescovile, ed è un labirinto di ambienti antichi inglobati nell'edilizia successiva.
L'aula absidata
L'ambiente più celebre è l'aula absidata, una grande sala terminante in un'abside, il cui pavimento ospitava il mosaico nilotico oggi conservato nel museo. Le proporzioni e la posizione della sala hanno fatto discutere generazioni di studiosi: si è pensato a un'aula di culto, a una sala per banchetti rituali, a uno spazio di rappresentanza collegato alle magistrature cittadine. Quello che è certo è che si trattava di uno degli ambienti più costosi e più curati dell'intero complesso, perché il pavimento che vi era steso rappresenta uno dei vertici assoluti dell'arte musiva antica.
Camminare nell'aula oggi, con il mosaico rimosso, è un esercizio di immaginazione: bisogna sostituire mentalmente al pavimento nudo una superficie di quasi ventisei metri quadrati coperta di tessere minutissime, brillante di colori, che raffigurava un intero paese straniero visto dall'alto. Chi entrava qui non guardava un affresco alle pareti, guardava per terra, e per terra c'era il Nilo.
L'antro delle sorti e il mosaico dei pesci
Accanto all'aula si apre l'ambiente che la tradizione chiama antro delle sorti: una grotta artificiale, ricavata nella roccia e rifinita come un ninfeo, con il pavimento decorato da un mosaico che raffigura un fondale marino popolato di pesci. Il tema non è casuale. Le grotte-ninfeo dell'architettura ellenistica e romana giocano sistematicamente sull'ambiguità tra natura e artificio: si scava la roccia, la si riveste di conchiglie, di stucchi, di mosaici acquatici, e si ottiene una caverna più naturale del naturale.
Il nome "antro delle sorti" allude alla tradizione che collocava qui la roccia spaccata da Numerio Suffustio, il punto zero della geografia sacra prenestina. Non tutti gli studiosi accettano l'identificazione, e la discussione è aperta da decenni; ma l'atmosfera di quell'ambiente - il buio, l'acqua, i pesci di tessere sotto i piedi, la roccia sopra la testa - è esattamente quella che il mondo antico associava alla comunicazione con le potenze del sottosuolo.
La basilica e il tessuto civile
Intorno a questi due ambienti si estendeva l'area pubblica di Praeneste, con la basilica, il foro lastricato, gli edifici delle magistrature. La sovrapposizione con la città medievale e moderna è totale: si scende una scala, si apre una porta, e si è dentro un muro del II secolo a.C. È la ragione per cui la visita del santuario inferiore va programmata verificando gli accessi, perché alcuni ambienti si vedono solo in occasioni e con modalità che il museo comunica di volta in volta.
Il Mosaico Nilotico del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Se dovessi indicare un solo oggetto per cui vale il viaggio a Palestrina, indicherei questo. Il mosaico nilotico misura 5,85 metri di larghezza per 4,31 di altezza, è composto di tessere piccolissime, e rappresenta il corso del Nilo dalle regioni dell'alta Etiopia fino al delta mediterraneo. È il più antico esempio conosciuto di paesaggio nilotico nell'arte romana, e nessuno degli innumerevoli imitatori successivi si è nemmeno avvicinato alla sua qualità.
Come si legge il mosaico
La lettura va fatta dall'alto verso il basso, come se si guardasse una carta geografica disegnata da chi risale il fiume. In alto, la zona montuosa e desertica: rocce spoglie, cacciatori con archi e lance, e una fauna fantastica di animali africani, alcuni riconoscibili, altri no, accompagnati da didascalie in lingua greca che ne indicano il nome. È la parte più "etnografica", quella in cui il mosaicista mette in scena l'ignoto: il confine del mondo conosciuto, popolato da bestie che nessuno spettatore italico aveva mai visto.
Scendendo, il paesaggio si addolcisce. Compaiono le acque, i canali, le imbarcazioni, i coccodrilli e gli ippopotami, gli edifici egiziani con i loro piloni e le loro terrazze. Compaiono le figure umane in attività riconoscibili: la caccia, la pesca, la navigazione. Nella fascia inferiore siamo nel delta, nell'Egitto ellenizzato dei Tolomei, con architetture greco-egiziane, tende, soldati, e una scena di banchetto sotto una pergola che è probabilmente la parte più famosa del mosaico: un gruppo di persone sdraiate mangia e beve mentre suonatrici accompagnano la scena.
La questione della piena
Molti interpreti leggono l'intera composizione come una rappresentazione dell'inondazione annuale del Nilo, l'evento che scandiva il calendario egiziano e da cui dipendeva la fertilità del paese. L'acqua che invade il paesaggio, gli edifici che emergono come isole, le barche che navigano dove normalmente si cammina: sono elementi coerenti con quella lettura. La piena, del resto, è per l'Egitto esattamente quello che la Fortuna è per Preneste: la forza ciclica e imprevedibile da cui dipende la sorte degli uomini. La collocazione del mosaico nel santuario acquista così un senso preciso.
La datazione e il dibattito
La proposta più autorevole, sostenuta da Paul Meyboom nel suo studio monografico, colloca il mosaico attorno al 100 a.C. e ne fa una testimonianza precoce della diffusione dei culti egiziani in Italia. Altri hanno pensato a un'epoca successiva, legandolo alla conquista dell'Egitto da parte di Ottaviano, o addirittura all'età adrianea e alla passione dell'imperatore per l'Egitto. Claire Préaux ne ha sottolineato il carattere evasivo, quasi turistico. La discussione non è chiusa, ma la datazione tardo-repubblicana è oggi quella prevalente e si accorda con la fase monumentale del santuario.
La rovinosa avventura seicentesca
La storia moderna del mosaico è un thriller della conservazione, e spiega perché ciò che vediamo oggi sia una ricostruzione e non l'originale intatto. Nel 1614 il naturalista Federico Cesi lo esaminò; Cassiano dal Pozzo, il grande collezionista di immagini che stava mettendo insieme il suo "museo cartaceo", ne fece eseguire diciotto tavole ad acquerello che documentano lo stato dell'opera prima di ogni intervento. Quelle tavole, ritrovate e studiate da Helen Whitehouse nel Novecento, sono oggi la nostra chiave per capire che cosa fosse davvero il mosaico.
Tra il 1624 e il 1626 il cardinale Andrea Peretti fece staccare l'opera e la fece sezionare in frammenti per portarla a Roma. Il trasporto la danneggiò gravemente. Nel 1640 il cardinale Francesco Barberini la recuperò e ne promosse il ritorno a Palestrina, affidando il restauro al mosaicista Giovanni Battista Calandra. Il restauro seicentesco, secondo i criteri del tempo, integrò, ricompose e in più punti reinventò. I Barberini rimossero e ricollocarono le sezioni senza registrare in modo sistematico la composizione complessiva. Il risultato è che l'ordine attuale di alcuni frammenti è frutto di ipotesi.
Dal 1953 il mosaico è esposto nella sede di Palazzo Colonna Barberini, dove poco dopo sarebbe nato il museo, e dove ancora oggi occupa la sala che gli è dedicata. Lo si guarda dall'alto, da una passerella, che è l'unico modo di leggerlo come una mappa e non come un muro. Concedetegli mezz'ora: è un'opera che si apre lentamente, e ogni volta che si torna a guardarla si scopre un animale, una barca, una figura che prima era sfuggita.
La datazione del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La questione della data è meno noiosa di quanto sembri, perché da essa dipende il significato storico dell'intero monumento: se il santuario è opera di Silla, è un atto politico di un dittatore; se è precedente, è l'autorappresentazione di una città italica ancora orgogliosa e autonoma. Due storie diversissime.
La vecchia ipotesi sillana
Per molto tempo si è ritenuto che il complesso monumentale fosse stato costruito da Silla dopo l'82 a.C., come gesto di riparazione o di propaganda dopo la strage e la fondazione della colonia. L'idea circolava da tempo e aveva il conforto di alcune fonti tarde. Un santuario così costoso, si diceva, non poteva che essere finanziato da un potere centrale.
La revisione moderna
Gli studi del secondo Novecento hanno spostato la datazione indietro, alla fine del II secolo a.C., appoggiandosi a elementi epigrafici, ai bolli, alle caratteristiche delle murature e ai confronti stilistici. Il santuario, in questa lettura, è l'opera dell'aristocrazia prenestina nel momento del suo massimo splendore economico, quando i mercanti italici erano padroni dei traffici del Mediterraneo orientale e riportavano a casa capitali, modelli architettonici e maestranze. Non un monumento imposto dall'alto, ma un investimento collettivo di una comunità ricca che voleva mostrare di essere ricca.
La revisione ha implicazioni ampie. Se il grande complesso a terrazze precede Silla, allora l'architettura romana in calcestruzzo non nasce nella Roma dei dittatori e degli imperatori, ma nelle città italiche della tarda repubblica, che sperimentano prima e meglio della capitale. Preneste smette di essere una provincia illustrata e diventa un laboratorio.
Che cosa resta di Silla
Questo non significa che Silla non c'entri nulla. Interventi di completamento, restauro e riorganizzazione in età sillana sono probabili, e la colonia dedotta dopo l'82 a.C. ebbe certamente un ruolo nella gestione del santuario. Ma il progetto architettonico, quello che ancora oggi ci lascia senza parole, appartiene alla generazione precedente. È una distinzione da tenere in testa mentre si sale.
Silla, l'assedio dell'82 a.C. e il destino di Praeneste
C'è un anno che divide in due la storia di questa città, e quell'anno è l'82 a.C. Per capire che cosa accadde bisogna ricordare che la repubblica romana stava attraversando la prima vera guerra civile della sua storia, con Lucio Cornelio Silla da una parte e i seguaci di Gaio Mario dall'altra.
Mario il Giovane dentro le mura
Gaio Mario il Giovane, figlio del grande generale, si rifugiò a Preneste con quel che restava del suo esercito. La città, che aveva ottenuto la cittadinanza romana pochi anni prima al termine della guerra sociale, si trovò a ospitare il nemico del vincitore. Silla la fece bloccare e assediare. La resistenza durò mesi, mentre la guerra si decideva altrove, sotto le mura di Roma, alla battaglia di Porta Collina.
Quando la partita fu chiusa e ogni speranza di soccorso svanita, Mario il Giovane morì a Preneste. Le fonti antiche raccontano un tentativo di fuga attraverso un cunicolo e poi la morte, per suicidio o per mano di un compagno. Poco dopo la città capitolò.
La strage e la colonia
Quello che seguì è uno degli episodi più cupi della guerra civile. La popolazione maschile fu sterminata. Sul territorio confiscato Silla dedusse una colonia di veterani, cioè installò i propri soldati sulle terre dei vinti. La struttura sociale della città antica venne cancellata in un colpo solo: l'aristocrazia che aveva finanziato il santuario, che commerciava nel Mediterraneo, che parlava greco e comprava ciste di bronzo, semplicemente cessò di esistere.
La conseguenza urbanistica è che la città sillana si ricostruisce in parte altrove, in basso, mentre la parte alta resta occupata dal santuario. La conseguenza storica è che il monumento sopravvive alla comunità che l'aveva voluto: continua a funzionare, continua ad attirare pellegrini, ma i suoi committenti non ci sono più. È un'immagine che merita un pensiero mentre si guarda la Terrazza della Cortina.
Preneste sotto l'impero
Con l'età imperiale la città cambia funzione: diventa un luogo di villeggiatura per l'aristocrazia romana, apprezzato per l'aria fresca e per la vicinanza a Roma. Le fonti collegano a Preneste imperatori e principi, da Augusto e Tiberio ad Adriano e Marco Aurelio; Adriano in particolare vi avrebbe soggiornato. L'oracolo continua a lavorare, il santuario riceve manutenzioni e aggiunte, e la Fortuna Primigenia resta un nome noto in tutto l'impero.
L'architettura a terrazze del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Arriviamo al cuore della faccenda. Il santuario si sviluppa su sei livelli artificiali, sovrapposti lungo il pendio del monte Ginestro e collegati da rampe e scalinate. Descriverli in fila rischia di essere arido; provo a raccontarli come li incontra chi sale.
Le terrazze inferiori
Il percorso comincia in basso, dall'area del foro cittadino, e le prime due terrazze si raggiungono con scalinate laterali. Sono delimitate da muri in opera poligonale, la tecnica arcaica dei blocchi di calcare sagomati e incastrati senza malta, che qui convive con le tecniche più moderne e ne rappresenta la memoria costruttiva. La seconda terrazza ospita cinque vasche lustrali, ninfei a emiciclo preceduti da colonne, cioè fontane monumentali destinate alle abluzioni: chi saliva al santuario si purificava con l'acqua prima di procedere.
La scelta di aprire il percorso con l'acqua non è casuale. In un santuario che sta su una montagna, l'acqua è il primo elemento che dichiara la potenza del committente: portarla lassù, distribuirla, farla scorrere in ninfei ornamentali significa aver domato la topografia. Il pellegrino se ne accorgeva prima ancora di cominciare a salire davvero.
Le rampe del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La terza terrazza contiene l'invenzione architettonica centrale dell'intero complesso: due grandi rampe porticate, chiuse verso valle da un muro e coperte per metà da volte, che salgono in obliquo convergendo verso il centro.
Salire senza vedere
Il meccanismo è teatrale e va spiegato bene. Chi imbocca una delle rampe si trova in un ambiente chiuso su un lato, coperto sopra la testa per un buon tratto, e orientato di sbieco rispetto alla linea di massima pendenza. Non vede dove sta andando. Non vede il tempio. Non vede il panorama. Vede la parete, la volta, la successione dei sostegni e la luce che entra dal lato aperto. La salita è lunga, il corpo lavora, gli occhi non hanno nulla da fare se non registrare il ritmo dei pieni e dei vuoti.
Poi la rampa finisce, si svolta, e il mondo si apre. È un dispositivo di compressione e decompressione visiva che l'architettura barocca riscoprirà quasi due millenni dopo, e che qui è già perfettamente padroneggiato nel II secolo a.C. Chi progettò queste rampe sapeva che l'esperienza religiosa è fatta anche di sequenze percettive, e le ha scritte nella pietra.
I capitelli inclinati
C'è un dettaglio che gli architetti adorano e che ai visitatori distratti sfugge sempre: i capitelli dorici delle rampe non sono orizzontali, ma inclinati secondo la pendenza della rampa stessa. In altre parole, l'ordine architettonico si piega alla topografia invece di imporsi su di essa. Per la mentalità greca classica sarebbe stata quasi un'eresia: l'ordine è una grammatica assoluta, non si adatta al terreno. Qui invece l'architettura decide che il pendio è un dato di progetto e che la colonna può salire in diagonale.
È in dettagli come questo che si misura la differenza tra copiare un modello e possederlo. Le maestranze prenestine conoscevano perfettamente il vocabolario ellenistico, e proprio perché lo conoscevano si sono permesse di forzarlo.
La convergenza sull'asse
Le due rampe salgono specularmente e si incontrano al centro, all'ingresso della terrazza successiva. Il visitatore, che fino a quel momento ha camminato in obliquo, viene riportato bruscamente sull'asse di simmetria del santuario e da lì in poi salirà in linea retta verso il tempio. È il momento in cui il percorso smette di essere un'esplorazione e diventa una processione. Tutta l'architettura del complesso è costruita su questo passaggio dal movimento diagonale a quello assiale, e chi visita il sito senza saperlo si perde metà dell'esperienza.
La Terrazza degli Emicicli del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La quarta terrazza è quella che i visitatori fotografano di più, ed è anche quella che concentra il maggior numero di problemi interpretativi.
Il portico e le esedre
Sul fondo correva un portico di ordine ionico sormontato da un attico, interrotto simmetricamente da due esedre semicircolari, anch'esse porticate, coperte da volte anulari a cassettoni e dotate di sedili. Sono i famosi emicicli che danno il nome alla terrazza. La volta anulare a cassettoni è un pezzo di bravura tecnica notevole: una copertura curva in pianta e in sezione, decorata a lacunari, realizzata in cementizio.
I sedili raccontano che questi spazi servivano a fermarsi. Chi saliva al santuario non lo faceva in mezz'ora: aspettava il proprio turno, discuteva, riposava, si informava, mangiava. Gli emicicli sono le sale d'attesa monumentali di un oracolo con molta clientela, e la loro forma a conchiglia crea insieme ombra, riparo dal vento e un'acustica raccolta.
Il pozzo sacro e il gruppo della Fortuna
Su questa terrazza si collocano il pozzo sacro e il gruppo scultoreo della Fortuna che allatta Giove e Giunone, cioè i due elementi che legano l'architettura monumentale alla leggenda di fondazione. Il pozzo è il tipo di struttura che nei santuari antichi segnala un contatto con il mondo sotterraneo; il gruppo scultoreo è il centro devozionale del culto materno. Che si trovino insieme, a metà della salita, dice che questa terrazza era una delle stazioni fondamentali del percorso, non un semplice ripiano di raccordo.
Come guardarla oggi
Gli emicicli si leggono meglio dal basso, in controluce, quando il sole radente scava le nicchie e restituisce profondità alle absidi. Da vicino conviene entrare in uno dei due e guardare in alto: la volta anulare è l'elemento che spiega meglio di qualunque testo perché questo cantiere sia considerato un momento decisivo nella storia della costruzione.
La Terrazza dei Fornici e il criptoportico del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La quinta terrazza prende il nome dai fornici, le aperture arcuate che scandiscono la sostruzione. Il suo muro di fondo alterna semicolonne corinzie, nicchie e false porte, in una composizione che merita un supplemento di attenzione perché contiene una delle idee più moderne di tutto il santuario.
Le false porte
Una falsa porta è un elemento architettonico che ha la forma di un passaggio ma non porta da nessuna parte. Serve al ritmo: alternandosi con le nicchie e con le semicolonne, produce una parete che sembra un edificio abitato invece che un muro di contenimento. In altre parole, l'architetto prenestino ha capito che una superficie continua di quella dimensione sarebbe stata insopportabile, e l'ha animata con un sistema di elementi che simulano profondità e accesso.
È il principio che governerà l'architettura romana delle grandi facciate per i cinque secoli successivi, dal teatro di Marcello al Colosseo alle terme imperiali: l'ordine architettonico non regge nulla, ma organizza tutto. La struttura è il muro e la volta; le colonne sono la sintassi che rende il muro leggibile all'occhio. A Palestrina questa idea è già formulata con chiarezza assoluta.
Il criptoportico
Sotto i portici corre il criptoportico, un ambulacro coperto a botte, illuminato da aperture in alto, che accompagna il livello superiore. I criptoportici sono un tipo edilizio che i romani ameranno moltissimo nelle ville: corridoi ombrosi in cui si passeggia d'estate, si conservano derrate, si sostiene una terrazza. Qui il criptoportico ha una funzione strutturale e insieme percorsuale, ed è uno dei passaggi che restano più impressi, perché il salto dalla luce accecante del piazzale alla penombra della galleria è brusco e vagamente cerimoniale.
Camminandoci dentro si tocca con mano di che cosa sia fatto il santuario: getti di calcestruzzo rivestiti di paramento, volte continue, spinte scaricate a terra attraverso i muri di terrazzamento. Non c'è un solo architrave in vista. È architettura di masse, non di travi, ed è la ragione per cui poteva permettersi luci e altezze che nessun tempio greco a colonne avrebbe potuto raggiungere.
La Terrazza della Cortina del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La sesta e ultima terrazza è la Piazza della Cortina, il grande piazzale a U che costituisce il culmine del complesso e il suo capolavoro compositivo.
La forma a U
Il piazzale è delimitato su tre lati da un doppio portico di ordine corinzio e resta aperto verso valle: chi arriva quassù si trova dentro uno spazio chiuso alle spalle e sui fianchi, e spalancato sul paesaggio davanti. La composizione è di una lucidità impressionante. Il portico definisce un recinto e insieme incornicia il vuoto; l'orizzonte diventa la quarta parete dell'architettura.
Il nome "cortina" deriva dall'aspetto del portico che chiude il piazzale come una tenda tesa. Qui si concludevano le processioni, qui si radunavano i fedeli, qui il santuario mostrava la propria faccia più solenne. Ed è qui che l'intera macchina scenografica delle rampe, delle svolte e delle terrazze scarica il proprio effetto: dopo una salita di centinaia di metri fatta di ombre e di angoli ciechi, il visitatore emerge in uno spazio luminoso, ordinato, sospeso sul vuoto.
La cavea e il teatro
Al centro del lato di fondo si apre una cavea, cioè una gradinata semicircolare di tipo teatrale. Non era necessariamente un teatro nel senso che diamo noi al termine: era la gradinata da cui si assisteva a ciò che accadeva nel piazzale, riti, processioni, forse rappresentazioni. In termini architettonici, è l'elemento che risolve il passaggio dal piano orizzontale del piazzale al livello superiore del tempietto.
L'idea di innestare una cavea teatrale in un santuario, facendo dello spazio sacro un luogo di spettacolo e dello spettacolo un atto di culto, è tipicamente ellenistica e verrà ripresa in altri santuari italici. Ma da nessuna parte, in Italia, ha la scala e la coerenza che ha qui.
Il tempio rotondo
Sopra la cavea si ergeva un piccolo tempio circolare, del quale restano oggi soltanto le fondazioni, inglobate nella struttura del palazzo che occupa la sommità. Il vertice di tutto questo apparato colossale era dunque un edificio minuscolo. La sproporzione è voluta: le terrazze non servono a esibire il tempio, servono a produrre l'attesa del tempio. Quando finalmente lo si raggiunge, il fedele ha già attraversato mezzo chilometro di architettura e la scala dell'edificio non conta più nulla, conta il fatto di esserci arrivato.
Nel tempio si conservava la statua di culto, e le fonti ricordano una scultura della dea realizzata in marmo bianco e marmo grigio asiatico, oltre a una tradizione relativa a un simulacro in bronzo dorato. Di quella statua non resta nulla in situ. Resta però il fatto architettonico più importante: un edificio circolare in cima a un asse di simmetria lungo tutta la montagna, cioè il punto in cui una geometria centrale conclude una geometria lineare. È il tipo di soluzione che gli architetti studiano ancora oggi.
Opera incerta, calcestruzzo e volte nel Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Se il santuario è importante per la storia dell'architettura non è solo per la sua forma: è perché rappresenta uno dei primi grandi collaudi su vasta scala della tecnica che avrebbe reso possibile l'architettura romana.
Che cos'è l'opera cementizia
L'opus caementicium è un conglomerato ottenuto mescolando calce, sabbia e frammenti lapidei, gettato dentro casseforme o contro paramenti murari. Non è "cemento" nel senso moderno, ma il principio è lo stesso: un materiale che si versa fluido e che indurisce diventando un monolite. La conseguenza è rivoluzionaria: la forma dell'edificio non dipende più dalle dimensioni dei blocchi disponibili, ma dalla forma delle casseforme. Si può costruire tutto ciò che si riesce a immaginare.
Il santuario di Palestrina usa questa tecnica con una disinvoltura che sorprende, in un'epoca in cui a Roma se ne stavano ancora esplorando le possibilità. Volte a botte per coprire le rampe, volte anulari per gli emicicli, gallerie continue, muri di sostruzione alti come palazzi: il repertorio è già completo.
L'opera incerta come pelle
Il paramento esterno, cioè la faccia a vista del getto, è realizzato in opera incerta: piccole pietre irregolari disposte con le facce a vista sul filo del muro, senza corsi regolari, a formare una tessitura fitta e mossa. A Palestrina l'opera incerta raggiunge una finezza esecutiva che è stata più volte notata dagli studiosi: le pietre sono piccole, ben squadrate sul lato in vista, i giunti sottili. Era una superficie destinata a essere intonacata, ma la cura con cui è realizzata dice molto sull'organizzazione del cantiere.
Guardare un muro in opera incerta significa guardare la firma di un'epoca: questa tecnica precede l'opera reticolata, che si diffonderà dal I secolo a.C. con la sua griglia regolare a maglie diagonali. Riconoscere l'una o l'altra permette di datare un muro a colpo d'occhio con un'approssimazione di poche decine di anni, ed è uno dei giochi più soddisfacenti che si possano fare visitando un sito romano.
La logica del terrazzamento
C'è poi un aspetto ingegneristico che si tende a dare per scontato. Costruire sei terrazze su un pendio significa gestire enormi masse di terra, spinte laterali, acque di percolazione. I muri di terrazzamento del santuario non sono semplici pareti: sono strutture di contenimento che devono resistere alla pressione del terreno retrostante e devono drenare l'acqua piovana per non essere scalzate. Il fatto che duemila anni dopo siano ancora in piedi, avendo sopportato terremoti, guerre e la costruzione di un'intera città sopra di loro, è la migliore recensione possibile dei loro costruttori.
Luce, acqua e scenografia nel Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Ci sono monumenti che si capiscono leggendo e monumenti che si capiscono camminando. Questo è del secondo tipo, e la ragione è che il suo progetto è essenzialmente un progetto di esperienza.
Il percorso come racconto
Provate a ricostruire la sequenza. Si parte in basso, nella città, tra le case e le botteghe. Si passa alle vasche lustrali: acqua, purificazione, soglia. Si sale per le rampe coperte: buio parziale, orientamento perduto, fatica. Si sbuca sulla terrazza degli emicicli: luce, panorama, sosta, il gruppo della dea con i bambini. Si sale ancora, lungo l'asse, davanti alla parete di nicchie e false porte. Si arriva alla Cortina: apertura totale, portico corinzio, orizzonte. Si sale la cavea. Si entra nel tempietto. Fine.
È una drammaturgia in cinque atti, con alternanza regolare di compressione e dilatazione, di ombra e luce, di chiusura e apertura. Nessun architetto del Rinascimento avrebbe potuto fare meglio, e in effetti gli architetti del Rinascimento sono venuti a studiare qui.
L'orientamento e il sole
Il complesso guarda a mezzogiorno, verso la valle. Questo significa che per gran parte della giornata le terrazze sono investite dalla luce diretta e le gallerie restano in ombra, moltiplicando il contrasto tra i due tipi di spazio. Al tramonto, quando il sole scende verso i Colli Albani, le superfici verticali prendono un colore caldo e le nicchie diventano cavità nere: è il momento in cui il monumento è più fotogenico e in cui si capisce meglio come funzionava il gioco di chiaroscuro pensato dai progettisti.
L'acqua come materiale da costruzione
Le vasche lustrali della seconda terrazza, il pozzo sacro degli emicicli, la grotta-ninfeo del santuario inferiore con il suo mosaico di pesci: l'acqua attraversa il complesso da cima a fondo. Nel mondo antico l'acqua non è solo igiene e non è solo simbolo di purificazione: è ciò che segnala la presenza di una potenza sotterranea. Le sorgenti sono bocche del mondo di sotto, e gli oracoli si insediano dove il sottosuolo parla. Il santuario di Preneste è, tra le altre cose, un enorme apparato per mettere in scena l'acqua che esce dalla montagna.
Palazzo Colonna Barberini sopra il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La cosa che colpisce di più chi arriva in cima è che il santuario non finisce con una rovina: finisce con un palazzo. E il palazzo non è appoggiato accanto al monumento antico, è costruito dentro di esso, ne riprende la pianta, ne assorbe le murature, ne eredita la forma curva della cavea.
I Colonna
La famiglia Colonna domina Palestrina a partire dall'XI-XII secolo, e ne fa uno dei propri possedimenti principali. Fu allora che sulle strutture della sommità venne costruito il palazzo baronale, sfruttando le sostruzioni antiche come fondazione già pronta. La storia della città medievale è la storia dei conflitti tra i Colonna e il papato: nel 1299 Bonifacio VIII fece distruggere Palestrina, e la distruzione si ripeté tra il 1436 e il 1437 per mano del cardinale Giovanni Vitelleschi, nel quadro della lotta contro il potere colonnese.
Ogni distruzione era seguita da una ricostruzione, e ogni ricostruzione utilizzava i muri antichi come cave e come ossature. È così che il santuario è sopravvissuto: non perché fosse rispettato, ma perché era comodo. Le sue volte diventavano cantine, i suoi portici diventavano stalle, i suoi criptoportici diventavano corridoi di servizio.
I Barberini
Nel Seicento la proprietà passa ai Barberini, la famiglia del papa Urbano VIII, che nel 1640 fanno ricostruire il palazzo per volontà di Taddeo Barberini. L'edificio assume l'aspetto attuale: un fronte severo, un cortile semicircolare che ricalca la curva della cavea antica, e una posizione dominante che fa del palazzo la testa visiva dell'intero abitato.
Ai Barberini si deve anche la vicenda del mosaico nilotico, staccato, trasportato, danneggiato, restaurato e infine restituito a Palestrina. Il giudizio storico su questa famiglia, in materia di antichità, è ambivalente: hanno smontato e disperso, ma hanno anche conservato e documentato, e senza il loro interesse molte cose sarebbero andate perdute del tutto.
Leggere il palazzo come un documento archeologico
Vale la pena, arrivati in cima, dedicare qualche minuto a guardare il palazzo con occhio archeologico invece che turistico. La curva del fronte posteriore è la curva della cavea. Le sale del museo poggiano su strutture del II secolo a.C. Nei sotterranei e nelle murature si riconoscono tratti antichi inglobati. Il palazzo non è un'aggiunta estranea al santuario: è l'ultimo strato di una stratificazione che non si è mai interrotta, ed è per questo che il complesso è tanto istruttivo. Qui si vede come una città usa il proprio passato.
Il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Il museo occupa Palazzo Colonna Barberini e costituisce la conclusione naturale della visita al Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina. Inaugurato nel 1956 e riallestito nel 1998, dal 2024 gode di autonomia scientifica, finanziaria, organizzativa e contabile all'interno dell'organizzazione del Ministero della Cultura.
L'ordinamento delle sale
Il percorso si sviluppa sui piani del palazzo secondo un criterio insieme cronologico e tematico. Le prime sale sono dedicate al culto della Fortuna e alle testimonianze del santuario, con sculture di età ellenistica e ritratti di epoca repubblicana; seguono le sculture di età imperiale, tra cui un altare dedicato ad Augusto divinizzato; più avanti si incontrano i corredi funerari, con i caratteristici cippi a forma di pigna e i sarcofagi che documentano le necropoli prenestine. La sala del mosaico nilotico chiude il percorso e ne costituisce il vertice.
I pezzi da non perdere
Oltre al mosaico, il museo conserva statue di Iside-Fortuna in marmo, testimonianza dell'incontro tra la dea locale e le divinità egiziane; i Fasti Prenestini, il calendario romano compilato dal grammatico Verrio Flacco e inciso su lastre marmoree, documento capitale per la conoscenza del calendario e delle feste religiose di Roma; bronzetti votivi, specchi incisi e materiali che raccontano l'artigianato prenestino; e l'anello di Carvilio, gioiello realizzato con tecnica a cera persa, uno di quegli oggetti che valgono da soli una vetrina.
C'è poi il grande plastico ricostruttivo del santuario, che è probabilmente lo strumento didattico più utile dell'intero sito. Prima o dopo la salita, dedicategli dieci minuti: vedere dall'alto la sequenza delle terrazze, con le rampe che salgono in obliquo e la cortina che chiude in cima, chiarisce in un colpo solo quello che a terra si fatica a ricomporre.
Il rapporto tra museo e area archeologica
La particolarità di Palestrina è che museo e monumento non sono due cose distinte: il museo sta dentro il monumento, e dalle sue finestre si vede il monumento. Non capita spesso. È un vantaggio enorme dal punto di vista della comprensione, perché permette di passare in pochi secondi dall'oggetto al contesto e viceversa, ma richiede al visitatore un piccolo sforzo di consapevolezza: mentre guardate una vetrina, state stando in piedi sulla sommità del santuario.
I bombardamenti del 1944 e la riscoperta del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Qui la storia diventa amara e paradossale, e va raccontata senza retorica.
Che cosa accadde
Nel 1944 Palestrina si trovò sulla linea dell'avanzata alleata verso Roma, in una zona di transito strategico. I bombardamenti aerei colpirono ripetutamente il centro abitato, distruggendo gran parte del tessuto medievale e moderno che si era stratificato sulle terrazze antiche. Ci furono vittime, case rase al suolo, famiglie che persero tutto. Non esiste modo di raccontare questo episodio come una fortuna archeologica senza ricordare prima che fu una tragedia civile.
Il santuario che riemerge
Detto questo, l'effetto sull'archeologia fu enorme. Sotto le macerie delle case demolite comparvero i muri delle terrazze, le rampe, gli emicicli, i portici: strutture che erano lì da duemila anni, ma che nessuno poteva vedere perché erano state inglobate nell'edilizia successiva. Fino a quel momento il santuario era noto per frammenti, per intuizioni, per disegni di eruditi; da quel momento se ne poté leggere l'estensione reale.
La ricostruzione postbellica dovette affrontare una scelta durissima: ricostruire le case dove erano o liberare il monumento. Si scelse una soluzione intermedia, spostando parte dell'abitato e conservando all'aperto il grande complesso a terrazze. Le case che oggi si vedono addossate a certi tratti antichi sono le sopravvissute di quella selezione, e raccontano meglio di qualunque didascalia come fosse il centro prima del 1944.
Gli scavi e il restauro
Le indagini che seguirono, condotte a partire dal dopoguerra, portarono al rilievo sistematico del complesso e alla sua parziale anastilosi. È in quegli anni che il santuario passa dallo statuto di curiosità locale a quello di monumento fondamentale dell'architettura romana, studiato in tutte le università del mondo. Il museo nel palazzo apre nel 1956, e il mosaico nilotico vi era già stato collocato dal 1953.
Fasolo, Gullini, Coarelli: gli studi sul Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Ogni monumento ha una storia degli studi, e nel caso di Palestrina quella storia è particolarmente istruttiva perché mostra come cambia l'interpretazione quando cambiano i metodi.
Il rilievo del dopoguerra
L'opera che fonda la conoscenza moderna del complesso è il grande studio pubblicato negli anni Cinquanta da Furio Fasolo e Giorgio Gullini, che al santuario dedicarono un rilievo sistematico e una ricostruzione complessiva. È un lavoro di architetti prima ancora che di archeologi, ed è precisamente questo il suo pregio: le tavole di quel volume hanno insegnato a leggere il monumento come progetto, con i suoi assi, le sue proporzioni, la sua sequenza spaziale.
Quelle ricostruzioni hanno definito l'immagine mentale che tutti abbiamo del santuario, la stessa che ritroviamo nei plastici e nei manuali. Alcune ipotesi di dettaglio sono state successivamente discusse e corrette, come è normale, ma l'impianto complessivo regge.
La revisione cronologica
Il passo successivo è stato quello di rimettere in discussione la data. Filippo Coarelli, nei suoi lavori sui santuari laziali di età repubblicana, ha inserito Palestrina in un quadro più ampio, quello della grande stagione edilizia delle città italiche tra fine II e inizio I secolo a.C., accanto ai santuari di Tivoli, Terracina, Gabii, Praeneste stessa. In quel quadro il complesso non è più un unicum inspiegabile, ma il capolavoro di una tradizione.
La discussione sui rapporti con l'architettura ellenistica orientale, sulla committenza, sui finanziamenti e sul ruolo dei mercanti italici a Delo e nell'Egeo ha ulteriormente arricchito il quadro. Il punto fermo è che senza i capitali generati dai commerci mediterranei quel cantiere sarebbe stato impensabile.
Perché la storia degli studi conta anche per il visitatore
Può sembrare materia da specialisti, ma non lo è. Sapere che l'attribuzione a Silla è stata superata cambia il modo in cui si guarda il monumento: non è la vetrina di un dittatore, è l'investimento di una comunità che pochi decenni dopo sarebbe stata annientata proprio da quel dittatore. La stessa pietra racconta due storie diverse a seconda della data che le si attribuisce, e la seconda è molto più interessante della prima.
L'eredità architettonica del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Pochi monumenti antichi hanno avuto una discendenza così lunga e così riconoscibile. Il santuario prenestino non è stato solo ammirato: è stato copiato, riletto e riutilizzato per cinque secoli di architettura europea.
Bramante e il Cortile del Belvedere
Quando all'inizio del Cinquecento Donato Bramante progettò per papa Giulio II il collegamento tra il Palazzo Vaticano e la villa del Belvedere, si trovò davanti a un problema identico a quello prenestino: un dislivello notevole, una distanza lunga, la necessità di trasformare un pendio in una composizione unitaria. La soluzione - terrazze sovrapposte, scalinate assiali, un emiciclo in fondo, esedre e nicchie - viene direttamente da qui. Il cantiere del Belvedere prende avvio nel 1504, e l'ispirazione prenestina è riconosciuta dagli studiosi come una delle chiavi del progetto.
La cosa interessante è che Bramante lavora su un monumento che nel Cinquecento era in gran parte invisibile, sepolto sotto le case di Palestrina. Gli architetti del Rinascimento lo conoscevano per frammenti, per resti affioranti, per ricostruzioni ipotetiche disegnate sulla base di quel poco che si vedeva. Hanno interpretato più che copiato, e il risultato è stato una delle invenzioni fondative dell'architettura moderna: il giardino a terrazze, che da Roma si diffonderà in tutte le ville d'Europa.
Le ville italiane
Da Villa d'Este a Tivoli alla Villa Aldobrandini di Frascati, da Caprarola alle grandi sistemazioni barocche, il repertorio del giardino italiano - rampe, terrazzamenti, ninfei, esedre, assi prospettici che salgono verso un edificio dominante - discende in linea diretta dalla lezione dei santuari laziali di età repubblicana, e Palestrina ne è il modello per eccellenza. Chi ha camminato tra le terrazze di Praeneste riconosce l'archetipo appena mette piede in un giardino cinquecentesco.
Il Vittoriano e il Novecento
La discendenza arriva fino all'età contemporanea. Il Vittoriano di Roma, costruito tra il 1884 e il 1911, riprende l'idea del complesso a gradoni con portico curvo sommitale. E nel Novecento il santuario è stato guardato con attenzione da architetti come Louis Kahn e James Stirling, interessati proprio a quello che Palestrina insegna: come si organizza un percorso, come si costruisce un'attesa, come si trasforma la topografia in architettura.
Non è un caso che le facoltà di architettura mandino ancora oggi gli studenti a rilevare queste terrazze. È un monumento che si studia con il metro e con i piedi, e chi lo ha fatto una volta ne porta traccia in tutto quello che disegna dopo.
La Pietà di Palestrina e la questione dell'attribuzione
C'è un capitolo della storia di questa città che non riguarda l'antichità e che merita comunque un posto in qualunque racconto del luogo, perché ha alimentato per un secolo una delle discussioni più accese della storia dell'arte.
Una scultura in una cappella
La Pietà di Palestrina è un gruppo marmoreo alto 253 centimetri, scolpito in un blocco di reimpiego che proviene probabilmente da una trabeazione antica, con tracce della decorazione originaria ancora leggibili sul retro. Il dettaglio è delizioso e tipicamente prenestino: anche la scultura moderna si ricava dalle pietre del santuario. L'opera si trovava nella cappella funebre del cardinale Antonio Barberini, nella chiesa di Santa Rosalia a Palestrina, e viene citata per la prima volta nel 1756 dallo storico locale Cecconi come "abbozzo del celebre Buonarroti".
L'attribuzione a Michelangelo
Nel 1907 lo studioso Grenier pubblicò l'opera e la attribuì esplicitamente a Michelangelo, proponendo una datazione intorno al 1550. L'ipotesi ebbe fortuna immediata e straordinaria: la Pietà di Palestrina venne collocata tra le opere estreme dell'artista, accanto alla Pietà Bandini e alla Pietà Rondanini, e letta come un ulteriore capitolo di quella meditazione sulla morte che occupa gli ultimi anni del Buonarroti. Nel 1939 lo Stato italiano acquisì l'opera e la destinò alla Galleria dell'Accademia di Firenze, dove si trova tuttora, insieme al nucleo michelangiolesco.
Perché oggi l'attribuzione è respinta
La critica successiva ha smontato l'ipotesi con argomenti tecnici. Le sproporzioni delle gambe del Cristo, il modellato in alcune parti inusuale, incongruenze di esecuzione difficilmente compatibili con la mano dell'ultimo Michelangelo hanno portato a considerare l'opera come il lavoro di un ambiente michelangiolesco più che del maestro: si è fatto il nome di Francesco da Sangallo, si è parlato di elaborazione di allievi su un'idea del Buonarroti, si è discusso di una datazione diversa. Oggi l'attribuzione a Michelangelo è generalmente respinta.
Il che, va detto, non toglie nulla alla scultura. Resta un gruppo di grande forza, resta un pezzo importante della storia del gusto, e resta soprattutto un caso di studio esemplare su quanto un nome pesi nella percezione di un'opera. La stessa pietra, con o senza la firma di Michelangelo, è ammirata o ignorata da pubblici completamente diversi.
Come visitare il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Passiamo alla pratica, perché un monumento di questa complessità può disorientare e vale la pena arrivare con un piano.
Salire o scendere
Ci sono due strategie. La prima è salire dal basso, dall'area del foro antico verso le terrazze e poi verso il palazzo, cioè ripercorrere il tragitto del pellegrino antico: è la modalità più fedele e più faticosa, e regala il colpo di scena finale della Cortina. La seconda è arrivare in alto, visitare il museo, guardare il plastico ricostruttivo e poi scendere avendo già capito lo schema: è la modalità più comoda e più didattica, e ha il vantaggio di risparmiare le gambe.
Se venite con bambini o con persone che camminano poco, la seconda strategia è di gran lunga preferibile. Se venite per capire l'architettura, fate la prima, e fatela lentamente.
Quanto tempo serve
Un giro rapido dell'area archeologica e del museo si chiude in due ore e mezza. Una visita fatta come si deve, con il tempo di sedersi negli emicicli, di percorrere il criptoportico, di guardare il mosaico nilotico più di una volta e di scendere fino agli ambienti del santuario inferiore, richiede una mezza giornata abbondante. Palestrina non è una tappa da incastrare tra due impegni: è una gita.
Che cosa verificare prima di partire
Gli orari, i giorni di chiusura e le condizioni di accesso ai diversi settori vanno controllati sui canali ufficiali del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina prima di mettersi in viaggio. Alcuni ambienti del santuario inferiore, in particolare, si visitano con modalità e in periodi che il museo comunica di volta in volta, e non è raro che una parte del percorso all'aperto sia interessata da lavori di manutenzione. Una telefonata o un controllo del sito ufficiale evitano delusioni.
Con che cosa combinarlo
Palestrina si combina bene con una giornata nei Monti Prenestini: il borgo di Castel San Pietro Romano sopra l'abitato, con la rocca e il panorama; Zagarolo, Genazzano con il suo castello Colonna, Olevano Romano, o la discesa verso la valle del Sacco. Chi arriva da Roma può inserirla in un itinerario che tocca anche Tivoli, e il confronto tra il santuario di Ercole Vincitore a Tivoli e quello della Fortuna a Palestrina è una delle lezioni di architettura antica più efficaci che si possano regalare a se stessi.
Palestrina oltre il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Sarebbe un errore trattare la città come il semplice contenitore del suo monumento. Palestrina ha una storia propria che vale la pena conoscere, e alcune cose da vedere che stanno a pochi metri dalle terrazze antiche.
Giovanni Pierluigi da Palestrina
Nel Cinquecento questa città ha dato al mondo uno dei compositori decisivi della storia della musica occidentale. Giovanni Pierluigi da Palestrina, che dal luogo di nascita prese il nome con cui lo conosciamo, è il maestro della polifonia sacra romana, l'autore di una scrittura contrappuntistica di limpidezza esemplare che è diventata il modello normativo dello stile ecclesiastico per i secoli successivi. Chiunque abbia studiato contrappunto ha studiato le sue regole, spesso senza sapere dove fosse Palestrina sulla carta.
La città gli dedica memoria e iniziative, e il nesso tra il compositore e il santuario è più profondo di quanto sembri: entrambi sono esempi di un'arte che costruisce grandi architetture per gradi, mettendo in fila elementi semplici fino a ottenere un effetto complessivo di solennità. Il contrappunto è, in fondo, un'architettura a terrazze fatta di voci.
La cattedrale di Sant'Agapito
Il duomo sorge nell'area del foro antico, sopra e dentro strutture romane, ed è dedicato al santo patrono della città, il giovane martire Agapito. Le sue murature inglobano blocchi antichi, e il campanile è uno degli elementi che caratterizzano il profilo urbano visto da valle. Entrarci significa fare un ulteriore salto tra gli strati: sotto i piedi c'è il santuario inferiore, attorno c'è il Medioevo, e dalle porte si vede il grande complesso a terrazze salire verso il palazzo.
Castel San Pietro Romano
Sopra Palestrina, a quota più alta, sta il borgo di Castel San Pietro Romano, con i resti della rocca colonnese e uno dei panorami più larghi del Lazio: da lassù si abbraccia tutta la campagna romana fino al mare. È anche il luogo dove Luigi Comencini girò alcune scene di "Pane, amore e fantasia" nel 1953, particolare che i cinefili apprezzano. La salita è breve, e completa la lettura del rapporto tra la città, la montagna e il santuario.
Il paesaggio del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
C'è un modo di visitare questo luogo che riguarda meno l'archeologia e più la geografia, ed è quello che consiglio a chi ci è già stato una volta.
Il monte Ginestro
Il rilievo su cui si appoggia il santuario appartiene ai Monti Prenestini, il gruppo calcareo che chiude a est la campagna romana e la separa dalla valle dell'Aniene a nord e dalla valle del Sacco a sud. È una montagna di media quota, coperta di boschi e di uliveti, con affioramenti rocciosi che a tratti emergono tra la vegetazione. Il santuario ne occupa il fianco meridionale, quello esposto al sole e affacciato sulla pianura.
Il rapporto tra il monumento e la montagna non è di semplice adattamento: è di sostituzione. Le terrazze non seguono il pendio, lo riscrivono. Dove c'era una superficie irregolare e continua, l'architettura ha imposto una successione di piani orizzontali separati da salti verticali. Vista da valle, la montagna sembra scolpita, e in un certo senso lo è.
Il panorama dalla Cortina
Dal piazzale sommitale lo sguardo corre sulla valle del Sacco e sulla campagna a sud-ovest. Nelle giornate di aria tersa, tipicamente dopo un fronte di maestrale o in inverno, si distinguono i profili dei Colli Albani e si arriva a scorgere la linea della costa tirrenica. È il panorama che i pellegrini antichi vedevano al termine della salita, ed è la prova più semplice che la scelta del sito non era casuale: un santuario oracolare deve stare in un punto da cui si domina il mondo su cui si pronuncia.
Le stagioni
La primavera, tra aprile e maggio, è probabilmente il momento migliore: le erbe crescono tra le pietre, la luce è lunga, il caldo non è ancora un problema. L'autunno regala colori e aria limpida. L'estate è impegnativa nelle ore centrali, ma le sere sono splendide e il fresco di cui parlava Orazio esiste ancora. L'inverno è per gli irriducibili: poca gente, luce bassissima, e quel vento che qui non manca mai.
Errori da evitare al Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Ne elenco alcuni con la franchezza di chi li ha visti commettere decine di volte, e in qualche caso li ha commessi.
Visitare solo il museo
È l'errore più comune. Si arriva in auto, si parcheggia il più in alto possibile, si entra nel palazzo, si guarda il mosaico nilotico, si esce, si riparte. Il mosaico è straordinario e giustifica il viaggio, ma il monumento sta fuori. Dedicate almeno un'ora alle terrazze, anche solo scendendo di due livelli e risalendo.
Cercare "il tempio"
Molti visitatori girano per il sito chiedendosi dove sia il tempio, e restano delusi quando scoprono che del tempietto circolare restano soltanto le fondazioni sotto il palazzo. È una delusione basata su un equivoco: qui il monumento non è il tempio, è il percorso. Se cercate colonne in piedi e frontoni scolpiti, il santuario vi sembrerà povero; se guardate le rampe, le volte, gli emicicli e la sequenza degli spazi, capirete di essere davanti a uno dei progetti più ambiziosi dell'antichità.
Andare di fretta
Questo complesso è stato progettato per essere percorso lentamente, con delle soste, in una condizione di attesa. Attraversarlo di corsa significa disattivare esattamente il meccanismo che lo rende straordinario. Sedetevi in un emiciclo. Restate cinque minuti nel criptoportico senza parlare. Guardate il paesaggio dalla Cortina prima di girarvi verso il palazzo.
Sottovalutare il dislivello
Il santuario si sviluppa su un pendio, e il dislivello complessivo tra il livello del foro antico e la sommità non è banale. Chi arriva in ciabatte da mare, con una bottiglietta d'acqua e nessun cappello in agosto, si pente entro venti minuti. Scarpe chiuse, acqua, e la consapevolezza che la strada del ritorno è tutta in discesa su pietre lisce.
Non guardare per terra
A Palestrina i pavimenti contano quanto le pareti: i mosaici del santuario inferiore, i lastricati antichi, le soglie riutilizzate nei muri delle case. Alzare sempre gli occhi verso il panorama fa perdere metà delle informazioni. Fatevi il regalo di guardare in basso per un tratto della visita.
La vita quotidiana intorno al Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Un santuario oracolare di questa scala era, in termini moderni, un'infrastruttura economica. Vale la pena provare a immaginare che cosa accadesse qui in una giornata qualsiasi del I secolo a.C.
Chi saliva
Salivano donne che portavano un figlio appena nato o che ne desideravano uno. Salivano commercianti in procinto di investire in un carico. Salivano contadini preoccupati per un'annata. Salivano viaggiatori romani che passavano di lì e che, come si fa in tutti i luoghi famosi, volevano potersi dire di esserci stati. E salivano, con ogni probabilità, persone che non credevano granché ma che nel dubbio preferivano chiedere: la categoria più numerosa in ogni santuario di ogni epoca.
Cicerone lascia intendere che la clientela dell'oracolo fosse composta soprattutto di gente comune, e che gli uomini di rango se ne tenessero alla larga. Bisogna prendere l'affermazione per quello che è, cioè un argomento polemico, ma il quadro generale è credibile: le sortes erano un servizio accessibile, popolare, quotidiano, non un rito riservato a un'élite.
L'economia del sacro
Attorno a questo flusso di persone si muoveva un'economia intera. Offerte in denaro e in natura, animali per i sacrifici, ex voto in terracotta e in bronzo, oggetti da acquistare, alloggi, cibo. I materiali votivi conservati nel museo - statuette, bronzetti, oggetti anatomici - sono la traccia archeologica di questo commercio devozionale, ed è quel commercio che pagava il marmo, i mosaici e le manutenzioni.
C'è un'osservazione che aiuta a smaltire ogni residuo di romanticismo: le terrazze non sono grandi perché la fede fosse grande, sono grandi perché i pellegrini erano tanti. La monumentalità è la conseguenza architettonica di un bilancio in attivo. È vero per Praeneste, per Delfi, per Epidauro e per qualunque grande santuario della storia.
Il calendario delle feste
Il culto della Fortuna aveva le sue ricorrenze, e in occasione delle feste principali l'afflusso doveva moltiplicarsi. In quei giorni la Cortina si riempiva, la cavea si popolava, i portici ospitavano chi non trovava posto. Le architetture che oggi vediamo vuote e silenziose vanno mentalmente riempite di folla, di rumore, di odore di fumo e di animali. Un santuario antico non era un luogo di raccoglimento: era una fiera con un dio dentro.
Il Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina e gli altri santuari laziali
Praeneste non è un caso isolato. Tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C. le città del Lazio antico costruiscono una serie di grandi complessi sacri che condividono impianto, tecnica e ambizione. Conoscerli aiuta a inquadrare quello che si vede a Palestrina.
Il santuario di Ercole Vincitore a Tivoli
A Tivoli, sopra la valle dell'Aniene, il santuario di Ercole Vincitore presenta un impianto colossale su sostruzioni, con un'area porticata, un teatro e un tempio, e con una strada che passa sotto il complesso. Anche qui l'edificio sacro si combina con funzioni economiche - il santuario controllava traffici e transumanza - e anche qui la tecnica è quella del cementizio. Visitare Tivoli e Palestrina nello stesso mese è il modo più rapido per capire che cosa sia stata la grande stagione edilizia repubblicana nel Lazio.
Il tempio di Giove Anxur a Terracina
A Terracina, sul monte Sant'Angelo, il tempio detto di Giove Anxur è sostenuto da una lunga sostruzione ad archi affacciata sul mare. Il principio è lo stesso di Palestrina: la struttura di sostegno non è nascosta, è il monumento. Il visitatore vede da lontano l'arcata, non l'edificio sacro. È la stessa rivoluzione concettuale che a Praeneste raggiunge la sua espressione più articolata.
Gabii, Lanuvio, Nemi
La lista prosegue con il santuario di Giunone a Gabii, con quello di Giunone Sospita a Lanuvio, con il santuario di Diana a Nemi. Ognuno con le proprie specificità, tutti riconducibili a un fenomeno unitario: le comunità italiche, arricchite dai commerci e ancora orgogliose della propria identità, investono in architettura sacra su scala mai vista prima. È l'ultima grande stagione di autonomia culturale delle città del Lazio, e finirà con la guerra sociale e con Silla.
Che cosa rende Palestrina diversa
La differenza sta nella coerenza del progetto. Altrove si trovano soluzioni brillanti applicate a un problema locale; qui si trova un sistema completo, in cui ogni terrazza è pensata in funzione della precedente e della successiva, e in cui il percorso è tanto progettato quanto gli edifici. È per questo che i manuali di storia dell'architettura dedicano a Palestrina delle pagine e agli altri santuari dei paragrafi.
Che cosa non si vede più del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Una guida onesta deve dire anche che cosa manca, perché il rischio di questi siti è che il visitatore creda di vedere il monumento antico mentre ne sta vedendo lo scheletro.
I rivestimenti
I muri che oggi ammiriamo per la finezza dell'opera incerta erano intonacati. Le colonne erano rivestite di stucco. Le superfici erano dipinte, con colori che ci sfuggono quasi del tutto ma che nell'edilizia romana repubblicana comprendevano rossi intensi, gialli, neri. Il santuario che vediamo è grigio; quello antico era colorato e brillante, e da valle doveva risultare visibile a chilometri di distanza come una massa chiara sul verde della montagna.
Le statue
Nicchie ed esedre erano popolate di sculture, e i portici ospitavano dediche, ritratti, offerte. Ogni nicchia vuota che oggi vediamo era un piedistallo occupato. Il museo conserva una parte di quel patrimonio, ma solo una parte: molto è stato disperso, riutilizzato come materiale da costruzione, bruciato nelle calcare per ricavarne calce. È il destino ordinario del marmo antico.
Le coperture e gli arredi
Mancano i tetti dei portici, mancano i serramenti, mancano gli altari, mancano gli oggetti del culto. Manca soprattutto l'arca di legno d'olivo con le tavolette: l'oggetto attorno al quale tutto questo apparato è stato costruito è esattamente quello di cui non resta nulla. È un paradosso che ricorre spesso in archeologia, e conviene tenerlo presente per non confondere ciò che sopravvive con ciò che contava.
Una curiosità su Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La curiosità che racconto sempre riguarda i capitelli delle rampe. Sono capitelli dorici, disposti lungo la salita coperta che porta dalla terza alla quarta terrazza, e sono inclinati: il loro abaco non è orizzontale, ma segue la pendenza del percorso. Chi ha studiato architettura classica si ferma la prima volta che se ne accorge, perché è come sentire una nota fuori posto in una scala che si conosce a memoria.
Nel sistema greco l'ordine architettonico è una grammatica assoluta: la colonna sta in piedi, l'architrave sta orizzontale, e la relazione tra i due non si discute. Piegare l'ordine alla pendenza di una rampa equivale a dichiarare che l'architettura non è la ripetizione di una regola, ma la soluzione di un problema. Nel II secolo a.C., in una città italica che non era ancora nemmeno pienamente romana, qualcuno ha preso questa decisione e l'ha realizzata in pietra.
C'è un secondo aspetto che mi diverte molto. Quel dettaglio non è visibile da lontano: lo si nota solo camminando dentro la rampa, alzando gli occhi. Significa che è stato fatto per chi saliva, non per chi guardava da valle. Il santuario ha un'immagine pubblica, monumentale, fatta per essere vista da chilometri, e una serie di raffinatezze private riservate a chi entra nel meccanismo. È esattamente la doppia natura che ritroviamo in tutta la grande architettura: la faccia e il segreto.
Aggiungo una postilla per chi ama i numeri: le rampe sono due, simmetriche, e convergono verso il centro. Questo significa che il visitatore, qualunque delle due imbocchi, arriva allo stesso punto avendo percorso la stessa distanza e avendo visto un'immagine speculare. Il progetto ha previsto due esperienze identiche e opposte, e le ha fatte terminare nello stesso istante percettivo. Non è casualità: è regia.
Una cosa che non ti dice nessuno su Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Quello che le guide raccontano di rado è che questo monumento lo conosciamo grazie a una catastrofe, e che la catastrofe è recentissima. Fino al 1944 il santuario era invisibile. Non sepolto sotto la terra come Pompei, non nascosto in un bosco come un tempio maya: coperto da un centro abitato vivo, con le sue case, le sue botteghe, le sue chiese, costruite dentro e sopra le terrazze antiche per un migliaio di anni.
Poi arrivarono i bombardamenti alleati, in una città che si trovava sulla direttrice dell'avanzata verso Roma. Il centro storico fu in gran parte distrutto. Ci furono morti, sfollati, famiglie che persero la casa e il lavoro. Quando le macerie vennero rimosse, sotto comparvero i muri: rampe, emicicli, portici, criptoportici, l'ossatura completa del più grande santuario ellenistico d'Italia, che nessuno aveva mai potuto vedere per intero.
Questa è la parte che non si dice, o che si dice troppo in fretta: la nostra conoscenza di questo capolavoro è il sottoprodotto di una tragedia civile. Camminando sulle terrazze si sta camminando dove c'erano le case di persone che le hanno perse. La ricostruzione del dopoguerra impose scelte durissime - dove ricostruire, che cosa liberare, chi spostare - e la Palestrina di oggi, con l'abitato che scende a valle e il santuario che occupa l'alto, è il risultato di quelle scelte.
La conseguenza intellettuale non è banale. Tutta la letteratura scientifica sul santuario è successiva al 1944: i grandi rilievi, le ricostruzioni, le datazioni, i dibattiti. Un monumento che sta lì da ventidue secoli è entrato nella storia dell'architettura ottant'anni fa. Quando leggete che Bramante si ispirò a Palestrina, ricordatevi che Bramante non poteva vedere quasi nulla di ciò che vedete voi: lavorava su indizi, affioramenti e immaginazione. E ci prese lo stesso.
Il consiglio che ti do per visitare Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
Il consiglio è uno solo e lo dico senza giri di parole: fate la salita a piedi, dal basso, e fatela in silenzio per il primo tratto. Non partite dal parcheggio in alto. Non entrate prima nel museo. Cominciate dalla zona bassa, dall'area del foro antico, e risalite come si risaliva duemila anni fa.
La ragione è tecnica, non romantica. Questo santuario è un'opera di regia percettiva: alterna deliberatamente compressione e apertura, buio e luce, direzione obliqua e direzione assiale. Se arrivate in cima in auto e poi scendete, ricevete tutte le informazioni nell'ordine sbagliato e l'effetto svanisce. Il colpo di scena della Terrazza della Cortina funziona solo se prima avete percorso le rampe cieche; l'ombra del criptoportico ha senso solo se arrivate dalla luce del piazzale. Salendo, il monumento vi racconta la sua storia; scendendo, ve la riassume.
Secondo consiglio, collegato: fermatevi almeno una volta in uno degli emicicli e sedetevi. Quegli spazi hanno i sedili perché erano fatti per l'attesa, e sono l'unico punto in cui si può capire, con il corpo, quale fosse la temperatura del tempo antico. Nessuno saliva qui di corsa. Si arrivava, si aspettava, si parlava, si guardava la valle, e a un certo punto veniva il proprio turno.
Terzo: tenete il museo per la fine. Il mosaico nilotico e il plastico ricostruttivo sono la chiave di lettura, e una chiave si usa dopo aver trovato la porta. Se guardate il plastico prima di salire, saprete che cosa vedrete; se lo guardate dopo, capirete che cosa avete visto. La differenza tra le due cose è tutta la differenza tra informarsi e comprendere.
Ultimo, molto concreto: portate acqua e scegliete le ore. La salita completa in una giornata di luglio a mezzogiorno è un esercizio che sconsiglio anche a chi cammina bene. Mattina presto o tardo pomeriggio, sempre. E se potete scegliere il giorno, sceglietelo dopo una giornata di vento: l'aria pulita vi regalerà l'orizzonte fino al mare, che è poi il motivo per cui il santuario è stato costruito proprio qui.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il mosaico nilotico è il capolavoro del museo. Quasi nessuno racconta che quello che vediamo non è esattamente quello che fu posato nel santuario, e che la sua storia moderna è una lezione di storia del restauro.
Il mosaico fu staccato tra il 1624 e il 1626 per volontà del cardinale Andrea Peretti, che lo fece sezionare in frammenti per portarlo a Roma. Il trasporto lo danneggiò. Nel 1640 il cardinale Francesco Barberini ne promosse il recupero e il ritorno a Palestrina, affidando il restauro al mosaicista Giovanni Battista Calandra. Il restauro, secondo la mentalità del Seicento, non si limitò a consolidare: integrò le lacune, ricompose i pezzi, in più punti reinterpretò. E poiché la composizione originale non era stata rilevata in modo sistematico prima dello smontaggio, alcune scelte furono fatte a occhio.
Il colpo di scena arriva nel Novecento. Cassiano dal Pozzo, l'erudito che nel Seicento stava costruendo il suo straordinario "museo cartaceo" fatto di disegni e acquerelli di antichità, aveva fatto documentare il mosaico prima degli interventi: diciotto tavole ad acquerello. Quelle tavole, ritrovate e studiate da Helen Whitehouse, hanno permesso di confrontare lo stato attuale con lo stato precedente e di ricostruire con maggiore attendibilità la disposizione originaria. Senza quel gesto di documentazione, compiuto per pura curiosità collezionistica, oggi non avremmo modo di sapere quanto del mosaico sia antico e quanto seicentesco.
Il fatto risaputo, dunque, è che il mosaico è un capolavoro. Quello poco citato è che è anche un palinsesto: un'opera antica attraversata da un intervento moderno, leggibile solo grazie a una documentazione fatta per altri scopi. Guardandolo dalla passerella, provate a chiedervi quali tessere abbiano duemila anni e quali quattrocento. È una domanda che nessuna didascalia può esaurire, e che rende la visita infinitamente più interessante.
La foto giusta da fare a Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La foto che tutti fanno è quella frontale degli emicicli, con le colonne e le nicchie in fila. È una bella foto ed è giusto farla, ma appiattisce il monumento su un fronte e ne perde la caratteristica principale, che è la profondità in salita.
La foto giusta, secondo me, è un'altra: mettetevi dentro una delle rampe coperte, spalle alla valle, e inquadrate lungo l'asse della rampa verso l'alto. Avrete la volta sopra, la parete a sinistra o a destra, la fuga dei sostegni che si rimpicciolisce, e in fondo la luce che segna l'uscita. È l'unica immagine che restituisce la sensazione fisica del santuario: uno spazio compresso che sale verso una promessa di apertura. Tecnicamente è una fotografia di controluce, quindi esponete per le ombre e lasciate che il fondo bruci: quel bianco in fondo è il soggetto.
La seconda foto da portare a casa è dalla Terrazza della Cortina, ma girata al contrario rispetto all'istinto. L'istinto dice di fotografare il panorama; il panorama, però, sulle foto non funziona quasi mai, perché la valle è lontana e la foschia mangia i contrasti. Girate invece la schiena alla valle e inquadrate il fronte del palazzo con la curva della cavea: avrete in un solo scatto il santuario antico e il palazzo barocco che lo ha inghiottito, cioè il tema stesso di Palestrina.
Terza opzione, per chi ha pazienza: aspettate il tardo pomeriggio e fotografate il complesso da valle, dalla strada che sale, quando il sole radente scava le terrazze e le rende leggibili una per una. È l'immagine che spiega meglio la scala del monumento, perché include la montagna. Da vicino il santuario è grande; da lontano si capisce che è enorme.
Un consiglio tecnico che vale per tutte e tre: qui il grandangolo spinto è una tentazione da resistere. Deformando le verticali si perde l'unica cosa che conta, cioè la relazione tra i piani orizzontali sovrapposti. Una focale normale, il sensore in bolla, e lasciate che sia il monumento a fare l'effetto.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la costruzione stessa, alla fine del II secolo a.C. Non ha una data precisa e non ha un protagonista con un nome, ma è l'evento che conta di più: una comunità italica di media grandezza decide di investire una fortuna in un complesso architettonico senza precedenti, e le maestranze che lo realizzano collaudano su vasta scala le tecniche - cementizio, volta, terrazzamento - che daranno all'architettura romana i suoi cinque secoli successivi. Se esiste un luogo in cui si può dire che l'architettura romana diventa se stessa, è questo pendio.
Il secondo avvenimento è l'assedio dell'82 a.C. Gaio Mario il Giovane si rifugia a Preneste durante la guerra civile; Silla la fa bloccare; la resistenza dura mesi mentre la partita si decide alla battaglia di Porta Collina; Mario muore qui; la città si arrende. Segue lo sterminio della popolazione maschile e la deduzione di una colonia di veterani sulle terre confiscate. In un colpo solo scompare la classe dirigente che aveva costruito il santuario. Il monumento sopravvive ai suoi committenti, e continua a funzionare per un pubblico e per una città diversi da quelli per cui era stato pensato.
Il terzo avvenimento appartiene al Medioevo, ed è una serie: le distruzioni di Palestrina. Nel 1299 Bonifacio VIII, in lotta con i Colonna, fa radere al suolo la città; nel 1436-1437 la scena si ripete per mano del cardinale Giovanni Vitelleschi. Ogni volta si ricostruisce, e ogni volta si ricostruisce usando le strutture antiche come fondazioni, cave e pareti. È la ragione per cui il santuario si conserva così bene: non è mai stato abbandonato, è stato continuamente riutilizzato.
Il quarto avvenimento è seicentesco: l'arrivo dei Barberini, la ricostruzione del palazzo per volontà di Taddeo Barberini nel 1640, e la travagliata vicenda del mosaico nilotico, staccato, trasportato, danneggiato, restaurato e restituito. È il momento in cui il sito entra nel circuito del collezionismo europeo e comincia a essere studiato, disegnato, discusso.
Il quinto avvenimento è il 1944, con i bombardamenti che distruggono il centro abitato e portano alla luce l'estensione reale del complesso. Da lì discendono la stagione degli scavi, il grande rilievo pubblicato negli anni Cinquanta da Furio Fasolo e Giorgio Gullini, la collocazione del mosaico nilotico nel palazzo nel 1953 e l'apertura del Museo Archeologico Nazionale nel 1956. Ottant'anni dopo, il santuario è nei manuali di tutto il mondo.
Chi è passato da Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina
La lista comincia con un uomo di cui conosciamo solo il nome e i sogni: Numerio Suffustio, l'onesto cittadino prenestino che secondo la tradizione locale riportata da Cicerone spaccò la roccia da cui uscirono le sortes. Che sia esistito o no, è il personaggio fondativo di tutta la vicenda, e il fatto che la leggenda gli attribuisca la riluttanza e non l'entusiasmo dice quanto fosse sofisticata la cultura religiosa che l'ha prodotta.
È passato Cicerone, o quantomeno il santuario è passato attraverso di lui: nel secondo libro del De divinatione ne descrive la leggenda di fondazione, il meccanismo delle tavolette estratte dal fanciullo, il gruppo della Fortuna con Giove e Giunone in grembo venerato dalle madri, e liquida l'oracolo osservando che gli uomini di rango non vi ricorrono e che la sua fortuna dipende dalla fama del luogo e dall'affluenza della gente comune. Nel tentativo di smontarlo ce lo ha conservato.
È passato Silla, ma da nemico: l'assedio dell'82 a.C., la morte di Mario il Giovane, la strage, la colonia di veterani. Per secoli gli si è attribuita la costruzione del santuario; oggi gli studi restituiscono la paternità dell'opera alla città che lui distrusse, il che è un rovesciamento storiografico di quelli che valgono un romanzo.
Sono passati gli imperatori. Le fonti collegano a Preneste Augusto e Tiberio, e più tardi Adriano e Marco Aurelio, attirati dal clima fresco e dalla vicinanza a Roma; l'oracolo continuò a essere consultato in età imperiale, con il culto di Iuppiter Arcanus custode dell'arca. Orazio, nelle sue odi, mette "la fresca Preneste" tra i luoghi dove vorrebbe ritirarsi, accanto a Tivoli, e con quel verso ha fatto per la reputazione della città più di qualunque campagna promozionale.
Sono passati i Colonna, che ne fecero il proprio feudo principale dall'XI-XII secolo e vi costruirono il palazzo baronale sulle terrazze antiche, e i Barberini, che nel Seicento ne ereditarono la signoria, ricostruirono il palazzo nel 1640 e maneggiarono - con esiti alterni - il patrimonio archeologico del luogo. Nel loro giro passò anche Cassiano dal Pozzo, il collezionista di immagini le cui tavole ad acquerello ci permettono oggi di leggere il mosaico nilotico.
È passato, di fatto, Bramante: non sappiamo con certezza se abbia messo piede qui, ma il Cortile del Belvedere avviato nel 1504 discende in linea diretta dall'idea prenestina di risolvere un dislivello con terrazze, rampe assiali ed esedre. E dopo di lui sono passati generazioni di architetti, fino a Louis Kahn e James Stirling nel Novecento, che a Palestrina sono venuti a imparare come si costruisce un percorso.
Infine, ed è la parte che mi commuove di più, sono passate centinaia di migliaia di persone senza nome: madri con neonati in braccio salite fin quassù per chiedere che il figlio vivesse, mercanti in ansia per un carico, contadini preoccupati per la pioggia. Il santuario è stato costruito per loro, con i loro soldi, e la sua grandezza è la misura esatta della loro speranza.
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