Palestrina (RM)
Palestrina si trova a 37 chilometri da Roma, sulle pendici del monte Ginestro, e il suo centro monumentale ha un indirizzo preciso: Piazza della Cortina, 00036 Palestrina (RM), dove il Museo archeologico nazionale Prenestino occupa il Palazzo Colonna Barberini e da dove si entra nell'area del Santuario della Fortuna Primigenia. Il biglietto cumulativo indicato dal Ministero della cultura costa 10 euro l'intero e 2 euro il ridotto, vale due giorni consecutivi e comprende museo, santuario e complesso del foro; l'ingresso è gratuito la prima domenica del mese e la prenotazione non è richiesta. Il giorno di chiusura settimanale è il martedì: apertura dal mercoledì al lunedì, con ultimo ingresso un'ora prima della chiusura serale. Sull'orario di apertura del museo le due schede ministeriali non coincidono (una indica le 9, l'altra le 9:30) e l'area archeologica all'aperto chiude prima nella stagione fredda: telefonate allo 06 9538100 o controllate su gabiipraeneste.cultura.gov.it il giorno prima. In automobile da Roma si esce dalla A24 a Tivoli, oppure dalla A1 a San Cesareo o Valmontone, oppure si prende la via Prenestina; il Comune indica otto parcheggi, quattro gratuiti (Kennedy, della Pace, Belvedere, Fanfani) e quattro a pagamento. Con i mezzi pubblici, autobus Cotral dal capolinea di Roma Anagnina, sulla metro A; in alternativa treno Roma Termini fino a Zagarolo e coincidenza in autobus fino a Palestrina.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se state costruendo un itinerario di musei nel Lazio, il punto di partenza è la nostra guida ai musei di Roma, dove Palestrina rientra a pieno titolo come tappa fuori porta.
Diciamolo subito, perché è la cosa che conta: Palestrina non è un borgo carino con due chiese e un panorama. È una delle tre o quattro architetture antiche più importanti che esistano in Italia, e per un caso tragico la conosciamo bene solo grazie alle bombe del 1944. Il paese medievale che copriva il santuario è stato sventrato, e sotto le macerie è riemerso un impianto ellenistico di terrazze sovrapposte che nessuno immaginava di quelle dimensioni. Chi arriva pensando di cavarsela in un'ora, sbaglia i conti di parecchio.

Praeneste prima di Palestrina (RM): la città latina sul monte
L'abitato attuale sorge sull'antica Praeneste, città latina che in età antica fu celebre in tutto il Mediterraneo per il suo santuario oracolare. I primi reperti che attestano l'occupazione del sito sono le sepolture cosiddette principesche, la Tomba Barberini e la Tomba Bernardini, e risalgono all'inizio dell'VIII secolo a.C.: corredi con oreficerie, avori, bronzi e vasellame orientale che raccontano una comunità ricchissima, inserita nelle rotte commerciali fenicie e greche molto prima che Roma contasse qualcosa. È il periodo che gli archeologi chiamano orientalizzante, fra VIII e VII secolo a.C., e a Praeneste tocca il suo apice.
Sulla fondazione le tradizioni antiche litigano fra loro, il che di solito è un buon segno: significa che la città era abbastanza importante da meritare più di un mito. Alcune fonti indicano come fondatore Telegono, figlio di Ulisse e di Circe; altre l'eroe eponimo Prenesto, figlio del re Latino e nipote di Ulisse. Catone, Varrone, Virgilio e Solino legano invece la città alla figura di Ceculo, creduto figlio del dio Vulcano e ritrovato in fasce presso alcuni fuochi che gli avrebbero offuscato la vista, da cui il nome. Sono leggende, e come tali vanno raccontate: nessuna di queste versioni ha valore storico, tutte hanno valore documentario su come i Romani immaginavano l'origine dei loro vicini più scomodi.
Perché scomodi lo furono. Praeneste oppose resistenza dura a Roma, arrivando a stringere un'alleanza con i Galli in funzione antiromana, e fu piegata con i suoi alleati della Lega Latina. La sua posizione strategica, dominante la Valle del Sacco e passaggio obbligato nei collegamenti fra il Lazio e l'Italia meridionale, spiega insieme l'accanimento militare e la fortuna successiva: fu proprio quel controllo di valico a portare i capitali che finanziarono, alla fine del II secolo a.C., la monumentalizzazione del foro e del santuario.
Nel 90 a.C. i cittadini di Praeneste ottennero la cittadinanza romana. Pochi anni dopo arrivò il conto: nell'82 a.C., durante la guerra civile, la città parteggio per Gaio Mario il giovane, che qui trovò la morte. Lucio Cornelio Silla, in quell'occasione, fece sterminare la popolazione maschile e vi installò una colonia militare. Le iscrizioni lo confermano nel modo più freddo possibile: dopo Silla i gentilizi prenestini che ricorrono nelle epigrafi cambiano quasi tutti. Un ricambio di popolazione, letto nella pietra.
Passata la mattanza, Praeneste diventò un luogo di villeggiatura di prima scelta. Augusto la frequentava, insieme alle coste e alle isole della Campania e alle città vicine a Roma come Lanuvium e Tibur. Nel 39 d.C. Caligola, in onore della dea Fortuna venerata qui, fondò due legioni che dalla dea presero il nome: la legio XXII Primigenia e la legio XV Primigenia. Un'intitolazione militare a una divinità di provincia dice quanto pesasse quel culto nella testa dei Romani.
Il Santuario della Fortuna Primigenia, capolavoro dell'architettura repubblicana
Il Santuario della Fortuna Primigenia è una realizzazione architettonica grandiosa che gli studi più recenti datano agli ultimi decenni del II secolo a.C., anche se il luogo di culto è molto più antico. Si articola in una serie di terrazze artificiali disposte sul pendio roccioso, collegate da rampe e scalinate monumentali, con l'asse centrale che sale fino all'emiciclo sommitale. La tipologia del santuario su terrazze artificiali è comune in età ellenistica nell'Italia centrale, e un altro esempio si trova a Monte Rinaldo, nell'area archeologica La Cuma; ma la scala e l'ambizione prenestine sono di un altro ordine di grandezza.
La chiave tecnica è il cementizio. Il santuario si colloca fra i capolavori dell'architettura romana di epoca repubblicana perché prende una disposizione scenografica di ascendenza ellenistica e la realizza con l'opera cementizia, cioe con una tecnica che consente volte, gallerie e sostruzioni impossibili da ottenere con il solo taglio della pietra. Non è decorazione applicata a una montagna: è la montagna riscritta in architettura. Se dovessi indicare un solo punto in cui capire cosa i Romani avessero inventato in fatto di spazio costruito, indicherei queste rampe, non un tempio a colonne.
Si sale, e si arriva alla terrazza degli emicicli. Davanti all'esedra di destra si conserva un pozzo identificato con quello in cui, secondo Cicerone, il nobile prenestino Numerio Sufficio avrebbe rinvenuto le sorti, tavolette di legno da cui si traevano gli auspici. Il meccanismo dell'oracolo, per come le fonti antiche lo lasciano intuire, era tanto semplice quanto efficace: gli oracoli venivano presumibilmente redatti all'interno del pozzo stesso da una figura femminile che restava nell'ombra, e nel pozzo si calava un fanciullo che, ricevuti i responsi, consegnava le tavolette a chi aveva posto la domanda e aveva versato un contributo adeguato. Un bambino, un pozzo, un'ombra e una tariffa: la macchina del sacro spiegata in quattro elementi.
Fermatevi sulla terrazza e guardate verso valle. Nelle giornate limpide la vista arriva fino al mare, e si capisce perché il santuario venne costruito qui e non altrove: chi saliva doveva vedere il mondo dall'alto prima di conoscere il proprio destino. È la scenografia a fare l'oracolo, non il contrario.

Le rampe, le scale e la terrazza degli emicicli
Il percorso di visita all'aperto si affronta scendendo e risalendo: si percorrono scale e rampe monumentali, ci si sofferma sulla terrazza degli emicicli e si arriva ai livelli superiori, dove il palazzo seicentesco ha preso il posto della cavea. Il dislivello è reale e non trascurabile, i gradini antichi sono irregolari e in alcuni tratti scivolosi con l'umidita. Scarpe chiuse con suola scolpita, sempre. Le ballerine e i sandali da città, qui, sono un errore che si paga.
Il mio consiglio di percorso è controintuitivo: fate prima l'area archeologica e poi il museo, non il contrario. Se entrate al museo per primo, il mosaico del Nilo vi sequestra l'attenzione e uscite all'aperto con la testa altrove. Se invece salite prima le terrazze, quando poi vedete i plastici e i materiali del museo avete già in corpo la geometria del luogo e capite tutto in metà tempo.

Il Foro civile di Praeneste e l'Antro delle Sorti
In corrispondenza dell'attuale Piazza Regina Margherita e sotto la Basilica Cattedrale di Sant'Agapito si conservano resti vistosi del foro con la basilica e parte di un primitivo tempio etrusco-italico. A questo nucleo appartengono ambienti che la tradizione erudita ha battezzato con nomi molto evocativi e per lungo tempo fuorvianti: l'Antro delle Sorti e il cosiddetto Erario Romano. Per secoli si è ritenuto che facessero parte del santuario superiore; la ricerca ha chiarito che appartengono invece al complesso del foro cittadino di età repubblicana. È una correzione importante, perché cambia la geografia del sacro prenestino: il santuario oracolare in alto, la vita civile e i suoi edifici monumentali in basso, due poli distinti e non un unico organismo.
Nell'Antro delle Sorti si conserva il mosaico marino con pesci e fondali, di scuola alessandrina, gemello per tecnica e cultura figurativa del più celebre mosaico del Nilo. Sono due facce della stessa committenza: una città che alla fine del II secolo a.C. si fa decorare gli edifici pubblici da maestranze di cultura ellenistico-egiziana. Non è esotismo decorativo. È una dichiarazione di appartenenza al mondo grande.
Le necropoli: Muracciola-Torresina e la Colombella
Fuori dal centro il territorio conserva due necropoli. Quella di Muracciola-Torresina è stata scoperta nel 2008 in località omonima; quella della Colombella appartiene invece alla tradizione di scavo prenestina più antica. Non sono visitabili come i grandi parchi archeologici e la loro fruizione dipende da aperture straordinarie: chiedete in biglietteria al museo, che è il punto informativo affidabile su cosa sia accessibile nel periodo della vostra visita.
Il Museo archeologico nazionale Prenestino a Palestrina (RM)
Il Museo archeologico nazionale di Palestrina occupa il Palazzo Colonna Barberini, alla sommità del santuario, e custodisce la gran parte dei reperti trovati in città: sia le acquisizioni recenti sia i pezzi storici della collezione barberiniana prenestina. Le sale sono sedici e l'allestimento, che risale al 1998, è ordinato secondo criteri didattici e cronologici. È un allestimento che ha ormai qualche anno, ma tiene: la sequenza è chiara, le didascalie fanno il loro mestiere e il percorso sale di piano in piano fino al colpo di scena finale.
Il museo non è soltanto un contenitore per le collezioni. È un museo di se stesso, per il valore che riveste il palazzo che lo ospita, ed è anche un'istituzione aperta: promuove attività didattiche con le scuole, ospita conferenze di argomento archeologico e storico artistico ed è sede di concerti di musica classica e polifonica. Sentire un mottetto di Giovanni Pierluigi cantato a poche decine di metri dalla sua casa natale, dentro un palazzo costruito sopra un oracolo repubblicano, è una di quelle esperienze che giustificano da sole una serata fuori Roma.

Le sedici sale del Museo archeologico Prenestino, una per una
La vera sorpresa è riservata a chi si concede il tempo di attraversare tutte e sedici le sale invece di puntare dritto al mosaico. Il percorso apre con i materiali più antichi del territorio e con le sepolture orientalizzanti: è la sezione dove si misura la ricchezza della Praeneste dell'VIII e VII secolo a.C., quella delle tombe principesche. Si prosegue con la statuaria e i rilievi di età repubblicana e imperiale, con i ritratti, con gli altari.
Poi c'è la sezione degli ex voto, che è quella che consiglio di guardare con più attenzione anche se attira meno turisti. Un santuario oracolare vive di questo: terrecotte anatomiche, statuette, offerte di chi chiedeva o ringraziava. Sono oggetti poveri accanto a marmi ricchi, e sono la prova materiale che qui saliva gente vera con problemi veri.
La sezione delle ciste prenestine merita una sosta lunga. Le ciste sono contenitori cilindrici in bronzo, per lo più destinati alla toeletta femminile, con coperchio, piedini figurati e pareti incise a bulino con scene mitologiche. Praeneste ne è stata la capitale produttiva fra IV e III secolo a.C.: il disegno inciso è di qualità altissima, spesso derivato da modelli pittorici greci perduti, e per gli studiosi rappresenta una delle poche finestre sulla grande pittura ellenistica scomparsa. Chi passa oltre in trenta secondi perde il pezzo più intelligente del museo dopo il mosaico.
Salendo si incontrano i rilievi, le iscrizioni, i materiali architettonici del santuario e i plastici ricostruttivi che permettono di leggere il complesso di terrazze nella sua forma originaria. Il plastico è lo strumento didattico più utile dell'intero museo: guardatelo prima di scendere di nuovo all'aperto, oppure, se avete seguito il mio consiglio e siete saliti dopo, usatelo per verificare quello che avete appena camminato.

Il mosaico del Nilo, il pezzo forte di Palestrina (RM)
Il vertice della raccolta è il mosaico del Nilo, capolavoro di arte e di tecnica della fine del II secolo a.C. Occupava l'abside dell'edificio absidato del foro, era pavimento e non parete, ed è oggi esposto in verticale nella sala superiore del museo per permetterne la lettura. Rappresenta l'Egitto durante la piena del Nilo, dall'alto in basso: nella fascia superiore il paesaggio nubiano con rocce, animali esotici e cacciatori, ciascuno accompagnato da un'iscrizione in greco che ne indica la specie; nella fascia centrale e inferiore il Delta inondato, con canali, barche, capanne di canne, edifici a colonne, un banchetto sotto un pergolato, soldati schierati davanti a un santuario.
Guardatelo come si guarda una carta geografica ragionata, non come un quadro. È un documento su cosa i Romani sapessero e volessero sapere dell'Egitto poco dopo averlo incontrato militarmente e commercialmente, e la precisione zoologica di certe figure indica accesso a repertori scientifici alessandrini. Le tessere sono minutissime e la gamma cromatica include vetri: guardate da vicino i blu.
Una raccomandazione da chi ha accompagnato molti gruppi davanti a questo mosaico: dedicategli almeno venti minuti e cercate una posizione laterale. La lettura frontale appiattisce le fasce; leggermente di lato si recupera la profondita dei livelli e si distinguono meglio le scene minori, che sono poi le più divertenti. E cercate gli animali con il nome scritto accanto: è il dettaglio che conquista anche i ragazzini.


Il Palazzo Colonna Barberini e la Cappella di Santa Rosalia
Il Palazzo Colonna Barberini è costruito alla sommità del santuario e la sua facciata segue l'andamento dell'esedra circolare antica: è la forma del tempio a dettare la forma del palazzo, non viceversa. Distrutto più volte nelle guerre fra i Colonna e i papi, l'edificio attuale è il risultato del rifacimento seicentesco, ed è quello che oggi ospita il museo. Osservatelo dal basso, dalla piazza: la curva è evidentissima e racconta in un colpo solo millesettecento anni di stratificazione.
Dentro il complesso si trova la Cappella di Santa Rosalia, voluta dai Barberini e legata alla devozione per la santa palermitana, con decorazione seicentesca e un impianto che vale la deviazione. È un ambiente piccolo, spesso trascurato da chi corre al mosaico, e proprio per questo si visita bene: chiedete in biglietteria se è aperta il giorno della vostra visita, perché l'accessibilità può variare.


La Villa di Adriano a Palestrina, o Villa degli Imperatori
Presso il cimitero comunale sopravvive un complesso monumentale che la tradizione locale chiama Villa di Adriano o Villa degli Imperatori. Il nome nasce da una scoperta: alla fine del Settecento il mercante d'arte scozzese Gavin Hamilton vi rinvenne la statua colossale di Antinoo nelle vesti di Dioniso-Osiride, il cosiddetto Antinoo Braschi, oggi nella Sala Rotonda del Museo Pio-Clementino in Vaticano. Da quel ritrovamento discese l'identificazione del sito come villa dell'imperatore Adriano a Palestrina. L'attribuzione va presa per quello che è: una tradizione erudita fondata su un indizio forte ma non su una prova documentaria: il complesso raggiunse comunque la sua massima espansione nell'epoca del principato di Adriano, all'inizio del II secolo d.C.
La tecnica costruttiva è l'opus mixtum, con reticolato di tufelli piramidali alternato a corsi di laterizio. Sopravvivono grandi ambienti a pianta rettangolare con volte a botte usati come cisterne, un criptoportico su due livelli, una sala detta delle due esedre e un ambiente di belvedere allineato con precisione sul santuario della Fortuna sottostante. Quell'allineamento non è casuale ed è la cosa più affascinante del sito: chi costruiva quassù voleva avere il santuario in asse, come si tiene in asse un quadro appeso di fronte al letto.
Dal medioevo i monaci si insediarono nelle sostruzioni monumentali e vi costruirono dentro la chiesa di Santa Maria, il convento, il chiostro e il refettorio. La chiesa, a navata unica, conserva un affresco quattrocentesco con Madonna in trono riportato alla luce nel 2008, e nell'abside stucchi rinascimentali a grottesche originariamente dorati, fatti realizzare dall'arcivescovo Paolo Alberi alla fine del Cinquecento. Il complesso è oggetto di studio di un gruppo di ricerca coordinato dalla professoressa Nicoletta Marconi dell'Università di Roma Tor Vergata, in collaborazione con il Comune e con le soprintendenze: l'accessibilità dipende dalle campagne in corso e da aperture organizzate, quindi verificate prima di salire.


Le chiese di Palestrina (RM), una per una
Il patrimonio religioso prenestino è molto più ampio di quanto si aspetti chi viene solo per l'archeologia. Il vertice è la Basilica Cattedrale di Sant'Agapito martire, sede della diocesi suburbicaria di Palestrina, che sorge sopra i resti del foro antico e ne riusa le strutture: il campanile romanico e i blocchi antichi in facciata raccontano quella continuità meglio di qualunque cartello. Sant'Agapito, patrono della città, è il giovane martire prenestino la cui devozione regge da secoli il calendario civile del paese.
Accanto alla cattedrale, il Palazzo Vescovile completa il polo religioso della città alta. La Chiesa di Santa Rosalia è legata al complesso barberiniano. La Chiesa e convento di San Francesco conserva la memoria dell'insediamento francescano; la Chiesa di Sant'Antonio Abate con il convento carmelitano è il fulcro della festa di gennaio; la Chiesa di Santa Croce con il Monastero delle clarisse tiene viva la presenza monastica femminile.
Completano la mappa la Chiesa di Santa Lucia, la Chiesa di Santa Maria in villa, la Chiesa di Santa Maria dell'Aquila, la Chiesa di San Giovanni Battista, la Chiesa di Sant'Egidio, la Chiesa di San Girolamo, la Chiesa di Santo Stefano alla Portella, la Chiesa della Madonna del Trullo, la Chiesa di San Pietro in basso, la Chiesa della Santissima Annunziata, la Chiesa della Sacra Famiglia, la Chiesa della Madonna delle Grazie, la Chiesa di San Giovanni Paolo II e la Chiesa della Madonna del Ristoro. Sono edifici di età e di importanza molto diverse, dalle fondazioni medievali alle parrocchie del secondo Novecento, e quasi tutti aprono in coincidenza con le funzioni: se ne volete visitare più di due o tre, organizzatevi sull'orario delle messe. Il mio suggerimento, se avete poco tempo: cattedrale e Sant'Antonio Abate, e lasciate perdere il resto.
Palazzi, fontane e porte: le architetture civili di Palestrina
Oltre al Palazzo Colonna Barberini, la città conserva la Casa di Giovanni Pierluigi da Palestrina, il compositore e organista che è il massimo esponente della scuola romana del Cinquecento e della polifonia rinascimentale. Ci torno fra poco, perché merita un capitolo suo. Ci sono poi il Palazzo Verzetti e la Villa Torresina, e soprattutto il Casino di caccia Triangolo Barberini, costruzione di metà Seicento dell'architetto Francesco Contini, molto caro ai Barberini: pianta triangolare, carico di simboli, con l'edificio e le dipendenze che seguono una geometria rigorosa. È una di quelle stranezze barocche che fanno impazzire gli studiosi di simbolismo e che vale la pena vedere almeno da fuori.
La cerchia muraria fortificata è a più fasi: mura poligonali del V secolo a.C., poi rifacimenti del II secolo a.C., poi il tratto medievale. Camminare lungo le mura è il modo migliore per capire quanto la città si sia ristretta e rialzata nei secoli. Le porte superstiti sono la Porta del Sole, del XVII secolo, la Porta San Cesareo, dedicata a san Cesario diacono e martire di Terracina, al quale era dedicata un'antica chiesa oggi scomparsa, la Porta San Martino e la Porta delle Monachelle.
Nel tessuto urbano si incontrano la Statua di Giovanni Pierluigi da Palestrina dello scultore Arnaldo Zocchi, il Monumento ai Caduti dello scultore Vincenzo Parisi con corona in bronzo dello scultore prenestino Francesco Coccia, la Fontana del Pupazzo, la Fontana del Borgo e la Fonte Ceciliana. Per il verde e la sosta ci sono il Parco Barberini e il Parco Giacomo Matteotti; l'Ex Mattatoio Comunale è uno di quei contenitori novecenteschi riusati per attività culturali. Il Museo della Resistenza e degli 11 Martiri, in via Pedemontana, custodisce la memoria della strage del 1944 di cui parlo più avanti.
Infine il Rione degli Scacciati, il più antico di Palestrina, in alto, alle spalle del palazzo. Il nome evoca il rifugio degli scampati all'assalto del cardinale Giovanni Maria Vitelleschi nel 1437: gli scacciati sono letteralmente quelli che sono stati cacciati e sono tornati. È il quartiere dove il paese somiglia di più a se stesso, e dove non ci sono cartelli per turisti. Andateci a fine mattinata, quando la luce entra nei vicoli.

Giovanni Pierluigi da Palestrina, il principe della musica
Giovanni Pierluigi nacque a Palestrina nel 1525 e morì a Roma nel 1594. La sua carriera si legge come una scalata alle più importanti cappelle musicali romane: organista e maestro di cappella nella cattedrale di Palestrina dal 1544, direttore della Cappella Giulia in San Pietro sotto Giulio III dal 1551, cantore pontificio nel 1555, maestro in San Giovanni in Laterano fra il 1555 e il 1560, maestro della Cappella Liberiana in Santa Maria Maggiore dal 1561, e di nuovo alla Cappella Giulia dal 1571 fino alla morte.
La sua opera più celebre è la Missa Papae Marcelli, messa a sei voci composta al tempo del pontificato di Marcello II e pubblicata nel 1567. La presentò a Pio IV per dimostrare che il testo sacro poteva restare comprensibile anche dentro una scrittura polifonica complessa, sostenendo così la linea riformatrice della Chiesa dopo il Concilio di Trento. Attorno a questo episodio è nata una leggenda tenace, secondo la quale quella messa avrebbe da sola salvato la polifonia da una condanna conciliare: la leggenda è successiva, il ruolo di Pierluigi nel dibattito è invece documentato. Distinguere le due cose è esattamente il lavoro che un divulgatore serio deve fare.
L'opera omnia, 946 composizioni in 33 volumi, fu pubblicata da Breitkopf e Hartel fra il 1881 e il 1907. La Fondazione Giovanni Pierluigi da Palestrina ha sede nella casa natale, edificio quattro-cinquecentesco restaurato e concesso alla Fondazione nel 1994: tre piani, una mostra sull'iter biografico, artistico ed editoriale dal 1525 al 1594, la sala per seminari e concerti, arredi d'epoca, ritratti e una biblioteca specializzata di circa settemila volumi con manoscritti dal XVI al XIX secolo. Attenzione all'indirizzo e agli orari: la Fondazione indica Vicolo Pierluigi 3, la scheda comunale indica Corso Pierluigi 52, e anche le fasce orarie divergono. Telefonate allo 06 9538083 prima di andare. L'ingresso è a livello strada ma non accessibile in sedia a rotelle.
I fratelli Mann a Palestrina e il Novecento tedesco
Fra il 1895 e il 1897 Heinrich e Thomas Mann soggiornarono a Palestrina, che nelle loro lettere è la piccola città sui monti dove si lavora bene e si spende poco. Thomas aveva poco più di vent'anni e non era ancora nessuno. Il paese entra molto più tardi nella sua opera maggiore: nel Doctor Faustus il colloquio con il diavolo del protagonista Adrian Leverkuhn è ambientato in una cittadina italiana costruita sul modello di Palestrina. Che il compositore immaginario di Mann incontri il demonio in un paese che porta il nome del più ortodosso dei polifonisti sacri non è un dettaglio: è la struttura stessa del romanzo.
Chi ama la letteratura tedesca può camminare per il centro storico tenendo in mente quelle pagine. Non aspettatevi una casa museo dei Mann: aspettatevi un paese che, con le sue scale e le sue logge, spiega perché uno scrittore ci abbia ambientato la scena più inquietante della sua carriera.
Una curiosità su Palestrina (RM)
La curiosita vera di Palestrina non è il mosaico: è il fatto che il santuario sia riemerso grazie alle bombe. Fino al 1944 il paese medievale e moderno copriva quasi interamente le terrazze antiche: case, orti, stalle e strade erano appoggiate sulle sostruzioni repubblicane, che venivano usate come cantine e magazzini senza che quasi nessuno immaginasse cosa fossero davvero. La forma del complesso era nota agli eruditi almeno dal Cinquecento, quando Pirro Ligorio e altri antiquari ne tentarono ricostruzioni, ma restava in gran parte teoria.
Nel 1944 i bombardamenti alleati devastarono il centro storico. Fu una tragedia per la popolazione e una perdita enorme di edilizia storica, e nessuna scoperta archeologica la compensa. Ma la distruzione delle costruzioni che si erano insediate sul santuario dopo l'abbandono antico permise di rimettere in luce l'impianto repubblicano nella sua interezza, e l'attività archeologica di riscoperta che ne seguì fu, e resta ancora oggi, notevolissima.
Da qui discende un paradosso che vale la pena tenere in testa mentre si sale: il monumento che oggi ammiriamo è leggibile perché il paese sopra è stato cancellato. La ricostruzione postbellica ha poi ridisegnato il centro attorno all'area archeologica, invertendo il rapporto: prima il santuario era dentro il paese, adesso il paese è attorno al santuario. Poche città italiane hanno subito un ribaltamento così radicale della propria immagine di se in un solo decennio. Quando i prenestini più anziani parlano del centro storico, parlano di due luoghi diversi che portano lo stesso nome.
Una cosa che non ti dice nessuno su Palestrina (RM)
Nessuno vi dirà che Palestrina ha dato il nome a un punto di ricamo conosciuto e praticato in tutto il mondo: il punto Palestrina. È un punto annodato, che si esegue avvolgendo il filo attorno a se stesso in modo da lasciare sul tessuto una linea di piccoli nodi in rilievo, ed è usato per contorni e per bordure perché tiene la forma e da spessore. Nelle scuole di ricamo internazionali compare con il nome italiano oppure come Palestrina stitch: un paese di dodicimila abitanti che entra nel vocabolario tecnico di mezzo mondo grazie alle mani delle sue donne.
Sulla data di nascita del punto e sul suo legame con una specifica manifattura prenestina le fonti divulgative dicono cose diverse e non tutte controllabili, quindi lo racconto per quello che è documentabile: una tecnica che porta il nome della città ed è entrata nella manualistica del ricamo con quel nome. Se qualcuno vi propone una datazione precisa al secolo, chiedetegli la fonte.
La seconda cosa che nessuno vi dice riguarda la geografia. Palestrina viene spesso descritta come parte dei Castelli Romani. Non lo è: i Castelli sono l'area dei Colli Albani, dall'altra parte della via Casilina, mentre Palestrina appartiene ai Monti Prenestini e guarda la Valle del Sacco. La confusione nasce dal fatto che entrambe le aree sono i classici fuori porta dei romani, ma geologicamente e storicamente sono due mondi diversi: vulcanico e lacustre l'uno, calcareo e di valico l'altro. Se volete l'altro lato della medaglia, guardate il Parco dei Castelli Romani e confrontate i due paesaggi.
Il consiglio che ti do per visitare Palestrina (RM)
Il consiglio più utile è sul tempo. Palestrina non è una tappa da due ore: mettete in conto mezza giornata piena, meglio una giornata intera. Il conto realistico è questo: due ore e mezza per museo e area archeologica se li fate con calma, quaranta minuti per la casa natale di Pierluigi, un'ora per il centro storico e le porte, il pranzo. Chi arriva alle undici e riparte alle due ha visto una cartolina.
Il secondo consiglio riguarda il giorno. Il martedì il museo è chiuso, quindi tenetelo fuori dai vostri piani. La prima domenica del mese l'ingresso è gratuito e questo porta gente: se odiate la folla, evitatela; se avete un budget stretto e siete disposti a condividere il mosaico con altri, sfruttatela. Il periodo migliore, secondo me, è la seconda metà di settembre o la prima di ottobre: la luce sulle terrazze è bassa e calda, il caldo estivo è finito e il paese non è ancora in modalita invernale. Agosto, con il Palio, è bellissimo ma di tutt'altro genere: ci si va per la festa, non per l'archeologia.
Terzo consiglio, il più pratico di tutti: parcheggiate in basso e salite a piedi, oppure usate i parcheggi liberi indicati dal Comune. Il centro alto ha vicoli stretti e sensi unici che, con un'automobile di famiglia, diventano un'esperienza penosa. E portate acqua: sulle terrazze, in estate, l'ombra è quasi assente.
Quarto e ultimo. Se venite con un gruppo o volete una visita davvero condotta, con l'archeologia spiegata sul posto invece che letta sui pannelli, appoggiatevi a professionisti abilitati: la nostra redazione lavora con TourLeaderPro, che organizza accompagnamento turistico certificato a Roma e nel Lazio. Fa una differenza enorme proprio in luoghi come questo, dove senza qualcuno che spieghi il cementizio si vedono solo muri.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il santuario era un oracolo. Quasi nessuno si ferma a pensare a cosa questo significasse in termini economici e politici. L'oracolo delle sorti prenestine era un'istituzione con un flusso di clientela, un personale, un'amministrazione e un bilancio. Cicerone, che nel De divinatione racconta la storia di Numerio Sufficio e delle tavolette, scrive da romano scettico e ne parla come di una pratica ormai frequentata dal popolo minuto più che dai magistrati: una fonte preziosa proprio perché critica.
Il punto è che il consenso oracolare produceva denaro, e il denaro produsse quell'architettura. Le terrazze non sono un atto di devozione spontanea: sono un investimento immobiliare sacro, finanziato da una classe dirigente locale arricchita dai traffici lungo la valle e desiderosa di competere con i grandi santuari ellenistici del Mediterraneo orientale. Il modello di riferimento, per scala e per scenografia, sono i complessi terrazzati dell'Egeo, e la città lo importa consapevolmente.
Aggiungete il dettaglio del fanciullo calato nel pozzo e della figura femminile nell'ombra e capirete che si trattava anche di una macchina teatrale ben congegnata. Il responso arrivava dal fondo, in una lingua stringata, portato da un bambino: nessuna intermediazione adulta, nessuna faccia da ricordare, nessuna responsabilità attribuibile. È un dispositivo di credibilità costruito con cura, e i Romani lo sapevano benissimo. Non lo dico per sminuire il sacro antico, che era una cosa serissima: lo dico perché il santuario si capisce meglio se lo si guarda anche come impresa, e questa è la lettura che nei pannelli non trovate quasi mai.

La foto giusta da fare a Palestrina (RM)
La fotografia che porta a casa Palestrina è una sola, e non è il mosaico. È lo scatto dalla terrazza superiore, con l'emiciclo del palazzo alle spalle e la pianura che scende verso la Valle del Sacco: si vede il paese a gradoni, la campagna, e nelle giornate terse la linea del mare. Fatela con il grandangolo e tenete un pezzo di muro antico in primo piano nell'angolo basso, altrimenti la profondita si perde e il panorama diventa piatto.
Ora l'ora giusta. La facciata curva e le terrazze guardano verso sud-ovest, quindi il momento buono è il tardo pomeriggio: la luce radente entra nelle nicchie, disegna i filari di tufelli e le volte, e la pianura si riempie di foschia dorata. A mezzogiorno d'estate qui non si fotografa: contrasto violentissimo, ombre nere, cielo bruciato. Chi arriva con un gruppo al centro della giornata faccia le foto d'insieme e rimandi il ritratto del complesso alla fine della visita.
La seconda fotografia che consiglio è tecnica ed è dentro il museo: il dettaglio ravvicinato di una porzione del mosaico del Nilo, per esempio uno degli animali con l'iscrizione greca accanto. Verificate in biglietteria le regole sulle riprese e comunque niente flash, mai, su un mosaico: la luce diretta ripetuta non fa bene alle superfici e in più vi restituisce riflessi che rovinano lo scatto. Appoggiatevi al parapetto per stabilizzare e alzate la sensibilita invece di illuminare.
La terza, per chi ha pazienza, è dal basso: dalla strada che sale, con il Palazzo Colonna Barberini che chiude l'inquadratura in alto e i terrazzamenti sotto. È l'immagine che spiega la struttura a chi non è mai stato qui, e vale più di qualunque didascalia.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo è la distruzione dell'82 a.C. Praeneste sostenne Gaio Mario il giovane contro Silla, il giovane Mario vi trovò la morte durante l'assedio, e la rappresaglia sillana fu lo sterminio della popolazione maschile e l'impianto di una colonia militare. È uno degli episodi più brutali della guerra civile romana e ha lasciato traccia nelle epigrafi, dove i nomi di famiglia cambiano quasi in blocco.
Il secondo è medievale e riguarda i Colonna. Concessa per tre generazioni da papa Giovanni XIII alla congiunta senatrice Stefania nel 970, la città passò per via matrimoniale alla discendente contessa Imilia, nel XII secolo ai Conti di Tuscolo e da questi ai Colonna, che ne contrastarono la restituzione alla Santa Sede e ne consolidarono progressivamente il dominio, facendone, dopo la concessione di papa Onorio II, il principale possedimento storico della famiglia. Quel legame costò caro: nella primavera del 1299 Bonifacio VIII la fece radere al suolo, e nel 1436 o 1437 il cardinale Giovanni Maria Vitelleschi la distrusse nuovamente dalle fondamenta per punire l'opposizione dei Colonna a Eugenio IV. Nel 1449 Niccolò V la restituì ai Colonna con l'espresso divieto di ricostruirvi la fortezza, che tuttavia venne riedificata nel 1482.
Il terzo è ottocentesco: nel 1849, durante il Risorgimento, il tenente Luigi Cucelli si distinse a Palestrina accompagnando la ritirata di Garibaldi da Roma dopo la caduta della Repubblica Romana. Un episodio minore nei manuali, decisivo nella memoria locale.
Il quarto è il più doloroso ed è del 28 maggio 1944. Alcuni soldati tedeschi stavano rubando pollame nel podere di Agapito Pinci, in località Vigesimo. Minacciato, Pinci si rivolse a un gruppo di partigiani attivo poco lontano, a Colle Francolino, del quale facevano parte anche Carla Capponi e Rosario Bentivegna, quest'ultimo al comando delle formazioni partigiane dei Monti Prenestini. Il reparto intervenne, si scontrò con i nazisti e un soldato tedesco rimase ucciso. Subito dopo un altro gruppo di soldati tedeschi di passaggio irruppe nel casale dei Pinci e prelevò undici persone, fra cui l'intera famiglia. Gli undici credettero di essere stati scelti per un lavoro sulla strada provinciale di Valmontone e di poter tornare a casa in serata; poco dopo essersi avviati furono fucilati nei pressi della casa. I loro nomi: Carlo Pinci, Mario Pinci, Umberta Pinci, Corrado Pinci, Viviana Pinci, Agapito Pinci, Genesio Pinci, Alvaro Scaramella, Giuseppe Lupi, Giulio Lulli, Elena Ilardi. Il comando nazista ammise che si era trattato di rappresaglia non autorizzata ma non restituì i corpi, che furono sepolti nel cimitero cittadino soltanto due giorni dopo l'arrivo degli Alleati. La memoria della strage è conservata al Museo della Resistenza e degli 11 Martiri, in via Pedemontana. Andateci: dura venti minuti e cambia il modo in cui guardate il paese.
Chi è passato da Palestrina (RM)
Augusto ci veniva in villeggiatura, e la fonte antica lo mette accanto a Lanuvio e a Tivoli fra i luoghi che l'imperatore preferiva quando lasciava Roma. Caligola, nel 39 d.C., intitolò alla Fortuna prenestina due legioni, la XXII e la XV Primigenia: un atto pubblico che dice quanto quel culto pesasse a corte. Cicerone scrisse delle sorti prenestine nel De divinatione, ed è grazie a lui che conosciamo la storia di Numerio Sufficio e del pozzo.
Nel medioevo e nel Rinascimento la città fu il campo di battaglia di papi e cardinali: Bonifacio VIII, che la fece distruggere nel 1299; il cardinale Giovanni Maria Vitelleschi, che ripeté l'operazione un secolo e mezzo dopo; Niccolò V, che la restituì ai Colonna nel 1449; Pio V, che nel 1571 la eresse in principato a favore di Giulio Cesare Colonna. Fra i vescovi prenestini si contano cinque cardinali che divennero poi papi, il che fa della sede suburbicaria una delle più prestigiose del Lazio.
Nel Cinquecento nasce qui Giovanni Pierluigi, il principe della musica, il compositore che ha dato al nome della città una diffusione mondiale nei conservatori. Nel Seicento arrivano i Barberini con i loro architetti, Francesco Contini in testa, e la città prende la forma barocca che in parte conserva.
Nel Settecento passa di qui il Grand Tour, e passa soprattutto Gavin Hamilton, pittore, antiquario e mercante scozzese, che alla fine del secolo trova l'Antinoo Braschi nella villa presso il cimitero e lo immette nel mercato antiquario romano: la statua finirà nella Sala Rotonda del Museo Pio-Clementino. Fra il 1895 e il 1897 arrivano Heinrich e Thomas Mann, e Palestrina entra nella letteratura tedesca del Novecento attraverso il Doctor Faustus. Nel 1849 c'era passato Garibaldi in ritirata. E nel 1944 ci sono passati, in senso tragico, la guerra e i suoi undici morti.

Tradizioni e folklore a Palestrina (RM)
Palestrina ha una vita festiva densa, quasi tutta legata al calendario dei santi. La manifestazione principale è il Palio e la Festa in onore di Sant'Agapito, patrono della città, che cade il 18 agosto e si svolge di solito dal 17 al 19. Le celebrazioni religiose corrono in parallelo al Palio di Sant'Agapito, in dialetto lo palio, una contesa fra i quattro rioni storici che attraverso una serie di gare si contendono uno stendardo con la raffigurazione del santo, realizzata ogni anno da un artista diverso.
I quattro rioni corrispondono a quattro fasce orizzontali della città: Porta San Cesareo per la parte alta, Porta San Biagio per la fascia intermedia fra alta e centrale, Porta San Giacomo per la parte centrale e il centro storico, Porta San Martino per la parte bassa. Le porte si sfidano in sei giochi: il tiro alla fune, il tiro con l'arco, il gioco della palla, simile al calcio fiorentino, la corsa della conca, con recipienti pieni d'acqua in equilibrio sulla testa, il fuso, nel quale quattro concorrenti donne, una per quartiere, devono filare una quantità stabilita di lana in un tempo prefissato, e infine la giostra della scifa, il gioco più atteso: un cavaliere al galoppo deve infilare una lancia di legno in un cerchio di metallo posto sotto il fondo di un recipiente di legno rotondo, la scifa, sospeso in aria. Se capitate a Palestrina in quei giorni, la giostra della scifa è la gara da vedere: il resto si può saltare, quella no.
Il 17 gennaio si celebra Sant'Antonio Abate, protettore degli animali. È una festa di antica tradizione che riporta al mondo agricolo e pastorale della comunità prenestina. I protagonisti sono tre categorie storiche: i mulattieri, che trasportavano merci con i muli anche dove le strade non arrivavano, i carrettieri, che con i carri trainati da animali portavano le merci verso Roma, e i bovari, che allevavano e allevano il bestiame. I rappresentanti delle tre associazioni sono protagonisti sia delle solennità religiose, come la benedizione degli animali e degli automezzi, sia degli aspetti folklorici, come lo scambio delle bandiere e dei fiocchi fra gli associati. La sfilata degli animali agghindati con ornamenti e fiori fino alla chiesa di Sant'Antonio Abate per la benedizione è la scena più bella dell'inverno prenestino.
Il 19 marzo, per San Giuseppe, si accende il Focaraccio: grandi falò sui quali viene posta un'effigie del santo. Sull'origine e sulla continuità storica di questa usanza le fonti disponibili sono divulgative e non tutte affidabili, quindi la segnalo come tradizione viva senza attribuirle una datazione.
Cosa si mangia a Palestrina (RM): giglietto e gnocchetti
Il prodotto simbolo è il giglietto, biscotto secco a forma di giglio. La tradizione locale ne fa risalire l'origine all'esilio francese della famiglia Barberini: i cuochi di corte avrebbero cercato di riprodurre nella pasta il giglio di San Luigi dello stemma araldico francese. È una tradizione, non un dato d'archivio, e come tale va raccontata. Il giglietto vero è fatto con pochi ingredienti, farina, uova e zucchero, senza lievito, e ha una consistenza asciutta e friabile che chiede un vino dolce o un caffè. Alla prima settimana di agosto è dedicata la sagra, il Festival del Giglietto e Ghiottonerie dei Monti Prenestini.
Il piatto storico sono gli gnocchetti a cò de soreca, letteralmente gnocchetti a coda di topo: pasta di sola farina e acqua, tirata a mano in bastoncini affusolati che ricordano appunto una coda. È cucina povera, di quelle che si facevano quando le uova erano un lusso, e il condimento cambia di casa in casa. Se la trovate su un menu di trattoria vera, ordinatela: è il piatto che racconta la città meglio di qualunque rivisitazione.
Un'opinione netta, visto che mi si chiede sempre. A Palestrina si mangia bene nelle trattorie familiari del centro e si mangia in modo turistico e mediocre in un paio di locali con la vista: la vista si paga, e non sempre in cucina. Chiedete dove pranzano gli impiegati comunali verso l'una e seguite quel consiglio invece del mio.
Come si visita davvero Palestrina (RM): durata, percorso, accessibilità
Il percorso che consiglio parte dal parcheggio basso, sale a piedi verso il centro storico, tocca la cattedrale di Sant'Agapito e i resti del foro in Piazza Regina Margherita, prosegue per la casa natale di Pierluigi, entra nell'area archeologica dal basso e la risale terrazza dopo terrazza fino al museo. Uscita dal museo, giro dal rione degli Scacciati e discesa lungo le mura. Cinque o sei ore comprese le soste, senza correre.
Sull'accessibilità bisogna essere onesti: il santuario è un impianto a terrazze su un pendio, con rampe, scalinate e superfici antiche irregolari. Alcuni tratti del percorso all'aperto sono difficili o impraticabili in sedia a rotelle e anche con un passeggino rigido. Il museo, ospitato in un palazzo storico, ha percorsi verticali; le condizioni di accesso e la disponibilità di ascensori vanno chieste direttamente al personale ai numeri indicati dal Ministero, perché una risposta generica in questi casi fa più danno che utile. La casa natale di Pierluigi ha ingresso a livello strada ma non è accessibile in sedia a rotelle.
Con i bambini funziona, ma a certe condizioni. Il mosaico del Nilo è un libro illustrato gigante e i ragazzini ci si appassionano se qualcuno gli fa notare gli animali e i nomi scritti in greco. Le terrazze sono un campo giochi archeologico, ma sono anche un dislivello importante: sotto i quattro anni portate lo zaino porta-bambino, non il passeggino. Un'ora e mezza al museo è il massimo che regge un bambino della primaria; il resto giocatevelo all'aperto.

Palestrina ha una ricettività contenuta: qualche albergo, alcuni bed and breakfast nel centro storico e agriturismi nella campagna verso Carchitti e verso i Monti Prenestini. È una scelta sensata se volete usare il paese come base per esplorare la valle e i borghi vicini invece di rientrare a Roma ogni sera. Chi arriva in automobile faccia attenzione a una cosa banale ma decisiva: nel centro alto i vicoli sono stretti e il parcheggio vicino alla struttura non è mai garantito, quindi chiedete conferma alla prenotazione.
Se invece dormite a Roma e venite qui in giornata, il conto dei tempi è semplice: circa un'ora di automobile senza traffico, un'ora e mezza abbondante con Cotral da Anagnina. Per organizzare un'intera settimana romana con una o due giornate fuori porta, la nostra redazione rimanda alle guide in inglese di ItalyPlanner sui day trips, che ragionano proprio in termini di partenze e rientri in giornata.
Cosa vedere intorno a Palestrina (RM)
Il territorio attorno è ricco e sottovalutato. A dieci chilometri sorge il Santuario della Mentorella, sui monti Prenestini, uno dei luoghi di culto più antichi del Lazio e un belvedere formidabile sulla valle dell'Aniene. Nella stessa direzione si sale verso i borghi di montagna; scendendo verso la valle si incontrano Genazzano, con il castello Colonna e il ninfeo bramantesco, e Castel San Pietro Romano, che domina Palestrina dall'alto e offre il punto panoramico migliore su tutto il complesso: se avete l'automobile, salite lassù al tramonto, sono cinque minuti e cambia la giornata.
Più lontano ma nel raggio di un'ora, Subiaco con i monasteri benedettini, Tivoli con le sue ville, Anagni la città dei papi, Segni con le mura ciclopiche, Artena e Carpineto Romano sui Lepini, Cori con il tempio di Ercole. Per chi cerca acqua e verde ci sono il Lago di Giulianello e il Bosco di Paliano. Verso la Ciociaria si allineano Ferentino, Alatri con la sua acropoli, Fumone, Collepardo, Vico nel Lazio, Fiuggi con le sue acque, Trevi nel Lazio, Filettino, Vallepietra con il santuario della Trinità, le rovine di Camerata Vecchia e il borgo fantasma di Antuni.
Un'ultima nota sulla frazione di Carchitti: nacque alla fine dell'Ottocento, quando una carestia che colpì le popolazioni di montagna spinse un gruppo di agricoltori di Capranica Prenestina a trasferirsi su un territorio del comune di Palestrina, dedicandosi alla coltivazione delle fragole. È una storia di migrazione interna di pochi chilometri che ha creato un paese e una filiera agricola ancora attiva.
Quanto costa visitare Palestrina (RM) e come si risparmia
Il biglietto cumulativo del circuito statale, secondo la scheda ministeriale, costa 10 euro l'intero e 2 euro il ridotto, vale due giorni consecutivi e comprende museo, santuario e complesso del foro. La prenotazione non è richiesta e la bigliettazione passa anche dall'applicazione ufficiale dei musei italiani. Le gratuità e le riduzioni seguono le regole nazionali dei musei statali, quindi verificate la vostra categoria sul sito del circuito prima di partire.
Il modo più semplice di risparmiare è la prima domenica del mese, con ingresso gratuito. Il secondo è sfruttare la validità di due giorni del biglietto, se dormite in zona: un pomeriggio per l'area archeologica, la mattina successiva per il museo, senza corse. Il terzo, banale e sottovalutato, è arrivare con Cotral: il costo del viaggio da Anagnina è una frazione di quello che spendereste fra carburante, pedaggio e parcheggio, e vi risparmia i vicoli.
Se cercate altre idee a costo zero nel Lazio, la nostra raccolta dei musei gratis a Roma è il punto di partenza giusto per costruire un fine settimana economico.
Quando andare a Palestrina (RM) e quando evitarla
Da aprile a giugno e da metà settembre a fine ottobre è il periodo ideale: temperature gestibili sulle terrazze, luce buona, folla ridotta. Luglio e agosto sono duri, perché l'area archeologica è quasi priva di ombra e il caldo sul pendio si sente: se ci andate, andateci all'apertura o nelle ultime due ore.
Da evitare, se cercate la calma: i tre giorni del Palio, dal 17 al 19 agosto, quando il paese pensa giustamente alla festa e non ai visitatori, e la prima domenica del mese, quando la gratuità porta parecchia gente. Da evitare in senso assoluto: il martedì, giorno di chiusura settimanale del museo.
D'inverno Palestrina ha un fascino diverso e più severo: cielo terso, aria fredda, vista che arriva lontanissimo. L'area archeologica chiude prima, alle 16:30 nella stagione fredda secondo il sito del circuito, quindi organizzate la giornata al mattino. Ed è la stagione giusta per la festa di Sant'Antonio Abate del 17 gennaio, che è la più autentica del calendario prenestino.

Domande veloci su Palestrina (RM)
Quanto costa il biglietto per il museo e il santuario di Palestrina (RM)?
La scheda del Ministero della cultura indica 10 euro l'intero e 2 euro il ridotto per il biglietto cumulativo, valido due giorni consecutivi e comprensivo di museo archeologico, santuario e complesso del foro. Controllate le condizioni aggiornate sul sito del circuito prima di partire.
Qual è il giorno di chiusura?
Il martedì. Il museo e l'area archeologica aprono dal mercoledì al lunedì.
Che orari fa il Museo archeologico nazionale Prenestino?
Le schede ministeriali indicano l'apertura mattutina fra le 9 e le 9:30 e la chiusura alle 19:30, con ultimo ingresso alle 18:30. Le due pagine non coincidono sull'orario di apertura: telefonate allo 06 9538100 il giorno prima.
E il Santuario della Fortuna Primigenia?
Dal mercoledì al lunedì dalle 9:30 alle 16:30 dall'ultima domenica di ottobre all'ultimo sabato di marzo, e dalle 9:30 alle 18:30 dall'ultima domenica di marzo all'ultimo sabato di ottobre.
Serve prenotare per visitare Palestrina (RM)?
No. La scheda ministeriale indica espressamente che la prenotazione non è richiesta. I biglietti si acquistano in biglietteria oppure tramite l'applicazione ufficiale dei musei italiani.
Si entra gratis la prima domenica del mese?
Sì, l'ingresso è gratuito la prima domenica di ogni mese, come negli altri musei statali. Aspettatevi più affluenza del solito.
Quanto dista Palestrina da Roma?
Circa 37 chilometri. In automobile si arriva in un'ora scarsa senza traffico, con l'autobus Cotral da Anagnina serve più tempo.
Come si arriva a Palestrina (RM) senza automobile?
Con l'autobus Cotral dal capolinea di Roma Anagnina, sulla metro A. In alternativa treno da Roma Termini fino a Zagarolo e coincidenza in autobus fino a Palestrina.
Dove si parcheggia a Palestrina?
Il Comune indica otto aree di sosta, quattro gratuite (Kennedy, della Pace, Belvedere, Fanfani) e quattro a pagamento. Il consiglio è parcheggiare in basso e salire a piedi.
Quanto tempo serve per visitare Palestrina (RM)?
Mezza giornata è il minimo sindacale, una giornata intera è la misura giusta: due ore e mezza fra museo e area archeologica, il resto per il centro storico, la casa di Pierluigi e il pranzo.
Si possono fare fotografie al mosaico del Nilo?
Le regole sulle riprese vanno verificate in biglietteria. In ogni caso niente flash: rovina lo scatto e non fa bene alla superficie.
Palestrina è adatta a chi si muove in sedia a rotelle?
L'area archeologica è un impianto a terrazze con rampe e gradini antichi, quindi in parte difficile o impraticabile. Per il museo, ospitato in un palazzo storico, chiedete al personale le condizioni di accesso ai numeri indicati dal Ministero.
Palestrina (RM) è adatta ai bambini?
Sì, con qualche accortezza: zaino porta-bambino invece del passeggino sulle terrazze, un'ora e mezza al massimo dentro il museo, e usate gli animali del mosaico del Nilo come caccia al tesoro.
Che differenza c'è fra il museo e il santuario?
Il museo è dentro il Palazzo Colonna Barberini e conserva i reperti, mosaico del Nilo compreso; il santuario è il complesso di terrazze all'aperto sul quale il palazzo è costruito. Sono due parti dello stesso biglietto.
Palestrina fa parte dei Castelli Romani?
No. Palestrina appartiene ai Monti Prenestini e guarda la Valle del Sacco; i Castelli Romani sono l'area dei Colli Albani, dall'altra parte della via Casilina.
Chi era Giovanni Pierluigi da Palestrina?
Il compositore nato qui nel 1525 e morto a Roma nel 1594, massimo esponente della polifonia rinascimentale romana, autore della Missa Papae Marcelli pubblicata nel 1567. La casa natale ospita la Fondazione a lui intitolata.
Si può visitare la casa natale di Pierluigi?
Sì, ospita una mostra biografica e una biblioteca musicale. Indirizzo e orari differiscono fra la pagina della Fondazione e quella comunale: telefonate allo 06 9538083 prima di andare.
Cos'è il punto Palestrina?
Un punto di ricamo annodato che prende il nome dalla città e compare nella manualistica internazionale anche come Palestrina stitch. Serve per contorni e bordure e lascia sul tessuto una linea di nodi in rilievo.
Cosa si mangia a Palestrina (RM)?
Il giglietto, biscotto a forma di giglio legato per tradizione ai Barberini, e gli gnocchetti a cò de soreca, pasta povera di farina e acqua. Alla prima settimana di agosto è dedicata la sagra del giglietto.
Quando si svolge il Palio di Sant'Agapito?
Attorno al 18 agosto, di solito dal 17 al 19, con la sfida fra i quattro rioni: Porta San Cesareo, Porta San Biagio, Porta San Giacomo e Porta San Martino.
Dove si vede il panorama migliore su Palestrina?
Da Castel San Pietro Romano, il borgo che domina la città dall'alto: cinque minuti di automobile e si abbraccia tutto il complesso terrazzato.
Che cos'è la Villa di Adriano a Palestrina?
Un complesso monumentale presso il cimitero comunale, detto anche Villa degli Imperatori, che deve il nome al ritrovamento settecentesco dell'Antinoo Braschi. Raggiunse la massima espansione all'inizio del II secolo d.C.
Se dovessi scegliere una sola giornata fuori porta da consigliare a chi ha già visto il centro di Roma, sceglierei questa. Non perché Palestrina sia comoda o facile, che non lo è: perché è il posto dove si capisce, camminando, cosa i Romani avessero inventato in fatto di architettura, e perché il mosaico del Nilo è uno di quegli oggetti davanti ai quali si resta più a lungo di quanto si era previsto. Salite con calma, guardate il panorama prima di guardare le pietre, e non fate l'errore di trattarla come una sosta fra due cose più importanti: qui la cosa importante è questa. Per chi legge in inglese e vuole costruirsi l'itinerario da solo, un buon punto di partenza sono le pagine di ItalyPlanner su arte e storia e la guida alle cose migliori da fare a Roma; per una visita accompagnata su misura, anche per gruppi aziendali, ci sono le esperienze personalizzate di TourLeaderPro.
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