Palazzo Doria Pamphilj
Palazzo Doria Pamphilj ha l'ingresso della Galleria in Via del Corso 305, 00186 Roma, a un centinaio di metri da piazza Venezia, telefono +39 06 6797323, informazioni e prenotazioni gruppi all'indirizzo info@dopart.it. Il biglietto unico costa 16,00 euro in biglietteria e 17,00 euro se lo si prenota online; non esiste un ridotto ordinario, e l'ingresso è gratuito per i bambini sotto i dodici anni e per i portatori di handicap in possesso di Disability Card italiana o dell'Unione Europea (online il gratuito si emette a 1,00 euro). Gli orari sono 9.00-19.00 dal lunedì al giovedì, con ultimo ingresso alle 18.00, e 10.00-20.00 dal venerdì alla domenica, con ultimo ingresso alle 19.00; la biglietteria chiude un'ora prima. Chiusura tutti i mercoledì, più il 1 gennaio, la domenica di Pasqua e il 25 dicembre. La prenotazione online è la via consigliata dalla Galleria, che avverte che senza prenotazione l'accesso non è garantito nelle giornate di afflusso. Le audioguide in italiano, inglese, francese e spagnolo sono comprese nel prezzo, fino a esaurimento degli apparecchi. Non c'è guardaroba e non è ammesso l'ingresso con zaini, borse e bagagli di media e grande dimensione: solo borse piccole. Per arrivarci in autobus, il modo più diretto indicato dalla Galleria è la linea 64 da Termini, sette fermate fino a piazza Venezia e poi cento metri a piedi su via del Corso; da metro A Barberini si prendono su via del Tritone le linee 95, 175, 492, 62 o 630, scendendo all'incrocio con via Minghetti; da metro B Colosseo servono le linee 85 o 850, con discesa dove via del Corso incrocia via dei Santi Apostoli. In automobile non ci si arriva: siamo dentro la ZTL del centro storico e senza permesso occorre parcheggiare prima. Mettete in conto un'ora e mezza di visita, che è la durata suggerita dalla Galleria stessa e che io considero il minimo sindacale.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa guida fa parte dell'indice dei musei di Roma, dove trovate le altre collezioni della città in ordine di quartiere e di tipologia.

Che cosa è davvero Palazzo Doria Pamphilj: una casa, non un museo di Stato
Partiamo dal punto che cambia tutto il resto. Palazzo Doria Pamphilj non è un museo statale, non è un museo civico, non è una fondazione bancaria che ha comprato una collezione e l'ha appesa in un edificio riadattato. È la casa di una famiglia che ci abita dal Seicento e che ha deciso di aprire al pubblico l'ala dove tiene i quadri. I discendenti vivono ancora nel palazzo, dietro le porte che vedete chiuse lungo il percorso. Quando percorrete le quattro braccia della Galleria state camminando dentro un appartamento privato di dimensioni assurde, e la differenza si sente in ogni sala: nessun pannello didattico gigante, nessuna sala immersiva, nessun percorso obbligato con le frecce sul pavimento.
È anche il più grande palazzo privato di Roma. Cresciuto per acquisti successivi, inglobando case e isolati interi fra via del Corso, via della Gatta, via Lata e via del Plebiscito, occupa un quadrilatero che a piedi si gira in una decina di minuti buoni. Il fatto che sia rimasto integro, con la collezione dentro le stanze per cui è stata comprata, è una rarità europea: la maggior parte delle raccolte nobiliari romane è stata smembrata, venduta all'estero o incamerata dallo Stato fra Ottocento e primo Novecento. Qui no. Qui la quadreria è ancora appesa dove il manoscritto del 1767 dice che era appesa.
Dico subito la mia opinione, poi la argomento per tutta la pagina: se avessi un solo museo da consigliare a chi ha mezza giornata nel centro di Roma e ha già visto le cose obbligatorie, consiglierei questo. Non i Musei Capitolini, che sono enormi e faticosi. Non la Galleria Borghese, che è meravigliosa ma richiede prenotazione a fascia oraria e un viaggio a Villa Borghese. Questo, perché è a cento metri da piazza Venezia, perché in novanta minuti si vede tutto, e perché contiene tre o quattro dipinti che da soli valgono il biglietto di un museo nazionale.
Come arrivare a Palazzo Doria Pamphilj
A piedi, che è il modo giusto
Il palazzo è in una posizione che rende quasi ridicolo prendere un mezzo. Dal Pantheon si passa per via della Minerva e si arriva a piazza del Collegio Romano in cinque minuti scarsi. Dalla Fontana di Trevi si imbocca via delle Muratte, si sbuca su via del Corso e si scende verso piazza Venezia per trecento metri: sette minuti, e sono le indicazioni che dà la Galleria stessa. Da piazza Venezia il numero 305 è a cento metri sulla destra risalendo il Corso, subito dopo la Galleria Alberto Sordi se venite dall'altro senso.
Attenzione a una cosa che manda in tilt un visitatore su tre: il portone monumentale che si vede su via del Corso non è l'ingresso del museo. È l'ingresso di rappresentanza del palazzo. La biglietteria della Galleria si trova al civico 305, e chi arriva dal lato di piazza del Collegio Romano vede un altro fronte ancora. Se avete l'impressione di girare intorno a un isolato senza trovare la porta, non è colpa vostra: l'isolato è tutto suo.
In autobus e in metropolitana verso Palazzo Doria Pamphilj
Non esiste una fermata di metropolitana a piazza Venezia, e non esisterà finché non aprirà la stazione della linea C, il cui cantiere è quello che vedete recintato in mezzo alla piazza. Quindi si arriva in superficie. La linea di autobus che la Galleria indica per prima è la 64, che parte da Termini e in sette fermate scarica a piazza Venezia: è anche la linea più affollata e più frequentata dai borseggiatori di Roma, quindi tenete la borsa davanti e il telefono in tasca chiusa. Chi scende alla metro A di Barberini può prendere su via del Tritone le linee 95, 175, 492, 62 o 630 e scendere all'altezza di via Minghetti, poi centocinquanta metri verso piazza Venezia. Chi arriva dalla metro B a Colosseo prende la 85 o la 850 e scende dove via del Corso incrocia via dei Santi Apostoli.
Il mio consiglio operativo è diverso da tutte queste combinazioni: scendete a piazza Venezia con qualunque cosa vi capiti, oppure venite a piedi. La zona è servita da una quantità di linee che convergono tutte lì, e discutere di quale prendere è tempo perso. Quello che conta è che il traffico di superficie in centro è lentissimo: se siete a venti minuti a piedi, camminare è più veloce.
L'ingresso, i bagagli e le regole di Palazzo Doria Pamphilj
Qui c'è una regola che rovina la giornata a chi non la conosce. La Galleria non ha il guardaroba e vieta l'ingresso con zaini, borse e bagagli di media e grande dimensione. È consentito entrare solo con borse piccole. Non esiste un deposito dove lasciare il trolley, e non esiste una soluzione di ripiego all'interno del palazzo. Chi arriva dalla stazione con la valigia, chi ha lo zaino da trekking, chi porta il borsone della palestra, resta fuori. Nemmeno l'ascensore è a disposizione dei visitatori.
Non è una cattiveria: sono stanze private, i quadri sono appesi a distanza di braccio e non ci sono corridoi di sicurezza. Uno zaino che gira su una spalla in una sala dove i dipinti cominciano a settanta centimetri da terra è un rischio reale. Ma bisogna saperlo prima. Se arrivate a Roma la mattina e volete infilare la Galleria fra la stazione e l'albergo, non funziona: prima passate in albergo, poi venite.
Le quattro famiglie di Palazzo Doria Pamphilj
Il nome doppio non è un vezzo araldico: è la fotografia di due secoli di matrimoni combinati. E prima delle due famiglie che danno il nome ce ne sono state altre due, che hanno costruito i muri dentro i quali oggi si cammina. Vale la pena di seguire il filo, perché ogni passaggio di proprietà ha lasciato un'ala, una facciata o una collezione.
Le origini quattrocentesche e il cardinale Fazio Santoro
Il nucleo più antico risale alla metà del Quattrocento e si deve al cardinale Nicolò Acciapacci. All'inizio del Cinquecento il cardinale Fazio Santoro lo ricostruisce fra il 1505 e il 1507, ed è a lui che si devono le arcate rinascimentali che ancora oggi si vedono nel cortile, il celebre quadriportico di ascendenza bramantesca. Poi arriva Giulio II, che è papa Della Rovere e non è uomo di mezze misure: il palazzo viene acquisito e passa a un suo nipote. È il primo dei quattro cognomi che l'edificio ha portato.
Gli Aldobrandini e il cardinale Pietro
Nel 1601 il palazzo viene comprato dal cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII, uno dei grandi collezionisti della Roma di primo Seicento. Aldobrandini ingrandisce l'edificio in modo sostanziale e soprattutto ci porta dentro una collezione di prim'ordine, che comprende pezzi arrivati per via ereditaria dai Ferrara estensi. Molti dei dipinti che oggi si vedono nella Galleria hanno questa provenienza: non li hanno comprati i Pamphilj, li hanno ereditati.
I Pamphilj: la dote del 1647 e Innocenzo X
Il passaggio decisivo avviene nel 1647. Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano, erede unica del patrimonio di famiglia, porta il palazzo in dote sposando Camillo Pamphilj, nipote del papa regnante. Il papa regnante è Innocenzo X, e da quel momento l'edificio diventa la residenza romana della famiglia papale. Camillo Pamphilj è quello che dal 1654 in poi avvia i cantieri di grande scala; alla morte del papa nel 1655 la famiglia ha in mano una delle collezioni più ricche della città e una casa abbastanza grande da contenerla.
I Doria di Genova e il cognome unito
L'ultimo innesto è ligure. Nel secondo Seicento Anna Pamphilj (1652-1728), figlia di Camillo e Olimpia, sposa il principe Giovanni Andrea III Doria, di quella famiglia genovese che aveva dato all'Europa l'ammiraglio Andrea Doria. Le due case si fondono, si aggiungono per via ereditaria anche i Landi, e per un paio di secoli la famiglia si chiama per esteso Doria Landi Pamphili. Andrea IV Doria Pamphilj Landi (1747-1820), principe di Melfi, è il primo a usare il cognome nella forma abbreviata che oggi conosciamo tutti. Quattro famiglie, un solo palazzo, e ogni volta la collezione che si somma invece di disperdersi: è questa la ragione per cui Palazzo Doria Pamphilj contiene quello che contiene.

Innocenzo X, il papa che presiede Palazzo Doria Pamphilj
Giovanni Battista Pamphilj nasce a Roma nel 1574 e viene eletto papa il 15 settembre 1644 con il nome di Innocenzo X. Muore nel 1655. Undici anni di pontificato che coincidono con la stagione più violenta e più creativa del barocco romano: è il papa di piazza Navona, della fontana dei Quattro Fiumi, di Sant'Agnese in Agone, della sistemazione del Collegio Romano. Ed è, dal punto di vista di questa pagina, il motivo per cui esiste il quadro più famoso della Galleria.
La sua fama presso i contemporanei non era luminosa. Lo consideravano diffidente, permaloso, capace di rancori lunghissimi. Il carattere si legge in faccia nel ritratto di Velázquez, ed è esattamente questo che rende quel dipinto uno dei tre o quattro ritratti più importanti della storia della pittura europea. Chi arriva alla Galleria pensando di trovare un papa in posa devozionale trova invece un uomo che ti guarda come se stesse valutando quanto costi comprarti.
Olimpia Maidalchini, la cognata che comandava
Accanto a Innocenzo X, per tutto il pontificato, c'è la cognata Olimpia Maidalchini (1592-1657), vedova del fratello del papa e madre di Camillo. La Roma dell'epoca la chiamava con un soprannome che era anche un gioco di parole crudele, e le attribuiva un potere di fatto sulle nomine, sulle finanze e sulle udienze. Che fosse la confidente e la consigliera principale del papa è documentato; il resto, comprese le voci maliziose sulla natura del rapporto, appartiene alla pubblicistica satirica del tempo e va preso per quello che è.
Il dato che conta per la visita è un altro: fu Olimpia Maidalchini a commissionare a Velázquez il ritratto del cognato, intorno al 1650, in occasione dell'Anno Santo. E la Galleria conserva anche il suo ritratto in marmo bianco di Carrara scolpito da Alessandro Algardi, che è uno dei ritratti femminili più intelligenti del Seicento romano: Algardi non ha addolcito niente, e si vede una donna di sessant'anni con la mascella di chi non ha mai chiesto permesso.
Il palazzo: facciate, cortile, scalone
La facciata di Gabriele Valvassori su via del Corso
Il fronte principale, quello lungo che si percorre camminando sul Corso, è opera di Gabriele Valvassori e fu costruito fra il 1731 e il 1734. È considerato una delle architetture più originali del primo Settecento romano, e il motivo è che Valvassori prende il vocabolario di Borromini, le cornici mosse, i profili concavi e convessi, le finestre incorniciate come se fossero specchiere, e lo applica a un fronte lunghissimo che deve reggere il passo di chi cammina. Guardatela dal marciapiede opposto, all'altezza della Galleria Alberto Sordi: da lì si capisce il ritmo, che da sotto si perde.
La mia opinione da persona che ci passa davanti da trent'anni: è la facciata più sottovalutata di Roma. Migliaia di persone la costeggiano ogni giorno guardando le vetrine dall'altra parte, e nessuno alza gli occhi. Il Corso ha questo difetto, si cammina a testa bassa. Alzatela per trenta secondi.
Il quadriportico, il cortile e le altre facciate
Il cortile interno ha due ordini di arcate, in parte cinquecenteschi e riferibili all'intervento di Fazio Santoro. È intorno a questo cortile che corrono le quattro braccia della Galleria, ed è per questo che la visita ha la forma di un anello: si gira intorno a un vuoto quadrato, affacciandosi ogni tanto sulle arcate. La sensazione di essere dentro un chiostro laico è precisa e voluta.
Sugli altri lati lavorarono architetti diversi in tempi diversi. Antonio Del Grande, sotto il patrocinio di Innocenzo X, disegnò i fronti su via Lata e via della Gatta. Paolo Ameli costruì l'ala di via del Plebiscito fra il 1739 e il 1744 e lo scalone nobile fra il 1748 e il 1749. Nell'Ottocento intervenne Andrea Busiri Vici con nuovi prospetti su via della Gatta e vicolo Doria. Il risultato è che il palazzo cambia faccia quattro volte a seconda del lato da cui lo si guarda, e che nessuna delle quattro è una copia dell'altra.
Se avete dieci minuti in più, fate il giro completo dell'isolato prima di entrare. Si comincia sul Corso, si scende verso piazza Venezia, si gira in via del Plebiscito, si prende via della Gatta, si torna su per il Collegio Romano. È l'unico modo per capire quanto è grande davvero la cosa che state per visitare, e per andare a cercare la gattina di marmo appollaiata su un cornicione all'angolo, quella che alla strada ha dato il nome.
La quadreria di Palazzo Doria Pamphilj: perché l'allestimento è la vera unicità
Entrate, e la prima cosa che vi colpisce non è un quadro: è il muro. I dipinti sono appesi per file sovrapposte, tre, quattro, in certi punti cinque l'uno sopra l'altro, dal battiscopa alla cornice del soffitto, incastrati come un mosaico, senza spazi di respiro, senza cartellini grandi, senza gerarchia apparente fra il capolavoro e il quadro di corredo. Questo si chiama allestimento a quadreria, ed è il modo in cui si esponeva la pittura nelle case nobiliari europee fra Sei e Settecento.
L'assetto che vedete risale al 1731-1734, quando il principe Camillo Pamphilj junior incaricò Gabriele Valvassori di riadattare il corpo di fabbrica più antico del palazzo; l'ordinamento dei dipinti segue la disposizione tardo settecentesca documentata da un manoscritto del 1767. Tradotto: non state guardando una scelta curatoriale di oggi. State guardando la scelta di un principe di due secoli e mezzo fa, mantenuta per fedeltà filologica.
La differenza con un museo statale è totale e va detta chiaramente, perché è la ragione per cui vale la pena di venire. In un museo nazionale il quadro importante ha la sua parete, la sua luce, il suo pannello, e vi viene servito come una portata. Qui il Caravaggio è appeso in mezzo agli altri, alla stessa altezza degli altri, e dovete trovarlo voi. Alcuni visitatori escono frustrati. Io sostengo il contrario: è l'unico posto di Roma dove si capisce fisicamente che cosa fosse una collezione privata prima che nascesse l'idea moderna di museo, e la fatica di cercare è parte dell'esperienza.
Un avvertimento pratico che nessuno vi dà: portate gli occhiali da lontano e non fidatevi della luce. Le file alte sono a quattro metri da terra, l'illuminazione è quella naturale delle finestre più qualche faretto, e nelle giornate grigie di gennaio certi quadri in alto si vedono male. È il prezzo della fedeltà all'originale.
Il primo braccio della Galleria Doria Pamphilj
Il giro comincia dal braccio decorato a uso chinese da Ginesio del Barba, con quel gusto per la cineseria che dilaga nell'Europa del Settecento e che qui compare in una versione romana e discreta. Sono decorazioni che quasi nessuno guarda, presi come si è dai quadri; sbagliato, perché raccontano il momento esatto in cui una casa principesca romana decide di essere alla moda internazionale.
In questo braccio ci sono due presenze forti. Le Lunette Aldobrandini di Annibale Carracci, cioè il gruppo di paesaggi dipinti per la cappella di palazzo Aldobrandini e arrivati qui con l'eredità del 1647: è pittura di paesaggio che inventa un genere, con la figura umana ridotta a pretesto e la natura promossa a protagonista. Fra queste, il Paesaggio con la Fuga in Egitto (olio su tela, 122 x 230 cm) è il pezzo che gli storici dell'arte citano quando devono spiegare la nascita del paesaggio classico italiano.
E poi ci sono i Claude Lorrain, fra cui il Paesaggio con figure danzanti, noto anche come Matrimonio di Isacco e Rebecca (olio su tela, 150,5 x 198 cm), e la Processione al tempio di Delfi. Claude è il francese che ha passato la vita a Roma dipingendo la campagna romana come se fosse l'Arcadia; senza di lui non esisterebbe il paesaggismo inglese del Settecento, e forse nemmeno Turner. Guardate come tratta la luce del sole basso: è controluce quasi sempre, ed è una scelta tecnica azzardatissima per il suo secolo.
Il secondo braccio: la Galleria degli Specchi di Palazzo Doria Pamphilj
È l'ambiente che tutti fotografano, e per una volta la fama è meritata. La Galleria degli Specchi è il secondo braccio del quadriportico: una infilata luminosa con il soffitto affrescato con le Storie di Ercole di Aureliano Milani, dipinte fra il 1731 e il 1734, e con grandi specchi preziosissimi fatti arrivare da Venezia nel primo Settecento. Fra gli specchi sono disposte statue archeologiche della collezione di famiglia.
Il paragone che viene in mente a tutti è la Galleria degli Specchi di Versailles, ed è un paragone che aiuta a capire la logica ma non le dimensioni: qui siamo in una casa romana, non in una reggia, e l'effetto è più intimo e più raffinato. Lo specchio nel Settecento è un oggetto di lusso puro, costosissimo, e coprirne una parete intera equivaleva a esporre il conto in banca. La funzione ottica però è quella: gli specchi moltiplicano le finestre, rimbalzano la luce sul soffitto affrescato e fanno sembrare l'ambiente il doppio di quello che è.
Consiglio secco: entrate nella Galleria degli Specchi alle dieci del mattino di una giornata di sole, e vedrete il motivo per cui è stata costruita. Nel pomeriggio nuvoloso è una bella sala. La mattina presto è un'altra cosa.

Il terzo braccio e la battaglia nel porto di Napoli
Il terzo braccio fu decorato ancora da Ginesio del Barba negli anni Trenta del Settecento, e ospita quello che per me è il quadro più sorprendente di tutta la Galleria: la Battaglia nel porto di Napoli di Pieter Bruegel il Vecchio (olio su tavola, 42,2 x 71,2 cm), che nella letteratura compare anche come Veduta del porto di Napoli.
Bruegel il Vecchio è il fiammingo dei contadini, delle nevi, dei proverbi illustrati. Qui invece dipinge il Mediterraneo, con il molo di Napoli disegnato come una curva geometrica perfetta e una battaglia navale in corso, le navi che si sparano addosso e i pennacchi di fumo che salgono. È un quadro piccolo che va guardato da vicino per almeno cinque minuti: ogni nave ha il suo equipaggio, ogni bordata il suo bersaglio. Bruegel fu in Italia intorno al 1552-1554 e questa tavola nasce da quel viaggio; la resa del porto è topograficamente riconoscibile, cosa rara nella pittura nordica del tempo.
Se vi capita di visitare la Galleria con qualcuno che si annoia davanti ai quadri, portatelo davanti a questo. Funziona sempre, anche con i ragazzini, perché è un quadro che si legge come un fumetto.
Il quarto braccio della Galleria Doria Pamphilj
L'ultimo braccio ha grottesche ottocentesche alle pareti, quindi una decorazione più tarda rispetto agli altri tre, e ospita opere del Parmigianino e di Jan Brueghel il Vecchio. Del Parmigianino c'è la Natività (olio su tavola, 58,3 x 34,5 cm), un formato verticale strettissimo in cui il manierismo emiliano si stringe fino a diventare una fiamma: colli lunghi, gesti allungati, una eleganza nervosa che non assomiglia a niente altro nella sala.
Di Jan Brueghel il Vecchio, figlio di Pieter e soprannominato Brueghel dei Velluti, c'è il Paradiso Terrestre con il Peccato Originale, olio su rame di 50,3 x 80,1 cm. Il rame come supporto è la scelta di chi vuole una superficie liscia come lo smalto per dipingere peli, piume e foglie a una a una. Contate gli animali: è un esercizio che tiene occupato un bambino per un quarto d'ora e un adulto per venti minuti.
In questo braccio si trova anche il San Giovanni Battista riferito a Caravaggio, sul quale la critica discute da decenni: della composizione esistono più versioni e l'autografia della tavola romana è oggetto di dibattito fra gli studiosi. Ve lo segnalo per onestà, non come un terzo Caravaggio certo.
Il gabinetto di Velázquez: il Ritratto di Innocenzo X
Nel 1927 la famiglia prese una decisione che oggi definiremmo museografica in anticipo sui tempi: staccò il Ritratto di papa Innocenzo X Pamphilj di Diego Velázquez (olio su tela, 141 x 119 cm) dalla parete comune e gli dedicò una piccola stanza tutta sua, insieme al busto in marmo bianco di Carrara che Gian Lorenzo Bernini aveva scolpito dello stesso pontefice. Un gabinetto, cioè una stanza piccola, con dentro le due immagini più famose di un uomo solo, una dipinta e una scolpita.
Il quadro fu dipinto intorno al 1650, durante il secondo soggiorno romano di Velázquez, e fu commissionato dalla cognata del papa, Olimpia Maidalchini, in occasione dell'Anno Santo. Racconta la tradizione, riferita anche dalla Galleria, che Innocenzo X lo definisse troppo vero. È la migliore critica d'arte mai formulata da un committente.
Che cosa guardare davvero davanti al Velázquez
Tre cose, e ve le dico in ordine. La prima: il rosso. Velázquez costruisce quasi tutto il quadro su una scala di rossi che va dal cremisi della mozzetta al rosa del volto al bruno della poltrona, e la difficoltà tecnica di tenere insieme dieci rossi diversi senza che si spengano l'uno con l'altro è ciò che fa gridare al miracolo i pittori da tre secoli e mezzo. La seconda: la mano sinistra, che stringe un foglio, e il polso che esce dalla manica con una torsione appena percettibile di impazienza. La terza: gli occhi. Non guardano voi. Guardano leggermente di lato, come chi ha appena sentito una cosa che non gli è piaciuta e sta decidendo che cosa farne.
Il ritratto ha avuto una discendenza enorme nella pittura del Novecento: Francis Bacon ne ha ricavato una lunga serie di variazioni, i cosiddetti papi urlanti, a partire dalla fine degli anni Quaranta. Non serve conoscerle per apprezzare l'originale, ma se le avete viste capirete perché Bacon ci sia tornato sopra decine di volte.
Il busto di Bernini nel gabinetto di Palazzo Doria Pamphilj
Accanto al dipinto c'è il marmo. Bernini ritrae Innocenzo X con la stessa spietatezza di Velázquez, ma con gli strumenti opposti: dove il pittore lavora sul colore, lo scultore lavora sulla superficie, e ottiene la pelle molle sotto la mascella, la barba corta e ispida, la bocca leggermente aperta come se il papa stesse per parlare. Bernini era il ritrattista ufficiale del potere romano e sapeva benissimo quanto si potesse spingere: qui si è spinto fino al punto in cui la somiglianza smette di essere un omaggio e diventa un giudizio.
La sala è piccola e nelle ore di punta ci si accalca. Se ci trovate dentro dieci persone, uscite, fate un altro braccio di galleria e tornate: in venti minuti la stanza si svuota, ed è un quadro che vuole essere guardato da soli.

I due Caravaggio di Palazzo Doria Pamphilj
Roma è la città dove si vedono più Caravaggio al mondo, e la maggior parte è in chiese gratuite come San Luigi dei Francesi con la Cappella Contarelli e Santa Maria del Popolo. Qui i Caravaggio sono due, sicuri, giovanili, e sono appesi nella stessa saletta a pochi metri l'uno dall'altro.
Riposo durante la Fuga in Egitto
Olio su tela, 135,5 x 166,5 cm, degli ultimi anni del Cinquecento. È il quadro più tenero che Caravaggio abbia dipinto, e forse l'unico apertamente lirico di tutta la sua opera. Al centro un angelo di spalle, nudo, con le ali scure, suona il violino; a sinistra San Giuseppe regge lo spartito con la faccia di un uomo stanco e obbediente; a destra la Madonna si è addormentata con la bambina in braccio, la testa reclinata, i capelli rossi.
Due dettagli che vi cambiano la visita. Il primo: lo spartito che Giuseppe tiene in mano è leggibile, ed è stato identificato come un mottetto polifonico reale del Cinquecento; Caravaggio ha dipinto note che si potrebbero suonare. Il secondo: guardate il paesaggio sulla destra, con l'acqua e i pioppi. Caravaggio ha dipinto pochissimi paesaggi in vita sua, e questo è il più esteso. Quando la gente dice che Caravaggio non sapeva fare il paesaggio, portatela davanti a questa tela.
Maddalena penitente
Olio su tela, 122,5 x 98,5 cm, contemporanea al Riposo, e considerata dalla critica opera legata alla stessa fase. Una ragazza giovanissima è seduta su una sedia bassa, la testa piegata su una spalla, i capelli ancora umidi, le mani in grembo. Per terra, buttati: una collana di perle, dei gioielli, una boccetta di unguento. Non c'è aureola, non c'è cielo, non c'è nessun segno che stiamo guardando una santa.
Questa è la rivoluzione di Caravaggio in una tela sola. La penitenza della Maddalena, che secoli di pittura avevano raccontato con teschi, grotte e sguardi al cielo, qui è una ragazza che ha finito di piangere e sta ferma. La lacrima sulla guancia è dipinta con un solo tocco di biacca. Se avete tempo per un quadro solo in tutta la Galleria, il famoso è il Velázquez, ma il quadro che vi resta addosso è questo.
Il Doppio ritratto di Raffaello a Palazzo Doria Pamphilj
Olio su tela, 77 x 111 cm. La Galleria lo espone come opera di Raffaello Sanzio e con questo nome compare nell'elenco ufficiale dei capolavori della collezione. È doveroso però dire come stanno le cose sul piano critico: l'attribuzione a Raffaello è quella sostenuta dalla Galleria, mentre l'identità dei due personaggi effigiati resta discussa e nel corso del Novecento sono state avanzate proposte di attribuzione alternative. Chi vi racconta che si tratta di un fatto acquisito e chiuso vi sta semplificando.
Detto questo, guardatelo. Due uomini a mezzo busto, vestiti di scuro, uno di poco più avanti dell'altro, uno che guarda fuori dal quadro e l'altro che si volta. La costruzione psicologica del rapporto fra i due, la sensazione che siano stati interrotti mentre parlavano, è di una modernità che non ha bisogno di un cartellino per funzionare. Il dipinto si trova nella Sala Aldobrandini, insieme ad affreschi del 1507 e alla Salomè di Tiziano.
Il mio consiglio: guardatelo prima di leggere qualunque cosa sull'attribuzione. Un quadro che sopravvive a due secoli di discussione fra specialisti evidentemente ha qualcosa che vale, chiunque l'abbia dipinto.
Tiziano, Correggio e gli altri italiani della collezione
Salomè con la testa del Battista di Tiziano
Olio su tela, 89,5 x 73 cm, nella Sala Aldobrandini. Tiziano affronta un soggetto truculento con una calma che lo rende ancora più inquietante: Salomè regge il vassoio, la testa del Battista è lì, e la ragazza guarda altrove con l'espressione di chi ha eseguito un compito. Guardate la resa della stoffa e dell'incarnato, che è il campo in cui il veneziano non ha rivali; e guardate il modo in cui il colore è steso, per velature sovrapposte che si vedono solo avvicinandosi.
Allegoria della Virtù del Correggio
Tempera su tela, 149,5 x 85,5 cm. Il Correggio è il pittore che a Parma ha inventato lo sfondato illusionistico delle cupole e che ha insegnato al barocco come si dipinge un corpo che si torce nell'aria. Questa tela allegorica è più rara e più difficile della sua produzione devozionale: la tempera su tela dà una superficie opaca, vellutata, quasi da arazzo. È uno dei pezzi che la maggior parte dei visitatori attraversa senza fermarsi, e sbaglia.
L'Autoritratto di Lorenzo Lotto
Olio su tela, 96,5 x 81 cm. Lotto è il grande solitario del Cinquecento veneto, un uomo che ha lavorato ai margini del sistema, che si è spostato di continuo fra Bergamo, le Marche e Venezia, e che ha finito i suoi giorni oblato nella Santa Casa di Loreto. I suoi ritratti hanno una qualità che nessun contemporaneo ha: la persona sembra colta in un momento privato e leggermente a disagio. Se vi interessa il ritratto come genere, in questa Galleria avete Lotto, Velázquez, Raffaello e Tiziano nel raggio di poche decine di metri, che è una concentrazione difficile da trovare altrove.
Erminia ritrova Tancredi ferito del Guercino
Olio su tela, 145 x 185 cm. Il soggetto viene dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, il poema che nel Seicento faceva per la pittura quello che oggi fa una serie di successo: forniva scene, personaggi e situazioni emotive già note al pubblico. Il Guercino sceglie il momento del ritrovamento, con Erminia che si taglia i capelli per fasciare le ferite di Tancredi. La sua luce dorata, la pennellata larga e morbida della fase giovanile, sono qui in piena evidenza.
Annibale Carracci, Guido Reni, Domenichino, Dosso Dossi
Della scuola bolognese la Galleria conserva, oltre alle Lunette, anche una Susanna e i vecchioni di Annibale Carracci su tavola (56,8 x 86,1 cm) e la Lotta di putti di Guido Reni (olio su tela, 120 x 152 cm), che è un quadro strano e godibile, quasi un esercizio di anatomia infantile trasformato in mischia. Del Domenichino c'è un Paesaggio con guado (47 x 59,5 cm), piccolo e prezioso. Di Dosso Dossi, il ferrarese visionario della corte estense, c'è una Didone (olio su tela, 95,5 x 75 cm) che arriva alla collezione per la via aldobrandina delle eredità ferraresi. E di Giorgio Vasari, l'aretino che scrisse le Vite e che era anche un pittore serio, una grande Deposizione dalla Croce su tavola di 297 x 188 cm.
I fiamminghi e i primitivi di Palazzo Doria Pamphilj
Il Salone Verde raccoglie soprattutto opere su tavola, ed è la parte della Galleria che i visitatori frettolosi saltano. Male, perché qui c'è l'Annunciazione di Filippo Lippi (tempera su tavola, 117 x 173 cm), un Quattrocento fiorentino di prima grandezza, e il Compianto sul corpo di Cristo con donatore di Hans Memling (olio su tavola, 68,5 x 52,5 cm), fiammingo di Bruges, con quella precisione microscopica che permette di contare i fili delle vesti.
Accanto a loro un piccolo campionario di pittura su tavola che copre due secoli: la Nascita della Vergine di Giovanni di Paolo di Grazia, tempera e oro su tavola di appena 20,6 x 33,5 cm, senese e ancora medievale nell'impianto; le Nozze mistiche di santa Caterina di Domenico Beccafumi, un tondo di 94 centimetri di diametro; le Tentazioni di sant'Antonio abate di Bernardo Parentino (46,4 x 58,2 cm), popolate di mostri che sembrano usciti da Bosch; il Ritratto di Agatha van Schoonhoven di Jan van Scorel (38,3 x 27,1 cm), l'olandese che aveva lavorato in Vaticano per Adriano VI; il Paradiso terrestre di Jacopo Bassano (77 x 109 cm) e la Venere, Marte e Cupido di Paris Bordone (118 x 151 cm), entrambi veneti.
Il consiglio che do sempre ai gruppi: dedicate al Salone Verde dieci minuti pieni, con le mani dietro la schiena, senza fotografare. Sono quadri piccoli e vanno guardati a distanza di trenta centimetri, uno alla volta. Chi li fotografa e basta non li ha visti.
Le sale di rappresentanza di Palazzo Doria Pamphilj
La Sala Aldobrandini
È la sala che porta il nome della famiglia che ha portato in dote metà della collezione, e ospita affreschi del 1507, quindi decorazione contemporanea alla ricostruzione di Fazio Santoro. Qui sono appesi il Doppio ritratto di Raffaello e la Salomè di Tiziano. Se avete poco tempo e volete un solo ambiente in cui la densità di capolavori è massima, è questo.
La Sala dei Velluti
Prende il nome dai tessuti che ne rivestono le pareti e fu decorata da Liborio Marmorelli nel 1768. Vi si trova, fra gli altri, un Agar e l'Angelo di Pasquale Chiesa. È una sala che spiega bene un principio: nelle case nobiliari il rivestimento tessile delle pareti costava spesso più dei quadri che ci venivano appesi sopra, e serviva a dare il fondo cromatico che faceva risaltare le cornici dorate.
La mostra permanente sulla pittura di paesaggio nelle ville Doria Pamphilj
Un insieme di stanze del palazzo è stato adattato a spazio espositivo e accoglie una mostra permanente dedicata alla pittura di paesaggio nelle ville Doria Pamphilj. È un tema che sembra minore e non lo è: la famiglia possedeva e possiede una delle proprietà verdi più grandi di Roma, e la pittura di paesaggio è il modo in cui una casa nobiliare si guardava allo specchio. Se dopo la visita vi viene voglia di vedere il verde vero, la Villa Doria Pamphilj è il più esteso parco pubblico della città, sul Gianicolo, ed è gratuita.

Gli appartamenti privati e la Sala del Trono
Palazzo Doria Pamphilj è stato dimora di principi e principesse dal Seicento, e gli ambienti del piano nobile sono ancora oggi abitati dai discendenti della famiglia. Gli Appartamenti Privati comprendono la Sala del Trono, la Sala Azzurra, la Saletta Verde, la Saletta Gialla, la Saletta Rossa e la Toletta di Venere. Ogni ambiente è stato arredato secondo il gusto del proprietario di turno, il che significa che passando da una stanza all'altra si attraversano due secoli di mode.
La Sala del Trono merita una spiegazione, perché è la cosa che più stupisce chi non conosce il cerimoniale romano. Le famiglie principesche romane con il rango di principe assistente al soglio pontificio tenevano nel proprio palazzo una sala con un trono destinato al papa, rivolto verso la parete e mai usato: era pronto per una visita pontificia che, se non avveniva, lasciava il trono girato. Il messaggio era che in quella casa il posto d'onore apparteneva a qualcun altro. È un dettaglio di etichetta che dice del rapporto fra nobiltà romana e papato più di venti pagine di storia.
Un chiarimento pratico che vi risparmia una delusione: la visita degli Appartamenti Segreti non è compresa nel biglietto ordinario della Galleria e segue un circuito e una biglietteria distinti. Se vi interessa quella parte, verificate disponibilità e modalità sul sito ufficiale prima di programmare la giornata, perché le aperture sono limitate.
La Cappella di Palazzo Doria Pamphilj e il corpo di Santa Teodora
La Cappella fu progettata da Carlo Fontana fra il 1689 e il 1691 e modificata e arricchita nei secoli seguenti. Sulla volta c'è una Incoronazione della Vergine di Tommaso Minardi, il pittore purista che la dipinse alla metà dell'Ottocento; nell'anticappella una decorazione a monocromo con finta prospettiva crea l'illusione di una cupola che non esiste, che è uno dei trucchi preferiti del barocco romano applicato qui in versione tarda e domestica.
Il pezzo che colpisce tutti è però un altro. Nella cappella sono conservate le reliquie perfettamente conservate di Santa Teodora, che la tradizione vuole miracolosamente protetta dalle fiamme, e le reliquie di un martire chiamato Centurione. Sono esposte dentro un altare, vestite e composte secondo l'uso delle catacombe cristiane riaperte fra Sei e Settecento. Non è un allestimento per stomaci delicati, ed è giusto avvertire chi viene con bambini piccoli o con persone impressionabili.
La cappella conserva anche ceramiche di Castelli con le stazioni della Via Crucis e una lampada pensile in bronzo dorato realizzata su disegno di Gian Lorenzo Bernini. Ed è uno spazio ancora vivo: qui la famiglia celebra tuttora le proprie cerimonie. Camminare in una cappella privata seicentesca dove si continua a battezzare e a sposarsi è una esperienza che nessun museo statale può offrire.
Come si visita davvero Palazzo Doria Pamphilj
Durata, ritmo e audioguida
La Galleria consiglia di riservare un'ora e mezza. Il consiglio è realistico per una visita normale, cioè quattro braccia di galleria, il gabinetto di Velázquez, la saletta dei Caravaggio, le sale di rappresentanza e la cappella. Chi guarda con calma i quadri piccoli del Salone Verde arriva tranquillamente a due ore e un quarto. Chi entra solo per vedere il Velázquez e i due Caravaggio ne impiega quaranta minuti, ma sta buttando via il biglietto.
Le audioguide sono comprese nel prezzo del biglietto e disponibili in italiano, inglese, francese e spagnolo, fino a esaurimento degli apparecchi. Chiedetela subito all'ingresso, perché nei giorni pieni finiscono. È uno dei pochi musei romani dove l'audioguida non è un supplemento da otto euro, e vale la pena di approfittarne.
Fotografie, bookshop e caffetteria
All'interno del palazzo c'è una caffetteria, ed è un buon posto dove sedersi a metà percorso; c'è anche il bookshop. Sulle riprese fotografiche il regolamento va chiesto in biglietteria al momento dell'ingresso, perché per una collezione privata le condizioni possono cambiare e non sono equiparabili a quelle dei musei statali. In ogni caso, il flash è ovunque vietato per ragioni di conservazione, e in una galleria illuminata con luce naturale il flash rovina comunque la fotografia.
Visite guidate e gruppi a Palazzo Doria Pamphilj
Le visite guidate si organizzano su richiesta scrivendo all'indirizzo info@dopart.it, che è anche il contatto per la prenotazione e l'acquisto dei biglietti di gruppo. Per una scolaresca o per un gruppo aziendale è la strada obbligata: presentarsi in venticinque persone senza avere scritto prima significa restare fuori.
Palazzo Doria Pamphilj con i bambini
Funziona meglio di quanto si creda, a due condizioni. La prima è la durata: novanta minuti sono il limite superiore per un bambino sotto i dieci anni, e conviene entrare sapendo che si esce prima. La seconda è dargli qualcosa da fare. Io uso tre esercizi collaudati: contare gli animali nel Paradiso Terrestre di Jan Brueghel, contare le navi nella Battaglia nel porto di Napoli di Bruegel il Vecchio, e cercare il violino nel Riposo durante la Fuga in Egitto di Caravaggio. Tre cacce al tesoro in tre sale diverse, e il tempo passa.
L'ingresso è gratuito sotto i dodici anni, il che rende la visita economicamente indolore per una famiglia. Il passeggino grande però è un problema in un palazzo senza ascensore a disposizione dei visitatori e con scale monumentali: se avete un bambino piccolo, valutate il marsupio. E ricordate il divieto sugli zaini: la borsa da mamma extra large rientra nella categoria vietata.
Un'avvertenza sulla cappella con le reliquie di Santa Teodora: a un bambino curioso piace moltissimo, a un bambino impressionabile no. Conoscete il vostro, decidete voi, ed eventualmente saltatela.
Accessibilità di Palazzo Doria Pamphilj
Questo è il punto in cui devo essere schietto, perché una informazione ottimistica farebbe danno. La Galleria dichiara che non è previsto l'utilizzo dell'ascensore, oltre a non esserci servizio di guardaroba. Siamo in un palazzo nobiliare del Cinque e Settecento, con scaloni monumentali e percorsi non progettati per le sedie a rotelle.
Sul piano economico, l'ingresso è gratuito per i portatori di handicap in possesso di Disability Card italiana o dell'Unione Europea (con prenotazione online il gratuito viene emesso al costo simbolico di 1,00 euro). Ma chi si muove in carrozzina o ha difficoltà motorie serie deve assolutamente telefonare al 06 6797323 o scrivere a info@dopart.it prima di venire, spiegando la propria situazione e chiedendo che cosa sia effettivamente percorribile. Non fidatevi di quello che leggete in giro, compreso questo paragrafo: chiamate.
Chi cammina bene ma si stanca deve sapere che il percorso è tutto in piano una volta saliti, e che non ci sono molte panche lungo le braccia della galleria. La caffetteria all'interno del palazzo è il punto di sosta naturale.
Quanto costa Palazzo Doria Pamphilj e come si risparmia
Il listino è di una semplicità rara: biglietto unico 16,00 euro, oppure 17,00 euro se prenotato online. Non esistono ridotti per studenti, over 65 o residenti; non c'è una tariffa serale, non c'è un abbonamento. Gratuito sotto i dodici anni e per i portatori di handicap con Disability Card italiana o dell'Unione Europea, con il gratuito emesso a 1,00 euro se prenotato online. I biglietti acquistati non sono rimborsabili e non sono ammesse cancellazioni o modifiche dei biglietti emessi.
Una precisazione che evita perdite di tempo: essendo Palazzo Doria Pamphilj una collezione privata, qui non valgono le gratuità dei musei statali e civici. Niente prima domenica del mese gratis, niente card dei musei comunali, niente ingresso libero con la tessera che funziona altrove. Chi arriva la prima domenica pensando di entrare senza pagare paga come tutti gli altri giorni.
Come si risparmia davvero, allora? In un modo solo: comprando il biglietto in loco invece che online, se si è disposti a rischiare la coda, perché la differenza è di un euro esatto. Il mio parere è che quell'euro sia il migliore che spenderete a Roma: nei fine settimana e nei ponti la Galleria avverte che senza prenotazione l'accesso non può essere assicurato.
Quando andare a Palazzo Doria Pamphilj e quando evitarlo
Il giorno migliore è il giovedì mattina, appena aperto alle nove. Il museo apre presto solo dal lunedì al giovedì, e le prime due ore di quei giorni sono la finestra in cui la Galleria è quasi vuota. Il venerdì, il sabato e la domenica si apre alle dieci e si chiude alle venti, quindi c'è più tempo, ma c'è anche tutta Roma dentro.
Il giorno da segnare in rosso è il mercoledì, perché è chiuso, e la cosa sorprende quasi tutti: la maggior parte dei musei romani chiude il lunedì. Chiuso anche il 1 gennaio, la domenica di Pasqua e il 25 dicembre.
Sulle stagioni: la Galleria vive di luce naturale, quindi in dicembre e in gennaio, con il cielo basso, le file alte di quadri si vedono peggio. Maggio e settembre sono i mesi ideali per la luce. Agosto è la scommessa migliore per la solitudine e la peggiore per il caldo, ma dentro il palazzo si sta bene. E se venite di pomeriggio tardi in inverno, arrivate almeno un'ora e mezza prima dell'ultimo ingresso: entrare alle 17.50 di un lunedì significa avere dieci minuti reali di visita utile.
Cosa vedere intorno a Palazzo Doria Pamphilj in dieci minuti a piedi
La posizione è fra le più fortunate di Roma e permette di costruire mezze giornate intere senza mai prendere un mezzo. Vi metto le cose in ordine di distanza reale.
Due minuti. Via del Corso, che comincia da piazza Venezia e arriva a piazza del Popolo in linea retta per un chilometro e mezzo, e la Galleria Alberto Sordi, la galleria commerciale liberty con la volta a vetri che merita l'ingresso anche solo per il soffitto.
Tre minuti. Piazza Venezia con il Vittoriano, e dentro il palazzo che le dà il nome il Museo Nazionale del Palazzo Venezia, che è il confronto naturale con questa Galleria: due palazzi enormi affacciati sulla stessa piazza, uno privato e abitato, l'altro statale e museificato. Sempre a tre minuti, la Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola con la finta cupola dipinta da Andrea Pozzo.
Cinque minuti. Il Pantheon, che da qui si raggiunge per via della Minerva passando davanti alla Basilica di Santa Maria sopra Minerva, unica chiesa gotica di Roma, con l'elefantino del Bernini sulla piazza. E la Galleria Colonna, l'altra grande collezione privata romana ancora nelle mani della famiglia, che apre poche ore alla settimana.
Sette minuti. La Fontana di Trevi per via delle Muratte, Piazza Colonna con la colonna di Marco Aurelio, e Largo Argentina con l'area sacra dei quattro templi repubblicani e la colonia felina.
Dieci minuti. Crypta Balbi, il museo che spiega come Roma antica sia diventata Roma medievale ed è il più intelligente e il meno visitato della città; Palazzo Cipolla sul Corso per le mostre temporanee; le Domus Romane di Palazzo Valentini sotto il palazzo della Provincia.
L'itinerario che consiglio a chi ha una giornata sola: Galleria Doria Pamphilj alle nove, caffè al Collegio Romano, Sant'Ignazio, Pantheon a mezzogiorno quando il fascio di luce dell'oculo è più verticale, pranzo, Santa Maria sopra Minerva, Largo Argentina, e chiusura a piazza Venezia con la salita al Vittoriano per il tramonto. Tutto a piedi, un solo biglietto obbligatorio.
Palazzo Doria Pamphilj e le altre collezioni private di Roma
Roma è l'unica capitale europea in cui si possono visitare, nello stesso pomeriggio, tre o quattro collezioni nobiliari rimaste nelle case per cui furono formate. Insieme a quelle dei Colonna e dei Pallavicini Rospigliosi, questa è una delle più grandi collezioni d'arte private della città. La Galleria Colonna ha una sola sala che vale il viaggio, il salone grande, ma apre poche ore alla settimana. La Galleria Spada è più piccola e ha la prospettiva del Borromini nel cortile. La Galleria Corsini a Trastevere è passata allo Stato, ma conserva l'allestimento settecentesco per file sovrapposte.
Se dovete sceglierne una sola, e mi capita di dovere rispondere spesso a questa domanda, la scelta è Doria Pamphilj. Ha il maggior numero di capolavori assoluti, ha gli orari più larghi, non richiede prenotazione a fascia oraria, e il rapporto fra quello che si vede e quello che si paga è il migliore delle quattro. Il confronto con i musei statali si fa invece con Palazzo Barberini, che ha più spazio e meno anima, e con i Musei Capitolini, che sono un'altra cosa ancora.

Una curiosità su Palazzo Doria Pamphilj
La curiosità che racconto sempre per prima riguarda una data che sembra amministrativa e invece è politica: il 1950. In quell'anno, giubilare, la collezione fu aperta per la prima volta al pubblico dal principe Filippo Andrea VI Doria Pamphilj. Fino ad allora, chi voleva vedere il Velázquez doveva conoscere qualcuno che conoscesse qualcuno. Una famiglia che apre la propria casa al pubblico pagante nel 1950, cinque anni dopo la fine della guerra, in un paese che aveva appena mandato via il re, non stava facendo beneficenza: stava capendo prima degli altri che il patrimonio si difende mostrandolo.
La seconda curiosità sta in una data ancora precedente, il 1927, quando il Ritratto di Innocenzo X fu tolto dalla parete comune e messo in una stanza dedicata con il busto di Bernini. È un gesto museografico moderno compiuto in una casa privata quando in molti musei pubblici europei i quadri erano ancora ammassati. Qualcuno in quella famiglia aveva capito che un capolavoro isolato vale il doppio di un capolavoro in fila.
La terza curiosità è la più sottile, e riguarda il manoscritto del 1767 che documenta l'ordinamento tardo settecentesco della quadreria. Quando camminate lungo le quattro braccia, i quadri che vedete non sono disposti secondo un criterio contemporaneo di scuola o di cronologia. Sono disposti secondo un equilibrio decorativo di simmetrie, di formati e di colori pensato nel Settecento. Ecco perché un Caravaggio può trovarsi accanto a un quadro di scuola: non è una svista, è la logica per cui il muro veniva composto come una tappezzeria. Palazzo Doria Pamphilj è, in questo senso, uno dei pochissimi luoghi al mondo dove il modo di esporre è esso stesso un pezzo da museo.
Una cosa che non ti dice nessuno su Palazzo Doria Pamphilj
Ve la dico in una riga e poi la spiego: qui non esiste il biglietto ridotto. Non è un dettaglio da nulla, perché tutta l'organizzazione di una giornata romana ruota intorno alle riduzioni. Studenti, over 65, giornalisti, insegnanti, residenti: chiunque arrivi con la tessera che in tutti i musei statali abbassa il prezzo, qui paga i 16,00 euro pieni. Le uniche esenzioni sono i bambini sotto i dodici anni e i portatori di handicap con Disability Card italiana o dell'Unione Europea. Nessuna prima domenica gratuita, nessuna card comunale, nessuna settimana dei musei.
La seconda cosa che nessuno vi dice è più insidiosa: non c'è guardaroba e non c'è nemmeno un deposito bagagli di emergenza. La Galleria vieta l'ingresso con zaini, borse e bagagli di media e grande dimensione, e non offre alcuna alternativa dentro il palazzo. Ogni giorno qualcuno arriva dalla stazione con il trolley, si sente dire di no alla porta, e deve rinunciare o tornare indietro. In un museo statale una soluzione la trovi sempre; qui no, perché non è un museo statale, è casa d'altri.
La terza è la più utile per chi programma: l'ascensore non è a disposizione dei visitatori. Questo cambia la pianificazione di chiunque abbia ginocchia difficili, una gravidanza avanzata, un passeggino o un genitore anziano al seguito. La Galleria è tutta al piano nobile, ci si arriva con scale monumentali, e non esiste il percorso alternativo che in un museo pubblico è dato per scontato. Chi ha esigenze specifiche deve telefonare prima al 06 6797323: è l'unico modo di sapere con certezza che cosa è percorribile.
Il consiglio che ti do per visitare Palazzo Doria Pamphilj
Il consiglio è uno solo e lo dico in ordine inverso rispetto a quello che fanno tutti: cominciate dal fondo. La stragrande maggioranza dei visitatori entra, prende l'audioguida, imbocca il primo braccio e procede in fila indiana verso il gabinetto di Velázquez, dove arriva dopo mezz'ora insieme a tutti quelli entrati nella sua stessa mezz'ora. Risultato: il quadro più importante della Galleria si guarda in dodici persone.
Fate il contrario. Entrate, chiedete dov'è il gabinetto di Velázquez e andateci subito. Nei primi dieci minuti dall'apertura quella stanza è vuota o quasi. Restateci il tempo che merita, che è almeno un quarto d'ora, poi tornate indietro e fate il percorso normale con calma. Alla fine ripassate dal Velázquez per un ultimo sguardo, ormai sapendo tutto il resto: vi sembrerà un altro quadro.
Il secondo consiglio riguarda il ritmo. Non provate a guardare tutto. In una quadreria per file sovrapposte i dipinti si contano a centinaia, e il tentativo di vederli tutti produce solo mal di testa. Scegliete: le due o tre file basse, quelle all'altezza degli occhi, e poi solo i quadri alti che l'audioguida vi segnala. È esattamente il modo in cui il proprietario settecentesco viveva le sue stanze, che i quadri alti li aveva messi lì per riempire il muro.
Terzo: chiedete l'audioguida appena entrati, prima ancora di lasciare il banco. È compresa nel biglietto e disponibile in quattro lingue, ma la Galleria specifica che è fornita fino a esaurimento. Nei giorni pieni, chi la chiede dopo mezzogiorno rischia di rimanere senza. E in un museo con pochi pannelli e cartellini piccoli, andare in giro senza audioguida significa dimezzare quello che si porta a casa.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che il palazzo appartiene ai Doria Pamphilj. Quello che si cita poco è come ci sia arrivato: non per acquisto, non per conquista, ma per una dote matrimoniale. Nel 1647 Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano, sposa Camillo Pamphilj e porta con sé l'edificio comprato nel 1601 dal cardinale Pietro Aldobrandini, insieme a una collezione formatasi in due generazioni. La più grande residenza privata di Roma ha cambiato famiglia perché due persone si sono sposate.
Questo meccanismo si ripete. Anna Pamphilj sposa Giovanni Andrea III Doria e la casa romana si salda con quella genovese; per via ereditaria arrivano anche i Landi, e per un paio di secoli la famiglia si chiama Doria Landi Pamphili prima di semplificarsi. Andrea IV Doria Pamphilj Landi, principe di Melfi, vissuto fra il 1747 e il 1820, è il primo a usare il cognome nella forma breve.
La conseguenza è quella che si vede appesa alle pareti. Le collezioni Doria, Pamphilj, Landi e Aldobrandini non sono state accostate da un curatore: si sono sommate per successioni. Quando davanti a un quadro ferrarese vi chiedete che cosa ci faccia in un palazzo romano, la risposta è sempre la stessa: ci è arrivato con una eredità. È il motivo per cui questa raccolta ha una fisionomia così strana e così ricca, con il Quattrocento fiorentino accanto ai fiamminghi e ai veneti, senza il filo logico che avrebbe una collezione costruita a tavolino.
E c'è un secondo fatto poco citato che spiega perché sia sopravvissuta intera: il vincolo di fedecommesso che nelle grandi case romane impediva di alienare il patrimonio artistico, trasmettendolo indiviso all'erede. Quel meccanismo giuridico, oggi abolito, è la ragione per cui le collezioni romane storiche che hanno resistito sono rimaste nei loro palazzi mentre altrove venivano vendute pezzo per pezzo.
La foto giusta da fare a Palazzo Doria Pamphilj
La foto giusta non è il Velázquez. Sul dipinto le condizioni per le riprese vanno verificate in biglietteria, e in ogni caso una fotografia amatoriale di un quadro dietro vetro con luce naturale è sempre un fallimento: riflessi, dominante gialla, prospettiva storta.
La foto giusta è la Galleria degli Specchi, presa in verticale, dal centro dell'infilata, con il telefono tenuto basso, all'altezza del petto. Perché in verticale: perché così entra il soffitto con le Storie di Ercole di Aureliano Milani, che è la parte più bella. Perché dal centro: perché la simmetria degli specchi lavora solo se siete sull'asse. Perché basso: perché così le statue archeologiche in primo piano guadagnano peso e la sala sembra alta quanto è davvero.
L'ora conta più dell'attrezzatura. Dal lunedì al giovedì si apre alle nove, e nella prima ora la luce laterale che entra dalle finestre rimbalza sugli specchi con un effetto che alle tre del pomeriggio non esiste più. Aggiungete una persona in fondo alla galleria, ferma di spalle, per dare la scala; senza figura umana la stessa fotografia sembra un rendering.
La seconda fotografia da portare a casa è esterna e gratuita: la facciata di Valvassori su via del Corso, presa dal marciapiede opposto, di taglio, con l'obiettivo grandangolare e il sole basso di mattina che scava le cornici. Il Corso è stretto e frontalmente non si riesce a inquadrare; di taglio, invece, la successione delle finestre crea una prospettiva che rende l'idea della lunghezza. Provate anche il cortile con le arcate: da lì, con il cielo quadrato in alto, viene una immagine che non assomiglia a nessuna cartolina di Roma.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è del 1505-1507, quando il cardinale Fazio Santoro ricostruisce l'edificio quattrocentesco e disegna il cortile con le arcate che ancora si attraversano. Poco dopo Giulio II lo acquisisce per un nipote: un papa Della Rovere che prende un palazzo per la famiglia è la prassi dell'epoca, e questa prassi è la ragione per cui Roma ha i palazzi che ha.
Il secondo è il 1601, l'acquisto da parte del cardinale Pietro Aldobrandini, che ingrandisce e riempie la casa di quadri. Il terzo è il 1647, il matrimonio fra Olimpia Aldobrandini e Camillo Pamphilj. Il quarto è intorno al 1650, quando Velázquez, in Italia per il suo secondo viaggio, dipinge il Ritratto di Innocenzo X su commissione di Olimpia Maidalchini per l'Anno Santo. Il quinto sono gli anni 1731-1734, il cantiere di Gabriele Valvassori che dà al palazzo la facciata su via del Corso e alla Galleria l'assetto che ancora conserva, con Aureliano Milani che affresca le Storie di Ercole nella Galleria degli Specchi.
Poi c'è il Novecento, ed è la parte più drammatica. Il principe Filippo Andrea VI Doria Pamphilj (1886-1958) fu un antifascista dichiarato in un ambiente, l'aristocrazia romana, che quasi per intero si era accomodata al regime. Il 4 giugno 1944 i primi reparti degli eserciti alleati entrarono a Roma; il 10 giugno 1944, con la mediazione favorevole del Comitato di Liberazione Nazionale, Filippo Andrea VI fu scelto come sindaco della città. Il 13 giugno 1944 pronunciò il discorso di insediamento dal balcone michelangiolesco del Campidoglio, chiudendolo con una frase che a Roma è rimasta proverbiale: da romano ai romani, volemose bene. Restò sindaco fino al 1946.
Il settimo avvenimento è il 1950, l'apertura della collezione al pubblico in occasione dell'Anno Santo, voluta dallo stesso Filippo Andrea VI. L'ottavo è la lunga stagione di restauri della seconda metà del Novecento condotta da Donna Orietta Doria Pamphilj e da suo marito Don Frank Pogson Doria Pamphilj, che al proprio cognome aggiunse quello di lei. Dopo la loro scomparsa, avvenuta rispettivamente nel 1998 e nel 2000, la cura del palazzo e della collezione è passata ai figli Don Jonathan Doria Pamphilj e Donna Gesine Pogson Doria Pamphilj, che risiedono nel palazzo. Un edificio in cui, dal Seicento a oggi, la stessa famiglia ha continuato a dormire.
Chi è passato da Palazzo Doria Pamphilj
Diego Velázquez, prima di tutti. Il pittore di corte di Filippo IV di Spagna arriva a Roma nel suo secondo viaggio italiano e verso il 1650 dipinge il ritratto che gli darà la fama europea definitiva. Se il papa lo definì troppo vero, come vuole la tradizione riferita dalla Galleria, significa che quel quadro fu discusso in quelle stanze mentre l'inchiostro della cronaca era ancora fresco.
Gian Lorenzo Bernini, il regista assoluto della Roma barocca, che di Innocenzo X scolpì il busto in marmo bianco di Carrara e per la cappella del palazzo disegnò perfino una lampada pensile in bronzo dorato. Bernini con i Pamphilj ebbe un rapporto complicato: all'inizio del pontificato cadde in disgrazia per la vicenda dei campanili di San Pietro, poi rientrò in gioco vincendo la partita della fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona.
Alessandro Algardi, il grande rivale bolognese di Bernini, che qui ha lasciato il ritratto in marmo di Olimpia Maidalchini. Carlo Fontana, che fra il 1689 e il 1691 progettò la cappella. Gabriele Valvassori, Paolo Ameli, Antonio Del Grande, Andrea Busiri Vici: quattro secoli di architetti romani hanno lavorato su queste facciate.
Da qui è passata anche una parte consistente della storia della Chiesa. Giovanni Battista Pamphilj, papa dal 15 settembre 1644 al 1655, e con lui il fratello del papa, la cognata onnipotente Olimpia Maidalchini, il cardinale nipote Camillo Pamphilj, che rinunciò alla porpora per sposare Olimpia Aldobrandini e dal 1651 fu principe di Valmontone. E il cardinale Benedetto Pamphilj (1653-1730), bibliofilo, poeta e mecenate musicale, che nella Roma di fine Seicento fu uno dei protettori più importanti dei compositori attivi in città.
Nell'Ottocento passano di qui due nobildonne inglesi che il palazzo ha assorbito senza fare una piega: Mary Alethea Beatrix Talbot (1815-1858), moglie di Filippo Andrea V, e Emily Augusta Mary Pelham Clinton (1863-1919), che durante la Grande Guerra coordinò opere assistenziali. La componente britannica della famiglia non è un dettaglio di gossip: spiega perché nel Novecento i Doria Pamphilj si siano trovati, per legami e per cultura, dalla parte opposta rispetto al regime.
E infine Teresa Orsini di Gravina (1788-1829), che fondò una congregazione religiosa ed è stata beatificata nel 2009: nel lungo elenco dei residenti di questo palazzo c'è anche una beata.
Domande veloci su Palazzo Doria Pamphilj
Quanto costa il biglietto per Palazzo Doria Pamphilj?
Biglietto unico 16,00 euro in biglietteria, 17,00 euro con prenotazione online. Non è previsto un ridotto ordinario.
Dove si trova esattamente Palazzo Doria Pamphilj?
L'ingresso della Galleria è in Via del Corso 305, 00186 Roma, a un centinaio di metri da piazza Venezia risalendo il Corso.
Quali sono gli orari di Palazzo Doria Pamphilj?
Dal lunedì al giovedì 9.00-19.00, con ultimo ingresso alle 18.00; dal venerdì alla domenica 10.00-20.00, con ultimo ingresso alle 19.00. La biglietteria chiude un'ora prima della Galleria.
Che giorno chiude Palazzo Doria Pamphilj?
Tutti i mercoledì. Chiude inoltre il 1 gennaio, la domenica di Pasqua e il 25 dicembre. È una eccezione romana: quasi tutti gli altri musei della città chiudono il lunedì.
Serve prenotare per visitare Palazzo Doria Pamphilj?
La prenotazione online è caldamente consigliata dalla Galleria, che avverte che in mancanza di prenotazione l'accesso non può essere assicurato. Costa un euro in più del biglietto in cassa.
Quanto dura la visita a Palazzo Doria Pamphilj?
La Galleria consiglia di riservare un'ora e mezza. Chi si ferma sui quadri piccoli arriva a due ore abbondanti; chi entra solo per il Velázquez ne impiega quaranta minuti.
L'audioguida è compresa nel biglietto?
Sì. Le audioguide in italiano, inglese, francese e spagnolo sono incluse nel biglietto di ingresso, fino a esaurimento degli apparecchi disponibili. Conviene chiederla appena entrati.
Quali quadri famosi ci sono a Palazzo Doria Pamphilj?
Il Ritratto di Innocenzo X di Velázquez e il busto dello stesso papa di Gian Lorenzo Bernini, due Caravaggio (Riposo durante la Fuga in Egitto e Maddalena penitente), il Doppio ritratto di Raffaello, la Salomè di Tiziano, l'Allegoria della Virtù del Correggio, la Natività del Parmigianino, la Battaglia nel porto di Napoli di Pieter Bruegel il Vecchio, l'Autoritratto di Lorenzo Lotto, l'Erminia e Tancredi del Guercino, l'Annunciazione di Filippo Lippi.
Si possono fare fotografie a Palazzo Doria Pamphilj?
Le condizioni per le riprese vanno chieste in biglietteria al momento dell'ingresso: trattandosi di una collezione privata non si applicano automaticamente le regole dei musei statali. Il flash è comunque da escludere.
C'è il guardaroba a Palazzo Doria Pamphilj?
No. La Galleria non dispone di guardaroba e vieta l'ingresso con bagagli, zaini e borse di media e grande dimensione. Sono ammesse solo borse piccole. Non esiste un deposito alternativo dentro il palazzo.
Palazzo Doria Pamphilj è accessibile in sedia a rotelle?
La Galleria dichiara che non è previsto l'utilizzo dell'ascensore. Chi ha difficoltà motorie serie deve telefonare al 06 6797323 o scrivere a info@dopart.it prima della visita per sapere che cosa sia effettivamente percorribile.
Si entra gratis la prima domenica del mese?
No. Palazzo Doria Pamphilj è una collezione privata e le gratuità dei musei statali e civici non si applicano. Nessuna prima domenica, nessuna card comunale.
I bambini pagano?
L'ingresso è gratuito sotto i dodici anni. Con la prenotazione online il biglietto gratuito viene emesso al costo simbolico di 1,00 euro.
Esiste un ridotto per studenti o over 65?
No, il biglietto è unico. Le uniche esenzioni sono i bambini sotto i dodici anni e i portatori di handicap con Disability Card italiana o dell'Unione Europea.
Come si arriva a Palazzo Doria Pamphilj da Termini?
La Galleria indica l'autobus 64, sette fermate fino a piazza Venezia, e poi cento metri a piedi su via del Corso. A piedi sono circa venticinque minuti.
Qual è la fermata della metro più vicina a Palazzo Doria Pamphilj?
Non esiste una fermata di metropolitana a piazza Venezia. Dalla linea A si scende a Barberini e si prendono su via del Tritone le linee 95, 175, 492, 62 o 630; dalla linea B si scende a Colosseo e si prendono la 85 o la 850.
Si può arrivare in automobile a Palazzo Doria Pamphilj?
No, se non si ha il permesso: siamo dentro la zona a traffico limitato del centro storico e occorre parcheggiare prima di entrare nella ZTL.
Gli appartamenti privati si possono visitare?
La visita degli Appartamenti Segreti non è compresa nel biglietto ordinario della Galleria e segue un circuito e una biglietteria separati, con aperture limitate. Le modalità aggiornate sono sul sito ufficiale.
La cappella è compresa nella visita?
Sì, la cappella progettata da Carlo Fontana fra il 1689 e il 1691 fa parte del percorso e conserva le reliquie di Santa Teodora e una lampada pensile su disegno di Bernini.
C'è un bar o una caffetteria dentro Palazzo Doria Pamphilj?
Sì, all'interno del palazzo ci sono una caffetteria e un bookshop. È il punto di sosta naturale a metà percorso.
Si possono organizzare visite guidate e visite di gruppo?
Sì, su richiesta scrivendo a info@dopart.it, che è anche il contatto per la prenotazione e l'acquisto dei biglietti dei gruppi.
Palazzo Doria Pamphilj è adatto ai bambini?
Sì, a patto di contenere la visita entro un'ora e di dare loro qualcosa da cercare: gli animali del Paradiso Terrestre di Jan Brueghel, le navi della Battaglia nel porto di Napoli, il violino dell'angelo di Caravaggio. La cappella con le reliquie va valutata caso per caso.
Che differenza c'è fra Palazzo Doria Pamphilj e la Galleria Colonna?
Sono le due grandi collezioni private romane rimaste alle famiglie. La Galleria Colonna ha un salone spettacolare ma orari di apertura molto ridotti; Palazzo Doria Pamphilj apre sei giorni su sette, ha più capolavori assoluti e non richiede fasce orarie.
Quanto si aspetta in coda a Palazzo Doria Pamphilj?
Molto meno che nei musei di richiamo di massa. Nei giorni feriali, entrando all'apertura, la coda è normalmente breve o assente; nei fine settimana e nei ponti conviene avere la prenotazione, perché senza la Galleria non garantisce l'ingresso.
Quando è il momento migliore per visitare Palazzo Doria Pamphilj?
Il giovedì mattina alle nove, che è nella finestra di apertura anticipata dei giorni feriali. Maggio e settembre danno la luce naturale migliore per le file alte di quadri.
Perché Palazzo Doria Pamphilj è diverso dagli altri musei di Roma?
Perché è una casa abitata e non un museo di Stato: i quadri sono appesi per file sovrapposte secondo un ordinamento tardo settecentesco documentato da un manoscritto del 1767, la famiglia risiede ancora nel palazzo, e l'allestimento stesso è un pezzo storico da conservare.
La Galleria Doria Pamphilj è l'unico posto di Roma dove esco sempre con la stessa sensazione: di essere stato ospite, non visitatore. Se dovete scegliere un solo museo del centro e non volete la fatica dei grandi complessi, venite qui un giovedì alle nove, chiedete l'audioguida, andate dritti dal Velázquez finché la stanza è vuota, e poi prendetevela comoda. Vi costa sedici euro e un'ora e mezza. Non conosco un altro biglietto romano che renda altrettanto.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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