Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Opera Bosco Museo di Arte nella Natura si trova in località Colle, 01030 Calcata (VT), sul versante della forra della Valle del Treja che scende sotto il borgo antico. Il museo apre la domenica e nei giorni festivi dalle 11.00 al tramonto, da marzo a giugno e da settembre a dicembre; nei giorni feriali e nei mesi di luglio e agosto si entra solo su prenotazione; a gennaio e febbraio resta chiuso. L'ingresso costa 10,00 euro con tessera associativa annuale, 5,00 euro dai 6 ai 18 anni ed è gratuito sotto i 6 anni. I contatti sono il telefono 0761 588048, il numero WhatsApp 328 2769123 e l'indirizzo di posta elettronica operabosco@operabosco.eu; il sito ufficiale è operabosco.eu. Il percorso richiede circa un'ora di cammino, ha un dislivello di circa 200 metri in discesa e 150 in salita e si affronta con scarpe chiuse: non è un giardino pubblico con i vialetti, è un bosco vero su terreno di tufo. Gruppi, scolaresche, laboratori didattici, visite infrasettimanali e agosto vanno concordati in anticipo. Chi arriva in auto da Roma prende la via Flaminia verso nord oppure esce dall'A1 a Magliano Romano e prosegue sulla provinciale per Calcata: l'auto si lascia nel parcheggio davanti a Calcata Vecchia, che è chiusa al traffico, e si continua a piedi. Con i mezzi pubblici la corsa Cotral collega Roma Saxa Rubra a Calcata; le corse sono poche e vanno controllate sul sito del vettore regionale prima di partire, perché l'ultimo rientro pomeridiano condiziona tutta la giornata.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
Se il viaggio comprende anche il borgo e la valle, le pagine di riferimento sono quelle su Calcata e sul Parco Valle del Treja, l'area protetta dentro la quale il museo esiste.

Che cosa è davvero Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Chiamarlo museo è corretto e insieme fuorviante. Corretto perché dal 1997 Opera Bosco fa parte dell'organizzazione museale regionale del Lazio ed è censito fra i musei della rete regionale, con scheda, indirizzo e recapiti. Fuorviante perché qui non esistono sale, vetrine, custodi seduti sulla sedia, cartellini con il numero di inventario. Esiste un bosco di due ettari nella forra scavata dal Treja, e dentro quel bosco vivono una quarantina di installazioni realizzate con quello che il bosco stesso produce: rami di ulivo potati, polloni di orniello, radici, blocchetti e massi di tufo, sassi raccolti lungo il fiume, argilla fossile, terre colorate. Nessun metallo, nessun cemento, nessuna resina. Il vincolo non è decorativo: è la regola costitutiva del luogo, e da quella regola discende tutto il resto, compresa la cosa che rende Opera Bosco diverso da qualunque parco di sculture italiano, cioè il fatto che le opere sono destinate a finire.
Il museo nasce da un gesto minimo e documentato. Nel 1995 l'artista Anne Demijttenaere incide sulla parete di tufo l'impronta del proprio corpo: l'opera si intitola Impronta, misura 178 per 70 centimetri ed è il primo intervento realizzato nel bosco. L'anno dopo, nel 1996, il percorso viene inaugurato come museo insieme a Costantino Morosin, scultore veneto trapiantato a Calcata. Da allora il numero delle opere è cresciuto per stratificazione, non per programma: alcune risalgono al primo anno e restano leggibili, altre sono state rifatte, altre ancora sono sparite e sopravvivono soltanto nella documentazione fotografica. Il documento programmatico firmato dai due fondatori porta la data del settembre 1995 e parla di un sistema integrato fra opere d'arte e natura, dove bosco, natura e opere interagiscono formando un'unica grande opera complessiva. Non è una frase di circostanza: è la descrizione esatta di quello che si vede camminando.
La mia opinione, dopo aver accompagnato gruppi in mezza Tuscia, è che Opera Bosco vada raccontato prima di arrivarci, altrimenti metà dei visitatori passa davanti a un'opera e vede un mucchio di rami. Qui il livello di attenzione richiesto è alto e la ricompensa è proporzionata: chi cammina distratto vede un sentiero panoramico, chi cammina informato vede trent'anni di ricerca sull'arte ambientale concentrati in un'ora di percorso.
Come arrivare a Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
In auto da Roma verso Opera Bosco
Da Roma la strada più semplice è la via Flaminia in direzione nord fino a Morlupo o Rignano Flaminio, poi le indicazioni per Faleria e Calcata; in alternativa si esce dall'A1 a Magliano Romano e si prosegue sulla provinciale. Il tempo di percorrenza dal Grande Raccordo Anulare oscilla fra i quaranta e i cinquantacinque minuti, con l'ultima parte su strada stretta e tortuosa che scende verso il fondovalle e poi risale. Calcata Vecchia è chiusa al traffico: si lascia l'auto nel parcheggio davanti al borgo e si prosegue a piedi. Chi arriva la domenica di primavera trovi il parcheggio già pieno a metà mattina, perché il borgo attira anche chi non è diretto al museo.
Con i mezzi pubblici fino a Opera Bosco
La linea Cotral che collega Roma Saxa Rubra a Calcata esiste ed è l'unico mezzo pubblico praticabile: da Saxa Rubra, capolinea raggiungibile con la ferrovia Roma Nord da piazzale Flaminio, il pullman impiega poco più di un'ora. Il punto critico è la frequenza, ridotta nei giorni festivi, cioè proprio quando il museo apre senza prenotazione. Prima di organizzare la giornata conviene verificare gli orari sul sito del vettore regionale e mettere in conto un margine: perdere l'ultima corsa da Calcata significa restare a Calcata. Chi vuole evitare il problema si unisce a una visita guidata organizzata oppure condivide un mezzo proprio.
A piedi dal borgo di Calcata a Opera Bosco
Dal parcheggio all'ingresso del museo si cammina. Il tratto è breve ma in pendenza, su fondo naturale, e dà la misura di quello che aspetta dentro: chi ha difficoltà su terreno sconnesso lo capisce subito, prima di pagare il biglietto. Chi invece vuole allungare raggiunge Opera Bosco dal fondovalle, risalendo dai sentieri del parco regionale, e in quel caso la visita diventa una escursione di mezza giornata che si chiude con la salita al borgo.
Orari, stagionalità e tariffe di Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
La stagionalità qui non è un dettaglio amministrativo, è la sostanza del museo. Opera Bosco apre da marzo a giugno e da settembre a dicembre nelle domeniche e nei giorni festivi, dalle 11.00 fino al tramonto: l'orario di chiusura non è un numero, è un fenomeno astronomico, e a dicembre significa poco dopo le sedici, a giugno quasi le venti e trenta. Nei giorni feriali e nei mesi di luglio e agosto si entra su prenotazione, cioè telefonando o scrivendo prima. A gennaio e febbraio il museo resta chiuso: il bosco è fradicio, il tufo scivola, le installazioni di rami sono nella fase peggiore del loro ciclo. Chi organizza una gita d'inverno immaginando un parco d'arte sempre accessibile si trova davanti a un cancello e a un cartello.
Il biglietto costa 10,00 euro nella formula della tessera associativa annuale, 5,00 euro per la fascia dai 6 ai 18 anni, ed è gratuito sotto i 6 anni. La formula associativa non è un cavillo: significa che chi paga una volta può tornare nel corso dell'anno e vedere come sono cambiate le opere, che è esattamente il modo giusto di frequentare questo posto. Alcuni siti di terze parti riportano orari e tariffe diversi da quelli indicati sul sito del museo; prima di partire conviene attenersi a quanto pubblicato su operabosco.eu e, per una visita infrasettimanale o con un gruppo, telefonare.
Un'ultima cosa sugli orari, che vale come opinione professionale: la fascia migliore non è quella dell'apertura, è quella delle due ore prima del tramonto. La forra è orientata in modo che la luce radente accenda il tufo e le terre rosse, e diverse opere sono state pensate proprio per quella luce. Chi arriva alle 11.00 di una domenica di maggio vede un bosco verde e uniforme; chi arriva alle 17.00 vede un bosco che si colora.
La forra della Valle del Treja: il bosco che ospita Opera Bosco
Il Treja è un affluente di destra del Tevere, un fiume breve e poco noto che ha però scavato nel tufo vulcanico una serie di forre profonde e strette. Il Parco Naturale Regionale Valle del Treja è stato istituito il 22 settembre 1982 con la legge regionale 43 del 1982, si estende su circa 800 ettari nei comuni di Calcata e Mazzano Romano ed è gestito da un consorzio fra i due comuni, con sede in piazza Vittorio Emanuele II 4 a Calcata. Le informazioni ufficiali sull'area protetta sono pubblicate dalla Regione Lazio nella pagina dedicata alla Valle del Treja. Il parco conta ventisei percorsi a piedi, fra i quali quello che collega Monte Gelato a Calcata e quello che unisce Mazzano Romano a Calcata attraversando il cuore dell'area protetta.
Capire il parco serve a capire il museo, perché le opere di Opera Bosco non sono appoggiate sul paesaggio: ne sono ricavate. Il tufo che gli artisti scolpiscono è lo stesso tufo che il Treja ha messo a nudo tagliando l'altopiano vulcanico; l'orniello, il prugnolo, il nocciolo, la quercia e l'erica che forniscono i rami sono le essenze del bosco misto che ricopre i versanti; l'argilla fossile in cui si apre il cunicolo antico è uno strato geologico affiorante. Nella valle vivono istrici, cinghiali e poiane, e gli aghi di istrice compaiono perfino nei materiali di una delle installazioni. Il museo, in questo senso, è un prelievo dichiarato: prende dal bosco e restituisce al bosco.
Chi vuole allargare la giornata trova a pochi chilometri le Cascate di Monte Gelato, l'altro grande richiamo del parco, con i salti d'acqua, il mulino e il laghetto che hanno fatto da sfondo a decine di produzioni cinematografiche e televisive.

Chi ha fondato Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Anne Demijttenaere, l'artista che ha inciso la prima impronta
Anne Demijttenaere è la fondatrice del museo e l'autrice della maggior parte delle opere ancora visibili lungo il percorso. Il suo lavoro procede per gesti elementari e ripetuti: incidere, piegare, accatastare, colorare con terre. Le figure che ricorrono sono antropomorfe e zoomorfe, e nascono quasi sempre dall'osservazione di una forma già presente nella materia. Un tronco di orniello che si è curvato ad angolo retto diventa un drago; un masso di tufo con sporgenze irregolari diventa un toro; due massi affiancati diventano la tana di due pesci. Il metodo è più vicino al disegno dal vero che alla scultura tradizionale: l'artista non impone una forma, la riconosce e la rende visibile agli altri. Chi visita con attenzione capisce che il vero soggetto delle opere non è il drago o il toro, ma la capacità umana di vedere figure dove ci sono solo rami.
Il segnale d'avvio è del 1995: Impronta, l'incisione su tufo del corpo dell'autrice, misura 178 per 70 centimetri ed è indicata dal museo stesso come il primo intervento realizzato nel bosco. Da lì in avanti Demijttenaere ha firmato decine di installazioni, con una impennata di produzione nel 2021 che ha rinnovato buona parte del percorso.
Costantino Morosin, lo scultore del tufo di Opera Bosco
Costantino Morosin è nato in Veneto nel 1950 e si è diplomato in scenografia all'Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1975, con una tesi sulle affinità fra caccia, agricoltura e architettura in terra cruda. Prima di dedicarsi alla scultura ha lavorato in Africa come regista di documentari di antropologia sociale per la FAO e per governi africani; il suo documentario Rachena è stato premiato alla conferenza mondiale Habitat di Vancouver nel 1976. Nel 1980 ha fondato a Roma un settimanale di informazione culturale. Trasferitosi a Calcata, ha prodotto un corpus di sculture in tufo, sassi, terracotta, bronzo e vetro, e dal 2002 sviluppa i SIGNA, opere territoriali costruite su tracciati rilevati con il GPS.
Dentro Opera Bosco la sua firma è riconoscibile a occhio nudo: dove Demijttenaere lavora sui rami, Morosin lavora sul tufo, scavando arredi incorporati nella roccia. Il Trono, il Trono dell'acqua, la Fonte viva, il Cuore, la Pietra di Fonte, il Televisore, la Stanza naturale e la Testa piatta sono tutti del 1996 o del 1997 e formano il nucleo fondativo del museo. La sua ricerca cita apertamente il modo di costruire dei Falisci, che nel tufo ricavavano sedili, nicchie, canali e camere invece di sovrapporre pietre.
Jonas Clementoni e la seconda generazione di Opera Bosco
Jonas Clementoni, figlio di Anne Demijttenaere, è artista, musicista e guida del museo. La sua presenza spiega perché Opera Bosco non abbia l'aria del progetto congelato: il Teatro nuovo del 2019 e L'Onda del 2021 sono suoi, e insieme a Demijttenaere e a Simone Bomarsi ha firmato nel 2020 il Drago Muro. È lui a spiegare che il museo è nato dall'esigenza di sollevare la questione ecologica evidenziando, con la forza dell'arte, l'imprescindibilità dell'ambiente naturale. La formula è netta e vale come chiave di lettura dell'intero percorso.
Il percorso espositivo di Opera Bosco Museo di Arte nella Natura, opera per opera
Quello che segue è il racconto del percorso nell'ordine in cui il museo lo presenta. Le opere cambiano: alcune vengono rifatte, altre lasciate decadere, altre aggiunte. Le misure e i materiali indicati sono quelli dichiarati dal museo nel proprio elenco espositivo, e conviene leggerli come una fotografia dello stato attuale, non come un catalogo definitivo.
L'ingresso di Opera Bosco: Ballo, il Piccolo Teatro d'inverno, il Divano
Ballo, del 2021, è di Anne Demijttenaere e apre il percorso con un colpo di teatro. Grandi rami di ulivo potati, trattati con terra rossa di Ercolano, sono disposti in modo da esaltarne le forme antropomorfe: sembrano dodici giganti rossi che ballano. L'installazione occupa un cubo di circa tre metri per lato. La scelta del materiale racconta il territorio: nella Tuscia la potatura degli oliveti produce ogni inverno montagne di rami destinati al fuoco, e qui quel materiale di scarto torna a essere corpo.
Il Piccolo Teatro d'inverno, del 2005, è realizzato in blocchetti di tufo e misura circa quattro metri per quattordici. Dei tre teatri all'aperto di Opera Bosco è il più soleggiato, e per questo viene usato soprattutto nella stagione fredda. È un dettaglio che dice molto del metodo della casa: i teatri non sono scenografie, sono strumenti scelti in base all'esposizione solare, come si sceglierebbe un campo da coltivare.
Il Divano, sempre del 2005 e sempre in blocchetti di tufo, misura tre metri per un metro e mezzo, con un'altezza di 125 centimetri. È un'installazione-arredo con doppia seduta, e appartiene a quella famiglia di opere che qui si chiamano arredi incorporati: oggetti d'uso ricavati nella materia del luogo, che il visitatore può occupare invece di guardare da lontano.
Cacciatori di teste e Madrenaturalmente
Cacciatori di teste, del 2006, è di Pino Genovese ed è una delle poche opere in legno scolpito del percorso: maschere e teste mozzate di grossi scimmioni, cinquanta per quaranta centimetri di base e 120 di altezza, che mettono in scena la trasformazione dell'uomo in scimmia. È l'opera più esplicitamente sarcastica del museo, e in un contesto dedicato all'armonia fra uomo e natura funziona come contravveleno.
Madrenaturalmente, del 2006, è di Giancarlo Savino, in tufo e sassi, quaranta per ottanta centimetri e 150 di altezza. Il titolo condensa la dichiarazione di poetica dell'intero museo: l'arte nella natura, la natura dell'arte, l'arte come natura. Dello stesso autore, più avanti nel percorso, si incontra una scultura in tufo senza titolo del 2005, cento per cento centimetri.
Il Teatro nuovo di Opera Bosco e le sue scenografie
Il Teatro nuovo, del 2019, è di Jonas Clementoni: blocchetti di tufo per una cavea di nove metri per sei. Attorno a questo spazio Anne Demijttenaere ha costruito nello stesso anno due scenografie permanenti. Muro di vento è un fronte di rami di ulivo lungo sei metri e alto due. Tre facce mette insieme rami di ulivo, terra rossa di Ercolano, limoni secchi, bambù e aghi di istrice su una fascia di tre metri per due di altezza: la lista dei materiali, letta da sola, è già un ritratto della Tuscia agricola e selvatica.
Qui si tengono concerti e spettacoli. Il museo dispone di tre anfiteatri all'aperto e programma stagionalmente attività dal vivo: chi capita in una domenica con un concerto in cartellone vede il bosco funzionare come era stato pensato, cioè come luogo abitato e non come esposizione.
La Cappella votiva falisca e Sospensione
La Cappella votiva falisca non è un'opera contemporanea: è una piccola grotta di origine falisca, di forma uterina ovale con apertura a collo di bottiglia, misura circa 260 per 220 centimetri con due metri di altezza ed è datata dal museo all'età del Bronzo, XIV secolo avanti Cristo. La sua presenza dentro il percorso è la ragione per cui Opera Bosco non è un semplice parco di sculture: il bosco era già antropizzato tremila e passa anni fa, e le installazioni contemporanee si inseriscono in una serie di interventi umani che comincia nella preistoria.
All'ingresso della cappella, Sospensione, del 2015, è opera di Francesca Checchi e Maria Pia Picozza: tufo scolpito, 180 per 140 centimetri, una mappatura degli spazi immersi nel bosco. Il dialogo fra il vuoto scavato dai Falisci e la mappatura contemporanea è, a mio parere, il passaggio intellettualmente più alto della visita, e quasi nessuno lo nota se non gli viene detto.
Il Trono, Occhio! e Amore
Il Trono, del 1996, è di Costantino Morosin: un grande sedile orientato a ovest, ricavato dissotterrando un grosso sperone di tufo, 230 per 170 centimetri e 120 di altezza. L'orientamento non è casuale: guarda il tramonto, cioè il momento in cui il museo chiude.
Occhio!, del 2021, è di Demijttenaere: sassi raccolti nella valle vicino al fiume Treja, accatastati e incastonati nella parete di tufo, per un'altezza di 180 centimetri. Il titolo con il punto esclamativo è un avvertimento, e va preso alla lettera, perché in quel punto il sentiero corre vicino al salto.
Amore, del 1996, è un bassorilievo su tufo di 150 per 220 centimetri, inciso su un masso di tre metri per tre e alto quattro: due grandi figure, un uomo e una donna, in atteggiamento erotico, incise con l'ascia. L'uso dell'ascia invece dello scalpello è la firma tecnica di questa fase del lavoro di Demijttenaere: il segno resta largo, irregolare, quasi paleolitico. Poco distante, Baccio, dello stesso anno, riprende il tema su un masso di due metri per due e alto tre, con un bassorilievo di cento per duecento centimetri scolpito in forma di sedile, e le figure di un uomo e una donna in atteggiamento amoroso.
La Scalinata dei trentasette gradini
La Scalinata, del 1998, è di Anne Demijttenaere ed è stata eseguita da C. Balaban in blocchetti di tufo. Conta trentasette gradini. Il museo la considera un'opera a tutti gli effetti, e la definizione che ne dà è precisa: un tratto di viabilità che assume un significato oltre la propria funzione. Chi la percorre in discesa la sente come un passaggio di soglia; chi la risale in salita, alla fine del giro, la sente come un conto da pagare. Entrambe le sensazioni fanno parte dell'opera.
La Grotta del Toro e il Toro di Opera Bosco
La Grotta del Toro misura 7,40 metri per 5,50 con un'altezza fra i due e i tre metri ed è indicata dal museo come antico riparo stagionale di popolazioni nomadi di cacciatori raccoglitori del paleolitico: una datazione prudente, presentata come probabile e non come certa. Sulla parete, Toro, del 2005, è un bassorilievo di due metri per uno e mezzo realizzato con ossido di ferro: la roccia tufacea presenta una varietà di colori e sporgenze che invitano a immaginare figure, e l'artista si è limitata a scontornare quello che la parete già suggeriva. È l'esempio più chiaro del metodo di Opera Bosco applicato alla pittura rupestre: nessuna citazione archeologica di maniera, ma la stessa procedura mentale di chi dipingeva nelle grotte.
Memoria, Fogliarsi e il masso sospeso di Isabella Nurigiani
Memoria, del 2005, è di Ada Impallara: una ciotola scolpita nel tufo, 27 per 28 centimetri e dieci di altezza, che contiene acqua di mare di Lavinio. Un oggetto minuscolo, facilissimo da mancare, che porta dentro il bosco il mare del litorale laziale a settanta chilometri di distanza.
Fogliarsi, del 2006, è di Francesco Narduzzi: un'incisione su tufo di 180 per 80 centimetri su un masso di due metri per tre di altezza, dichiarata omaggio alla vitalità della primavera che fa rinascere l'habitat boschivo. Il neologismo del titolo, che trasforma la foglia in verbo riflessivo, è la cosa migliore dell'opera.
Senza titolo, del 2007, è di Isabella Nurigiani: un masso di tufo scolpito, 130 per 120 centimetri e tre metri di altezza. L'artista ha raccontato che il suo primo sguardo si è soffermato su un immenso masso di tufo sospeso. Anche qui il lavoro parte da un dato di realtà geologica, un masso in bilico, e lo trasforma in soggetto.
Pesci in tana e la Rupe Sud di Opera Bosco
Pesci in tana, del 2013, è di Demijttenaere: polloni di ulivo e di orniello trattati con terra rossa di Ercolano, 130 per 120 centimetri, rami sottili e flessibili piegati e incastrati fra due massi di tufo. È una delle opere che meglio mostrano la tecnica di piegatura a fresco dei polloni, il gesto artigianale che sta all'origine di quasi tutte le installazioni in rami del museo.
La Rupe Sud è un'antica cava di tufo di quindici metri per quindici e sette di altezza, diventata una piazzetta scenografica che negli anni ha accolto installazioni diverse. Nel 2020 vi è stata realizzata la Stanza dei giganti: tre giganti bianchi, ottenuti con rami di ulivo e terra bianca di Meudon, uno tracciato direttamente sulla parete di tufo e due come grandi sagome. Il passaggio dalla terra rossa di Ercolano alla terra bianca di Meudon segnala un cambio di registro cromatico che il visitatore percepisce anche senza saperne il nome.
Nella stessa area si trova il Trono di Sisifo, del 2017: rami di ulivo, orniello e castagno per 440 per 150 centimetri e 280 di altezza. È un'installazione collettiva realizzata da studenti dell'Accademia di Belle Arti di Roma su un'idea di An Liran. Il titolo dichiara la condizione di tutto il museo: costruire sapendo che la materia tornerà indietro.
Guardando le fronde, Convegno, L'Onda
Guardando le fronde, del 2021, è una grande faccia sorridente distesa al suolo, fatta di rami e radici di orniello: si vede bene solo dall'alto e solo se ci si ferma. Convegno, dello stesso anno, allinea sei volti che guardano passare il visitatore, ricavati da un tronco secco di ulivo, una lastra di tufo, rami di orniello e terra rossa di Ercolano, su un'estensione di quattro metri per un metro e mezzo e 180 centimetri di altezza. Sono le due opere che i bambini riconoscono per prime, e non è un caso: la nostra specie è programmata per individuare facce.
L'Onda, del 2021, è di Jonas Clementoni: prugnolo e orniello per una grande spirale che si innalza dal suolo srotolandosi su una trentina di metri, con quattro metri di altezza. È l'opera con la maggiore estensione lineare del percorso e quella che meglio dimostra cosa si può fare con i polloni piegati a fresco.
Le Terrazze del 1955 e la memoria agraria di Opera Bosco
Le Terrazze sono sette gradoni sostenuti da muri a secco di tufo, datati dal museo al 1955 e realizzati come opera di bonifica nel quadro della riforma agraria del 1950. Il museo le include nel percorso espositivo alla pari delle sculture, e la scelta è tutt'altro che neutrale: dichiara che il paesaggio agrario del secondo dopoguerra è una forma di intervento umano sul bosco esattamente come lo sono le installazioni. Chi cammina su quelle terrazze cammina sull'ultimo tentativo serio di coltivare questa forra, fallito nel giro di una generazione, quando i braccianti se ne andarono in città.
Abbraccio, Acquario con pesci, Drago Muro, Rospo
Abbraccio, del 2021, usa rami di erica attorno a un masso di tufo, due metri per uno e 120 centimetri di altezza. Acquario con pesci, dello stesso anno, mette insieme rami di ulivo e di orniello, alberi vivi e terra rossa di Ercolano su un fronte di sei metri, due di profondità e 250 centimetri di altezza: gli alberi vivi entrano nella composizione come elementi strutturali, non come sfondo.
Il Drago Muro, del 2020, è firmato da Jonas Clementoni, Anne Demijttenaere e Simone Bomarsi: un antico muro a secco crollato, ricostruito e rimodellato in blocchi di tufo nella forma di un grande animale marino, diciotto metri di lunghezza per tre di altezza. È l'opera che unisce con più eleganza restauro e invenzione: il muro torna a fare il muro, e nel frattempo diventa altro.
Rospo, del 2021, è un masso di tufo scolpito con sassi della valle, 150 per 60 centimetri e altrettanti di altezza. Piccolo, defilato, facile da superare senza vederlo.
Testa piatta, L'acqua HO2?, Divinità, Coccodrillo
Testa piatta, del 1996, è di Costantino Morosin: tufo scolpito e muschio, quaranta centimetri. Il muschio non è un accidente, è materiale d'opera: cresce, copre, cambia colore con le stagioni.
L'acqua HO2?, del 2018, usa polloni di orniello per cento centimetri di larghezza e sette metri di altezza, e suggerisce una cascata d'acqua che esce da sotto un masso di tufo in bilico. Il titolo con la formula chimica sbagliata e il punto interrogativo è una provocazione didattica rivolta soprattutto alle scolaresche.
Divinità, del 2015, è di Demijttenaere: un altorilievo su masso di tufo scolpito e muschio, 150 per 80 centimetri e tre metri di altezza, dichiarato come citazione delle divinità della fertilità della preistoria. Coccodrillo, del 2021, è un bassorilievo su tufo di due metri per uno con la testa dell'animale scontornata con terra ocra: la stessa tecnica del Toro, applicata a un'altra parete.
La Stanza dei ragni, un'opera che non finisce mai
La Stanza dei ragni, datata 2009-2021, è l'installazione che meglio spiega la filosofia di Opera Bosco. Impiega massi, lapilli di tufo, sassi, rami di nocciolo e di ulivo, terra e alberi vivi su un'area di sei metri per tre, ed è dichiarata dal museo come installazione in continua evoluzione. Non ha una data di completamento perché non è prevista: ogni stagione aggiunge o toglie qualcosa. Chi torna dopo due anni la trova diversa, e questo è il punto.
Dragone, il Cunicolo falisco e il Drago dalle 42 zampe
Il Cunicolo è, insieme alla cappella votiva, l'elemento archeologico più importante del percorso: uno stretto tunnel di forma ogivale scavato nell'argilla fossile, con un'apertura di quaranta per cento centimetri, datato dal museo al VI secolo avanti Cristo e riconosciuto come parte di un complesso sistema di raccolta delle acque di epoca falisca. I Falisci erano maestri nella regimazione idraulica: i cunicoli che bucano l'Agro Falisco servivano a drenare i pianori e a convogliare l'acqua, e alcuni sono ancora funzionanti dopo venticinque secoli. Vederne uno dentro un museo d'arte contemporanea rimette in ordine le proporzioni: qui l'intervento umano sul tufo ha una storia lunghissima e le installazioni ne sono l'ultimo capitolo.
Attorno a quell'apertura si avvolge Dragone, del 2021: rami di quercia, un masso di tufo, una grotta di argilla fossile, rami di ulivo e terra rossa di Ercolano per ventotto metri di lunghezza e 140 centimetri di altezza. Il museo lo descrive come un grosso serpentone che si infila nel cunicolo. L'operazione è di una furbizia intellettuale notevole: il visitatore guarda il drago, e mentre lo guarda impara dell'esistenza di un cunicolo falisco che altrimenti avrebbe scavalcato senza accorgersene.
Il Drago dalle 42 zampe, del 2017, è di Anne Demijttenaere: quercia, ailanto, ulivo e terra rossa di Ercolano per quindici metri di lunghezza, 120 centimetri di larghezza e tre metri di altezza. La presenza dell'ailanto nell'elenco dei materiali merita una nota, perché è una specie esotica invasiva che in Italia soffoca la vegetazione autoctona: usarla come materiale d'opera significa toglierla dal bosco e insieme dichiararne il problema.
Treccia della solidarietà, Impronta e i giochi di argilla
La Treccia della solidarietà, del 2015, è di Oriana Impei: un masso di tufo di 120 per quaranta centimetri e blocchetti di tufo per 220 per 25 centimetri e dieci di altezza. La treccia rimanda ai nodi etruschi, ripresi poi dai cristiani come simbolo: un motivo che nella Tuscia si incontra su architravi, plutei e sarcofagi, e che qui torna in orizzontale, appoggiato sul terreno.
Impronta, del 1995, è l'atto di nascita del museo: l'incisione su tufo del corpo dell'autrice, 178 per 70 centimetri, primo intervento realizzato nel bosco. Chi visita bene dovrebbe chiudere il giro qui, con la mano appoggiata su quel segno, perché è il punto in cui tutto è cominciato.
Le 7 facce di argilla, del 2021, sono un gioco di sette volti formati ciascuno da quattro pezzi di argilla fossile, su un'area di tre metri per 180 centimetri. Campana, dello stesso anno, traccia con polloni di orniello lo schema del gioco infantile su due metri per otto: il museo ricorda che il gioco della campana risale all'antichità ed era praticato dai romani. Ritratto di Costantino, sempre del 2021, è un volto in rami di orniello che emerge dalla bocca di un piccolo vulcano di terra battuta, tre metri per tre e due di altezza: l'omaggio di Demijttenaere al cofondatore del museo.
Sasso rosso, del 1998, è un tufo rosso inciso di venti per dieci centimetri, raccolto sulla spiaggia di Jardim do Mar sull'isola di Madeira. Sassi di Naxos, del 1999, sono sassi di marmo bianco trovati sulla spiaggia di Apollonas, sull'isola di Naxos, posati con muschio su un masso di tufo di tre metri per tre. Sono le due opere più piccole del percorso e le uniche che impiegano materiale non locale: due minuscole eccezioni alla regola, dichiarate come tali, che funzionano da nota a piè di pagina dell'intero museo.
Il Forno, la Fonte viva e le opere d'acqua di Opera Bosco
Il Forno è un piccolo masso di tufo scavato che suggerisce un antico arredo incorporato usato come forno: non porta firma né data, e appartiene alla categoria degli elementi preesistenti che il museo mette in evidenza invece di rimuovere.
La Fonte viva, del 1996, è di Costantino Morosin ed è forse l'opera più ambiziosa del percorso: tufo scavato, argilla, salice vivo e uno stagno, su un'area di cinquanta metri per quaranta. Il museo la descrive come una cornucopia fontana alimentata da una sorgente con una portata di quattro litri al minuto. Quattro litri al minuto significa quasi seimila litri al giorno: una sorgente modesta ma costante, che in una forra tufacea vale più di una scultura monumentale. L'uso del salice vivo, che continua a crescere, rende l'opera letteralmente in movimento.
Accanto, il Cuore, dello stesso anno e dello stesso autore, è una vaschetta a forma di cuore scavata nel tufo che raccoglie l'acqua piovana, ottanta centimetri per lato. Il Trono dell'acqua, sempre del 1996, è un grande sedile scolpito nel masso, tre metri per 220 centimetri e 130 di altezza, presentato come esempio di arredo incorporato in stile falisco. La Pietra di Fonte, ancora del 1996, è una figura antropomorfa a mandorla con seni femminili e una piccola mensola, 53 centimetri di larghezza per novanta di altezza.
Il Televisore, del 1997, chiude questa serie con una battuta: uno scavo a forma di tubo catodico, quaranta per sessanta centimetri, su un masso di tre metri per tre. Il museo lo indica come opera che dà senso all'insieme dei lavori in tufo dell'artista. Un tubo catodico scolpito nella pietra vulcanica, in un bosco senza corrente elettrica, resta trent'anni dopo una delle immagini più efficaci che questo museo produce.
La Stanza naturale, l'ambiente abitato di Opera Bosco
La Stanza naturale, del 1996, è di Morosin ed è il pezzo più complesso della sua produzione qui: tufo, muri a secco e muschi su uno spazio di dodici metri per tredici, coperto dalle chiome degli alberi. All'interno, una figura femminile lunga 250 centimetri è scolpita su un masso di 350 per 230 centimetri e 180 di altezza, e un tavolo di 220 per 220 centimetri e cento di altezza occupa il centro. È uno spazio antropizzato con il soffitto vegetale: la definizione che il museo ne dà, spazio antropizzato coperto dalle chiome degli alberi, descrive una casa senza tetto e senza pareti, cioè la forma di abitazione più antica che conosciamo.
Acrobata, Drago con ricci e il finale in salita
Acrobata, del 2021, è una piccola figura antropomorfa in rami di ulivo, novanta per sessanta centimetri, che si arrampica fra due grandi querce: va cercata in alto, e la maggior parte dei visitatori non la vede. Drago con ricci, dello stesso anno, mette in evidenza la forma peculiare di un tronco sottile di orniello che si è curvato ad angolo retto, tre metri di lunghezza e due di altezza, completato da radici e da un sassetto. È il caso di scuola del metodo di Demijttenaere: la natura fornisce la forma, l'artista la nomina.
Il Teatro di Pan, il cuore scenico di Opera Bosco
Il Teatro di Pan, realizzato fra il 1995 e il 1996 e sottoposto a manutenzione nel 2021, è un teatrino naturale di quindici metri per venticinque: una radura con cento posti a sedere ricavati nella terra battuta, delimitata da polloni di essenze varie e immersa nel verde. Cento posti in un bosco, senza una struttura fissa, senza cemento, senza gradinate metalliche. Qui si sono tenuti concerti e spettacoli, e qui il museo ha dimostrato la propria tesi centrale: uno spazio pubblico si può costruire con la terra e con i rami. La mia opinione è che il Teatro di Pan valga da solo il biglietto, e che chi lo visita in una giornata di vento capisca cosa intendevano i greci quando davano un nome al terrore che prende nei boschi.
Madre Terra, La quercia caduta e le sculture in tufo di Oriana Impei
Madre Terra, del 2016, è un'installazione a quattro mani di Andriani Kalogridi e Zainab Asaad: rami misti per 120 centimetri di larghezza e due metri di altezza, pensati per evocare il grembo materno della Grande Madre Terra. La quercia, del 2020, non è una scultura in senso stretto: è una grande quercia caduta, antropizzata con sassi posati. Un albero morto trattato come opera: la dichiarazione più radicale del percorso.
Di Oriana Impei si incontrano Linfa vitale, del 2010, tufo scolpito di due metri per uno e sessanta centimetri di altezza, la cui forma plastica allude insieme a una foglia con i suoi vasi e a uno spermatozoo, e Corsaletti per alberi, del 2007, in travertino, peperino e tufo, due metri per due e 160 centimetri di altezza: forme allungate come stele e foglie scolpite con motivi serpeggianti. Le tre pietre usate, travertino, peperino e tufo, sono le tre pietre da costruzione del Lazio, e metterle una accanto all'altra è una lezione di geologia regionale in tre pezzi.

I materiali di Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Leggere l'elenco dei materiali del percorso equivale a leggere un inventario botanico e geologico della Valle del Treja. Il tufo compare in tutte le sue forme: massi affioranti, blocchetti squadrati recuperati da muri a secco, lapilli, tufo rosso, parete viva da incidere. Accanto arrivano il travertino e il peperino, le altre due pietre laziali. Il legno viene dalle potature e dai polloni: ulivo, orniello, quercia, castagno, nocciolo, prugnolo, erica, ailanto. Le terre colorate sono tre e ricorrono come una tavolozza fissa: la terra rossa di Ercolano, la terra bianca di Meudon, l'ocra. Poi ci sono i materiali che nessun altro museo metterebbe in un cartellino: muschio vivo, argilla fossile, sassi del fiume, limoni secchi, aghi di istrice, acqua di mare, salice vivo, alberi in piedi.
L'assenza è altrettanto significativa quanto la presenza. In quarant'anni di land art internazionale i grandi nomi hanno usato acciaio, vetro, cemento, luci elettriche, e i parchi d'arte europei ne sono pieni. Qui niente di tutto questo entra nel bosco. È una scelta radicale che comporta un prezzo altissimo in termini di conservazione, e il museo lo paga volentieri.
Perché le opere di Opera Bosco si decompongono
Un'installazione fatta di polloni di orniello piegati a fresco, esposta alla pioggia, al gelo e al sole di una forra, dura pochi anni. I rami perdono elasticità, i nodi si allentano, i funghi entrano nel legno, la terra colorata viene dilavata. Le opere in tufo resistono di più, ma il tufo è una roccia tenera che si sfoglia e si copre di muschio. Il museo non combatte questo processo: lo assume come contenuto. Il percorso viene descritto come un work in progress continuo che fa i conti con le intemperie e le stagioni, e le opere che hanno vita breve vengono documentate con tecniche digitali prima di sparire.
La conseguenza pratica per chi visita è netta: nessuna visita a Opera Bosco è uguale a un'altra, e nessuna fotografia trovata in rete corrisponde esattamente a quello che si troverà davanti. È il motivo per cui il biglietto assume la forma della tessera annuale, e a mio parere è anche il motivo per cui questo museo andrebbe visitato almeno due volte, a distanza di stagioni diverse. Chi lo vede solo in maggio, con il bosco chiuso dalle foglie, non ha visto la stessa cosa di chi lo vede in novembre, quando la struttura delle installazioni resta nuda e leggibile.
La manutenzione come pratica artistica a Opera Bosco
Il museo dichiara nelle proprie schede gli interventi di manutenzione: il Teatro di Pan, nato fra il 1995 e il 1996, riporta la manutenzione del 2021; la Stanza dei ragni porta la doppia data 2009-2021. È una prassi che ribalta l'idea corrente di restauro. In un museo tradizionale il restauro cerca di riportare l'opera a uno stato originario; qui la manutenzione è un rifacimento che accetta il cambiamento, e la nuova data viene registrata accanto alla vecchia. Chi si occupa di conservazione del contemporaneo troverà in questo percorso un caso di studio migliore di molti convegni.
Opera Bosco Museo di Arte nella Natura e la didattica
La vocazione educativa non è un servizio accessorio: è metà del progetto. Il museo svolge attività di educazione artistica ambientale con studenti di ogni ordine e grado e organizza visite guidate, seminari, laboratori, mostre, concerti e spettacoli. La partecipazione annua dichiarata dai fondatori è di circa cinquemila alunni, dalla scuola dell'infanzia all'università. Il museo si definisce un sistema di formazione educativo aperto e propositivo, che mette il materiale naturale al centro dell'attenzione, evidenzia la ricchezza e la varietà delle risorse del bosco e offre agli studenti stimoli creativi nella consapevolezza dell'ecosistema.
La formula operativa si chiama visita-seminario, ed è descritta come esperienza di grande impatto emotivo per la capacità di integrare arte, ecologia e storia in modo esplicito, innovativo e ricreativo. In concreto significa che una scolaresca non viene accompagnata a guardare, ma messa a costruire con i materiali del bosco. Il Trono di Sisifo del 2017, realizzato da studenti dell'Accademia di Belle Arti di Roma su idea di An Liran, e Madre Terra del 2016, firmata da Andriani Kalogridi e Zainab Asaad, sono la prova che i lavori nati nei laboratori entrano nel percorso espositivo alla pari delle altre opere.
Il consiglio che do agli insegnanti è di prenotare in settimana e non in domenica: nei giorni feriali il museo lavora su appuntamento, il gruppo ha il bosco per sé e il tempo del laboratorio si dilata. La domenica il percorso è aperto al pubblico e la dinamica è un'altra.
I riconoscimenti di Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Nel 1997, l'anno successivo all'inaugurazione, Opera Bosco ottiene l'accreditamento dall'assessorato alla Cultura della Regione Lazio ed entra nel sistema museale tematico storico-artistico regionale. Da allora figura fra i musei della rete regionale del Lazio, con una scheda pubblica consultabile nel catalogo dei musei della Regione.
Il riconoscimento internazionale più significativo è la menzione del Premio del Paesaggio del Consiglio d'Europa, ottenuta per le edizioni 2010-2011, 2012-2013 e 2014-2015: tre cicli consecutivi, cosa che pochissime realtà italiane possono dichiarare. Il Premio del Paesaggio nasce dalla Convenzione europea del paesaggio e premia politiche e progetti che tutelano e valorizzano il paesaggio in modo esemplare e duraturo: la ripetizione della menzione su sei anni segnala che il progetto ha retto nel tempo, che è precisamente il criterio del premio.
Il museo è stato inoltre presente alla Biennale di Architettura di Venezia del 2014 e alla Biennale d'Arte del 2015 nell'ambito delle attività ministeriali, ed è stato proposto nel 2019 per la candidatura a Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. Sulla candidatura serve una precisazione onesta: essere proposti non equivale a essere iscritti, e Opera Bosco non figura nella lista del patrimonio mondiale. La proposta resta un fatto, l'iscrizione no.
Calcata, il borgo sopra Opera Bosco
Opera Bosco esiste perché esiste Calcata, e Calcata è uno dei casi più singolari dell'Italia contemporanea. Il paese antico sorge su uno sperone di tufo che domina la valle del Treja, si raggiunge attraverso un'unica porta nelle mura e conta oggi poco più di novecento abitanti su tutto il territorio comunale, con il centro storico a 217 metri di quota. Fino al 1927 apparteneva alla provincia di Roma; da quell'anno è nella provincia di Viterbo.
La vicenda che ha reso Calcata quello che è comincia nel 1935, quando il governo dell'epoca ordina l'evacuazione del borgo perché lo sperone di tufo viene dichiarato pericolante. Gli abitanti si trasferiscono in un abitato nuovo costruito a poca distanza, Calcata Nuova, e il borgo antico resta vuoto per una trentina d'anni. Negli anni Sessanta e Settanta cominciano ad arrivare artisti, stranieri, gente in fuga dalle città, che trova case abbandonate a prezzi irrisori e decide di restare. Da quel ripopolamento nasce la comunità di artisti che ancora abita il paese, e dentro quella comunità matura, negli anni Novanta, il progetto di Opera Bosco.
La chiesa del Santissimo Nome di Gesù, impiantata nel XIV secolo e ristrutturata nel 1793, conserva un fonte battesimale e decorazioni con scene cristologiche. È la chiesa legata alla vicenda più discussa del paese: la reliquia del Santo Prepuzio. Secondo la tradizione, nel 1527 un lanzichenecco che aveva partecipato al sacco di Roma sottrasse il reliquiario dal Sancta Sanctorum del Laterano, e una volta imprigionato lo nascose nella propria cella, dove sarebbe stato ritrovato nel 1557. Da quel momento a Calcata cominciò la venerazione della reliquia, con un'indulgenza di dieci anni concessa ai pellegrini. La processione si teneva il primo gennaio, per la festa della Circoncisione. Nel 1983 alcuni ladri portarono via il contenitore ricoperto di gioielli con il suo contenuto, e la tradizione finì. Dove sia finita la reliquia non lo sa nessuno.
Chi vuole approfondire il borgo trova tutto nella pagina dedicata a Calcata. Qui basti dire che il museo e il paese vanno visitati insieme: due ore per il borgo, un'ora e mezza abbondante per Opera Bosco, e la giornata è piena.

Cosa vedere intorno a Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
La provincia di Viterbo continua a stupire chi la percorre con calma, e Opera Bosco entra bene in almeno tre itinerari diversi. Il primo è quello dei giardini d'artista e dei parchi di sculture: il Parco dei Mostri di Bomarzo, con i suoi colossi manieristi scolpiti nel peperino a metà del Cinquecento, e il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle poco oltre il confine toscano. Nella stessa famiglia rientra La Serpara di Civitella d'Agliano, il giardino di sculture che l'artista svizzero Paul Wiedmer ha creato dal 1997 in una vallata acquistata apposta, visitabile solo in alcune giornate dell'anno.
Il secondo itinerario è quello del manierismo e dei giardini storici: Villa Lante a Bagnaia e Palazzo Farnese a Caprarola, con il borgo di Caprarola attorno. Il terzo è quello dei borghi e delle rupi: Civita di Bagnoregio, Vitorchiano con il suo masso moai, Soriano nel Cimino e l'antico borgo di Chia, il luogo che Pier Paolo Pasolini scelse come rifugio.
Chi resta nell'Agro Falisco, cioè nel territorio storico dei Falisci a cui appartengono il cunicolo e la cappella votiva del museo, ha a disposizione Civita Castellana, capitale dell'antica Falerii, Nepi con le sue forre e il suo castello, e l'antica Sutri con l'anfiteatro scavato nel tufo. Per chi preferisce la natura resta il Lago di Vico, il lago di origine vulcanica chiuso fra i monti Cimini, con la faggeta del Monte Venere che scende quasi fino alla riva.
Opera Bosco Museo di Arte nella Natura con i bambini
È uno dei pochi musei d'arte contemporanea in cui portare bambini non è un atto di ottimismo. Le ragioni sono tre. La prima è che il percorso è all'aperto e il rumore non disturba nessuno. La seconda è che le opere sono figurative in modo elementare e riconoscibile: draghi, pesci, cavalli, rospi, coccodrilli, giganti, facce. Un bambino di cinque anni individua Convegno e Guardando le fronde prima di qualunque adulto. La terza è che qui si può toccare quasi tutto, e sedersi sul Trono, sul Divano, sui gradini del Teatro di Pan.
Le controindicazioni sono altrettanto concrete: il dislivello di circa duecento metri in discesa e centocinquanta in salita, il fondo sconnesso, le pareti a strapiombo lungo alcuni tratti. Il passeggino è escluso. Con bambini sotto i quattro anni serve uno zaino porta-bimbo e la disponibilità a portarlo per un'ora. Sotto i sei anni l'ingresso è gratuito, dai 6 ai 18 anni costa 5,00 euro. Il gioco della Campana tracciato con i rami è il punto in cui i più piccoli si fermano da soli, e conviene lasciarglielo fare senza fretta.
Accessibilità e attrezzatura per Opera Bosco
Va detto senza giri di parole: il percorso non è accessibile in sedia a rotelle e non lo è per chi ha difficoltà motorie serie. La forra impone una discesa e una risalita su terreno naturale, con gradini ricavati nel tufo, radici affioranti e tratti che dopo la pioggia diventano scivolosi. Il museo stesso indica scarpe comode, e io alzo la richiesta: scarpe chiuse con suola scolpita, mai sandali, mai scarpe da città. In primavera e in autunno una giacca leggera serve anche nelle giornate calde, perché il fondo della forra resta ombroso e umido. Da maggio a settembre servono repellente per gli insetti e attenzione alle zecche nei tratti di erba alta. L'acqua conviene portarsela.
Quando visitare Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Marzo e aprile sono i mesi in cui il bosco è ancora trasparente e le installazioni si leggono nella loro struttura, con il vantaggio delle fioriture al suolo. Maggio e giugno danno la vegetazione al massimo, il verde chiude gli spazi e alcune opere si nascondono: è la stagione più bella da vedere e la più difficile da capire. Luglio e agosto vanno affrontati solo su prenotazione e nelle ore tarde, perché la risalita con trentacinque gradi è faticosa. Settembre e ottobre sono la finestra che consiglio a chi viene per la prima volta: temperature giuste, luce bassa, colori. Novembre e dicembre offrono il bosco spoglio, le forme nude e una malinconia che a Opera Bosco sta benissimo, con il limite del tramonto anticipato che riduce la giornata. A gennaio e febbraio il museo è chiuso.
Una curiosità su Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Nel catalogo del percorso, fra un'installazione del 2021 e una del 2006, compaiono due schede che non hanno autore né firma d'artista. La prima è la Cappella votiva falisca: una piccola grotta scavata nel tufo, di forma uterina ovale con apertura a collo di bottiglia, 260 per 220 centimetri e due metri di altezza, che il museo data all'età del Bronzo, XIV secolo avanti Cristo. La seconda è il Cunicolo: uno stretto tunnel di forma ogivale scavato nell'argilla fossile, apertura di quaranta per cento centimetri, datato al VI secolo avanti Cristo e riconosciuto come parte di un complesso sistema falisco di raccolta delle acque.
Nessuna delle due è un'opera d'arte contemporanea, eppure il museo le espone alla pari delle sculture, con la stessa scheda, le stesse misure, la stessa dignità. Nello stesso elenco compaiono anche la Grotta del Toro, indicata come antico riparo stagionale di cacciatori raccoglitori del paleolitico, il Forno scavato in un masso e le Terrazze del 1955, sette gradoni sostenuti da muri a secco realizzati come opera di bonifica nel quadro della riforma agraria del 1950.
La curiosità non è archeologica, è concettuale. Opera Bosco sostiene che una grotta votiva del Bronzo, un cunicolo idraulico falisco, un forno contadino, sette terrazze della riforma agraria e un drago di rami del 2021 appartengano alla stessa serie: sono tutti interventi umani sul medesimo pezzo di bosco, distanti fra loro tremila anni. Chi visita capisce a metà percorso che il museo non espone quaranta opere, ne espone trentacinque secoli.
Una cosa che non ti dice nessuno su Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Che l'orario di chiusura non esiste. Il museo apre alle 11.00 e chiude al tramonto: la formula è quella pubblicata sul sito ufficiale, e va presa alla lettera. A metà marzo significa poco dopo le diciotto, a giugno quasi le venti e trenta, a dicembre intorno alle sedici e trenta. Chi parte da Roma alle quindici di una domenica di dicembre, immaginando di avere tutto il pomeriggio, arriva quando il bosco è già in ombra e il tempo utile per un percorso di un'ora si è consumato. Non c'è un cartello all'ingresso che avvisi: c'è il sole che scende dietro la forra.
La seconda cosa che quasi nessuno dice riguarda la formula del biglietto. I 10,00 euro non comprano un ingresso, comprano una tessera associativa annuale. Significa che nello stesso anno si può tornare, e tornare qui non è un capriccio: è il modo corretto di frequentare un museo le cui opere cambiano fisicamente da una stagione all'altra. Le installazioni in polloni di orniello perdono elasticità e cedono, la terra rossa di Ercolano viene dilavata dalle piogge, il muschio copre il tufo, la Stanza dei ragni è dichiarata in continua evoluzione. Le opere di vita breve vengono documentate con tecniche digitali proprio perché la loro sparizione è messa in conto.
La terza riguarda i giorni feriali. Da lunedì a sabato si entra su prenotazione, e questa non è una scomodità: è un privilegio. Un gruppo che prenota in settimana ha due ettari di forra per sé, con la guida che può fermarsi quanto vuole su ogni opera.
Il consiglio che ti do per visitare Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Arriva tardi. Non alle undici, quando il museo apre e la luce è a picco: punta a essere all'ingresso due o due ore e mezza prima del tramonto, che a seconda del mese vuol dire fra le quattordici e le diciassette e trenta. La forra è incisa nel tufo e la luce radente del pomeriggio fa due cose che la luce zenitale non fa: accende il tufo, che passa dal grigio sporco al miele, e stacca in rilievo le incisioni. Amore, Baccio, Toro, Coccodrillo, Impronta sono tutti bassorilievi poco profondi: a mezzogiorno spariscono, alle diciassette esistono.
Secondo consiglio: prenota una visita guidata invece di andare da solo. Non è un discorso di comodità, è un discorso di comprensione. Questo museo ha una densità di informazione che nessun cartello può reggere, e chi lo percorre senza qualcuno che spieghi la differenza fra un pollone piegato a fresco e un ramo secco appoggiato vede meno della metà di quello che ha davanti. Il museo organizza visite guidate settimanali, e Jonas Clementoni, artista e figlio della fondatrice, accompagna di persona.
Terzo consiglio, il più difficile da far accettare: metti in conto un'ora abbondante e non incastrarla fra due tappe. La quarta opera che si incontra chiede attenzione, la trentesima chiede pazienza. Chi arriva con la fretta di rientrare a Roma per cena vede un sentiero con dei rami.
Quarto e ultimo: scarpe chiuse con suola scolpita, sempre. Il dislivello dichiarato è di circa duecento metri in discesa e centocinquanta in risalita, il fondo è tufo e terra, e dopo la pioggia il tufo bagnato è una delle superfici più infide che esistano.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Calcata sia il borgo degli artisti lo sanno tutti, e la formula compare in qualunque elenco di gite fuori porta da Roma. Quello che quasi nessuno collega è il nesso causale fra un provvedimento amministrativo del 1935 e l'esistenza di un museo di arte ambientale nel 2026.
Nel 1935 il governo dell'epoca ordinò l'evacuazione di Calcata: lo sperone di tufo su cui sorge il borgo era stato dichiarato pericolante, con fondamenta cedenti. Gli abitanti furono trasferiti in un abitato nuovo costruito poco lontano, Calcata Nuova, e il paese antico rimase vuoto per una trentina d'anni. Un borgo medievale intero, con la sua unica porta, la sua piazza e la sua chiesa trecentesca, abbandonato per decreto. Negli anni Sessanta e Settanta cominciarono ad arrivare artisti, stranieri, gente in rotta con la città, attratti da case a prezzi irrisori e da una vista che nessun paese del Lazio poteva offrire. Restarono. Il paese fu ripopolato da chi lo Stato non aveva mai contemplato come popolazione.
Senza quella comunità Opera Bosco non esisterebbe. Costantino Morosin, veneto, diplomato in scenografia a Venezia nel 1975 e reduce da anni di documentari antropologici in Africa, si trasferisce a Calcata e vi produce sculture in tufo. Anne Demijttenaere fa lo stesso percorso e nel 1995 incide sulla parete di tufo l'impronta del proprio corpo. Il museo inaugurato l'anno dopo è il prodotto diretto di quel doppio movimento: uno Stato che dichiara inabitabile un pezzo di paese, e trent'anni dopo un gruppo di artisti che dichiara abitabile un pezzo di bosco.
C'è un secondo fatto, altrettanto risaputo e altrettanto poco citato: la reliquia del Santo Prepuzio, venerata a Calcata dal 1557 secondo la tradizione locale, sparì nel 1983 quando il reliquiario coperto di gioielli fu rubato prima della processione del primo gennaio. Dove sia finita non lo sa nessuno, e il paese che aveva costruito su quel culto la propria identità religiosa oggi è conosciuto per l'arte contemporanea.
La foto giusta da fare a Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Le fotografie che circolano di questo museo sono quasi tutte sbagliate nello stesso modo: inquadrano la singola installazione isolata su fondo verde, e in quel formato un drago di rami sembra un mucchio di rami. Il soggetto giusto qui non è mai l'opera da sola, è l'opera con dentro il bosco.
Il primo scatto che consiglio è Ballo in controluce: i dodici giganti rossi di rami di ulivo trattati con terra rossa di Ercolano funzionano quando il sole basso passa fra le forme e le stacca in silhouette. Il secondo è L'Onda di Jonas Clementoni: la spirale di prugnolo e orniello si srotola per una trentina di metri, e serve un grandangolo tenuto basso, quasi a terra, per farne leggere lo sviluppo. Il terzo è il Teatro di Pan ripreso dall'alto della cavea: i cento posti a sedere ricavati nella terra battuta si vedono solo se si sale sull'ultimo gradino, e da lì la radura si legge come architettura.
La fotografia più difficile e più bella è quella del Cunicolo con Dragone. Il serpentone di rami di quercia e ulivo, lungo ventotto metri, si infila nell'apertura ogivale di argilla fossile del VI secolo avanti Cristo: in un solo fotogramma entrano l'idraulica falisca e la scultura del 2021. Serve tempo di posa lungo, un appoggio e la pazienza di aspettare che nessuno passi.
Un consiglio tecnico e uno etico. Tecnico: il tufo umido e il muschio mandano tutto sul verde, quindi conviene fissare il bilanciamento del bianco invece di lasciarlo automatico. Etico: non si sale sulle opere per fotografarle e non si sposta niente. Sono fatte di rami piegati a fresco e di terra dilavabile, e un appoggio sbagliato costa una riparazione a chi le mantiene.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo pezzo di forra comincia molto prima del museo. La Grotta del Toro, 7,40 metri per 5,50, è indicata come antico riparo stagionale di popolazioni nomadi di cacciatori raccoglitori del paleolitico: una datazione presentata come probabile, non come acquisita. Segue la Cappella votiva falisca, datata dal museo all'età del Bronzo, XIV secolo avanti Cristo. Nel VI secolo avanti Cristo i Falisci scavano nell'argilla fossile il Cunicolo, parte di un sistema di raccolta delle acque: gli stessi che a pochi chilometri costruiscono Falerii e il santuario di Monte Li Santi presso Narce.
Poi un salto di venticinque secoli. Nel 1955 vengono realizzate le sette Terrazze con muri a secco di tufo, opera di bonifica nel quadro della riforma agraria del 1950: l'ultimo tentativo serio di coltivare questa forra.
Nel settembre 1995 Anne Demijttenaere e Costantino Morosin firmano il documento programmatico del progetto, e nello stesso anno viene realizzata Impronta, l'incisione del corpo dell'autrice sul tufo, primo intervento nel bosco. Nel 1996 il museo viene inaugurato: dello stesso anno sono il Trono, la Fonte viva, il Cuore, il Trono dell'acqua, la Pietra di Fonte, la Stanza naturale e la Testa piatta di Morosin, e Amore e Baccio di Demijttenaere. Nel 1997 arriva l'accreditamento dell'assessorato alla Cultura della Regione Lazio e l'ingresso nel sistema museale tematico storico-artistico regionale; dello stesso anno è il Televisore. Nel 1998 vengono costruiti i trentasette gradini della Scalinata.
Fra il 2010 e il 2015 il museo ottiene per tre edizioni consecutive, 2010-2011, 2012-2013 e 2014-2015, la menzione del Premio del Paesaggio del Consiglio d'Europa. Nel 2014 è presente alla Biennale di Architettura di Venezia, nel 2015 alla Biennale d'Arte, nell'ambito delle attività ministeriali. Nel 2017 gli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Roma realizzano il Trono di Sisifo su idea di An Liran. Nel 2019 Jonas Clementoni costruisce il Teatro nuovo e il museo viene proposto per la candidatura a Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. Nel 2020 nascono il Drago Muro e la Stanza dei giganti. Il 2021 è l'anno della campagna più intensa: Ballo, Occhio!, Convegno, L'Onda, Abbraccio, Acquario con pesci, Rospo, Coccodrillo, Dragone, Campana, Acrobata, Ritratto di Costantino e la manutenzione del Teatro di Pan.
Chi è passato da Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
I primi a passare di qui non hanno lasciato un nome: i cacciatori raccoglitori che usarono la Grotta del Toro come riparo stagionale, e i Falisci che nel XIV secolo avanti Cristo scavarono la cappella votiva e nel VI secolo il cunicolo idraulico. Poi contadini, carbonai e braccianti, fino ai muratori che nel 1955 alzarono le sette terrazze a secco.
Dei contemporanei, i due nomi fondativi sono Anne Demijttenaere, autrice della maggior parte delle opere e fondatrice del museo, e Costantino Morosin, nato in Veneto nel 1950, diplomato in scenografia all'Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1975, autore dei documentari antropologici premiati alla conferenza Habitat di Vancouver nel 1976, fondatore nel 1980 di un settimanale culturale romano e dal 2002 impegnato nei SIGNA, opere territoriali su tracciati GPS. A loro si è aggiunto Jonas Clementoni, artista, musicista e guida del museo.
Il percorso conserva poi le firme di chi ha lavorato qui negli anni: Pino Genovese con Cacciatori di teste del 2006; Giancarlo Savino con Madrenaturalmente del 2006 e con una scultura in tufo del 2005; Ada Impallara con Memoria del 2005; Francesco Narduzzi con Fogliarsi del 2006; Isabella Nurigiani con il masso sospeso del 2007; Oriana Impei con Corsaletti per alberi del 2007, Linfa vitale del 2010 e la Treccia della solidarietà del 2015; Francesca Checchi e Maria Pia Picozza con Sospensione del 2015; Andriani Kalogridi e Zainab Asaad con Madre Terra del 2016; An Liran, che ha ideato il Trono di Sisifo realizzato dagli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Roma nel 2017; Simone Bomarsi, coautore del Drago Muro del 2020; C. Balaban, che nel 1998 ha eseguito la Scalinata.
Infine sono passati di qui, e continuano a passare, circa cinquemila studenti l'anno, dalla scuola dell'infanzia all'università. Nella storia di un museo d'arte contemporanea è un numero che pesa più di molte firme celebri: significa che questo bosco è stato, per intere generazioni scolastiche del Lazio, il primo posto in cui l'arte non era appesa a una parete.

Domande veloci su Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Dove si trova Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
In località Colle, 01030 Calcata (VT), nella forra della Valle del Treja, sotto il borgo di Calcata Vecchia, a una quarantina di minuti di auto dal Grande Raccordo Anulare di Roma.
Quanto costa il biglietto di Opera Bosco
L'ingresso costa 10,00 euro nella formula della tessera associativa annuale, 5,00 euro dai 6 ai 18 anni ed è gratuito sotto i 6 anni.
Quali sono gli orari di Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Domeniche e giorni festivi dalle 11.00 al tramonto, da marzo a giugno e da settembre a dicembre. Nei giorni feriali e nei mesi di luglio e agosto si entra su prenotazione.
Opera Bosco è aperto d'inverno
No. A gennaio e febbraio il museo resta chiuso. Da marzo riprende il calendario ordinario.
Serve prenotare per visitare Opera Bosco
Nelle domeniche e nei festivi della stagione di apertura no. Serve invece per i giorni feriali, per luglio e agosto, per i gruppi, per le scolaresche e per i laboratori didattici.
Come si prenota una visita a Opera Bosco
Telefonando allo 0761 588048, scrivendo su WhatsApp al 328 2769123 oppure inviando un messaggio a operabosco@operabosco.eu.
Quanto dura la visita a Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Il tempo di percorrenza indicato dal museo è di circa un'ora. Con una visita guidata e qualche sosta fotografica conviene calcolare un'ora e mezza.
Quante opere ci sono a Opera Bosco
Il percorso comprende una quarantina di installazioni, alle quali si aggiungono gli elementi preesistenti valorizzati dal museo, come la cappella votiva falisca, la grotta del Toro, il cunicolo e le terrazze agricole.
Di che materiali sono fatte le opere di Opera Bosco
Esclusivamente di materiali naturali grezzi del bosco: tufo, travertino, peperino, sassi del fiume, argilla fossile, rami e polloni di ulivo, orniello, quercia, castagno, nocciolo, prugnolo ed erica, oltre alle terre colorate come la terra rossa di Ercolano e la terra bianca di Meudon.
Perché le opere di Opera Bosco si decompongono
Perché sono fatte di materia viva o deperibile ed esposte alle intemperie. Il museo assume la decomposizione come contenuto del progetto e documenta con tecniche digitali le opere di vita più breve.
Chi ha fondato Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
L'artista Anne Demijttenaere, in collaborazione con Costantino Morosin. Il documento programmatico porta la data del settembre 1995 e l'inaugurazione è del 1996.
Opera Bosco è un museo pubblico o privato
È nato per iniziativa privata degli artisti che l'hanno fondato ed è accreditato dal 1997 presso l'assessorato alla Cultura della Regione Lazio e inserito nella rete dei musei regionali del Lazio.
Opera Bosco è accessibile in sedia a rotelle
No. Il percorso si svolge su terreno naturale con un dislivello di circa 200 metri in discesa e 150 in risalita, con gradini nel tufo e tratti sconnessi.
Che scarpe servono per Opera Bosco
Scarpe chiuse con suola scolpita. Il museo consiglia scarpe comode; dopo la pioggia il tufo bagnato diventa scivoloso e i sandali sono da escludere.
Opera Bosco è adatto ai bambini
Sì, con qualche cautela. Le opere sono figurative e riconoscibili e in gran parte si possono toccare, ma il dislivello e il fondo sconnesso escludono il passeggino: sotto i quattro anni serve uno zaino porta-bimbo.
Si possono fare fotografie a Opera Bosco
Sì. Non si sale sulle opere e non si spostano gli elementi: sono strutture di rami piegati a fresco e superfici trattate con terre dilavabili.
Ci sono servizi igienici e un punto ristoro a Opera Bosco
Il museo è un percorso nel bosco e non offre i servizi di un museo urbano. Bar, ristoranti e servizi si trovano nel borgo di Calcata Vecchia, a pochi minuti a piedi.
Come si arriva a Opera Bosco con i mezzi pubblici
Con la ferrovia Roma Nord da piazzale Flaminio fino a Saxa Rubra e poi con la corsa Cotral per Calcata, in poco più di un'ora. Le corse sono poche, soprattutto nei festivi: gli orari vanno verificati sul sito del vettore regionale prima di partire.
Dove si parcheggia per visitare Opera Bosco
Nel parcheggio davanti a Calcata Vecchia, che è chiusa al traffico. Nelle domeniche di primavera si riempie già a metà mattina.
Si possono portare i cani a Opera Bosco
Il museo è dentro un'area naturale protetta e il percorso attraversa installazioni fragili: le condizioni per l'ingresso degli animali vanno concordate al momento della prenotazione.
Che differenza c'è fra Opera Bosco e il Parco dei Mostri di Bomarzo
Bomarzo è un giardino manierista della metà del Cinquecento con colossi scolpiti nel peperino, opere permanenti e monumentali. Opera Bosco è un museo di arte contemporanea in cui le opere sono fatte di materiali naturali deperibili e cambiano di stagione in stagione.
Opera Bosco fa laboratori per le scuole
Sì. Il museo svolge attività di educazione artistica ambientale con studenti di ogni ordine e grado nella formula della visita-seminario, con una partecipazione annua dichiarata di circa cinquemila alunni.
Ci sono concerti e spettacoli a Opera Bosco
Sì. Il museo dispone di tre anfiteatri all'aperto, fra cui il Teatro di Pan con cento posti ricavati nella terra battuta, il Piccolo Teatro d'inverno e il Teatro nuovo del 2019, e programma stagionalmente concerti e spettacoli.
Che riconoscimenti ha ottenuto Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
La menzione del Premio del Paesaggio del Consiglio d'Europa per le edizioni 2010-2011, 2012-2013 e 2014-2015, la presenza alla Biennale di Architettura di Venezia del 2014 e alla Biennale d'Arte del 2015 nell'ambito delle attività ministeriali, e nel 2019 la proposta di candidatura a Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO.
Qual è il periodo migliore per visitare Opera Bosco
Settembre e ottobre per chi viene la prima volta, per temperature e luce. Marzo e novembre per chi vuole leggere la struttura delle opere con il bosco spoglio.
Si può visitare Opera Bosco insieme al borgo di Calcata
Sì, ed è il modo giusto di organizzare la giornata: due ore per il borgo e un'ora e mezza per il museo, con il parcheggio in comune.
Che cos'è la Valle del Treja
Un parco naturale regionale istituito il 22 settembre 1982, esteso su circa 800 ettari nei comuni di Calcata e Mazzano Romano, gestito da un consorzio fra i due comuni, con ventisei percorsi a piedi e le Cascate di Monte Gelato come punto più noto.

Perché torno sempre volentieri a Opera Bosco Museo di Arte nella Natura
Accompagno gruppi nel Lazio da abbastanza anni da aver visto nascere e morire parecchi parchi d'arte contemporanea, e quasi tutti sono morti per lo stesso motivo: avevano bisogno di manutenzione industriale per restare identici a se stessi. Opera Bosco ha risolto il problema rovesciandolo. Qui la manutenzione è un atto artistico, il degrado è previsto dal progetto, e la data che si aggiunge accanto a quella originaria, come nella Stanza dei ragni o nel Teatro di Pan, non è la confessione di un cedimento: è una nuova firma.
Se devo scegliere un solo motivo per cui vale la strada, non è il numero delle opere e non sono i riconoscimenti europei. È il momento in cui, a metà percorso, si arriva davanti al cunicolo falisco del VI secolo avanti Cristo con il Dragone di rami che ci si infila dentro, e diventa evidente che l'arte fatta con i materiali del posto in questa forra non è cominciata nel 1995. È cominciata tremila anni fa e non si è mai interrotta. Vai nel tardo pomeriggio, con scarpe serie, senza fretta e possibilmente con una guida che ti spieghi cosa hai davanti. E prenditi la tessera: la seconda visita, in un'altra stagione, vale quanto la prima.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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