Antuni – città fantasma (RI)
In breve. Antuni è la frazione disabitata del comune di Castel di Tora, in provincia di Rieti: si raggiunge dal bivio per Castel di Tora sulla strada provinciale 34 Turanense, che corre lungo tutto il lago del Turano, e da lì si sale a piedi per…
Antuni è la frazione disabitata del comune di Castel di Tora, in provincia di Rieti: si raggiunge dal bivio per Castel di Tora sulla strada provinciale 34 Turanense, che corre lungo tutto il lago del Turano, e da lì si sale a piedi per una sterrata fino alla sommità del monte, a quota 696 metri sul livello del mare. Non c'è biglietteria, non c'è cancello, non c'è orario: il borgo è un sito all'aperto dentro la Riserva Naturale Regionale Monte Navegna e Monte Cervia, e l'ingresso è libero. Il dislivello dal punto di partenza alla cima è di circa 130 metri, ai quali se ne aggiungono altri 140 se si prosegue verso l'eremo di San Salvatore; l'intero giro, borgo più eremo, occupa circa tre ore di cammino con le soste. Servono scarpe da trekking vere, acqua e cappello d'estate. Gli edifici sono ruderi: si guardano da fuori, non si entra, non si sale sui muri. Per le visite accompagnate l'associazione Camminando con organizza escursioni guidate al borgo e all'eremo la domenica mattina alle 10, da giugno a settembre, con ritrovo al bivio di Castel di Tora e iscrizione al numero 389 6860142. Il Comune di Castel di Tora è in via Don Sabino Gentili 11, telefono 0765 716313; la sede della riserva naturale è a Varco Sabino, in via Martin Luther King 1, telefono 0765 790002.
Chi arriva quassù per la prima volta di solito è passato prima dal lago del Turano e dal borgo di Castel di Tora, che di Antuni è il paese gemello e il punto di osservazione migliore. Da lì il monte di Antuni appare per quello che è: un cono di roccia e ginestre quasi interamente circondato dall'acqua, unito alla terraferma da un istmo sottile, con in cima una sagoma di muri chiari che di sera diventa nera contro il cielo.

Dove si trova Antuni e come ci si arriva
La geografia qui conta più della storia, perché spiega tutto il resto. Siamo nella media valle del Turano, sul versante laziale dei monti Carseolani, a cavallo fra il Reatino e il confine abruzzese. Il monte di Antuni è un rilievo isolato che prima del 1939 dominava una gola stretta e profonda; oggi la gola è sommersa e il rilievo è diventato quasi un'isola. Il lago del Turano è lungo una decina di chilometri, ha un perimetro di circa trentasei chilometri e la sua quota di invaso è intorno ai 536 metri. Il monte arriva a 696: centosessanta metri scarsi di dislivello che, visti dal basso, sembrano il triplo.
Antuni in auto da Roma
Dalla capitale la via più lineare è l'autostrada A24 Roma-L'Aquila fino all'uscita di Carsoli, poi la strada provinciale 34 Turanense verso nord: si risale la valle, si costeggia l'invaso e si arriva al bivio di Castel di Tora. È poco più di un'ora di guida da Roma est, con l'ultimo tratto di strada stretta e a curve, dove non ha senso avere fretta. La seconda opzione è la via Salaria fino a Rieti e poi la discesa lungo la valle del Turano: allunga i tempi ma permette di infilare nella stessa giornata la città di Rieti e la sua Valle Santa. Un avvertimento pratico che nessun navigatore dà: la SP34 in inverno, dopo le piogge, si sporca di ghiaia e fango scesi dai versanti, e nei tratti in ombra ghiaccia. Se andate in giornata corta, andateci di mattina.
Antuni da Rieti e dall'Abruzzo
Da Rieti si scende verso sud-est lungo la valle: la strada passa sotto Rocca Sinibalda, tocca Posticciola, poi entra nel bacino. Dall'Abruzzo si arriva da Carsoli, dove la Turanense comincia. Il trasporto pubblico esiste ma è calibrato sulla vita dei paesi, non sull'escursionismo: le corse sono poche e concentrate negli orari scolastici, e la fermata più vicina resta comunque a valle rispetto all'inizio del sentiero. Per Antuni, onestamente, ci vuole l'auto, oppure una gita organizzata.
Il parcheggio e l'inizio del sentiero per Antuni
Si lascia la macchina nelle piazzole lungo la provinciale presso il bivio di Castel di Tora, nei pressi del ponte che scavalca il braccio di lago. Da qui parte la stradina sterrata che si inerpica sul fianco del monte. Nei fine settimana di luglio e agosto le piazzole si riempiono entro le dieci del mattino, perché la stessa area serve anche i bagnanti e i pescatori del lago. Chi arriva tardi finisce per parcheggiare a bordo strada in curva, che è il modo migliore per trovare una multa o peggio. Arrivate presto: è un consiglio banale e nessuno lo segue.
Il sentiero che sale ad Antuni
La salita ad Antuni non è un'impresa alpinistica e non va nemmeno presa sottogamba. È una sterrata a tornanti che guadagna quota con regolarità, esposta al sole per buona parte del percorso, senza fontane lungo il tracciato. Il fondo è ghiaioso e in qualche punto smosso dal dilavamento.
Quanto si cammina per arrivare ad Antuni
Il dislivello dal fondovalle al borgo è di circa 130 metri, e si copre in una mezz'ora abbondante di passo tranquillo. Chi prosegue fino all'eremo di San Salvatore aggiunge altri 140 metri di salita, su un tracciato che da sterrata diventa sentiero di montagna. Il giro completo, andata e ritorno con le soste per guardare e fotografare, viene a occupare circa tre ore. Non è un percorso ad anello: si torna dalla stessa via, e la discesa, con il ghiaietto sotto le suole, richiede più attenzione della salita.
Che scarpe servono per Antuni
Scarpe con suola scolpita, punto. Le infradito e le scarpe da tennis lisce sono la causa numero uno delle storte che si vedono su questo sentiero, soprattutto in discesa. Per il tratto finale verso l'eremo la calzatura da trekking non è un consiglio ma un requisito: il sentiero si restringe, corre su roccia e terra battuta e in un paio di punti costeggia il salto verso il lago. Aggiungete un litro e mezzo d'acqua a testa d'estate, perché lassù non se ne trova.
Sicurezza ad Antuni: ruderi, recinzioni e buon senso
Qui serve chiarezza, perché Antuni è un borgo in rovina e non un museo con i corrimano. Gran parte degli edifici è ridotta a muri perimetrali, solai crollati, vani senza pavimento. Alcune porzioni sono state consolidate e si possono osservare dall'esterno; altre restano pericolanti e sono interdette. La regola da tenere è semplice e non negoziabile: si cammina sui percorsi tracciati, non si entra nei ruderi, non si scavalcano transenne, reti o segnali di divieto, non si sale sui muri per la fotografia. Le recinzioni e le chiusure che trovate lungo il giro non sono un ostacolo da aggirare: sono lì perché qualcosa, sopra o sotto, non tiene. Se un settore è chiuso il giorno in cui ci andate, si guarda da fuori e si torna un'altra volta. Ai bordi della cima, poi, il monte precipita sul lago senza mediazioni: tenete i bambini per mano e non avvicinatevi al ciglio per inquadrare meglio.
Che cosa si vede ad Antuni, passo per passo
Antuni non è un borgo grande. Si gira in un'ora, se si guarda davvero. Ed è proprio la piccolezza a renderlo leggibile: in poche decine di metri si passa dall'impianto difensivo medievale alla residenza signorile ottocentesca, dalla chiesa al pozzo, dal muro di cinta al belvedere. Pochi luoghi del Lazio raccontano con altrettanta chiarezza che cosa fosse un castrum di cresta.
La mulattiera e la porta del borgo di Antuni
L'accesso storico è l'antica mulattiera che sale al nucleo abitato, la stessa via lungo la quale per novecento anni sono passati muli carichi di legna, grano e olio. È il primo elemento da osservare con attenzione: la sua pendenza, la larghezza calibrata sul basto di un animale, i muretti che la sostengono. Chi arriva su questa strada capisce immediatamente perché il borgo è nato qui e non a mezza costa. Sulla soglia del nucleo si leggono ancora i resti del sistema di ingresso, con la strozzatura che obbligava chiunque salisse a presentarsi uno alla volta.
Le case in rovina di Antuni
Le abitazioni superstiti formano due allineamenti addossati al pendio. Sono case di pietra locale, calcare cavato sul posto, con murature a sacco e aperture piccole. Si distinguono ancora gli stipiti sagomati di qualche portale, gli alloggiamenti delle travi nei muri, le nicchie di servizio, i camini. Quello che colpisce, girando fra questi vani scoperchiati, è la dimensione domestica: stanze di tre metri per quattro nelle quali vivevano famiglie intere, con la stalla al piano terra e il vano di soggiorno sopra, scaldato dal fiato delle bestie. La retorica del borgo fantasma tende a dipingere Antuni come un luogo romantico. Era un luogo durissimo, e i suoi abitanti se ne sono andati appena hanno potuto.
La torretta e le mura di Antuni
Della cinta fortificata medievale restano tratti consistenti, riconoscibili per l'apparecchio murario più regolare rispetto alle case. Il punto più fotografato è la torretta che presidia il lato verso il lago. Dagli spalti si apre il panorama che giustifica tutta la salita: lo specchio d'acqua che si insinua fra i monti, il ponte, il paese di Castel di Tora arroccato sulla riva opposta con la sua torre pentagonale quattrocentesca, e più in là le creste della riserva. È un punto di vista militare, prima che turistico: da qui si controllava il passaggio obbligato fra il territorio abruzzese e la piana reatina, che era esattamente la ragione d'essere del castello.
Il Palazzo Del Drago ad Antuni
L'edificio che domina la sommità è il palazzo baronale passato alla storia con il nome dei Del Drago, la famiglia di origine viterbese che ebbe il feudo nell'Ottocento. È la costruzione più grande e più visibile del borgo: la sagoma che si riconosce dal lago, il volume compatto che chiude la cima. Ha subito un restauro pesante negli ultimi decenni, e va detto con franchezza che l'intervento ne ha alterato i connotati: chi cerca una rovina intatta resterà deluso, chi cerca un edificio recuperato e riusato troverà un contenitore funzionante. Il palazzo ha ospitato ed ospita iniziative culturali, proiezioni, incontri; è anche servito da set cinematografico. La nostra opinione è che il recupero abbia salvato la struttura e sacrificato l'atmosfera, e che fosse un prezzo inevitabile: senza quei lavori, oggi non ci sarebbe nulla da guardare.
La chiesa di Sant'Antonio Abate ad Antuni
Il borgo conserva i resti dell'edificio di culto intitolato a Sant'Antonio Abate, il santo eremita egiziano che nell'Italia rurale era il protettore degli animali da stalla, festeggiato il 17 gennaio con la benedizione delle bestie e i fuochi. Non è una dedicazione casuale in un insediamento di pastori e contadini d'altura: Antonio Abate era il santo di chi viveva di stalla e di bosco. Della chiesa restano le murature e l'impianto planimetrico; l'interno non conserva apparati decorativi leggibili. Si osserva dall'esterno, come tutto il resto del borgo. Vale la pena fermarsi qui qualche minuto in più del necessario, perché una cappella di castello è l'elemento che trasforma un presidio militare in una comunità: dove c'è il fonte battesimale, c'è un paese.
I pozzi, le piazze e i giardini di Antuni
Dettagli che quasi tutti i visitatori attraversano senza vedere. I pozzi e le cisterne sono l'infrastruttura vitale di un abitato di cresta: su un monte di calcare l'acqua non affiora, e ogni goccia doveva essere raccolta dai tetti e conservata. Guardare la bocca di un pozzo ad Antuni significa capire il limite fisico che quel borgo ha avuto per novecento anni. Poi ci sono gli slarghi, quelle che chiamiamo piazze e che erano piuttosto aie di comunità, e le terrazze coltivate ricavate a monte e a valle delle case, oggi riconquistate dalla vegetazione ma ancora leggibili nei muri a secco.
Il labirinto di Monte Antuni
Fra gli elementi recenti del sito c'è il labirinto realizzato in cima al monte, opera dell'artista Renata Garutti, inaugurato nel 2015. È un labirinto simbolico, di quelli che si percorrono senza possibilità di perdersi, con un tracciato unico che porta al centro e riporta fuori: la tipologia che il Medioevo cristiano usava sui pavimenti delle cattedrali come cammino penitenziale in miniatura. Collocarlo sulla cima di un borgo abbandonato è una scelta che divide: c'è chi la trova un'aggiunta gratuita e chi ci legge il gesto giusto, cioè restituire una funzione a un luogo che l'aveva persa. È una scelta riuscita per un motivo pratico: costringe chi arriva in cima a rallentare e a camminare guardando il proprio passo invece del telefono, e in quei minuti il paesaggio entra davvero.
L'eremo di San Salvatore sopra Antuni
Se avete tempo per una cosa sola oltre al borgo, è questa. L'eremo di San Salvatore è un edificio trecentesco incastrato in una parete rocciosa a picco sul lago, a poco più di un chilometro di cammino dal borgo, con altri 140 metri di dislivello da guadagnare.
Il sentiero da Antuni all'eremo di San Salvatore
Dal borgo il percorso prosegue in quota, poi risale sul versante. Il fondo cambia natura: non più sterrata carrabile ma sentiero di montagna, con roccia affiorante, radici e tratti stretti. Non è esposto in senso alpinistico, ma un piede messo male costa caro. Chi soffre di vertigini valuti bene prima di partire, perché in due o tre punti il vuoto verso il lago è vicino. Il tempo di percorrenza, borgo compreso, porta il giro complessivo intorno alle tre ore.
Che cosa si vede all'eremo di San Salvatore
L'eremo è un piccolo complesso rupestre: architettura minima addossata alla roccia, che sfrutta la parete come parete. All'interno si conservano affreschi di età seicentesca, e negli ambienti adiacenti è stato allestito uno spazio didattico dedicato alla riserva naturale, con materiali sulla flora e sulla fauna dei monti Navegna e Cervia. L'apertura non è continuativa: l'eremo si visita dentro nelle giornate di escursione accompagnata o quando i volontari sono presenti. Se ci arrivate per conto vostro in un giorno feriale, mettete in conto di trovarlo chiuso e godetevi il posto da fuori, che vale comunque il cammino. La posizione è la vera opera d'arte: una mensola di roccia sospesa sull'acqua, con il silenzio rotto soltanto dal vento e dai corvi imperiali.
La storia di Antuni dall'anno Mille
La vicenda di Antuni è quella di mezza Italia appenninica, raccontata però in una forma insolitamente compatta, perché qui non c'è stata la crescita moderna a coprire le fasi precedenti. Il borgo si è fermato, e quindi si legge.
Castrum Antoni e l'incastellamento
Il nucleo medievale nasce all'inizio dell'XI secolo, dentro il grande fenomeno dell'incastellamento che fra il X e l'XI secolo porta le popolazioni sparse nelle campagne a concentrarsi su alture fortificate. Le ragioni sono due e vanno tenute insieme: la difesa dalle incursioni, saracene e non, e il controllo signorile del territorio e dei suoi passaggi strategici. Antuni nasce esattamente su un passaggio di questo tipo, la strettoia fra l'area abruzzese e la conca reatina. Il toponimo Castrum Antoni si lega al nome personale Antonio; gli storici collocano nelle vicinanze anche l'antico abitato sabino e poi romano di Thora, la cui ubicazione precisa resta però discussa e non va spacciata per certa.
Il 1092, l'abbazia di Farfa e i Guidoneschi
La prima citazione documentaria del Castrum Antoni risale al 1092, quando fonti storiche ed ecclesiastiche registrano la donazione di alcuni possedimenti della famiglia longobarda dei Guidoneschi all'abbazia di Farfa. È un passaggio che dice molto: nell'XI secolo Farfa era una delle potenze fondiarie del centro Italia, un'abbazia imperiale con un patrimonio che si estendeva dalla Sabina alla Marsica, e vedere Antuni comparire nel suo registro significa vederlo entrare nella storia scritta. Chi vuole capire fino in fondo il contesto farfense farebbe bene a dedicare una giornata all'abbazia stessa e al suo archivio monumentale, che è la ragione per cui oggi conosciamo la data del 1092.
I feudatari di Antuni fra Cinquecento e Settecento
Fra il XVI e il XVIII secolo il feudo passa di mano più volte, seguendo la geografia delle grandi famiglie baronali dello Stato della Chiesa: Brancaleoni, Cesarini, Mattei, Lante della Rovere, Gentili. Non sono nomi qualsiasi. I Mattei sono la famiglia romana che ha lasciato in città un intero isolato di palazzi; i Lante della Rovere si legano a una delle ville tardorinascimentali più celebri del Lazio; i Cesarini appartengono al patriziato che ha intrecciato per secoli cardinali e condottieri. Per un borgo di crinale come Antuni questi passaggi significavano poco nella vita quotidiana: cambiava l'esattore, non il pane. Ma spiegano perché sulla cima di un monte del Reatino sia sorta una residenza signorile di dimensioni sproporzionate rispetto al paese.
I Del Drago e il principato del 1832
Il passaggio decisivo per l'aspetto attuale del borgo avviene nell'Ottocento. Il 19 giugno 1832 papa Gregorio XVI eleva il feudo a principato, che passa quindi ai Del Drago, famiglia di origine viterbese. È in questa fase che il palazzo baronale assume il ruolo e in buona parte la fisionomia con cui lo vediamo oggi, e che il nome Del Drago si salda per sempre a quello di Antuni. L'acquisizione pubblica del complesso e l'avvio dei restauri appartengono invece agli anni novanta del Novecento, quando il borgo entra nell'orbita del Comune di Castel di Tora e comincia la lunghissima stagione dei cantieri.
Il lago del Turano e la fine del vecchio mondo di Antuni
C'è una data che divide in due la storia di questo monte, e non è una data di guerra: è il 1939, l'anno in cui il lago del Turano entra in funzione.
La diga e il bacino del Turano
Lo sbarramento fu realizzato nella zona di Posticciola e generò un invaso artificiale lungo circa dieci chilometri, con un perimetro di una trentina abbondante di chilometri e una quota intorno ai 536 metri. La finalità era doppia: produrre energia idroelettrica e impedire che le piene del fiume Turano allagassero la piana di Rieti, che è terreno di antica bonifica. Il sistema non funziona da solo: il bacino del Turano comunica con quello del lago del Salto attraverso una galleria sotterranea di circa nove chilometri, e le acque dei due invasi alimentano la centrale di Cotilia, nel territorio di Cittaducale, per poi essere restituite al fiume Velino. È una delle opere idroelettriche più imponenti del Lazio, oggi in gestione a Enel Green Power, e va guardata per quello che è: un paesaggio industriale che dopo ottant'anni è diventato paesaggio e basta.
Come il lago ha cambiato la geografia di Antuni
Prima del 1939 Antuni dominava una gola: il fiume scorreva in basso, i campi coltivati risalivano i versanti, il fondovalle era la via di comunicazione e la risorsa agricola della comunità. Dopo il 1939 il fondovalle non esiste più. Il monte si ritrova circondato dall'acqua su quasi tutti i lati, collegato alla terraferma da un lembo sottile. La vista è diventata spettacolare e la vita è diventata impossibile: sommergere il fondovalle significava sommergere gli orti, i mulini, i sentieri, i punti di scambio. Le fotografie che oggi tutti fanno dal ponte esistono perché una comunità è stata privata della propria base economica. Questo è il punto essenziale: il panorama meraviglioso e l'abbandono del borgo non sono due fatti separati, sono lo stesso fatto visto da due angolazioni.

La guerra, il bombardamento e l'abbandono di Antuni
Il colpo finale arriva con la seconda guerra mondiale. Un bombardamento aereo colpì in pieno, per errore, il nucleo urbano medievale, causando danni gravissimi alle abitazioni e alle strutture del borgo. L'obiettivo militare della zona era l'infrastruttura di fondovalle, il ponte e lo sbarramento; le bombe, sganciate da quota alta con i sistemi di puntamento dell'epoca, andarono dove andarono. Non è una vicenda isolata: l'Appennino centrale è pieno di paesi colpiti per approssimazione nella primavera e nell'estate del 1944, e il conto lo hanno pagato i civili.
Lo spopolamento di Antuni negli anni cinquanta
Il borgo non si svuotò in un giorno. Chi era rimasto provò a tornare fra le macerie, ma senza il fondovalle coltivabile, senza collegamenti, senza acqua corrente e senza lavoro la partita era persa in partenza. Negli anni cinquanta lo spopolamento divenne totale: l'ultimo nucleo familiare lasciò il monte e Antuni smise di essere un paese. Da lì in avanti quattro decenni di abbandono puro, con i tetti che cedevano uno dopo l'altro, i rovi che salivano lungo le mulattiere e la pietra che tornava a essere pietra. Chi oggi parla di città fantasma pensa a una scenografia: la realtà è che questo è un pezzo del grande esodo appenninico del dopoguerra, lo stesso che ha svuotato centinaia di borghi fra Lazio, Abruzzo e Molise.
Il recupero di Antuni: che cosa è stato restaurato
Il cambio di rotta arriva negli anni novanta, con l'ingresso del borgo nella disponibilità pubblica e l'avvio dei lavori. Da allora sono state consolidate porzioni delle antiche mura, è stato recuperato il palazzo baronale, sono stati messi in sicurezza alcuni edifici storici e riaperti i percorsi interni. Oggi il borgo si visita dall'esterno degli edifici e il palazzo viene utilizzato per attività culturali. Restano perfettamente riconoscibili i pozzi, gli slarghi, i terrazzamenti e il tracciato viario, ai quali si è aggiunto il labirinto sulla sommità. Il quadro d'insieme è quello di un cantiere lunghissimo e a tappe, tipico dei recuperi finanziati con programmi successivi: qualcosa è finito, qualcosa è fermo, qualcosa attende. Chi sale ad Antuni aspettandosi un sito ordinato e completamente allestito resterà spiazzato; chi ci sale sapendo di entrare in un recupero in corso troverà uno dei posti più intensi del Lazio settentrionale.

La Riserva Naturale Monte Navegna e Monte Cervia intorno ad Antuni
Antuni non è un punto isolato: è un frammento dentro un'area protetta regionale istituita nel 1988 e regolata dalle leggi regionali del Lazio numero 29 del 1997 e numero 28 del 1999. La riserva copre 3.563 ettari e coinvolge nove comuni della provincia di Rieti: Ascrea, Castel di Tora, Collalto Sabino, Collegiove, Marcetelli, Nespolo, Paganico Sabino, Rocca Sinibalda e Varco Sabino. Il territorio si distende fra i due grandi invasi artificiali, il Turano e il Salto, sui rilievi dei monti Carseolani. Le cime principali sono il monte Navegna, che tocca i 1.507 metri, il monte Cervia con 1.438 metri e il Filone con 1.328.
Boschi e flora della riserva sopra Antuni
Le formazioni forestali coprono oltre il settanta per cento del territorio protetto. La specie dominante è il cerro, accompagnato dall'orniello, dal carpino nero e da un corredo di latifoglie miste; salendo di quota compaiono le faggete, che sui versanti freschi del Navegna formano boschi maturi e ombrosi. Fra le emergenze botaniche vanno segnalate le praterie aride ricche di orchidee spontanee, un habitat che la normativa europea classifica come prioritario. Chi sale ad Antuni in aprile e maggio, se alza gli occhi dal borgo verso i pendii circostanti, cammina dentro una delle fioriture più notevoli del Reatino senza quasi accorgersene.
La fauna intorno ad Antuni
La riserva ospita il lupo appenninico, il cervo, il cinghiale e una comunità di chirotteri che conta quattordici specie diverse, numero che da solo racconta la qualità ambientale di queste gole e di queste grotte. Fra gli uccelli si segnalano l'aquila reale, il falco pellegrino e diverse specie di picchi; fra gli anfibi compare la salamandrina appenninica, endemismo italiano legato ai corsi d'acqua puliti. Non aspettatevi incontri ravvicinati durante una passeggiata domenicale: la fauna grossa si osserva all'alba e al crepuscolo, e più che vederla la si legge nelle tracce. Ma sapere che cosa vive intorno al monte cambia il modo in cui si guarda il bosco.
Contatti e informazioni della riserva
La sede dell'ente è a Varco Sabino, in via Martin Luther King 1, telefono 0765 790002, indirizzo di posta elettronica info@navegnacervia.it. È il riferimento corretto per chiedere lo stato dei sentieri, le eventuali chiusure temporanee e il calendario delle attività di educazione ambientale. Un consiglio pratico che vale oro: una telefonata prima di partire, in particolare fuori stagione, evita il novanta per cento delle gite andate storte.
Castel di Tora, il paese di fronte ad Antuni
Non si capisce Antuni senza il paese che lo fronteggia, e con il quale ha condiviso nove secoli di vicende. Castel di Tora conta poco meno di trecento abitanti ed è inserito fra i borghi più belli d'Italia. Il suo primo nome documentato è Castrum Vetus de Ophiano, attestato nel 1035; l'attuale denominazione risale al 1864, quando il riferimento all'antica Tora sostituì il vecchio toponimo per risolvere il problema delle omonimie nel neonato Regno d'Italia. La tradizione lega quel nome al martirio di Sant'Anatolia, collocato nel 251, e la patrona si festeggia la seconda domenica di luglio con processione e fuochi. Nel borgo si vedono la torre pentagonale del Quattrocento, residuo del castello, la chiesa parrocchiale barocca e la fontana del Tritone del 1898, che è il soggetto più fotografato del paese dopo il lago. In anni recenti le indagini archeologiche hanno restituito una necropoli di età imperiale nei dintorni dell'abitato, indizio concreto di una frequentazione romana della valle. Il paese ha inoltre avviato un progetto di museo diffuso che punta a raccontare arte e tradizioni locali negli spazi stessi del borgo.
Perché conviene visitare Antuni e Castel di Tora nello stesso giorno
Perché sono due metà della stessa storia. Castrum Antoni e Castelvecchio nascono nello stesso torno d'anni, per le stesse ragioni, a guardia della stessa gola; l'uno ha resistito, l'altro no. Camminare fra le case abitate di Castel di Tora dopo aver girato fra i muri scoperchiati di Antuni è l'esercizio più efficace che conosca per capire che cosa significhi, materialmente, la parola spopolamento. E la vista reciproca fa il resto: dal borgo fantasma si guarda il paese vivo, dal paese vivo si guarda il borgo fantasma.
Una curiosità su Antuni – città fantasma (RI)
La curiosità meno prevedibile riguarda la data di nascita documentaria del borgo, il 1092, e il nome che compare accanto a quello di Antuni in quel documento: i Guidoneschi, una famiglia di stirpe longobarda che dominava questa porzione di valle e che scelse di cedere i propri possedimenti all'abbazia di Farfa. Dietro un atto di donazione apparentemente devoto c'è un calcolo lucidissimo. Nell'XI secolo affidarsi a un grande monastero imperiale significava mettere le proprie terre sotto una protezione giuridica e militare che nessun signore locale poteva garantire, ottenendo in cambio la gestione dei beni e un rango riconosciuto. Farfa, dal canto suo, costruiva così una rete territoriale che dalla Sabina arrivava fino ai confini abruzzesi, e Antuni ne diventava un nodo di controllo su un passo strategico.
C'è un secondo strato, ancora più curioso, che riguarda la lunghissima durata di questa impostazione. Il castello nato per motivi di controllo viario mantiene la stessa funzione per otto secoli, cambiando padrone una decina di volte senza cambiare ruolo, finché nel giro di cinque anni scarsi, fra la fine degli anni trenta e la metà degli anni quaranta del Novecento, due eventi lo azzerano: prima l'acqua che copre la valle, poi le bombe che colpiscono le case. Novecento anni di storia lenta e cinque anni per finire. Raccontata così sembra una parabola scritta a tavolino, e invece è la cronaca esatta di quello che è successo su questo monte. Ad Antuni conviene cominciare da questa asimmetria, perché è la chiave per guardare le rovine senza sentimentalismo: non è il tempo ad aver consumato il borgo, è stata la modernità, in due colpi ravvicinati.
Una cosa che non ti dice nessuno su Antuni – città fantasma (RI)
Nessuno vi dirà che il problema principale di Antuni, per novecento anni, è stata l'acqua. Sembra un paradosso davanti a un borgo circondato da un lago, ed è invece la ragione fisica per cui questo insediamento non è mai diventato grande. Il monte è di roccia calcarea: l'acqua piovana ci entra e sparisce in profondità, senza formare sorgenti sulla sommità. Un castrum di cresta poteva contare soltanto sulla raccolta dei tetti, incanalata in cisterne scavate e intonacate, e su quanto si riusciva a portare su a schiena di mulo dal fondovalle. Questo vincolo determinava tutto: quante famiglie potevano vivere lassù, quante bestie si potevano tenere, quanto a lungo si poteva reggere un assedio, che cosa si poteva coltivare sui terrazzamenti. I pozzi che oggi si superano distrattamente cercando la posizione per la fotografia sono l'infrastruttura più importante che questo borgo abbia mai avuto.
La seconda cosa che non vi dirà quasi nessuno riguarda l'accesso. La sterrata che oggi sale al borgo è comoda e recente; la via storica è la mulattiera, più ripida e stretta, calibrata sul passo di un animale carico. Chi percorre la mulattiera capisce in dieci minuti perché la vita quassù fosse insostenibile senza un fondovalle produttivo: ogni sacco di grano, ogni fascina, ogni anfora d'olio ha fatto quella salita sulle spalle di qualcuno o di qualche bestia, tutti i giorni, per novecento anni. E qui arrivo all'opinione netta: la retorica corrente sui borghi abbandonati da ripopolare ignora sistematicamente questi vincoli materiali. Antuni non è stato abbandonato per moda o per disaffezione, è stato abbandonato perché dopo il 1939 e dopo le bombe i conti non tornavano più. Un recupero onesto di questo luogo è quello culturale e paesaggistico che è stato fatto, non la favola del ritorno degli abitanti.
Il consiglio che ti do per visitare Antuni – città fantasma (RI)
Il consiglio è uno solo e riguarda l'ora. Andate ad Antuni nel tardo pomeriggio, e programmate la salita in modo da essere sulla cima nell'ultima ora e mezza di luce. Ci sono tre ragioni concrete, non estetiche. La prima è la temperatura: la sterrata è esposta a sud e in piena estate fra mezzogiorno e le quattro è un forno, senza fontane lungo il percorso. La seconda è la luce sul lago: di mattina il sole vi arriva negli occhi dal lato dell'acqua e schiaccia il paesaggio, mentre nel pomeriggio inoltrato illumina il versante da dietro le spalle e tira fuori i colori veri, il verde scuro dei versanti, il turchese opaco dell'invaso, l'ocra della pietra. La terza è la solitudine: i gruppi domenicali salgono in mattinata e a metà pomeriggio la cima si svuota.
A questo aggiungo tre regole operative. Primo: calcolate il ritorno con margine e portate una frontalina, perché scendere al buio su ghiaietto senza luce è il modo classico per farsi male a due passi dalla macchina. Secondo: se volete anche l'eremo di San Salvatore, non fatelo di pomeriggio tardi, ma dedicategli una mattinata dedicata, perché il tratto finale non si affronta con la luce che cala. Terzo: telefonate prima, alla riserva o all'associazione che cura le visite, per sapere se ci sono settori chiusi. E un consiglio che vale come opinione personale: evitate il ferragosto e i ponti primaverili. Antuni è un luogo che parla a voce bassa, e con cinquanta persone in cima non si sente niente. Se avete una sola occasione, scegliete un giovedì di ottobre.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il lago del Turano è artificiale. Quasi nessuno cita il fatto che non è un lago autonomo, ma un pezzo di un sistema idroelettrico integrato che collega due bacini attraverso la montagna. Il Turano comunica con il lago del Salto tramite una galleria sotterranea lunga circa nove chilometri, scavata nella roccia dei monti che separano le due valli; le acque dei due invasi confluiscono verso la centrale di Cotilia, in territorio di Cittaducale, e da lì vengono restituite al fiume Velino. Significa che il livello dello specchio d'acqua che fotografate da Antuni non dipende soltanto dalle piogge di questa valle, ma da decisioni di esercizio che riguardano un sistema più vasto, oggi gestito da Enel Green Power.
Da qui discende un fatto che i visitatori scoprono sul posto con un certo stupore: il lago cambia quota in modo sensibile nel corso dell'anno. Nei periodi di invaso pieno l'acqua lambisce la vegetazione e il monte di Antuni sembra davvero un'isola; nei periodi di magra emerge una fascia di sponda chiara, sassosa, e riaffiorano tracce del vecchio fondovalle, muretti, terrazzamenti, la sagoma di una strada. Non è un guasto e non è siccità in senso stretto: è il funzionamento normale di un bacino idroelettrico e di regolazione delle piene. Chi arriva in aprile e chi arriva in ottobre vede due paesaggi diversi, e la seconda finalità dell'opera, cioè evitare che le piene del Turano allagassero la piana di Rieti, spiega buona parte di quelle oscillazioni. Un'osservazione in più: le foto più drammatiche di Antuni si fanno con il lago basso, perché il monte guadagna verticalità, mentre le più eleganti si fanno con il lago pieno, perché la linea d'acqua taglia netta la base del cono.
La foto giusta da fare a Antuni – città fantasma (RI)
La fotografia che tutti portano a casa è quella dal ponte sulla provinciale, con il cono del monte al centro e la sagoma del palazzo in cima: è corretta, funziona, e la si fa in trenta secondi senza salire di un metro. È anche la meno interessante, perché appiattisce il rilievo contro il fondale dei monti. La foto giusta è un'altra, e richiede di arrivare in cima. Portatevi sugli spalti verso il lato del lago, nel tratto dove la cinta muraria e la torretta formano un primo piano, e costruite l'inquadratura su tre livelli: la pietra chiara delle mura in basso, lo specchio d'acqua che si insinua fra i versanti al centro, il profilo di Castel di Tora con la sua torre sulla riva opposta come punto di fuga. In questo modo l'immagine racconta una relazione invece di ritrarre un oggetto, e la relazione fra il borgo morto e il paese vivo è il vero soggetto di Antuni.
Qualche indicazione tecnica. L'ora giusta è la seconda metà del pomeriggio, quando la luce arriva alta sulla spalla e non in faccia; il mezzogiorno estivo qui è inutilizzabile, perché brucia la pietra e spegne il verde. Una focale media, intorno ai 35 millimetri equivalenti, restituisce il rapporto fra muro e paesaggio meglio di un grandangolo spinto, che allontana il lago e rende tutto piccolo. Se avete un polarizzatore, usatelo: la superficie del bacino guadagna saturazione e si vede il fondo lungo la sponda. Con il telefono, bloccate l'esposizione sulla pietra e non sull'acqua, altrimenti i muri diventano una macchia nera. Due divieti, invece, valgono più di qualunque consiglio: non salite sui muri e non sporgetevi oltre il ciglio del versante per allargare l'inquadratura. Gli spalti sono ruderi, il bordo del monte cade sul lago senza rete e nessuna fotografia vale una caviglia rotta a un'ora di cammino dalla strada. Chi porta il drone verifichi prima le regole vigenti e le eventuali limitazioni dell'area protetta: qui si è dentro una riserva naturale regionale, non in un parcheggio.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è quello del 1092, la donazione dei possedimenti dei Guidoneschi all'abbazia di Farfa, che porta per la prima volta il nome di Castrum Antoni dentro un documento scritto. È l'atto di nascita ufficiale del borgo e il momento in cui questo monte entra nella rete di potere che governava la Sabina medievale.
Il secondo è il 19 giugno 1832, quando papa Gregorio XVI eleva il feudo a principato. In un'Italia preunitaria in cui i titoli valevano quanto le terre, la promozione di un castello di crinale a principato dice che il luogo contava, e prepara il passaggio ai Del Drago, la famiglia viterbese che darà il nome al palazzo e all'immagine stessa di Antuni.
Il terzo è il 1939, l'anno in cui entra in funzione l'invaso del Turano con lo sbarramento realizzato nella zona di Posticciola. Non è un fatto locale: è l'ingresso della grande infrastruttura idroelettrica novecentesca dentro una valle appenninica, con tutto quello che comporta. Un fondovalle coltivato scompare sotto l'acqua, una gola diventa un lago di dieci chilometri, un castello diventa una penisola.
Il quarto è il bombardamento aereo della seconda guerra mondiale, che colpì per errore il nucleo medievale invece dell'obiettivo militare di fondovalle e provocò danni gravissimi. Da lì in poi la storia di Antuni è una storia di partenze: negli anni cinquanta l'abitato è completamente vuoto e resta tale per quattro decenni.
Il quinto avvenimento è il meno drammatico e il più decisivo per noi che oggi possiamo salirci: il ritorno del borgo alla mano pubblica negli anni novanta e l'apertura dei cantieri di restauro, che hanno consolidato le mura, recuperato il palazzo e riaperto i percorsi. Senza quei lavori Antuni sarebbe oggi un cumulo di pietre coperto di rovi, e questa guida non avrebbe nulla da raccontare.
Il sesto lo metto in coda perché è di natura diversa e sorprende sempre: nel 2015, sulla sommità del monte, è stato inaugurato il labirinto ideato da Renata Garutti, un intervento d'arte contemporanea dentro un borgo medievale abbandonato. Trovo che sia l'unico avvenimento recente della storia di Antuni in cui qualcuno abbia aggiunto qualcosa invece di sottrarre.
Chi è passato da Antuni – città fantasma (RI)
La lista dei personaggi legati a questo monte non è fatta di imperatori e di papi in visita, e sarebbe disonesto costruirne una. È fatta invece di famiglie, di registri, di titoli, e negli ultimi settant'anni di cineprese.
Cominciamo dai proprietari, perché sono gente che la storia italiana la conosce bene. I Guidoneschi, signori longobardi della valle, sono i primi nomi che compaiono accanto ad Antuni nel 1092. Dopo di loro il feudo attraversa le mani dei Brancaleoni e poi, fra Cinquecento e Settecento, quelle dei Cesarini, dei Mattei, dei Lante della Rovere e dei Gentili: sono le stesse casate che nello stesso periodo riempiono Roma e il Lazio di palazzi, cappelle gentilizie e ville. Il monaco anonimo che nell'abbazia di Farfa registrò la donazione dell'XI secolo merita una menzione più di molti nobili: senza quella riga di inchiostro non sapremmo quando Antuni è nato.
Nel 1832 entra in scena un papa, e questa è la presenza istituzionale più alta della storia del borgo: Gregorio XVI, che il 19 giugno di quell'anno eleva il feudo a principato. Poco dopo arrivano i Del Drago, famiglia di origine viterbese, il cui nome resta attaccato al palazzo che ancora oggi chiude la cima del monte.
Poi c'è il cinema, che di Antuni si è accorto presto. Nel 1954 il regista svizzero Enrico Pratt vi girò il film Il cielo è vicino, portando una troupe su un monte che in quegli anni si stava svuotando definitivamente: una delle poche testimonianze in movimento del borgo prima dell'abbandono totale. Sessant'anni più tardi, nel 2015, il Palazzo Del Drago è tornato a fare da set per il film Darkside Witches. Fra i due titoli corre tutta la parabola del luogo: nel primo Antuni è ancora un paese reale, nel secondo è diventato uno scenario.
Infine, e non è una battuta, da Antuni sono passati gli operai delle imprese idroelettriche degli anni trenta, gli sfollati e i militari degli anni quaranta, i restauratori e gli amministratori degli anni novanta, e le migliaia di escursionisti che oggi salgono la domenica mattina. Un borgo fantasma non è un luogo dove non passa nessuno: è un luogo dove nessuno resta.
Quando andare ad Antuni
La stagione migliore, senza discussioni, è quella che va da metà settembre a metà novembre. Il caldo se n'è andato, i boschi di cerro e di faggio della riserva virano al giallo e al rosso, la luce del pomeriggio è bassa e calda, e il lago in questo periodo dà il meglio di sé. La primavera, da aprile a inizio giugno, è la seconda scelta e ha un vantaggio suo: le praterie aride dei versanti fioriscono di orchidee spontanee e il verde è ancora tenero. L'estate è la stagione più affollata e la meno adatta al cammino: la sterrata non ha ombra, l'acqua non si trova lungo il percorso e a mezzogiorno il caldo sulla pietra è serio. Se ci andate a luglio o agosto, salite prima delle nove o dopo le cinque del pomeriggio.
L'inverno è per chi conosce la montagna. Le giornate sono corte, il fondo può essere fangoso o ghiacciato nei tratti in ombra, la strada provinciale di accesso a volte è sporca di detriti. In compenso, in una giornata limpida di gennaio, con il lago immobile e nessuno intorno, Antuni è uno dei posti più belli del Lazio. Ma serve attrezzatura, serve partire presto e serve tornare con luce.
Antuni con i bambini
Si può fare, con qualche accortezza. La salita al borgo è breve e regolare e un bambino dai sei anni in su la affronta senza problemi; l'idea del castello abbandonato, poi, funziona meglio di qualunque museo. I punti di attenzione sono due. Il primo sono i ruderi: bisogna spiegare prima, non durante, che dentro le case non si entra, che sui muri non si sale e che le transenne non si scavalcano. Il secondo è il ciglio del monte, che verso il lago cade ripido e senza protezioni continue: sulla sommità i bambini vanno tenuti a portata di mano. Il labirinto è la parte che li conquista, perché è l'unica cosa lassù che si può percorrere invece che soltanto guardare. Il proseguimento verso l'eremo di San Salvatore, invece, lo sconsiglio con i più piccoli: il sentiero si fa stretto e in qualche punto il vuoto è vicino. Portate acqua e una merenda, perché sul monte non c'è nessun punto di ristoro.
Accessibilità di Antuni
Va detto senza giri di parole: Antuni non è un sito accessibile in sedia a rotelle e non lo è nemmeno con un passeggino. Il collegamento fra il fondovalle e il borgo è una sterrata in pendenza con fondo ghiaioso, e all'interno del nucleo i percorsi corrono su selciati storici irregolari, gradini e tratti sconnessi. Anche chi ha difficoltà motorie lievi o problemi di equilibrio deve valutare con realismo, soprattutto per la discesa. Chi non se la sente di salire ha comunque un'alternativa decorosa e tutt'altro che consolatoria: il punto panoramico sul ponte e le rive del lago sul lato di Castel di Tora restituiscono la veduta d'insieme del monte, che è poi l'immagine per cui Antuni è famoso. Per informazioni aggiornate sullo stato dei percorsi conviene rivolgersi direttamente alla sede della riserva naturale.
Quanto costa visitare Antuni
Il borgo è un sito all'aperto ad accesso libero: non c'è biglietto d'ingresso. Le spese reali sono il carburante o il pedaggio autostradale per arrivarci e l'eventuale quota di partecipazione alle escursioni accompagnate, che vengono organizzate da associazioni del territorio e il cui costo va chiesto direttamente a chi le propone. Chi vuole visitare l'interno dell'eremo di San Salvatore e lo spazio didattico della riserva farà bene a inserirsi in una visita guidata, perché l'apertura non è continuativa. Considerate poi il pranzo in uno dei locali di Castel di Tora, che è un investimento consigliato, e non molto altro. Antuni è una delle gite più economiche che si possano fare in giornata da Roma.
Che cosa vedere intorno ad Antuni
La valle del Turano si presta a una giornata piena e a un fine settimana pieno. Il primo anello è il lago stesso: la provinciale ne segue tutto lo sviluppo e permette di vedere il bacino da angolazioni diverse, con i borghi affacciati sull'acqua sulle due rive. Poco più a nord si apre la valle parallela del lago del Salto, il secondo invaso del sistema, nei cui pressi sorge la rocca di Petrella Salto, luogo legato alla vicenda di Beatrice Cenci, uno dei processi più famosi della Roma di fine Cinquecento. Verso Rieti si incontrano il castello di Rocca Sinibalda e l'ex abbazia di San Salvatore Maggiore nel territorio di Concerviano.
Allargando il raggio, Rieti merita mezza giornata per il quartiere medievale, i sotterranei romani e la posizione di cerniera della sua conca; da lì si entra nella Valle Santa reatina e nei santuari francescani, a cominciare da Poggio Bustone e dal santuario di Greccio, dove nacque la tradizione del presepe. Sul versante sabino, l'abbazia di Farfa chiude il cerchio storico aperto dal documento del 1092. Chi invece ha preso gusto ai borghi svuotati può costruire un itinerario tematico con Rocchettine in Sabina, Celleno nel Viterbese, Monterano sui monti della Tolfa e la romana Galeria Antica alle porte della capitale: quattro abbandoni per quattro ragioni diverse, che messi in fila insegnano più di un manuale.
La cucina della valle del Turano
Si mangia bene e si mangia poco caro, con una cucina di montagna che non ha nessuna intenzione di essere leggera. I due piatti identitari di Castel di Tora sono il polentone, che è la polenta di granturco condita nella versione locale e che dà il nome a una sagra storica del paese, e gli strigliozzi, una pasta fatta a mano di sola acqua e farina, tirata e tagliata a mano, parente stretta degli spaghetti alla chitarra abruzzesi. Intorno ci sono le cose che ci si aspetta da questa fascia appenninica: legumi, funghi e castagne in autunno, carni di ovino, formaggi di pecora, e il pesce di lago nelle trattorie affacciate sull'acqua. I locali del borgo sono pochissimi, il che in alta stagione significa una cosa sola: si prenota. Salire ad Antuni alle undici e presentarsi a tavola all'una e mezza senza aver telefonato è il modo classico per finire a mangiare un panino in macchina.
Domande frequenti su Antuni, città fantasma (RI)
Dove si trova Antuni e come ci si arriva?
Antuni si trova nella media valle del Turano, sul versante laziale dei monti Carseolani, a cavallo fra il Reatino e il confine abruzzese. Il monte di Antuni era un rilievo isolato che prima del 1939 dominava una gola stretta e profonda, oggi sommersa dal lago del Turano, che lo ha reso quasi un'isola.
Quanto costa visitare Antuni?
Visitare Antuni non costa nulla, perché il borgo è un sito all'aperto ad accesso libero, senza biglietto d'ingresso. Le spese reali sono il carburante o il pedaggio autostradale per arrivarci e l'eventuale quota di partecipazione alle escursioni accompagnate organizzate da associazioni del territorio.
Quanto tempo serve per visitare Antuni?
Il solo borgo di Antuni, salita e discesa comprese, richiede circa un'ora e mezza. Aggiungendo la visita all'eremo di San Salvatore, poco più in alto, si arriva a circa tre ore complessive di cammino.
Perché Antuni è una città fantasma?
Antuni è una città fantasma perché fu abbandonata dopo un bombardamento aereo della seconda guerra mondiale che colpì per errore il nucleo urbano medievale, causando danni gravissimi alle abitazioni. Già prima, nel 1939, l'entrata in funzione del lago del Turano aveva sommerso la gola sottostante e trasformato il monte in un'isola.
Antuni è accessibile in sedia a rotelle o con il passeggino?
Antuni non è un sito accessibile in sedia a rotelle e non lo è nemmeno con un passeggino, perché il collegamento fra il fondovalle e il borgo è una sterrata in pendenza con fondo ghiaioso. All'interno del nucleo i percorsi corrono su selciati storici irregolari, con gradini e tratti sconnessi.
Antuni è adatta a una visita con i bambini?
Antuni si può visitare con i bambini con qualche accortezza: la salita al borgo è breve e regolare e un bambino dai sei anni in su la affronta senza problemi, mentre l'idea del castello abbandonato funziona meglio di qualunque museo. Vanno spiegate prima le regole sui ruderi, dove non si entra e non si sale sui muri.
Quando è il periodo migliore per visitare Antuni?
Il periodo migliore per visitare Antuni va da metà settembre a metà novembre, quando il caldo se n'è andato, i boschi di cerro e faggio della riserva virano al giallo e al rosso e la luce del pomeriggio è bassa e calda. La primavera, da aprile a inizio giugno, è la seconda scelta, con le praterie che fioriscono di orchidee spontanee.
Cosa si mangia vicino ad Antuni?
Vicino ad Antuni, nella valle del Turano, si mangia bene e poco caro con una cucina di montagna: a Castel di Tora, il paese di fronte al monte, i piatti identitari sono il polentone, la polenta di granturco condita nella versione locale, e gli strigliozzi, una pasta fatta a mano di sola acqua e farina, parente stretta degli spaghetti alla chitarra.
Antuni per chi viene da fuori Italia
La valle del Turano è una delle gite in giornata da Roma che i visitatori stranieri non trovano quasi mai nei circuiti standard, e proprio per questo funziona: un'ora di strada, un borgo abbandonato su un lago, un paese medievale abitato, un pranzo vero. Chi organizza il viaggio in inglese, o accompagna ospiti che non parlano italiano, trova le guide in lingua inglese su ItalyPlanner, in particolare la sezione dedicata al Lazio e quella delle gite di un giorno. Per i gruppi organizzati, le associazioni culturali e le aziende che vogliono una giornata nel Reatino con un accompagnatore professionista, il riferimento è TourLeaderPro, che si occupa di accompagnamento turistico e di organizzazione di viaggi di gruppo in tutta Italia. Una precisazione: per un gruppo numeroso Antuni va gestito, perché il parcheggio è limitato, il sentiero è unico e la cima non regge cinquanta persone contemporaneamente senza perdere ogni senso.
Domande veloci su Antuni – città fantasma (RI)
Quanto costa entrare ad Antuni?
Niente. Antuni è un sito all'aperto ad accesso libero, senza biglietteria e senza tornelli. Si paga soltanto l'eventuale quota delle escursioni accompagnate, che va chiesta a chi le organizza.
Quanto dura la visita ad Antuni?
Il solo borgo, salita e discesa comprese, occupa circa un'ora e mezza. Aggiungendo l'eremo di San Salvatore si arriva a circa tre ore complessive di cammino con le soste.
Quanto si cammina per arrivare ad Antuni?
Il dislivello dal fondovalle al borgo è di circa 130 metri su strada sterrata; per l'eremo se ne aggiungono altri 140 su sentiero di montagna.
Si può arrivare ad Antuni in auto fino in cima?
No. Le auto si lasciano in basso, presso il bivio di Castel di Tora, e l'ultimo tratto si fa a piedi. È proprio questa la ragione per cui il borgo si è conservato come luogo silenzioso.
Antuni è pericoloso?
Il percorso non lo è, gli edifici sì. Sono ruderi: non si entra nelle costruzioni, non si sale sui muri, non si scavalcano transenne e reti. Sulla sommità il versante cade ripido verso il lago senza protezioni continue.
Si può entrare nelle case di Antuni?
No. Il borgo si visita dall'esterno degli edifici, lungo i percorsi tracciati. Le porzioni pericolanti sono interdette e i divieti vanno rispettati alla lettera.
Che scarpe servono per salire ad Antuni?
Scarpe da trekking o comunque con suola scolpita. Il fondo è ghiaioso e in discesa scivola; per il tratto verso l'eremo la calzatura tecnica è indispensabile.
Si può visitare Antuni senza guida?
Sì, il sito è liberamente accessibile. Con una guida però si entra nell'eremo di San Salvatore e nello spazio didattico della riserva, che altrimenti si trovano spesso chiusi.
Chi organizza le visite guidate ad Antuni?
Le escursioni al borgo e all'eremo sono curate dall'associazione Camminando con, con partenze la domenica alle 10 da giugno a settembre, ritrovo al bivio di Castel di Tora e iscrizione al numero 389 6860142.
Quanto dista Antuni da Roma?
Poco più di un'ora di auto, prendendo la A24 fino a Carsoli e poi la provinciale 34 Turanense lungo il lago.
Si arriva ad Antuni con i mezzi pubblici?
Con difficoltà. Le corse di linea nella valle del Turano sono poche e tarate sulle esigenze dei residenti, e comunque non arrivano all'imbocco del sentiero. Per Antuni serve l'auto o un'escursione organizzata.
Perché Antuni è stato abbandonato?
Per due colpi ravvicinati: la creazione del lago artificiale nel 1939, che sommerse il fondovalle produttivo, e il bombardamento aereo della seconda guerra mondiale, che colpì per errore il nucleo medievale. Negli anni cinquanta il borgo era completamente vuoto.
Quanti abitanti ha Antuni oggi?
Nessuno. Antuni è una frazione disabitata del comune di Castel di Tora, ed è per questo che si parla di borgo o città fantasma.
Che cos'è il Palazzo Del Drago?
È il palazzo baronale che occupa la sommità del monte, legato alla famiglia viterbese dei Del Drago, subentrata dopo l'elevazione del feudo a principato nel 1832. È stato restaurato e oggi ospita iniziative culturali.
Che cos'è il labirinto di Monte Antuni?
Un labirinto simbolico realizzato sulla cima e inaugurato nel 2015, ideato dall'artista Renata Garutti. Si percorre a piedi e non ci si perde: il tracciato è unico.
Come si raggiunge l'eremo di San Salvatore da Antuni?
Proseguendo oltre il borgo per poco più di un chilometro, con ulteriori 140 metri di dislivello su sentiero di montagna. Il tratto finale è stretto e in qualche punto vicino al vuoto.
L'eremo di San Salvatore è sempre aperto?
No, l'apertura non è continuativa. L'interno, con gli affreschi seicenteschi e lo spazio didattico della riserva, si visita nelle giornate di escursione accompagnata o quando i volontari sono presenti.
Antuni è adatto ai bambini?
Il borgo sì, dai sei anni in su, spiegando prima le regole sui ruderi e tenendoli a portata di mano vicino al ciglio. Il proseguimento verso l'eremo è sconsigliato con i più piccoli.
Antuni è accessibile in sedia a rotelle?
No. Il collegamento è una sterrata in pendenza e i percorsi interni corrono su selciati irregolari e gradini. Chi non può salire trova comunque la veduta d'insieme dal ponte e dalle rive del lago.
Si possono portare i cani ad Antuni?
Si è dentro una riserva naturale regionale: i cani vanno tenuti al guinzaglio e vale la pena verificare le prescrizioni aggiornate con l'ente gestore prima di partire.
C'è acqua potabile lungo il sentiero per Antuni?
Lungo la salita non se ne trova. D'estate portate almeno un litro e mezzo a testa.
Qual è la stagione migliore per visitare Antuni?
L'autunno, fra metà settembre e metà novembre, per il colore dei boschi e la luce bassa. Buona anche la primavera per le fioriture; l'estate è la stagione più calda e affollata.
Che differenza c'è fra Antuni e Castel di Tora?
Sono due borghi nati nello stesso periodo a guardia della stessa gola. Castel di Tora è il paese abitato sulla riva del lago, inserito fra i borghi più belli d'Italia; Antuni è la sua frazione disabitata sulla cima del monte di fronte.
Si possono usare i droni ad Antuni?
Va verificato prima. L'area è una riserva naturale regionale e alle regole generali sui velivoli senza pilota si sommano le eventuali prescrizioni dell'ente gestore.
Dove si parcheggia per salire ad Antuni?
Nelle piazzole lungo la provinciale presso il bivio di Castel di Tora, vicino al ponte. In estate si riempiono entro metà mattina, quindi conviene arrivare presto o nel tardo pomeriggio.
Antuni si può abbinare ad altre visite in giornata?
Facilmente. Nella stessa giornata entrano il giro del lago, il borgo di Castel di Tora e il pranzo; con un po' più di tempo si arriva al lago del Salto, a Rocca Sinibalda o verso Rieti e la Valle Santa.
Il giudizio su Antuni
Su questo monte il risultato è sempre lo stesso: si sale chiacchierando e si scende in silenzio. Antuni non è un luogo spettacolare nel senso in cui lo è una grande abbazia o una villa imperiale. È un luogo che spiega. In venti minuti di cammino e un'ora di visita si vede con gli occhi che cosa succede a una comunità quando le si toglie la base materiale su cui vive, e si vede anche che il paesaggio più ammirato di questa valle è nato dallo stesso gesto che ha svuotato il paese. Se dovessi dare un solo consiglio a chi non c'è mai stato, sarebbe questo: non trattatelo come una tappa fotografica fra due soste sul lago. Salite con calma, restate un'ora in più di quella che avevate previsto, guardate i pozzi e i terrazzamenti prima del panorama, e rispettate i divieti dove li trovate, perché quei muri hanno ottant'anni di abbandono nelle ossa. Poi scendete a Castel di Tora e mangiate gli strigliozzi guardando il monte dal basso. È in quel momento, non in cima, che Antuni si capisce davvero.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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