Monterano – città fantasma
Antica Monterano si raggiunge da Canale Monterano, in provincia di Roma: il municipio è in Piazza del Campo 9, la sede operativa della Riserva Naturale Regionale Monterano è in Piazza Tubingen 1, telefono 06 9962724, e per le emergenze in area protetta il numero indicato dall'ente gestore è 334 1106434. L'ingresso all'area archeologica e alla riserva è libero e gratuito, senza biglietteria, senza tornelli e senza orari di chiusura affissi: si entra a piedi lungo i sentieri, in qualunque stagione, con il buon senso che si usa in un sito di rovine non recintato. La riserva copre circa 1.085 ettari nel solo territorio comunale di Canale Monterano ed è gestita dal Comune stesso; l'indirizzo di posta elettronica pubblico è riservamonterano@regione.lazio.it. Non esiste una fermata di autobus davanti alle rovine: si arriva in automobile fino a uno dei parcheggi della riserva e poi si cammina. Prima di partire conviene controllare sul sito ufficiale della riserva eventuali chiusure temporanee dei sentieri per lavori o rischio incendi, perché in estate capitano.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Come arrivare a Monterano e dove si lascia l'auto
Da Roma si esce verso nord ovest e si punta su Bracciano: la direttrice naturale è la via Braccianese, poi si prosegue per Manziana e infine per Canale Monterano. Dal Grande Raccordo Anulare si mette in conto poco più di un'ora di guida, di più il sabato mattina in estate, quando tutta la sponda del lago si muove insieme. L'ultimo tratto è su strade comunali strette, con curve cieche e ciclisti: si guida piano, non è un tratto in cui si recuperano minuti.
I quattro parcheggi della Riserva di Monterano
Gli accessi carrabili sono quattro e non sono equivalenti. Il parcheggio Comunaletto e il parcheggio Casale de' Persi sono entrambi su Strada Antica Monterano e servono l'avvicinamento diretto alla città fantasma. Il parcheggio delle Cascate della Diosilla è su via della Madonnella e serve il versante delle acque e della solfatara. Il parcheggio di Poggio Lupino è su via dei Grottini e apre sul lato dei poggi funerari etruschi. Se avete una sola mattina e volete le rovine, il punto giusto è Casale de' Persi: da lì il percorso principale misura circa quattro chilometri e si copre in due ore e mezza andata e ritorno, con partenza quasi pianeggiante dentro un bosco di roverelle e cerri.
Con i mezzi pubblici verso la città fantasma di Monterano
Il treno regionale della linea per Viterbo serve Manziana e Oriolo Romano, ma dalla stazione alle rovine restano diversi chilometri di strada senza marciapiede: il collegamento su gomma verso Canale Monterano esiste ma è pensato per i residenti, con corse rade e assenti la domenica. Chi arriva senza automobile faccia i conti con un taxi o con un trasferimento privato dal paese, oppure si aggreghi a una escursione organizzata. Dirlo prima evita la delusione di chi scende alla stazione convinto di trovare una navetta.
Quanto costa visitare Monterano
Niente. Non c'è biglietto per l'antica Monterano, non c'è biglietto per la riserva, non c'è un ufficio che stacchi ricevute all'ingresso dei sentieri. I costi eventuali sono altri: la visita guidata, se la prenotate; il pranzo a Canale Monterano; il noleggio del cavallo se scegliete il percorso ippico della Valle del Bicione. Le donazioni e le quote associative delle guide del territorio sono un fatto privato tra voi e chi vi accompagna.

Monterano: che cosa si vede e perché la rocca è dove è
La collina che regge l'antica Monterano è un blocco di tufo isolato dall'erosione, lambito a nord e a ovest dal fiume Mignone e a sud dal fosso del Bicione. La spianata sommitale copre 5,3 ettari: un pianoro difendibile su tre lati, con un solo fronte comodo per chi attacca. È la ragione per cui su questo sperone si sono succeduti un villaggio dell'età del bronzo, un abitato etrusco, un castrum tardoantico, una cattedrale, un castello e infine un palazzo ducale disegnato dal più grande architetto del barocco romano. Nessuna di quelle scelte è casuale: il tufo si scava facilmente, l'acqua scorre in basso, il pianoro si chiude con poche centinaia di metri di muro.
Alla base della collina, a nord e a sud est, affiorano le solfatare, e poco oltre la cascata della Diosilla. Il territorio intorno è punteggiato di sorgenti termali: le terme di Stigliano, attrezzate per la ricezione turistica, sono circa tre chilometri a sud ovest, e i Romani le conoscevano come Aquae Apollinares Veteres. Chi arriva pensando di trovare soltanto quattro muri diroccati sbaglia il metro: qui si cammina dentro un sistema di acque, zolfo, boschi e pietra che ha prodotto un insediamento e poi lo ha lasciato morire.
La visita all'antica Monterano, monumento per monumento
Dal 1799 gli edifici dell'antica Monterano giacciono in stato di rovina, e la rovina è precisamente ciò che rende il luogo memorabile. Non è un sito museificato: non ci sono passerelle, non ci sono pannelli ogni dieci metri, non c'è un percorso obbligato con le frecce. Si sale, si gira, si guarda. Ecco che cosa cercare, nell'ordine in cui lo si incontra salendo dal versante di San Bonaventura.
L'acquedotto di Monterano
È il pezzo che tutti fotografano e quasi nessuno legge bene. L'acquedotto, restaurato dall'allora Provincia di Roma, portava l'acqua attraversando le colline a est del borgo con un canale sotterraneo che emergeva in superficie solo nel tratto finale, dove doveva scavalcare la valletta ai piedi del palazzo ducale. Lì la struttura si alza in una doppia fila di arcate, ancora in ottimo stato di conservazione. Fu costruito negli anni immediatamente successivi al 1671, cioè subito dopo l'acquisto del feudo da parte degli Altieri: un investimento pesante, fatto per portare acqua corrente a un borgo di poche centinaia di anime. Guardate il punto in cui il condotto sbuca dal terreno: si capisce a occhio la logica del progetto, sotterraneo finché il terreno lo consente, aereo solo dove non c'è alternativa. Un abitato di crinale non sopravvive senza un acquedotto, e questo è il motivo per cui la struttura fu la prima cosa che gli Altieri costruirono e l'ultima rimasta intera.
Il circuito murario e la porta Romana
Il pianoro era chiuso da un circuito murario di cui restano tratti e, soprattutto, le porte. A est si apriva la porta Romana, oggi poco leggibile: era la via più rapida per entrare nell'abitato a chi proveniva dalla via Clodia e dunque da Roma, ed era protetta direttamente dalla mole del castello. Chi arrivava da Roma passava sotto gli occhi della guarnigione. Non è un dettaglio militare astratto: dice che il traffico più importante veniva da sud est, e che il signore del castello voleva vederlo transitare.
La porta Gradella o Cretella
A sud si apre la porta Gradella, chiamata anche Cretella, ed è la meglio conservata delle tre. Da qui parte una strada pedonale lastricata con basoli romani, con ogni probabilità materiale di reimpiego prelevato altrove, che scendeva verso il fosso del Bicione e verso le miniere di zolfo. È la porta dei lavoratori, non quella dei signori: la larghezza e la pendenza raccontano una strada da uomini e bestie da soma, non da carrozze. Se dovessi indicare il punto in cui l'antica Monterano smette di essere una scenografia e diventa un paese vero, indicherei questa soglia.
La porta di San Bonaventura
A ovest la porta di San Bonaventura metteva in comunicazione l'abitato con il convento omonimo, costruito sul pianoro appena fuori le mura. Era la porta principale del borgo, raggiungibile dalle due strade che cingevano a ferro di cavallo la rocca. Chi visita oggi entra quasi sempre da qui, e fa bene: è l'ingresso che il paese considerava il proprio.
La cattedrale di Santa Maria Assunta
La cattedrale di Santa Maria Assunta sembra fondata nel XII secolo in sostituzione di una omonima cattedrale più antica, che sorgeva nel sito poi occupato dal castello. Dell'edificio duecentesco sopravvive il grande campanile, che resta uno dei segnali visivi più forti della rovina. La parola cattedrale non è un vezzo: Monterano è stata sede vescovile per secoli, e la chiesa maggiore di un abitato di quelle dimensioni si spiega solo con quella dignità. Chi guarda il campanile pensando a una parrocchia di campagna non capisce che cosa ha davanti.
Il palazzo ducale, il castello Orsini Altieri
È l'edificio più imponente del borgo, eretto in posizione dominante nella parte settentrionale dell'abitato, e la sua stratigrafia è un piccolo manuale di storia dell'architettura laziale. Le indagini e le analisi architettoniche più recenti hanno ipotizzato che proprio qui sorgesse l'originaria cattedrale di Santa Maria Assunta, un'aula di diciotto metri per dodici, con murature e arredi riferibili all'età carolingia. Nel XII secolo fu realizzata un'alta torre in muratura a pianta quadrangolare, con funzione difensiva. Nel XIII secolo alla torre si saldò un recinto, con ogni probabilità la prima rocca del sito. Alla fine del Quattrocento la cortina muraria fu rifatta e vennero aggiunte torri cilindriche di bella fattura, che si attribuiscono in via ipotetica alle ristrutturazioni avviate dagli Orsini: la somiglianza con le torri del castello di Bracciano, degli stessi proprietari, è troppo forte per essere casuale.
Nel 1672 furono avviati i lavori per trasformare il castello rinascimentale in dimora signorile, affidati inizialmente a Carlo Fontana. Nel 1679, per volontà del principe Altieri, Gian Lorenzo Bernini riprogettò la fortezza monteranese e la trasformò in palazzo ducale. Bernini raccordò le due torri preesistenti con un loggiato a sei arcate che imita deliberatamente una rovina medievale: a sinistra la torre quadrata del XII secolo, il mastio del castello; a destra la torre circolare quattrocentesca, verosimilmente pertinente al cantiere degli Orsini. Fermatevi un minuto davanti a quel loggiato. Un architetto di settantun anni, all'apice della fama europea, costruisce una finta rovina per fare da cerniera fra due torri vere di epoche diverse. È una operazione intellettuale sofisticata, e nel Lazio non se ne trovano molte altre.
La fontana del Leone del Bernini
Sulla parete esterna del palazzo, affacciata su Piazza Lunga, Bernini collocò una fontana dominata dalla statua di un leone che percuote la roccia con le zampe facendone zampillare l'acqua: da qui il nome di fontana del Leone. L'originale non è più in loco. La statua che si incontra oggi durante la visita va letta come una presenza scenica, non come il marmo secentesco: chi cerca il pezzo autentico deve informarsi presso il Comune di Canale Monterano, che sulle vicende conservative del leone è la fonte da interrogare. Detto questo, il valore della fontana non è soltanto materiale: è l'invenzione a contare. Un leone che fa sgorgare acqua dalla roccia, in un paese costruito su una rupe di tufo e alimentato da un acquedotto appena finito, è una dichiarazione politica travestita da scultura. Gli Altieri stavano dicendo che l'acqua, a Monterano, la davano loro.

La chiesa di San Rocco
Affacciata su Piazza Lunga e addossata al palazzo ducale, la chiesa di San Rocco risale verosimilmente al XV secolo. L'interno è a navata unica e conserva l'abside con l'altare; ai fianchi della navata si aprono due piccole cappelle. È un edificio modesto accanto a uno sfarzoso, e proprio per questo istruttivo: la devozione a San Rocco è la devozione contro la peste, e la sua presenza nella piazza principale dice quale fosse la paura dominante di quella comunità prima che arrivassero i cardinali con gli architetti.
La chiesa e il convento di San Bonaventura
La chiesa di San Bonaventura con l'annesso convento furono costruiti tra il 1677 e il 1679 su impulso della famiglia Altieri. L'affidamento passò di mano più volte: prima agli Agostiniani Scalzi, poi a preti secolari e dal 1719 agli eremiti Servi di Maria di Monte Senario. L'architettura, elegante e nitida, fu progettata da Gian Lorenzo Bernini e innalzata fuori dal borgo, in asse con la porta di San Bonaventura: l'allineamento è studiato, la chiesa doveva apparire come un fondale a chi usciva dal paese.
La chiesa è a navata unica con due cappelle laterali e aveva una cupola estradossata munita di lanterna, oggi non conservata. La facciata era inquadrata da due campanili. Alle spalle si apriva un grande chiostro a tre lati, sul quale affacciavano le celle del convento: l'esecuzione si deve a Mattia de Rossi, allievo e collaboratore fedele del Bernini, su progetto del maestro. Nello spazio antistante la facciata il piazzale è abbellito da una fontana ottagonale. Una raffigurazione della chiesa compare in un dipinto del 1781 di G. Barbieri conservato nel palazzo Altieri di Oriolo Romano, e lo stesso dipinto restituisce anche il palazzo ducale: due immagini preziose, perché mostrano il complesso diciotto anni prima della fine.
Opinione netta, da chi accompagna gruppi: San Bonaventura è il vero capolavoro del sito, più del palazzo. La facciata rovinata, con il cielo dove c'era la cupola, produce un effetto che nessun restauro potrebbe migliorare. Se avete quaranta minuti e non due ore, spendeteli qui.
Il cavone etrusco di Monterano
Il cavone è una tagliata viaria etrusca, scavata a mezzacosta lungo le pendici meridionali della collina. La larghezza ridotta consentiva il transito dei soli pedoni. Il sentiero che la attraversa proviene dalla porta Gradella e scende fino alla valle solcata dal fosso del Bicione. Va detto subito: il cavone non è percorribile a causa della caduta di massi dall'alto, e non è una raccomandazione formale ma una constatazione fisica. Lo si guarda dall'esterno, e basta. Le tagliate etrusche del comprensorio, dal Sutrino alla valle del Mignone, sono opere di ingegneria stradale che chiunque abbia camminato in Tuscia riconosce a colpo d'occhio: si scava il tufo verticalmente per abbassare la pendenza, e si accetta che la strada diventi un corridoio profondo anche sette o otto metri.

La solfatara e la cascata della Diosilla
Il secondo grande capitolo della visita non è archeologico ma geologico. Alla base della collina, verso il fosso del Bicione, la solfatara emette vapori di idrogeno solforato: l'odore arriva prima dell'immagine, e non è un difetto del luogo, è il luogo. Lungo il sentiero che conduce alla cascata della Diosilla nebbie e vapori disegnano, secondo la descrizione corrente, un paesaggio quasi lunare. La cascata deve i suoi colori ai depositi di ossidi di ferro, che tingono la roccia di ruggine e ocra.
Il tufo rosso di questo settore ha una età compresa fra 490.000 e 430.000 anni: siamo nel comprensorio vulcanico sabatino, quello che ha prodotto anche la conca del lago di Bracciano. La combinazione di camino vulcanico spento, acque solfuree e corsi d'acqua incassati spiega perché gli Etruschi consacrassero questo territorio a Manth, il dio dell'oltretomba. Consiglio pratico e non negoziabile: non toccate le pozze, non scendete nelle fumarole, non portate i cani vicino alle emissioni. L'idrogeno solforato è pesante e ristagna al suolo, e un cane respira quaranta centimetri più in basso di voi.
La natura della Riserva Naturale Regionale Monterano
La riserva fu istituita con la legge regionale numero 79 del 2 dicembre 1988 e ampliata con la legge regionale 62 del 1993 per tutelare anche le aree umide. Copre circa 1.085 ettari fra i monti della Tolfa e il bacino di Bracciano, e la gestione è affidata al Comune di Canale Monterano.
La flora della riserva di Monterano
Si passa in poche centinaia di metri da una vegetazione ripariale a galleria lungo i corsi d'acqua alla macchia mediterranea sui versanti esposti. Il bosco è dominato dalle querce, con cerro, roverella e sughera; nelle forre umide sopravvivono felci, fra cui la rara felce florida. Le orchidee spontanee fioriscono da marzo a luglio, ed è il periodo in cui i botanici dilettanti riempiono la memoria del telefono.
La fauna della riserva di Monterano
Sono state censite 142 specie di vertebrati, ventiquattro delle quali comprese in liste di protezione. Il nibbio reale è la presenza più preziosa: in tutto il Lazio si contano da tre a cinque coppie nidificanti. Nidifica qui anche il biancone, il rapace che caccia serpenti. Fra gli anfibi spicca la salamandrina dagli occhiali, endemismo italiano. La riserva conta inoltre oltre venti specie di libellule, e nelle acque si trova la testuggine palustre europea. Sono segnalati il falco pellegrino, il gatto selvatico e il lupo: il lupo lo si vede quanto si vede a Roma un tramonto senza foschia, cioè raramente, ma le tracce ci sono.
I tre sentieri principali della Riserva di Monterano
I percorsi principali segnalati dall'ente sono tre: Valle Rafanello e Area del Tufo; Valle del Bicione e Bandita, percorribile a piedi e a cavallo; Diosilla e Monterano. Il terzo è quello che unisce la parte geologica alla città fantasma ed è il più richiesto. Il consiglio è di non affrontarli tutti in una giornata: il terreno è argilloso, dopo la pioggia scivola, e il tempo che si perde a scendere con prudenza è sempre più di quello che si è calcolato.

Monterano: la storia dalle origini etrusche
Il nome di Monterano e il dio Manth
Il territorio di Manziana e di Canale Monterano era consacrato dagli Etruschi a Manth, in latino Mantus, il dio dell'oltretomba. Da lui prendeva nome la silva Mantiana, la grande area boscosa che dominava le colline a occidente del lago di Bracciano e di cui sopravvive un settore oggi chiamato Bosco Macchia Grande, a sud ovest di Manziana. Anche l'abitato di Manziana deriva quasi certamente il nome dalla foresta che lo cingeva.
Al dio Manth rimanda pure il toponimo Manturianum, poi Manturanum, con il quale ormai si identifica di regola il sito di Monterano. Il nome è formato dalla radice Mantur con l'aggiunta del comune suffisso aggettivale ianum o anum, derivato con ogni probabilità dall'associazione con il termine neutro castrum che compare nelle fonti altomedievali: se ne deduce che il nome etrusco dell'abitato potesse essere Manthuria o Manthura, divenuto castrum Manturianum in età tardoantica per la presenza di una fortificazione, poi corrotto in Manturanum e infine, in italiano, in Monterano. Un gentilizio derivato dal toponimo sembra riconoscibile nell'attestazione di un Larth Manthureie su un dolio rinvenuto a poche decine di chilometri da qui.
L'associazione fra il bosco e il dio degli Inferi nacque con ogni probabilità dall'aspetto tetro e impenetrabile della foresta e dalla presenza diffusa di polle di acqua sulfurea, che gli antichi consideravano un'emanazione del mondo sotterraneo. Chi ha camminato accanto alla solfatara in una mattina di novembre capisce quella teologia senza bisogno di spiegazioni.
L'età del bronzo e il centro etrusco
La rocca tufacea fu sede di un villaggio dell'età del bronzo, documentato da materiali archeologici riferibili al Bronzo finale, intorno all'XI secolo avanti Cristo. Dal VII secolo avanti Cristo la presenza di un centro etrusco è attestata anzitutto dal ritrovamento di numerose tombe che occupano i poggi circostanti: Casale Palombara, I Grottini, Franco, Gatta Pelosa con le Pestarole e i resti di tombe a pozzetto, largo della Bandita con la grotta di Tabacco e il Grottino, tombe a camera del VI secolo avanti Cristo, e Ara del Tufo. Considerata la vicinanza, l'abitato rientrava probabilmente nell'area di influenza politica di Cerveteri, la cui necropoli della Banditaccia resta il termine di paragone obbligato per capire che cosa fosse una città etrusca di prima grandezza.
Roma, la via Clodia e Forum Clodii
Il territorio cominciò a entrare sotto il controllo di Roma negli anni successivi alla conquista di Veio, nel 396 avanti Cristo, e al sacco gallico del 390. Nel 383 avanti Cristo la vicina Sutri cadeva definitivamente in mano romana, ma l'occupazione dei centri minori come Monterano non arrivò prima degli anni centrali del IV secolo, quando si ruppe l'antica amicizia fra Roma e Cerveteri.
Nella seconda metà del III secolo il controllo romano fu rafforzato dalla realizzazione della via Clodia, che collegava Roma a Saturnia e transitava circa tre chilometri a est di Monterano, nel luogo dove sorse il municipio di Forum Clodii. Quel centro svolse un ruolo aggregante a danno degli abitati vicini, Monterano compresa. Tracce di un mausoleo romano a valle dell'abitato e sepolture ad arcosolio scavate nella parete tufacea testimoniano però che l'antica Monterano sopravvisse come piccolo borgo per tutta l'età romana, mentre le campagne intorno si riempivano di ville.
Monterano nell'età medievale
Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente e la crisi economica, politica e demografica che ne seguì, Forum Clodii, divenuta sede vescovile almeno dal 313, fu gradualmente abbandonata in favore di siti meglio difesi, fra cui la vicina Manturanum. Fra il VI e la prima metà del VII secolo la sede vescovile fu trasferita proprio all'antica Monterano: la diocesi che comprendeva le terre fra il lago di Bracciano e i monti della Tolfa mutò così nome da diocesi di Forum Clodii in diocesi di Monterano. Il primo vescovo di cui si abbia memoria è Reparato, menzionato nel 649.
Dal 590 circa l'abitato fu incluso nel Ducato romano, sotto amministrazione bizantina. Dal 752 entrò nel Patrimonio di San Pietro, primo nucleo dello Stato Pontificio. La diocesi è documentata fino al X secolo e in seguito fu annessa a quella di Sutri. Nell'XI secolo il feudo divenne proprietà dell'abbazia di San Paolo in Roma, che dotò il borgo di una torre quadrangolare le cui strutture furono poi inglobate nel palazzo ducale.
L'abitato divenne feudo degli Anguillara nel XIV secolo, quindi ducato in mano a casate vicine al Papato che si succedettero nel tempo, fra cui i Colonna dal 1424. Sisto IV lo concesse con titolo di contea a Mario Mellini, da cui lo riacquistò per darlo al proprio nipote Bartolomeo Giuppo, o Giubba, naturalizzato Della Rovere; costui il 3 luglio 1487 rivendette l'antica Monterano, insieme a Cerveteri, a Franceschetto Cybo.
Monterano in età moderna: gli Orsini
Nel settembre del 1492 Gentile Virginio Orsini, già proprietario del castello di Bracciano, acquistò da Franceschetto Cybo il castello di Monterano insieme ad altri vicini, fra cui la rocca di Anguillara, e l'anno successivo li concesse al figlio Carlo Orsini. Il legame con Bracciano non è amministrativo soltanto: le torri cilindriche di Monterano e quelle del castello Odescalchi parlano la stessa lingua costruttiva, perché uscirono dallo stesso committente.
Il vino di Monterano
Al tempo degli Orsini Monterano era rinomata soprattutto per il vino. Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, in una lettera al cardinale Guido Ascanio Sforza del 1549 lasciò un giudizio che vale la pena leggere per intero.
VINO DI MONTERANO Si porta all'alma Roma per terra da un castello così chiamato, distante da Roma una grande e grossa giornata. Questo è un castello antico di casa Orsina et vi è una grandissima selva domandata La Mantiana. Questo vino è tanto buono, che a volere narrare la sua propria bontà et scrivere assai, sarei troppo lungo et non potrei tanto scriverne et laudarlo, quanto più merita essere laudato. Tale vino credo certo, secondo il mio giudizio et la mia esperienza, non habbi pari bevanda in tutta Italia. Di tali vini molti Prelati voriiano bere, ma per essere il luogo picciolo, vi si fa poco vino, onde bisogna che habbino pazienza.
Chi conosce Lancerio sa quanto fosse severo: liquidava vini di zone celebri con due righe di disprezzo. Che scriva di Monterano come della miglior bevanda d'Italia, ammettendo di non riuscire a lodarla abbastanza, è un caso quasi unico nel suo repertorio. Il paradosso è che il vitigno di quel vino non è ricostruibile con certezza, e nessuna azienda oggi può rivendicarne la discendenza diretta.
Gli Altieri, papa Clemente X e il ducato
Nell'ottobre del 1671 il feudo entrò nelle proprietà della famiglia Altieri, grazie all'acquisto compiuto da papa Clemente X, al secolo Emilio Altieri. Gli Altieri non avevano eredi diretti di sesso maschile oltre al pontefice stesso: fu quindi stabilito che gli esponenti della famiglia Paluzzi Albertoni, più volte imparentatisi con gli Altieri, ne acquisissero il cognome insieme allo stemma e ai titoli nobiliari. Gaspare Paluzzi Albertoni, divenuto Gaspare Altieri, fu così insignito fra gli altri del titolo di duca di Monterano.
Acquisito il feudo, gli Altieri intrapresero lavori di abbellimento e di miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti: gli anni immediatamente successivi al 1671 videro la realizzazione del maestoso acquedotto, con il doppio ordine di arcate nel tratto terminale, e l'edificazione della chiesa di San Bonaventura con l'annesso convento, sorta sulla parte inferiore del pianoro sommitale. A Gaspare Altieri seguì nel 1720 il figlio Emilio; alla morte di questi, nel 1721, subentrò il fratello Girolamo Antonio Altieri, che tenne il titolo fino al 1762, quando passò al primogenito Emilio Carlo Altieri.
Le miniere di zolfo di Monterano
Durante il XVIII secolo gli Altieri trascurarono il feudo e lo sfruttarono soprattutto per l'estrazione dello zolfo dalle miniere sottostanti, favorendo lo spopolamento graduale del borgo, forse flagellato anche dalla malaria. Il cuore della produzione era presso la solfatara a sud della collina, dove scorre il fosso del Bicione: intorno a essa sono state individuate quattro gallerie estrattive, la Grotta del Taglio, la Grotta del Pozzo, la Grottavecchia e la Grotta del Fuoco. Lo zolfo serviva alla disinfestazione delle viti e a varie attività industriali; la produzione continuò anche dopo l'abbandono del borgo e si arrestò soltanto poco dopo l'unità d'Italia. È una storia industriale, e spiega perché un paese in rovina abbia continuato a essere frequentato per quasi un secolo dopo la fine della sua vita civile.

Il 1799, il saccheggio e la fine di Monterano
Nel febbraio del 1798 le truppe francesi entrarono a Roma, misero provvisoriamente fine al potere temporale del papa e instaurarono la Repubblica romana, mantenuta in piedi con l'occupazione militare del territorio fino al settembre del 1799. La versione più diffusa vuole che una lite fra gli abitanti di Monterano e quelli di Tolfa per un carico di grano abbia fornito il pretesto all'attacco e al saccheggio del paese. La lettura storiografica più solida colloca però l'incendio di Monterano dentro un quadro assai più ampio di sollevazioni delle comunità rurali ostili al nuovo ordine rivoluzionario, lo stesso che nel marzo del 1799 portò all'incendio e al saccheggio della stessa Tolfa e di Allumiere. Non fu una rissa per il grano: fu una repressione.
Gli abitanti rimasti abbandonarono il sito, già in parziale rovina, e si rifugiarono nei centri vicini, in particolare nell'adiacente insediamento di Canale, dove nel tempo si sviluppò l'attuale abitato di Canale Monterano. Da allora nessuno è più tornato a vivere sul pianoro. Dal 1966 Monterano è sede vescovile titolare della Chiesa cattolica con il doppio titolo di Monterano e Forum Clodii, che è il modo elegante con cui la Chiesa tiene in vita il nome di una diocesi scomparsa. Una campagna di restauri è stata promossa dal Comune di Canale Monterano a partire dal 1995.
Antica Monterano come set cinematografico
Le rovine, per la loro qualità visiva e per la vicinanza a Roma, sono state usate come set per numerosi film italiani e stranieri. L'elenco, incompleto per definizione, comprende titoli molto diversi fra loro.
- Guardie e ladri (1951), di Mario Monicelli e Steno
- Ben Hur (1959)
- La cintura di castità (1967), di Pasquale Festa Campanile
- Brancaleone alle crociate (1970), di Mario Monicelli
- Il marchese del Grillo (1981), di Mario Monicelli
- Dèmoni (1985), di Lamberto Bava
- Ladyhawke (1985), di Richard Donner
- La visione del sabba (1988), di Marco Bellocchio
- I misteri della città eterna (Mad Production, luglio 2005)
- Il figlio, cortometraggio a cura del Centro sperimentale di cinematografia (luglio 2005)
- Arrivederci amore, ciao (Studio Urania, dicembre 2005)
- La freccia nera, miniserie televisiva (Tevere film, gennaio 2006)
- Joe Petrosino (Clemi cinematografica, marzo 2006)
- Blueray, programma pilota di divulgazione scientifica CICAP Italia (maggio 2006)
- Sulle ali della pace (Associazione culturale La tribù dell'arte, giugno 2006)
- Le tre rose di Eva 3 (RTI, 2014)
- Epilogo di Cony Ray, cortometraggio drammatico, produzione indipendente (Italia, 2016)
- Puoi baciare lo sposo (2018)
- Luna nera (2020)
Il conteggio complessivo delle produzioni girate qui dagli anni Cinquanta a oggi si aggira sul centinaio. Monicelli da solo è tornato tre volte, e non per pigrizia: cercava una rovina che sembrasse antica senza sembrare finta, e qui la trovava già pronta.
Una curiosità su Monterano – città fantasma
La curiosità vera non è che Monterano sia una città fantasma, ma che sia una città fantasma firmata. Le rovine abbandonate in Italia si contano a centinaia, e quasi tutte sono opera di manovalanza locale, ricostruita e rattoppata per secoli senza un nome d'autore. Qui no. Sul pianoro deserto ci sono almeno due interventi progettati da Gian Lorenzo Bernini a settant'anni compiuti, in una fase in cui l'architetto lavorava per il papa regnante e per le corti europee: la trasformazione della fortezza in palazzo ducale nel 1679, con il loggiato a sei arcate e la fontana del Leone, e la chiesa di San Bonaventura eretta fra il 1677 e il 1679, la cui costruzione fu seguita da Mattia de Rossi.
Il dettaglio che quasi nessuno racconta è quanto sia bizzarro quel loggiato. Bernini raccorda le due torri preesistenti, una quadrangolare del XII secolo e una circolare del Quattrocento, con una fila di arcate deliberatamente costruita per sembrare una rovina medievale. Nel 1679 non esisteva ancora il gusto romantico della rovina finta, che avrebbe conquistato l'Europa un secolo più tardi con i giardini all'inglese: qui abbiamo un anticipo di quasi cento anni, realizzato in un feudo periferico per un committente che voleva ostentare antichità. E la beffa finale è che il loggiato costruito per fingersi rudere è diventato rudere sul serio nel 1799.
Aggiungete un secondo strato di curiosità: il nome stesso del luogo. Monterano non ha nulla a che vedere con il monte. Deriva da Manturianum, che deriva da Manth, dio etrusco dell'oltretomba. Una città fantasma che porta nel nome il dio dei morti, per pura coincidenza etimologica, è il genere di combinazione che nessun romanziere si permetterebbe.
Una cosa che non ti dice nessuno su Monterano – città fantasma
Che il leone della fontana che vedete non è quello del Seicento. La fontana del Leone è opera dell'invenzione berniniana, ma l'originale scultoreo non è rimasto sul posto, e la statua che oggi accompagna la visita va guardata sapendo questo. Nelle escursioni si sente ripetere che si fotografa il leone del Bernini: non è esatto, e chi vi accompagna dovrebbe dirvelo prima che facciate lo scatto. Per la vicenda conservativa e per lo stato attuale del pezzo antico l'interlocutore corretto è il Comune di Canale Monterano, che gestisce anche la riserva.
La seconda cosa che non vi dicono riguarda i piedi. Monterano si racconta come una passeggiata culturale e si affronta invece come un'escursione: dal parcheggio di Casale de' Persi al pianoro il percorso principale misura circa quattro chilometri fra andata e ritorno e chiede due ore e mezza. Il fondo è di terra e argilla, con tratti di basolato sconnesso e ghiaione; dopo due giorni di pioggia diventa una pista da pattinaggio. Le scarpe da città qui non sono una scelta di stile, sono una caviglia storta.
La terza cosa, che nessuna guida stampata ricorda: non c'è ombra sul pianoro. Il bosco accompagna la salita e si ferma alle mura. Il paese è un altopiano nudo esposto a sud, e in luglio alle due del pomeriggio la temperatura al suolo fra le rovine è un'altra cosa rispetto ai venti minuti di sentiero che avete appena fatto. Non esiste una fontanella potabile nel sito. L'acqua ve la portate voi, e non mezzo litro.
Il consiglio che ti do per visitare Monterano – città fantasma
Andateci d'inverno, con il cielo alto dopo un fronte freddo, oppure in aprile prima che l'erba secchi. Il momento della giornata che consiglio senza esitare è il primo mattino, entro le nove: la luce radente entra sotto le arcate dell'acquedotto e dentro la navata di San Bonaventura, il vapore della solfatara si vede meglio con l'aria fredda, e soprattutto non c'è nessuno. Dalle undici del mattino di una domenica di maggio in poi, sul pianoro trovate comitive, cani liberi e droni, e Monterano perde metà del suo effetto.
Il percorso che suggerisco è questo: parcheggio Casale de' Persi, sentiero nel bosco di cerri e roverelle, arrivo alla chiesa di San Bonaventura, quaranta minuti dentro e attorno alla chiesa e al piazzale con la fontana ottagonale, poi ingresso al pianoro dalla porta di San Bonaventura, giro del palazzo ducale con sosta lunga davanti al loggiato, Piazza Lunga e San Rocco, campanile della cattedrale, discesa fino alla vista sull'acquedotto, ritorno. Se avete la giornata intera, aggiungete la Diosilla partendo dal parcheggio di via della Madonnella nel pomeriggio, con il sole basso sui depositi di ossido di ferro.
Due avvertenze da professionista. Primo: portate una torcia frontale anche se pensate di uscire con la luce, perché il sentiero nel bosco al ritorno si fa buio molto prima del pianoro. Secondo: valutate seriamente una guida del territorio. Monterano è un sito senza pannelli e senza custodi, e un visitatore lasciato solo davanti a un muro di tufo vede un muro di tufo. Chi accompagna gruppi qui sa dove sono le sepolture ad arcosolio e dove passava il condotto sotterraneo, e sono cose che da soli non trovate. Per l'organizzazione di escursioni fuori Roma con accompagnatori autorizzati potete rivolgervi a TourLeaderPro.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Monterano sia stata sede vescovile lo si legge ovunque, ma quasi nessuno si sofferma su che cosa significhi. Fra il VI e la prima metà del VII secolo la cattedra episcopale fu trasferita da Forum Clodii, municipio romano sulla via Clodia, a Manturanum: la diocesi che teneva insieme le terre fra il lago di Bracciano e i monti della Tolfa cambiò nome e capitale. Il primo vescovo di cui resti memoria documentaria è Reparato, menzionato nel 649. La diocesi è attestata fino al X secolo, poi fu assorbita da quella di Sutri.
Il dato conta perché ribalta la percezione del luogo. Chi arriva oggi vede un borgo rurale di poche centinaia di abitanti, distrutto e dimenticato. Ma per almeno quattro secoli questo pianoro fu il centro religioso di un intero comprensorio: qui si consacravano preti, si giudicavano cause ecclesiastiche, si tenevano sinodi. La cattedrale di Santa Maria Assunta del XII secolo, di cui sopravvive il campanile, sostituiva una cattedrale più antica che sorgeva dove poi fu costruito il castello: due cattedrali in successione sullo stesso pianoro non sono l'arredo di un villaggio.
C'è poi il seguito, ed è il fatto che quasi nessuno cita: dal 1966 Monterano esiste ancora come sede vescovile titolare della Chiesa cattolica, con il doppio titolo di Monterano e Forum Clodii. Significa che a un vescovo senza diocesi propria, un ausiliare o un nunzio, può essere assegnato il titolo di questa città disabitata. È una forma di sopravvivenza puramente giuridica: la diocesi non ha fedeli, non ha parrocchie, non ha un edificio agibile, e continua a esistere sulla carta. Monterano è una città fantasma anche negli annuari ecclesiastici.
La foto giusta da fare a Monterano – città fantasma
La fotografia da manuale è una sola e la conoscono tutti: la facciata di San Bonaventura con i due campanili e il cielo al posto della cupola, ripresa frontalmente dal piazzale con la fontana ottagonale. Va fatta, ma va fatta bene, e cioè al mattino presto, quando il sole arriva da sinistra e stacca i mattoni dal fondo, oppure nell'ultima mezz'ora prima del tramonto, con la facciata in ombra e il cielo ancora acceso. A mezzogiorno quella facciata diventa un muro piatto e la foto muore.
La fotografia che invece riporta a casa poca gente è l'acquedotto ripreso dal basso della valletta, con il doppio ordine di arcate che taglia l'inquadratura in orizzontale e il profilo del palazzo ducale sopra. Serve scendere qualche decina di metri dal sentiero principale e serve una focale corta. È lo scatto che spiega il paese: l'acqua che arriva, la rocca che la riceve.
Terza indicazione, per chi ha pazienza: il loggiato a sei arcate del palazzo ducale in controluce. Se vi mettete dentro il cortile con il sole basso alle spalle delle arcate, ottenete una silhouette che sembra una scenografia teatrale, ed è esattamente ciò che Bernini voleva ottenere. Evitate il drone: la riserva è area protetta con specie rapaci nidificanti, fra cui il nibbio reale con pochissime coppie in tutto il Lazio, e far alzare in volo un drone in periodo riproduttivo è un danno vero, oltre che un problema con l'ente gestore. Se volete l'inquadratura dall'alto, salite al campanile della cattedrale con lo sguardo, non con l'elica.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo episodio che merita di essere raccontato è del 730 circa, e sembra un romanzo. Un tale Tiberio Petasio tentò di usurpare il trono imperiale bizantino approfittando del disordine seguito alla crisi iconoclasta. La sua avventura finì nel castello di Monterano, dove fu ucciso insieme ai suoi sodali dai soldati guidati dall'esarca di Ravenna. Un pretendente all'Impero d'Oriente ammazzato su una rupe di tufo alle porte della Tuscia: la periferia che entra per un momento nella storia grande.
Il secondo episodio è il 3 luglio 1487, quando Bartolomeo Giuppo Della Rovere, nipote di Sisto IV, rivendette Monterano insieme a Cerveteri a Franceschetto Cybo, figlio di Innocenzo VIII. Due papati che si passano di mano un feudo attraverso i rispettivi nipoti: è il nepotismo rinascimentale nella sua forma più didattica, e Monterano ne è l'oggetto.
Il terzo è il settembre del 1492, mese in cui Gentile Virginio Orsini acquistò da Cybo il castello di Monterano e altri possedimenti, fra cui la rocca di Anguillara: l'operazione che consolidò il dominio Orsini sul comprensorio del lago e che ebbe conseguenze politiche pesanti nei rapporti con Alessandro VI.
Il quarto è l'ottobre del 1671, con l'acquisto del feudo da parte di papa Clemente X per la famiglia Altieri, e il conseguente cantiere che in meno di dieci anni dotò il borgo di un acquedotto monumentale, di una chiesa conventuale e di un palazzo ducale rifatto dal Bernini. Fu il momento più alto della storia di Monterano, ed è stato anche l'ultimo.
Il quinto e decisivo è il 1799. Dopo l'ingresso delle truppe francesi a Roma nel febbraio 1798 e la proclamazione della Repubblica romana, il territorio rimase sotto occupazione militare fino al settembre 1799. In quel contesto Monterano fu attaccata, saccheggiata e incendiata. La tradizione locale attribuisce l'innesco a una lite sul grano con Tolfa; la ricostruzione storiografica più solida inserisce il fatto nella catena di rivolte antifrancesi delle comunità rurali, la stessa che nel marzo del 1799 provocò l'incendio di Tolfa e di Allumiere. Gli abitanti superstiti scesero a Canale, e il pianoro non fu mai più abitato.
Il sesto è del 1966: l'istituzione della sede titolare Monterano e Forum Clodii. Il settimo, meno drammatico e più utile, è il 2 dicembre 1988, data della legge regionale numero 79 che istituì la Riserva Naturale Regionale Monterano, poi ampliata dalla legge regionale 62 del 1993 a tutela delle aree umide. Senza quella legge, oggi il pianoro sarebbe con ogni probabilità una cava o un residence.
Chi è passato da Monterano – città fantasma
Il nome più pesante è quello di Gian Lorenzo Bernini, che nel 1679, a settantun anni, riprogettò la fortezza monteranese per il principe Altieri e firmò il progetto della chiesa di San Bonaventura, eretta fra il 1677 e il 1679. Con lui Mattia de Rossi, suo allievo e collaboratore, che eseguì il chiostro del convento su disegno del maestro. Prima di Bernini era passato per il cantiere Carlo Fontana, cui nel 1672 furono affidati i primi lavori di trasformazione del castello rinascimentale in dimora signorile: Fontana e Bernini sullo stesso edificio, a sette anni di distanza, sono due nomi che nel Lazio si trovano insieme in pochissimi luoghi.
Fra i committenti, papa Clemente X, al secolo Emilio Altieri, che nel 1671 acquistò il feudo; e prima di lui gli Orsini, con Gentile Virginio e il figlio Carlo, e i Della Rovere, i Cybo, i Colonna, gli Anguillara, i Mellini. Il 649 consegna il nome del vescovo Reparato. Il Settecento consegna il pittore G. Barbieri, autore nel 1781 del dipinto conservato nel palazzo Altieri di Oriolo Romano che raffigura la chiesa di San Bonaventura e il palazzo ducale: senza quella tela avremmo molte più incertezze su come si presentava il complesso prima della fine.
C'è poi Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, che nel 1549 mise per iscritto il giudizio sul vino di Monterano: non risulta che vi abbia soggiornato, ma il suo palato ha lasciato al paese la migliore recensione della sua storia.
Infine il cinema, che qui ha portato mezzo Novecento italiano. Mario Monicelli tre volte, con Guardie e ladri nel 1951 insieme a Steno, Brancaleone alle crociate nel 1970 e Il marchese del Grillo nel 1981, e con lui Alberto Sordi. Pasquale Festa Campanile per La cintura di castità nel 1967. Lamberto Bava per Dèmoni nel 1985 e Marco Bellocchio per La visione del sabba nel 1988. Dall'estero, la produzione di Ben Hur nel 1959 e Richard Donner per Ladyhawke nel 1985, con Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer. In tempi recenti la serie Luna nera nel 2020. Fra tutti, il passaggio che il paese ricorda meglio è quello di Monicelli, che di questo pianoro fece la propria idea di Medioevo.
Cosa vedere intorno a Monterano nel raggio di mezz'ora
Monterano non giustifica da sola una giornata intera per chi arriva da Roma, e chi la abbina bene torna a casa soddisfatto. La caldara di Manziana è il complemento geologico perfetto: un'altra area di emissioni sulfuree, con betulle che crescono dove non dovrebbero, a pochi minuti di automobile. Accanto c'è il bosco Macchia Grande, l'ultimo lembo della silva Mantiana che dava il nome a tutto il comprensorio.
Sul versante del lago, il castello Odescalchi di Bracciano è il confronto obbligato con il palazzo ducale di Monterano, perché le torri cilindriche uscirono dalla stessa committenza Orsini; il borgo di Bracciano risolve il problema del pranzo. Il lago di Bracciano offre il pomeriggio all'aria aperta che il pianoro non concede, e Trevignano Romano è il paese giusto per chiudere la giornata guardando l'acqua.
Verso nord, la faggeta di Oriolo Romano è patrimonio UNESCO come faggeta vetusta, e a Oriolo si trova quel palazzo Altieri dove è conservato il dipinto del 1781 che raffigura Monterano prima della fine. Verso ovest, il borgo di Tolfa e Allumiere raccontano la stessa storia di miniere, alluminio e rivolte del 1799. E se volete chiudere il cerchio etrusco, Sutri con il suo anfiteatro scavato nel tufo e la necropoli della Banditaccia a Cerveteri spiegano da dove veniva la gente che per prima abitò questa rupe. Chi preferisce fermarsi dentro l'area protetta trova altre indicazioni nella pagina della Riserva di Monterano.
Monterano con i bambini
Funziona, a due condizioni. La prima è l'età: sotto i cinque anni il percorso di quattro chilometri con dislivello e fondo irregolare è troppo, e il passeggino qui è inutilizzabile, marsupio o zaino porta bambino sono l'unica soluzione. Dai sei anni in su, invece, Monterano è uno dei posti più efficaci del Lazio per far scattare la curiosità: una città vuota, con le porte, le torri e la chiesa senza tetto, è un cartone animato tridimensionale. Funziona meglio di qualunque museo.
La seconda condizione è la sorveglianza. Non ci sono parapetti, non ci sono transenne, e i muri sono muri veri: si sale, si cade. Il cavone non è percorribile per caduta massi e va tenuto fuori dal giro. La solfatara chiede distanza: i vapori ristagnano in basso e un bambino li respira più di un adulto. Detto questo, il gioco dei film funziona benissimo: raccontare che qui sono stati girati Il marchese del Grillo e Ladyhawke trasforma la camminata in una caccia alle inquadrature.
Accessibilità della città fantasma di Monterano
Va detto senza giri di parole: l'antica Monterano non è accessibile in sedia a rotelle. Il sito è raggiungibile solo per sentiero, il fondo è naturale, i tratti di basolato sono sconnessi e le pendenze non sono assistite. Non esistono ascensori, rampe o percorsi tattili. Chi ha difficoltà di deambulazione può comunque godere della riserva dai punti di sosta accessibili in prossimità dei parcheggi e dai tratti iniziali pianeggianti del sentiero dal Casale de' Persi, ma il pianoro con le rovine resta fuori portata. La riserva ha promosso negli ultimi anni iniziative di turismo inclusivo ed educazione ambientale: per sapere che cosa sia effettivamente attivo nella stagione in corso il riferimento è la sede della riserva in Piazza Tubingen 1 a Canale Monterano, telefono 06 9962724.
Quando andare a Monterano e quando evitarlo
Le stagioni migliori sono la primavera, da metà marzo a metà maggio, quando fioriscono le orchidee spontanee e il bosco è verde, e l'autunno, da metà ottobre a fine novembre, con il tufo bagnato che vira al rosso e la solfatara che fuma di più nell'aria fredda. L'inverno è ottimo nelle giornate limpide dopo il passaggio di un fronte: pochi visitatori, luce lunga, orizzonte fino al mare.
Da evitare: luglio e agosto nelle ore centrali, per assenza totale di ombra sul pianoro e per il rischio incendi che può comportare chiusure temporanee dei sentieri; e i due o tre giorni successivi a una pioggia intensa, quando l'argilla rende la discesa dal pianoro una faccenda scomoda. Le domeniche di maggio e di ottobre sono le più affollate dell'anno: se ci andate, arrivate all'alba o rimandate.
Perché Monterano vale il viaggio
Vale il viaggio perché è uno dei pochissimi luoghi in cui si vede l'intera parabola di un insediamento italiano in un solo sguardo: il villaggio dell'età del bronzo, la necropoli etrusca sui poggi, il castrum tardoantico, la cattedrale, il castello, il palazzo barocco, l'acquedotto, le miniere e infine il vuoto. Tremila anni e una fine netta, datata, documentata. Non capita spesso di poter indicare l'anno in cui una città ha smesso di esistere.
E vale il viaggio perché il barocco romano, che in centro si ammira dentro chiese affollate e con il collo all'insù, qui lo si incontra sfondato, senza tetto, con l'erba dentro la navata. Chi ha visto San Bonaventura difficilmente guarda allo stesso modo le chiese intatte del Bernini in città. Se preparate un viaggio a Roma e cercate anche il contesto in inglese, la guida generale alle cose da vedere è su ItalyPlanner, mentre le escursioni di una giornata fuori città sono raccolte nella pagina dedicata ai day trips. Per gruppi, aziende ed esperienze private su misura nel Lazio il riferimento resta TourLeaderPro.
Domande veloci su Monterano
Quanto costa entrare a Monterano?
Nulla. L'accesso all'antica Monterano e alla Riserva Naturale Regionale Monterano è libero e gratuito, senza biglietteria.
Dove si trova esattamente Monterano?
Nel comune di Canale Monterano, provincia di Roma, su un pianoro tufaceo compreso nella Riserva Naturale Regionale Monterano, fra i monti della Tolfa e il lago di Bracciano.
Quanto dura la visita a Monterano?
Il percorso principale dal parcheggio Casale de' Persi misura circa quattro chilometri fra andata e ritorno e richiede due ore e mezza. Aggiungendo la cascata della Diosilla e la solfatara si arriva comodamente a mezza giornata.
Come si arriva a Monterano in auto?
Da Roma si punta su Bracciano e Manziana, poi su Canale Monterano; da lì si raggiunge uno dei quattro parcheggi della riserva: Comunaletto e Casale de' Persi su Strada Antica Monterano, Cascate della Diosilla su via della Madonnella, Poggio Lupino su via dei Grottini.
Si arriva a Monterano con i mezzi pubblici?
Non comodamente. Il treno regionale serve Manziana e Oriolo Romano, ma dalle stazioni restano chilometri di strada senza marciapiede e le corse su gomma verso Canale Monterano sono rade. Senza automobile conviene una escursione organizzata.
Che scarpe servono per visitare Monterano?
Scarpe da trekking o comunque con suola scolpita. Il fondo è di terra e argilla con tratti di basolato sconnesso; dopo la pioggia scivola parecchio.
Monterano è accessibile in sedia a rotelle?
No. Il sito si raggiunge solo per sentiero su fondo naturale, senza rampe né percorsi attrezzati. Restano fruibili le aree di sosta presso i parcheggi e i primi tratti pianeggianti.
Si possono fare fotografie a Monterano?
Sì, liberamente. I droni invece sono da evitare: l'area è protetta e ospita rapaci nidificanti, fra cui il nibbio reale con pochissime coppie in tutto il Lazio.
Perché Monterano è chiamata città fantasma?
Perché fu saccheggiata e incendiata nel 1799, durante l'occupazione francese, e gli abitanti superstiti scesero a valle a Canale senza più tornare. Da oltre due secoli il pianoro è disabitato.
Chi ha progettato gli edifici di Monterano?
Gian Lorenzo Bernini firmò nel 1679 la trasformazione della fortezza in palazzo ducale, con il loggiato e la fontana del Leone, e il progetto della chiesa di San Bonaventura costruita fra il 1677 e il 1679; il chiostro fu eseguito da Mattia de Rossi. Nel 1672 i primi lavori erano stati affidati a Carlo Fontana.
La fontana del Leone di Monterano è l'originale?
No. L'invenzione è berniniana, ma la scultura che si incontra oggi non è il marmo secentesco. Per lo stato del pezzo antico il riferimento è il Comune di Canale Monterano.
Quali film sono stati girati a Monterano?
Fra i molti: Guardie e ladri (1951), Ben Hur (1959), La cintura di castità (1967), Brancaleone alle crociate (1970), Il marchese del Grillo (1981), Dèmoni e Ladyhawke (1985), La visione del sabba (1988), Puoi baciare lo sposo (2018), Luna nera (2020). Il totale delle produzioni girate qui si aggira sul centinaio.
Si può visitare la solfatara di Monterano?
Si costeggia lungo il sentiero verso la cascata della Diosilla, restando sul tracciato. Non si scende nelle pozze e non si porta il cane vicino alle emissioni: l'idrogeno solforato ristagna al suolo.
Che cos'è la cascata della Diosilla?
Una cascata alla base della collina, celebre per i depositi di ossidi di ferro che colorano la roccia di ruggine e ocra. Si raggiunge dal parcheggio di via della Madonnella.
Monterano è adatta ai bambini?
Dai sei anni in su sì, con sorveglianza costante: non ci sono parapetti e i muri sono pericolanti in più punti. Sotto i cinque anni il percorso è impegnativo e il passeggino è inutilizzabile.
Si possono portare i cani a Monterano?
I cani sono ammessi sui sentieri della riserva al guinzaglio, come in ogni area protetta con fauna nidificante. Vanno tenuti lontani dalle emissioni sulfuree, che ristagnano all'altezza del loro respiro.
Serve prenotare per visitare Monterano?
No per l'accesso libero. Sì per le visite guidate e per le attività didattiche organizzate, che si concordano con la riserva o con le guide del territorio.
Che differenza c'è fra Monterano e Canale Monterano?
Canale Monterano è il paese abitato, nato dal trasferimento a valle della popolazione dopo il 1799; l'antica Monterano è il sito disabitato sul pianoro, dentro la riserva. Sono due luoghi distinti a pochi chilometri l'uno dall'altro.
Quanto è grande la Riserva Naturale Regionale Monterano?
Circa 1.085 ettari, istituiti con la legge regionale numero 79 del 2 dicembre 1988 e ampliati con la legge regionale 62 del 1993. La gestione è del Comune di Canale Monterano.
Qual è il periodo migliore per andare a Monterano?
Primavera e autunno, con il primo mattino come momento ideale. Da evitare le ore centrali di luglio e agosto, perché sul pianoro non c'è ombra né acqua potabile.
Ci sono bar o servizi all'antica Monterano?
No. Sul sito non ci sono bar, servizi igienici né fontanelle potabili: acqua e viveri si portano da casa, i servizi si trovano a Canale Monterano.
Quanto è alta e quanto è estesa la rocca di Monterano?
La spianata sommitale occupa 5,3 ettari, chiusa a nord e a ovest dal fiume Mignone e a sud dal fosso del Bicione.
Un'ultima cosa, da chi ci accompagna gruppi da anni. Monterano premia chi rallenta. Se arrivate con l'idea di spuntare una rovina e ripartire, sarà una mezz'ora dimenticabile fra i sassi. Se invece salite presto, vi sedete dieci minuti sul gradino della chiesa di San Bonaventura senza parlare e ascoltate il vento che passa dove c'era la cupola, capite perché mezzo cinema italiano è venuto a cercare il Medioevo proprio qui, e perché un paese morto nel 1799 continui a raccontare più di tanti musei vivi.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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