Bassano in Teverina (VT)

Bassano in Teverina è un comune della provincia di Viterbo di circa 1.300 abitanti, a 304 metri di quota su uno sperone di roccia vulcanica che domina la valle del Tevere, al confine con l'Umbria, 9 chilometri a ovest di Orte e 22 a est di Viterbo. Da Roma sono 84 chilometri: autostrada A1 fino all'uscita di Orte, poi la superstrada SS675 Orte-Viterbo per circa 4 chilometri fino allo svincolo di Bassano in Teverina e infine la provinciale SP151 (via Ortana) per altri 4 chilometri; in tutto poco più di un'ora. Da Viterbo si percorre la stessa SS675 in direzione Orte per una quindicina di chilometri, si esce a Soriano nel Cimino e si prende la SP151. Senza automobile: treno regionale della linea FL1 da Roma Tiburtina o Roma Ostiense fino a Orte (poco più di un'ora, orari sul sito di Trenitalia), quindi autobus Cotral per Bassano in Teverina; le corse Cotral collegano il paese anche con Soriano nel Cimino e Viterbo, con frequenze pensate per pendolari e studenti, rade nei festivi, da controllare sul sito Cotral prima di partire. La stazione ferroviaria di Bassano in Teverina, sulla linea Roma-Firenze, è dismessa dal 2012. L'auto si lascia negli spazi lungo la viabilità di accesso al borgo antico, perché dentro le mura non si circola; da lì al portone del paese sono pochi minuti a piedi. Passeggiare nel borgo, entrare nelle chiese aperte e affacciarsi dal belvedere non costa nulla. La Torre dell'Orologio, con il campanile romanico nascosto al suo interno, si visita nei giorni festivi e prefestivi con prenotazione almeno un giorno prima ai numeri del Comune (0761 407012) o dei volontari indicati sul sito comunale; gli orari pubblicati dal Comune sono 9:30-12:00 e 14:30-18:00 da ottobre a marzo, 9:30-12:00 e 14:30-19:00 da aprile a giugno, 9:30-12:00 e 15:00-19:00 da luglio a settembre, mentre il costo del biglietto si chiede al momento della prenotazione. Per la chiesa di Santa Maria dei Lumi, che dal 1855 non è più parrocchia, valgono le stesse regole: si apre su richiesta, spesso in abbinamento alla torre. Mezza giornata basta per il paese; una giornata intera se lo si combina con Orte o Vasanello. Bassano in Teverina fa parte del club dei Borghi più belli d'Italia dall'ottobre 2020 e sulle pagine dedicate alle attrazioni turistiche di questo sito trovate gli altri borghi della Tuscia con cui costruire un itinerario.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Bassano in Teverina (VT)
Bassano in Teverina (VT)

Come arrivare a Bassano in Teverina (VT) da Roma, da Viterbo e in treno

Ci sono paesi che si annunciano da lontano e paesi che si nascondono fino all'ultima curva. Bassano in Teverina appartiene alla seconda categoria, e non per timidezza: i poggi che lo circondano, Sasso Quadro e Poggio Zucco fra gli altri, lo chiudono in una conca sospesa sopra la valle, tanto che dai paesi vicini, Mugnano, Attigliano, Chia, Bomarzo, quasi non si vede. Poi la provinciale supera l'ultimo dosso e il quadro si compone di colpo: la rupe grigia, il fronte compatto delle case, e all'ingresso del borgo una torre quadrata di venticinque metri che sembra messa lì per sbarrare la strada. È la Torre dell'Orologio, e dentro ne contiene un'altra. Ma di questo parleremo a lungo. Prima bisogna arrivarci.

In auto da Roma: A1, uscita Orte, poi la SS675 e la via Ortana

La strada più semplice per chi parte dalla Capitale è l'autostrada A1 in direzione Firenze con uscita a Orte. È un casello che tutti conoscono, perché Orte è uno di quei nodi che nella geografia italiana pesano più delle loro dimensioni: qui si incrociano l'autostrada, la ferrovia per Firenze, la linea per Terni e Ancona e la superstrada Orte-Viterbo-Civitavecchia. Usciti dal casello, le indicazioni del Comune di Bassano sono precise: a sinistra per cinquecento metri, poi a destra sulla SS675 in direzione Viterbo; dopo circa quattro chilometri lo svincolo per Bassano in Teverina immette sulla SP151, la via Ortana, che in altri quattro chilometri porta sotto le mura. Sono dieci minuti in tutto, attraverso una campagna ordinata di oliveti, noccioleti e vigne. Chi arriva da Firenze fa lo stesso percorso, uscendo a Orte dalla direzione opposta.

Questi ultimi chilometri sono la parte migliore dell'avvicinamento, e sconsiglio di affrontarli di fretta. La via Ortana sale dolcemente, disegna qualche curva larga, e a un certo punto apre la vista sullo sperone su cui il paese poggia. Se c'è uno slargo per accostare senza intralciare, fermatevi: la fotografia che si fa da lì è già metà del viaggio, e la torre vista da fuori, prima di scoprire il suo segreto, è un'esperienza diversa da quella che si fa dopo.

Da Viterbo: la superstrada e l'uscita di Soriano nel Cimino

Chi parte da Viterbo ha 22 chilometri davanti. Il Comune indica la SS675, cioè il raccordo Civitavecchia-Orte, per una quindicina di chilometri fino all'uscita di Soriano nel Cimino, poi a sinistra sulla SP61 per trecento metri e a destra sulla SP151 per due chilometri e mezzo. È una mezz'ora scarsa che attraversa una porzione di Tuscia da manuale: il versante orientale dei monti Cimini, che scende a gradoni verso il Tevere in una sequenza di rupi, forre e valloni. Chi ha tempo spezza il viaggio con una sosta a Vitorchiano, uno dei borghi su peperino più spettacolari del Lazio, oppure a Soriano nel Cimino, dentro il bosco e sotto il castello Orsini. Entrambi sono sulla direttrice giusta.

In treno fino a Orte e poi con il Cotral

Bassano in Teverina gioca una carta che pochi borghi della Tuscia possono giocare: la stazione di Orte è a nove chilometri ed è servita dalla linea regionale FL1 da Roma Tiburtina e Roma Ostiense, con corse lungo tutta la giornata e un viaggio di poco più di un'ora, oltre che dai treni a lunga percorrenza della direttrice per Firenze. Dalla stazione di Orte al borgo si prosegue con gli autobus Cotral, che collegano Bassano in Teverina anche a Soriano nel Cimino e a Viterbo. Il paese aveva una stazione propria, in fondovalle sulla linea Roma-Firenze, ed è la stessa stazione in cui nel 1943 esplose il treno tedesco di cui parleremo: è chiusa dal 2012, e i treni ci passano senza fermarsi.

Va detto con chiarezza: il trasporto pubblico in questa parte della provincia esiste, ma segue orari costruiti sulle esigenze di chi ci vive, cioè scuole e lavoro. Nei fine settimana e in estate le corse si diradano. Chi sceglie il treno controlli gli orari Cotral prima di partire e li metta in conto nella giornata. C'è anche chi trasforma il vincolo in occasione: scendere a Orte, visitare il centro storico con i suoi cunicoli sotterranei, e raggiungere Bassano nel pomeriggio è un programma con una logica perfetta, perché mette in fila due paesi costruiti sulla stessa roccia e scavati nello stesso modo.

Parcheggio, scarpe e stagione a Bassano in Teverina (VT)

Il parcheggio è la prima preoccupazione concreta all'arrivo. Il borgo antico è un impianto medievale su uno sperone stretto: le vie interne sono anguste, in parte a gradini, e non accolgono automobili. La soluzione è lasciare la macchina negli spazi subito fuori dal nucleo storico, lungo la viabilità di accesso e nel paese nuovo cresciuto a monte dopo la guerra, e proseguire a piedi. Non è una camminata epica: dal parcheggio alla Torre dell'Orologio ci sono pochi minuti. Sono però minuti che cambiano l'esperienza, perché costringono a entrare nel paese con il ritmo del passo, l'unico con cui un borgo del genere si lascia leggere.

Le scarpe sono l'unico equipaggiamento indispensabile. Il selciato è in pietra, spesso irregolare, e le pendenze non sono trascurabili: il borgo si sviluppa lungo la schiena della rupe con scalinate, rampe e vicoli che si insinuano tra le case. Chi scende verso le cantine scavate nella roccia trova un fondo umido e scivoloso. Il resto è minimo: acqua, una felpa leggera anche d'estate, perché la sera in quota rinfresca e gli ambienti ipogei sono freddi tutto l'anno, e una torcia per chi vuole affacciarsi dove la luce non arriva.

Sulla stagione ho una posizione netta. Primavera e autunno sono i due momenti in cui questo territorio dà il meglio. Tra aprile e i primi di giugno la valle del Tevere è verdissima, la luce limpida, le temperature permettono di camminare tutto il giorno. Tra la fine di settembre e novembre arrivano la vendemmia e la raccolta delle olive, i frantoi lavorano, l'aria sa di mosto e di olio nuovo, e c'è il 27 settembre, la festa dei santi patroni Fidenzio e Terenzio. L'estate va gestita: a luglio e agosto il caldo nella valle è reale e il peperino lo restituisce per ore dopo il tramonto, quindi si visita la mattina presto o dal tardo pomeriggio, riservando le ore centrali alla torre e alle chiese. In compenso il secondo fine settimana di luglio porta la rievocazione rinascimentale dedicata ad Alfonso De Lagnis, con il corteo in costume, e a Natale il paese allestisce un presepe vivente. L'inverno è la stagione dei pochi: giornate corte, umidità che sale dal fiume, nebbia nel fondovalle. Ma una giornata limpida di gennaio, con l'aria tersa e il paese silenzioso, regala una qualità della luce che nessun'altra stagione dà.

Quanto tempo dedicare a Bassano in Teverina (VT)

Bassano in Teverina, presa da sola, è una mezza giornata piena. Il borgo si percorre in un'ora e mezza di cammino tranquillo, la torre con il campanile nascosto merita un'ora tra prenotazione e visita, Santa Maria dei Lumi un'altra mezz'ora, e se ci si ferma a parlare con qualcuno, come inevitabilmente succede, la mattinata vola. Costruirci sopra un viaggio isolato sarebbe uno spreco. Il modo giusto di pensarla è come tappa di un itinerario, e da questo punto di vista la posizione è privilegiata: nel raggio di venti chilometri ci sono Vasanello con il castello Orsini e la ceramica, Graffignano e Castiglione in Teverina risalendo la valle verso nord, Civita Castellana scendendo verso sud, il Parco dei Mostri di Bomarzo a un quarto d'ora, e Civita di Bagnoregio a una quarantina di minuti. Chi preferisce affidare la logistica a un professionista può rivolgersi a un accompagnatore turistico certificato, che in questa provincia fa la differenza tra una giornata riuscita e una passata a cercare parcheggi. Chi arriva dall'estero trova un buon quadro d'insieme nella guida in inglese ai borghi minori del Lazio.

Ultima informazione pratica, la più importante perché riguarda il modo in cui ci si muove: Bassano in Teverina non ha un ufficio turistico aperto tutti i giorni. Non ha biglietterie permanenti, non ha audioguide, non ha bookshop. Ha un municipio, un ufficio informazioni al numero 0761 407012, un gruppo di volontari che apre la torre, una piazza, un bar, delle persone. E questo, che sulla carta sembra una mancanza, in pratica è il suo vantaggio. Le informazioni che servono davvero, chi ha le chiavi della chiesa, quando c'è la festa, dove si mangia bene, si ottengono chiedendo. Nella Tuscia funziona così da sempre, e funziona benissimo.

Un borgo di peperino sospeso tra il Tevere e i Cimini: storia e paesaggio di Bassano in Teverina (VT)

Per capire Bassano in Teverina bisogna partire dalla roccia, non dagli uomini. Tutto quello che questo paese è stato dipende da una decisione presa dalla geologia molto prima che qualcuno pensasse di costruirci sopra. Centinaia di migliaia di anni fa il vulcano Cimino e, poco più a nord, l'apparato vulsino riversarono su questa parte del Lazio strati di materiale piroclastico che, consolidandosi, diedero origine ai tufi e al peperino, la pietra grigia e compatta con cui a Bassano è costruito tutto, dalla torre alle soglie delle case. Poi arrivò l'acqua: il Tevere e i suoi affluenti cominciarono a incidere quel banco, scavando forre, isolando speroni, lasciando in piedi solo le porzioni più resistenti. Il risultato, dopo millenni di erosione, è un paesaggio di piattaforme rocciose che emergono dal verde come navi in secca. Su una di queste sorge Bassano in Teverina, sulle ultime propaggini settentrionali dei monti Cimini.

Il peperino e il tufo vanno capiti per quello che sono: rocce abbastanza dure da reggere il peso di un paese intero, abbastanza tenere da lasciarsi scavare con attrezzi semplici. Questa doppia natura ha determinato tutto. La scelta del sito, perché uno sperone circondato da pareti verticali è una fortezza naturale che non chiede investimenti. Il materiale da costruzione, perché le case sono fatte di blocchi cavati sul posto, spesso proprio dallo scavo delle cantine sottostanti. E l'esistenza di quel secondo paese sotterraneo che a Bassano, come a Orte e in decine di altri centri della Tuscia, si sviluppa sotto quello visibile. Il borgo, in un certo senso, non è appoggiato sulla rupe: è la rupe stessa, modellata sopra e sotto la linea del suolo.

La posizione di Bassano in Teverina (VT): una frontiera lunga tremila anni

La posizione è l'altro elemento decisivo. Bassano guarda la valle del Tevere in un punto in cui il fiume ha già ricevuto il Nera ed è una via d'acqua seria. Dall'altra parte c'è l'Umbria, e questo non è un dettaglio geografico ma una condizione storica permanente. Per secoli qui è passata una linea di attrito: tra Etruschi e Romani prima, tra Roma e le città umbre poi, tra il Patrimonio di San Pietro e le signorie locali, tra sfere di influenza che si contendevano il controllo dei transiti. Un paese su un'altura che domina il passaggio, in un simile contesto, non è mai un paese qualunque: è un punto di osservazione, un presidio, un pedaggio potenziale e, in più di un momento, un obiettivo militare. I due poggi che affiancano il borgo, Sasso Quadro a 324 metri e Poggio Zucco a 318, erano punti di osservazione collegati all'abitato da sentieri antichi, e portano ancora i segni di frequentazioni anteriori al paese.

Gli Etruschi, il lago Vadimone e le due battaglie

Prima dei Romani ci furono gli Etruschi, e a Bassano la loro presenza non è un'ipotesi: sul Poggio Zucco sopravvive una necropoli di tombe a camera, e sul Sasso Quadro la roccia è lavorata in nicchie, scalini e cavità che denunciano un uso antico. La valle del Tevere, che oggi consideriamo periferia, per il mondo etrusco era una spina dorsale che collegava i grandi centri dell'interno con la costa e con la pianura padana. In fondovalle, vicino al fiume, c'è poi il lago Vadimone, che la gente del posto chiama semplicemente il Laghetto: uno specchio d'acqua alimentato da sorgenti sulfuree, che Plinio il Giovane descrisse nelle sue lettere come una ruota messa a giacere, di circonferenza perfettamente regolare, con acque di un colore più pallido e più verde del mare. Per gli Etruschi era un luogo sacro dove si compivano riti periodici; i Romani, secondo la tradizione riportata dal Comune, vi immergevano le armi per renderle invincibili.

Ed è sulle rive di quel lago che, secondo la tradizione storiografica antica, si combatterono due battaglie decisive per la fine dell'Etruria indipendente. La prima nel 309 a.C., quando il console Quinto Fabio Rulliano, attraversata la selva Cimina che i Romani consideravano impenetrabile, inflisse agli Etruschi una sconfitta durissima. La seconda nel 283 a.C., quando le legioni batterono definitivamente la coalizione di Etruschi e Galli Senoni. Le fonti antiche non permettono di fissare il campo di battaglia con precisione topografica, e gli storici discutono ancora sull'identificazione del Vadimone di Livio con il Laghetto di Bassano; ma la tradizione locale, il Comune e la letteratura di riferimento la sostengono, e la posizione del lago tra il fiume e la strada per l'Etruria interna la rende credibile.

Roma, la via Amerina e il Castrum Amerinum

Con Roma la valle entra in una fase di ordine. Il territorio di Bassano venne attraversato dalla via Amerina, la strada che da Roma, staccandosi dalla Cassia, raggiungeva Amelia e l'Umbria, e che è una delle poche vie consolari rimaste in uso senza interruzione fino al Medioevo, quando divenne il corridoio tra Roma e Ravenna bizantine. Il centro etrusco sullo sperone, secondo la ricostruzione più accreditata, venne abbandonato dopo la conquista, e i Romani organizzarono il territorio attorno a un castrum identificato con il Castrum Amerinum, che alcuni collocano nella zona di Palazzolo, nel comune di Vasanello. La campagna venne divisa in fondi agricoli e il fiume divenne un'arteria che portava a Roma grano, olio, vino e legname. È una vocazione agricola che Bassano non ha mai perso: l'olivo e la vite sono qui da allora, non per moda.

Il nome di Bassano e il ritorno sulla rupe

Il nome porta le tracce di questa fase. Bassano è un toponimo prediale: deriva dal gentilizio romano Bassus, attraverso la forma Bassanus, cioè il fondo di un proprietario terriero di età romana, secondo un meccanismo diffuso in tutta l'Italia centrale. La specificazione in Teverina è invece geografica e più recente, e serve a distinguere questo Bassano dai suoi numerosi omonimi, da Bassano del Grappa a Bassano Romano, ancorandolo alla valle. La Teverina, come si chiama tradizionalmente la fascia che accompagna il fiume tra Lazio e Umbria, è un'entità con un carattere proprio, diversa dalla Tuscia interna dei laghi e dalla Maremma laziale.

Tra la tarda antichità e l'alto Medioevo la valle divenne insicura: guerre gotiche, incursioni, collasso della manutenzione di strade e bonifiche. La popolazione risalì sulle rupi. A Bassano il sito venne rioccupato fra il IX e il X secolo, quando la minaccia delle scorrerie ungare rese di nuovo preziosa una piattaforma difesa da pareti verticali. È il fenomeno che gli storici chiamano incastellamento, e lo si legge ancora nella pianta del paese: un impianto compatto, addossato, chiuso, con un accesso controllato dalla torre e una gerarchia di spazi che va dal punto più difeso verso l'esterno. I vicoli sono stretti perché ogni metro sottratto all'edificato era un metro sprecato.

Matilde di Canossa, i papi e il Comune

Il nome di Bassano compare nei documenti agli inizi del secondo millennio. Una tradizione, che la storiografia locale riporta con prudenza, vuole che la contessa Matilde di Canossa abbia donato il castello a papa Gregorio VII nel 1070; quel che è documentato è che una bolla di Innocenzo III del 1212 conferma l'appartenenza di Bassano alla Camera Apostolica, cioè al patrimonio diretto della Santa Sede, e la descrive come cosa di lunga data. Tra il 1298 e il 1377 il borgo venne eretto a Comune, ma sempre alle dipendenze dirette di Roma, senza mai diventare feudo di una delle grandi famiglie baronali che si spartivano il resto della Tuscia. Nel 1437 la diocesi di Orte, da cui Bassano dipendeva, venne unita a quella di Civita Castellana.

In quei secoli Viterbo, che per un periodo fu persino sede papale, estendeva la sua influenza su un raggio ampio, e Orvieto faceva lo stesso dall'altra parte del fiume. In mezzo, i borghi della Teverina impararono l'arte della sopravvivenza: fortificarsi sempre, non farsi notare troppo, restare fedeli alla Camera Apostolica che garantiva più protezione di qualunque signore. È in questa fase che si consolidò l'assetto che vediamo, con la cinta che sfrutta il salto della rupe, la porta di accesso e la chiesa di Santa Maria dei Lumi con il suo campanile romanico, che era anche torre di avvistamento per la comunità.

Il Cinquecento dei Lagne, dei Madruzzo e degli Altemps

Il Cinquecento è il secolo che ha dato a Bassano in Teverina la sua forma monumentale. Nel 1527, l'anno del Sacco di Roma, papa Clemente VII donò il feudo al nobile napoletano Alfonso Lagne, o De Lagnis, il governatore a cui il paese dedica ancora oggi la sua rievocazione estiva. Nel 1559 Pio IV vendette Bassano al cardinale Cristoforo Madruzzo, principe vescovo di Trento e protagonista del Concilio, insieme al fratello Nicola e al nipote Fortunato. I Madruzzo tennero il feudo per poco più di un decennio, ma lasciarono due cose che si vedono ancora: costruirono la grande torre quadrata all'ingresso del borgo, inglobando dentro il campanile della chiesa, e nel 1576, quando il cardinale era ormai vescovo di Porto, eressero la fontana che oggi si chiama Fontana Vecchia, con l'iscrizione che ne ricorda il committente. Dopo di loro il feudo passò al cardinale Marco Sittico Altemps, nipote di Pio IV, che ordinò la costruzione di un palazzo; alla fine del secolo Bassano tornò sotto il controllo diretto della Camera Apostolica.

Dal Seicento prospero alle faide dell'Ottocento

Il Seicento fu per Bassano un periodo di relativa prosperità. Nacquero istituzioni di credito e assistenza tipiche dei borghi dello Stato pontificio: il Banco delle Civitelle, il Monte di Pietà e il Monte della Semenza, che prestava il grano da seminare ai contadini poveri. Nel 1632 i santi Fidenzio e Terenzio vennero proclamati protettori del paese, e tra il 1674 e il 1678 si costruì fuori dall'abitato la chiesa della Madonna della Quercia. Il Settecento e buona parte dell'Ottocento furono invece anni di calo demografico e di dissesto, dovuti alle lotte fra due fazioni che si contendevano il paese: la famiglia Andreuzzi e la famiglia Verga, i principali proprietari terrieri. È un copione comune a molti borghi dell'Italia centrale, dove le faide tra notabili sostituirono le guerre tra signori. Nel 1855, con i contributi del Comune, si cominciò a costruire la nuova parrocchiale dell'Immacolata Concezione, e la vecchia Santa Maria dei Lumi venne abbandonata.

Il Novecento: Orte, il 1943 e la rinascita

Nel 1927 il comune passò dalla provincia di Roma a quella appena istituita di Viterbo, e nel 1929 il regime fascista, che accorpava i municipi troppo piccoli, lo aggregò a Orte: Bassano riottenne l'autonomia solo nel 1958, dopo trentuno anni da frazione. In mezzo c'è la data che ha segnato il paese più di ogni altra. Il 25 novembre 1943 un treno tedesco carico di munizioni, fermo nella stazione di Bassano in fondovalle, saltò in aria. Lo spostamento d'aria dell'esplosione sollevò i tetti e abbatté i muri del borgo antico sulla rupe, che divenne per decenni in gran parte inabitabile. Gli abitanti si spostarono più in alto, nel paese nuovo cresciuto lungo la strada, e il centro storico, già indebolito dall'emigrazione, si svuotò. Non è un dettaglio: quando si cammina nel borgo e si vedono case ricostruite accanto a ruderi, si sta leggendo la mappa di quella notte.

La storia non finisce lì. Negli ultimi decenni si è avviato un recupero pubblico del borgo antico: trentuno alloggi ristrutturati, circa diecimila metri cubi, e nel 2002 il consolidamento del costone di roccia su cui tutto poggia. I restauri della torre tra il 1976 e il 1984 hanno restituito al paese il suo monumento simbolo, e nell'ottobre 2020 Bassano in Teverina è entrata nel club dei Borghi più belli d'Italia, ventitreesimo comune del Lazio e quinto della provincia di Viterbo. Il 26 giugno 2006 il Presidente della Repubblica ha concesso al Comune lo stemma con il cavaliere armato che regge una bandiera con la croce, un richiamo al Medioevo in cui il castello si consolidò.

Il paesaggio agricolo intorno a Bassano in Teverina (VT)

Il paesaggio che circonda tutto questo è di una coerenza rara. Non ci sono capannoni a rompere l'orizzonte, non ci sono lottizzazioni che si mangiano la campagna. Ci sono la rupe, gli oliveti che scendono a terrazze, le vigne, i noccioleti che sono la coltura industriale dei Cimini, i valloni boscosi dove i fossi d'estate quasi scompaiono e d'inverno si gonfiano. Sullo sfondo, verso ovest, il profilo dei Cimini con il cono del monte che chiude la vista; verso est, oltre il Tevere, i rilievi umbri di Amelia. È un paesaggio agricolo antico sopravvissuto perché nessuno ha avuto abbastanza soldi o abbastanza fretta per rovinarlo. L'olio extravergine di questa fascia della Tuscia è di livello alto, con quell'amaro e quel piccante che sono indice di qualità e non difetto. Il vino ha una storia lunga: il territorio rientra nell'area della DOC Vignanello, e risalendo la valle verso Castiglione in Teverina si entra in una zona di cantine ipogee scavate nella roccia. Bassano partecipa a questo sistema con la modestia dei numeri piccoli, ma la materia prima è la stessa.

Una curiosità su Bassano in Teverina (VT)

Ogni paese ha la sua stranezza, e quasi sempre è una stranezza di cui gli abitanti parlano con quel misto di orgoglio e rassegnazione che si riserva ai parenti eccentrici. A Bassano in Teverina la stranezza è alta venticinque metri, ha una base quadrata di sette metri per sette, pesa migliaia di tonnellate di peperino e per quattro secoli ha tenuto un segreto che nessuno, in paese, sospettava. È la Torre dell'Orologio, la mole che accoglie chi entra nel borgo dalla porta principale, e non c'è modo di raccontare questo posto senza partire da lì. Non perché sia il monumento più prezioso della Tuscia, che non lo è, ma perché è una di quelle rarissime costruzioni che sono due cose insieme: una torre di guardia rinascimentale e, dentro di essa, un campanile romanico intatto. Una torre nella torre.

Vista da fuori è una torre e basta. Un parallelepipedo severo di blocchi grigi, senza decorazioni, con in facciata un orologio dal quadrante in maioliche dipinte a mano che risale al Settecento circa. Chi passa in fretta la fotografa, la classifica come torre civica e prosegue. Ha torto. Perché tra il muro esterno e ciò che c'è dentro corre un'intercapedine di settanta centimetri, e al di là di quell'intercapedine si alza, per ventisette metri, un campanile costruito tra l'XI e il XIII secolo, con le sue bifore e trifore, le sue colonnine di peperino, i suoi capitelli scolpiti, esattamente come lo lasciarono i muratori medievali. Nessun'altra torre in Italia, che io sappia, custodisce un campanile intero come un astuccio custodisce uno strumento.

Il campanile nascosto nella Torre dell'Orologio di Bassano in Teverina (VT)

Il campanile apparteneva alla chiesa di Santa Maria dei Lumi, che sorge accanto e che allora era la matrice del paese. Era un campanile isolato, distante una dozzina di metri dalla facciata della chiesa, come si usava in molte parrocchiali romaniche dell'Italia centrale. Datarlo con precisione è difficile: il Comune lo colloca attorno al 1100, altre fonti tra il XII e il XIII secolo, e la forbice, per un edificio senza documenti di cantiere, è onesta. Quello che è certo è che quando i Madruzzo, feudatari dal 1559, decisero di dotare l'ingresso del borgo di una torre di guardia degna del loro rango, non lo abbatterono. Gli costruirono intorno un involucro di peperino alto quanto lui, lasciando quei settanta centimetri di aria, e lo chiusero dentro. La torre nuova, con la sua altezza originaria che alcune fonti stimano attorno ai trenta metri prima delle riduzioni dei restauri, divenne il presidio della porta. Il campanile continuò a esistere senza che nessuno lo vedesse più.

Poi il tempo fece il suo lavoro. La chiesa dei Lumi perse la funzione parrocchiale nel 1855, il paese si trasferì attorno alla nuova chiesa dell'Immacolata, il borgo antico si svuotò con l'emigrazione e fu devastato dall'esplosione del 1943. Della memoria del campanile non rimase traccia: la torre era la torre, un edificio cinquecentesco all'ingresso del paese, punto. Fino a quando, attorno al 1970, durante lavori di consolidamento della struttura, gli operai aprirono la muratura e trovarono, oltre la cavità, un muro che non doveva esserci: conci medievali, l'imposta di una bifora, una colonnina. Avevano trovato il campanile dimenticato.

La riscoperta del 1976 e i restauri della Soprintendenza

La scoperta mise la Soprintendenza davanti a un dilemma raro. Liberare il campanile romanico smontando la torre cinquecentesca avrebbe distrutto un monumento per recuperarne un altro. Lasciare tutto com'era avrebbe significato rinchiudere di nuovo, consapevolmente, un pezzo di architettura medievale di qualità. La soluzione adottata fu la terza: conservare entrambe le strutture e rendere visitabile l'intercapedine, cioè trasformare il vuoto di settanta centimetri tra le due murature in un percorso. I restauri si svolsero tra il 1976 e il 1984, e a quel secondo anno risale la pubblicazione dei risultati. Da allora la torre è, letteralmente, un edificio che si visita dall'interno di un altro edificio.

Durante gli scavi un operaio scoprì anche un pozzo sotto la torre, profondo una decina di metri e largo circa due, colmo di cocci, stoviglie, monete e oggetti mai del tutto identificati: probabilmente la fossa di scarico o la cisterna del complesso medievale, riempita di detriti al momento della costruzione dell'involucro. È il tipo di dettaglio che fa capire come fosse organizzato uno spazio urbano cinquecentesco, dove nulla si buttava lontano e ogni cavità serviva a qualcosa.

Il campanile animato: telamoni, figure e colonne tortili

Il motivo per cui il campanile di Bassano in Teverina merita più dei cinque minuti che gli si dedicano di solito non è soltanto il fatto di essere nascosto. È la sua decorazione. Le colonnine di peperino che dividono le aperture della cella campanaria non sono lisce: alcune sono tortili, altre rastremate, e i capitelli portano figure antropomorfe, telamoni che sembrano reggere l'arco con le spalle, motivi vegetali. È quello che gli studiosi locali hanno chiamato campanile animato, un tipo di decorazione rara nell'edilizia romanica minore del Lazio, dove i campanili sono di solito severi e privi di sculture. Chi ha scolpito quelle figure, e con quale intenzione, resta materia di ipotesi: c'è chi legge un significato apotropaico, volti destinati a spaventare i nemici dall'alto della torre, e chi vi vede semplicemente la mano di una bottega umbra abituata a decorare capitelli. In assenza di documenti, la cosa più onesta è guardarle e tenersi la domanda.

Il percorso di visita entra dai due ingressi su piazza Finzi, uno con ascensore fino al primo piano e uno con scale, poi sale con la scala metallica installata dopo gli ultimi restauri. Lungo l'intercapedine, dove lo spazio non permette di fare un passo indietro per guardare, il Comune ha sistemato pannelli riflettenti e un gioco di specchi che consente di vedere il campanile come lo si vedrebbe da fuori, con le sue aperture e le sue sculture. In alto, dalla sommità della torre, il panorama abbraccia la valle del Tevere e i Cimini. Un'apertura nel pavimento, sopra il passaggio d'ingresso, serviva secondo la tradizione a versare olio bollente su chi tentava di forzare la porta: che sia stato usato davvero o no, dice tutto sulla funzione originaria dell'edificio.

Perché costruire una torre intorno a un campanile

Resta la domanda che tutti si fanno uscendo: perché? Perché i Madruzzo non demolirono il campanile per costruire la loro torre, come avrebbe fatto qualunque committente del Cinquecento? Le spiegazioni proposte sono tre e, come spesso accade, probabilmente sono tutte in parte vere. La prima è pratica: il campanile era fragile, forse già lesionato, e l'involucro serviva a proteggerlo e a irrigidirlo, con il vantaggio di ottenere allo stesso tempo un posto di guardia sulla porta. La seconda è economica: demolire una torre di ventisette metri di conci di peperino costava fatica e denaro, mentre costruirci intorno permetteva di riusare la struttura come anima portante. La terza è quella che piace di più ai romanzieri: un campanile consacrato non si abbatte, e chi lo avesse fatto avrebbe attirato su di sé qualcosa di peggio di una multa. In paese circola, con il sorriso, l'ipotesi della maledizione.

La mia opinione, da persona che ha portato gruppi dentro molte torri, è che la spiegazione più interessante sia la prima, perché racconta una mentalità. Nel Cinquecento un campanile non era solo un pezzo di chiesa: scandiva il tempo del lavoro agricolo, chiamava l'assemblea, dava l'allarme, comunicava con i paesi vicini che vedevano la stessa altura. Era un'infrastruttura comunitaria. E le infrastrutture comunitarie, nei paesi poveri, si proteggono, non si buttano. I Madruzzo fecero quello che un buon amministratore avrebbe fatto: la torre di prestigio per sé, il campanile salvato per la comunità. Che poi, quattro secoli dopo, il risultato sia diventato un monumento unico, è la fortuna che tocca a volte alle scelte sensate.

Un'ultima nota per chi arriva con la memoria di torri storte: la Torre dell'Orologio non pende. È dritta, massiccia, piantata sul banco di peperino accanto alla porta del borgo. La sua anomalia è di altro genere, ed è molto più rara di un'inclinazione.

Bassano in Teverina (VT)
Bassano in Teverina (VT)

Una cosa che non ti dice nessuno su Bassano in Teverina (VT)

Le guide, i siti, i depliant raccontano tutti la stessa Bassano in Teverina: il borgo medievale, la torre con il campanile dentro, il panorama sulla valle, l'olio buono, la bandiera dei Borghi più belli d'Italia. È tutto vero e non c'è niente da correggere. Ma è una versione levigata, costruita per rassicurare, che lascia fuori almeno quattro cose che un visitatore dovrebbe sapere prima di arrivare. Non sono cose brutte. Sono cose vere, e conoscerle in anticipo cambia il modo in cui si vive la visita. Chi arriva sapendo cosa aspettarsi torna a casa entusiasta; chi arriva con le aspettative sbagliate torna perplesso. La differenza non è nel paese, è nella preparazione.

La prima: nel borgo antico vivono centoventi persone

Il Comune conta circa 1.300 abitanti, ma nel borgo antico sulla rupe, secondo i dati diffusi dall'associazione dei Borghi più belli d'Italia, ne vivono centoventi. Il resto della popolazione abita nel paese nuovo, cresciuto a monte dopo il 1943 lungo la strada. Questo significa che in un giorno feriale fuori stagione, tra le case di peperino, non succede assolutamente nulla. Non c'è animazione, non ci sono botteghe artigiane con qualcuno che lavora, si può camminare venti minuti in un vicolo e non incontrare nessuno. Si può trovare la chiesa chiusa. Si può scoprire che l'unico bar ha un orario che non coincide con il proprio. Nessuna guida lo dice con questa franchezza perché non è materiale promozionale.

Il punto è che questa assenza non è un difetto da compensare: è la sostanza dell'esperienza. Il silenzio di un borgo su una rupe in una mattina di ottobre, con il vento di fondo e un cane che abbaia lontano, è una cosa che non si compra e che nei luoghi turistici non esiste più. Chi viene da Roma arriva con le orecchie piene di rumore e ci mette venti minuti buoni ad accorgersi che qui il rumore non c'è. Quando se ne accorge, di solito, cambia postura: rallenta, parla più piano, guarda di più. Ma bisogna essere attrezzati per riceverlo. Se il vostro modo di viaggiare prevede una successione di stimoli, Bassano vi sembrerà un posto vuoto, e non avrete torto nei fatti, avrete torto nel metodo. La ricetta è semplice: arrivare senza fretta, sedersi al belvedere con la valle davanti, e non fare niente per dieci minuti. Dopo dieci minuti il paese comincia a parlare.

Un corollario che nessuno esplicita: il fine settimana e i giorni feriali sono due paesi diversi. Il sabato e la domenica il borgo si anima perché tornano quelli che ci hanno la casa, la torre è aperta, il bar lavora, si incontra gente in piazza. Nei giorni infrasettimanali, soprattutto d'inverno, il paese è quasi immobile e la torre si apre solo su prenotazione per gruppi. Nessuna delle due versioni è più autentica dell'altra, ma sono esperienze diverse e conviene scegliere consapevolmente. Chi cerca il contatto umano e la torre aperta venga di sabato o di domenica. Chi cerca il silenzio assoluto e la fotografia senza nessuno nell'inquadratura venga un martedì mattina.

La seconda: il borgo è stato distrutto da un treno, e lo spopolamento non è pittoresco

C'è un modo di raccontare i borghi italiani che trasforma l'abbandono in estetica: le case chiuse diventano scorci, i vicoli deserti atmosfera, l'intonaco che cade texture. Funziona benissimo dal punto di vista visivo ed è profondamente disonesto dal punto di vista umano, perché dietro ogni porta murata c'è una partenza, e dietro ogni partenza una necessità. A Bassano in Teverina la partenza ha una data e una causa che pochi visitatori conoscono. Il 25 novembre 1943 un treno tedesco carico di munizioni, fermo nella stazione ai piedi della rupe, esplose. Lo spostamento d'aria sollevò i tetti e abbatté i muri del borgo antico. Le famiglie che ci vivevano si trasferirono più in alto, nelle case nuove lungo la strada, e il paese sulla rupe restò per decenni in gran parte inabitabile. Quello che oggi si visita come borgo medievale è, in parte non piccola, un borgo ricostruito e restaurato con fondi pubblici a partire dagli ultimi decenni del Novecento: trentuno alloggi, il consolidamento del costone nel 2002, la torre restaurata tra il 1976 e il 1984.

A questo si è sommato lo spopolamento comune a tutta l'Italia interna: l'emigrazione, poi lo spostamento verso Roma e verso il nord industriale, poi l'attrazione del fondovalle con i suoi servizi. Le conseguenze si vedono camminando: case in attesa di eredi sparsi in mezza Italia, negozi chiusi, servizi ridotti. Quando in un paese chiude l'ultimo alimentari non è un esercizio commerciale che sparisce: è un pezzo di autonomia della comunità. La storia però non è finita in negativo. Il recupero pubblico del borgo, l'albergo diffuso che ha riaperto alcune case, l'ingresso nei Borghi più belli d'Italia nel 2020 e le persone da fuori che hanno comprato e restaurato hanno cambiato l'atmosfera. Il risultato è una condizione ibrida che trovo istruttiva: né paese fantasma né borgo restaurato per turisti, ma un luogo in cui il recupero e l'attesa convivono a pochi metri di distanza. Guardarlo senza filtri, senza estetizzarlo e senza compatirlo, è il modo più utile di visitare.

C'è una conseguenza pratica che riguarda chi visita: quello che si spende qui pesa. In una grande città turistica un caffè è una goccia nell'oceano. In un borgo di centoventi abitanti, i clienti di una giornata al bar si contano, e un pranzo di quattro persone è una parte significativa dell'incasso. Non è beneficenza, è economia elementare: il turismo diffuso nei piccoli centri funziona solo se lascia qualcosa sul territorio. Vale per Bassano come per Graffignano, per Celleno, per San Michele in Teverina e per ogni altro paese di questa valle.

La terza: la roccia che regge il paese è anche la roccia che si muove

Nessuno lo dice arrivando, ma i borghi rupestri della Tuscia hanno un problema strutturale permanente, ed è la ragione per cui nel 2002 il Comune ha dovuto consolidare il costone su cui poggia Bassano in Teverina. Il tufo e il peperino sono rocce con una caratteristica ambivalente: abbastanza compatte da reggere un paese, ma porose, fratturate e vulnerabili all'acqua. E l'acqua, in questo territorio, non manca. La pioggia si infiltra nel banco attraverso le fratture, scende, incontra livelli meno permeabili e si muove lateralmente, uscendo alla base delle pareti. Questo flusso dilava e indebolisce la roccia proprio nel punto più critico, al piede della parete verticale. Quando il piede si scalza, la porzione sovrastante perde appoggio e prima o poi si stacca. È il fenomeno che, ripetuto per secoli, ha isolato le rupi e che in casi estremi porta a quello che si vede a Civita di Bagnoregio, dove il paese è un pinnacolo raggiungibile solo da un ponte.

A questo si aggiungono i cicli di gelo e disgelo, che nelle fessure agiscono come cunei; la vegetazione, con le radici che allargano le fratture; i terremoti, perché l'Italia centrale è terra sismica; e l'azione dell'uomo, perché le cavità scavate sotto il paese, per quanto realizzate con perizia, sottraggono materiale e modificano i carichi. Ecco perché in questi paesi si vedono tiranti, muri di contenimento, reti paramassi e cantieri. Non sono segni di trascuratezza: sono la prova che qualcuno lavora per tenere in piedi le cose. La conservazione di un borgo rupestre non è un evento con un inizio e una fine, è una manutenzione permanente, e un comune di 1.300 abitanti la paga con fondi regionali, statali o europei che arrivano a intermittenza.

La conseguenza per chi visita è concreta: può capitare di trovare un affaccio chiuso o un accesso transennato. Non è disorganizzazione, è prudenza. Rispettate le transenne, perché sono lì per una ragione tecnica che qualcuno ha valutato. C'è anche un risvolto affascinante di questa fragilità: rende il paesaggio leggibile nel tempo. Le pareti mostrano cicatrici di distacchi antichi e recenti, nicchie svuotate, ambienti tagliati a metà, gradini che finiscono nel vuoto. Osservarle sapendo cosa sono trasforma una passeggiata in un esercizio di lettura geologica, e quella lettura, una volta acquisita, serve in tutta la Tuscia: a Vitorchiano, a Orte, ovunque ci sia una rupe con un paese sopra.

La quarta: non tutto si visita, e imparare a chiedere è metà del viaggio

L'ultima cosa che nessuno dice riguarda l'accessibilità di quello che si viene a vedere, ed è una fonte inesauribile di piccole delusioni evitabili. A Bassano in Teverina non esiste un sistema di visita a orario continuato. La torre apre nei festivi e prefestivi, con prenotazione almeno un giorno prima, e negli altri giorni solo per gruppi organizzati. La chiesa dei Lumi, che non è più parrocchia dal 1855, si apre su richiesta. La chiesa dell'Immacolata segue gli orari delle funzioni. La Madonna della Quercia, un chilometro fuori dal paese, apre per le feste. E le cavità sotterranee, le cantine scavate nel peperino sotto le case, sono nella quasi totalità proprietà private: appartengono alle famiglie, non esiste alcun diritto di entrarci, e l'unico modo per vederle è che qualcuno decida di mostrarle.

La buona notizia è che questo succede più spesso di quanto si immagini, a una condizione: saper chiedere. E chiedere, in un paese della Tuscia, ha regole non scritte. Si comincia sempre salutando, non con la richiesta. Si spiega chi si è e perché si è interessati, senza fretta. Si accetta il no senza insistere. E si dedica tempo alla conversazione anche quando non porta da nessuna parte, perché è lì che si costruisce la fiducia. Chi segue queste regole finisce, con una frequenza sorprendente, dentro una cantina a sentirsi raccontare da un signore di ottant'anni come si faceva il vino quando lo faceva suo padre. Chi arriva chiedendo dov'è l'ingresso e a che ora aprono non entrerà da nessuna parte.

C'è poi la strada formale, che funziona benissimo e che consiglio ai gruppi: telefonare in anticipo al Comune, allo 0761 407012, o ai volontari che gestiscono la torre. Nei piccoli centri queste persone rispondono, sono contente che qualcuno si interessi al paese, e spesso organizzano aperture straordinarie o mettono in contatto con chi può accompagnare. Una telefonata qualche giorno prima trasforma una visita incerta in una visita completa. È la prassi che seguono gli operatori professionali quando organizzano viaggi di gruppo in Italia, e non c'è nessun motivo per cui un viaggiatore individuale non possa fare lo stesso.

Il consiglio che ti do per visitare Bassano in Teverina (VT)

Il consiglio principale è uno solo e lo metto subito, prima degli altri, perché se ne ricordate uno voglio che sia questo: non trattate Bassano in Teverina come una tappa da spuntare. Ho visto troppe volte il copione, e funziona sempre allo stesso modo. Si arriva, si parcheggia, si cammina fino alla torre, si scattano tre fotografie, si guarda il panorama per venti secondi, si torna alla macchina. Tempo totale: trentacinque minuti. Chi fa così non ha visitato Bassano, l'ha attraversata. E la differenza non è di quantità, è di natura, perché la cosa più importante del paese, il campanile dentro la torre, dall'esterno non si vede.

Primo: prenotare la torre prima di partire

Il consiglio pratico che vale più di tutti gli altri messi insieme è telefonare il giorno prima e prenotare la visita alla Torre dell'Orologio. Il Comune pubblica gli orari di apertura dei festivi e prefestivi e chiede la prenotazione con almeno un giorno di anticipo ai numeri indicati sul proprio sito. Chi arriva senza avere chiamato, in un sabato di novembre, può trovare la porta chiusa e nessuno a cui chiedere; chi ha chiamato trova un volontario che lo aspetta, che apre, che accende le luci nell'intercapedine e che racconta la storia del campanile con la competenza di chi l'ha vista riemergere. Nessuna audioguida vale quel racconto. E in un paese dove la torre è il novanta per cento del motivo del viaggio, non prenotarla è come andare a Orvieto e non entrare nel duomo.

Secondo: guardare il paese da fuori prima di entrare

Ho una convinzione precisa, maturata girando decine di borghi simili: non entrate subito. Prima di parcheggiare, fermatevi lungo la via Ortana in un punto da cui si vede il profilo intero dello sperone con la torre in cima, e restate lì cinque minuti. Osservate come la rupe emerge, come le case seguono il ciglio, come la torre sbarra l'ingresso. Perché una volta dentro, nei vicoli, si perde completamente la percezione della forma d'insieme: si vedono muri, portoni, scale, ma non più la geografia. Chi non ha guardato prima non capirà dopo. Poi entrate e salite. La logica di un borgo rupestre è verticale: si parte dalla porta e si sale verso il punto più alto e più antico, e man mano che si sale il tessuto cambia, le case diventano più antiche, i vicoli più stretti, le aperture più piccole. Si va indietro nel tempo salendo, ed è una sensazione fisica che nessuna guida può dare a parole.

Terzo: dedicare tempo alla chiesa dei Lumi, non solo alla torre

La torre attira tutta l'attenzione e la chiesa di Santa Maria dei Lumi, che le sorge accanto, viene liquidata in cinque minuti. È un errore, perché la chiesa è l'edificio più antico del paese, forse citato nel Regesto di Farfa già nel IX secolo, e ha un interno a tre navate su dodici colonne di peperino, con capitelli altomedievali, un tetto a capriate con le pianelle in cotto decorate a gigli e rombi, e tre affreschi che meritano di essere letti con calma. È anche l'edificio che spiega la torre: senza la chiesa il campanile non avrebbe senso, e senza il campanile la torre sarebbe un parallelepipedo qualunque. Chiedete di visitarle insieme. Chi organizza la torre di solito apre anche la chiesa.

Quarto: parlare con qualcuno, e farlo al bar

Il consiglio più importante dal punto di vista umano: parlate con qualcuno. Non tutti sono a proprio agio ad attaccare discorso con sconosciuti, ma qui è la chiave che apre le porte, letteralmente. In un borgo di centoventi abitanti la presenza di un forestiero si nota, e nella grande maggioranza dei casi si nota con curiosità benevola. Un saluto, una domanda semplice, e nel giro di due minuti si sentono storie che nessun pannello racconterà mai: chi ha ristrutturato quella casa, cosa c'era in quel fondo, com'era il paese prima del 1943, dove si trova l'ingresso di quella cantina, perché quel vicolo si chiama così. Il posto giusto è il bar, che in ogni borgo italiano è l'ufficio informazioni non ufficiale e l'archivio orale della comunità. Entrate, prendete un caffè, non abbiate fretta. Se capitate in una giornata di festa, avete vinto: la festa dei patroni il 27 settembre, la rievocazione di luglio e il presepe vivente sono ancora eventi comunitari veri, organizzati da volontari, l'antitesi del turismo confezionato.

Quinto: non venire a Bassano da soli, tre itinerari che funzionano

Non costruite una giornata intera intorno a questo paese soltanto: sarebbe come andare a un concerto per ascoltare una sola canzone. La forza di Bassano in Teverina è la sua posizione dentro un sistema di borghi che raccontano varianti dello stesso tema, e il valore della visita cresce se la si inserisce in una sequenza. Tre combinazioni provate sul campo.

La prima è la giornata della roccia scavata: al mattino Orte con il suo sottosuolo e il centro storico, a metà giornata Bassano in Teverina con la torre, il campanile e la chiesa dei Lumi, nel pomeriggio Vasanello con il castello Orsini e la tradizione ceramica. Tre paesi, pochi chilometri di trasferimento, un filo conduttore chiarissimo. È l'itinerario che consiglio a chi viene per la prima volta e vuole capire com'è fatta la Teverina.

La seconda è la risalita della valle: partenza da Bassano al mattino, poi Graffignano con il castello, quindi Castiglione in Teverina con le cantine e il rapporto profondo tra vino e roccia, e chiusura a Civita di Bagnoregio nel tardo pomeriggio, quando la luce è migliore e i pullman se ne sono andati. Più lunga e impegnativa, ma con la sequenza paesaggistica più bella. Chi arriva dall'estero trova la guida in inglese a Civita di Bagnoregio utile per chiudere il cerchio.

La terza è la combinazione con il capoluogo: mattinata a Viterbo, che merita mezza giornata piena tra il quartiere di San Pellegrino, il palazzo dei Papi e la cattedrale, e pomeriggio scendendo verso la valle con sosta a Vitorchiano e arrivo a Bassano per il tramonto. Il contrasto tra la città medievale monumentale e il borgo minuscolo sulla rupe è istruttivo, e la luce serale sulla torre vale il viaggio da sola. Una variante per famiglie sostituisce Vitorchiano con il Parco dei Mostri di Bomarzo, che da Bassano è a un quarto d'ora.

Sesto: mangiare il territorio

Non aspettatevi una scena gastronomica sofisticata, perché non c'è e non deve esserci. Aspettatevi la cucina della Tuscia fatta bene: paste fresche tirate a mano, sughi di carne, legumi, verdure di stagione, formaggi di pecora, salumi, e soprattutto l'olio extravergine, che qui è protagonista e non condimento. Chi capita tra novembre e dicembre chieda dell'olio nuovo e se ne faccia dare un assaggio su una fetta di pane abbrustolito: quel verde intenso, quell'amaro che pizzica in gola, è la sintesi del territorio in un cucchiaio. Il vino merita lo stesso trattamento: chiedete cosa si beve in zona invece di ordinare l'etichetta che conoscete, e nove volte su dieci vi proporranno un bianco della DOC Vignanello o un rosso della valle. Nel borgo antico esiste un ristorante collegato all'albergo diffuso, in via delle Fonti; per il resto ci si organizza a Orte o nei paesi vicini.

Settimo: abbassare le aspettative sui servizi e alzare quelle sull'esperienza

Bassano in Teverina non ha una struttura ricettiva turistica sviluppata, non ha ristoranti aperti a tutte le ore, non ha negozi di souvenir, non ha bagni pubblici a ogni angolo. Organizzatevi di conseguenza: portate acqua, non contate su servizi che potrebbero non esserci. In cambio avrete qualcosa che nei luoghi attrezzati non si trova più: un paese vero, senza filtri, senza code, senza nessuno che cerchi di vendervi qualcosa. Per me è uno scambio ampiamente vantaggioso. E se preferite che qualcun altro si occupi delle chiavi, delle prenotazioni e dei tempi, esistono professionisti che costruiscono esperienze su misura per piccoli gruppi proprio in territori come questo.

Luogo per luogo: la visita di Bassano in Teverina (VT)

Il borgo antico di Bassano in Teverina si visita a piedi in una sequenza quasi obbligata: la porta con la torre, la chiesa dei Lumi accanto, poi i vicoli che salgono verso la sommità della rupe, le chiese minori, la Fontana Vecchia, il belvedere sulla valle. Fuori dal borgo restano la Madonna della Quercia, i poggi con le tracce etrusche e, in fondovalle, il lago Vadimone. Qui sotto ogni luogo ha la sua voce, con quello che si sa di documentato e quello che va preso come tradizione.

La Torre dell'Orologio, la porta e piazza Finzi

La torre l'abbiamo raccontata, ma vale la pena tornarci con l'occhio di chi la guarda da piazza Finzi, dove si aprono i due ingressi. Venticinque metri di altezza, sette metri di lato, base di quarantanove metri quadrati, muratura in blocchi di peperino a corsi regolari, senza finestre se non le feritoie e le aperture di servizio. In alto il quadrante dell'orologio in maioliche dipinte a mano, che il Comune data al Settecento circa e che è l'unico ornamento concesso a un edificio pensato per intimidire. La torre si addossa alla porta d'ingresso del borgo e la sovrasta, e chi entra lo fa passando sotto il suo controllo, come nel Cinquecento. Sopra il passaggio si apre nel pavimento la botola da cui, secondo la tradizione, si versava l'olio bollente. Guardate la muratura: i conci sono squadrati con cura, i giunti sottili, e il contrasto con le case circostanti, più povere e rimaneggiate, dice subito che questo era un edificio di committenza alta. Dentro, il percorso sale con la scala metallica lungo l'intercapedine, dove gli specchi restituiscono il campanile romanico con le sue bifore e trifore, le colonnine tortili, i capitelli con telamoni e figure. In cima, il panorama sulla valle del Tevere e sui Cimini.

La chiesa di Santa Maria dei Lumi a Bassano in Teverina (VT)

Accanto alla torre, in via delle Fonti, sorge la chiesa più antica del paese. La prima citazione è forse in un documento del IX secolo del Regesto di Farfa, il grande cartulario dell'abbazia sabina che possedeva terre in tutta l'Italia centrale; la datazione dell'edificio attuale oscilla, secondo le fonti, tra il 1100 e il 1200. La denominazione dei Lumi è più tarda: solo dal 1621 la chiesa la assunse, insieme allo status di matrice e parrocchiale del borgo, e l'appellativo rimanda a una devozione mariana legata alla luce, ricorrente in area laziale e umbra e spesso collegata a immagini venerate e a episodi miracolosi tramandati oralmente. L'edificio subì rifacimenti tra il XVI e il XVII secolo, venne abbandonato nel 1855 con la costruzione della nuova parrocchiale dell'Immacolata, fu oggetto di restauri promossi nel 1928 dal parroco Vincenzo Cappetta, e nel 1890 perse un campanile che, secondo la scheda comunale, venne demolito perché ostruiva la torre antistante: evidentemente un secondo campanile, più tardo, aggiunto dopo che quello romanico era stato chiuso nell'involucro cinquecentesco.

L'interno è la sorpresa. Impianto basilicale a tre navate, divise da due file di sei colonne per lato, dodici in tutto, in conci di peperino, con capitelli altomedievali di fattura diversa l'uno dall'altro, come accade quando si riusano pezzi di edifici precedenti. La copertura è a capriate lignee, con le pianelle in cotto decorate da gigli alternati a rombi, un dettaglio che si nota solo alzando la testa e che vale da solo la visita. L'abside è rettangolare e sopraelevata. Gli affreschi superstiti sono tre: un Battesimo di Gesù, dipinto murale di 140 centimetri per 83; un Sant'Antonio Abate, il protettore degli animali domestici che nei paesi agricoli non manca mai; e una Crocifissione in una nicchia. Le fonti li collocano nel Cinquecento. Non aspettatevi nomi celebri della storia dell'arte: aspettatevi la produzione di ambito locale e regionale, spesso di buona qualità, che costituisce il tessuto reale del patrimonio artistico italiano, quello fuori dai musei e dentro i paesi. La mia opinione netta: è la chiesa romanica più sottovalutata della Teverina, perché la torre le ruba la scena. Chi la visita con calma, contando le colonne e leggendo i capitelli, ne esce con più di quanto porti a casa dalla torre.

La chiesa dell'Immacolata Concezione in piazza della Libertà

La parrocchiale attuale sorge in piazza della Libertà, nel paese che si è allargato oltre il nucleo medievale. Venne iniziata nel 1855, quando la vecchia chiesa dei Lumi era ormai giudicata inadeguata, con i contributi del Comune, del monte frumentario, delle compagnie religiose e dei legati pii; nel 1879 non era ancora terminata. È un edificio ottocentesco senza pretese, ma custodisce le opere che il paese ha voluto salvare dalle chiese precedenti. Sull'altare maggiore, la grande tela dell'Immacolata di 350 centimetri per 250, opera di Francesco Grandi, pittore romano attivo per le chiese dello Stato pontificio, donata da monsignor Verga nel 1879: un Verga, cioè un membro di una delle due famiglie che si erano contese il paese per un secolo. Poi una tavola con l'Assunzione della Vergine, 163 centimetri per 75, che le fonti collocano tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, il pezzo più antico e prezioso del patrimonio pittorico di Bassano. Un tabernacolo reliquiario dei santi Fidenzio e Terenzio in marmo bianco e dorato, del XV-XVI secolo. E un Crocifisso ligneo di scuola toscana del Cinquecento, con la corona di spine vere. La chiesa si apre per le funzioni; fuori da quegli orari si chiede in parrocchia.

La chiesa dei Santi Fidenzio e Terenzio, i patroni

In via Santi Fidenzio e Terenzio sorge la chiesa dedicata ai due patroni, che il paese festeggia il 27 settembre e che vennero proclamati protettori nel 1632. Le notizie sono poche: la chiesa è citata per la prima volta nel 1677, insieme a quella di San Rocco, andata distrutta nel XIX secolo e di cui resta il nome di una piazza. La facciata a salienti si alza su cinque ampi gradini; l'interno, oggi a navata unica, era in origine a tre navate separate da arcate, con il soffitto a capriate, e la trasformazione si legge ancora nelle murature. Sulla parete destra un dipinto del XVI secolo, 176 centimetri per 129, attribuito a un maestro umbro-laziale. L'abside è interamente affrescata: l'Eterno benedicente tra cherubini, i santi Carlo Borromeo e Biagio ai lati, al centro la Vergine col Bambino su un trono rinascimentale, e i due patroni raffigurati in armatura romana, secondo la tradizione che li vuole soldati martiri. Una targa sull'arco del presbiterio ricorda gli interventi di restauro della Confraternita nel 1793. Alcune fonti citano anche un affresco seicentesco della Crocifissione e una tela del 1947. Chi vuole capire la devozione di un paese pontificio, con i suoi santi militari e le sue confraternite, trova qui una lezione compatta.

Sant'Anna e San Biagio, le chiese minori

Il borgo conserva altre due chiese minori, dedicate a Sant'Anna e a San Biagio, che le fonti citano senza descriverle nel dettaglio. San Biagio, il vescovo armeno protettore della gola, ha davanti a sé la Fontana Vecchia, che si raggiunge proprio dal suo sagrato. Sono edifici piccoli, di solito chiusi, che vanno guardati da fuori per quello che raccontano: la moltiplicazione dei luoghi di culto in un paese di poche centinaia di anime, dove ogni confraternita, ogni rione, ogni famiglia importante voleva il proprio altare. È la stessa logica delle undici piazze e piazzette che il Comune censisce in un borgo che si attraversa in dieci minuti.

La Fontana Vecchia del cardinale Madruzzo

Di fronte alla chiesa di San Biagio, incassata in una nicchia coperta da una volta a botte, c'è la fontana che il cardinale Cristoforo Madruzzo fece erigere nel 1576. Il cannello versa l'acqua in una vasca rettangolare, dalla quale si alzano quattro semipilastri con capitelli modanati fortemente aggettanti. In chiave di volta uno stemma ormai illeggibile, verosimilmente dei Madruzzo. L'iscrizione latina, in caratteri abbreviati come si usava, dice che Cristoforo Madruzzo, vescovo di Porto e cardinale tridentino, la eresse nell'anno 1576 per il proprio vantaggio e per quello dei suoi. È la firma lasciata sul paese da un uomo che aveva ospitato il Concilio di Trento e che qui, nella sua piccola signoria laziale, si preoccupava di far arrivare l'acqua. Per un borgo su una rupe, dove l'acqua è in basso nei fossi e portarla su costa fatica, una fontana pubblica era un investimento politico prima che idraulico. Fermatevi a leggere le lettere: sono quattro secoli e mezzo di storia in una riga.

Il belvedere, l'anfiteatro Giovanni Paolo II e la scacchiera

Dalla sommità del borgo il belvedere apre un panorama ampio sulla valle del Tevere e, nelle giornate limpide, sui rilievi umbri dell'altra sponda. È il punto in cui sedersi per i dieci minuti di silenzio consigliati sopra. Nelle ristrutturazioni degli ultimi decenni il Comune ha ricavato negli spazi del borgo un piccolo anfiteatro all'aperto intitolato a Giovanni Paolo II, usato per gli eventi estivi, e una scacchiera a pavimento con i pezzi grandi, che nei fine settimana attira i bambini e che è diventata, senza volerlo, uno dei luoghi più fotografati del paese. Sono aggiunte recenti, e va detto: non tutti le amano, e a me la scacchiera pare un ornamento da parco piuttosto che da borgo medievale. Ma hanno riportato vita in spazi che nel 1943 erano macerie, e questo pesa più del gusto.

Il paese sotto il paese: cantine, cisterne e cunicoli nel peperino

La seconda grande particolarità di Bassano in Teverina non si vede, perché è sotto i piedi. Sotto il borgo, nel banco di roccia vulcanica, si sviluppa un sistema di cavità artificiali che comprende cantine, magazzini, cisterne, cunicoli e passaggi. Non è un'esclusiva: tutti i borghi su tufo della Tuscia hanno un sottosuolo scavato, e Orte ne ha fatto un percorso di visita organizzato. Ma il fatto che sia diffuso non lo rende meno straordinario. La ragione dello scavo è pratica: la roccia si lavora con attrezzi semplici e il materiale asportato non è uno scarto ma i blocchi con cui si costruisce la casa sopra. Il vantaggio principale è la temperatura: a qualche metro di profondità resta pressoché costante tutto l'anno, tra i dodici e i quindici gradi, con umidità alta e stabile. Per conservare il vino, stagionare salumi e formaggi, tenere le derrate al riparo dal caldo e dal gelo in un mondo senza elettricità, non esisteva soluzione migliore. Le cantine della Teverina sono frigoriferi naturali scavati secoli fa e ancora funzionanti.

Poi ci sono le cisterne. Un paese in cima a una rupe raccoglie l'acqua piovana dai tetti e la convoglia in vasche scavate nella roccia e sigillate con intonaci idraulici; molte case antiche avevano la propria, e ne esistevano di comunitarie. Il pozzo trovato sotto la torre, profondo una decina di metri, appartiene a questa famiglia di manufatti. Infine i cunicoli, su cui fiorisce l'immaginazione: in ogni paese della Tuscia c'è chi giura che esista un passaggio segreto dal castello a fuori le mura. La verità è più prosaica e non meno interessante: la maggior parte sono opere idrauliche, canali di drenaggio scavati per allontanare le acque di infiltrazione dal banco e impedire che ne compromettano la stabilità, una tecnica che gli Etruschi praticavano con rigore. Altri sono collegamenti di servizio tra cantine. Il che non toglie che, durante la Seconda guerra mondiale, cantine e grotte scavate nella roccia abbiano protetto la gente della valle dai bombardamenti: a Bassano, dopo il 25 novembre 1943, furono per molti l'unico tetto rimasto. Ricordate che quasi tutte sono proprietà private: si entra solo su invito.

Un borgo che si legge come una sezione geologica

C'è una curiosità più sottile, che non riguarda un monumento ma il modo in cui il paese è fatto. Camminate lungo il bordo del borgo e osservate il punto in cui le case incontrano la rupe: in molti casi non c'è una linea di stacco. Il muro di peperino squadrato dell'abitazione continua senza soluzione di continuità nella roccia naturale, perché il costruttore ha regolarizzato la parete esistente e ci ha impostato sopra la muratura. Questa continuità è la firma dei borghi rupestri, e a Bassano è particolarmente leggibile per una ragione paradossale: l'esplosione del 1943 e lo spopolamento. Dove il tessuto si è diradato, dove una casa è crollata o è stata demolita, si vedono le sezioni: i vani scavati che restano aperti come nicchie, i tagli verticali che segnavano l'appoggio di un muro scomparso, le tracce dei solai, i fori delle travi. Un paese integro nasconde la propria struttura; un paese ferito la mostra. Per chi vuole capire come sono fatte le cose, vale più di un'ora di spiegazioni.

Poggio Zucco e Sasso Quadro: le tracce etrusche intorno a Bassano in Teverina (VT)

Fuori dal borgo, i due poggi che lo affiancano custodiscono le tracce più antiche. Il Poggio Zucco, 318 metri, conserva una necropoli etrusca di tombe a camera scavate nella roccia, oggi in gran parte vuote e rimaneggiate, come tutte le necropoli rupestri della Tuscia che per secoli hanno fatto da stalle e da ricoveri. Il Sasso Quadro, 324 metri, è una piattaforma di roccia lavorata in nicchie, scalini e cavità che denunciano una frequentazione anteriore al paese, e che il Gruppo Archeologico Bassanese legge come punto di osservazione collegato all'abitato da percorsi antichi. In località Casole, poi, c'è quello che la stampa locale chiama altare rupestre: una struttura a gradini, vagamente simile a una piramide tronca, con in cima un blocco monolitico, che il toponimo stesso invita a interpretare come luogo di culto. Sono siti senza cartelli né percorsi attrezzati, raggiungibili per sentieri e carrarecce: chi vuole vederli chieda in paese o contatti il Gruppo Archeologico, e vada con scarpe adatte. Chi vuole inquadrare questi frammenti nel contesto generale trova utile la guida in inglese alla civiltà etrusca in Italia.

Il lago Vadimone, il Laghetto sacro in fondovalle

In fondovalle, a poca distanza dal Tevere e dalla vecchia stazione, c'è il lago Vadimone, che il paese chiama semplicemente il Laghetto. Oggi è uno specchio d'acqua modesto, alimentato periodicamente da sorgenti sulfuree che ne rendono le acque biancastre, ed è in gran parte circondato da terreni agricoli: non è un sito attrezzato, e chi vuole vederlo chieda in paese come raggiungerlo e rispetti le proprietà. Ma è il luogo con la storia più antica di tutto il territorio, ed è il soggetto di una delle lettere più belle di Plinio il Giovane, che lo descrisse come una ruota messa a giacere, dalla circonferenza perfettamente regolare, con acque più pallide e più verdi del mare, e ne raccontò le isole galleggianti di canne che si spostavano con il vento. Per gli Etruschi era sacro, e vi si compivano riti; i Romani, secondo la tradizione, vi immergevano le armi. E sulle sue rive, secondo Livio e la storiografia successiva, si combatterono nel 309 e nel 283 a.C. le due battaglie che chiusero la storia dell'Etruria indipendente. Di tutto questo, oggi, resta un'acqua verde tra i campi. È proprio questo contrasto a renderlo memorabile.

La Madonna della Quercia, a un chilometro dal paese

Lungo la via Ortana, a circa un chilometro dall'abitato, sorge la chiesa della Madonna della Quercia, che le fonti chiamano anche dei Santi Fidenzio e Terenzio per la festa che vi si celebra. La storia è documentata con una precisione rara. Il 2 giugno 1609 i quattro priori della magistratura comunale invitarono il vescovo a visitare un'immagine della Beata Vergine dipinta su una tegola, oggetto di devozione popolare in una radura della macchia del Poggio, dove sorgeva una quercia. La chiesa venne costruita con le offerte dei fedeli tra il 1674 e il 1678, e aperta al culto il 28 settembre 1678: le due date sono incise su due tegole della grondaia sinistra, e chi ha buona vista le trova ancora. L'edificio è semplice, a navata unica, con il soffitto a capriate spioventi e, sull'architrave del portale, uno stemma comunale considerato il più antico della comunità. Inizialmente affidata ai santesi sotto il protettorato del vescovo di Orte, dal 1875 è proprietà pubblica e il Comune ne cura la manutenzione. L'altare in marmo, pagato dai fedeli, venne consacrato nel 1945, a guerra appena finita. Si apre per le feste; negli altri giorni la si vede da fuori, nel suo prato, ed è comunque una sosta che vale la deviazione.

Bassano in Teverina (VT)
Bassano in Teverina (VT)

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che a Bassano in Teverina ci sia un lago sacro agli Etruschi lo dicono tutte le guide. Che quel lago sia il Vadimone delle fonti antiche, lo dicono quasi tutte. Quello che pochissimi si fermano a spiegare è cosa significò, per la storia d'Italia, ciò che accadde sulle sue rive, e perché un'acqua verde tra i campi meriti di essere considerata uno dei luoghi più decisivi dell'Italia preromana. Provo a farlo, distinguendo ciò che le fonti raccontano da ciò che la topografia permette di affermare.

La battaglia del 309 a.C. e la selva Cimina

Nel racconto di Livio, che è la fonte principale, la campagna del console Quinto Fabio Massimo Rulliano contro gli Etruschi ha un preludio famoso: la selva Cimina, il bosco che copriva i monti tra Viterbo e la valle del Tevere e che i Romani consideravano impraticabile e pauroso, tanto che il Senato aveva vietato di attraversarlo. Fabio la attraversò lo stesso, dopo aver mandato il fratello in esplorazione travestito da pastore etrusco, sbucò nell'Etruria interna e la mise a ferro e fuoco. La reazione etrusca portò allo scontro presso il lago Vadimone, che la tradizione data al 309 a.C. e che Livio descrive come la battaglia più dura mai combattuta contro gli Etruschi, decisa dalla fanteria romana dopo che le prime linee di entrambi gli eserciti erano state annientate. Da quel giorno, scrive lo storico, la potenza etrusca cominciò a spezzarsi. Il Comune di Bassano riporta per l'episodio una data più antica, attorno al 360 a.C., che non trova riscontro nelle fonti e va considerata una svista.

La battaglia del 283 a.C. e la fine dell'Etruria

Ventisei anni dopo, nel 283 a.C., il Vadimone tornò teatro di guerra. Questa volta gli Etruschi si erano alleati con i Galli Boi e Senoni, gli stessi Galli che un secolo prima avevano saccheggiato Roma, e la coalizione puntava a fermare l'espansione romana verso nord. Le legioni li affrontarono presso il lago e li distrussero. Fu, secondo la tradizione, l'ultima battaglia campale combattuta dagli Etruschi come potenza autonoma: dopo il 283 le città etrusche trattarono una a una la propria sottomissione, e l'Etruria entrò definitivamente nell'orbita di Roma. Se le due battaglie si combatterono davvero sulle rive del Laghetto di Bassano, come sostengono la tradizione locale, il Comune e la maggior parte della letteratura di riferimento, allora questo angolo di valle del Tevere è il luogo in cui la civiltà che aveva insegnato ai Romani a scavare la roccia, a bonificare le valli e a leggere il volo degli uccelli smise di esistere come soggetto politico. È un pensiero che vale la pena portarsi dietro guardando l'acqua ferma.

Perché proprio qui: la via Amerina e il guado del Tevere

La ragione per cui il Vadimone fu due volte campo di battaglia è la stessa per cui Bassano fu costruita dove è: il passaggio. Qui il Tevere, ricevuto il Nera, scorre in una valle stretta tra i Cimini e i colli umbri, e i guadi erano pochi. La via Amerina, la strada che da Roma raggiungeva Amelia e proseguiva verso Perugia, attraversava il territorio di Bassano e restò in uso quando quasi tutte le altre consolari si erano interrotte, tanto da diventare, nel VI e VII secolo, il corridoio che collegava Roma alla Ravenna bizantina attraverso terre longobarde. Chi controllava questa valle controllava il passaggio tra Roma e il centro-nord. Gli Etruschi lo sapevano, i Romani lo capirono, i papi lo ricordarono per tutto il Medioevo, e i Madruzzo, costruendo la torre sulla porta, non facevano che ripetere un gesto antico di duemila anni. Il fatto risaputo, in fondo, è questo: Bassano in Teverina non è un borgo pittoresco capitato per caso su una rupe. È un posto di guardia sul corridoio più importante dell'Italia antica, e lo è stato senza interruzione dagli Etruschi al 1943.

La foto giusta da fare a Bassano in Teverina (VT)

Partiamo da una premessa che vale per tutti i borghi rupestri e che a Bassano in Teverina vale il doppio: la fotografia migliore non si scatta dentro il paese, si scatta fuori. Dentro si trovano scorci, dettagli, materiali, ma non la cosa che rende questo luogo unico, cioè il rapporto tra la rupe, il paese che vi poggia sopra e la torre che sbarra l'ingresso. Quel rapporto si vede solo da lontano, e da lontano si vede solo se si sa dove mettersi. Ecco perché il primo consiglio fotografico coincide con il primo consiglio di visita: fermarsi prima di entrare.

La foto assoluta: il borgo dalla via Ortana

La foto assoluta, quella con cui si torna a casa avendo fatto il proprio lavoro, è il profilo del borgo visto da distanza media, con la parete di roccia in primo piano, il fronte compatto delle case che segue il ciglio e la mole della torre che emerge all'ingresso. È un'immagine che contiene tre informazioni in un fotogramma: la geologia, l'urbanistica e la difesa. Dove mettersi: lungo la via Ortana, nei tratti in cui la strada si apre e permette di vedere lo sperone per intero, sia arrivando da Orte sia sulle carrarecce che scendono verso i coltivi ai piedi della rupe. Non do coordinate perché sarebbe inutile: la regola è guidare piano e guardare fuori dal finestrino, e quando il paese appare per intero con la torre in evidenza, fermarsi. Se c'è uno slargo, accostare in sicurezza; se non c'è, proseguire fino al primo punto utile e tornare indietro a piedi.

La luce sul peperino: mattino presto o tramonto

La luce decide tutto. Il peperino ama la luce radente: quando il sole è basso, al mattino presto o nel tardo pomeriggio, ogni irregolarità della parete produce un'ombra, la superficie acquista tessitura e la roccia smette di essere una massa grigia per diventare un materiale vivo. A mezzogiorno succede il contrario: la luce zenitale appiattisce i volumi e la torre diventa un muro slavato. Il tramonto in particolare è il momento in cui questo paesaggio dà il massimo: la luce calda che arriva da ovest, dalla parte dei Cimini, accende il peperino di toni dorati mentre la valle del Tevere verso est si riempie di ombra blu. Nei venti minuti dopo il tramonto il cielo passa attraverso una sequenza di colori che si accorda con il grigio caldo della pietra. Programmate la visita per finire lì.

La foto della torre nella torre

Dentro la Torre dell'Orologio la fotografia è un esercizio tecnico. L'intercapedine è larga settanta centimetri, la luce è artificiale e il soggetto, il campanile romanico con le sue bifore e i suoi capitelli, è a meno di un metro dall'obiettivo. Serve un grandangolo spinto, meglio se sullo smartphone in modalità ultra grandangolare, e serve appoggiarsi al muro esterno per guadagnare ogni centimetro. Gli specchi installati dal Comune sono l'alleato migliore: fotografare il riflesso del campanile nello specchio restituisce la vista frontale che nessuna posizione reale consente. La foto più efficace, però, è quella dei capitelli: un telamone di peperino a trenta centimetri, con la sua faccia consumata da otto secoli, fotografato con il flash spento e la mano ferma, racconta la torre meglio di qualunque panoramica. In cima, dalla terrazza, si fotografa la valle con il Tevere che luccica e, nelle giornate limpide, i colli umbri.

Dettagli, vicoli e panorama dall'alto

Dentro il borgo si passa dal paesaggio al dettaglio, e il peperino è generosissimo. Cercate i punti in cui la muratura mostra la sua storia: corsi di conci di epoche diverse, riprese di malta, tamponature di aperture antiche, architravi riusate, blocchi che portano i segni degli attrezzi e, dove il 1943 ha lasciato ferite, le sezioni delle case aperte sulla roccia. Cercate i portali, le soglie consumate, le nicchie devozionali agli incroci, l'iscrizione della Fontana Vecchia, le tegole datate della Madonna della Quercia. Un soggetto che funziona sempre sono i vicoli in controluce: le strade strette e i muri alti fanno arrivare la luce a fasci obliqui, e se il fondo del vicolo è illuminato mentre il primo piano resta in ombra si ottiene una profondità difficile da costruire artificialmente. Funziona nelle ore centrali, le peggiori per il paesaggio: panorama al mattino e alla sera, vicoli a mezzogiorno. Dal belvedere, infine, la veduta sulla valle è ampia, e le vedute ampie hanno un problema noto: fotografate senza criterio diventano piatte. Il rimedio è includere un elemento in primo piano che dia scala, un parapetto, un ramo, il bordo della roccia, e cercare la giornata giusta, dopo un temporale o in una mattina invernale limpida, quando la visibilità si estende fino ai monti dell'Umbria.

La nebbia di valle e l'etica dello scatto

Un fenomeno che vale la sveglia all'alba, nella stagione giusta, è la nebbia di valle. Nelle mattine di tardo autunno e inverno l'umidità del Tevere riempie il fondovalle di uno strato bianco compatto, sopra il quale emergono solo le alture: da un punto elevato si vede il borgo e la torre affiorare come un'isola. Non si programma, dipende dal meteo, ma se capita è un'immagine memorabile. Chiudo con un'annotazione etica. Bassano in Teverina è un paese abitato, non un set: le finestre sono di case in cui vive qualcuno, le persone in piazza non sono comparse. Chiedete il permesso prima di fotografare qualcuno da vicino, non puntate l'obiettivo dentro le abitazioni, e se qualcuno fa notare qualcosa ringraziate e spostate l'inquadratura. Costa nulla e cambia il modo in cui il paese accoglie.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Per un paese di 1.300 abitanti, Bassano in Teverina ha una cronologia sorprendentemente fitta, e quasi tutte le date si possono ancora toccare: sono incise su una fontana, su due tegole, su una targa, o si leggono nelle cicatrici dei muri. Le metto in fila distinguendo, come si deve, il documentato dalla tradizione.

309 e 283 a.C.: le due battaglie del Vadimone

Le più antiche sono anche le meno certe nella localizzazione, e le più grandi nelle conseguenze. Nel 309 a.C. il console Quinto Fabio Rulliano, attraversata la selva Cimina, sconfisse gli Etruschi presso il lago Vadimone nella battaglia che Livio descrive come la più sanguinosa mai combattuta contro di loro. Nel 283 a.C. una seconda battaglia presso lo stesso lago distrusse la coalizione di Etruschi e Galli e chiuse la storia dell'Etruria come potenza indipendente. La tradizione locale, il Comune e la letteratura di riferimento identificano il Vadimone con il Laghetto in fondovalle; l'identificazione è plausibile ma non dimostrata archeologicamente.

1070 e 1212: il castello nelle mani del papa

Nel 1070, secondo una tradizione che la storiografia locale riporta senza documento, la contessa Matilde di Canossa avrebbe donato il castello di Bassano a papa Gregorio VII. Nel 1212 una bolla di Innocenzo III, questa sì documentata, conferma che Bassano appartiene alla Camera Apostolica da lungo tempo. Tra il 1298 e il 1377 il borgo venne eretto a Comune, restando alle dirette dipendenze della Santa Sede, e nel 1437 la diocesi di Orte, da cui dipendeva, venne unita a quella di Civita Castellana.

1527, 1559, 1576: il Cinquecento dei cardinali

Nel 1527, l'anno del Sacco di Roma, Clemente VII donò il feudo al napoletano Alfonso Lagne. Nel 1559 Pio IV lo vendette al cardinale Cristoforo Madruzzo con il fratello Nicola e il nipote Fortunato: è la famiglia che costruì la torre intorno al campanile e che nel 1576 fece erigere la Fontana Vecchia, la cui iscrizione è la data più antica leggibile in paese. Poco dopo il feudo passò al cardinale Marco Sittico Altemps, che ordinò un palazzo, e alla fine del secolo tornò alla Camera Apostolica.

1609, 1632, 1674-1678: la devozione di un paese pontificio

Il 2 giugno 1609 i quattro priori invitarono il vescovo a esaminare l'immagine della Vergine dipinta su una tegola, nella macchia del Poggio: è l'atto di nascita della Madonna della Quercia, costruita tra il 1674 e il 1678 e aperta al culto il 28 settembre 1678. Nel 1621 Santa Maria dei Lumi assunse il nome attuale e il ruolo di parrocchiale. Nel 1632 i santi Fidenzio e Terenzio vennero proclamati protettori del paese. Nel 1677 compare per la prima volta la chiesa a loro dedicata, e nel 1793 la Confraternita ne restaurò l'abside, come ricorda la targa. Sono i decenni della relativa prosperità seicentesca, con il Banco delle Civitelle, il Monte di Pietà e il Monte della Semenza.

1855, 1875, 1890: l'Ottocento che cambia il paese

Nel 1855 si cominciò a costruire la nuova parrocchiale dell'Immacolata Concezione e la chiesa dei Lumi venne abbandonata; nel 1879 la nuova chiesa non era ancora finita, ma monsignor Verga le donò la grande tela di Francesco Grandi. Nel 1875 la Madonna della Quercia passò al Comune. Nel 1890 venne demolito il campanile che ostruiva la Torre dell'Orologio. Sono anche i decenni delle faide tra Andreuzzi e Verga, che dissanguarono la comunità.

1927, 1929, 1943, 1958: il Novecento

Nel 1927 Bassano passò dalla provincia di Roma a quella di Viterbo. Nel 1929 venne aggregata a Orte come frazione. Il 25 novembre 1943 il treno tedesco carico di munizioni esplose nella stazione in fondovalle e lo spostamento d'aria distrusse il borgo antico, che restò per decenni in gran parte inabitabile. Nel 1958 il paese riottenne l'autonomia comunale, dopo trentuno anni. Il 1976 è l'anno in cui, durante i lavori, riemerse il campanile nascosto nella torre; i restauri della Soprintendenza si conclusero nel 1984.

2002, 2006, 2020: il recupero

Nel 2002 venne completato il consolidamento del costone di roccia su cui poggia il borgo, nell'ambito del recupero pubblico che ha ristrutturato trentuno alloggi. Il 26 giugno 2006 il Presidente della Repubblica concesse al Comune lo stemma con il cavaliere. Nell'ottobre 2020 Bassano in Teverina venne ammessa nel club dei Borghi più belli d'Italia, quinto comune della provincia di Viterbo e ventitreesimo del Lazio, con la cerimonia ufficiale il 24 ottobre. Per un borgo che nel 1943 era macerie, è una traiettoria che merita rispetto.

Bassano in Teverina (VT)
Bassano in Teverina (VT)

Chi è passato da Bassano in Teverina (VT)

Bassano in Teverina non ha un grande nome da esibire in senso convenzionale: non ci è nato un artista celebre, non ci ha soggiornato un poeta. Ma chi cerca il personaggio da mettere sulla targa qui trova qualcosa di meglio: una sfilata di nomi di primo piano che sono passati per necessità, per interesse o per guerra, perché da questa valle, e più precisamente dal corridoio che il paese domina, è passata mezza storia d'Italia.

Quinto Fabio Rulliano e le legioni

Il primo nome documentato dalle fonti antiche è quello di Quinto Fabio Massimo Rulliano, cinque volte console, l'uomo che nel 309 a.C. osò attraversare la selva Cimina contro il parere del Senato e che sconfisse gli Etruschi al Vadimone. Con lui passarono le legioni, e ventisei anni dopo ne passarono altre per la seconda battaglia. Se l'identificazione del lago è corretta, migliaia di soldati romani, etruschi e galli hanno calpestato i campi che oggi si vedono dal belvedere.

Plinio il Giovane, il primo turista

Plinio il Giovane, senatore, avvocato e proprietario di ville in Umbria, non venne qui per combattere ma per curiosità. In una delle sue lettere racconta di essere andato a vedere il lago Vadimone, di cui aveva sentito parlare, e lo descrisse con la precisione di un naturalista: la forma di ruota, l'acqua verde e pallida, l'odore di zolfo, le isole galleggianti di canne e giunchi che il vento spostava e che a volte trasportavano il bestiame da una riva all'altra. È, in un certo senso, il primo visitatore di Bassano in Teverina di cui abbiamo il diario di viaggio, e la sua lettera è ancora il testo più bello mai scritto su questo territorio.

Matilde di Canossa e i papi

La tradizione vuole che Matilde di Canossa, la grande contessa che nel 1077 avrebbe ospitato l'umiliazione di Enrico IV davanti a Gregorio VII, abbia donato il castello di Bassano allo stesso papa nel 1070. Che sia passata fisicamente di qui non è documentato, ma il suo nome è rimasto attaccato al paese per quasi mille anni. Documentata è invece la mano di Innocenzo III, il papa più potente del Medioevo, che nel 1212 firmò la bolla con cui Bassano restava alla Camera Apostolica. Per tutto il Medioevo e l'età moderna, del resto, la via Amerina e la valle del Tevere furono la strada dei papi in viaggio tra Roma, Orvieto e Perugia.

Alfonso De Lagnis, il governatore napoletano

Nel 1527 Clemente VII, il papa del Sacco di Roma, donò il feudo ad Alfonso Lagne, o De Lagnis, nobile napoletano. Di lui si sa poco, ma il paese ha deciso di ricordarlo: la rievocazione storica del secondo fine settimana di luglio si intitola Alla corte di Alfonso De Lagnis e sfila in abiti rinascimentali per le vie del borgo. È un caso interessante di memoria selettiva: dei tre signori cinquecenteschi, il paese ha scelto di festeggiare quello meno documentato, forse perché fu l'unico a non essere un cardinale.

Cristoforo Madruzzo, il cardinale del Concilio

Il passaggio più pesante, in termini di storia europea, è quello di Cristoforo Madruzzo. Principe vescovo di Trento, cardinale, fu l'uomo che ospitò nella sua città le sessioni del Concilio di Trento, cioè l'evento che ridisegnò la Chiesa cattolica dopo la Riforma. Nel 1559 comprò Bassano da Pio IV insieme al fratello e al nipote, e nel 1576, ormai vescovo di Porto, vi fece costruire la fontana che porta il suo nome e il suo stemma. La torre intorno al campanile è opera della sua famiglia. Quando si legge l'iscrizione della Fontana Vecchia, si legge la firma di uno dei protagonisti del Cinquecento.

Marco Sittico Altemps, il nipote del papa

Dopo i Madruzzo il feudo passò a Marco Sittico Altemps, cardinale, nipote di Pio IV, l'uomo che a Roma costruì il palazzo Altemps, oggi sede del Museo Nazionale Romano, e la villa Mondragone a Frascati. A Bassano ordinò un palazzo, di cui le fonti conservano la notizia. È il tipo di committente che nel Lazio del tardo Cinquecento lasciava dietro di sé ville e giardini; che abbia posato lo sguardo su un borgo così piccolo dice quanto la sua posizione sulla valle fosse considerata strategica.

I pellegrini e i mercanti della via Amerina

Per mille anni, dal Medioevo in poi, un flusso continuo di persone ha attraversato l'Italia centrale diretto a Roma. La via Francigena principale passa più a ovest, per Viterbo, e chi la percorre oggi trova la nostra pagina dedicata alla via Francigena; ma la via Amerina e i percorsi lungo il Tevere erano battuti da chi veniva dall'Umbria, dalle Marche e dall'Adriatico: pellegrini a piedi, mercanti, monaci di Farfa che amministravano le terre dell'abbazia, e in età bizantina i funzionari e i soldati che facevano la spola tra Roma e Ravenna sul corridoio che i Longobardi non erano riusciti a chiudere.

Gli eserciti, fino ai tedeschi del 1943

Sono passati gli eserciti, con la regolarità sconfortante che caratterizza la storia italiana: milizie di Viterbo e di Orvieto in lotta per la valle, compagnie di ventura, soldati pontifici, truppe francesi e spagnole nelle guerre d'Italia, i garibaldini diretti a Roma, e infine i tedeschi della Wehrmacht, che nell'autunno del 1943 usavano la ferrovia in fondovalle per i rifornimenti verso il fronte. Uno dei loro treni, fermo nella stazione di Bassano il 25 novembre, saltò in aria e portò via il paese. È il passaggio più tragico, ed è quello che ha lasciato le tracce più profonde.

I bassanesi partiti e quelli tornati

Sono passati, andando via, i bassanesi che nel Novecento hanno lasciato il paese, prima verso le Americhe e l'Europa del nord, poi verso Roma e il triangolo industriale, poi ancora giù nel paese nuovo lungo la strada, dopo che il borgo antico era diventato inabitabile. Ogni casa chiusa è una famiglia partita. E sono passati, negli ultimi decenni, quelli che sono tornati o arrivati: figli e nipoti di emigrati che hanno recuperato la casa dei nonni, persone di città che hanno comprato e restaurato, i gestori dell'albergo diffuso che hanno riaperto stanze dentro le mura, i volontari che aprono la torre nei fine settimana e raccontano il campanile. Sono i centoventi che oggi tengono in vita il borgo.

E infine passate voi. Non è una frase a effetto ma la conclusione del ragionamento: in un luogo del genere il visitatore diventa parte della catena, uno dei tanti saliti su questa rupe a guardare la valle. Non c'è nulla di celebrativo, c'è semmai una responsabilità: i paesi come Bassano in Teverina sopravvivono anche grazie a chi li sceglie, li visita con rispetto, ci spende qualcosa, ne parla. Chi li inserisce nei propri itinerari, come fanno i professionisti che disegnano itinerari per tour operator e come suggerisce la guida in inglese alle gite di un giorno da Roma, lo sa: il turismo nei piccoli centri non è un ripiego, è una scelta con conseguenze concrete.

Cosa mangiare a Bassano in Teverina (VT) e nella Teverina

La cucina di questa fascia della Tuscia è contadina, di terra, e va presa per quello che è. L'olio extravergine è il prodotto simbolo: oliveti a terrazze scendono dalla rupe verso la valle, i frantoi lavorano tra novembre e dicembre, e l'olio nuovo, verde, amaro e piccante, si assaggia sul pane abbrustolito con un pizzico di sale. Il vino è quello della DOC Vignanello, la cui area comprende anche il territorio di Bassano, e dei vigneti della valle che risalendo verso Castiglione in Teverina diventano un sistema di cantine scavate nella roccia. Le nocciole dei Cimini sono la coltura industriale della zona e finiscono nei dolci di tutta la provincia. Per il resto, la tavola è quella viterbese: paste fresche tirate a mano, sughi di carne, legumi, verdure di stagione, pecorino, salumi di maiale, e a Natale e a Pasqua i dolci delle feste. Nel borgo antico esiste un ristorante collegato all'albergo diffuso in via delle Fonti; il paese nuovo ha il bar e qualche esercizio, ma per una scelta più ampia ci si sposta a Orte o a Soriano nel Cimino. Il consiglio è uno: chiedete cosa c'è, non cosa c'è sul menu.

Bassano in Teverina (VT) con i bambini e accessibilità

Con i bambini Bassano funziona meglio di quanto si pensi, per tre ragioni. La prima è la torre: un campanile nascosto dentro una torre, con gli specchi, la scala metallica, la botola dell'olio bollente e il pozzo dei tesori, è una storia che un bambino di otto anni ricorda per tutta la vita, molto più di un museo. La seconda è la scacchiera gigante nel borgo, che nei fine settimana diventa un parco giochi improvvisato. La terza è la vicinanza del Parco dei Mostri di Bomarzo, a un quarto d'ora, che permette di costruire una giornata perfetta per famiglie: mattina a Bomarzo, pranzo, pomeriggio a Bassano con la torre prenotata. Portate acqua e merenda, perché nel borgo antico i servizi sono pochi.

Sull'accessibilità bisogna essere onesti. Il borgo antico è un impianto medievale su una rupe: selciato irregolare, pendenze, scalinate, vicoli stretti. Con una sedia a rotelle si raggiunge piazza Finzi e la zona della torre, dove uno dei due ingressi ha l'ascensore fino al primo piano, ma il percorso nell'intercapedine e la salita alla sommità richiedono la scala metallica. La chiesa dei Lumi è al piano stradale. Il belvedere e le parti alte del borgo sono difficili. Con un passeggino si fa quasi tutto, con qualche tratto da portare a braccia. Chi ha esigenze specifiche telefoni al Comune prima di partire: in un paese piccolo, dove tutto si organizza a voce, una chiamata risolve più di qualunque pagina web.

Cosa vedere intorno a Bassano in Teverina (VT) nel raggio di mezz'ora

La posizione è il vero capitale del paese, e conviene sfruttarla. A nove chilometri c'è Orte, con il centro storico sulla rupe e il sistema di cunicoli sotterranei visitabili, il complemento naturale della torre di Bassano. A un quarto d'ora ci sono Vasanello con il castello Orsini e la tradizione della ceramica, e Bomarzo con il Parco dei Mostri e, per chi ama camminare, il Monte Casoli con le sue tagliate etrusche. Risalendo la valle si incontrano Graffignano, Castiglione in Teverina, Celleno con il suo borgo fantasma e, a quaranta minuti, Civita di Bagnoregio. Verso i Cimini ci sono Soriano nel Cimino con il castello e il bosco, la frazione di Chia con la sua torre medievale sopra le forre, e Vitorchiano. A sud, Civita Castellana con il duomo cosmatesco e il forte Sangallo, e le forre di Corchiano con la via Amerina che ancora si percorre a piedi. Dall'altra parte del Tevere, in Umbria, Orvieto è a mezz'ora di autostrada.

Quando andare a Bassano in Teverina (VT) e quando evitare

Il calendario del paese è breve e va conosciuto. Il 27 settembre è la festa dei santi patroni Fidenzio e Terenzio, con la processione e la chiesa loro dedicata aperta: è il giorno in cui il paese è più sé stesso. Il secondo fine settimana di luglio c'è la rievocazione rinascimentale Alla corte di Alfonso De Lagnis, con il corteo in costume. A Natale il presepe vivente, ambientato nel borgo antico, che per la sua conformazione sembra fatto apposta. I fine settimana da aprile a ottobre sono i giorni in cui la torre è aperta con gli orari pubblicati dal Comune e il borgo ha un minimo di vita. Da evitare: le ore centrali di luglio e agosto, i giorni feriali d'inverno se si vuole trovare qualcosa di aperto, e le giornate di nebbia fitta in fondovalle, che cancellano il panorama, a meno che non si voglia la foto della torre che affiora dalla nebbia, nel qual caso sono da cercare. Il mio consiglio, per chi può scegliere: un sabato di fine ottobre, con l'olio nuovo nei frantoi, la luce radente sul peperino e la torre prenotata per le tre del pomeriggio.

Bassano in Teverina (VT)
Bassano in Teverina (VT)

Domande veloci su Bassano in Teverina (VT)

Dove si trova Bassano in Teverina (VT)?

In provincia di Viterbo, nel Lazio, al confine con l'Umbria, su uno sperone di roccia vulcanica a 304 metri di quota sopra la valle del Tevere. Dista 9 chilometri da Orte, 22 da Viterbo e 84 da Roma.

Come si arriva a Bassano in Teverina (VT) da Roma?

In auto: A1 fino a Orte, poi SS675 verso Viterbo per 4 chilometri e SP151 (via Ortana) per altri 4; poco più di un'ora. Senza auto: treno regionale FL1 da Roma Tiburtina o Ostiense fino a Orte e poi autobus Cotral, controllando gli orari in anticipo perché le corse sono rade nei festivi.

C'è la stazione ferroviaria a Bassano in Teverina?

C'era, in fondovalle sulla linea Roma-Firenze, ma è dismessa dal 2012. La stazione utile è Orte, a 9 chilometri.

Quanto costa visitare Bassano in Teverina (VT)?

Passeggiare nel borgo, affacciarsi dal belvedere ed entrare nelle chiese aperte non costa nulla. La visita alla Torre dell'Orologio si prenota tramite il Comune e l'eventuale contributo si chiede al momento della prenotazione.

Quando è aperta la Torre dell'Orologio?

Nei giorni festivi e prefestivi, con prenotazione almeno un giorno prima: secondo gli orari pubblicati dal Comune, 9:30-12:00 e 14:30-18:00 da ottobre a marzo, 9:30-12:00 e 14:30-19:00 da aprile a giugno, 9:30-12:00 e 15:00-19:00 da luglio a settembre. Negli altri giorni si apre per i gruppi su richiesta. Meglio telefonare sempre prima di partire.

Cosa c'è di speciale nella Torre dell'Orologio di Bassano in Teverina (VT)?

Dentro la torre cinquecentesca, costruita dai Madruzzo, è conservato intero il campanile romanico della chiesa dei Lumi, alto 27 metri, con bifore, trifore e capitelli scolpiti a figure. È stato riscoperto nel 1976 e si visita percorrendo l'intercapedine di 70 centimetri tra le due strutture.

La torre di Bassano in Teverina pende?

No. La Torre dell'Orologio è dritta. La sua particolarità è il campanile nascosto al suo interno, non l'inclinazione.

Quanto tempo serve per visitare Bassano in Teverina (VT)?

Mezza giornata: un'ora e mezza per il borgo, un'ora per la torre con la prenotazione, mezz'ora per la chiesa dei Lumi. Una giornata intera se si abbina Orte, Vasanello o Bomarzo.

Si può visitare la chiesa di Santa Maria dei Lumi?

Sì, su richiesta, di solito insieme alla torre. Dal 1855 non è più parrocchia e non ha orari fissi.

Bassano in Teverina (VT) è adatta ai bambini?

Sì: la torre con il campanile nascosto e gli specchi, la scacchiera gigante e il Parco dei Mostri di Bomarzo a un quarto d'ora la rendono una gita riuscita per famiglie.

Bassano in Teverina è accessibile in sedia a rotelle?

Solo in parte. Piazza Finzi e la zona della torre sono raggiungibili, e un ingresso della torre ha l'ascensore fino al primo piano; il resto del borgo, con selciato, pendenze e scale, è difficile. Conviene telefonare al Comune prima.

Dove si parcheggia a Bassano in Teverina (VT)?

Fuori dal borgo antico, negli spazi lungo la viabilità di accesso e nel paese nuovo; dentro le mura non si circola. Dal parcheggio alla torre sono pochi minuti a piedi.

Bassano in Teverina è uno dei Borghi più belli d'Italia?

Sì, dall'ottobre 2020: è stato il quinto comune della provincia di Viterbo e il ventitreesimo del Lazio ad entrare nel club.

Cosa è successo a Bassano in Teverina il 25 novembre 1943?

Un treno tedesco carico di munizioni esplose nella stazione in fondovalle; lo spostamento d'aria distrusse il borgo antico, che restò per decenni in gran parte inabitabile e fu recuperato con fondi pubblici a partire dagli ultimi decenni del Novecento.

Cos'è il lago Vadimone?

Un piccolo lago di origine sulfurea in fondovalle, chiamato il Laghetto, sacro agli Etruschi, descritto da Plinio il Giovane e identificato dalla tradizione con il luogo delle battaglie del 309 e del 283 a.C. Non è un sito attrezzato: si chiede in paese come raggiungerlo.

Quando è la festa patronale di Bassano in Teverina (VT)?

Il 27 settembre, per i santi Fidenzio e Terenzio, patroni dal 1632.

Cosa si mangia a Bassano in Teverina (VT)?

Olio extravergine della Tuscia, vini della DOC Vignanello e della valle, nocciole dei Cimini, paste fresche, pecorino e salumi. Nel borgo c'è un ristorante legato all'albergo diffuso; per più scelta si va a Orte o a Soriano nel Cimino.

Qual è la differenza tra Bassano in Teverina e Bassano Romano?

Sono due comuni diversi della provincia di Viterbo: Bassano Romano è vicino al lago di Bracciano e ha la villa Giustiniani; Bassano in Teverina è sulla valle del Tevere, verso Orte, con la torre nella torre. Il navigatore va impostato con attenzione.

Si possono visitare le cantine scavate nella roccia?

Sono quasi tutte private. Si entra solo se un proprietario invita; chiedere con garbo in paese è l'unico metodo.

Qual è il periodo migliore per Bassano in Teverina (VT)?

Primavera e autunno, in un fine settimana, con la torre prenotata. Fine ottobre, con l'olio nuovo, è la mia scelta.

Bassano in Teverina si combina bene con Civita di Bagnoregio?

Sì, risalendo la valle per Graffignano e Castiglione in Teverina si arriva a Civita in circa quaranta minuti, con la luce migliore nel tardo pomeriggio.

Ho portato gruppi in decine di borghi della Tuscia e ho imparato a diffidare dei posti che promettono una cosa sola. Bassano in Teverina ne promette una sola, la torre con il campanile dentro, e poi ne mantiene molte altre: una chiesa romanica a dodici colonne che nessuno guarda, un lago dove è finita l'Etruria, una fontana firmata dal cardinale del Concilio di Trento, un borgo distrutto da un treno e rimesso in piedi da una comunità di centoventi persone. La mia opinione è netta: prenotate la torre, dedicate alla chiesa dei Lumi il tempo che merita, e non lasciate il paese senza avere parlato con qualcuno. Il resto, la fotografia dalla via Ortana e il silenzio del belvedere, verrà da sé.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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