Celleno (VT)
Il borgo fantasma di Celleno (VT) occupa uno sperone di tufo a 341 metri sul livello del mare, nella Teverina viterbese, a circa un chilometro e mezzo dal paese moderno e a una quindicina di chilometri da Civita di Bagnoregio. Da Viterbo sono venti chilometri verso nord-est, da Orvieto venticinque verso sud. Da Roma si viaggia circa un'ora e mezza: A1 in direzione Firenze fino all'uscita di Orte, poi la superstrada per Viterbo e le strade provinciali della Teverina. Si parcheggia nel paese nuovo, intorno a piazza della Repubblica, e si scende a piedi verso il pianoro del vecchio abitato; chi arriva in treno scende a Orte o ad Attigliano-Bomarzo, sulla linea Roma-Firenze, ma senza un'automobile l'ultimo tratto resta scomodo. La visita completa dell'area archeologica e monumentale richiede un'ora e mezza abbondante, di più se ci si ferma alle esposizioni allestite nelle case restaurate. Orari di apertura e tariffe cambiano con la stagione e con gli eventi: si controllano sul sito ufficiale del borgo, ilborgofantasmadicelleno.com, oppure telefonando al 338 7197681, numero indicato dalla gestione del sito. Le scarpe chiuse con suola scolpita non sono un vezzo: il tufo bagnato è viscido e le rampe sono ripide.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se il viaggio nella Tuscia dura più di un giorno, conviene incastrare Celleno in un giro largo intorno al lago di Bolsena, che qui è a mezz'ora di curve e cambia completamente il paesaggio.

Dove si trova Celleno (VT) e perché il borgo è due
La prima cosa da capire prima di partire è che Celleno è un comune sdoppiato. C'è il paese vivo, con poco più di milletrecento residenti, il municipio, la farmacia, le scuole, cresciuto in due riprese dagli anni Trenta del Novecento intorno alla Borgata Luigi Razza. E c'è il paese morto, il pianoro tufaceo con il castello, le chiese, le piazze e i vicoli, che i cellenesi hanno sempre chiamato semplicemente Il Castello e che oggi tutti conoscono come borgo fantasma.
Il pianoro è delimitato a sud dalle mura civiche e a nord dal pendio naturale che precipita verso le forre. Sotto, le acque hanno scavato gole strette che i vecchi chiamavano Gole dell'Infernaccio, un toponimo che non ha bisogno di essere spiegato a chi si affaccia dal ciglio. L'assetto urbano è quello classico a fuso, con la piazza principale al centro e le due porte agli estremi, e si legge ancora tutto intero perché nessuno ci ha costruito sopra per settant'anni.
La mia opinione, dopo averci accompagnato gruppi in tutte le stagioni: chi arriva pensando alla cartolina di Civita di Bagnoregio rimane spiazzato, e per fortuna. Celleno non ha il ponte scenografico né la folla. Ha una cosa che Civita ha perso, cioè il silenzio, e una che Civita non ha mai avuto, cioè un castello vero, con il fossato e il doppio arco del ponte levatoio.
Il borgo fantasma di Celleno (VT): che cosa si visita, luogo per luogo
Il percorso di visita non è un giro turistico inventato a tavolino: ricalca la viabilità storica. Si entra dalla scenografica via del Ponte, che immette nella piazza principale attraverso Porta Vecchia, oppure si passa da piazza del Mercato, sulla quale il Castello Orsini si affaccia con una cortina difensiva alta più di dieci metri. Chi ha tempo li percorre tutti e due, uno in andata e uno al ritorno, perché il castello cambia faccia a seconda di come lo si aggredisce.
Via del Ponte e Porta Vecchia
Via del Ponte è la quinta d'ingresso: sale stretta fra i muri di tufo, gira attorno al fossato e scopre l'apparato difensivo un pezzo per volta. Salendo per la stradina e la scalinata si nota prima l'imponente muratura a scarpa che rinforza la fortezza e la Torre Piccola, poi, all'ultima svolta, la duplice arcata del ponte levatoio. È un effetto di regia medievale che funziona ancora oggi, e vale la pena rallentare invece di fotografare subito. Porta Vecchia segna il passaggio dallo spazio del transito a quello della comunità: di là c'è la campagna, di qua c'era il paese.
Piazza del Mercato, chiamata anche Il Torracchio
La piazza del Mercato, che i cellenesi chiamano anche Il Torracchio, nacque probabilmente durante lo sviluppo urbanistico quattrocentesco, quando il borgo ai piedi del castello si consolidò e si costruì la chiesa di San Rocco. Non era soltanto il luogo degli scambi commerciali: fungeva da cerniera urbanistica e sociale fra i due nuclei dell'insediamento, quello alto e fortificato e quello basso e aperto. Da qui la cortina del castello si apprezza per quello che è, un muro di difesa e non una facciata di rappresentanza.
Il Castello Orsini di Celleno (VT)
Il fortilizio è l'edificio meglio conservato del pianoro e continua a organizzare l'assetto urbano anche nell'abbandono generale. La facciata severa ha mantenuto la primitiva vocazione difensiva, apprezzabile nell'essenzialità originaria delle murature: nessuna decorazione, nessun bugnato, soltanto la geometria dei conci e il taglio delle finestre. Il termine Castello, in bocca ai cellenesi, ha sempre avuto il significato generico di castrum, cioè il perimetro murato dell'abitato; l'edificio fortificato vero e proprio, in passato sede del palazzo comunale, si distingue chiamandolo Castello degli Orsini, dalla famiglia che tenne il feudo dal 1527 al 1580.
Guardate il fossato dal basso e poi il ponte dall'alto. La differenza di quota racconta meglio di qualsiasi pannello perché questo posto sia stato conteso per cinque secoli.
Piazza del Comune, poi piazza Maggiore, poi piazza del Municipio
La piazza principale ha cambiato nome tre volte nei catasti: nel catasto Gregoriano del 1816 risulta registrata come Piazza del Comune, in quello Pontificio del 1872 come piazza Maggiore, in quello attuale come piazza del Municipio. Popolarmente, però, è sempre stata Il Castello, come tutto il rione. Era il centro nevralgico dell'abitato perché vi si concentravano le funzioni principali: quella amministrativa, dato che il castello vero e proprio ospitava il Comune, e quella religiosa, con due chiese affacciate.
Nei seminterrati e ai piani terra degli edifici si aprivano le attività: il macellaio, il posto telefonico pubblico, la bottega del ciabattino. La conformazione generale della piazza si adatta a modelli due-trecenteschi e dovette essere impostata al tempo del completamento trecentesco del castello. Chi ha occhio noti come i piani terra siano quasi tutti a quota diversa: il tufo non si spiana, si asseconda.

La chiesa di San Donato, chiesa madre ridotta a rudere
Oggi rimane defilata rispetto al fulcro spaziale della piazza, ma un tempo San Donato era la chiesa madre della comunità. È in stato di rudere. Della sua storia nobile resta, sul fianco destro, un portale laterale databile al XII secolo: arco a sesto intero a conci sagomati, lavorato con un profondo toro e con stipiti ampi e ricchi, a dentelli e punte di diamante. Chi conosce il romanico della Tuscia lo riconosce al primo sguardo come materiale di prima qualità.
Nel corso del XVIII secolo la chiesa subì una trasformazione radicale: l'asse originario venne ruotato di novanta gradi e l'interno fu riorganizzato in tre navate di gusto neoclassico. Una operazione che oggi ci sembra una violenza e che allora era normale amministrazione. Il risultato paradossale è che il pezzo più antico, il portale duecentesco, è anche il meglio conservato.
La chiesa di San Carlo, fondata nell'anno giubilare 1625
La chiesa di San Carlo venne fondata nell'anno giubilare 1625, come si legge nell'iscrizione posta sull'architrave della finestra che si apre sul fianco verso il castello, dove compare la formula ANO IUBILEI MDCXXV. Sono passati soltanto cinque anni dalla canonizzazione di Carlo Borromeo: una comunità di poche centinaia di anime che dedica una chiesa a un santo canonizzato da un lustro racconta quanto rapidamente arrivassero le mode devozionali anche nei paesi arroccati. La costruzione, come specifica l'iscrizione sul fregio del portale, fu sostenuta dall'allora esistente Congregazione di San Carlo.
L'edificio ha dimensioni ridotte, navata unica e parete di fondo rettilinea; tutto l'assetto denuncia la sobrietà dei mezzi costruttivi. Il fronte è a terminazione piana, con una modanatura terminale a blocchi di tufo scolpiti su cui si innesta l'esile campaniletto a vela. Il portale è sormontato da un sottile timpano spezzato che racchiude il simbolo del Calvario e che rasenta la base della piccola finestra quadrata dagli stipiti in basaltina. Nei cantonali la muratura è condotta con studiata alternanza di grossi blocchi di tufo accuratamente tagliati. Il lato verso il castello costituisce l'alto fianco della strada che prende nome dalla chiesa stessa: la muratura seicentesca è impostata su quella medievale, sfruttando al massimo le preesistenze. Negli allestimenti recenti l'interno ha ospitato una raccolta di grammofoni e macchine parlanti storiche, e sentire una tromba di latta in una chiesa spoglia del Seicento è una delle esperienze più curiose del giro.
La chiesa di San Rocco e il Crocifisso ligneo
San Rocco è la sola chiesa del pianoro rimasta officiata. Sorge nella piazzetta del borgo nato ai piedi del castello e fu edificata a protezione della popolazione dalle pestilenze: la sua posizione extra moenia non è casuale, perché il santo dei contagi si teneva volentieri fuori dalle mura. Si segnala per la bellezza del portale in peperino, per l'altare con crocifisso ligneo e per alcuni lacerti importanti di affreschi rinascimentali. Fra il 2001 e il 2002 il parroco don Giorgio Basacca fece eseguire lavori consistenti di restauro all'altare, alla sagrestia e al coro ligneo, finanziati dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Roma.
Il crocifisso ligneo, alto un metro e settanta, è conservato presso l'altare. Per contiguità geografica i suoi referenti più immediati sono il crocifisso ligneo della cattedrale di Montefiascone e quello più celebre di Civita di Bagnoregio, che una diffusa tradizione critica attribuisce genericamente al XV secolo e alla scuola donatelliana. Come il Cristo morto di Civita, anche il Crocifisso di Celleno concentra la sua forza nel volto, altamente espressivo e sofferente, fissato nel momento del trapasso: entrambe le sculture hanno le braccia snodabili, perché durante le processioni venivano disposte lungo il corpo, deposte su un feretro e portate a spalla.
Il volto trova i suoi elementi espressivi nella bocca socchiusa, negli occhi appena aperti in una sottile fessura e soprattutto nella sporgenza degli zigomi, che sottolinea l'incavatura delle gote. Rispetto a quello di Civita, il Crocifisso di Celleno mostra maggiore articolazione e minore compattezza formale. La datazione al Quattrocento è respinta sia dall'analisi stilistica sia dai riscontri documentari: l'opera si colloca più verosimilmente nella seconda metà del Seicento. I documenti dicono anche che soltanto dal 1707 il Crocifisso compare sopra l'altare maggiore di San Rocco, forse a sostituire o coprire una immagine della Vergine poco gradita; a quella data non era ancora provvisto di tutto l'apparato barocco, perché risulta soltanto clausum intra Tabernaculum ligneum serico velo.
L'apparato attuale è una macchina d'altare in piena regola. Il Crocifisso è posto su una croce dipinta in nero e oro, circondata da lunghi raggi dorati intervallati da nubi argentate da cui spuntano teste di cherubini di fattura non raffinatissima. In alto due angeli dalle chiome e dai panneggi dorati reggono sulla testa del Cristo una grande corona regale. Il tutto è inserito nella complessa struttura dell'altare barocco e racchiuso da un vetro, come una pala plastica. Nella trabeazione soprastante due teste di angioletti fungono da protomi, mentre al centro compare la colomba raggiata dello Spirito Santo; sopra, entro un articolato timpano spezzato con volute, cariatidi e angeli portatori di cornucopie e lumi, trova posto il busto di Dio Padre.
Lungo la verticale si legge la ragione di questa macchina: incastonare intorno all'antico Crocifisso la visualizzazione del dogma trinitario, aggiungendo alla dimensione dolorosamente umana della morte le altre due persone divine. I riscontri stilistici e documentari collocano la realizzazione nella prima metà del XVII secolo, e nel 1869 è documentato un restauro a opera del doratore Cerroni. Guardatela dall'ingresso e poi da sotto, quasi all'altezza del gradino: la macchina è calcolata per il secondo punto di vista, non per il primo.

Le case restaurate, il forno e la bottega del calzolaio
Una parte degli edifici del pianoro è stata consolidata e riallestita con ambienti che ricostruiscono la vita quotidiana del primo Novecento: il forno, la bottega del calzolaio, gli interni domestici con gli attrezzi, i recipienti, i letti. Questo è il vero motivo per cui Celleno merita più di una passeggiata panoramica. Molti borghi abbandonati offrono rovine; qui si è scelto di rimettere in scena il paese com'era il giorno prima dello sgombero, e la differenza si sente.
Un'osservazione da professionista: la ricostruzione di ambienti è un genere che può scivolare nel folclore. Qui regge perché gli oggetti provengono dal territorio e perché il contesto architettonico è autentico. Non aspettatevi però un museo etnografico ordinato con didascalie scientifiche: è un allestimento vivo, che cambia negli anni e che nelle giornate di festa viene animato.
Il magazzino etrusco scavato nel tufo
Fra gli ambienti visitabili c'è un vano ipogeo scavato nel banco tufaceo, interpretato come magazzino di età etrusca, con contenitori e vasi da fuoco. La continuità di vita su questo sperone è praticamente ininterrotta dall'età preromana: dal territorio cellenese provengono tombe etrusche del VII e VI secolo avanti Cristo, e parte dei materiali recuperati è confluita nelle collezioni del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. Il tufo che ha condannato il paese è lo stesso che lo ha reso abitabile per venticinque secoli: si scava con l'ascia, si tiene fresco d'estate, si presta a cantine, stalle e magazzini.
Le maioliche del Quattrocento
Il sito del Castello ha restituito una serie di maioliche di spiccata omogeneità, databili in genere alla prima metà del Quattrocento e riconducibili a tre gruppi di provenienza: importazione orvietana, viterbese e toscana. È un dettaglio che a prima vista sembra da specialisti e che invece dice moltissimo: un paese di poche centinaia di famiglie comprava ceramica da tre distretti produttivi diversi, quindi era inserito in circuiti commerciali ampi. Le maioliche sono esposte in uno degli ambienti del percorso, insieme a materiali medievali e rinascimentali.
Il Convento di San Giovanni Battista, la porta del borgo
A Celleno lo chiamano semplicemente Il Convento. È un complesso notevole che introduce al borgo, in posizione dominante sul versante sud della Valle del Tevere. Lungo la strada si snoda con discrezione la sequenza formata dal fianco sinistro della chiesetta romanica e dalla facciata della chiesa principale, raccordate da una serie di quattro archi; sul retro, invece, il resto dell'edificio si allunga con ben altra monumentalità fino al pendio ricoperto da un bosco di lecci secolari.
La fondazione risale all'inizio del XVII secolo: con lettera del 5 maggio 1608 papa Paolo V concesse il permesso di costruzione, allo scopo di ospitare religiosi che provvedessero alle esigenze spirituali del popolo cellenese. Il luogo prescelto era quello dove sorgeva una piccola chiesa di impianto romanico che nel paramento esterno dell'abside mostra una successione di archetti pensili di stile lombardo, probabilmente del X o XI secolo. Una comunità di francescani vi si insediò già dal 1610.
La struttura subì danni notevoli con il disastroso terremoto che nel 1695 colpì la vicina Bagnoregio. Al XVI e XVII secolo risalgono gli affreschi distribuiti nei vari ambienti interni, con un lacerto di mano più antica e più pregevole nel vano della cantina; nel 1716 un frate della comunità affrescò le gallerie del chiostro con ritratti di santi francescani. Fra il 1754 e il 1769 il convento conobbe una campagna di lavori e ampliamenti. Al chiostro affrescato si aggiungono un pozzo monumentale e il parco di lecci: nelle giornate d'estate è il punto più fresco di tutta la visita.
All'interno si conserva una sola delle formelle settecentesche della Via Crucis, originariamente collocata nella prima edicola su via Roma e restituita da un privato agli attuali proprietari dell'ex struttura conventuale: vi è rappresentata la stazione numero uno, Gesù viene condannato a morte. La formella è attribuibile alla manifattura di Gregorio Caselli, massimo esponente della ceramica derutese del Settecento; presso di lui era attivo il pittore Giovanni Meazzi, autore raffinato di numerose opere che presentano con la formella di Celleno analogie significative per periodo di produzione, caratteri stilistici, dimensioni e forma degli stampi di argilla.
Nel 1875 il convento fu colpito dalle leggi di soppressione, ma negli anni seguenti i frati riuscirono a rientrarne in possesso, risolvendo il canone di affitto con cui il demanio lo aveva ceduto al Comune di Celleno. Non bastò a salvarlo dall'abbandono: nel 1968 la Provincia Romana dei Frati Minori Conventuali lo cedette a un privato. A quel periodo di degrado risale con ogni probabilità la perdita dei grandi dipinti che ornavano gli altari laterali della chiesa principale, oggi sconsacrata, che conserva soltanto un notevole coro ligneo settecentesco e i resti di un pregevole affresco raffigurante la Vergine. In anni più recenti il complesso è passato in proprietà al Centro Comunitario, che lo gestisce direttamente e vi ospita attività di formazione e accoglienza.
Via Roma e la Salita dei Misteri
Via Roma è un tratto di viabilità di particolare importanza dal punto di vista storico, urbanistico e architettonico: parte dall'ingresso dell'ex Convento di San Giovanni Battista e corre per circa centodieci metri fino a piazza San Rocco. La caratterizza il muro di contenimento, alto in media tre metri e sessanta, sul quale insistono le stazioni della Via Crucis: da qui il nome popolare di Salita dei Misteri. Le edicole hanno terminazione a timpano e sono intervallate da specchiature in semplice muratura intonacata, con sovrastante copertina in blocchi di basaltina lavorata a mano.
Oggi le edicole sono prive delle formelle originarie in ceramica, trafugate insieme ad altre opere d'arte negli anni Settanta, dopo la vendita del Convento a soggetti privati. Ne restano tredici in tutto: otto prospicienti via Roma e cinque a ridosso del portico della chiesa di San Giovanni Battista. Camminare lungo un percorso devozionale svuotato dei suoi contenuti è, a mio parere, il momento più malinconico di Celleno, più della vista sulle case sventrate.
La Via Crucis e la clausura settecentesca
La Via Crucis fu costruita verso la metà del XVIII secolo, contestualmente al muro di cinta di clausura. Allo stesso periodo risalgono un braccio di dormitorio dalla parte che guarda il paese, composto da una decina di stanze, l'infermeria, la farmacia, la cappella, la loggia, i confessionali della chiesa, gli arredi della sacrestia e altri lavori di ornamento. Questi lavori furono terminati nel 1769 e permisero al convento di accogliere un numero maggiore di frati e di ospitare uno dei professori della provincia religiosa.

La storia di Celleno (VT): dagli Etruschi allo Stato Pontificio
L'occupazione dello sperone risale all'età preromana, con una continuità di vita quasi ininterrotta. Le prime notizie specifiche sulla fondazione del castello, però, sono dell'anno 1026, quando l'imperatore Corrado II il Salico concesse questo territorio alla famiglia dei Conti di Bagnoregio, che ne fece un avamposto strategico per il controllo della zona. All'inizio del XII secolo il castello di Celleno risulta incluso nell'elenco dei luoghi alleati della Chiesa contro la minaccia imperiale: un salto di campo che dice quanto valesse la posizione.
Entro la fine del secolo successivo l'insediamento fortificato passò sotto l'egemonia del potente Comune di Viterbo e fu perciò coinvolto nelle vicende belliche del territorio, compresa la distruzione di Ferento e la lunga disputa con Orvieto. Costituitosi intanto libero Comune, Celleno proseguì la sua politica di alleanze con Viterbo, impegnandosi nelle dure controversie con Roma.
Durante il Trecento il castello conobbe le alterne vicende della rivalità fra Guelfi e Ghibellini. Nel XV secolo divenne possedimento della famiglia Gatti; dal 1527 al 1580 fu feudo degli Orsini, la famiglia da cui il castello prende ancora il nome. Dalla fine del Cinquecento Celleno venne riassorbito nello Stato Pontificio e perse progressivamente importanza strategica, avviandosi a una decadenza che nessuno riuscì più a invertire.
Un dettaglio araldico che chiude il cerchio: lo stemma del Comune riporta un'arpia al naturale su campo d'azzurro, entro uno scudo ornato da una lista svolazzante. Il simbolo è stato adottato in età relativamente recente, non prima dell'Unità d'Italia, sulla base dell'ipotesi affascinante ma poco fondata che il nome del centro derivi da quello di una delle Arpie mitologiche.
Il nome di Celleno (VT): arpie, celle e cavità nel tufo
Sull'origine del toponimo circolano due famiglie di spiegazioni, e conviene tenerle separate per grado di attendibilità. La prima è letteraria e antica: il critico e storico greco Dionigi di Alicarnasso riferisce che Celleno sarebbe stata fondata da Italo discendente di Enotro, in memoria di sua figlia Cilenia, e ciò molti anni prima dell'assedio di Troia. A questa si è agganciata, in età moderna, l'associazione con Celeno, una delle tre arpie figlie di Taumante ed Elettra nella mitologia greca, che è poi diventata lo stemma comunale.
La seconda spiegazione è linguistica e assai più solida: il toponimo può derivare da cella, nel senso di grotta o cavità, con il suffisso -anus a indicare pertinenza. Nel territorio cellenese il suolo tufaceo si è prestato da sempre alla formazione di cavità artificiali, e lo stesso etimo si ritrova in altri nomi di località della zona, per esempio Cellere. Fra un'arpia e una cantina scavata nel tufo, la filologia sta con la cantina. La curiosità sta in una parola sola, ed è il tufo.
Perché Celleno (VT) è stato abbandonato: terremoti, frane e decreti
L'abbandono non fu improvviso. Fu una agonia lunga quattro secoli, documentata passo per passo. L'instabilità del terreno era nota già nel Cinquecento: lo Statuto di Celleno, scritto nel 1572, prescriveva sanzioni per chi scavasse fosse per palombarie, allo scopo di non indebolire ulteriormente il masso tufaceo. Vale la pena fermarsi su questo dato: un paese del XVI secolo aveva già capito il nesso fra scavo e dissesto, e legiferava di conseguenza.
Le fonti seicentesche continuano a registrare crolli e abitazioni pericolanti. Il terremoto disastroso che nel 1695 colpì la Teverina, e in particolare Bagnoregio, impose misure drastiche: si proibì lo scavo delle cantine all'interno del castello e si ordinò la ricostruzione delle mura castellane e delle case danneggiate nelle contrade Piazzarella e Ripa.
L'8 giugno 1931 una scossa di intensità IV della scala Mercalli, con epicentro proprio a Celleno, accentuò il dissesto idrogeologico dell'abitato. Nel 1934 la situazione del Castello era ormai drammatica: alcune famiglie senza tetto vennero alloggiate nel Villino Baiocchini, di proprietà dell'avvocato Galli. Il 15 ottobre 1934 il Consiglio Comunale deliberò di acquistare terreni nei pressi del Convento, nell'area detta Orto del Convento, per costruirvi case popolari, palestra, casa dei balilla e campo di istruzione militare. La decisione fu poi revocata: le difficoltà orografiche rendevano impossibile espandere il paese su quei terreni.
Nell'aprile del 1935 si arrivò finalmente alla posa della prima pietra in località Poggetti, a circa due chilometri dall'antico centro storico, anche se la costruzione delle fognature era cominciata mesi prima. Nel febbraio 1936 fu avviato solennemente il secondo lotto, alla presenza del Prefetto e del Segretario Generale. Ancora nel settembre 1946 l'allora sottosegretario Giulio Andreotti scriveva al sindaco Luigi Crescia per rassicurarlo sul proprio interessamento presso il provveditorato alle Opere Pubbliche, perché fossero avviati i lavori sulle case pericolanti.
Il 18 marzo 1951 il Consiglio Comunale decretò il trasferimento della popolazione da Celleno vecchio al nuovo insediamento della borgata Luigi Razza. Alla vigilia di Natale dello stesso anno il presidente della Repubblica Luigi Einaudi firmò l'atto che sanciva la fine dell'antico abitato: il Decreto del Presidente della Repubblica 24 dicembre 1951, numero 1746, dichiarò l'insediamento soggetto a trasferimento. La popolazione fu spostata coattivamente in luogo più sicuro. Celleno vecchio smise di essere un paese per decreto, il che è un modo di morire assai più burocratico e assai meno romantico di quanto suggerisca l'etichetta di borgo fantasma.
Sorte analoga toccò a numerosi altri centri della Tuscia e del Lazio: Civita di Bagnoregio, Calcata, Falerii Novi a Fabrica di Roma, San Michele in Teverina, Bassano in Teverina. Chi vuole capire il fenomeno nel suo insieme può confrontare Celleno con Monterano, abbandonata per ragioni completamente diverse, con le Rocchettine in Sabina e con il borgo di Antuni sul lago del Turano.
Celleno Nuovo e la Borgata Luigi Razza
Piazza della Repubblica è il centro amministrativo e sociale della nuova urbanizzazione, nata negli anni Trenta del secolo scorso e resa necessaria dai progressivi fenomeni di erosione della rupe tufacea. Il nucleo originario è la Borgata Luigi Razza, edificata dal Genio Civile.
La vicenda ha una data d'avvio precisa: il 6 luglio 1935 il ministro Luigi Razza visitò Celleno Vecchio e, trovandolo in condizioni di pericolo, ordinò all'ingegner Prezioso un progetto per la costruzione di case popolari. I lavori di quella che i cellenesi chiamarono le Case Nove cominciarono già in quell'anno, anche se la cerimonia della posa della prima pietra del secondo lotto è documentata soltanto il 19 febbraio 1936, alla presenza del Prefetto e del Segretario Federale. Razza non fece in tempo a vedere nulla: morì il 7 agosto 1935 in un incidente aereo nei pressi del Cairo, a quarantatré anni. Il 3 marzo 1938 il Consiglio Comunale decise di intitolargli la contrada, che da allora si chiama Borgata Luigi Razza.
Nell'aprile 1936 il nuovo ministro Cobolli Gigli espresse parere favorevole al trasferimento definitivo dell'abitato. Il 30 marzo 1937 il podestà di Celleno chiese che venissero costruite camere a uso ripostiglio per ciascun appartamento, e un anno dopo fu approvato un regolamento per i cosiddetti ricoveri stabili, con alloggi gestiti dal Comune e finanziati dagli introiti degli affitti.
Le tipologie edilizie dei ricoveri stabili
I ricoveri stabili sono di tre tipologie. Sulla via principale vennero costruiti quattro fabbricati da otto alloggi, disposti su due livelli e con due ingressi distinti ai lati del prospetto principale. Sulle vie secondarie verso nord, su una maglia ortogonale regolare, trovano posto i fabbricati da due e da quattro alloggi, con ingresso unico centrale e vani ripartiti su due piani. Solo in un secondo momento venne introdotta una variante semplificata, con fabbricati sempre su due livelli ma con il primo rialzato, in modo da ricavare agevolmente scantinati seminterrati.
Il 12 marzo 1938 si stipulò il contratto per fornire le case di energia elettrica; il 4 aprile dello stesso anno gli alloggi furono ufficialmente consegnati a ventiquattro famiglie di Celleno. Il trasferimento coatto della popolazione richiese anche lo spostamento di alcuni servizi, fra cui il forno panicolo. Il 16 settembre la Società Volsinia di Energia Elettrica installò l'illuminazione pubblica, tredici lampade per una spesa complessiva di milleduecento lire.
Durante la guerra le case furono danneggiate da cannonate, mitragliate e bombe a mano: dal 1944 in poi i sindaci chiesero ripetutamente il rimborso agli enti preposti. Tutti gli immobili conservano ancora oggi gli elementi architettonici originari e sono stati sottoposti a un restauro attento a preservare il piano cromatico d'origine, che prevedeva la differenziazione di tutti gli edifici. È un dettaglio che sfugge a chi passa in automobile e che invece merita cinque minuti a piedi: l'edilizia popolare degli anni Trenta, qui, aveva un progetto di colore.
Nel dopoguerra l'abbandono del centro storico giunse a compimento, perché il consolidamento secondo i criteri dell'epoca era considerato troppo oneroso. Il Consiglio Comunale decise allora di ampliare il nuovo insediamento con un mutuo di cinquanta milioni per costruire case ai senzatetto, che ormai raggiungevano i tre quarti della popolazione residente entro la cinta muraria. Nel 1950 il Genio Civile redasse un nuovo progetto per trasferire l'intero abitato nell'espansione intorno alla Borgata Luigi Razza. Negli anni successivi si costruirono ulteriori ricoveri stabili, o case antimalsane, in via Rossini, assegnate fra il 1951 e il 1959 e finanziate con la legge Fanfani e con la legge Romita. Negli anni Settanta avvenne l'ultima espansione dettata dal Genio Civile, prima che il Comune si riappropriasse delle funzioni di pianificazione urbanistica.
La nuova chiesa di San Donato e la piazza razionalista
Si costruì prima la scuola elementare, poi l'edificio comunale, infine la chiesa dedicata a San Donato: tutto su progetto del Genio Civile, secondo un assetto funzionale organico e una impostazione architettonica di retaggio razionalista. Ancora oggi sulla piazza principale convivono il centro amministrativo, quello religioso e i servizi di pubblica utilità come la farmacia e l'ufficio postale. Il progetto originario della chiesa prevedeva caratteri stilistici neogotici, con un portale centrale sormontato da un'alta e piuttosto improbabile ghimberga: le pressioni dell'allora parroco don Angelo indussero a semplificare, e il risultato ci ha guadagnato.

Enrico Castellani, il pittore che comprò il castello
Nel 1973 Enrico Castellani, uno dei protagonisti dell'arte italiana del secondo Novecento, acquistò i resti del Castello Orsini di Celleno e cominciò a restaurarli. Ci visse quasi quarantacinque anni e vi morì il primo dicembre 2017. Il Comune gli ha poi dedicato una piazza nel borgo antico, e a Celleno ha sede la Fondazione Enrico Castellani, che ne conserva l'archivio e ne certifica le opere.
La circostanza cambia il modo di guardare il posto. Le superfici estroflesse di Castellani, tele modulate da una griglia di chiodi che genera ombre regolari, sono un lavoro sulla luce radente. Chi le conosce e poi cammina sul pianoro al tramonto, mentre il sole taglia di lato i muri di tufo e ogni concio produce la sua ombra, capisce che il paese abbandonato e la ricerca del pittore parlavano la stessa lingua. Non è un caso letterario: è la ragione per cui un artista milanese di fama internazionale scelse un rudere del Viterbese invece di uno studio in città.
Le feste di Celleno (VT): ciliegie a giugno, artisti di strada a settembre
La Festa delle Ciliegie e il campionato dello sputo del nocciolo
La seconda domenica di giugno, con contorno di giorni prima e dopo, Celleno organizza una delle più antiche feste italiane dedicate alla ciliegia. Da oltre cinquant'anni sfilano carri allegorici a tema cerasicolo; negli ultimi anni hanno preso piede la crostatona gigante a base di confettura di ciliegie e soprattutto il campionato dello sputo del nocciolo, competizione più seria di quanto il nome suggerisca, con misure che superano i venti metri.
Un avvertimento pratico: durante la festa il paese nuovo è pieno e i parcheggi lungo la provinciale si esauriscono presto. Se l'obiettivo è visitare il borgo antico in tranquillità, giugno non è il fine settimana giusto; se invece l'obiettivo è la festa, arrivate la mattina e mettete in conto di camminare. Le ciliegie della zona sono il prodotto identitario del comune e si comprano direttamente dai produttori.
Il Teverina Buskers, festival internazionale degli artisti di strada
Dal 2016 il secondo fine settimana di settembre il borgo antico ospita il Teverina Buskers, festival internazionale degli artisti di strada organizzato dall'associazione culturale Il Circo Verde, con sede a Celleno, sotto la direzione artistica di Simone Romanò e in collaborazione con il Comune e la Pro Loco. Nel settembre 2025 la manifestazione ha tagliato il traguardo della decima edizione. La formula è quella classica del busking, spettacoli gratuiti e inclusivi, circo contemporaneo e arte di strada distribuiti fra le piazze e i vicoli.
Vedere un funambolo lavorare sopra piazza del Mercato, con la cortina del castello alle spalle, è una di quelle esperienze che riconciliano con l'idea stessa di festival. Il festival è il primo del suo genere nella Tuscia viterbese e richiama migliaia di persone ogni anno. Verificate il programma prima di partire, perché le date si spostano di qualche giorno da un'edizione all'altra.
Una curiosità su Celleno (VT)
La curiosità più bella di Celleno non è una leggenda: è una norma di legge del Cinquecento. Nello Statuto comunale redatto nel 1572 compare una disposizione che punisce chi scava fosse per palombarie, cioè cavità e piccoli pozzi nel banco di tufo. Il motivo dichiarato è tecnico: non indebolire ulteriormente il masso su cui poggia il paese. Significa che quattro secoli e mezzo fa un'amministrazione rurale di poche centinaia di anime aveva compreso perfettamente il meccanismo del dissesto e aveva provato a fermarlo per via normativa, esattamente come farebbe oggi un piano di assetto idrogeologico.
Il seguito della storia dice come andò a finire. Nel Seicento le fonti registrano crolli continui e abitazioni pericolanti; dopo il terremoto del 1695 si dovette proibire di nuovo lo scavo delle cantine all'interno del castello e ordinare la ricostruzione delle mura e delle case delle contrade Piazzarella e Ripa. Il divieto era giusto e inefficace, perché scavare nel tufo era il modo con cui una famiglia si costruiva la dispensa, la stalla, la cantina per il vino. Il paese si è mangiato le proprie fondamenta per necessità, non per ignoranza.
C'è un corollario araldico altrettanto curioso. Il Comune ha scelto come stemma un'arpia, sulla base dell'ipotesi che il nome derivi dalla mitologica Celeno; la scelta è recente, non anteriore all'Unità d'Italia. La spiegazione linguisticamente più solida è però l'altra, quella che fa derivare il toponimo da cella, cioè cavità nel tufo. Il paese, insomma, ha adottato come simbolo un mostro alato quando il suo nome parlava probabilmente di grotte, cioè proprio di quelle cavità che ne hanno determinato la rovina. Se cercate un'ironia della storia, è servita.
Una cosa che non ti dice nessuno su Celleno (VT)
Quasi tutti i racconti sul borgo fantasma insistono sulla frana e sul terremoto, come se una notte la terra si fosse aperta e la popolazione fosse fuggita. Non andò così, e chi visita il posto con questa idea in testa non capisce quello che ha davanti. Celleno vecchio è stato svuotato da una procedura amministrativa durata quasi vent'anni, scandita da delibere, mutui, capitolati e progetti del Genio Civile: il sopralluogo del ministro nel luglio 1935, la posa della prima pietra ai Poggetti nell'aprile dello stesso anno, la consegna delle prime ventiquattro case nell'aprile 1938, la delibera di trasferimento del 18 marzo 1951 e infine il decreto presidenziale del 24 dicembre 1951 che dichiarò l'abitato soggetto a trasferimento.
La conseguenza è che l'abbandono fu un trasloco, non una fuga. Le famiglie portarono via mobili, infissi, tegole, pietre da riutilizzare; molte case del pianoro sono senza tetto perché il tetto è stato smontato e rimesso su a valle. Ecco perché il borgo, a differenza dei paesi distrutti dai terremoti dell'Appennino, non ha l'aspetto di un luogo colpito da un evento istantaneo: ha l'aspetto di un luogo spogliato con calma.
C'è poi il capitolo meno noto in assoluto, quello del secondo saccheggio. Negli anni Settanta, dopo la vendita del Convento di San Giovanni Battista a privati, sparirono le formelle in ceramica delle stazioni della Via Crucis lungo via Roma, insieme ad altre opere d'arte. Le edicole della Salita dei Misteri sono ancora tutte al loro posto, tredici in tutto, e sono tutte vuote. Nello stesso periodo di degrado si persero i grandi dipinti degli altari laterali della chiesa conventuale. Il paese non è stato ucciso soltanto dal tufo: una parte del danno è arrivata dopo, e ha avuto mani umane.
Il consiglio che ti do per visitare Celleno (VT)
Primo consiglio, quello che vale più di tutti: non arrivate a mezzogiorno. Il pianoro è esposto e privo di ombra, il tufo riverbera, e nelle ore centrali di luglio e agosto la visita diventa una prova di resistenza. Le due fasce giuste sono la mattina presto, quando la luce radente disegna le murature, e le due ore prima del tramonto, quando il colore del tufo passa dal grigio al miele e le valli si riempiono di foschia. Se dovessi scegliere una sola, sceglierei il tardo pomeriggio.
Secondo consiglio: entrate da una porta e uscite dall'altra. Salite da via del Ponte, che gira attorno al fossato e vi porta a scoprire il doppio arco del ponte levatoio dopo la muratura a scarpa; scendete poi da piazza del Mercato, dove il castello mostra la cortina alta più di dieci metri. Fare avanti e indietro sullo stesso percorso dimezza la resa della visita, perché tutto il borgo è costruito su sequenze di avvicinamento.
Terzo consiglio, di metodo: mettete in conto un'ora e mezza per il giro completo e non stipatelo fra due tappe. L'errore classico di chi viene dalla capitale è incastrare Celleno fra Civita di Bagnoregio e il rientro, dandogli quaranta minuti. Meglio abbinarlo a una sola altra tappa vicina, per esempio Civitella d'Agliano o Castiglione in Teverina, e dedicare il resto del tempo a mangiare bene.
Quarto consiglio, pratico: prima di partire telefonate. Gli orari cambiano con la stagione, e nelle giornate di manifestazione il borgo può essere occupato dagli allestimenti. Il numero di riferimento indicato dalla gestione del sito è 338 7197681. Portate acqua, perché sul pianoro non ci sono bar, e scarpe con suola scolpita. Chi vuole una lettura ragionata dei luoghi può appoggiarsi a un accompagnatore professionista: la rete di guide e accompagnatori di TourLeaderPro lavora abitualmente sulla Tuscia e organizza uscite private e aziendali su misura.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che a Celleno abbia vissuto un grande artista lo sanno in molti, almeno nel Viterbese. Quasi nessuno però collega davvero le due cose, e cioè che il Castello Orsini si è salvato perché nel 1973 un pittore lo ha comprato e restaurato. Enrico Castellani, uno dei nomi centrali dell'arte italiana del secondo dopoguerra, è arrivato qui quando il pianoro era un cumulo di ruderi in una zona che nessuno visitava, ci ha vissuto quasi quarantacinque anni ed è morto a Celleno il primo dicembre 2017.
Il fatto risaputo, dunque, è la presenza dell'artista. Quello poco citato è la sua conseguenza materiale: senza quell'acquisto privato, l'edificio che oggi organizza tutta la visita, con il fossato, la muratura a scarpa, la Torre Piccola e il ponte, con ogni probabilità sarebbe crollato come le case intorno. La conservazione di Celleno non nasce da un piano pubblico: nasce da una scelta individuale, e questo dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di borghi abbandonati.
C'è un secondo elemento poco citato, e riguarda l'arte del Novecento in provincia. Dopo la morte di Castellani il Comune gli ha intitolato una piazza nel borgo antico e a Celleno ha sede la Fondazione che ne conserva l'archivio e ne certifica le opere. Significa che un paese di poco più di milletrecento abitanti ospita l'istituzione di riferimento per uno degli artisti italiani più quotati sul mercato internazionale. Non è la casualità pittoresca che sembra: è il segno che la Tuscia, dagli anni Sessanta in poi, è stata un laboratorio scelto da molti artisti, come dimostrano anche Paul Wiedmer a Civitella d'Agliano e l'esperienza di Opera Bosco a Calcata.
La foto giusta da fare a Celleno (VT)
La fotografia che tutti tentano è il castello frontale da piazza del Mercato. È una buona immagine e viene bene anche con il telefono, ma è la meno interessante, perché comprime la profondità e appiattisce il rilievo delle murature. La foto giusta, secondo me, è un'altra: si sale per via del Ponte, si supera la curva del fossato e ci si ferma dove la duplice arcata del ponte levatoio si allinea con la muratura a scarpa. Da lì, con il sole basso alle spalle del fotografo, i due archi si stagliano e la scarpa restituisce la sua ombra piena. È l'inquadratura che spiega l'architettura invece di limitarsi a mostrarla.
La seconda immagine da portare a casa non è un monumento. È il ciglio nord, dove il pianoro finisce e comincia il vuoto verso le forre delle Gole dell'Infernaccio. Mettete un elemento costruito in primo piano, uno spigolo di muro o una finestra vuota, e lasciate che il paesaggio faccia il resto: quel salto di quota racconta in un fotogramma perché il paese è stato abbandonato. Per il ritratto ambientato, invece, funziona la Salita dei Misteri lungo via Roma, con la teoria di edicole vuote sul muro alto tre metri e sessanta.
Due avvertenze tecniche. Il tufo, con luce piena a mezzogiorno, diventa una superficie bianca senza dettaglio: se potete, spostate la visita in fascia dorata. E in primavera cercate un punto rialzato che tenga insieme il borgo e i ciliegi in fiore della campagna cellenese: è l'unico momento dell'anno in cui il paesaggio agricolo entra nell'inquadratura con un colore proprio.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento documentato che conta è del 1026: l'imperatore Corrado II il Salico concede il territorio ai Conti di Bagnoregio, che ne fanno un avamposto per il controllo della zona. È l'atto di nascita ufficiale del castello, e colloca subito Celleno dentro la partita fra Impero e Papato. All'inizio del XII secolo il quadro si rovescia e il castello compare nell'elenco dei luoghi alleati della Chiesa contro la minaccia imperiale.
Il secondo blocco di avvenimenti riguarda le guerre di territorio. Entro la fine del Duecento Celleno passa sotto l'egemonia del Comune di Viterbo e viene trascinato nelle vicende belliche della zona, fra cui la distruzione di Ferento e la disputa con Orvieto; costituitosi libero Comune, prosegue le alleanze con Viterbo e le controversie con Roma. Nel Trecento arrivano le lotte fra Guelfi e Ghibellini, nel Quattrocento il dominio dei Gatti, e fra il 1527 e il 1580 il feudo passa agli Orsini.
Il terzo avvenimento è geologico e ha una data: il terremoto del 1695, che colpì la Teverina e in particolare Bagnoregio, danneggiò gravemente il convento di San Giovanni Battista e costrinse l'amministrazione a proibire lo scavo delle cantine dentro il castello e a ordinare la ricostruzione delle mura e delle case di Piazzarella e Ripa. Il quarto è dell'8 giugno 1931, quando una scossa con epicentro a Celleno, di intensità IV della scala Mercalli, accelerò il dissesto e rese la situazione ingestibile.
Il quinto avvenimento è quello decisivo e ha due date. Il 18 marzo 1951 il Consiglio Comunale decreta il trasferimento della popolazione al nuovo insediamento; il 24 dicembre 1951 il decreto del Presidente della Repubblica numero 1746 dichiara l'antico insediamento soggetto a trasferimento. In mezzo, la guerra: durante il conflitto le case della Borgata Luigi Razza furono danneggiate da cannonate, mitragliate e bombe a mano, e dal 1944 in poi i sindaci chiesero i rimborsi agli enti competenti. Il sesto e ultimo avvenimento è del 1973 ed è di segno opposto a tutti gli altri: l'acquisto e il restauro del Castello Orsini da parte di Enrico Castellani, cioè il momento in cui il declino si ferma.
Chi è passato da Celleno (VT)
Il personaggio che ha lasciato la traccia più profonda è Enrico Castellani, che qui non è passato ma è rimasto: dal 1973 alla morte, avvenuta il primo dicembre 2017, ha abitato e restaurato il Castello Orsini. La sua presenza ha cambiato il destino del borgo e oggi la Fondazione che porta il suo nome ha sede in paese.
Nel Rinascimento e nella prima età moderna sono passati di qui i signori che contavano nell'Italia centrale. Gli Orsini, una delle grandi famiglie baronali romane, tennero il feudo dal 1527 al 1580 e diedero il nome al castello; prima di loro i Gatti, potenti a Viterbo, lo ebbero nel Quattrocento; e all'origine di tutto c'è un imperatore, Corrado II il Salico, che nel 1026 concesse il territorio ai Conti di Bagnoregio. Un papa compare in un documento preciso: Paolo V, che con lettera del 5 maggio 1608 autorizzò la costruzione del convento di San Giovanni Battista.
Il Novecento politico porta due nomi. Il ministro Luigi Razza visitò Celleno Vecchio il 6 luglio 1935, giudicò le condizioni pericolose e ordinò all'ingegner Prezioso un progetto di case popolari; morì poche settimane dopo, il 7 agosto 1935, in un incidente aereo nei pressi del Cairo, a quarantatré anni, e la borgata nuova porta il suo nome dal 3 marzo 1938. Nel settembre 1946 il sottosegretario Giulio Andreotti scrisse al sindaco Luigi Crescia per rassicurarlo sull'avvio dei lavori alle case pericolanti; cinque anni dopo fu il presidente della Repubblica Luigi Einaudi a firmare, alla vigilia di Natale del 1951, il decreto che chiuse la storia dell'antico abitato.
C'è infine un passaggio letterario antico e indiretto, che vale come testimonianza della fama del luogo più che come cronaca: Dionigi di Alicarnasso, storico greco attivo a Roma in età augustea, riporta la tradizione secondo cui Celleno sarebbe stata fondata da Italo discendente di Enotro in memoria della figlia Cilenia, molti anni prima dell'assedio di Troia. È mito, non storia, e va preso per quello che è. Oggi, invece, passano di qui gli artisti di strada di mezza Europa, ogni settembre, per il Teverina Buskers.
Celleno (VT) con i bambini
Funziona, e meglio di molti musei. Un paese abbandonato con un castello, un fossato e un ponte levatoio è un'attrazione naturale per un bambino di sei o dieci anni, e gli ambienti riallestiti con il forno, la bottega del calzolaio e gli interni di primo Novecento danno appigli concreti al racconto. Il vano etrusco scavato nel tufo, con i contenitori e i vasi da fuoco, di solito è il pezzo che colpisce di più.
Le cautele sono due, e sono serie. Il pianoro ha bordi non sempre protetti verso le forre, quindi i bambini piccoli vanno tenuti per mano lungo il ciglio nord. E il fondo è irregolare: passeggini leggeri non servono a nulla, meglio lo zaino porta bambino. In giugno, durante la festa delle ciliegie, il paese nuovo diventa una piccola fiera con carri allegorici e il campionato dello sputo del nocciolo: per una famiglia è la giornata migliore dell'anno, a patto di rinunciare al silenzio.
Accessibilità del borgo fantasma di Celleno (VT)
Va detto con franchezza: il borgo antico è un insediamento medievale su rupe, con salite, scalinate e selciati sconnessi. Una sedia a rotelle non può percorrere l'intero itinerario e nemmeno una parte significativa. Chi ha difficoltà motorie può comunque raggiungere in automobile i punti panoramici verso il pianoro e godersi la vista d'insieme, che è notevole, e può visitare senza problemi la piazza della Repubblica e il paese nuovo.
Per una valutazione precisa delle condizioni del percorso nel giorno della visita conviene telefonare in anticipo al numero indicato dalla gestione del sito, 338 7197681, e chiedere quali tratti siano praticabili. Le condizioni cambiano con i cantieri di consolidamento, che sul pianoro sono ricorrenti.
Quando andare a Celleno (VT) e quando evitare
La stagione migliore è la primavera, fra aprile e la prima metà di maggio: la campagna cellenese è coltivata a ciliegi e la fioritura cambia il paesaggio intorno alla rupe. Il secondo periodo buono è l'autunno, da fine settembre a novembre, quando la luce si abbassa, i colori del bosco di lecci del Convento si scaldano e le foschie del mattino riempiono la valle del Tevere.
Da evitare, o quantomeno da affrontare con orari intelligenti, il pieno luglio e agosto nelle ore centrali: sul pianoro non c'è ombra e non ci sono bar. Da evitare, se cercate la quiete, il fine settimana della festa delle ciliegie in giugno e quello del Teverina Buskers in settembre, che sono splendidi ma affollati. Dopo giorni di pioggia il tufo diventa scivoloso e alcuni tratti possono essere chiusi per sicurezza: una telefonata prima di mettersi in strada risparmia due ore di viaggio inutile.
Cosa mangiare e cosa portarsi a casa
Il prodotto identitario è la ciliegia, coltivata in tutta la fascia collinare intorno al paese e celebrata dalla festa di giugno; in stagione si acquista direttamente dai produttori, e vale la pena portarsi a casa anche la confettura, quella che finisce nella crostatona della festa. Per il resto, la cucina è quella della Tuscia interna: olio extravergine delle colline viterbesi, legumi, minestre di ceci e castagne, agnello, pecorini di latte crudo. I vini della zona sono quelli della Teverina e dell'area orvietana, a due passi dal confine umbro.
Non mi metto a consigliare insegne: nei paesi piccoli le gestioni cambiano e un elenco invecchia in un anno. La regola che do ai gruppi è semplice: si mangia dove mangiano gli operai la settimana e i cacciatori la domenica, e si chiede sempre se il pane è di forno locale. Nel raggio di venti minuti di automobile si trovano trattorie serie a Civitella d'Agliano, a Castiglione in Teverina e verso Bolsena, dove entra in scena il pesce di lago.
Cosa vedere intorno a Celleno (VT)
La provincia di Viterbo, come sa chi la frequenta, non finisce mai di sorprendere. Nel raggio di mezz'ora ci sono Civita di Bagnoregio, il Parco dei Mostri di Bomarzo con le sue statue manieriste, i giardini di Villa Lante a Bagnaia e, poco più lontano, Palazzo Farnese a Caprarola. Verso nord si aprono il lago di Bolsena e i suoi borghi, da Marta a Capodimonte a Gradoli.
Qui vicino ci sono anche Sant'Angelo di Roccalvecce, diventato noto come il paese delle fiabe grazie ai murales, e Civitella d'Agliano, che nasconde La Serpara, il giardino di sculture creato dal 1997 dall'artista svizzero Paul Wiedmer, con oltre quaranta installazioni immerse nella vegetazione e aperture limitate a pochi giorni l'anno. Chi vuole allungare verso i monti Cimini trova Soriano nel Cimino e l'antico borgo di Chia; chi punta sull'archeologia ha Tuscania e Vulci. Per organizzare un itinerario di più giorni fuori Roma, con tempi realistici e mezzi propri, è utile la sezione dedicata alle escursioni giornaliere di ItalyPlanner, pensata per chi viaggia in inglese.
Come si visita davvero Celleno (VT): durata, percorso, guida
Il giro completo richiede un'ora e mezza a passo tranquillo, due ore se ci si ferma davvero in ogni ambiente e si legge quello che c'è da leggere. Il percorso naturale è questo: arrivo al Convento di San Giovanni Battista, risalita di via Roma lungo la Salita dei Misteri, sosta a San Rocco, ingresso al pianoro, piazza principale, chiesa di San Carlo, rudere di San Donato, castello con fossato e ponte, affaccio sul ciglio nord, discesa da piazza del Mercato.
Una guida, qui, non è un lusso. Il borgo comunica poco da solo, perché mancano gli arredi, mancano le insegne e mancano le persone: senza un racconto, un visitatore vede muri. Con un racconto, vede una comunità che ha resistito quattro secoli su un masso che si sgretolava. Per i gruppi organizzati, i viaggi aziendali e le uscite private nella Tuscia, la rete di accompagnatori e guide abilitate di TourLeaderPro è il riferimento che uso io. Chi invece prepara un viaggio in autonomia e legge in inglese trova su ItalyPlanner la base romana da cui costruire le uscite fuori porta.
Domande veloci su Celleno (VT)
Dove si trova Celleno (VT)?
Nella Teverina viterbese, nel Lazio settentrionale, su uno sperone di tufo a 341 metri sul livello del mare fra il lago di Bolsena e la valle del Tevere. Da Viterbo dista una ventina di chilometri, da Orvieto una venticinquina, da Civita di Bagnoregio una quindicina.
Quanto dista Celleno (VT) da Roma?
Circa un'ora e mezza di automobile. Il percorso più semplice è l'A1 in direzione Firenze fino a Orte, poi la superstrada per Viterbo e le provinciali della Teverina.
Si può arrivare a Celleno (VT) senza automobile?
È possibile ma scomodo. Le stazioni ferroviarie utili sulla linea Roma-Firenze sono Orte e Attigliano-Bomarzo, e da lì serve comunque un mezzo su gomma. Per una gita in giornata da Roma l'automobile resta la soluzione realistica.
Quanto costa entrare nel borgo fantasma di Celleno (VT)?
Le tariffe cambiano con la stagione e con le manifestazioni in corso: si controllano sul sito ufficiale del borgo oppure telefonando al 338 7197681, numero indicato dalla gestione del sito.
Quali sono gli orari di apertura?
Anche gli orari variano nel corso dell'anno, con aperture più ampie nella bella stagione e nei fine settimana. Conviene verificarli sul sito ufficiale prima di mettersi in viaggio.
Serve prenotare la visita a Celleno (VT)?
Per la visita individuale in genere no, mentre per i gruppi e per le visite accompagnate la prenotazione è opportuna. Il contatto telefonico indicato dalla gestione del sito è 338 7197681.
Quanto tempo serve per visitare il borgo fantasma?
Un'ora e mezza per il giro completo a passo normale, due ore abbondanti se ci si ferma negli ambienti allestiti e si guarda con calma il castello e le chiese.
Perché Celleno è chiamato borgo fantasma?
Perché l'antico abitato è stato abbandonato per instabilità del banco tufaceo. La delibera comunale di trasferimento è del 18 marzo 1951 e il decreto presidenziale che dichiarò l'insediamento soggetto a trasferimento è del 24 dicembre 1951.
Il borgo è pericoloso?
Il percorso di visita è messo in sicurezza, ma resta un sito su rupe con dislivelli, scalini e bordi verso le forre. Servono scarpe chiuse, attenzione con i bambini e prudenza dopo la pioggia, quando il tufo diventa scivoloso.
Si possono fare fotografie a Celleno (VT)?
Sì, e il posto le merita. La luce migliore è quella del primo mattino e delle due ore prima del tramonto; a mezzogiorno il tufo si brucia e perde ogni dettaglio.
Celleno (VT) è adatto ai bambini?
Molto, grazie al castello con fossato e ponte e agli ambienti ricostruiti con il forno e la bottega del calzolaio. Attenzione però ai bordi non protetti e al fondo irregolare: meglio lo zaino porta bambino del passeggino.
Il borgo è accessibile in sedia a rotelle?
No, non nel suo insieme: salite, scalinate e selciati sconnessi rendono impraticabile l'itinerario completo. Restano accessibili i punti panoramici raggiungibili in automobile e il paese nuovo.
Dove si parcheggia?
Nel paese nuovo, nella zona di piazza della Repubblica, da cui si raggiunge a piedi l'area del borgo antico. Nei giorni di festa i posti si esauriscono presto.
Quando si svolge la festa delle ciliegie di Celleno (VT)?
La seconda domenica di giugno, con i giorni adiacenti. Prevede la sfilata dei carri allegorici a tema cerasicolo, la crostatona di confettura di ciliegie e il campionato dello sputo del nocciolo, dove si superano i venti metri.
Che cos'è il Teverina Buskers?
Il festival internazionale degli artisti di strada che dal 2016 anima il borgo antico nel secondo fine settimana di settembre, organizzato dall'associazione Il Circo Verde con la direzione artistica di Simone Romanò. Nel 2025 ha raggiunto la decima edizione.
Chi era Enrico Castellani e che cosa c'entra con Celleno (VT)?
Un protagonista dell'arte italiana del secondo Novecento. Nel 1973 acquistò i resti del Castello Orsini e li restaurò, visse a Celleno quasi quarantacinque anni e vi morì il primo dicembre 2017. In paese ha sede la Fondazione che ne conserva l'archivio.
Che differenza c'è fra Celleno (VT) e Civita di Bagnoregio?
Civita è abitata, scenografica e molto frequentata, con accesso a pagamento tramite il ponte pedonale. Celleno è disabitato, molto meno visitato e conserva un castello con fossato e ponte levatoio che a Civita non esiste. Sono complementari, non alternative.
Che cosa si vede dentro il borgo?
Il Castello Orsini, le chiese di San Rocco, San Carlo e San Donato, piazza del Comune e piazza del Mercato, la Salita dei Misteri lungo via Roma, il Convento di San Giovanni Battista con il chiostro affrescato e il pozzo, le case riallestite con il forno e la bottega del calzolaio, il vano etrusco scavato nel tufo e le maioliche quattrocentesche.
Ci sono bar o ristoranti dentro il borgo antico?
Sul pianoro no. Ci si porta l'acqua e si mangia nel paese nuovo o nei comuni vicini della Teverina.
Celleno (VT) si può abbinare ad altre visite in giornata?
Sì, ma senza esagerare. Una sola tappa aggiuntiva, per esempio Civita di Bagnoregio, Civitella d'Agliano o il lago di Bolsena, rende una giornata equilibrata; tre tappe la trasformano in una corsa.
Qual è il periodo migliore per visitare Celleno (VT)?
La primavera, con i ciliegi in fiore, e l'autunno, per la luce e i colori. Il pieno agosto nelle ore centrali è la scelta peggiore.
Un'ultima cosa, da chi accompagna gruppi nella Tuscia da anni. Celleno non va visitato come una curiosità macabra, che è il modo in cui lo raccontano quasi tutti. Va visitato come il documento più leggibile che abbiamo di una vicenda comune a decine di paesi dell'Italia interna: una comunità che scava il proprio tufo per vivere, indebolisce la roccia che la sorregge, prova a fermarsi con una legge del 1572, non ci riesce, e alla fine viene trasferita per decreto. Se ci arrivate al tramonto, con il silenzio giusto, questa storia si sente sotto i piedi. Andateci prima che diventi di moda.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.
Contact Information
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.





