San Martino al Cimino (VT)
San Martino al Cimino si trova a 561 metri di altitudine sul versante meridionale dei Monti Cimini, nel comune di Viterbo da cui dista circa cinque chilometri. Il borgo non ha stazione ferroviaria propria: si arriva in auto percorrendo la via Cimina da Viterbo, oppure, in alternativa, la strada che sale da Ronciglione attraverso il bosco. In macchina da Roma il tragitto si compie in meno di novanta minuti, uscendo al casello di Viterbo Nord e seguendo le indicazioni per la via Cimina. I parcheggi all'ingresso del borgo sono gratuiti e abbondanti nei giorni feriali; nei fine settimana di ottobre, durante la sagra delle castagne, si riempiono in fretta e conviene arrivare prima delle dieci. L'abbazia cistercense e il Palazzo Doria-Pamphilj non richiedono biglietto d'ingresso per la visita esterna; le parti interne dell'abbazia sono accessibili durante le funzioni liturgiche e su richiesta alla parrocchia; il palazzo ospita i corsi dell'Universita della Tuscia e non sempre apre al pubblico, ma la facciata e il cortile si leggono bene dall'esterno. La sagra delle castagne e dei funghi porcini si svolge ogni fine settimana di ottobre, con stand gastronomici lungo le vie principali e degustazione di prodotti locali: castagne al forno, zuppa di porcini, nocciole della Tuscia, polenta e selvaggina. Il mercatino di prodotti tipici occupa la piazza centrale, con produttori locali che portano formaggi di pecora, salumi, olio extravergine e miele del Cimino. Chi programma una gita fuori porta in autunno trova in San Martino al Cimino il punto di partenza ideale per esplorare tutta l'area dei Lago di Vico e dei Monti Cimini, che in ottobre si coprono di rosso e oro per il foliage dei faggi monumentali. Per un tour organizzato della Tuscia con guida privata, TourLeaderPro propone esperienze personalizzate per privati, aziende e gruppi VIP su tutto il territorio del Lazio.
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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

Una curiosità su San Martino al Cimino (VT)
Vista dall'alto, San Martino al Cimino ha la forma di una mezza ellisse. Non è un caso e non è un capriccio: è il risultato di una pianificazione urbanistica deliberata, concepita nella prima metà del Seicento da Donna Olimpia Maidalchini, cognata di papa Innocenzo X Pamphilj, che volle trasformare un borgo medievale decaduto in un organismo urbano compatto e rappresentativo. Le case disposte in file parallele, tutte identiche nell'alzato, si appoggiano alle antiche mura medievali e seguono l'andamento curvilineo del perimetro difensivo, creando un effetto di specchio perfetto dall'alto. Ogni abitazione ripete le stesse misure, la stessa altezza, gli stessi materiali: peperino grigio, pietra lavica locale, finestre a piombino. Il risultato, che emerge nitido da qualunque fotografia aerea, è uno dei rarissimi esempi italiani di urbanistica seicentesca realizzata secondo un piano organico in un centro minore: non una capitale, non una città di corte, ma un borgo di provincia della Tuscia, reinventato da una donna di potere con ambizioni da principessa. L'architetto cui si attribuisce il progetto di ristrutturazione e rifacimento del centro abitato fu Romano Carapecchia, su incarico della stessa Donna Olimpia, e le maestranze lavorarono in parallelo alla ristrutturazione dell'abbazia, al rinnovamento del palazzo baronale e alla ridefinizione degli assi viari del borgo: il tutto in un coordinamento che, per l'epoca e per la dimensione del cantiere, fu un'impresa notevole. Ancora oggi, camminando per le strade di San Martino al Cimino, si percepisce quella coerenza progettuale: non ci sono aggiunte sgraziate, non ci sono edifici fuori scala, e il paese sembra uscito da un disegno fatto a matita da un architetto metodico.
A differenza di molti borghi della Tuscia che si sono sviluppati su speroni rocciosi irregolari, San Martino al Cimino gode di una posizione relativamente pianeggiante sul declivio cimino, il che ha reso possibile quella griglia razionale. La via principale corre dritta dall'abbazia al palazzo, e le strade laterali si dipartono in modo quasi ortogonale, con variazioni minime dettate dal terreno. Chi osserva la piantina del borgo trova immediatamente quella logica geometrica che manca a quasi tutti i centri medievali della zona, da Civita di Bagnoregio a Vitorchiano, nati per necessità difensive su rilievi tormentati. San Martino al Cimino, invece, ha avuto la fortuna, o il lusso, di essere progettato una seconda volta.
Una cosa che non ti dice nessuno su San Martino al Cimino (VT)
L'abbazia cistercense di San Martino al Cimino fu fondata nel 1200 circa da monaci provenienti dall'abbazia di Pontigny, in Borgogna, una delle quattro grandi figlie di Citeaux e luogo di esilio di tre arcivescovi di Canterbury, tra cui Tommaso Becket. Il legame con Pontigny non era casuale: i Cistercensi si espandevano secondo rotte precise, costruendo filiali lungo le direttrici commerciali e devozionali dell'Europa medievale, e la via Francigena che attraversa il Monte Cimino era una di queste direttrici. La chiesa abbaziale fu consacrata nel 1225 e mantiene ancora oggi le caratteristiche sobrie e austere dell'architettura cistercense: navata unica, pietra a vista, assenza di decorazioni policrome, luce naturale come unico ornamento. Quello che quasi nessuno racconta, pero, è che l'abbazia cadde in un abbandono quasi totale nel corso del Cinquecento, fu abbandonata definitivamente nel 1564 e rimase desolata per ottant'anni, con il tetto parzialmente crollato e la vegetazione che conquistava il chiostro. Fu la determinazione di Donna Olimpia Maidalchini, nel 1645, a salvare l'edificio: lei stessa si occupo di ottenere da papa Innocenzo X la restituzione dell'abbazia all'uso monastico, commissionando il restauro a Francesco Borromini, che pero intervenne solo marginalmente, e ad altri architetti della cerchia papale. I lavori durarono fino al 1656 circa, restituendo all'abbazia una facciata rinnovata e un interno consolidato, pur nel rispetto dell'impianto medievale originale. La storia del salvataggio operato da una donna di corte su un edificio medievale cadente in un borgo della Tuscia è uno di quegli episodi minori della storia dell'arte italiana che meritano piu attenzione di quanta ne ricevano normalmente.
C'è un dettaglio ulteriore che vale la pena segnalare: Donna Olimpia Maidalchini non era semplicemente la cognata del papa. Era la figura politica piu influente del pontificato di Innocenzo X, al punto da essere ribattezzata dai contemporanei "Pimpaccia de Piazza Navona" per via del palazzo di famiglia sull'allora piazza Pamphilj. Gestiva le finanze pontificie, riceveva ambasciatori, indirizzava nomine ecclesiastiche, e aveva una capacita organizzativa che i cronisti del tempo descrivevano con ammirazione mista a sospetto. San Martino al Cimino era il suo investimento personale piu visibile fuori Roma: un borgo-principato che avrebbe dovuto consacrare il potere della famiglia Pamphilj sul territorio della Tuscia. Quando mori, nel 1657, il progetto era compiuto nella struttura ma non nel destino: la famiglia perse influenza e il borgo rimase, intatto nel suo impianto seicentesco, ma perifericamente sospeso tra Viterbo e le foreste del Cimino. Chi visita oggi San Martino al Cimino cammina, senza saperlo, in un sogno di potere incompiuto.

Il consiglio che ti do per visitare San Martino al Cimino (VT)
Il consiglio piu utile che si puo dare a chi visita San Martino al Cimino è di non fermarvisi solo. Il borgo si gira in un'ora e mezza, forse due, e ha senso inserirlo in un itinerario piu ampio che tocchi almeno altri due o tre luoghi della zona. La combinazione migliore è San Martino al Cimino, il bosco del Monte Cimino e Viterbo, possibilmente in questo ordine: si parte dal borgo la mattina, si sale poi al bosco per la passeggiata tra i faggi monumentali, e si scende a Viterbo nel tardo pomeriggio per il quartiere medievale di San Pellegrino, le terme e la cena. Se il tempo è ottobre, aggiungete la sagra delle castagne a San Martino e avrete una giornata piena e coerente, con il filo rosso dei prodotti del Cimino che unisce il borgo, il bosco e la tavola. Per un'escursione piu lunga, il triangolo San Martino al Cimino, Soriano nel Cimino e Caprarola copre tre aspetti diversi del territorio cimino: il borgo pianificato, il castello medievale e il palazzo rinascimentale dei Farnese, con Villa Lante di Bagnaia come ulteriore variante lungo la strada del ritorno.
Un secondo consiglio, piu specifico, riguarda il momento della giornata per fotografare e visitare il borgo. La luce mattutina, quando il sole è ancora basso e illumina obliquamente le case in peperino, rende la pietra quasi grigio-argento con venature di luce calda: è la luce migliore per capire la qualita del materiale da costruzione e la coerenza del piano urbanistico. Il primo pomeriggio, invece, il paese si svuota e diventa quasi surreale nel suo silenzio: le case tutte uguali, la via principale deserta, l'abbazia chiusa, il palazzo inaccessibile, e solo qualche gatto sull'acciottolato. Chi vuole la versione animata del borgo deve venire il sabato mattina in ottobre o la domenica di qualunque mese estivo, quando i viterbesi salgono al Cimino per il fresco e il mercatino. Per chi preferisce un accompagnamento esperto con guida dedicata su misura, il servizio di accompagnamento turistico di TourLeaderPro copre tutta la provincia di Viterbo e il territorio della Tuscia, con tour privati e aziendali su prenotazione. Un day trip in inglese da Roma con tappa alla Tuscia e ai borghi dei Cimini è invece documentato nella guida ai migliori day trips da Roma di ItalyPlanner, utile per chi pianifica l'itinerario in lingua inglese.
L'architettura del borgo: il peperino e le case "a schiera"
Il materiale con cui è costruito quasi tutto il centro storico di San Martino al Cimino è il peperino, una pietra vulcanica di colore grigio scuro con chiazze pirite e puntini bianchi tipica del territorio di Viterbo e del Monte Cimino. Il peperino non è duro come il travertino e non è leggero come il tufo: occupa una posizione intermedia che lo ha reso per secoli il materiale da costruzione preferito in tutta la Tuscia viterbese. Ha il vantaggio di essere facile da tagliare con gli attrezzi tradizionali, di resistere bene all'umidita e al gelo, e di invecchiare con una certa dignita, acquisendo nel tempo una patina grigio-verdastra che si integra bene con la vegetazione circostante. Chi gira per le strade di San Martino al Cimino nota immediatamente la continuita cromatica del costruito: non ci sono case in laterizio, non ci sono rivestimenti intonacati di colori vivaci, non ci sono aggiunte in cemento armato a vista. Il peperino domina, quasi uniforme, dal portale dell'abbazia agli stipiti delle abitazioni private, dalle scalinate alla pavimentazione dei vicoli. Questa continuita materica è uno degli elementi che rendono il borgo fotograficamente coerente e visivamente riposante, in un momento in cui molti centri storici del Lazio sono stati rivestiti di intonaco colorato negli anni Settanta e Ottanta, perdendo la loro leggibilita costruttiva originale.
Le case "a schiera" seicentesche di San Martino al Cimino hanno generalmente due piani: il piano terra, con accesso diretto dalla strada, era originariamente destinato a deposito, stalla o bottega; il piano superiore era l'abitazione vera e propria. Le scale esterne, in alcuni casi, erano addossate alla facciata o ricavate nei vicoli laterali. Le finestre sono piccole, a piombino, con architrave e stipiti in peperino lavorato. I portali degli edifici piu importanti hanno cornici modanate sobrie, senza gli eccessi decorativi del barocco romano che dominava nelle chiese papali dello stesso periodo. È come se l'architetto avesse voluto trasferire a San Martino al Cimino la sobrieta cistercense dell'abbazia anche all'architettura civile del borgo: un unico registro stilistico, controllato, discreto, senza ostentazioni. Il risultato è un centro storico che sembra disegnato da una sola mano, in un solo momento, con una coerenza che i borghi cresciuti organicamente nel corso di secoli non possono raggiungere.
L'abbazia cistercense: come visitarla
L'abbazia è aperta durante le funzioni liturgiche, in genere la mattina tra le 8:00 e le 9:30 e il pomeriggio-sera. Per un accesso piu esteso o una visita guidata è utile contattare in anticipo la parrocchia di San Martino Vescovo. L'ingresso al portico esterno e alla facciata è sempre libero. L'interno conserva l'impianto cistercense originale: navata unica, copertura a crociera, abside poligonale, e la sobrietà assoluta che i monaci di Bernardo di Chiaravalle imposero come regola estetica. Le modifiche seicentesche riguardano soprattutto la facciata e alcune cappelle laterali, senza intaccare la struttura medievale.
Il Palazzo Doria-Pamphilj: la sede universitaria
Il palazzo baronale, costruito ex novo sulla base di una struttura preesistente, ospita oggi i corsi della Facolta di Economia dell'Universita della Tuscia e la sede locale del Consorzio BIM Tevere. L'accesso al cortile interno è possibile negli orari universitari; le sale affrescate e il salone principale con il soffitto in legno intagliato non sono accessibili al pubblico senza prenotazione, ma durante le giornate del patrimonio o su richiesta all'amministrazione universitaria si riesce talvolta ad entrare. La scalinata in peperino che collega il cortile ai piani superiori è, da sola, un esempio eccellente della lavorazione della pietra locale nel Seicento viterbese.
Il bosco del Monte Cimino: la faggeta monumentale
A pochi chilometri dal borgo si estende la faggeta vetusta del Monte Cimino, inserita dal 2017 nel patrimonio mondiale dell'UNESCO come parte delle "Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d'Europa". I faggi piu vecchi hanno oltre cinque secoli di vita, fusti che superano il metro di diametro e chiome che si chiudono a volta creando un effetto quasi gotico. Il bosco era considerato sacro gia in eta etrusca: Tito Livio lo cita come "silva Ciminiana", una foresta vasta e temuta che i Romani attraversarono durante le campagne contro Veio. In autunno il foliage trasforma il bosco in un paesaggio da fotografia: arancione, rosso, giallo dorato, con i tronchi grigi che emergono dalla nebbia del mattino. Il sentiero piu accessibile parte da Sant'Angelo di Roccalvecce e sale fino alla cima del Monte Cimino (1053 metri), con un dislivello di circa 400 metri e una durata di due ore e mezza andata. Chi preferisce restare in piano puo percorrere i sentieri del Parco regionale di Vico lungo le rive del lago.
La Via Francigena sul Monte Cimino
San Martino al Cimino era un punto di tappa della Via Francigena, l'itinerario che collegava Canterbury a Roma percorso dai pellegrini medievali. L'abbazia cistercense svolgeva la funzione di ospizio e di punto di rifornimento per i viandanti che scendevano dal Cimino verso Viterbo. Il tratto della Francigena che attraversa il Monte Cimino è oggi segnalato e percorribile a piedi: si entra in territorio cimino da Ronciglione, si sale attraverso i boschi, si passa per San Martino al Cimino e si scende su Viterbo seguendo il percorso storico. Per chi vuole fare solo un tratto, il segmento San Martino al Cimino - Viterbo dura circa un'ora e mezza ed è pianeggiante, adatto anche a chi non ha esperienza di trekking. La segnaletica è quella standard del Cammino Francigena italiano: bande bianche e rosse e il simbolo della conchiglia.
L'itinerario consigliato: una giornata tra Cimino, bosco e Viterbo
Per chi parte da Roma la mattina e vuole vedere il meglio del territorio in una sola giornata, propongo questo schema testato. Partenza da Roma tra le 7:00 e le 7:30, arrivo a San Martino al Cimino intorno alle 9:00. Prima ora: giro del borgo, abbazia, piazza principale, palazzo baronale (esterno). Seconda ora: salita al bosco del Monte Cimino per la passeggiata tra i faggi monumentali; il parcheggio alla Faggeta si raggiunge in cinque minuti di macchina dal borgo. Pranzo: tornare a San Martino al Cimino o scendere a Soriano nel Cimino (quindici minuti di macchina) dove i ristoranti sono piu numerosi. Pomeriggio: Viterbo, quartiere di San Pellegrino e Palazzo dei Papi, poi eventualmente le Terme dei Papi per chi vuole rilassarsi prima del rientro. Rientro a Roma tra le 19:00 e le 20:00. L'itinerario funziona bene in primavera e autunno; d'estate il bosco è gradevolissimo ma il centro di Viterbo è caldo e affollato nel pomeriggio; d'inverno il bosco potrebbe essere chiuso per neve o ghiaccio, ma il borgo è quasi deserto e fotograficamente splendido. Per chi vuole aggiungere Caprarola e Palazzo Farnese all'itinerario, è necessario sacrificare la passeggiata nel bosco oppure partire da Roma almeno un'ora prima. Con un giorno intero a disposizione, il percorso San Martino al Cimino - Caprarola - Villa Lante a Bagnaia - Viterbo è uno dei migliori giri della Tuscia che si possano fare.
Il Lago di Vico e la natura del Cimino
A una decina di chilometri da San Martino al Cimino si estende il Lago di Vico, il lago vulcanico di origine craterica piu alto d'Italia (507 metri sul livello del mare) e uno dei piu integri del territorio laziale. Fa parte della Riserva Naturale Regionale Lago di Vico e Monti Cimini, istituita nel 1982, che comprende anche gran parte del bosco del Monte Cimino. Il lago è circondato da una vegetazione fitta e ha acque limpide; è abitato da numerose specie di uccelli acquatici, tra cui il tuffetto, la moretta tabaccata e il germano reale. Lungo le rive si possono percorrere sentieri ciclabili e pedonali che girano attorno all'intero specchio d'acqua in circa tre ore. I Comuni affacciati sul lago sono Ronciglione, Caprarola e Vico nel Lazio. L'area è molto frequentata in estate da famiglie con bambini, che trovano qui una natura facilmente accessibile a poca distanza da Roma.

Quando visitare San Martino al Cimino: il calendario delle stagioni
Ogni stagione ha un argomento valido per visitare San Martino al Cimino. La primavera, da marzo a maggio, è il momento in cui i boschi del Cimino tornano verdi dopo l'inverno, con i faggi che mettono le foglie nuove di un verde tenero quasi trasparente e il sottobosco che si copre di fiori spontanei. Il borgo è ancora tranquillo, i turisti scarsi, e la luce primaverile è perfetta per fotografare le facciate in peperino. L'estate, da giugno ad agosto, porta i villeggianti viterbesi e qualche famiglia di romani che sale al fresco: il borgo è animato la sera, i ristoranti lavorano, e le escursioni nel bosco di faggi sono piacevoli perché le temperature al Cimino rimangono accettabili anche nelle settimane di calura. L'autunno è il momento di punta: ottobre con la sagra delle castagne e il foliage dei faggi porta il maggior numero di visitatori, e il borgo cambia aspetto ogni settimana man mano che i colori del bosco si intensificano. L'inverno, infine, è la stagione dei solitari: il borgo si svuota dopo Natale, la neve chiude talvolta la strada per qualche ora, e il paesaggio nevoso con l'abbazia sullo sfondo è di una quiete quasi ascetica. Chi ama i borghi fuori stagione trova in inverno a San Martino al Cimino una autenticita che l'estate non puo dare.
Prodotti locali del Cimino: castagne, funghi e nocciole
Il Monte Cimino è il territorio di elezione di tre prodotti che caratterizzano la cucina della Tuscia settentrionale: le castagne, i funghi porcini e le nocciole. Le castagne del Cimino sono state storicamente una delle risorse alimentari fondamentali della zona, coltivate in castagneti che si alternano alle faggete sui versanti meno impervi del monte. La raccolta avviene tra settembre e novembre, e le sagre di San Martino al Cimino sono tra le piu frequentate della provincia di Viterbo. I funghi porcini crescono nei boschi di faggio e castagno tra agosto e ottobre, e i raccoglitori locali li conoscono palmo a palmo: al mercato del sabato mattina a Viterbo i quantitativi disponibili in ottobre sono notevoli, con prezzi piu bassi rispetto a qualunque mercato romano. Le nocciole della Tuscia, coltivate nella zona dei Monti Cimini e dei Colli Amerini, sono riconosciute dalla denominazione IGP "Nocciola Romana" e sono la base della produzione di cioccolato e pasta di nocciole di molti artigiani locali. Chi vuole portare via qualcosa di autentico da San Martino al Cimino trova nei negozi del borgo castagne secche, farina di castagne, confetture di mele cotogne e mostarda di castagne. Le trattorie locali propongono menu stagionali con pappardelle ai porcini, polenta con spuntature di maiale e castagne arrosto: cucina senza fronzoli, con ingredienti che non hanno bisogno di spiegazioni.
Viterbo: cosa vedere prima o dopo San Martino
Chi viene a San Martino al Cimino deve tener conto che Viterbo si trova a cinque chilometri e che le due visite si combinano naturalmente in mezza giornata. Il quartiere medievale di San Pellegrino, con le sue torri nobiliari, le scale esterne, i ballatoi e le cisterne romane riutilizzate nel Medioevo, è uno dei complessi medievali meglio conservati del centro Italia. Il palazzo dei Papi, dove si tenne nel 1268-1271 il conclave piu lungo della storia (33 mesi, con il tetto scoperchiato per convincere i cardinali a eleggere un papa), merita almeno mezz'ora di attenzione. Le terme di Viterbo, le Terme dei Papi, si trovano fuori dal centro e offrono la possibilita di immergersi nelle acque solfurose di origine vulcanica. Chi ha tempo e forze dopo San Martino al Cimino e Viterbo puo spingersi a Bagnaia e alla Villa Lante, uno dei giardini rinascimentali piu raffinati d'Italia, con le sue fontane, le grotte e i parterre geometrici.
La relazione tra San Martino al Cimino e Viterbo nel corso dei secoli
San Martino al Cimino e Viterbo hanno avuto nei secoli un rapporto oscillante tra dipendenza e autonomia. Viterbo, capoluogo della Tuscia viterbese e per qualche decennio sede papale nel Duecento, ha sempre esercitato una forza gravitazionale sui borghi del suo territorio, ma San Martino al Cimino ha mantenuto per lungo tempo una propria identita distinta, rafforzata dalla presenza dell'abbazia cistercense e, nel Seicento, dall'elevazione a principato. Il fatto che il borgo fosse elevato a principato da un papa romani che lo assegnò alla propria cognata lo metteva, almeno formalmente, su un piano di parita rispetto ad altri feudi nobiliari della zona, compresi alcuni piu grandi e piu ricchi. La perdita dell'autonomia amministrativa nel 1928 rispecchio una logica di razionalizzazione che l'Italia fascista applicò a migliaia di piccoli comuni su tutto il territorio nazionale, senza riguardo per le storie particolari: quindici anni dopo, la stessa logica fu applicata a borghi molto piu grandi e famosi di San Martino al Cimino. Oggi il rapporto con Viterbo è quello di una frazione con la propria citta capoluogo: i servizi essenziali, le scuole superiori, l'ospedale, gli uffici pubblici sono tutti a Viterbo; a San Martino al Cimino restano la parrocchia, qualche negozio, l'universita e le associazioni culturali locali. È un equilibrio precario ma funzionante, che resiste grazie all'identita forte dei martinesi e alla qualita del patrimonio che il borgo ha saputo conservare.
Il microclima cimino: perché il borgo è un rifugio estivo
A 561 metri di altitudine, San Martino al Cimino beneficia di un microclima sensibilmente diverso da quello della pianura viterbese. Le estati sono fresche, con temperature massime che raramente superano i 28 gradi anche nelle giornate piu calde di luglio e agosto, e le serate sono quasi sempre gradevoli con una brezza che scende dal bosco. Le precipitazioni sono piu abbondanti che in pianura, concentrate soprattutto in primavera e in autunno, e le nebbie mattutine di ottobre e novembre avvolgono il borgo in un'atmosfera silenziosa e quasi fiabesca. L'inverno è freddo: la neve cade quasi ogni anno, spesso in dicembre e gennaio, e il bosco di faggi col manto bianco è una delle immagini piu spettacolari di tutto il territorio cimino. Proprio per questo clima fresco, i viterbesi piu abbienti hanno sempre avuto seconde case a San Martino al Cimino: il borgo è stato per secoli il luogo di villeggiatura della borghesia viterbese, e alcune delle case piu belle del centro storico sono state ristrutturate come residenze estive da famiglie della citta. Chi pianifica una visita in agosto scopre un borgo insolitamente vivace, con i proprietari delle case estive che si trasferiscono per tutto il mese e animano il bar, la trattoria e la piazza con una quotidianita autentica che molti luoghi turistici hanno perso.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
San Martino al Cimino è stato un comune autonomo fino al 1928, quando il regime fascista lo incorporo forzatamente nel comune di Viterbo nell'ambito della politica di accorpamento dei piccoli centri rurali. Prima di quella data aveva un proprio consiglio comunale, un proprio podesta, un proprio stato civile. La perdita dell'autonomia fu vissuta dalla comunita locale come un affronto, e non era del tutto ingiustificato: il borgo aveva una sua identita storica, economica e culturale ben distinta da quella della citta capoluogo. Il fatto che Viterbo sia a soli cinque chilometri non rendeva ovvia la fusione: in un'epoca in cui lo spostamento avveniva a piedi o con il carro, cinque chilometri su strada di montagna erano una distanza reale, non simbolica. Molti dei borghi aggregati a Viterbo in quegli anni erano ancora piu piccoli e meno strutturati di San Martino al Cimino, che aveva almeno una tradizione istituzionale e un patrimonio edilizio notevole. Oggi il borgo è una frazione del comune di Viterbo, con un proprio consiglio di quartiere e una propria identita comunitaria che resiste nelle associazioni locali, nelle feste paesane e nel forte senso di appartenenza dei residenti. Non è raro incontrare anziani di San Martino al Cimino che si definiscono "martinesi" con una precisione che non lascia spazio a equivoci: si è di qui, non di Viterbo.
Il censimento del 1921, l'ultimo prima dell'incorporazione, contava poco meno di mille abitanti nel comune autonomo di San Martino al Cimino. Oggi la frazione ha circa seicento residenti stabili, con un calo demografico che riflette la tendenza generale dei piccoli centri dell'interno laziale. Questo ha paradossalmente conservato il tessuto edilizio originale: senza pressione edificatoria, le case seicentesche sono rimaste intatte, i vicoli non sono stati allargati, le mura non sono state demolite. San Martino al Cimino è uno di quei luoghi dove la marginalizzazione economica ha funzionato, involontariamente, come tutela del patrimonio. Nei borghi piu vivaci della Tuscia, come Caprarola o Sutri, il turismo ha portato ristrutturazioni a volte invasive; qui il flusso è ancora contenuto, e il borgo mantiene una quotidianita autentica che i centri piu frequentati hanno perso. La guida completa ai borghi del Lazio da visitare in day trip da Roma è disponibile su ItalyPlanner, nella sezione dedicata ai piccoli centri della regione.

La foto giusta da fare a San Martino al Cimino (VT)
La fotografia piu bella di San Martino al Cimino si fa dall'esterno, non dall'interno. Il punto di ripresa migliore è la curva della strada provinciale che sale da Viterbo, circa due chilometri prima dell'ingresso al borgo: da quel tornante, guardando verso nord-est, il paese appare quasi intero contro il fondale scuro dei faggi cimini, con la facciata dell'abbazia che emerge al centro del profilo costruito e il palazzo baronale che chiude la sequenza a sinistra. La luce del tardo pomeriggio di autunno, quando il sole è gia basso e arancione, illumina le facciate in peperino con una qualita cromatica che le fotografie del mattino non restituiscono. Se avete un teleobiettivo o un'ottica da 100mm in su, da quel punto potete isolare l'abbazia contro il bosco senza elementi di disturbo. La seconda fotografia da fare è quella della via principale del borgo, meglio di prima mattina con la luce ancora radente: le case tutte uguali che formano un corridoio prospettico con la facciata dell'abbazia in fondo danno un'immagine quasi metafisica, con quella geometria seicentesca che di solito i borghi medievali non hanno. Posizionatevi all'ingresso meridionale della via principale e inquadrate verso nord, avendo cura di escludere i cartelli stradali che disturbano la prospettiva.
La terza fotografia, meno ovvia, è quella del chiostro dell'abbazia se riuscite ad accedervi: le arcate medievali con i fusti di colonne in peperino e la vegetazione del giardino centrale creano un contrasto di luce e ombra molto efficace nelle ore centrali della mattinata, quando la luce zenitale penetra verticalmente nel pozzo del chiostro. Se il vostro orario di visita non coincide con le aperture della parrocchia, la fotografia dall'esterno della griglia del portale, con la navata della chiesa sullo sfondo, è comunque efficace. Evitate le ore centrali del giorno d'estate, quando la luce è piatta e il peperino perde la sua qualita grigio-argentata per diventare quasi bianco e privo di tridimensionalita. Il momento peggiore per fotografare il borgo è il pomeriggio di una giornata estiva coperta, con il cielo lattiginoso che appiattisce tutto: tornate la mattina presto del giorno dopo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di San Martino al Cimino ha radici molto piu profonde del suo aspetto attuale. Il sito era abitato gia in eta pre-romana, come dimostrano i resti di insediamenti falisci e etruschi nei dintorni del Monte Cimino. La via Cimina, che attraversava il monte collegando Viterbo con la via Flaminia, era una delle arterie strategiche del territorio fin dall'antichita: Tito Livio racconta che nel 310 a.C. il console romano Quinto Fabio Rulliano attraverso la "silva Ciminiana" in una missione di esplorazione considerata temeraria, perché il bosco era allora impenetrabile e controllato dai popoli nemici di Roma. L'area rimase a lungo nell'orbita etrusca e poi si integro gradualmente nel sistema viario e insediativo romano, pur mantenendo caratteristiche forestali che la resero a lungo marginale rispetto ai centri abitati della pianura.
Il momento fondativo del borgo medievale coincide con la presenza cistercense, a partire dai primi decenni del Duecento. I monaci di Pontigny, esperti nello sfruttamento agricolo e forestale dei terreni difficili, si stabilirono sul versante meridionale del Cimino, dissodarono aree boscose, costruirono la chiesa e il chiostro, e attirarono attorno all'abbazia un primo nucleo di case e servizi. La consacrazione dell'abbazia nel 1225 sancisce ufficialmente la nascita della comunitia monastica; il borgo che vi si sviluppo attorno prese il nome di San Martino, dal titolo della chiesa abbaziale dedicata a Martino di Tours. Nei secoli successivi il borgo crebbe modestamente, beneficiando del traffico dei pellegrini sulla Francigena e della protezione che l'abbazia offriva ai viandanti. La crisi del Trecento, con le pestilenze e le guerre tra Orvieto, Viterbo e i baroni locali, indebolì l'abbazia e il borgo, che entrarono nel Quattrocento in una fase di stagnazione.
Il Cinquecento fu il secolo del declino: l'abbazia fu abbandonata nel 1564, i monaci si dispersero, e il borgo rimase privo del suo centro propulsore. Per quasi ottant'anni San Martino al Cimino fu un agglomerato rurale di scarsa importanza, senza una guida ecclesiastica stabile e senza risorse sufficienti per mantenere il patrimonio edilizio. La svolta arrivò nel 1645, con l'intervento di Donna Olimpia Maidalchini, che ottenne da Innocenzo X il principato di San Martino al Cimino e avvio il cantiere di ristrutturazione che avrebbe ridisegnato il borgo. I lavori durarono circa un decennio e trasformarono il paese: le case medievali furono ricostruite in forme uniformi, le strade furono riassettate, l'abbazia fu restaurata e affidata a una comunita di monache cistercensi, il palazzo baronale fu edificato ex novo. Quando Donna Olimpia mori nel 1657, il borgo aveva l'aspetto che conserva ancora oggi, con variazioni minime.
La geografia dei Monti Cimini: territorio e paesaggio
I Monti Cimini sono un piccolo gruppo montuoso di origine vulcanica, con la cima massima al Monte Cimino (1053 m) e un estensione complessiva che non supera i trenta chilometri da nord a sud. Appartengono alla stessa formazione vulcanica che ha prodotto il Lago di Vico, il Lago di Bolsena e i Colli Albani: sono dunque un paesaggio di crateri, colate laviche, colline tondeggianti e foreste di altitudine. Il vulcano cimino è spento da circa 100.000 anni, e nel frattempo l'erosione e la vegetazione hanno ammorbidito quei profili che in origine erano piu aspri e irregolari. Il risultato è un paesaggio che oggi appare quasi dolce, con ondulazioni boscose che si susseguono senza punte drammatiche, a differenza degli altipiani tufacei della Tuscia meridionale con le loro gole profonde e i borghi arroccati su speroni. San Martino al Cimino occupa il punto piu accessibile del versante meridionale: né troppo in alto da rendere il percorso faticoso, né troppo in basso da perdere il beneficio dell'altitudine con i suoi effetti sul microclima. In estate, quando la pianura viterbese è caldissima, il borgo dei Cimini è sempre piu fresco di cinque o sei gradi: una differenza che i viterbesi conoscono bene e che spiega perché le seconde case nel Cimino siano sempre state un privilegio ambito.
La geologia del territorio si legge nelle pietre degli edifici: il peperino grigio con cui è costruito il borgo è una delle varieta locali di roccia vulcanica, estratta nelle cave che ancora oggi si lavorano nei dintorni di Viterbo. I blocchi di peperino usati nell'abbazia e nel palazzo seicentesco hanno le stesse dimensioni standardizzate che le maestranze locali utilizzavano da secoli, con una lavorazione a scalpello che lascia sulle superfici una texture granulosa caratteristica. La continuita tra la geologia del Monte Cimino e l'architettura del borgo che vi si è sviluppato sopra è uno di quei fili sottili che connettono la storia umana alla storia naturale in modo invisibile ma pervasivo: il borgo è letteralmente fatto della stessa sostanza del monte su cui è costruito.
Nel corso dell'Ottocento, il Risorgimento e l'unificazione italiana portarono cambiamenti nell'assetto amministrativo del territorio: San Martino al Cimino divenne comune autonomo, si dotò di un'amministrazione civile laica e partecipò, sia pure ai margini, ai rivolgimenti politici del tempo. La fine dello Stato Pontificio nel 1870 significò anche la secolarizzazione del palazzo baronale e dei beni monastici: le monache cistercensi lasciarono l'abbazia nei decenni successivi all'unificazione, e la struttura fu destinata prima a usi civili e poi, nel Novecento, all'Universita della Tuscia. Il Novecento porto la gia citata incorporazione nel comune di Viterbo (1928), l'arrivo dell'energia elettrica e dell'acquedotto, e poi la lenta emigrazione verso la citta che ha ridotto progressivamente la popolazione. La seconda guerra mondiale non lascio danni rilevanti nel borgo, che era troppo piccolo e appartato per attirare l'attenzione delle operazioni belliche della linea Gustav. La storia recente di San Martino al Cimino è quella tranquilla di un borgo della Tuscia che ha saputo conservare il suo patrimonio senza farlo diventare un museo e senza trasformarlo in un parco tematico.

Chi è passato da San Martino al Cimino (VT)
La figura piu importante nella storia di San Martino al Cimino è, senza dubbio, Donna Olimpia Maidalchini (1591-1657), nata a Viterbo da una famiglia di origine umile e ascesa al vertice del potere papale attraverso il matrimonio con Pamphilio Pamphilj, fratello del futuro Innocenzo X. Vedova dal 1639, Donna Olimpia divento la principale consigliera e, secondo molti storici dell'epoca, la vera mente gestionale del pontificato del cognato. I pamphlet satirici romani la rappresentavano vestita da papa e seduta sul soglio pontificio; gli storici piu seri la descrivono come una donna di eccezionale intelligenza pratica e di grande ambizione, capace di gestire patrimoni, trattare con ambasciatori e orientare decisioni politiche di primo piano. Il suo legame con San Martino al Cimino non era puramente sentimentale: era strategico, perché il principato cimino era un investimento territoriale che avrebbe dovuto garantire alla famiglia Pamphilj una base di potere nel Lazio. Quando Innocenzo X mori nel 1655, Donna Olimpia fu accusata di avere svuotato le casse papali e dovette lasciare Roma precipitosamente; si ritiro proprio a San Martino al Cimino, dove mori di peste nel 1657. Il racconto della sua fuga e della sua morte nel borgo cimino è uno degli episodi piu drammatici della storia seicentesca della Tuscia.
Francesco Borromini, l'architetto barocco piu originale del suo tempo, ebbe un coinvolgimento nel cantiere di ristrutturazione dell'abbazia di San Martino al Cimino, anche se l'entita del suo intervento è discussa dagli storici dell'architettura. I documenti attestano pagamenti a Borromini per lavori al complesso abbaziale, ma non è chiaro quanto del progetto complessivo sia attribuibile direttamente a lui e quanto ad architetti della sua cerchia. Il suo nome associato al borgo è comunque un indicatore dell'ambizione culturale di Donna Olimpia: volle per il suo principato cimino lo stesso livello di attenzione architettonica che stava trasformando Roma in quegli anni. Borromini era all'epoca impegnato nel cantiere di Sant'Ivo alla Sapienza e in quello di San Giovanni in Laterano, eppure trovò il modo di interessarsi anche a questo cantiere di provincia.
I monaci cistercensi di Pontigny che fondarono l'abbazia nel Duecento erano i portatori di una riforma monastica nata con Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), il cui messaggio di sobrietà, lavoro e preghiera aveva trasformato il paesaggio rurale europeo. I cistercensi non erano solo monaci: erano ingegneri idraulici, agronomi, architetti. Ovunque si stabilissero, bonificavano paludi, canalizzavano corsi d'acqua, introducevano tecniche agricole avanzate. Sul Monte Cimino avranno trovato un territorio difficile ma ricco di legname, selvaggina, bacche e castagne: risorse sufficienti per sostenere una comunita monastica e per sviluppare un'economia rurale attorno all'abbazia. La via Francigena che attraversava il monte era un canale di comunicazione con il mondo esterno e una fonte di entrate (gli ospizi abbaziali non erano gratuiti: i pellegrini pagavano per vitto e alloggio). Quando il traffico sulla Francigena diminuì nel Quattrocento, anche l'abbazia entra in crisi: la storia del monastero cimino è specchio fedele della fortuna del grande percorso pellegrinale europeo.
Tra i passanti illustri del borgo si contano, nel corso dei secoli, i pellegrini che transitavano sulla via Francigena verso Roma, tra cui certamente ecclesiastici di alto rango e signori laici in viaggio di devozione. L'abbazia di San Martino al Cimino, come tutte le tappe cistercensi sulla via Francigena, era attrezzata per ospitare viaggiatori di ogni rango, dal povero al prelato. Non ci sono documenti che attestino soggiorni celebri di personaggi storici noti, ma la posizione del borgo lungo la principale arteria peregrinale medievale rende plausibile che figure importanti della storia ecclesiastica e politica medievale abbiano fermato qui almeno una notte. Il circuito regionale della Tuscia, con Tuscania, Bolsena, Montefiascone e Nepi, era uno spazio di potere e di circolazione di uomini e idee nel Medioevo e nel primo Rinascimento, e San Martino al Cimino era un nodo di questo sistema. La guida regionale del Lazio per chi pianifica un viaggio in inglese è disponibile su ItalyPlanner, nella sezione Lazio; chi cerca un tour privato o aziendale con accompagnatore nella Tuscia puo rivolgersi a TourLeaderPro per un'esperienza personalizzata.

Domande veloci su San Martino al Cimino (VT)
Dove si trova esattamente San Martino al Cimino?
San Martino al Cimino è una frazione del comune di Viterbo, nel Lazio settentrionale, a circa cinque chilometri dal centro di Viterbo. Si trova a 561 metri di altitudine sul versante meridionale dei Monti Cimini, all'interno della Riserva Naturale Regionale Lago di Vico e Monti Cimini. Da Roma si raggiunge in circa 90 minuti percorrendo l'autostrada A1 fino a Orte e poi la superstrada Orte-Viterbo, oppure la via Cassia fino a Viterbo.
Cosa si visita a San Martino al Cimino?
I due monumenti principali sono l'abbazia cistercense del XIII secolo e il Palazzo Doria-Pamphilj del XVII secolo. Il borgo in se, con le sue case seicentesche tutte identiche disposte a semicerchio, è un monumento urbanistico da percorrere a piedi. Nei dintorni si trova la faggeta monumentale del Monte Cimino e il Lago di Vico.
L'abbazia cistercense è aperta al pubblico?
La chiesa abbaziale è accessibile durante le funzioni liturgiche, generalmente la mattina e la sera. Per visite guidate o accesso al chiostro è necessario contattare in anticipo la parrocchia di San Martino Vescovo. L'ingresso al portico esterno e la vista della facciata sono sempre liberi.
Quando si svolge la sagra delle castagne?
La Sagra delle Castagne e dei Funghi Porcini di San Martino al Cimino si svolge ogni fine settimana di ottobre. È uno degli appuntamenti gastronomici piu frequentati della provincia di Viterbo e richiama visitatori da tutta la regione. Stand con prodotti locali, degustazioni e mercatino di produttori tipici.
Come si arriva a San Martino al Cimino senza macchina?
Non esiste un collegamento diretto in treno. Da Roma si puo arrivare a Viterbo in treno (linea Roma Porta San Paolo - Viterbo, circa 2 ore) o in autobus (Cotral da Saxa Rubra, circa 1 ora e 30 minuti). Da Viterbo si sale a San Martino al Cimino con autobus locali o taxi, oppure a piedi lungo la via Cimina (circa un'ora di cammino in salita).
San Martino al Cimino è adatto a bambini?
Si, il borgo è piccolo e percorribile facilmente a piedi, senza dislivelli importanti all'interno del centro abitato. La sagra di ottobre è vivace e adatta alle famiglie. Il Lago di Vico, nelle vicinanze, offre aree verdi e percorsi naturalistici accessibili anche ai bambini piu piccoli. Il bosco del Monte Cimino è adatto a escursioni brevi con bambini di almeno sei-sette anni.
Dove si mangia a San Martino al Cimino?
Il borgo ha alcune trattorie e osterie che propongono cucina tipica della Tuscia: pasta fatta in casa con sughi di funghi porcini, polenta, zuppe di fagioli e castagne, secondi di carne alla brace. I prezzi sono contenuti rispetto ai ristoranti di Viterbo. In ottobre, durante la sagra, gli stand gastronomici offrono castagne al forno, polenta e caldarroste. È consigliabile prenotare il fine settimana di ottobre.
Quali altri borghi si possono visitare nella stessa giornata?
La combinazione piu comune è San Martino al Cimino con Viterbo. Una variante ottima è il triangolo San Martino al Cimino - Soriano nel Cimino - Caprarola. Per chi ha piu tempo, si aggiungono Bagnaia con la Villa Lante, Vignanello con il suo castello e i giardini all'italiana, e Vitorchiano.
La faggeta del Monte Cimino fa parte di un parco protetto?
Si. La faggeta vetusta del Monte Cimino è inserita nella Riserva Naturale Regionale Lago di Vico e Monti Cimini e fa parte del sito UNESCO "Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d'Europa" dal 2017. L'accesso ai sentieri è libero; l'ingresso in aree specifiche durante la stagione di caccia può avere restrizioni.
Qual è la storia del Palazzo Doria-Pamphilj di San Martino al Cimino?
Il palazzo fu costruito nel XVII secolo su incarico di Donna Olimpia Maidalchini, cognata di papa Innocenzo X Pamphilj, come sede baronale del principato di San Martino al Cimino. Oggi ospita i corsi della Facolta di Economia dell'Universita degli Studi della Tuscia e la sede del Consorzio BIM Tevere. Alcune sale conservano affreschi e soffitti lignei originali del Seicento.
Quando Innocenzo X si interesso di San Martino al Cimino?
Innocenzo X, al secolo Giovanni Battista Pamphilj, papa dal 1644 al 1655, concesse il principato di San Martino al Cimino alla cognata Donna Olimpia Maidalchini nel 1645, subito dopo la sua elezione al soglio pontificio. Il borgo divento così un feudo della famiglia Pamphilj, che vi investì risorse considerevoli per la ristrutturazione urbanistica e il restauro dell'abbazia cistercense.
Esiste un percorso ciclabile nei dintorni di San Martino al Cimino?
Si. La Riserva Naturale del Lago di Vico ha percorsi ciclabili lungo le rive del lago, accessibili anche a bici da corsa su alcuni tratti. Sul Monte Cimino esistono sentieri percorribili in mountain bike. La strada provinciale che collega San Martino al Cimino a Ronciglione è frequentata da ciclisti, specialmente nei fine settimana primaverili e autunnali.
Ci sono eventi culturali a San Martino al Cimino durante l'anno?
Oltre alla Sagra delle Castagne e dei Funghi Porcini di ottobre, il borgo ospita il Trofeo Salvatore Morucci, una gara ciclistica su strada di livello nazionale che si svolge a settembre. In estate si tengono eventi musicali e culturali nel cortile del palazzo universitario e nella piazza principale. La parrocchia organizza manifestazioni religiose in occasione della festa di San Martino, l'11 novembre.
San Martino al Cimino è sulla Via Francigena?
Si. Il borgo era una tappa della Via Francigena medievale, il grande itinerario pellegrinale che collegava Canterbury a Roma. L'abbazia cistercense svolgeva la funzione di ospizio per i pellegrini che attraversavano il Monte Cimino. Il tratto della Francigena che passa per San Martino al Cimino è oggi segnalato e percorribile sia a piedi sia in bicicletta.
Quanto tempo serve per visitare San Martino al Cimino?
Il borgo si gira in un'ora e mezza, al massimo due ore, includendo la visita alla facciata dell'abbazia, il giro delle vie principali, l'esterno del palazzo e la vista panoramica dai punti alti. Per includere una passeggiata nel bosco del Monte Cimino aggiungete almeno tre ore. Una mezza giornata è sufficiente per il borgo; una giornata intera se si combina con il lago e Viterbo.
Cosa rende unico San Martino al Cimino rispetto agli altri borghi della Tuscia?
La caratteristica che distingue San Martino al Cimino da quasi tutti gli altri borghi della Tuscia è la sua pianificazione urbanistica seicentesca: le case tutte identiche, la geometria semi-ellittica, la coerenza stilistica di tutto il costruito. Non è un borgo medievale cresciuto per accumulazione, ma un organismo progettato a tavolino da una committente ambiziosa con risorse economiche papali. Questo lo rende un esempio raro di urbanistica razionale applicata a scala minore nel Lazio del Seicento.
Quali prodotti tipici acquistare a San Martino al Cimino?
I prodotti piu caratteristici del territorio sono le castagne fresche e secche (da ottobre a dicembre), la farina di castagne, i funghi porcini freschi e secchi (agosto-novembre), le nocciole della Tuscia, il miele del Cimino e i formaggi di pecora locali. Durante la sagra di ottobre è possibile trovare anche confetture artigianali, salumi e vino locale. I negozi alimentari del borgo hanno aperto orari ridotti, ma il mercato di Viterbo del sabato mattina offre una scelta piu ampia degli stessi prodotti.
Ci sono agriturismi o strutture ricettive a San Martino al Cimino?
Il borgo ha un'offerta ricettiva limitata: poche camere affittate da privati e qualche B&B. La scelta si amplia notevolmente a Viterbo, dove si trovano alberghi di diverse categorie, e nella campagna circostante, dove numerosi agriturismi offrono alloggio con colazione e mezza pensione. Chi vuole stare nel verde e usare San Martino al Cimino come base per esplorare i Cimini troverà l'agriturismo la soluzione migliore.
Quali altri borghi dei Cimini meritano una visita?
Nel territorio dei Monti Cimini, vicino a San Martino al Cimino, vale la pena visitare Soriano nel Cimino con il suo castello medievale e la fontana papale di Villa Chigi Albani, e il borgo di Vallerano. Allargando il raggio, il circuito della Tuscia comprende Civita di Bagnoregio, Bolsena, Montefiascone, Tuscania e Nepi.
San Martino al Cimino e i borghi vicini: il contesto della Tuscia viterbese
Per capire San Martino al Cimino bisogna situarlo nel contesto della Tuscia viterbese, un territorio che nei cinquanta chilometri quadrati attorno a Viterbo concentra una densita di patrimonio storico, architettonico e naturalistico difficile da eguagliare nel Lazio. A ovest di San Martino al Cimino si trovano Tuscania, con le sue basiliche medievali isolate nella campagna, e Montefiascone sul bordo del Lago di Bolsena, famosa per il vino Est!Est!Est! e per il duomo con la cupola ottagonale. A nord-est, scendendo verso il Tevere, c'è Civita di Bagnoregio, il borgo che sta lentamente franando nel vuoto, raggiungibile solo a piedi da un ponte pedonale. A sud-est, verso Roma, si trovano Sutri con il suo anfiteatro etrusco scavato nel tufo, Nepi con la rocca farnesiana, e poi le colline dove Caprarola, Vignanello e Villa Lante a Bagnaia formano un triangolo di architettura manierista di primo livello. La Tuscia viterbese è una delle regioni artistiche meno visitate d'Italia rispetto alla sua qualita, e San Martino al Cimino è uno dei suoi nodi meno conosciuti, il che lo rende ancora piu autentico per chi sa cercarlo.
La questione dei trasporti è il vero freno alla visita diffusa della Tuscia: senza macchina è difficile raggiungere la maggior parte dei borghi, e le frecce non arrivano da nessuna parte in questa zona. Chi viene da Roma in treno arriva a Viterbo, da dove si puo raggiungere San Martino al Cimino in autobus locale o in taxi, ma per girare il territorio in modo autonomo una vettura è quasi indispensabile. Chi invece viene con la macchina ha un vantaggio enorme: puo costruire itinerari personalizzati, fermarsi dove vuole, cambiare programma se il tempo cambia, e trovare agriturismi e ristoranti fuori dai centri principali che sono spesso i piu interessanti. Per chi vuole un servizio di accompagnamento privato con autista-guida su tutta la Tuscia, il servizio di TourLeaderPro è pensato esattamente per questo tipo di itinerario personalizzato nel Lazio interno.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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