Fabrica di Roma (VT)
Fabrica di Roma è un comune della provincia di Viterbo alle falde dei monti Cimini, a poca distanza dal lago di Vico e a circa un'ora d'auto dal Grande Raccordo Anulare. La sede comunale è in via A. Cencelli 20, CAP 01034, telefono 0761 569001. Il borgo si visita liberamente e gratuitamente: non c'è biglietteria, non c'è tornello, non serve prenotare per camminare nel centro storico. Si arriva in treno con la ferrovia Roma-Civita Castellana-Viterbo, che parte dal capolinea di piazzale Flaminio a Roma ed è gestita da ASTRAL per l'infrastruttura e da Cotral per l'esercizio: la stazione di Fabrica di Roma è sulla tratta extraurbana. In auto si esce dalla Cassia bis o dalla Flaminia e si prende la provinciale che sale da Civita Castellana. L'area archeologica di Falerii Novi, la città romana che ricade nel territorio comunale, e la chiesa di Santa Maria in Falleri hanno orari e modalità di accesso che cambiano nel corso dell'anno: prima di partire conviene una telefonata al Comune o un controllo sul sito istituzionale. Le chiese del centro seguono gli orari delle funzioni parrocchiali. Il parcheggio più comodo per il borgo è quello ai piedi della salita che porta al castello: la parte alta è stretta, in salita e mal digeribile per un'automobile.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se state costruendo un itinerario nella Tuscia meridionale, questa pagina va letta insieme a quelle di Civita Castellana, Nepi e Sutri: sono i tre centri che chiudono il quadrilatero falisco e che spiegano perché Fabrica di Roma abbia dentro di sé un pezzo di storia molto più grande delle sue dimensioni.

Dove si trova Fabrica di Roma e come ci si arriva da Roma
La geografia qui conta più di quanto si creda. Fabrica di Roma occupa un ripiano di tufo e peperino sul versante meridionale del sistema vulcanico cimino, in un punto in cui il paesaggio cambia due volte nel giro di dieci chilometri: alle spalle i boschi di castagno e faggio che salgono verso il lago di Vico, davanti la campagna incisa dalle forre che scendono verso la valle del Tevere. È una posizione di cerniera, e la cerniera ha una data: quando Roma decise, nel 241 avanti Cristo, dove ricollocare i Falisci sconfitti, scelse un pianoro dentro questo territorio.
In treno: la ferrovia Roma-Civita Castellana-Viterbo
La linea è lunga 102 chilometri ed è divisa in una tratta urbana romana, di una dozzina di chilometri con una quindicina di fermate, e in una tratta extraurbana di circa novanta. Il capolinea romano è piazzale Flaminio, di fronte a piazza del Popolo, con interscambio immediato con la metropolitana. La proprietà è della Regione Lazio; dal primo luglio 2022 l'infrastruttura è affidata ad ASTRAL, mentre i treni li fa circolare Cotral. Lo scartamento è quello ordinario, 1435 millimetri, e l'elettrificazione a 3000 volt in corrente continua arriva fino a Catalano. Il percorso completo fino a Viterbo richiede circa tre ore: Fabrica di Roma è ben prima del capolinea, ma mettete in conto che questa non è una linea veloce e che le corse extraurbane sono cadenzate in modo asimmetrico fra mattina e pomeriggio. Gli orari vanno controllati sul sito del gestore prima di muoversi, perché cambiano fra periodo scolastico e periodo estivo.
Nel territorio comunale esiste anche una seconda stazione, sulla vecchia ferrovia Orte-Capranica-Civitavecchia, priva di traffico passeggeri dal 1995. Le due stazioni sono collegate da un raccordo che serve al transito dei treni merci. È un dettaglio che dice molto: Fabrica di Roma è uno dei pochissimi centri di questa taglia ad avere avuto due ferrovie, e a essere rimasto con una sola in funzione.
In auto da Roma a Fabrica di Roma
Da Roma le strade sono due e non si equivalgono. La prima passa per la Flaminia e poi per la superstrada verso Civita Castellana, ed è la più rapida; la seconda risale la Cassia verso Sutri e Ronciglione ed è molto più bella, perché attraversa il cratere del lago e i castagneti. Dal territorio le provinciali si diramano in tutte le direzioni: la SP26 verso Vignanello, la SP27 verso Civita Castellana, la SP35 verso Carbognano, la SP65 verso Vallerano, la SP71 verso Corchiano. Chi arriva da Roma per una giornata sola faccia la Flaminia all'andata e la Cassia al ritorno, con sosta al tramonto sul lago: è il modo migliore di spendere le stesse ore.
Muoversi una volta arrivati a Fabrica di Roma
Il centro storico si gira interamente a piedi in un'ora scarsa, ma non è pianeggiante: la parte alta, quella del castello, si raggiunge per rampe e vicoli in salita, con basolato irregolare. Le scarpe da città sono un errore. La bicicletta serve per uscire dal borgo, non per girarlo: le strade bianche verso Falerii Novi e verso le forre sono l'ambiente giusto per la mountain bike, e chi arriva con la propria bici in treno ha qui uno dei rari casi laziali in cui il ferro e la sella si combinano bene. Per raggiungere l'area archeologica di Falerii Novi, che è a metà strada verso Civita Castellana, l'auto resta la soluzione più pratica.
Il centro storico di Fabrica di Roma, strada per strada
Il borgo antico è un fuso allungato su uno sperone, con il castello a chiudere il capo più alto e le case che scendono a schiera verso la campagna. La pianta è quella tipica dei centri fortificati del Patrimonio di San Pietro: una strada maestra, due o tre vicoli paralleli, e una fitta trama di archi e sottopassi che nascono dal bisogno di guadagnare stanze sopra il passaggio pubblico. Chi lo attraversa distratto ci mette venti minuti; chi guarda in alto ci mette il doppio e vede stemmi, mensole scolpite, architravi riusate.
Il castello Farnese di Fabrica di Roma
L'edificio più importante del borgo occupa il punto più alto del centro storico. La sua forma attuale nasce dalla ristrutturazione voluta nel 1539 da Pier Luigi Farnese, che in quell'anno acquistò il castello insieme alla tenuta di Falleri e lo annesse al Ducato di Castro e Ronciglione. Farnese non costruì da zero: adattò una struttura difensiva medievale già esistente, quella che nei documenti trecenteschi compare semplicemente come castrum Fabricae. Il risultato è un ibrido leggibile a occhio nudo, con la parte bassa ancora muta e militare e la parte alta aperta da finestre di gusto cinquecentesco. Nel Novecento il complesso è stato interamente restaurato dalla contessa Lia Mariani Bianchi-Ninni, e a quel restauro si deve la sopravvivenza dell'insieme.
Un'opinione netta, da chi accompagna gruppi: il castello di Fabrica non regge il confronto con il palazzo Farnese di Caprarola, e chi arriva qui aspettandosi quello resterà deluso. Vale però per una ragione diversa, che a Caprarola manca: qui si vede come una famiglia papale prendeva un castello di provincia e lo trasformava in una residenza amministrativa, senza spendere una fortuna, con interventi mirati. È architettura di governo, non di rappresentanza. Chi capisce questa differenza si porta a casa più cose di chi fotografa soltanto.
La torre di Fabrica di Roma e le mura
Nel tessuto del centro storico emerge la torre, la cui costruzione la tradizione locale attribuisce al cardinale Alessandro Farnese, il grande committente della famiglia. È un manufatto che va guardato dal basso e da lontano, perché nel vicolo si perde: la posizione migliore è dalla strada che gira attorno al borgo sul lato della campagna, dove il profilo del borgo si compone tutto insieme, torre, castello e case a picco sul tufo. Delle mura restano tratti inglobati nelle abitazioni, riconoscibili dal cambio di apparecchiatura muraria: blocchetti di peperino squadrati in basso, muratura più povera e rappezzata in alto.
Palazzo Cencelli e il giardino storico di Fabrica di Roma
Palazzo Cencelli è la sorpresa vera del borgo. Vi si accede attraverso un ponte in legno che scavalca il giardino storico, e già questo dettaglio dice il gusto scenografico con cui la famiglia impostò la propria residenza. Il giardino, curatissimo, comprende una fontana con lo stemma dei Cencelli, siepi di bosso potate a disegno, cipressi e alcuni reperti archeologici sistemati come arredo, secondo un'abitudine antiquaria che nel Settecento e nell'Ottocento era diffusissima nelle dimore nobiliari del Lazio. I Cencelli comprarono Fabrica nel 1756, nelle persone di Stefano e Leopoldo, e furono loro e i loro discendenti a restaurare e abbellire il paese: la via principale del comune porta ancora il loro nome, e anche l'indirizzo del municipio.
Il consiglio pratico: il giardino è una proprietà, non un parco pubblico, e la visita dipende dalla disponibilità di chi lo gestisce. Informatevi in Comune prima di presentarvi al cancello. Vale la pena insistere: è uno dei pochi giardini storici privati della Tuscia che conservi ancora l'impianto originale, e non quello rifatto negli anni Sessanta.

Il palazzo Della Rovere fuori le mura
Nel 1536 il castello di Fabrica fu concesso in enfiteusi a Lucrezia Della Rovere, vedova Colonna. Furono due anni appena, ma bastarono perché la famiglia si costruisse qui un proprio palazzo, appena fuori dalla cinta muraria. La tradizione locale vuole che vi abbia dimorato anche papa Giulio II, il Della Rovere che chiamò Michelangelo alla Sistina e Bramante a San Pietro: è una notizia da prendere per quello che è, cioè memoria locale non documentata da atti, e come tale va raccontata. Quello che è certo è il passaggio patrimoniale, registrato negli archivi dell'Ospedale di Santo Spirito, che nel 1538 si riprese il castello.
Le grotte scavate nel peperino sotto il centro storico
Sotto e dentro il borgo si aprono cavità scavate nel peperino, alcune con nicchie regolari lungo le pareti. La lettura più accreditata è che almeno una di queste sia un colombario, cioè un sepolcro collettivo con le nicchie destinate alle urne cinerarie: un manufatto di età romana finito, con il passare dei secoli, dentro il perimetro dell'abitato moderno. È un fenomeno che si ripete in tutta la Tuscia, dove i paesi medievali sono nati sopra i cimiteri antichi e li hanno riusati come cantine, stalle e magazzini. Guardate i portoncini bassi lungo i vicoli: molti di quei locali sono, in origine, tombe.
Le chiese di Fabrica di Roma
Il patrimonio religioso di Fabrica di Roma è concentrato ma tutt'altro che minore, e contiene almeno un ciclo pittorico che meriterebbe una segnaletica migliore di quella che ha.
La collegiata di San Silvestro, il duomo di Fabrica di Roma
La chiesa principale del paese è la collegiata di San Silvestro, che i fabrichesi chiamano semplicemente il Duomo. L'edificio fu ingrandito e rimaneggiato nel Cinquecento e si presenta oggi nelle linee dell'ultimo consolidamento settecentesco: quindi una scatola architettonica tardobarocca che custodisce una decorazione molto più antica. Non è una contraddizione, è la regola nelle chiese laziali di provincia, dove il Settecento intonacò e regolarizzò tutto ciò che poteva senza distruggere gli affreschi che avevano una devozione attiva.
Gli affreschi dei fratelli Torresani nella collegiata
Nella parte absidale si apre un vasto affresco cinquecentesco attribuito ai fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani, con l'Ultima Cena, la Crocifissione, la Flagellazione e il Paradiso. I Torresani erano veronesi di origine e lavorarono soprattutto in Sabina e nel Lazio settentrionale fra il secondo e il sesto decennio del Cinquecento: Lorenzo morì attorno al 1564, Bartolomeo prima del 1567. Il loro catalogo comprende cicli di scene bibliche a Narni, due redazioni del Giudizio Universale, a Rieti e a Casperia, e appunto le storie cristologiche della collegiata di Fabrica di Roma. Sono pittori di seconda fila rispetto ai grandi nomi romani, e proprio per questo interessanti: mostrano come il linguaggio della maniera romana, quello che nasce in Vaticano, arrivasse nei paesi tradotto in una grammatica più semplice, più narrativa, più leggibile da chi non aveva studiato.
Davanti all'abside guardate due cose. La prima è la Flagellazione, dove l'architettura dipinta sullo sfondo tradisce lo studio delle stampe di derivazione raffaellesca. La seconda è il Paradiso, costruito per registri sovrapposti secondo uno schema medievale: un pittore aggiornato del 1550 romano non l'avrebbe più impaginato così. Questa convivenza fra modernità e arcaismo è la cifra dei Torresani, e vale il viaggio più di molte tavole d'autore viste di corsa.
Gli altari laterali e le reliquie di san Giustino
Gli altari laterali della collegiata ospitano l'Assunzione, santa Elisabetta d'Ungheria, san Gaetano, san Francesco d'Assisi, santa Rosa da Viterbo, le anime purganti e l'Assunta. È un programma devozionale che si legge come un documento sociale: santa Rosa segnala l'orbita viterbese, san Gaetano rimanda ai teatini e quindi alla riforma cattolica post tridentina, le anime purganti indicano l'esistenza di una confraternita dedicata ai suffragi, che in questi paesi gestiva funerali e sepolture. Sotto l'altare centrale si conservano le reliquie di san Giustino Martire, uno dei due patroni del paese.
La chiesa di Santa Maria della Pietà
Di origine molto antica, riferita al tardo Quattrocento, la chiesa di Santa Maria della Pietà ha una pianta che vale da sola una sosta: un impianto ottagonale, pensato per essere coperto da una cupola che non fu mai realizzata, al quale è addossato un corpo longitudinale che funziona da navata. È il tipo di edificio che gli storici dell'architettura chiamano a pianta centrale mancata, e che nel Lazio del Rinascimento compare quasi sempre in relazione a un santuario mariano nato da un'immagine venerata. L'ottagono era la forma dei battisteri e dei martyria: usarlo per una chiesa della Pietà significava dichiarare, con la pianta, che quel luogo custodiva qualcosa di speciale.
Falerii Novi, la città romana nel territorio di Fabrica di Roma
Questa è la ragione principale per cui un viaggiatore dovrebbe mettere Fabrica di Roma in un itinerario. A circa metà strada fra il paese e Civita Castellana, in mezzo ai campi, si trovano le mura di una città romana rimaste in piedi quasi per intero. Non un rudere isolato: un perimetro urbano completo, dentro cui non è stato costruito quasi nulla per mille anni. In Italia i casi confrontabili si contano sulle dita di una mano.
Perché Roma fondò Falerii Novi nel 241 avanti Cristo
La storia è brutale e istruttiva. Alla fine della prima guerra punica i Falisci, il popolo che abitava questo territorio e la cui capitale era Falerii Veteres, l'attuale Civita Castellana, si sollevarono contro Roma. La rivolta fu schiacciata in tempi rapidissimi. La punizione non fu soltanto militare: i sopravvissuti furono costretti ad abbandonare la loro città, arroccata su uno sperone difendibile fra due forre, e a trasferirsi in una città nuova costruita in pianura, indifendibile per definizione. Falerii Novi nasce così, nel 241 avanti Cristo, come atto politico. Una città punitiva, progettata perché non potesse mai più ribellarsi.
Ecco perché ha le mura più belle e più inutili del Lazio antico: sono monumentali, ma il sito non offre alcun vantaggio topografico. Roma concesse la forma della città e tolse la sostanza della difesa.
Le mura e le porte: la Porta di Giove e la Porta di Bove
Il circuito murario di Falerii Novi disegna un triangolo dagli angoli smussati e misura poco più di due chilometri: le fonti divergono di qualche centinaio di metri sul dato esatto, e chi vuole la cifra precisa la troverà nella cartellonistica dell'area archeologica. Le torri erano diverse decine, e una cinquantina si conservano ancora leggibili. Anche sul numero delle porte le fonti non concordano, ma due restano integre e sono quelle che tutti vengono a vedere.
La Porta di Giove deve il nome al mascherone scolpito sulla chiave dell'arco: quello che vedete in loco è una copia, perché l'originale è conservato al Museo archeologico dell'Agro Falisco, nel Forte Sangallo di Civita Castellana. La Porta di Bove, sul lato sudorientale, prende il nome dalla testa di bue che la decora. Guardate la tecnica costruttiva: blocchi di tufo squadrati, posati a secco, con un arco a conci radiali che è uno degli esempi più puliti di architettura militare romana di età repubblicana rimasti in piedi. Non c'è calce. Non serve.

Il foro, il teatro e l'anfiteatro di Falerii Novi
Gli scavi ottocenteschi riportarono alla luce il foro e il teatro. Fuori dalla cinta, a nord, si riconosce l'anfiteatro, la cui arena misurava circa 55 metri per 33. All'interno del perimetro si leggono ancora i resti di alcune abitazioni e l'andamento delle due strade principali: la città era attraversata longitudinalmente dalla via Amerina e trasversalmente dalla via Cimina, secondo lo schema ortogonale che i Romani applicavano alle fondazioni pianificate. Camminando nel campo si intuisce l'isolato, e con un poco di attenzione si riconoscono i cambi di quota che corrispondono ai muri sepolti.
Il georadar del 2020 e la città che nessuno ha ancora scavato
Nel 2020 una équipe britannica ha condotto su Falerii Novi una campagna di indagini con georadar che ha restituito, senza muovere una zolla, la pianta di moltissimi edifici e monumenti sepolti: isolati, edifici pubblici, condotte. È stato uno dei risultati più discussi dell'archeologia europea di quegli anni, e ha cambiato il modo di guardare questo posto. Quando siete dentro le mura, tenetelo a mente: sotto i vostri piedi c'è una città intera, mappata e non scavata. Chi visita Falerii Novi non vede rovine, vede un coperchio.
La chiesa di Santa Maria in Falleri
Dentro il perimetro delle mura antiche si alza l'edificio verticale meglio conservato dell'area: la chiesa abbaziale cistercense di Santa Maria in Falleri, costruita alla fine del XII secolo da monaci che le fonti dicono provenienti d'oltralpe, e tirata su riutilizzando i blocchi della città romana. È architettura romanica di rigore cistercense, con l'abside che costituisce la parte più singolare dell'insieme. Il portale è opera dei marmorari romani della famiglia dei Cosmati, con i nomi di Lorenzo e Jacopo legati alla tradizione locale: gli stessi artisti operavano in quegli anni a pochi chilometri, nel portico della cattedrale di Civita Castellana, ultimato nel 1210 e firmato dai Cosmati. Il confronto fra i due manufatti è la lezione migliore che si possa fare sul cosmatesco fuori Roma.
La colomba di luce del solstizio
All'alba del giorno più lungo dell'anno, al solstizio d'estate, l'inclinazione dei raggi produce dentro la chiesa un fenomeno che il paese custodisce con orgoglio: la luce attraversa una monofora dell'abside centrale e proietta sulle pareti una figura che sale, e che la devozione locale legge come una colomba. Ogni anno curiosi e visitatori arrivano alle cinque del mattino per vederlo. È un appuntamento vero, con una cornice di pubblico crescente, e va detto che nelle chiese medievali questi allineamenti sono spesso il frutto di un calcolo intenzionale dei costruttori, non di un caso. Se ci andate, arrivate con mezz'ora di anticipo e mettetevi lateralmente rispetto all'asse: dal centro della navata si fotografa peggio.

Le catacombe di San Gratiliano e Santa Felicissima
Nelle vicinanze delle mura, scavate nel tufo, si aprono le catacombe intitolate a San Gratiliano e Santa Felicissima. Sono cimiteri cristiani di età tardoantica, legati alla comunità che continuò a vivere dentro e attorno a Falerii Novi dopo la crisi del mondo romano. Non hanno la monumentalità delle grandi catacombe romane, e l'accesso non è libero: dipende da autorizzazioni e da accompagnamento. Chi le ha viste conferma che il valore è documentario più che spettacolare, ma il fatto stesso che esistano racconta la storia giusta: la città non si spegne con l'impero, si trasforma in un centro cristiano e resiste ancora secoli.
L'abbandono di Falerii Novi
L'insediamento fu abbandonato progressivamente e l'ultima menzione letteraria della città risale al 1064. Attorno all'anno Mille gli abitanti si spostarono verso Civita Castellana, tornando sullo sperone difendibile da cui i loro antenati erano stati cacciati mille trecento anni prima. È la stessa dinamica che segnò tanti centri della Tuscia, dove l'insicurezza altomedievale spinse le popolazioni in alto e al riparo: la si ritrova a Civita di Bagnoregio, a Calcata, a Celleno, a San Michele in Teverina, a Bassano in Teverina. Falerii Novi rimase vuota, e per questo si è conservata.
La via Amerina e la necropoli rupestre
La via Amerina è il secondo tesoro del territorio, e il meno pubblicizzato. Nasce come diramazione della Cassia, collega Nepi ad Ameria, l'odierna Amelia, e taglia in verticale Falerii Novi. Il tratto che attraversa il territorio di Fabrica di Roma conserva ancora il basolato antico, i tagli nel tufo, i ponti. Lungo il percorso si aprono decine di tombe rupestri della necropoli meridionale della città romana: un'area archeologica estesa che copre un arco cronologico ampio, dalla seconda metà del III secolo avanti Cristo alla fine del III dopo Cristo, e che costituisce una delle testimonianze più importanti del territorio anticamente abitato dai Falisci.
Il complesso della necropoli meridionale si sviluppa per circa 1500 metri e si distingue in tre settori, chiamati con i toponimi locali Cava Foce, Tre Ponti e Cavo degli Zucchi. Camminare qui è un'esperienza diversa da qualunque parco archeologico recintato: il basolato è quello vero, le facciate delle tombe sono quelle vere, e non c'è quasi nessuno. La via Amerina ebbe poi una seconda vita nell'alto Medioevo, quando divenne il corridoio bizantino che teneva collegata Roma con Ravenna aggirando i territori longobardi: un pezzo di geopolitica del VII secolo che si percorre a piedi in un pomeriggio.
Il consiglio: fatela in primavera o in autunno, con scarpe da trekking, e portate acqua. D'estate il fondo della forra è umido e pieno di zanzare, d'inverno il basolato bagnato è scivoloso come il ghiaccio. Chi vuole prolungare il percorso trova un ambiente affine nelle vicine forre di Corchiano e nel monumento naturale di Pian Sant'Angelo.
Il periodo falisco nel territorio di Fabrica di Roma
Prima dei Romani, prima dei castelli, prima dei Farnese, questo territorio era falisco. I Falisci erano un popolo dell'Italia centrale linguisticamente affine ai Latini ma culturalmente immerso nel mondo etrusco: scrivevano un alfabeto derivato da quello etrusco, avevano una produzione ceramica di alta qualità e mantennero rapporti commerciali in tutto il Mediterraneo. Il loro paesaggio era quello delle forre, dei pianori di tufo, dei cunicoli scavati per drenare i campi.
Le Molelle, Ponte Sodo e le grotte di Materano
L'origine precisa dell'insediamento nel territorio di Fabrica di Roma resta ignota, ma i resti parlano. In località Le Molelle, a est del paese, sono state riconosciute abitazioni falische che facevano parte con ogni probabilità di un pagus, cioè di un villaggio sparso dipendente dalla città. La galleria di Ponte Sodo, scavata nella roccia, ospitò gruppi falisci in una fase antica; le grotte di Materano sono state interpretate come ripari primitivi, ipotesi da maneggiare con cautela perché fondata su elementi indiziari. A questi si aggiungono i cunicoli sotterranei, che nel territorio falisco non sono mai semplici cavità: sono opere idrauliche, canali di drenaggio e di captazione che permettevano di coltivare pianori altrimenti impraticabili. E poi le tombe, disseminate ovunque, che attestano uno sfruttamento abitativo continuo.
Lo scavo di Monte delle Monache del 1889
Nel 1889 l'archeologo Angiolo Pasqui scavò in località Monte delle Monache e portò alla luce tre tombe a camera, databili fra la fine del V e il IV secolo avanti Cristo. Erano già state depredate, come quasi tutto in questa zona, eppure conservavano vasi a figure rosse, una statua di fauno e vasellame etrusco-campano. Il ritrovamento di maggiore peso, però, è epigrafico: sopra alcune tegole erano incisi i nomi dei defunti, Cauio Latrio, Cauia Hadenia, Staco Leuia. Sono nomi falisci, in lingua falisca, e valgono più di un vaso: restituiscono l'identità di persone reali vissute qui venticinque secoli fa. Dallo stesso ambito proviene un acroterio in terracotta con una Vittoria alata, pezzo di coroplastica che testimonia il livello degli artigiani locali.
Un'osservazione da guida: quando si racconta l'archeologia falisca ai gruppi, il momento in cui l'attenzione cambia è sempre quello dei nomi sulle tegole. Le mura impressionano, i vasi annoiano, i nomi commuovono. Se avete figli che studiano latino, portateli qui e fategli leggere Cauio Latrio: capiranno in trenta secondi che cos'è una lingua italica.
Fabrica di Roma nel Medioevo e nell'età moderna
La storia medievale e moderna di Fabrica di Roma è una lunga contesa fra istituzioni ecclesiastiche e famiglie baronali, ed è documentata con una precisione che molti centri vicini si sognano.
Dal fundus Fabricae ai Di Vico
Il primo documento è del 1093: un certo Ildebrando concesse all'abbazia di Farfa le proprie proprietà, e fra queste compare il fundus Fabricae. Il nome stesso, Fabrica, rimanda a un'officina o a un impianto produttivo di età romana o altomedievale: un toponimo di lavoro, non di aristocrazia. Nel 1177 il paese torna nelle carte dentro la bolla di papa Alessandro III, fra le proprietà dell'abbazia di Sant'Elia sub Pentoma, l'abbazia che oggi si visita a Castel Sant'Elia. Nel 1217 fu donata all'Ospedale di San Tommaso in Formis, e il segnale è chiaro: Fabrica appartenne per gran parte della propria esistenza allo Stato Pontificio, e i suoi padroni furono quasi sempre enti assistenziali romani.
Nel Duecento però la comunità risulta fra le proprietà di Manfredi di Vico, che l'aveva acquistata dall'Ospedale di Santo Spirito, il quale a sua volta la rivendette agli Orsini. Rinaldo e Giordano Orsini la restituirono nel 1367 all'Ospedale di Santo Spirito in Saxia. Otto anni più tardi Francesco di Vico, prefetto di Roma, si ribellò alla Chiesa e si impadronì di alcuni castelli del Patrimonio di San Pietro, Fabrica compresa: la parentesi durò due anni e nel 1377 i Di Vico dovettero restituire tutto. La famiglia non si rassegnò. Nel 1431 Giacomo di Vico, alleato con Antonio Colonna, mosse contro l'esercito papale e fu sconfitto. Da quel momento il castello di Fabrica rimase amministrato dall'Ospedale di Santo Spirito fino al 1536.
I Farnese, il Ducato di Castro e la caduta
Dopo la breve enfiteusi di Lucrezia Della Rovere, nel 1539 il castello fu venduto a Pier Luigi Farnese insieme alla tenuta di Falleri, ed entrò nel Ducato di Castro e Ronciglione. Sono gli anni in cui la famiglia, portata al vertice dall'elezione di Paolo III, costruisce nel Lazio settentrionale un vero stato personale, con capitale a Castro e con il palazzo di Caprarola come manifesto architettonico. Fabrica di Roma fu una tessera di quel disegno: al cardinale Alessandro Farnese la tradizione attribuisce la torre del centro storico. Il rapporto fra il paese e la famiglia si chiuse nel 1649, con la sconfitta definitiva dei Farnese da parte di papa Innocenzo X e la distruzione di Castro. La guerra di Castro è uno degli episodi più feroci della storia dello Stato della Chiesa, e i suoi effetti si leggono ancora nel patrimonio edilizio di tutta la zona.
I Cencelli, i francesi e l'Unità d'Italia
Nel 1756 Fabrica fu venduta a Stefano e Leopoldo Cencelli. Furono loro, e più ancora i loro discendenti, a restaurare e ad abbellire il paese, lasciando il palazzo e il giardino che si vedono oggi. Fra il 1798 e il 1799 il territorio entrò nell'orbita francese con l'esperienza repubblicana, e dal 1809 al 1814 fu sotto il dominio napoleonico. Dopo il Congresso di Vienna tornò sotto l'influenza della Chiesa e le sue vicende rimasero legate a essa fino all'Unità d'Italia, che qui produsse dimostrazioni pubbliche di adesione tutt'altro che tiepide: nei paesi del Patrimonio l'idea unitaria trovò più consenso di quanto la storiografia clericale abbia poi raccontato.
Perché si chiama Fabrica di Roma
Ecco la domanda che tutti fanno appena leggono il cartello stradale. Il nome ufficiale nasce nel 1873, quando alla denominazione Fabrica fu aggiunta la specificazione di Roma: il comune divenne allora Fabrica di Roma, provincia di Roma, circondario di Viterbo. Non è quindi un vezzo turistico né un richiamo alla capitale a fini di marketing: è l'esito di una riorganizzazione amministrativa postunitaria, che serviva anche a distinguere il paese dalle numerose altre Fabbriche e Fabriche del Regno. Con l'istituzione della provincia di Viterbo, nel 1927, Fabrica passò sotto Viterbo, ma il nome era ormai fissato ed è rimasto. Un comune viterbese che si chiama di Roma: il Lazio è pieno di queste eredità burocratiche, e questa è la più elegante.

Tradizioni, feste e sagre a Fabrica di Roma
Il calendario delle manifestazioni si concentra fra l'estate e il primo autunno, ed è uno dei più fitti della zona in rapporto alla popolazione.
La Sagra del Fagiolo Carne
Il fagiolo carne è il prodotto identitario della tradizione contadina locale: un legume autoctono, dal colore che ricorda la carne cruda, coltivato nei terreni vulcanici attorno al paese. Ogni anno, a inizio settembre, buongustai, curiosi ed estimatori si ritrovano nel parco adiacente al borgo per la sagra dedicata, con i piatti tradizionali a base di questo legume: zuppe, minestre con la pasta corta, il fagiolo condito semplicemente con olio nuovo e pepe. Le date cambiano di anno in anno e vengono pubblicate sul sito del Comune, che pubblica anche il programma completo delle serate.
Opinione personale, e non tutti la condivideranno: fra le sagre della Tuscia questa è una delle poche in cui il prodotto è davvero locale e non comprato all'ingrosso. Andateci la sera del sabato, non la domenica a pranzo, quando le file diventano lunghe e il servizio va in affanno.
I santi patroni Matteo e Giustino
Fabrica di Roma festeggia i propri patroni, san Matteo e san Giustino, verso la fine di settembre, con processione solenne, fuochi d'artificio, musica, cabaret ed enogastronomia. Le reliquie di san Giustino Martire si conservano sotto l'altare centrale della collegiata di San Silvestro, e la doppia intitolazione racconta una stratificazione devozionale: l'evangelista da un lato, il martire le cui reliquie arrivarono in paese dall'altro. Le date e il programma vanno letti sul sito del Comune, perché il calendario si adatta ogni anno ai giorni della settimana.
Le altre manifestazioni dell'anno
Nel corso dell'anno il paese ospita altri appuntamenti consolidati: la Sagra della Pecora in luglio, la Festa della Birra in agosto, la rassegna teatrale Fabrica Festival che copre la stagione fredda fra novembre e aprile, e il cartellone estivo di Fabrica Estate, che comprende una rassegna cinematografica all'aperto conosciuta come Fabrica Summer Movie. È un modello che funziona: proiezioni e teatro tengono viva la piazza anche quando i turisti non ci sono, e questo si sente nella qualità della vita del borgo.
A tavola a Fabrica di Roma
Fabrica di Roma e i suoi immediati dintorni offrono osterie, trattorie e ristoranti con una cucina che pesca a piene mani nella tradizione della Tuscia e in quella romana. Oltre al fagiolo carne, che è il piatto bandiera, sulle tavole locali compaiono i mustaccioli con olive e zucca, i frittelloni, i panzerotti alla romana, le penne all'arrabbiata e, nel periodo di san Giuseppe, i bignè fritti. È una cucina di pasta e legumi, povera nell'origine e sostanziosa nel risultato, che si accompagna ai vini dei Colli Cimini e ai rossi della zona di Vignanello.
Il consiglio è di prenotare, anche in bassa stagione e anche di sabato a pranzo: i locali sono pochi, la clientela è in buona parte locale e nei fine settimana di sagra si riempiono. Chi viaggia con un gruppo organizzato deve muoversi con anticipo di settimane, perché la capienza delle sale qui si misura in decine di coperti, non in centinaia. Per l'organizzazione di visite accompagnate e di servizi per gruppi nella Tuscia conviene appoggiarsi a professionisti abilitati: la rete di accompagnatori turistici di TourLeaderPro lavora su tutto il Lazio settentrionale.
Natura intorno a Fabrica di Roma: Cimini, Vico e valle del Treja
Chi arriva qui per le pietre resta per i boschi. Il territorio comunale è un ottimo campo base per tre ambienti naturali diversi, raggiungibili tutti in meno di mezz'ora d'auto.
Il Parco dei Cedri e l'urban trekking a Fabrica di Roma
Il Parco dei Cedri è l'area verde attrezzata del paese, il luogo dove si svolgono le manifestazioni e dove i fabrichesi passano i pomeriggi. Da lì partono i percorsi di urban trekking che collegano il borgo alla campagna circostante, seguendo le strade bianche e i sentieri che scendono verso le forre. Sono itinerari brevi, adatti anche a chi non ha allenamento, e si combinano bene con un giro in mountain bike sul reticolo di carrarecce che circonda il paese. È il modo giusto di passare la mattina prima di scendere a Falerii Novi nel pomeriggio, quando la luce radente disegna meglio le mura.
I monti Cimini e il lago di Vico
I monti Cimini sono un insieme di rilievi di origine vulcanica che formano la corona perimetrale di due sistemi vulcanici. La cima maggiore è il monte Cimino, 1053 metri, nel comune di Soriano nel Cimino, con la sua faggeta plurisecolare. Il lago di Vico occupa la caldera dominata dal monte Venere ed è il lago vulcanico meglio conservato del Lazio, circondato da una riserva naturale e da versanti coltivati a nocciolo. Per gli antichi questa era la Selva Cimina, una barriera boscosa che l'esercito romano attraversò con timore prima di scendere in Etruria: leggere le mura di Falerii Novi al mattino e salire ai castagneti del Cimino al pomeriggio significa percorrere, in una giornata, la stessa geografia militare del IV secolo avanti Cristo.
Il Parco Valle del Treja e le cascate di Monte Gelato
A sud, verso Roma, si apre il Parco regionale Valle del Treja, istituito nel 1982 con legge regionale, esteso su circa 628 ettari nei comuni di Calcata, in provincia di Viterbo, e Mazzano Romano, in provincia di Roma. Gli uffici del parco si trovano nel centro storico di Calcata. Il fiume Treja forma qui le cascate di Monte Gelato, in corrispondenza di un antico mulino ad acqua: un luogo che il cinema italiano ha usato decine di volte come set e che d'estate attira moltissime persone. Una precisazione che evita multe e discussioni: il Treja, come tutti i fiumi italiani, non è balneabile per legge. La vegetazione del parco comprende leccio, orniello, fillirea e corbezzolo; fra gli animali si incontrano volpi, tassi, istrici e rapaci come nibbi, gheppi e poiane. L'area è percorribile a piedi e a cavallo su sentieri segnalati, e lungo il sentiero 004 si trova la Fontana Salsa, utile per rifornirsi d'acqua.
Cosa vedere intorno a Fabrica di Roma in mezz'ora d'auto
Questo è forse il vantaggio competitivo maggiore di Fabrica di Roma: la densità di cose notevoli nel raggio di venti chilometri è altissima. Civita Castellana conserva il Forte Sangallo, dentro cui si visita il Museo archeologico dell'Agro Falisco, istituito nel 1977, con i materiali di Falerii Veteres, delle necropoli e dei santuari, fra cui quello di Giunone Curite; e conserva il duomo con il portico cosmatesco ultimato nel 1210. Nepi ha la rocca e l'acquedotto; Sutri l'anfiteatro scavato nel tufo e il mitreo; Castel Sant'Elia la basilica romanica affrescata sul ciglio della forra; Faleria e Calcata il paesaggio dei borghi su speroni; Caprarola il palazzo Farnese pentagonale; Ronciglione il borgo medievale e il carnevale storico. Poco più lontano ci sono Viterbo con il quartiere di San Pellegrino e le terme, e i laghi di Bracciano con i paesi di Trevignano Romano e Anguillara Sabazia.
Se avete una sola giornata e volete costruire un itinerario che regga, l'ordine giusto è questo: mattina a Falerii Novi con la via Amerina, pranzo a Fabrica di Roma, pomeriggio nel centro storico e alla collegiata, tramonto sul lago di Vico. Chi ha due giorni aggiunge Civita Castellana e Caprarola. Chi ne ha tre scende sul Treja. Per chi organizza il viaggio in inglese, la panoramica delle escursioni giornaliere è nella guida di ItalyPlanner sui day trips.
Una curiosità su Fabrica di Roma (VT)
La curiosità più solida di questo territorio non riguarda il borgo, ma quello che c'è sotto i campi tre chilometri più in là. Nel 2020 un gruppo di ricerca britannico ha passato Falerii Novi con il georadar, una tecnica che manda impulsi elettromagnetici nel terreno e restituisce una mappa di ciò che riflette. Il risultato è stato una delle piante urbane più complete mai ottenute senza scavare: isolati, edifici pubblici, un complesso monumentale, condotte idriche. Una città romana intera, letta come si legge una lastra radiografica.
La ragione per cui questo è stato possibile proprio qui è la stessa che rende Falerii Novi un unicum: dopo l'abbandono, attorno all'anno Mille, sopra quelle rovine non è stato costruito quasi nulla. Non c'è un paese medievale sopra, non c'è una periferia industriale, non ci sono fondazioni moderne che disturbano il segnale. Ci sono campi arati, che nei secoli hanno spostato la terra di superficie senza toccare le strutture sepolte.
Il paradosso vale la pena di essere detto per intero: Falerii Novi si è conservata perché era una città fallita. Fondata per punizione, priva di difese naturali, senza un motivo economico forte per esistere, fu abbandonata presto e dimenticata a lungo. La sua sconfitta storica è diventata la sua fortuna archeologica. Quando visitate Fabrica di Roma (VT) e vi affacciate sui campi dentro le mura, quello che vedete non è un prato: è l'unico grande sito urbano romano del Lazio che possiamo ancora studiare da capo, con strumenti che nel 1889 nessuno immaginava. E che, per la maggior parte, nessuno ha ancora toccato.
Una cosa che non ti dice nessuno su Fabrica di Roma (VT)
Che il nome del paese è un equivoco cartografico che dura da centocinquant'anni, e che la gente continua a cadere nell'inganno. Fabrica di Roma è in provincia di Viterbo, dista dalla capitale un'ora abbondante e non ha mai avuto un ruolo particolare nella storia romana in senso stretto. Il di Roma fu aggiunto nel 1873, quando il comune ricadeva davvero nella provincia di Roma pur essendo nel circondario di Viterbo: era una precisazione amministrativa, utile a distinguerlo dalle molte altre Fabrica, Fabbrica e Fabbriche sparse nel Regno appena unificato. Nel 1927, con la creazione della provincia di Viterbo, il comune cambiò provincia. Il nome no.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda le due stazioni ferroviarie. Fabrica di Roma ne ha avute due: una sulla Roma-Civita Castellana-Viterbo, ancora in servizio, e una sulla ferrovia Orte-Capranica-Civitavecchia, senza traffico passeggeri dal 1995. Le due sono unite da un raccordo per i treni merci. Per un comune di queste dimensioni è una dotazione infrastrutturale sproporzionata, ed è l'eredità di un momento, fra Otto e Novecento, in cui questo nodo contava nei piani di collegamento fra il Tirreno e la valle del Tevere. Chi guarda soltanto il borgo non se ne accorge; chi guarda la mappa capisce perché qui esiste un tessuto artigianale e industriale che in altri paesi della Tuscia manca.
La terza, la più concreta: la porta di Giove che fotografate a Falerii Novi non ha il volto antico. L'originale è al Museo archeologico dell'Agro Falisco, nel Forte Sangallo di Civita Castellana. Quella in loco è una copia, e nessun cartello ve lo grida in faccia. Se il mascherone vi interessa davvero, il museo è a dieci minuti d'auto, dentro il Forte Sangallo, e conserva anche il resto dei materiali falisci.
Il consiglio che ti do per visitare Fabrica di Roma (VT)
Il consiglio è uno solo e va contro l'istinto di chiunque arrivi qui: non cominciate dal borgo. Cominciate da Falerii Novi, e cominciate presto. La ragione è la luce. Le mura di tufo, a mezzogiorno, diventano una superficie piatta e grigia in cui non si legge più nulla; al mattino presto, con il sole basso, i blocchi si staccano uno dall'altro, le torri proiettano ombre lunghe sul prato e il perimetro si capisce a colpo d'occhio. Lo stesso vale, al contrario, per il tardo pomeriggio.
Il secondo pezzo del consiglio riguarda le scarpe e il calendario. Falerii Novi e la via Amerina sono campagna vera: erba alta in primavera, fango in inverno, zanzare nelle forre d'estate. Le stagioni giuste sono aprile, maggio, settembre e ottobre. In luglio e agosto l'area archeologica è priva d'ombra e diventa punitiva dopo le dieci del mattino; in quel caso invertite tutto, borgo e collegiata al mattino, mura al tramonto.
Terzo: telefonate prima. Per Falerii Novi, per Santa Maria in Falleri, per le catacombe e per il giardino di palazzo Cencelli le modalità di accesso non sono standardizzate come in un museo statale e dipendono da custodi, da associazioni locali e da autorizzazioni. Il numero del Comune di Fabrica di Roma, 0761 569001, risolve in una telefonata quello che un'ora di ricerca in rete lascia irrisolto.
Quarto, e vale come metodo generale per la Tuscia: non fate più di due paesi al giorno. Il paesaggio qui è fatto di distanze brevi ma di strade lente, e la tentazione di infilare Fabrica di Roma (VT), Civita Castellana, Nepi, Sutri e Caprarola in una giornata produce sempre lo stesso risultato, cioè cinque parcheggi e nessun ricordo. Due luoghi, fatti bene, con un pranzo lungo in mezzo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il portale della chiesa di Santa Maria in Falleri è opera dei Cosmati, e che i Cosmati non sono un artista ma un mestiere di famiglia. Il termine indica una serie di botteghe di marmorari romani attive fra il XII e il XIV secolo, imparentate fra loro, che firmavano le proprie opere con nomi che si ripetono di generazione in generazione: Lorenzo, Jacopo, Cosma, Giovanni. La loro tecnica consisteva nel tagliare il marmo antico, recuperato dalle rovine di Roma, in tessere geometriche e nel comporlo in tarsie policrome: dischi di porfido rosso e di serpentino verde incorniciati da nastri di marmo bianco.
Il fatto poco citato è la logica economica di questo lavoro. I Cosmati non compravano marmo nuovo: segavano colonne romane. Il porfido rosso non si estraeva più dal deserto orientale dell'Egitto dal V secolo, e ogni disco che vedete in un pavimento cosmatesco è una fetta di una colonna imperiale. Costruire un portale così, nel Duecento, significava letteralmente riciclare l'impero. A Santa Maria in Falleri questo processo si vede due volte: la chiesa intera è tirata su con i blocchi di Falerii Novi, e il suo portale è tarsiato con marmi antichi. Un edificio fatto di città morta.
La stessa bottega, negli stessi anni, lavorava a pochi chilometri: il portico della cattedrale di Civita Castellana, ultimato nel 1210, porta le firme di Iacopo di Lorenzo e Lorenzo di Cosma. Chi visita Fabrica di Roma (VT) e poi scende a Civita Castellana ha in mano il confronto migliore che il Lazio offra fra un cantiere cosmatesco di prestigio e uno di provincia: stessa grammatica, budget diversi. La differenza fra i due si misura in quantità di porfido, e il porfido era il materiale più caro sul mercato.
La foto giusta da fare a Fabrica di Roma (VT)
La fotografia che tutti scattano è la Porta di Giove frontale, con l'arco al centro dell'inquadratura. È una fotografia corretta e inutile: ne esistono migliaia identiche, e non racconta niente di quel luogo. La fotografia giusta è un'altra, e va costruita.
Mettetevi fuori dalle mura, sul lato lungo, a una cinquantina di metri dal circuito, e inquadrate le mura di taglio, con la linea delle torri che fugge in prospettiva verso destra o verso sinistra. Fatelo a sole basso, con l'erba in primo piano. Quella fotografia restituisce l'unica cosa che conta di Falerii Novi, cioè la lunghezza: due chilometri di cinta romana che escono da un campo e ci rientrano, senza una casa, senza un palo, senza un capannone. È un'immagine che nel Lazio si può fare soltanto qui.
La seconda fotografia da portare a casa è dentro la chiesa di Santa Maria in Falleri, e richiede pazienza: l'abside con la luce che entra dalla monofora. Chi ci va all'alba del solstizio d'estate vede il fenomeno della colomba di luce e fotografa qualcosa di irripetibile, ma bisogna arrivare alle cinque del mattino, mettersi lateralmente all'asse della navata e usare un obiettivo luminoso senza flash: il lampo distrugge esattamente ciò che siete venuti a riprendere.
La terza è nel borgo, e la trovate soltanto girando attorno al centro storico sulla strada bassa: il profilo di Fabrica di Roma (VT) con la torre, il castello e le case aggrappate al banco di tufo. Al tramonto la pietra vulcanica vira sul rosa. Chi fotografa il paese soltanto dall'interno dei vicoli torna a casa con inquadrature strette e senza contesto, e si perde la ragione geologica per cui il borgo esiste in quel punto preciso.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo, e il più grave, è del 241 avanti Cristo. Alla fine della prima guerra punica i Falisci si sollevano contro Roma e vengono schiacciati in pochissimo tempo. La conseguenza è la deportazione: la popolazione superstite lascia la città sullo sperone e viene ricollocata in pianura, in una città nuova costruita dai vincitori. Fu uno degli atti di ingegneria politica più duri della storia della conquista romana dell'Italia centrale, e produsse Falerii Novi.
Il secondo, mille e trecento anni dopo, è lo svuotamento. Attorno all'anno Mille gli abitanti di Falerii Novi risalgono a Civita Castellana, tornando sulla rupe da cui erano stati cacciati i loro antenati. L'ultima menzione letteraria della città romana è del 1064. La stessa dinamica, negli stessi decenni, produce i borghi arroccati che oggi chiamiamo caratteristici: l'incastellamento non fu una scelta estetica, fu paura.
Il terzo avvenimento è la fondazione documentata del paese: nel 1093 un certo Ildebrando concede all'abbazia di Farfa le proprie proprietà, e nell'elenco compare il fundus Fabricae. È la prima volta che il nome di questo luogo entra in un documento.
Il quarto è la ribellione dei Di Vico. Nel 1375 Francesco di Vico, prefetto di Roma, si impadronisce di alcuni castelli del Patrimonio di San Pietro, fra cui Fabrica; nel 1377 deve restituirli. Nel 1431 Giacomo di Vico, alleato con Antonio Colonna, muove contro l'esercito papale e viene sconfitto. È la fine di una delle grandi famiglie baronali della Tuscia, e la ragione per cui Fabrica finisce sotto l'amministrazione dell'Ospedale di Santo Spirito.
Il quinto è il 1539: Pier Luigi Farnese compra il castello e la tenuta di Falleri e li annette al Ducato di Castro. Il paese entra nello stato personale della famiglia più potente del secolo. Il rapporto finisce nel 1649, quando papa Innocenzo X piega definitivamente i Farnese e rade al suolo Castro: la guerra di Castro segna la fine dell'autonomia baronale in tutto il Lazio settentrionale.
Il sesto è il 1756, l'acquisto da parte di Stefano e Leopoldo Cencelli, cioè l'inizio della fase che ha dato al borgo la sua faccia attuale, con il palazzo e il giardino. Il settimo è la parentesi francese fra il 1798 e il 1814, con la repubblica prima e il dominio napoleonico poi. L'ottavo è il 1873, l'anno in cui il paese diventa ufficialmente Fabrica di Roma. Il nono è il 1927, l'anno in cui passa dalla provincia di Roma a quella di Viterbo. Il decimo è il 2020, l'anno in cui il georadar ha restituito la pianta della città sepolta: la storia di questo territorio, evidentemente, non ha ancora finito di essere scritta.
Chi è passato da Fabrica di Roma (VT)
Il primo nome è quello di Pier Luigi Farnese, figlio di papa Paolo III e primo duca di Castro, che nel 1539 comprò il castello e la tenuta di Falleri: fu lui a ristrutturare la rocca e a inserire il paese nel proprio ducato. Il secondo è il cardinale Alessandro Farnese, nipote del papa, il committente che a Caprarola fece costruire il palazzo pentagonale e al quale la tradizione locale attribuisce la torre del centro storico di Fabrica.
Poi c'è Lucrezia Della Rovere, vedova Colonna, che nel 1536 ottenne il castello in enfiteusi e in due soli anni fece costruire un palazzo di famiglia appena fuori le mura. Alla sua casata si lega la memoria locale del passaggio di papa Giulio II, il pontefice di Michelangelo e di Bramante: la notizia appartiene alla tradizione del paese e non a un documento, e come tale va riferita, ma il palazzo Della Rovere esisteva davvero e la famiglia era di casa in questa zona.
Fra le famiglie baronali passarono di qui gli Orsini, con Rinaldo e Giordano che nel 1367 restituirono Fabrica all'Ospedale di Santo Spirito in Saxia, e i Di Vico, la dinastia dei prefetti di Roma, con Manfredi, Francesco e Giacomo. Nel 1177 il nome del paese compare in un atto di papa Alessandro III, il pontefice della Lega Lombarda e della pace di Venezia con Federico Barbarossa.
Sul versante artistico i nomi sono due gruppi. I marmorari Cosmati, con Lorenzo e Jacopo, lavorarono al portale di Santa Maria in Falleri e negli stessi anni al portico della cattedrale di Civita Castellana. I fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani, pittori veronesi attivi soprattutto in Sabina fino agli anni Sessanta del Cinquecento, dipinsero il ciclo cristologico della collegiata di San Silvestro: le stesse mani che firmarono il Giudizio Universale di Casperia nel 1561.
In età moderna il nome che pesa è quello dei Cencelli, Stefano e Leopoldo prima, i loro discendenti poi, e nel Novecento quello della contessa Lia Mariani Bianchi-Ninni, che restaurò integralmente il castello. Infine, nel 1889, l'archeologo Angiolo Pasqui scavò a Monte delle Monache le tombe a camera che restituirono i nomi falisci di Cauio Latrio, Cauia Hadenia e Staco Leuia: tre persone di venticinque secoli fa, che di questo elenco sono forse i personaggi più importanti.
Fabrica di Roma con i bambini, in famiglia e con poca mobilità
Falerii Novi è uno dei rari siti archeologici che funziona davvero con i bambini, perché è un prato con dei muri enormi intorno: si cammina, si corre, non ci sono transenne ogni tre metri e la scala del monumento si capisce con il corpo prima che con la testa. Il centro storico di Fabrica di Roma, invece, è il contrario: rampe, gradini, basolato sconnesso, e con il passeggino diventa faticoso. Chi ha problemi di deambulazione può comunque vedere molto restando in basso, perché la collegiata di San Silvestro e il Parco dei Cedri sono raggiungibili senza affrontare le salite del borgo alto. Per l'accessibilità della chiesa di Santa Maria in Falleri e dell'area archeologica conviene chiedere direttamente al Comune, perché il fondo è naturale e cambia con la stagione.
Quando andare a Fabrica di Roma (e quando evitarla)
La stagione migliore va da metà aprile a fine maggio e da metà settembre a fine ottobre. Aprile e maggio danno la campagna in fiore e le mura leggibili; settembre e ottobre danno le sagre, la vendemmia, il fogliame dei castagneti cimini. Luglio e agosto sono duri: l'area archeologica non ha ombra e le temperature nella pianura falisca superano regolarmente i trentacinque gradi. L'inverno è una scelta legittima per chi ama i luoghi vuoti, ma la via Amerina con il basolato bagnato è pericolosa e molte attività riducono gli orari. Il fine settimana della Sagra del Fagiolo Carne, a inizio settembre, e quello dei patroni, a fine settembre, sono i due momenti di maggiore affollamento: bellissimi da vivere, complicati per chi cerca tranquillità.
Domande veloci su Fabrica di Roma (VT)
Dove si trova esattamente Fabrica di Roma?
In provincia di Viterbo, alle falde meridionali dei monti Cimini, non lontano dal lago di Vico, fra Civita Castellana e Vignanello. La sede comunale è in via A. Cencelli 20, CAP 01034.
Quanto dista Fabrica di Roma da Roma?
Circa un'ora d'auto dal Grande Raccordo Anulare, con la Flaminia e la superstrada verso Civita Castellana. In treno il collegamento è la ferrovia Roma-Civita Castellana-Viterbo, con capolinea romano a piazzale Flaminio: il percorso completo della linea fino a Viterbo richiede circa tre ore, quindi mettete in conto tempi più lunghi rispetto all'auto.
Si arriva a Fabrica di Roma senza automobile?
Sì, con il treno della Roma-Civita Castellana-Viterbo, gestita da ASTRAL per l'infrastruttura e da Cotral per l'esercizio. Il paese si gira poi a piedi. Per raggiungere Falerii Novi, però, l'auto o la bicicletta restano quasi indispensabili, perché l'area archeologica è fuori dall'abitato, verso Civita Castellana.
Quanto costa visitare Fabrica di Roma?
Il borgo e le sue vie sono liberamente accessibili e gratuiti. Per l'area archeologica di Falerii Novi, per la chiesa di Santa Maria in Falleri e per le catacombe le condizioni di accesso e gli eventuali contributi vanno chiesti al Comune, telefono 0761 569001, perché non sono uniformi durante l'anno.
Quanto tempo serve per visitare Fabrica di Roma?
Il centro storico si percorre in un'ora abbondante, con la collegiata due. Aggiungendo Falerii Novi e un tratto della via Amerina si arriva comodamente a una giornata intera. Con una mezza giornata sola, scegliete Falerii Novi.
Perché si chiama Fabrica di Roma se è in provincia di Viterbo?
Perché la specificazione di Roma fu aggiunta nel 1873, quando il comune apparteneva alla provincia di Roma pur ricadendo nel circondario di Viterbo. Nel 1927, con la nascita della provincia di Viterbo, cambiò provincia ma non nome.
Che cos'è Falerii Novi?
È la città romana fondata nel 241 avanti Cristo dopo la rivolta dei Falisci, per ricollocare in pianura la popolazione di Falerii Veteres, l'attuale Civita Castellana. Ricade nel territorio comunale di Fabrica di Roma e conserva quasi per intero il proprio circuito murario.
Le mura di Falerii Novi si possono visitare liberamente?
Il perimetro esterno è percorribile lungo strade e sentieri di campagna; per l'accesso all'interno dell'area e alla chiesa di Santa Maria in Falleri le modalità cambiano nel corso dell'anno e vanno verificate con il Comune prima di partire.
Quanto sono lunghe le mura di Falerii Novi?
Il circuito misura poco più di due chilometri, con un tracciato di forma grosso modo triangolare. Le fonti divergono di qualche centinaio di metri sul dato esatto; le torri superstiti leggibili sono una cinquantina.
Che cos'è la Porta di Giove?
È una delle due porte integre di Falerii Novi, così chiamata per il mascherone scolpito sull'arco. Quello visibile in loco è una copia: l'originale è conservato al Museo archeologico dell'Agro Falisco, nel Forte Sangallo di Civita Castellana.
Che cos'è la colomba di luce di Santa Maria in Falleri?
All'alba del solstizio d'estate i raggi del sole attraversano una monofora dell'abside centrale e proiettano sulle pareti una figura ascendente, che la devozione locale riconosce come una colomba. È un appuntamento annuale che richiama visitatori alle cinque del mattino.
Che cos'è la via Amerina?
Una strada romana che collegava Nepi ad Ameria, l'odierna Amelia, attraversando Falerii Novi. Nel territorio di Fabrica di Roma se ne conservano il basolato, i tagli nel tufo e la necropoli rupestre meridionale, estesa per circa 1500 metri su tre settori.
Chi ha dipinto gli affreschi della collegiata di San Silvestro?
L'ampio ciclo absidale con l'Ultima Cena, la Crocifissione, la Flagellazione e il Paradiso è attribuito ai fratelli veronesi Lorenzo e Bartolomeo Torresani, pittori del Cinquecento attivi soprattutto in Sabina e nel Lazio settentrionale.
Si può visitare il giardino di palazzo Cencelli?
Il giardino storico, con la fontana dello stemma, le siepi di bosso e i reperti archeologici, appartiene a una proprietà privata: l'accesso dipende dalla disponibilità di chi lo gestisce e va concordato in anticipo, chiedendo indicazioni al Comune.
Quando si svolge la Sagra del Fagiolo Carne?
A inizio settembre, nel parco adiacente al borgo. Le date precise cambiano ogni anno e vengono pubblicate insieme al programma sul sito del Comune di Fabrica di Roma.
Chi sono i santi patroni di Fabrica di Roma?
San Matteo e san Giustino, festeggiati verso la fine di settembre con processione solenne, fuochi d'artificio e un programma di musica e gastronomia. Le reliquie di san Giustino Martire si conservano sotto l'altare maggiore della collegiata.
Fabrica di Roma è adatta ai bambini?
Molto, se si punta su Falerii Novi e sul Parco dei Cedri, dove si cammina all'aperto senza vincoli. Il borgo alto, con le sue rampe e il basolato irregolare, è meno comodo con i passeggini.
Che cosa si mangia a Fabrica di Roma?
Il piatto identitario è il fagiolo carne, legume autoctono servito in zuppa o condito con olio. Nelle osterie della zona compaiono anche i mustaccioli con olive e zucca, i frittelloni, i panzerotti alla romana, le penne all'arrabbiata e, in marzo, i bignè di San Giuseppe.
Che cosa si può vedere nei dintorni di Fabrica di Roma?
Nel raggio di mezz'ora d'auto: Civita Castellana con il Forte Sangallo e il duomo cosmatesco, Nepi, Sutri, Castel Sant'Elia, Faleria, Calcata, Caprarola, Ronciglione, il lago di Vico e le forre di Corchiano. Poco oltre, Viterbo e il lago di Bracciano.
Ci sono percorsi a piedi o in bicicletta a Fabrica di Roma?
Sì. Dal Parco dei Cedri partono itinerari di urban trekking verso la campagna, e il reticolo di strade bianche attorno al paese è adatto alla mountain bike. La via Amerina è il percorso a piedi più interessante del territorio.
Le cascate di Monte Gelato sono vicine a Fabrica di Roma?
Si trovano nel Parco regionale Valle del Treja, verso Roma, a una manciata di chilometri passando per Faleria e Calcata. Il parco è stato istituito nel 1982 e si estende su circa 628 ettari; il fiume Treja, per legge, non è balneabile.
Qual è il periodo migliore per visitare Fabrica di Roma?
Primavera e inizio autunno. In luglio e agosto l'area archeologica di Falerii Novi resta senza ombra e diventa faticosa già a metà mattina; in inverno il basolato bagnato della via Amerina è scivoloso.
Fabrica di Roma vale una gita di un giorno da Roma?
Sì, a una condizione: che si accetti di dedicare la mattina a Falerii Novi e non si pretenda di aggiungere altri tre paesi nel pomeriggio. Chi organizza il viaggio in inglese trova un inquadramento generale delle attrazioni della capitale nella guida di ItalyPlanner su Roma, utile per capire che cosa lasciare in città e che cosa cercare fuori.
Si possono organizzare visite guidate a Fabrica di Roma e a Falerii Novi?
Sì, rivolgendosi a guide e accompagnatori abilitati per il territorio della Tuscia: per gruppi e viaggi organizzati, i servizi professionali sono coordinati da TourLeaderPro, che opera su Roma e sul Lazio.
Ci sono altre città romane conservate così bene nel Lazio?
Poche, e nessuna con un perimetro murario continuo come questo in aperta campagna. È proprio l'assenza di costruzioni successive a rendere Falerii Novi un caso raro, e a permettere alle indagini geofisiche di restituire la pianta della città sepolta.
La mia conclusione su Fabrica di Roma
Ho accompagnato gruppi in mezza Tuscia e continuo a pensare che Falerii Novi sia il sito più sottovalutato del Lazio, e Fabrica di Roma il paese che ha la fortuna e la responsabilità di custodirlo. Qui non c'è il colpo d'occhio di Civita di Bagnoregio né la scenografia di Caprarola: c'è qualcosa di più raro, cioè un pezzo di antichità che non è stato consumato dal turismo e che si può ancora attraversare in silenzio. Se avete una giornata libera e la voglia di camminare, andateci in aprile, all'alba, con le scarpe giuste e senza fretta. Poi salite in paese, cercate l'abside della collegiata e restate cinque minuti davanti alla Flagellazione dei Torresani. È provincia, sì. Ma è la provincia che ha inventato l'Italia.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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