Faleria (VT)

Faleria è un comune di poco più di duemila abitanti in provincia di Viterbo, all'estremità meridionale della provincia, dove le campagne dell'agro romano settentrionale sfumano nella Tuscia. Il municipio è in piazza Giuseppe Garibaldi 1, codice di avviamento postale 01030, centralino 0761 58981, posta elettronica certificata protocollo@pec.comunedifaleria.it. Il paese occupa una rupe di tufo triangolare alla confluenza del fosso Mola con il fiume Treja, e confina con sei comuni: Calcata, Castel Sant'Elia, Civita Castellana, Mazzano Romano, Rignano Flaminio e Sant'Oreste. Da Roma si arriva in un'ora scarsa. Il borgo si visita liberamente e gratuitamente: non ci sono biglietterie, tornelli né orari, perché il centro storico è un abitato vivo e non un museo recintato. Il castello degli Anguillara, che domina la piazza, si guarda dall'esterno: è proprietà privata e non è visitabile all'interno, salvo aperture straordinarie che il Comune annuncia sul proprio sito. La chiesa di San Giuliano segue gli orari delle funzioni parrocchiali, quindi conviene programmare la visita a ridosso della messa festiva o telefonare in municipio nei giorni feriali. Le rovine di Castel Paterno, cinque chilometri fuori dall'abitato, sono in campagna aperta, senza custodia e senza illuminazione: si raggiungono a piedi con scarpe chiuse e non dopo il tramonto.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Chi arriva qui in genere sta facendo un giro più largo nella Valle del Treja e nella bassa provincia di Viterbo, e fa bene: Faleria da sola vale una mattinata piena, non una giornata intera. Il modo giusto di usarla è incastrarla fra Calcata e Civita Castellana, oppure farne la base tranquilla e a buon mercato per battere tutta la zona delle forre.

Come arrivare a Faleria (VT) da Roma

In automobile la via più semplice è la Flaminia. Si esce da Roma a nord, si prende la strada statale 3 Flaminia oppure il raccordo autostradale che la affianca fino all'altezza di Rignano Flaminio, poi si abbandona la direttrice principale e si taglia verso ovest sulla provinciale 79 Calcatese, che collega Faleria a Calcata e prosegue verso Mazzano Romano. Il conto è di circa quaranta chilometri in linea d'aria dal centro di Roma e di poco meno di sessanta di percorso reale, che si traducono in cinquanta o sessanta minuti se si parte fuori dalle ore di punta. L'alternativa è la Cassia fino a Campagnano e poi la discesa nella valle: più lenta, più bella, consigliabile solo al ritorno.

Un avvertimento pratico che vale più di qualunque descrizione paesaggistica: la provinciale 79 corre lungo la valle e attraversa il fosso Mola con un ponte che negli ultimi tempi è stato interessato da un cantiere con senso unico alternato. Prima di partire conviene controllare gli avvisi alla viabilità sul sito del Comune di Faleria, che li pubblica in evidenza. Non è pignoleria: su una strada di quel calibro un semaforo di cantiere può aggiungere venti minuti a un tragitto di cinquanta.

Faleria (VT) con i mezzi pubblici

Il trasporto pubblico extraurbano del Lazio serve il comune con autolinee su gomma che passano per la valle e si appoggiano ai nodi ferroviari e metropolitani della zona nord di Roma. Le corse sono tarate sugli spostamenti degli studenti e dei pendolari, quindi sono frequenti la mattina presto e nel primo pomeriggio, rade nel resto della giornata e ridotte al minimo la domenica. Orari e fermate vanno controllati sul sito del concessionario regionale il giorno stesso, perché cambiano fra periodo scolastico ed estivo. Detto senza giri di parole: Faleria in giornata senza automobile è possibile, ma vincola l'intera visita agli orari del ritorno. Se il vostro programma comprende anche Castel Paterno e le cascate di Monte Gelato, l'automobile non è un lusso, è una condizione.

Chi viaggia in treno può arrivare a Civita Castellana con la linea regionale che risale la valle del Tevere, oppure servirsi della ferrovia ex concessionaria Roma Nord fino a Civita Castellana e Viterbo, e da lì proseguire in autobus o in taxi per gli ultimi chilometri. È una soluzione che ha senso per chi si ferma a dormire in zona, molto meno per una gita mordi e fuggi.

Dove parcheggiare a Faleria

Il centro storico di Faleria è un dedalo di vicoli su una rupe: non ci si entra in automobile e non conviene neanche provarci. Si lascia il mezzo negli spiazzi lungo la strada che sale al paese e nell'area davanti agli edifici pubblici, quindi si prosegue a piedi. Dal parcheggio alla piazza della Collegiata sono cinque minuti in salita moderata. Nei giorni di festa patronale e durante le manifestazioni estive la disponibilità si assottiglia parecchio e il Comune dispone chiusure temporanee al traffico: in quei casi si arriva presto o si arriva a piedi da più lontano.

Faleria (VT) in breve: i numeri e il territorio

Duemiladiciotto abitanti al censimento più recente, provincia di Viterbo, regione Lazio. Il dato che sorprende chi legge le statistiche dei borghi laziali è il segno: qui la popolazione non è crollata come nella maggior parte dei paesi della Tuscia interna, anzi negli ultimi centocinquant'anni è cresciuta. Faleria è uno dei pochi centri della fascia settentrionale del suburbio romano che ha guadagnato residenti invece di perderli, per una ragione prosaica e non romantica: è abbastanza vicina a Roma da permettere il pendolarismo e abbastanza lontana da avere prezzi immobiliari da provincia profonda.

Il territorio comunale è tutto disegnato dall'acqua. Il Treja nasce sul monte Lagusiello, nel comune di Trevignano Romano, non lontano dal lago di Bracciano, e scende verso nord est attraversando Mazzano Romano, Calcata, Faleria e Civita Castellana prima di sfociare nel Tevere fra Foglia e Poggio Sommavilla, quasi di fronte allo sbocco del torrente Aia. Lungo il tragitto il fiume ha inciso il banco di tufo in una serie di forre profonde, strette, boscose, che sono il carattere dominante di questo pezzo di Lazio. Faleria siede su uno degli speroni ricavati da quell'incisione, alla confluenza del fosso Mola nel Treja: una posizione che in età medievale valeva quanto una guarnigione, perché due lati del triangolo sono difesi da un precipizio.

Guardando dalla piazza si capisce tutto il sistema geografico in un colpo d'occhio. A oriente si alza il Monte Soratte, il rilievo isolato che Orazio vide bianco di neve e che da qui appare come una schiena di balena posata sulla pianura. A occidente chiudono l'orizzonte i Monti Sabatini e, più in là, i Cimini con la conca del lago di Vico. In mezzo c'è l'antico territorio dei Falisci, il popolo che occupava questa sponda del Tevere e che ha lasciato il nome a mezza toponomastica locale.

Perché il paese si chiama Faleria e non Stabbia

Il nome attuale è recente e artificiale. Fino all'Ottocento il paese si chiamava Stabla, poi Stabbia, Stabia, e nei documenti latini Castrum Stabie. La denominazione Faleria è in vigore almeno dal 1873, con il decreto di cambio nome perfezionato l'anno seguente, e nasce da un'operazione culturale tipica dell'Italia postunitaria: si volle legare il paese alla civiltà falisca e alla Falerii dei repertori antichi, dando al borgo un pedigree classico che il nome medievale non gli garantiva. Sia detto con chiarezza: Faleria non sorge sul sito di nessuna città falisca nota. La vecchia Falerii Veteres è a Civita Castellana, Falerii Novi è la città romana con le mura in poligonale poco fuori Civita Castellana. Il nome è un omaggio, non un'identità archeologica.

Nel paese, ciclicamente, qualcuno propone di tornare a Stabbia. Il mio parere è che avrebbero ragione: Castrum Stabie è il nome sotto cui questo luogo compare nelle bolle papali e negli atti degli Anguillara, cioè il nome della sua storia vera. Ma i toponimi, una volta stampati sui documenti d'identità, hanno una resistenza che nessuna filologia riesce a scalfire.

Faleria (VT)
Faleria (VT)

Che cosa vedere a Faleria (VT): il borgo, il castello, le chiese

Il centro storico di Faleria è compatto e si percorre tutto in quaranta minuti di cammino, comprese le soste. La pianta è quella di un triangolo appoggiato sulla rupe, con la punta rivolta a nord: là in fondo, nella parte più alta e più esposta dell'abitato, sorgono le antiche rovine di Faleria Vecchia, di cui il castello degli Anguillara è la parte più cospicua e meglio conservata. Le porte e la cinta muraria che chiudevano il paese furono abbattute intorno al 1900, quando le esigenze urbanistiche del Novecento imposero strade più larghe e accessi carrabili: è la ferita più grave inferta al borgo, e spiega perché oggi si entri in paese senza la scenografia di un arco medievale.

Va detta una cosa che nella letteratura turistica locale circola in forma confusa. Faleria viene talvolta presentata come un borgo fantasma: non lo è, e chi arriva aspettandosi un paese vuoto rimane spiazzato da un centro abitato pieno di gente, bambini e automobili. Il vero borgo fantasma della zona è un altro, e si chiama Monterano, sull'altro versante dei Sabatini. A Faleria l'abbandono riguarda solo il nucleo settentrionale della rupe e la fortezza, non il paese.

Faleria borgo
Faleria borgo

Il Castello degli Anguillara a Faleria (VT)

È il monumento che giustifica il viaggio. Non si conosce la data di costruzione del primo impianto, ma la documentazione permette di affermare con ragionevole sicurezza che il castello esistesse già nel Duecento, quando la famiglia degli Anguillara aveva ormai esteso la propria signoria su una fascia larghissima del Lazio settentrionale, dal lago di Bracciano alla Tuscia interna. La mole dell'edificio dice della potenza di quella casata più di qualunque cronaca: qui non siamo davanti a una torre di guardia, ma a un palazzo fortificato che poteva ospitare una corte.

La famiglia prende nome dal borgo sul lago Sabatino e compare per la prima volta nei documenti nel 1019 con un Guido de Anguillaria. Nel corso del Duecento e del Trecento gli Anguillara si scontrarono con i Prefetti di Vico per il controllo della Tuscia meridionale, ospitarono imperatori, si comprarono e si ripresero castelli con la disinvoltura dei signori di confine. Il loro dominio finì per implosione: Everso II, il più temuto della stirpe, morì nel 1464 lasciando ai figli un patrimonio che il papato non tollerava più, e nel giro di pochi decenni i possedimenti furono confiscati. La stirpe si estinse nel Settecento.

La facciata, le cordonate e l'ingresso del castello di Faleria

L'ingresso è sulla piazza della Collegiata e vi si accede per due larghe cordonate, le rampe a gradini bassi pensate per il passaggio dei cavalli. Alle loro basi emergono due grossi monconi di antiche colonne di granito egiziano: sono materiale di reimpiego, cioè pezzi provenienti da un edificio romano smontato e riutilizzato come arredo urbano e come paracarro. Vale la pena fermarsi trenta secondi a guardarli, perché sono l'unico frammento visibile di antichità classica inserito nel tessuto del borgo, e raccontano una pratica che nel Lazio medievale era la norma.

Si entra per un portone con arco di marmo sormontato dallo stemma della casata, con un monogramma alla base. Il portone è quasi sempre chiuso: il castello è in proprietà privata e non ha un regime di visita ordinario. Chi vi dicesse il contrario vi sta vendendo un'illusione. Le aperture avvengono in occasione di eventi e manifestazioni comunali, e vanno cercate negli avvisi del Comune.

Il cortile e il pozzo di travertino

Il portone conduce in un ampio cortile interno. A un lato si trovava un pozzo artistico di travertino, con gli stemmi degli Anguillara e di Casa Strozzi affiancati, testimonianza dei legami matrimoniali e politici che collegavano i signori locali all'aristocrazia fiorentina trapiantata a Roma. Il pozzo è stato rubato. È una vicenda che a Faleria si ripete: nel corso degli ultimi decenni parecchie opere d'arte del paese hanno preso la strada del mercato antiquario clandestino, e nessuna è mai tornata. Il furto di arredi lapidei dai borghi del basso viterbese è un fenomeno documentato e continuo, e chi visita questi paesi farebbe bene a sapere che ciò che vede oggi è quasi sempre meno di ciò che c'era vent'anni fa.

Le carceri e l'ala destra del palazzo

Le carceri della signoria erano collocate nell'ala destra del palazzo, al piano terra. È un dettaglio che in genere le guide saltano, e invece è quello che spiega la funzione reale dell'edificio: il castello degli Anguillara non era una residenza di villeggiatura, era la sede del potere giudiziario e fiscale su un feudo. Nello stesso corpo di fabbrica si amministrava la giustizia, si incassava il sale, si tenevano i prigionieri. Chi guarda le logge rinascimentali dalla piazza vede la faccia elegante di una macchina di governo.

Le logge rinascimentali in peperino

Nella parte rinascimentale del castello, che si distingue nettamente da tutte le altre membrature architettoniche, si aprono tre logge in peperino, la pietra vulcanica grigia dei Cimini e dei Sabatini, che qui è materiale da costruzione locale e non importazione di lusso. Le logge si affacciano sulla piazza della chiesa in modo maestoso e solenne.

È la porzione stilisticamente più compiuta dell'intero complesso: eleganza sobria e insieme preziosa, un rigore nitido di austera monumentalità. Le logge del piano nobile evidenziano la compostezza della massa architettonica, che sulla facciata raggiunge un equilibrio esatto fra larghezza e altezza. Se dovessi indicare un solo punto dove piantarsi a guardare, direi il lato corto della piazza, con le spalle alla chiesa: da lì le tre arcate si allineano e l'edificio smette di sembrare un rudere per tornare a essere ciò che era, la residenza di una famiglia che trattava alla pari con i papi.

Come cambiò il castello di Faleria fra il Trecento e il Cinquecento

Nel 1330 il castello era completamente merlato, molto più basso di quello attuale, e possedeva quattro torrioni rotondi. Le trasformazioni successive gli hanno tolto progressivamente l'arcigno carattere di fortezza: sono sparite le merlature, si sono alzati i corpi di fabbrica, si sono aperte le finestre e poi le logge. È la stessa parabola di decine di castelli laziali fra Quattrocento e Cinquecento, quando l'artiglieria rese obsoleta la difesa verticale e i signori scoprirono che era più utile abitare comodi che resistere a un assedio. Guardare oggi la facciata significa leggere in trasparenza tre secoli sovrapposti.

Le bisce incrociate: lo stemma degli Anguillara a Faleria

In più parti del fortilizio sono scolpite, negli stemmi di marmo bianco, le caratteristiche bisce incrociate. Sono il segno araldico della casata, e la loro lettura più diffusa le collega al nome di famiglia e quindi all'anguilla del lago di Bracciano, dove gli Anguillara avevano il loro caposaldo. La tradizione locale, invece, le fa risalire a un capostipite leggendario del X secolo, un tale Ramone che avrebbe ucciso un drago. Le due spiegazioni convivono da secoli: la prima è la più sensata, la seconda è quella che si racconta ai bambini. Ho sempre pensato che nessuno stemma medievale sia mai stato inventato per essere spiegato in modo univoco.

castello degli Anguillara di Faleria
castello degli Anguillara di Faleria

La Chiesa di San Giuliano a Faleria (VT)

Di fronte al castello sorge la chiesa collegiata di San Giuliano, l'edificio religioso principale del paese. Fu eretta su una preesistente costruzione del XII secolo, mentre la fabbrica attuale risale con ogni probabilità al XIII secolo. Ciò che si vede oggi è però il risultato dei notevoli lavori di modifica e ristrutturazione condotti in età rinascimentale sotto il patronato degli Anguillara, cui la tradizione locale associa il nome del conte Everso. L'intitolazione a san Giuliano rimanda a un culto diffusissimo nel Lazio medievale, legato all'ospitalità e ai viandanti: un titolo coerente con un abitato posto lungo una direttrice di transito fra la Flaminia e la valle del Treja.

La facciata e il campanile di San Giuliano

La facciata è in stile romanico, e romanico è anche il campanile, contraddistinto da coppie di bifore, alcune delle quali oggi murate. La tamponatura delle bifore è un fenomeno ricorrente nei campanili laziali: si chiudevano per motivi statici, dopo i terremoti o dopo il sopraelevamento della cella campanaria, e la loro sagoma resta leggibile nella muratura come una cicatrice. Guardate il campanile in controluce nel tardo pomeriggio e le vedrete emergere tutte, aperte e chiuse, in una griglia regolare che è la parte più antica dell'edificio.

Le tre navate e il coro ligneo

Entrando si distinguono le tre navate. La centrale, più ampia, termina con un'abside in cui è collocato un coro ligneo. Il coro è un arredo da collegiata, cioè da chiesa officiata da un capitolo di canonici e non da un parroco solo: la sua presenza qui certifica il rango che San Giuliano aveva nell'organizzazione ecclesiastica del territorio, e spiega perché la piazza antistante si chiami ancora piazza della Collegiata. Le navate laterali, più basse e più strette, ospitano gli altari delle confraternite e delle famiglie del paese.

L'altare di San Giuliano e la tela del Santo

L'elemento di spicco della chiesa è l'altare di San Giuliano. Grazie all'iniziativa della Compagnia del Santissimo Sacramento, l'altare fu restaurato nel 1610. Le compagnie del Santissimo Sacramento sono confraternite laicali nate nel clima della Controriforma con lo scopo di promuovere il culto eucaristico: la loro attività di committenza artistica, fra Cinquecento e Seicento, ha rifatto la faccia a centinaia di chiese di provincia, e Faleria è un caso da manuale.

Ad arricchire l'altare c'è una tela raffigurante il Santo ai piedi della Vergine, incorniciata da stucchi con figure angeliche. L'accostamento della cornice a stucco alla pala dipinta è tipico del gusto seicentesco: lo stucco non è una decorazione accessoria, è il dispositivo che trasforma la parete in un teatro e proietta il dipinto verso i fedeli. Se la chiesa è chiusa non insistete con i portoni laterali: chiedete gli orari delle funzioni, che sono l'unico accesso garantito.

La Chiesa di San Giuliano a Faleria
La Chiesa di San Giuliano a Faleria

La Chiesa di Sant'Agostino a Faleria (VT)

La piccola chiesa di Sant'Agostino è addossata al castello degli Anguillara, sul lato sinistro per chi guarda la facciata del palazzo. Risale al XIV secolo. L'interno è a un'unica navata e custodisce una tela del Santo. È un edificio minuscolo, che si visita in cinque minuti e che molti visitatori superano senza accorgersene, presi dalla mole del castello accanto.

Il mio consiglio è di non trattarla come un'appendice. Le chiese gentilizie addossate ai palazzi signorili non nascono per servire il paese: nascono per servire la famiglia, e la loro posizione fisica, incollata al fianco del castello, dice tutto del rapporto fra potere temporale e devozione privata nel Trecento laziale. Il signore usciva di casa ed era in chiesa, senza attraversare lo spazio pubblico. Questa è la lettura che vale il biglietto, e il biglietto qui non si paga.

Faleria Vecchia e le rovine a nord dell'abitato

Nella parte più a nord dell'abitato sorgono le antiche rovine di Faleria Vecchia, di cui lo stesso castello fa parte. È il nucleo originario del Castrum Stabie, la porzione di rupe più stretta e più difendibile, dove l'insediamento medievale si era rannicchiato prima di espandersi verso sud lungo il dorso del triangolo tufaceo. Oggi vi si cammina fra muri a scarpa, cantine scavate nel tufo, ambienti ipogei riutilizzati come magazzini e stalle fino a pochi decenni fa.

Il camminamento richiede prudenza. Il tufo è friabile, i bordi non sono protetti dappertutto, e sotto ci sono decine di metri di forra. Con i bambini piccoli conviene tenersi sulle strade selciate e rinunciare agli affacci più avanzati: il panorama migliore, in ogni caso, non è sul ciglio, ma dai belvedere sistemati lungo la strada che gira intorno al paese.

Castel Paterno, il castello dove morì Ottone III

A cinque chilometri dal paese, nascosto nella macchia di Faleria, ci sono i resti di quello che fu un castello importante nell'Italia centrale: Castel Paterno, la cui storia risale all'XI secolo. Qui, nel gennaio del 1002, morì Ottone III, imperatore del Sacro Romano Impero. È il fatto storico di maggior peso avvenuto in questo territorio, e la ragione per cui il nome di Faleria compare nei manuali di storia medievale europea.

Come si raggiunge Castel Paterno da Faleria

Il castello è arroccato su una rupe fra le forre e i loro boschi. Si raggiunge seguendo una strada campestre che si distacca dalla via che conduce a Faleria da Civita Castellana, subito dopo il muro di cinta del cimitero. Da lì si prosegue a piedi.

Attenzione seria, non formale: lungo il percorso ci sono buche nascoste dalla vegetazione, tratti di terreno franabile e dirupi profondi. Non è un sentiero attrezzato, non c'è segnaletica continua, non c'è copertura telefonica affidabile in tutti i punti. Si va con scarponcini o scarpe da trekking, pantaloni lunghi contro i rovi, acqua propria, e possibilmente non da soli. In estate, dopo periodi secchi, la vegetazione nasconde il tracciato; dopo le piogge il fondo diventa scivoloso e argilloso. Il momento giusto è la fine dell'inverno o l'inizio della primavera, quando il bosco è ancora spoglio e le murature si vedono da lontano.

Nel sito è collocato un pannello informativo realizzato dal Comprensorio della Via Amerina e delle Forre, con le informazioni utili alla visita e le mappe del luogo e del territorio. È l'unica infrastruttura interpretativa presente: non aspettatevi biglietteria, servizi igienici o custodia.

Che cosa resta di Castel Paterno

Restano imponenti avanzi della cinta muraria e una larga porta di accesso ad arco, che la tradizione erudita locale chiama l'antica posterula dei Sassoni. Il castello occupa l'estremità di un'altura delimitata da due profondi fossi, alla loro confluenza nel Treja: la stessa logica insediativa di Faleria, moltiplicata per l'isolamento.

La pianta è irregolare. Il lato orientale è quasi del tutto crollato; quello meridionale, preceduto da un fossato, si conserva soltanto nel settore orientale. Il complesso era già abbandonato nel XVI secolo: in una convenzione del 1549 sui confini di Stabbia, stipulata fra Flaminio ed Everso Anguillara, compare la formula Castri diruti Paterno, cioè del castello diroccato di Paterno. È una di quelle citazioni notarili che valgono cento pagine di descrizione: nel 1549 il posto era già una rovina, e i signori del luogo lo usavano soltanto come punto di riferimento catastale.

Chi arriva fin qui deve sapere che vedrà pochi metri di muratura in mezzo alla vegetazione, non una fortezza in piedi. La ricompensa non è visiva, è mentale: si cammina nel punto esatto in cui si chiuse la vita del sovrano che aveva progettato di rifondare l'impero universale con Roma capitale.

La morte di Ottone III nel 1002

I fatti documentati sono questi. Ottone III, nato nel 980, figlio di Ottone II e della principessa bizantina Teofano, imperatore a ventitré anni non ancora compiuti, aveva stabilito la propria residenza a Roma sull'Aventino, coltivando il disegno della renovatio imperii Romanorum. Nel gennaio 1001 i romani si ribellarono e lo costrinsero ad abbandonare la città. Passò l'anno successivo a raccogliere forze per rientrarvi, appoggiandosi ai castelli della campagna a nord, dove poteva contare sui conti sassoni legati alla dinastia imperiale e sulla vicinanza della via Flaminia. Castel Paterno fu scelto per questo: era una base militare ben collegata con Civita Castellana e con la grande direttrice consolare.

Verso la fine del 1001 l'imperatore si ammalò gravemente di febbre. Morì a Castel Paterno il 23 o il 24 gennaio 1002, a ventuno anni. Le fonti coeve descrivono una morte cristiana e composta, con l'assistenza dei vescovi del seguito. Il corpo fu portato in Germania a prezzo di enormi difficoltà e sepolto nella chiesa di Santa Maria di Aquisgrana, l'odierna cattedrale, accanto a Carlo Magno.

La versione romanzesca che circola da secoli parla invece di veleno, e chiama in causa Stefania, vedova di Crescenzio, il patrizio romano che Ottone aveva fatto decapitare sugli spalti di Castel Sant'Angelo nel 998 per la sua ribellione. Secondo il racconto, Stefania avrebbe sedotto l'imperatore per vendicare il marito. La storia è affascinante e compare a partire dal Cinquecento nella letteratura erudita, ma non ha riscontro nelle fonti coeve: va classificata come leggenda, non come fatto. Lo dico chiaramente perché nella pubblicistica locale è ancora spacciata per storia, e perché la verità documentata, un ragazzo di ventuno anni ucciso dalla malaria in un castello di campagna a poche settimane dal rientro in una città che lo aveva cacciato, è già abbastanza tragica senza bisogno di aggiunte.

La leggenda della chioccia con i sette pulcini d'oro

Antiche leggende faleriane narrano del tesoro dell'imperatore, che comprendeva una chioccia con sette pulcini d'oro nascosta nelle viscere della rupe. Il motivo non è locale: la chioccia con i pulcini d'oro è un oggetto che ricorre nella tradizione longobarda e altomedievale italiana, dove indica insieme la regalità e la fertilità della stirpe. Che il racconto si sia agganciato a Ottone III è comprensibile: un imperatore morto giovane e improvvisamente in un castello sperduto è esattamente il tipo di personaggio attorno a cui la memoria contadina costruisce tesori sepolti. Nessuno ha mai trovato nulla, e chiunque vi proponga di cercare con un metal detector vi sta invitando a commettere un reato.

Le rovine di Castel Paterno di Faleria
Le rovine di Castel Paterno di Faleria

La storia di Faleria (VT): da Stabla al Novecento

La vicenda di questo paese è la vicenda di un feudo di confine, conteso perché si trova esattamente sulla linea in cui il patrimonio di San Pietro incontrava le signorie laiche del Lazio settentrionale.

L'etimologia di Stabbia: Stabulum o Stabilis

L'esatta etimologia di Stabbia resta incerta. Una parte degli studiosi spiega il nome come derivato dal latino stabulum, cioè stazione di posta collocata lungo una strada etrusca o romana, e collega il toponimo alla cosiddetta osteria di Stabbia, che sopravvive come località sulla via Flaminia. Altri lo fanno derivare da stabilis, stabile, in riferimento ai poderosi fortilizi e alle salde fondamenta del sito. Nessuna delle due ipotesi è dimostrata, e chi le presenta come certezze semplifica.

L'ipotesi della statio stradale è la più economica dal punto di vista storico: un abitato alla confluenza di due corsi d'acqua, a poca distanza dalla Flaminia, in un territorio percorso anche dalla via Amerina, è esattamente il posto dove ci si aspetta una stazione di sosta.

La Rocchetta e il primo insediamento umano

Il primo insediamento umano a Stabbia avvenne nel luogo della piccola rocca tufacea della Rocchetta, situata sotto la Casaccia di Piè di Castello. All'interno sono state rinvenute numerose tracce di frequentazione umana, alcune delle quali risalenti all'età arcaica, cioè al periodo in cui questa parte del Lazio era territorio falisco, culturalmente affine agli Etruschi ma linguisticamente latino. Non aspettatevi un'area archeologica visitabile: si tratta di evidenze note agli studiosi, non di un percorso attrezzato.

Stabla nelle bolle papali e il feudo degli Anguillara

Stabla è nominata inizialmente nelle bolle di Giovanni XIX e di Benedetto IX, cioè nella prima metà dell'XI secolo, e da quei documenti risulta trattata come feudo. Nel XIV secolo Stabia era tassata per un consumo di cinque rubbia di sale a semestre: il dato è meno arido di quanto sembri, perché la tassa sul sale era proporzionata alla popolazione e permette di stimare la consistenza demografica del castello. Già a quel tempo il feudo apparteneva agli Anguillara, ai quali rimase fino al XVII secolo. Tre secoli sotto la stessa famiglia sono un'eternità nel Lazio feudale, e spiegano perché il paesaggio urbano di Faleria porti un'unica firma araldica.

Girolama Farnese e il delitto del 1504

Il 1º novembre 1504 è la data attorno a cui ruota la vicenda più cupa della memoria locale. Girolama Farnese, moglie di Giuliano Anguillara, fu sospettata di aver tentato, con i suoi amanti, di avvelenare il figlio Giuliano, e venne per questo uccisa con ferocia dal figliastro Giovanbattista. Il racconto appartiene alla tradizione erudita locale e va preso per quello che è: una storia di famiglia signorile trasmessa attraverso cronache tarde. Che nelle case degli Anguillara si morisse di veleno e di pugnale non è però in discussione, e la vicenda si inserisce nel quadro documentato delle faide interne alla casata nel primo Cinquecento.

Il decreto del 1563 sul taglio delle cerque

Il 28 gennaio 1563 fu emanato un decreto signorile che stabiliva pene per chi tagliava le cerque, cioè le querce, perché in breve tempo si sarebbe rimasti senza selve. La memoria locale attribuisce il provvedimento a un Everso Anguillara, e su questo va usata prudenza, dato che l'Everso più celebre della famiglia era morto un secolo prima. Al di là dell'attribuzione, il contenuto è notevole: siamo davanti a un atto di tutela forestale del pieno Cinquecento, in un feudo la cui economia dipendeva dal bosco per la legna, il carbone, la ghianda e il pascolo dei maiali. La foresta non era paesaggio, era capitale, e i signori la difendevano con il codice penale. Chi oggi cammina nelle forre boscose del Treja deve sapere che quel bosco è sopravvissuto anche grazie a norme come questa.

I Borghese e la fine del feudo, 1660

Il 25 giugno 1660 Stabia passò al principe Borghese, che la acquistò per centodiecimila scudi. È il momento in cui il paese esce dall'orbita degli antichi signori di confine ed entra in quella delle grandi famiglie della Roma barocca, che nel Seicento comprarono sistematicamente feudi in tutto il Lazio trasformandoli in aziende agricole di rendita. Il cambio di padrone si legge nel paesaggio: meno investimenti nella fortificazione, più investimenti nella terra.

Dal cambio di nome del 1873 alla provincia di Viterbo

La denominazione Faleria è in vigore almeno dal 1873. Le porte e la cinta muraria vennero abbattute nel 1900 per le nuove esigenze urbanistiche. Nel 1927, con la riorganizzazione amministrativa che istituì la provincia di Viterbo, il comune passò dalla provincia di Roma a quella viterbese: è la ragione per cui oggi un paese che dista quaranta chilometri dal Campidoglio porta la sigla VT. Fra il 1906 e il 1932 la zona fu servita dalla tranvia Roma Civita Castellana, la linea a scartamento ridotto che precedette l'attuale ferrovia: un'infrastruttura che per un quarto di secolo tenne questi paesi molto più collegati alla capitale di quanto non lo siano oggi in trasporto pubblico.

Nel 2015 il comune contava ottantatré imprese attive con centocinquanta addetti, pari allo 0,36 per cento delle imprese della provincia. Sono numeri che raccontano un'economia residenziale e agricola, con una vocazione turistica ancora modesta e poche strutture ricettive. È anche il motivo per cui qui non troverete file, bus turistici o menù tradotti in cinque lingue.

Rovine del castello degli Anguillara a Faleria (VT)
Rovine del castello degli Anguillara a Faleria (VT)

La Valle del Treja intorno a Faleria (VT)

Faleria si erge nella valle del Treja pur non rientrando nei confini amministrativi dell'omonimo parco naturale. È una distinzione che genera equivoci e vale la pena chiarire subito, perché cambia le regole della visita.

Il Parco Regionale Valle del Treja

Il Parco Regionale Valle del Treja è stato istituito con legge regionale nel 1982 e si estende su seicentoventotto ettari nei territori di due soli comuni: Calcata, in provincia di Viterbo, e Mazzano Romano, nella Città metropolitana di Roma. È un'area impervia coperta da vegetazione fitta, incisa dal fiume, compresa fra le due grandi consolari, la Cassia e la Flaminia. Faleria è appena fuori: il suo territorio prosegue la stessa forra ma non gode dello stesso regime di tutela, e le regole di accesso ai fondi sono quelle ordinarie della proprietà privata.

La fauna del parco comprende volpi, tassi, istrici e una avifauna ricca di picchi, ghiandaie, gheppi, poiane e rapaci notturni. La flora conta querce, noccioli, aceri, salici e un sottobosco con orchidee spontanee e ciclamini. Nel territorio sono presenti insediamenti dalla preistoria all'età arcaica, fra cui i resti di Narce, centro falisco di prima grandezza, e il santuario di Monte Li Santi, che ha restituito uno dei complessi votivi più importanti dell'agro falisco.

Le cascate di Monte Gelato

A Monte Gelato, in territorio di Mazzano Romano, il Treja forma una serie di salti d'acqua su un letto di tufo accanto a un antico mulino. Le cascate di Monte Gelato sono il luogo più visitato dell'intera valle, e nelle domeniche estive la loro capienza è largamente superata: se ci andate ad agosto, andateci alle otto del mattino o rinunciate.

Il sito è una stratificazione impressionante. C'è una villa romana costruita in età augustea e rimasta in uso fino alla metà del IV secolo, quando l'area fu rioccupata in chiave cristiana; c'è una chiesa dell'VIII secolo con battistero, poi ampliata, e nel X secolo un edificio maggiore dedicato a San Giovanni; c'è un insediamento fortificato chiamato Castellaccio, che fra XI e XII secolo si difendeva con un fossato largo almeno quattro metri e una cortina muraria. Il mulino che si vede oggi fu costruito nel 1830 dalla famiglia Del Drago, probabilmente su fondazioni medievali: una torre a tre piani con i meccanismi di regolazione dell'acqua, in funzione fino ai primi anni Sessanta del Novecento e poi restaurata dall'ente parco, che vi ha ricavato un centro di informazione.

Il dato che diverte sempre i gruppi è cinematografico: fra il 1950 e il 1973 in questo tratto di fiume furono girate scene di circa novantasette film italiani, dai peplum ai western, compreso il celeberrimo Lo chiamavano Trinità. Se avete l'impressione di aver già visto quelle cascate, non vi sbagliate: le avete viste davvero, in televisione, la domenica pomeriggio.

Calcata, a un quarto d'ora da Faleria

Calcata conta poco più di novecento abitanti e il suo centro storico è arroccato su un pianoro di tufo che guarda la valle del Treja, accessibile attraverso una sola porta nelle mura. Il borgo, abbandonato nel dopoguerra per il rischio di crolli, fu ripopolato a partire dagli anni Sessanta da artisti e artigiani, che ne hanno fatto il paese più eccentrico del Lazio. La chiesa del Santissimo Nome di Gesù risale al XIV secolo, fu ristrutturata nel 1793, ha una sola navata con soffitto a capriate e conserva un'acquasantiera cinquecentesca. Era la chiesa che custodiva la reliquia del Santo Prepuzio, ritrovata secondo la leggenda locale nel 1557 dopo essere stata nascosta da un lanzichenecco durante il sacco di Roma del 1527: la reliquia è scomparsa nel 1983 e non è mai stata ritrovata. Nel territorio comunale opera anche Opera Bosco Museo di Arte nella Natura, due ettari di bosco con installazioni contemporanee, premiato a livello europeo nel 2011, nel 2013 e nel 2015.

Da Faleria a Calcata si arriva in un quarto d'ora sulla provinciale 79 Calcatese. È l'abbinamento più intelligente della zona: il borgo severo e feudale la mattina, il borgo bohémien e affollato nel pomeriggio.

Una curiosità su Faleria (VT)

La curiosità che nessuno vi racconterà davanti al castello riguarda il nome del paese, e non è un aneddoto grazioso: è un piccolo caso di invenzione dell'identità. Fino al 1873 questo posto si chiamava Stabbia, in latino Castrum Stabie, ed era così che compariva nelle bolle papali dell'XI secolo, negli atti degli Anguillara e nei registri della tassa sul sale. Poi, nel clima culturale dell'Italia appena unificata, la classe dirigente locale ottenne il cambio di denominazione in Faleria, agganciando il paese al prestigio della civiltà falisca e al nome delle antiche Falerii.

Il punto è che Faleria non sorge sul sito di nessuna città falisca. Falerii Veteres, la capitale dei Falisci distrutta dai Romani nel 241 avanti Cristo, si trovava sul pianoro dove oggi è Civita Castellana; Falerii Novi, la città coloniale costruita subito dopo, conserva ancora oggi il suo circuito di mura in blocchi di tufo poco fuori Civita Castellana. Il territorio di Faleria era certamente dentro l'orbita culturale falisca, e la rocca della Rocchetta ha restituito materiali di età arcaica, ma il nome moderno è un titolo onorifico ottocentesco, non un'eredità antica.

Questa vicenda spiega anche perché nel paese ricorra periodicamente la proposta di tornare a Stabbia. Chi la sostiene ha dalla sua tutta la documentazione medievale; chi la osteggia ha dalla sua l'anagrafe, che è un avversario molto più forte della filologia. La mia opinione da guida è netta: raccontare Faleria senza dire che si chiamava Stabbia significa privare il visitatore della chiave per capire ogni singolo documento che riguarda questo castello. Il nome vecchio non è un dettaglio erudito, è la parola che bisogna cercare negli archivi.

Una cosa che non ti dice nessuno su Faleria (VT)

Che il castello degli Anguillara non si visita. Sembra un'informazione banale e invece è quella che rovina più gite di qualunque altra: il palazzo è in proprietà privata e non ha un regime di apertura ordinario, si guarda dall'esterno, dalla piazza della Collegiata, e le aperture avvengono soltanto in occasione di eventi che il Comune annuncia di volta in volta. Chi parte da Roma immaginando un percorso di visita con biglietteria, sale affrescate e camminamenti di ronda torna a casa deluso, e la delusione non è colpa del paese: è colpa di una comunicazione turistica che negli anni ha usato la fotografia delle logge senza mai precisare che dietro quelle logge non si entra.

La seconda cosa che non vi dirà nessuno è che le opere d'arte di Faleria hanno subito una lunga stagione di furti. Il pozzo di travertino con gli stemmi degli Anguillara e di casa Strozzi, che occupava un lato del cortile interno del castello, è stato rubato. Non è un caso isolato: il basso viterbese e l'alto agro romano sono da decenni terreno di caccia per il commercio clandestino di arredi lapidei, e in molti borghi ciò che i vecchi ricordano non coincide più con ciò che i visitatori vedono. Quando in un paese come questo trovate un pilastrino segato o una nicchia vuota, non è incuria: quasi sempre è un furto.

La terza è una questione di calendario. Faleria non ha grandi flussi turistici, quindi la ricettività e la ristorazione sono dimensionate sui residenti: fuori dai fine settimana e fuori dalle settimane di festa il paese può offrirvi molto poco in termini di servizi. Chi arriva a pranzo di martedì, in un giorno feriale d'inverno, rischia seriamente di non trovare aperto. Si telefona prima, oppure si porta il pranzo e lo si mangia ai tavoli di un'area attrezzata lungo il fiume.

Il consiglio che ti do per visitare Faleria (VT)

Fatelo la mattina presto e fatelo d'inverno o all'inizio della primavera. La ragione è tecnica, non estetica. Il pregio di questo paese è la lettura del rapporto fra la rupe, la forra e il castello, e quel rapporto si vede soltanto quando il bosco è spoglio: da novembre a marzo, dai belvedere lungo la strada che gira attorno all'abitato, si distinguono la stratificazione del tufo, le cantine scavate, la linea delle antiche mura e i profili di Faleria Vecchia. Da maggio in poi la vegetazione chiude tutto e restano solo i tetti.

Il secondo consiglio riguarda l'ordine della giornata. Se avete l'automobile, mettete Castel Paterno per primo, appena arrivati, con la luce radente del mattino e il terreno ancora fresco: è una camminata di un'ora e mezza fra andata, ritorno e sosta, e farla nel primo pomeriggio d'estate è una pessima idea. Poi rientrate in paese, fate il borgo e la collegiata con calma, pranzate, e tenete il pomeriggio per Calcata o per le cascate di Monte Gelato, che alla luce del tramonto rendono molto meglio.

Terzo: dimenticate l'idea di visitare Faleria in mezz'ora, di passaggio. Non è un paese da vetrina, non ha una via dello shopping, non ha nulla che si consumi in fretta. Quello che offre lo offre a chi cammina lentamente, entra in chiesa, si affaccia dal ciglio, legge il pannello di Castel Paterno e si fa dire due cose dai vecchi seduti in piazza. Se avete due ore, sono due ore ben spese; se ne avete venti minuti, andate direttamente a Calcata e tornate qui un'altra volta.

Un'ultima raccomandazione, poco poetica ma decisiva: scarpe chiuse con suola scolpita, sempre. Il selciato del borgo è in pendenza, il tufo bagnato scivola, e ogni percorso interessante fuori dall'abitato passa per un sentiero di campagna.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Faleria sia uno dei pochissimi borghi della Tuscia meridionale la cui popolazione è cresciuta invece di diminuire. Lo sanno tutti in paese, lo dicono le statistiche, e nessuna guida turistica lo scrive mai, perché contraddice la narrazione dominante sui borghi laziali, quella dello spopolamento e delle case a un euro. Negli ultimi centocinquant'anni il numero dei residenti è raddoppiato, e oggi il comune conta poco più di duemila abitanti.

La ragione è geografica ed economica insieme. Faleria si trova nella fascia che i geografi chiamano di contatto: abbastanza vicina a Roma perché un residente possa raggiungere il posto di lavoro nella capitale, abbastanza distante perché il prezzo delle case sia una frazione di quello del comune capoluogo. Dagli anni Settanta in poi questa fascia, che comprende anche Rignano Flaminio, Sant'Oreste, Mazzano Romano e Civitella San Paolo, ha assorbito una parte del deflusso residenziale dall'area urbana romana.

La conseguenza per il visitatore è concreta e conviene averla chiara. Faleria non è un museo all'aperto e non è un set: è un paese dormitorio con un centro storico medievale dentro. Le automobili circolano, i bambini vanno a scuola, il municipio pubblica avvisi sulle iscrizioni alla mensa scolastica e sul trasporto degli alunni con disabilità. Chi cerca il silenzio cartolinesco del borgo disabitato deve andare altrove. Chi invece vuole vedere come un castello del Duecento continui a fare da fondale a una vita quotidiana ordinaria, qui trova esattamente questo, ed è un valore che a Calcata, ormai, si è perso.

Aggiungo un secondo fatto notissimo eppure raramente detto ad alta voce: Faleria è in provincia di Viterbo solo dal 1927. Prima era provincia di Roma. Questo spiega la doppia appartenenza culturale del paese, che nelle abitudini, nell'accento e nei rapporti economici guarda molto più a Roma che a Viterbo, e che sulle carte amministrative viene invece sistematicamente accorpato alla Tuscia.

La foto giusta da fare a Faleria (VT)

La fotografia che vale il viaggio non è quella del castello di fronte, che tutti scattano dalla piazza della Collegiata e che risulta invariabilmente schiacciata: la piazza è stretta, l'edificio è alto, e senza un grandangolo spinto le tre logge finiscono deformate. La foto giusta si fa dall'esterno del paese, dalla strada che risale la valle verso il borgo, nel punto in cui la rupe di tufo si presenta di tre quarti con l'abitato in cima e la forra sotto. Da lì si vede la cosa che conta davvero: l'insediamento e il precipizio come un unico corpo, il motivo per cui un castello è nato in quel punto e non trecento metri più in là.

La luce migliore è quella della prima ora dopo l'alba in inverno, con la nebbia bassa che riempie la forra e lascia emergere il paese come un'isola. Il secondo momento buono è l'ultima mezz'ora prima del tramonto, quando il tufo passa dal grigio all'arancio e il peperino delle logge diventa quasi violaceo. Evitate il mezzogiorno: la luce zenitale su una rupe chiara cancella i volumi e restituisce una superficie piatta.

Dentro il borgo, il soggetto migliore è il dettaglio: uno stemma in marmo bianco con le bisce incrociate, inquadrato stretto contro la muratura scura, con la luce laterale che scava il rilievo. Ne trovate diversi sulle facciate del complesso castellano. Sono la firma degli Anguillara e sono anche l'unico modo per portarsi a casa la storia della famiglia in un fotogramma.

Per il campanile di San Giuliano, mettetevi sul lato opposto della piazza nel tardo pomeriggio, quando il sole radente rivela le bifore tamponate. Con un teleobiettivo moderato si isola la cella campanaria e si legge la sequenza delle aperture aperte e chiuse: è una fotografia che spiega un restauro senza bisogno di didascalie. A Castel Paterno, infine, dimenticate la veduta d'insieme, che il bosco non concede quasi mai: la foto possibile è l'arco della porta di accesso, ripreso frontalmente, con la vegetazione che lo incornicia. Nessun drone: sorvolare aree boscate e beni vincolati richiede autorizzazioni che quasi nessun turista possiede.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il fatto che ha proiettato questo territorio nella storia europea è la morte di Ottone III di Sassonia, avvenuta a Castel Paterno il 23 o il 24 gennaio 1002. L'imperatore aveva ventun anni, era figlio di Ottone II e della bizantina Teofano, e aveva costruito attorno a Roma il progetto politico più ambizioso dell'anno Mille, la renovatio imperii Romanorum, cioè il tentativo di rifondare l'impero universale con la capitale sul Palatino e sull'Aventino invece che oltralpe. Cacciato dalla città dalla rivolta romana del gennaio 1001, si era attestato nei castelli della campagna a nord per rientrarvi con la forza. Non ci riuscì: una febbre lo uccise in questo castello, e con lui morì l'ultima possibilità che l'impero avesse davvero Roma come capitale. Il corpo fu trasportato in Germania e sepolto ad Aquisgrana.

Il secondo avvenimento è la lunga signoria degli Anguillara, che tenne il castello di Stabbia dal Trecento fino al Seicento. Fu una signoria di frontiera, costruita sul controllo dei passaggi fra la Flaminia e la Cassia, e finì travolta dalla reazione del papato: Everso II, il signore più temuto della casata, morì nel 1464, e nel giro di pochi decenni i beni della famiglia furono confiscati, con l'incarcerazione di suo figlio Francesco in Castel Sant'Angelo. La progressiva perdita di potere si legge nell'architettura del castello di Faleria, dove le merlature e i quattro torrioni rotondi documentati nel 1330 lasciano il posto, nel Cinquecento, alle logge in peperino di un palazzo di rappresentanza.

Il terzo avvenimento è un delitto. Il 1º novembre 1504 Girolama Farnese, moglie di Giuliano Anguillara, accusata di aver tentato di avvelenare il figlio con la complicità dei suoi amanti, fu uccisa con brutalità dal figliastro Giovanbattista. La memoria locale lo tramanda come il fatto di sangue per eccellenza del castello.

Il quarto è amministrativo e apparentemente minore, e invece ha cambiato la vita al paese: il 28 gennaio 1563 un decreto signorile vietò il taglio delle querce sotto pena, per evitare che in breve tempo si restasse senza selve. È uno dei più antichi provvedimenti di tutela forestale documentati in questo pezzo di Lazio.

Il quinto è la vendita del 25 giugno 1660, quando Stabia passò al principe Borghese per centodiecimila scudi, chiudendo l'età feudale e aprendo quella delle grandi proprietà agricole della Roma barocca. Il sesto è il cambio di nome, in vigore almeno dal 1873. Il settimo è l'abbattimento delle porte e della cinta muraria nel 1900. L'ottavo è il passaggio alla provincia di Viterbo nel 1927. Insieme, questi quattro atti hanno trasformato Castrum Stabie in Faleria (VT): un paese laziale moderno con un castello duecentesco al centro.

Chi è passato da Faleria (VT)

Il nome più illustre è quello di Ottone III, imperatore del Sacro Romano Impero, che nella campagna di Faleria non passò soltanto: vi morì, nel gennaio del 1002, dentro le mura di Castel Paterno. Con lui, in quelle settimane, c'era il seguito dei vescovi imperiali che lo accompagnavano nel tentativo di rientrare a Roma, e le fonti coeve descrivono la loro assistenza al capezzale. Se cercate un luogo del Lazio dove la storia imperiale altomedievale sia successa davvero, e non sia stata semplicemente raccontata, questo è uno dei pochissimi.

Sono passati di qui, e vi hanno risieduto per tre secoli, gli Anguillara, la casata che dal 1019 documentato con Guido de Anguillaria arrivò a dominare Tolfa, Ronciglione, Capranica, Vetralla, Bassano e questo castello. Everso II, che nel 1433 acquistò Santa Severa e che le cronache papali dipingono come un tiranno, è il personaggio che più di ogni altro ha lasciato la propria impronta su Faleria, anche quando l'attribuzione locale di singoli atti gli si adatta male dal punto di vista cronologico. Suo figlio Francesco finì scomunicato e prigioniero in Castel Sant'Angelo. Un altro Anguillara, Renzo, difese Roma durante il sacco del 1527.

Vi è passata, in modo tragico, Girolama Farnese, appartenente alla famiglia che pochi decenni dopo avrebbe dato alla Chiesa Paolo III e all'Italia il palazzo di Caprarola: il suo matrimonio con Giuliano Anguillara è uno dei molti fili che legano le due casate del Lazio settentrionale, e la sua morte violenta nel 1504 racconta quanto quei fili fossero fragili.

Vi sono passati i Borghese, che comprarono il feudo nel 1660 e lo tennero come azienda agricola. Vi sono passati, in senso più prosaico e più recente, i registi e le troupe del cinema italiano, che dagli anni Cinquanta agli anni Settanta hanno battuto sistematicamente queste forre: le cascate di Monte Gelato, a pochi chilometri, compaiono in circa novantasette film girati fra il 1950 e il 1973, e le rupi della valle del Treja hanno fatto da fondale a peplum, cappa e spada e western all'italiana. Il paesaggio che vedete dal belvedere di Faleria lo avete già visto in sala, anche se nessuno vi aveva detto dove fosse.

Faleria (VT) in una giornata: due itinerari collaudati

Mezza giornata a Faleria, il giro breve

Arrivo alle nove, parcheggio lungo la strada, salita al borgo. Piazza della Collegiata e prospetto del castello degli Anguillara con le tre logge, venti minuti. Chiesa di San Giuliano, se aperta, venti minuti fra facciata, campanile, navate, coro e altare seicentesco. Chiesa di Sant'Agostino, cinque minuti. Giro dei vicoli fino alla punta settentrionale della rupe e alle rovine di Faleria Vecchia, trenta minuti con le soste ai belvedere. Caffè in piazza e ripartenza verso Calcata entro mezzogiorno. Totale, due ore piene.

Una giornata intera fra Faleria, Castel Paterno e la valle

Partenza da Roma alle sette e mezza, arrivo in zona alle otto e mezza. Prima tappa Castel Paterno, con la strada campestre che si stacca dopo il cimitero: un'ora e mezza fra cammino, esplorazione dei resti e lettura del pannello del Comprensorio della Via Amerina e delle Forre. Rientro in paese verso le undici, giro del borgo come sopra, pranzo su prenotazione. Pomeriggio a Calcata, con la salita al pianoro e la visita al borgo, oppure alle cascate di Monte Gelato se la stagione lo consente. Rientro a Roma per cena. È la giornata che consiglio più spesso ai gruppi piccoli e ai fotografi: alterna storia dura e paesaggio, e non ha tempi morti.

Faleria (VT) con i bambini

Il borgo funziona bene con i bambini dai sei anni in su, con qualche precauzione. Le strade in pendenza e il selciato irregolare rendono faticosi i passeggini: meglio lo zaino porta bambino. I bordi della rupe non sono protetti ovunque, quindi nella parte settentrionale dell'abitato e sui belvedere serve sorveglianza costante. In compenso il paese ha una scala perfetta per l'attenzione dei più piccoli: si vede tutto, si cammina poco, e c'è un castello vero con gli stemmi delle bisce da cercare sui muri come in una caccia al tesoro.

Castel Paterno, invece, non è adatto sotto i dieci anni: il sentiero è irregolare, ci sono dirupi e tratti franabili, e la ricompensa visiva richiede una capacità di immaginazione che i bambini piccoli non hanno ancora. Se viaggiate con la famiglia, sostituitelo con le cascate di Monte Gelato, che offrono acqua, prato, mulino restaurato e sentieri facili.

Accessibilità a Faleria (VT)

Va detto con onestà: il centro storico di Faleria è difficilmente percorribile in sedia a rotelle in autonomia. Le pendenze sono importanti, il fondo è in selciato e in pietra irregolare, e i vicoli sono stretti. La piazza della Collegiata, che è il punto da cui si gode la vista migliore sul castello, si raggiunge però in automobile fino a poca distanza, e con un accompagnatore la sosta in piazza è praticabile.

Per l'accesso alla chiesa di San Giuliano e alle strutture comunali conviene informarsi direttamente al municipio, in piazza Giuseppe Garibaldi 1, al numero 0761 58981. Le rovine di Faleria Vecchia e Castel Paterno non sono accessibili a persone con ridotta mobilità.

La vocazione del paese non è prettamente turistica e le strutture ricettive sono poche. Nel comune e nei dintorni immediati si trovano trattorie, agriturismi e affittacamere di dimensioni familiari, con orari legati ai fine settimana. La regola che do sempre è una sola: si telefona il giorno prima. In un paese di duemila abitanti, senza prenotazione, un pranzo di gruppo il sabato è un azzardo e un pranzo qualunque in un martedì di gennaio è quasi impossibile.

Chi vuole fermarsi a dormire in zona ha più scelta nei comuni vicini, soprattutto verso Nepi, Sutri e la fascia del lago di Vico, dove l'offerta agrituristica è più strutturata. Le prenotazioni si fanno direttamente con le strutture o attraverso i canali che ciascuna indica sul proprio sito.

Sulla cucina locale non aspettatevi rivoluzioni: siamo in un territorio di paste all'uovo tirate a mano, sughi di carne, agnello, funghi e castagne dai boschi delle forre, olio della zona e vini della Tuscia meridionale. Ho mangiato bene in questi paesi molte volte, e sempre nei posti che non avevano un menù plastificato.

Quando andare a Faleria (VT)

Da novembre a marzo per il paesaggio e per la lettura della rupe, come ho spiegato sopra. Aprile e maggio per il bosco in fiore e per le orchidee spontanee nelle forre del Treja. Giugno e settembre per una via di mezzo accettabile. Luglio e agosto solo la mattina presto: la valle è calda, chiusa, umida, e nelle ore centrali l'escursione a Castel Paterno diventa faticosa senza alcun vantaggio.

Nei fine settimana estivi la zona si riempie per via delle cascate di Monte Gelato, e il traffico sulla provinciale 79 Calcatese ne risente. Se il vostro obiettivo è Faleria e non le cascate, il sabato mattina presto e la domenica dopo le sedici restano finestre tranquille. Le feste patronali e le manifestazioni estive del Comune portano invece gente in paese, con chiusure temporanee al traffico: sono le giornate migliori per vedere il borgo vivo e le peggiori per parcheggiare.

Cosa vedere nei dintorni di Faleria (VT)

Questo è uno dei territori più densi di borghi del Lazio, e Faleria è un ottimo campo base. Nel raggio di venti chilometri ci sono Calcata, con il pianoro di tufo e il borgo degli artisti; Castel Sant'Elia, con la basilica romanica affrescata sospesa sulla forra; Civita Castellana, con il forte sangallesco e il portico cosmatesco del duomo; Nepi, con la rocca e l'acquedotto; Sutri, con l'anfiteatro scavato nel tufo e il mitreo.

Allargando un poco il compasso si arriva a Civitella San Paolo, a Ronciglione con il suo carnevale storico, al lago di Vico chiuso nella caldera dei Cimini, al lago di Bracciano con Trevignano Romano e Anguillara Sabazia, il paese che ha dato il nome ai signori del castello di Faleria. Verso nord ci sono le forre di Corchiano, che ripetono in scala maggiore il paesaggio inciso del Treja, e più in là Tuscania con le sue due basiliche. A oriente domina il Monte Soratte, con l'eremo di San Silvestro e i bunker della seconda guerra mondiale.

Se avete tre giorni e volete un consiglio secco: il primo giorno la valle del Treja con Faleria, Calcata e Monte Gelato; il secondo la via Amerina con Castel Sant'Elia, Civita Castellana e Nepi; il terzo Sutri e i laghi. È il modo migliore che conosco di usare questo pezzo di Lazio, e non prevede mai più di quaranta minuti di automobile fra una tappa e l'altra.

Guide, gruppi e visite accompagnate a Faleria (VT)

Un territorio come questo rende molto più con qualcuno che lo sappia leggere. Le rovine di Castel Paterno, in particolare, senza una guida sono cento metri di muro nel bosco; con una guida sono la fine di un progetto imperiale. Per gruppi, aziende e visite private in tutto il Lazio settentrionale ci si può rivolgere alla rete di accompagnatori e guide autorizzate di TourLeaderPro, che raccoglie professionisti verificati per regione e per lingua nel proprio network di professionisti del turismo. Chi organizza un gruppo e ha bisogno di un preventivo o di un itinerario disegnato su misura trova i riferimenti nella pagina dei contatti.

Ai visitatori stranieri che leggono in inglese e stanno costruendo un viaggio in Italia servono strumenti diversi: la panoramica regionale sul Lazio, la guida alle gite in giornata e, per chi ha Roma come base, l'elenco delle cose migliori da fare a Roma.

Domande veloci su Faleria (VT)

Dove si trova Faleria (VT)?

Nel Lazio, in provincia di Viterbo, all'estremo confine meridionale della provincia, su una rupe di tufo alla confluenza del fosso Mola con il fiume Treja. Confina con Calcata, Castel Sant'Elia, Civita Castellana, Mazzano Romano, Rignano Flaminio e Sant'Oreste.

Quanto dista Faleria da Roma?

Circa quaranta chilometri in linea d'aria dal centro di Roma, che diventano poco meno di sessanta di percorso stradale reale. In automobile si arriva in cinquanta o sessanta minuti fuori dalle ore di punta.

Quanto si paga per visitare Faleria?

Niente. Il borgo è un abitato pubblico e si percorre liberamente, senza biglietti e senza orari. Non ci sono aree recintate a pagamento.

Si può visitare il castello degli Anguillara a Faleria?

All'interno no, salvo aperture straordinarie. Il castello è in proprietà privata e non ha un regime di visita ordinario: si ammira dall'esterno, dalla piazza della Collegiata, dove si vedono l'ingresso con le due cordonate, il portone con lo stemma e le tre logge rinascimentali in peperino. Le aperture eccezionali vengono annunciate dal Comune.

Quanto tempo serve per visitare Faleria (VT)?

Due ore per il borgo, la collegiata e le rovine di Faleria Vecchia. Una giornata intera se si aggiungono Castel Paterno e una seconda tappa nella valle del Treja.

Come si arriva a Castel Paterno da Faleria?

Si segue la strada che porta a Faleria da Civita Castellana e si imbocca la strada campestre che se ne distacca subito dopo il muro di cinta del cimitero, proseguendo poi a piedi per circa cinque chilometri dal paese. Il percorso non è attrezzato: servono scarpe da trekking, prudenza sui tratti franabili e attenzione ai dirupi.

Dove è morto Ottone III?

A Castel Paterno, nel territorio di Faleria, il 23 o il 24 gennaio 1002, a ventun anni, per una febbre contratta alla fine dell'anno precedente. Fu sepolto ad Aquisgrana.

È vero che Ottone III fu avvelenato da Stefania?

È una leggenda che compare nella letteratura erudita a partire dal Cinquecento e che non trova riscontro nelle fonti coeve. Le cronache contemporanee parlano di una malattia febbrile.

Faleria è un borgo fantasma?

No. È un comune abitato da poco più di duemila persone, la cui popolazione negli ultimi centocinquant'anni è raddoppiata. Disabitata è solo la parte settentrionale della rupe, dove si trovano le rovine di Faleria Vecchia. Il vero borgo fantasma della zona è Monterano.

Perché Faleria si chiamava Stabbia?

Perché quello era il nome originario del luogo, attestato come Stabla, Stabbia, Stabia e Castrum Stabie nei documenti medievali. La denominazione Faleria, in vigore almeno dal 1873, fu adottata in età postunitaria per legare il paese alla civiltà falisca.

Faleria fa parte del Parco Valle del Treja?

No. Il parco regionale, istituito nel 1982 su seicentoventotto ettari, comprende soltanto i territori di Calcata e Mazzano Romano. Faleria si trova nella stessa valle ma fuori dai confini dell'area protetta.

Quanto dista Faleria dalle cascate di Monte Gelato?

Pochi chilometri, in direzione di Mazzano Romano lungo la valle. È l'abbinamento più frequente per chi viene qui in giornata.

Quanto dista Faleria da Calcata?

Un quarto d'ora di automobile sulla strada provinciale 79 Calcatese, che collega direttamente i due paesi.

Si arriva a Faleria con i mezzi pubblici?

Sì, con le autolinee extraurbane regionali, ma le corse sono tarate sugli orari scolastici e dei pendolari, quindi frequenti al mattino e rade nel resto della giornata, con servizio ridotto la domenica. Orari e fermate vanno controllati sul sito del concessionario regionale prima di partire.

Dove si parcheggia a Faleria?

Negli spiazzi lungo la strada che sale al paese e nelle aree davanti agli edifici pubblici. Nel centro storico non si entra in automobile. Dal parcheggio alla piazza della Collegiata sono cinque minuti a piedi in salita.

Faleria è adatta ai bambini?

Il borgo sì, dai sei anni in su, con sorveglianza sui bordi della rupe e con lo zaino porta bambino al posto del passeggino. Castel Paterno no, sotto i dieci anni: il sentiero è irregolare e ci sono dirupi.

Faleria è accessibile in sedia a rotelle?

Solo in parte. La piazza della Collegiata si raggiunge in automobile fino a breve distanza, ma i vicoli in pendenza e il selciato irregolare rendono il resto del borgo difficilmente percorribile in autonomia. Le rovine e Castel Paterno non sono accessibili.

La chiesa di San Giuliano è sempre aperta?

No, segue gli orari delle funzioni parrocchiali. Conviene programmare la visita a ridosso della messa festiva oppure chiedere informazioni al municipio.

Che cosa si vede dentro la chiesa di San Giuliano a Faleria?

Tre navate, con la centrale più ampia chiusa da un'abside che ospita un coro ligneo, e l'altare di San Giuliano restaurato nel 1610 per iniziativa della Compagnia del Santissimo Sacramento, con una tela del Santo ai piedi della Vergine incorniciata da stucchi con figure angeliche. All'esterno, la facciata romanica e il campanile con le coppie di bifore, alcune tamponate.

Che cos'è la chiesa di Sant'Agostino a Faleria?

Una piccola chiesa trecentesca addossata al fianco sinistro del castello degli Anguillara, a navata unica, che custodisce una tela del Santo.

Si possono fare fotografie a Faleria?

Sì, ovunque negli spazi pubblici. Dentro le chiese vale il buon senso: niente flash e niente scatti durante le funzioni. Per i droni servono autorizzazioni specifiche che il visitatore comune non ha.

Quando conviene visitare Faleria (VT)?

Da novembre a marzo, quando il bosco spoglio lascia leggere la rupe e la forra, e nelle prime ore del mattino. In estate solo presto: la valle è calda e chiusa.

Perché Faleria è in provincia di Viterbo se è così vicina a Roma?

Perché nel 1927, con l'istituzione della provincia di Viterbo, il comune fu trasferito dalla provincia di Roma a quella viterbese. Prima di quella data era romano a tutti gli effetti amministrativi.

Che cosa vale la pena vedere vicino a Faleria?

Calcata, Castel Sant'Elia, Civita Castellana, Nepi, Sutri, Ronciglione, il lago di Vico, il lago di Bracciano con Trevignano Romano e Anguillara Sabazia, le forre di Corchiano e il Monte Soratte. Tutto entro un'ora di automobile.

Si mangia bene a Faleria?

Si mangia da paese: paste tirate a mano, carne, funghi e castagne dei boschi delle forre, olio e vini della Tuscia meridionale. Le strutture sono poche e a conduzione familiare, quindi conviene prenotare il giorno prima, soprattutto fuori stagione.

Ci sono eventi a Faleria durante l'anno?

Sì, fra feste patronali e manifestazioni estive organizzate dal Comune, che in quelle occasioni dispone anche chiusure temporanee al traffico. Il calendario aggiornato si trova negli avvisi pubblicati dal municipio.

Faleria non è un posto che si impone. Non ha una chiesa famosa, non ha un museo, non ha una piazza da cartolina, e il suo monumento principale non si visita. Eppure ci torno volentieri, e ci porto le persone che hanno voglia di capire come funzionava davvero il Lazio dei castelli: una rupe, due fossi, una famiglia con le bisce sullo stemma e trecento anni di potere esercitato da un palazzo che guarda la chiesa. E a cinque chilometri, in mezzo a un bosco che si mangia le pietre, il punto in cui un ragazzo di ventun anni con il titolo di imperatore dei Romani smise di respirare e portò con sé l'ultima idea seria di un impero con capitale Roma. Se andate a cercarlo, andateci d'inverno, presto, con le scarpe giuste, e restateci in silenzio dieci minuti prima di tornare indietro.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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