Ferento (VT)
L'area archeologica di Ferento occupa il pianoro di Pianicara, otto chilometri a nord-est di Viterbo, lungo la strada provinciale Teverina in direzione di Bagnoregio: al chilometro sette si gira a destra dove un cartello blu indica Ferento, e non a sinistra verso la zona industriale di Acquarossa, poi si prosegue per circa un chilometro fino allo spiazzo di sosta, ampio e gratuito. Il sito e la chiesa medievale sono gestiti dall'associazione ArcheoTuscia, che tiene aperto tutti i giorni tranne il lunedì: in primavera e in estate dal martedì al venerdì dalle 15:00 alle 18:30 e il sabato e la domenica dalle 10:30 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:30; in autunno e in inverno dal martedì al venerdì dalle 14:00 alle 16:30 e il fine settimana dalle 10:30 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 16:30. La visita va prenotata: i riferimenti indicati dall'associazione sono 328.7750233 (anche WhatsApp) e 335.434366, oppure la casella archeotuscia@gmail.com. Fra il 5 luglio e il 20 agosto circa gli orari cambiano perché il teatro romano ospita la stagione teatrale estiva, e senza telefonata rischiate di trovare i cancelli chiusi per prove. Il costo del biglietto non compare nella pagina dell'ente gestore: chiedetelo al momento della prenotazione. Chi arriva senza auto ha due autobus dal capolinea di Viterbo, la corsa Cotral verso Bagnoregio e il bus giallo della Francigena verso Grotte Santo Stefano: entrambe le fermate lasciano a un chilometro dall'ingresso, l'ultimo tratto si fa a piedi su strada asfaltata senza marciapiede. In alternativa il servizio taxi di Viterbo lavora ventiquattro ore su ventiquattro allo 0761-1876.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Poche righe per capire dove state andando. Ferento non è un parco a tema archeologico con pannelli luminosi e bookshop: è una città romana morta ammazzata nel 1172, rimasta sotto l'erba per otto secoli e riemersa solo in parte. Si cammina sul basolato originale, si entra dentro un teatro che funziona ancora, si guardano le vasche delle terme senza vetri di protezione. Chi arriva qui dopo aver girato la Tuscia fra Tuscania, Tarquinia e Vulci trova il pezzo mancante: il momento in cui l'Etruria smette di essere etrusca e diventa provincia romana, e poi il momento in cui una città medievale viene cancellata dalla vicina più forte.

Come arrivare a Ferento (VT) da Viterbo, in auto e in autobus
La strada giusta è una sola e la sbagliano in molti. Dalla circonvallazione di Viterbo si prende la Teverina, la provinciale che sale verso la valle del Tevere e verso Bagnoregio. Dopo sette chilometri di curve larghe fra campi di grano e vigne compare il cartello turistico marrone e, poco oltre, l'indicazione blu per Ferento sulla destra. A sinistra, quasi di fronte, un altro cartello porta ad Acquarossa: quella è la zona industriale che ha preso il nome dalla sorgente ferruginosa, non il sito etrusco. Chi svolta di là si ritrova fra capannoni e deve tornare indietro.
In auto: tempi reali e parcheggio
Da Porta Fiorentina a Viterbo si arriva in quindici minuti scarsi. Dal Grande Raccordo Anulare di Roma servono un'ora e dieci buoni passando per la Cassia bis e poi per la Cassia, un po' di più se si scende dalla superstrada Orte-Viterbo. Il parcheggio è uno sterrato ampio davanti al cancello, senza sbarre e senza custode: d'estate cercate l'ombra di un albero, perché sul pianoro il sole batte forte e non c'è un metro di riparo lungo il percorso di visita. Il fondo regge bene anche dopo la pioggia.
Con il trasporto pubblico e in taxi
Le due linee utili partono da Viterbo: la corsa Cotral verso Bagnoregio e il bus giallo della via Francigena verso Grotte Santo Stefano. Nessuna delle due entra nell'area archeologica: si scende sulla provinciale e si percorre l'ultimo chilometro a piedi, in salita leggera, su asfalto stretto e senza marciapiede. Con i bambini piccoli o con il caldo di luglio è un tratto scomodo, e va messo in conto anche al ritorno. Le corse sono poche e concentrate nelle ore scolastiche: prima di affidarvi all'autobus controllate l'orario del giorno, altrimenti il taxi di Viterbo resta la soluzione più rapida.
Il percorso a piedi dall'ingresso
Dal cancello al teatro si cammina cinque minuti su un sentiero in terra battuta, con qualche gradino di pietra e tratti erbosi. Scarpe chiuse, sempre: fra i blocchi del basolato l'erba nasconde buche, e in primavera le vipere prendono il sole sui muri a secco. Il percorso completo, teatro compreso, misura poco più di un chilometro fra andata e ritorno.
Orari, prenotazione e biglietti dell'area archeologica di Ferento (VT)
Ferento non ha la biglietteria automatica di un museo statale. Apre quando i volontari dell'associazione ArcheoTuscia sono sul posto, e per questo la prenotazione è indicata come obbligatoria. La telefonata serve a voi più che a loro: consente di sapere se quel pomeriggio il teatro è occupato dal montaggio del palco, se la chiesa medievale è visitabile, se c'è qualcuno che vi accompagna fra le terme raccontandovele.
Gli orari stagionali
Nella stagione calda l'apertura pomeridiana va dalle 15:00 alle 18:30 dal martedì al venerdì, mentre il sabato e la domenica si aggiunge la fascia del mattino dalle 10:30 alle 13:00. Nella stagione fredda il pomeriggio si accorcia, dalle 14:00 alle 16:30, con la stessa apertura mattutina nel fine settimana. Il lunedì è sempre giorno di chiusura. Fra il 5 luglio e il 20 agosto circa il calendario si piega alle esigenze degli spettacoli serali e va verificato caso per caso.
La chiesa di Santa Maria della Salute
La chiesa medievale, poco distante dall'area degli scavi, ha un orario proprio: dal mercoledì al sabato dalle 10:00 alle 12:30 e la domenica dal pomeriggio, dalle 16:00 alle 18:30. I riferimenti telefonici indicati per questa visita sono 328.8417497 e 339.2716872. Vale la deviazione: è l'unico edificio del territorio ferentano rimasto in piedi e in uso dopo la catastrofe del 1172.
Quanto tempo serve davvero
Un'ora e mezza per il giro completo con calma, due ore se qualcuno vi racconta le cose. Chi si limita al teatro se la cava in quaranta minuti, ma perde la parte più interessante, che è il tessuto urbano: il decumano, le botteghe, le terme. Il mio consiglio è di arrivare all'apertura pomeridiana e restare fino a chiusura, quando la luce radente disegna i solchi dei carri sul basolato.
Che cosa si vede oggi a Ferento (VT)
Il dato che sorprende tutti, arrivati sul posto, è la sproporzione fra quello che c'è e quello che si vede. La città antica occupava l'intero pianoro di Pianicara. La porzione scavata e visitabile è una striscia lungo la strada principale, con il teatro a un capo e le terme dall'altro. Il foro non è stato riportato alla luce e sulla sua area insiste un'azienda agricola. L'anfiteatro, che pure esiste, si riconosce solo dall'alto. Altre zone sono state indagate e poi ricoperte, secondo una prassi conservativa che protegge le strutture ma toglie spettacolo al visitatore.
Questo significa che a Ferento si visita un campione, non una città intera. Il campione però è di prima qualità: un tratto di strada urbana romana con il suo lastricato originale, un isolato commerciale porticato, un impianto termale leggibile ambiente per ambiente e un teatro che ha conservato la scena e le arcate. Pochi siti dell'Etruria meridionale offrono tutte e quattro le cose insieme.
Il decumano massimo di Ferento (VT) e le botteghe romane
Si comincia dalla strada, che è il modo giusto di leggere qualunque città romana. Il decumano massimo di Ferento corre da est a ovest e taglia longitudinalmente tutta la collina: era l'asse portante dell'abitato, la spina cui si agganciavano i cardini trasversali secondo l'impianto ortogonale che i Romani applicavano ai municipi di nuova sistemazione.
Il basolato di lava
La pavimentazione è fatta di blocchi poligonali di lava estratti dal fianco meridionale del pianoro. È un dettaglio che dice molto sull'economia locale: la pietra non veniva da lontano, si cavava sotto casa. Camminandoci sopra si riconoscono i solchi lasciati dalle ruote dei carri, più profondi verso il centro della carreggiata. Le pietre sono lucide dove il passaggio le ha consumate e ruvide dove il traffico non arrivava. Guardatele con il sole basso: la superficie racconta secoli di traffico meglio di qualunque pannello.
Le tabernae e il portico colonnato
Sul lato del decumano si allineano le tabernae, le botteghe, datate agli anni fra il 50 e il 60 dopo Cristo. Davanti correva un largo portico colonnato sul quale si affacciava un grande isolato destinato ad attività commerciali. Tradotto: qui c'era il centro degli affari di Ferento, con i clienti al riparo dal sole e dalla pioggia e le merci esposte sul fronte strada. La sequenza degli ambienti si legge ancora, uno dopo l'altro, con le soglie e gli stipiti al loro posto. È la parte del sito che rende meglio l'idea di una città viva, molto più del teatro.
La domus con l'atrio
Affacciata sul decumano si conserva anche una residenza con ampio cortile centrale e portico, databile in età tardo-repubblicana, fra il 133 e il 31 avanti Cristo, con rifacimenti di età giulio-claudia. Una casa signorile piantata sulla strada principale, accanto alle botteghe: la mescolanza fra abitare e commerciare che caratterizza i centri minori romani, dove il notabile locale viveva sopra o accanto ai propri affitti.
La cisterna e l'acquedotto
Accanto al teatro si apre una cisterna pubblica a tre navate, e questo apre il capitolo dell'acqua, che a Ferento è il vero problema tecnico. Il pianoro è alto e asciutto. Per alimentare terme, fontane e case fu costruito un acquedotto di cui è stato ricostruito il tracciato per circa tre chilometri, dalla località Piscin di Polvere fino al margine della città romana. Una città che non ha sorgenti in casa non regge senza un acquedotto: la potenza di Ferento comincia da quel condotto, non dai marmi del teatro.

Il teatro romano di Ferento (VT), il monumento che ha resistito a tutto
Il teatro è la ragione per cui il nome di Ferento circola ancora. Non perché sia il più grande dell'Etruria, che non lo è, ma perché è arrivato fino a noi con la struttura leggibile e con la funzione intatta: duemila anni dopo, d'estate, ci si va ancora a vedere spettacoli seduti dove sedevano i ferentani.
Le due fasi costruttive
L'edificio nasce nei primi decenni dell'età augustea, fra il 31 e l'11 avanti Cristo, quando Ferento è un municipio in ascesa e investe nel proprio decoro pubblico. Una seconda fase, fra il 150 e il 170 dopo Cristo, lo ingrandisce e lo ammoderna. Altri lavori si collocano in età severiana, fra il 196 e il 204. Tre cantieri in due secoli e mezzo: il teatro racconta la parabola economica della città meglio di qualunque epigrafe.
La cavea, le gradinate e le ventisette arcate
La cavea poteva accogliere circa 3.400 spettatori ed è in parte ricavata dal pendio naturale della collina, secondo la soluzione più economica e più antica, quella che i Greci avevano insegnato a tutto il Mediterraneo. La parte alta invece poggia su sostruzioni: sul fronte esterno corrono ventisette arcate, che oggi sono l'immagine più riconoscibile del sito. Contatele, quando ci arrivate davanti: sono la misura esatta dell'ambizione di una città che oggi non esiste più.
Il frontescena, le nove Muse e il Pothos
La scena era decorata da un apparato statuario di livello notevole per un centro di questa taglia: le nove Muse, cioè Melpomene, Talia, Erato, Euterpe, Clio, Tersicore, Urania, Calliope e Polimnia, e una copia del Pothos, la personificazione del desiderio scolpita da Skopas nel quarto secolo avanti Cristo. Un frontescena con la serie completa delle Muse più una citazione colta dalla scultura greca non è arredo casuale: è un programma, la dichiarazione che a Ferento il teatro si prendeva sul serio. Gli originali sono oggi al Museo nazionale etrusco della Rocca Albornoz a Viterbo, insieme a una piccola ricostruzione in legno del teatro che aiuta a capire il volume perduto della scena.
Il teatro nel Medioevo: la torre e le botteghe
Quando la città romana si contrae, il teatro non viene abbandonato: viene riusato. Nella fase medievale, dentro la struttura antica sorge una torre di guardia, e sotto le arcate trovano posto botteghe artigiane. È il destino comune dei grandi contenitori antichi in Italia, da Lucca a Arles: l'anfiteatro o il teatro diventano quartiere, fortezza, magazzino. A Ferento questo riuso ha avuto un effetto collaterale prezioso, perché ha tenuto in piedi i muri che altrove sono stati smontati per farne calce.
Le terme romane di Ferento (VT), ambiente per ambiente
A est del teatro si apre il complesso termale, costruito nei primi decenni del primo secolo dopo Cristo e più volte modificato in seguito. È la parte del sito che apprezzo di più, perché consente di ricostruire un percorso completo senza sforzo di immaginazione.
I tre accessi e la natatio
L'impianto si apriva sul decumano con tre ingressi distinti. Superata la soglia si trovava una grande piscina scoperta, la natatio, circondata da un portico: lo spazio dove si passava il tempo prima e dopo il bagno caldo, il vero centro sociale della giornata romana.
Gli spogliatoi con i mosaici in bianco e nero
Due ambienti gemelli pavimentati a mosaico in bianco e nero sono interpretati come spogliatoi, gli apodyteria. I mosaici sono ancora al loro posto, all'aperto, protetti solo dal cielo: una condizione rara e fragile. Non calpestateli e non passateci sopra la borsa: il tessellato in bianco e nero è materiale del primo secolo, e ogni scarpone lo consuma un poco.
Frigidarium, tepidarium, caldarium
Segue la sequenza canonica. Il frigidarium con le vasche quadrangolari per l'acqua fredda, il tepidarium come camera intermedia, il caldarium con l'abside dove il calore si concentrava. Il percorso termale romano non era un bagno: era un rituale a temperature crescenti e poi decrescenti, con la sudorazione, la raschiatura della pelle con lo strigile e infine l'immersione fredda. Camminare in fila per quegli ambienti nell'ordine giusto è il modo migliore di capirlo.
Il settore femminile e le fornaci
L'area riservata alle donne occupava il settore orientale dell'impianto, mentre gli apparati di riscaldamento erano concentrati nel settore sud-orientale. Due informazioni che valgono un capitolo di storia sociale: le terme erano frequentate da entrambi i sessi, con spazi separati, e il calore veniva prodotto da fornaci servite da personale schiavile che lavorava in ambienti che nessun bagnante vedeva mai.
L'anfiteatro di Ferento (VT), il monumento che non si vede
Nel settore nord-orientale del pianoro esiste un anfiteatro di forma ellittica, in parte ricavato dal pendio roccioso della collina con una tecnica costruttiva confrontabile con quella degli anfiteatri di Pompei e di Telesia. La datazione proposta lo colloca in età tardo-repubblicana, fra il secondo e il primo secolo avanti Cristo, il che ne farebbe uno degli anfiteatri più antichi conosciuti. Fu distrutto in età claudia, fra il 41 e il 54 dopo Cristo, o al più tardi nei primi anni del regno di Nerone.
Oggi la sua ellisse si riconosce quasi soltanto nelle fotografie aeree, come una cicatrice chiara nel campo. Dal terreno si intuisce un avvallamento e poco altro. Vale comunque la pena guardare in quella direzione e sapere che cosa c'è sotto: un edificio da spettacolo più vecchio del Colosseo di tre generazioni, demolito quando la città era ancora in piena salute. Il perché di quella demolizione precoce resta una delle domande aperte del sito.
Il quartiere medievale e la chiesa di Santa Maria della Salute
Sopra la città romana se ne è depositata una seconda, più piccola e più povera, che è quella distrutta nel 1172. Dopo il crollo demografico del sesto e settimo secolo la popolazione superstite si ritira a ovest dell'abitato antico e si fortifica dentro recinzioni murarie che circoscrivono un'area di circa trentamila metri quadrati. È una Ferento ridotta a villaggio fortificato, che vive di agricoltura e di transito.
Poi, fra undicesimo e dodicesimo secolo, l'abitato riprende fiato e si allarga a est del teatro, dentro una nuova cinta che arriva a delimitare circa settantamila metri quadrati. Più che raddoppiata in due secoli: la Ferento che i viterbesi decidono di cancellare non è un rudere, è un comune in crescita, con una torre nel teatro e le botteghe sotto le arcate. Questo è il punto che di solito sfugge, e senza il quale la vicenda del 1172 diventa incomprensibile.
La chiesa di Santa Maria della Salute, poco fuori dall'area degli scavi e visitabile con orario proprio, è il residuo vivo di quel mondo. Ci si arriva in pochi minuti e si entra in uno spazio semplice, di pietra locale, che nessuno ha monumentalizzato. Chi ha già visto le pievi di Tuscania riconoscerà la stessa grammatica costruttiva della Tuscia romanica, con materiali di reimpiego prelevati dalle rovine antiche.

La storia di Ferento (VT), dagli Etruschi al municipio romano
Ferento in latino si chiamava Ferentium, e la sua vicenda comincia prima di Roma. Il pianoro di Pianicara viene occupato quando la vicina città etrusca di Acquarossa scompare, intorno al 550-500 avanti Cristo: gli abitanti si spostano, secondo la ricostruzione corrente, sull'altura che diventerà Ferento.
Il primo documento: il 123 avanti Cristo
La prima menzione scritta arriva dal Liber coloniarum e da un passo dei Gromatici veteres, testi di agrimensura che si riferiscono al 123 avanti Cristo, in relazione alla deduzione di una colonia o forse alla spartizione di terreni demaniali. Un ingresso nella storia poco eroico e molto romano: catasto, confini, misurazioni. Dopo la guerra sociale, nel primo secolo avanti Cristo, la città diventa municipium e viene ascritta alla tribù Stellatina.
La civitas splendidissima
Il momento migliore è la prima età imperiale, e in particolare l'epoca giulio-claudia, fra il 14 e il 68 dopo Cristo. In quegli anni si costruiscono il teatro, il foro non ancora scavato, le terme, l'anfiteatro, una fontana contornata di statue e l'augusteo, il luogo del culto imperiale. Il secolo successivo prosegue la stagione buona, tanto che un'epigrafe marmorea rinvenuta nei pressi della città la definisce civitas splendidissima. Non è retorica municipale: gli edifici che vedete corrispondono a quella definizione.
Di che cosa viveva Ferento
Di traffici, prima di tutto. La città era la cerniera fra la costa tirrenica e la valle del Tevere, e il collegamento con la via Cassia era assicurato dalla via Publica Ferentiensis, di cui si conservano tratti di basolato. Poi di agricoltura e allevamento sui campi grassi intorno al pianoro. Poi di pietra: il tufo e il peperino si estraevano e si lavoravano in loco. Infine di ferro, facile da reperire in quantità e in affioramento superficiale su gran parte del territorio circostante, con una tradizione metallurgica che il nome stesso della zona, con le sue acque rosse di ferro, continua a ricordare.
I ferentani illustri: Otone e Flavia Domitilla
Una città di provincia che dà a Roma un imperatore e una madre di imperatori merita rispetto. Marco Salvio Otone, la cui famiglia era ferentana, fu imperatore per pochi mesi nel 69, l'anno dei quattro imperatori: prese il potere in gennaio dopo l'assassinio di Galba e si uccise in aprile dopo la sconfitta di Bedriaco, con un gesto che perfino Tacito, che non lo amava, giudicò dignitoso.
Flavia Domitilla Maggiore, moglie di Vespasiano e madre di Tito e Domiziano, era anch'essa legata a Ferento. Vuol dire che la dinastia flavia, quella del Colosseo, ha una radice in questo pianoro fra i campi di grano. Fermatevi un momento davanti alle arcate del teatro e fate il conto: la donna che ha messo al mondo i due imperatori del Colosseo veniva da qui.
Il cristianesimo e la diocesi di Ferento
Dal terzo secolo le notizie si diradano, ma non spariscono. Il Liber pontificalis lascia intendere che in città si praticasse il culto di sant'Eutizio, morto nei pressi di Soriano nel Cimino durante le persecuzioni dell'imperatore Aureliano nel 269. La città torna a essere citata nel quarto secolo all'epoca di Costantino, e ancora sotto i papi Silvestro, fra il 314 e il 355, e Damaso, fra il 366 e il 384, nei Tituli constituti.
Fino alla metà del settimo secolo Ferento è sede vescovile. La tradizione indica come primo vescovo san Dionisio, nel terzo secolo, mentre le notizie sicure riguardano Massimino nel 487, Bonifacio fra il 519 e il 530 circa, Redento fra il 567 e il 568, Marziano fra il 595 e il 601 e Bonito nel 649. La distinzione fra i due gruppi di nomi non è pedanteria: il primo appartiene alla tradizione, gli altri alla documentazione.
Guerra gotica, Longobardi e la lenta discesa
Nel sesto e settimo secolo la guerra gotica e poi lo scontro fra Bizantini e Longobardi non risparmiano Ferento, come non risparmiano quasi nessun centro dell'Etruria meridionale. La popolazione cala, l'abitato si rimpicciolisce e si fortifica. Nel settimo secolo la sede vescovile viene trasferita da Ferento a Bomarzo, che occupava una posizione migliore per controllare la valle del Tevere: chi oggi va a vedere il Parco dei Mostri raramente sa che quel paese ereditò il vescovo di Ferento.
I Longobardi, nel riassetto dei confini della Tuscia, spezzano il territorio ferentano fra tre diocesi diverse: Bagnoregio, Bomarzo e Tuscania. Nel 740 il re longobardo Liutprando lascia Ferento e si sposta in Umbria, dove nei pressi della Cascata delle Marmore fonda un borgo cui dà il nome di Ferentillo, in ricordo della città lasciata. Il toponimo umbro è dunque un figlio di questo pianoro.
Nel 787-788 Carlo Magno consegna Ferento a papa Adriano I, a seguito della Promissio donationis di Pipino il Breve del 744. Nel 940 la città risulta inserita in una circoscrizione amministrativa chiamata Comitato ferentensis. Degli anni successivi, undicesimo e dodicesimo secolo, si sa poco, ma alcuni documenti fanno pensare che Ferento si fosse organizzata come comune autonomo e stesse riprendendo peso economico. Era esattamente il momento sbagliato per crescere accanto a Viterbo.
La distruzione di Ferento (VT): come si cancella una città
Questa è la parte che nessuno dimentica, ed è anche quella dove bisogna andare piano, perché le cronache che la raccontano sono viterbesi, quindi scritte dai vincitori, e si contraddicono nei dettagli.
Il 1169 e la porta Sonsa
L'innesco è un episodio del 1169. Secondo una versione i ferentani avevano chiesto aiuto a Viterbo nella lotta contro Nepi; secondo un'altra era Viterbo ad aver chiesto aiuto a Ferento. Mentre l'esercito viterbese attendeva gli alleati sui Monti Cimini, i ferentani arrivarono davanti alle mura di Viterbo, si fecero aprire la porta Sonsa e misero la città a sacco. La popolazione terrorizzata si rifugiò nella chiesa di Santa Cristina; l'arciprete, saputo dell'accaduto, partì a cavallo verso i soldati viterbesi, che tornarono indietro di corsa e raggiunsero i ferentani già in ritirata.
La Carnaiola
Lo scontro fu una carneficina che non risparmiò nessuno, e il luogo prese il nome di Carnajola, il carnaio. Una leggenda vuole che da quel giorno le acque del fosso sottostante depositino sul fondo una scia rossa, il sangue dei ferentani caduti. La spiegazione vera è meno teatrale e più coerente con la geologia locale: quelle acque sono cariche di materiale ferroso, che tinge le rocce di rossastro. È la stessa ragione per cui il sito etrusco vicino si chiama Acquarossa. La leggenda però resiste da otto secoli, e conviene conoscerla per apprezzare quanto una comunità sappia trasformare la chimica in memoria.
Esiste una seconda versione dei fatti, tramandata a Grotte Santo Stefano, secondo la quale i viterbesi usarono il pretesto della guerra contro Nepi semplicemente per far uscire l'esercito ferentano allo scoperto, e poi lo massacrarono nello stesso luogo. Le due narrazioni condividono il finale e cambiano il colpevole: la prima assolve Viterbo, la seconda la accusa di premeditazione. Non esiste una controversione ferentana scritta, per la ragione più semplice del mondo: chi l'avrebbe potuta scrivere fu ucciso.
Il 1170 e la sottomissione del 1171
Nel 1170 Viterbo attaccò Ferento, la saccheggiò e la diede alle fiamme. Indebolita, la città fu costretta a giurare sottomissione nel 1171. Alla fine dello stesso anno la popolazione si rivoltò.
La notte del 1 gennaio 1172
La reazione fu definitiva. Con l'aiuto della vicina Celleno e con il pretesto dell'eresia, la notte del primo gennaio 1172 l'esercito viterbese attaccò a sorpresa la città addormentata, uccise uomini, donne, vecchi e bambini, e finito il massacro appiccò il fuoco. Non un assedio, non una battaglia: un'incursione notturna in pieno inverno contro una popolazione che dormiva, condotta nella notte in cui si festeggia l'inizio dell'anno.
I superstiti furono pochi e di due tipi. Alcune famiglie nobili vennero risparmiate e concentrate a Viterbo nella zona di San Faustino, dove furono tenute sotto controllo. Altri ferentani si salvarono perché erano fuori città a guardare le greggi, come si faceva nelle notti d'inverno quando gli attacchi dei lupi erano frequenti: si allontanarono verso la valle del Tevere e trovarono riparo in alcune grotte di origine etrusca, dove si stabilirono definitivamente. Da quelle grotte nasce il paese di Grotte Santo Stefano, che ancora oggi considera la propria origine in quella notte.
La palma e il leone
Il simbolo di Ferento era una palma, quello di Viterbo un leone. Per rendere pubblico l'annientamento della rivale, i viterbesi aggiunsero la palma al leone. Lo stemma comunale di Viterbo è ancora oggi un leone accollato a una palma: chi passa sotto il palazzo comunale, magari nei giorni della Macchina di Santa Rosa, guarda senza saperlo il certificato di morte di Ferento.
Il divieto di ricostruire
Il capitolo più impressionante viene dopo. Viterbo era alleata dell'imperatore Federico I detto il Barbarossa dal 1158 e aveva mosso guerra a vari castelli della Tuscia senza il consenso imperiale, tanto da finire messa al bando. Il bando fu tolto nel 1174 e Cristiano, arcivescovo di Magonza, assicurò che Ferento non sarebbe stata riedificata, riassegnando quel territorio al contado di Viterbo. Nel 1202 i possedimenti delle due chiese più ricche di Ferento, San Bonifacio e San Gemini, passarono alle chiese viterbesi di Santo Stefano e San Matteo in Sonza.
Poi arrivarono gli statuti comunali. Quelli del 1237-38 e del 1251-52 prevedevano sanzioni gravissime per chiunque avesse tentato di ripopolare Ferento, vietando persino ogni tipo di coltivazione; lo statuto del 1251-52 arrivava a ordinare la distruzione totale del teatro e di tutto quanto vi era intorno, ordine che per fortuna non fu eseguito. Fra quattordicesimo e quindicesimo secolo le rovine servirono da accampamento agli eserciti di passaggio, e quando papa Martino V incaricò Cristoforo d'Andrea di Siena di riedificare e ripopolare il sito, i viterbesi riuscirono di nuovo a impedirlo. Trecento anni di veto su un pianoro vuoto: poche città italiane hanno avuto un nemico così tenace.
Acquarossa, la città etrusca accanto a Ferento (VT)
A pochi chilometri dal pianoro, di fronte all'area romana, si trova il sito di Acquarossa, che porta il nome della sorgente ferruginosa della zona. Fu un insediamento etrusco sorto intorno alla metà del settimo secolo avanti Cristo e distrutto fra il 550 e il 500 avanti Cristo, per un terremoto o per mano di città nemiche.
Che cosa hanno trovato gli archeologi svedesi
Le indagini furono condotte dall'Istituto svedese di studi classici a Roma a partire dal 1966, e agli scavi partecipò il re Gustavo VI Adolfo di Svezia, sovrano e archeologo per passione autentica, che dedicò a questa campagna anni di lavoro sul campo. Il risultato ha cambiato la storia dell'architettura etrusca: ad Acquarossa sono venute alla luce case di forma prevalentemente quadrangolare, composte in genere da tre stanze allineate, con o senza portico antistante, costruite in tufo e legno.
Il punto è questo. Delle città etrusche conoscevamo soprattutto le necropoli, cioè le tombe, perché erano scavate nella roccia e sono sopravvissute; le case, fatte di materiali deperibili, erano quasi sempre svanite. Acquarossa restituisce l'abitato: le piante delle case, i tetti, le decorazioni. Chi visita le necropoli monumentali di Tarquinia vede come gli Etruschi seppellivano i morti; qui si capisce come vivevano i vivi. È un rovesciamento raro, e vale la pena tenerlo a mente quando si passa davanti al cartello di Acquarossa lungo la Teverina.
Il legame con Ferento
La ricostruzione più accreditata collega direttamente i due siti: dopo la fine di Acquarossa, i suoi abitanti si sarebbero trasferiti sull'altura di Pianicara, dando origine al centro che i Romani avrebbero poi chiamato Ferentium. Una continuità di popolamento lunga venticinque secoli, interrotta una sola volta, in una notte di gennaio del 1172.
Gli scavi di Ferento (VT), da Rossi Danielli all'Università della Tuscia
La riscoperta di Ferento è opera di più generazioni, e conoscerne le tappe cambia il modo di guardare il sito.
Il 1906 e la Società Archeologica Pro-Ferento
Le prime indagini sistematiche sul colle di Pianicara si devono a Luigi Rossi Danielli e alla Società Archeologica Pro-Ferento, fondata nel 1906. Erano tempi in cui l'archeologia locale nasceva da associazioni di cittadini che mettevano insieme fondi e braccia: la stessa formula che oggi, con l'associazione che tiene aperto il cancello, permette di visitare il sito.
1925-1928: escono le Muse
Fra il 1925 e il 1928 la Soprintendenza alle antichità di Roma completò la messa in luce del teatro. Da quelle campagne provengono le nove Muse e il Pothos, l'arredo statuario oggi conservato al Museo nazionale etrusco della Rocca Albornoz a Viterbo. Sono gli anni in cui il teatro assume l'aspetto che ha oggi e comincia a essere considerato un monumento visitabile.
Dal dopoguerra a oggi
Fra il 1957 e il 1960 si susseguirono scavi discontinui. La svolta arriva con la campagna decennale dell'Università della Tuscia di Viterbo, dal 1994 al 2004, che ha restituito il tessuto urbano: il decumano, le tabernae, la domus, le terme, la cisterna, il tracciato dell'acquedotto. Buona parte di quello che si vede camminando lungo la strada antica è frutto di quei dieci anni di lavoro. Molte altre aree indagate sono state ricoperte per proteggerle, e il foro non è mai stato scavato: sopra la sua area si trova un'azienda agricola.
Il teatro romano di Ferento (VT) d'estate: gli spettacoli
Fra luglio e agosto il teatro torna a fare il teatro. La stagione estiva occupa il monumento all'incirca dal 5 luglio al 20 agosto, e in quel periodo gli orari di visita dell'area archeologica cambiano di conseguenza, perché il palco, le luci e le prove hanno la precedenza. Il programma della rassegna viene pubblicato ogni anno dagli organizzatori e cambia di edizione in edizione: prosa, musica, danza, con qualche titolo classico che nella cavea antica funziona meglio che altrove.
Il mio consiglio da professionista è semplice: se potete scegliere, venite per uno spettacolo serale e tornate un altro giorno per la visita diurna. Sono due esperienze diverse e nessuna sostituisce l'altra. Di sera, con il buio alle spalle della scena e i grilli nei campi intorno, il volume della cavea si percepisce fisicamente; di giorno si leggono le pietre. Portate un cuscino o una copertina: le gradinate sono pietra e dopo un'ora si fanno sentire, e una felpa, perché sul pianoro dopo il tramonto la temperatura scende anche a Ferragosto.
Il Museo nazionale etrusco Rocca Albornoz e le statue di Ferento (VT)
La visita a Ferento resta monca senza una tappa a Viterbo, alla Rocca Albornoz, dove sono conservati i reperti più significativi del sito: le statue in marmo del frontescena, con i personaggi della tragedia e della commedia greco-romana, e la piccola ricostruzione lignea del teatro. Vedere prima le statue e poi il luogo vuoto da cui provengono, o viceversa, cambia la percezione di entrambi. Orari e biglietti del museo vanno verificati sul sito del museo stesso prima di partire, perché la programmazione delle sedi statali cambia con le stagioni.
Ferento (VT) con i bambini e con chi cammina poco
Ferento funziona benissimo con i ragazzini, a patto di prenderli per il verso giusto. Il teatro consente di salire sulle gradinate e di provare l'acustica dal centro dell'orchestra: fate declamare loro qualcosa e lasciate che scoprano da soli come la voce si propaga. Le terme sono un gioco di percorso: freddo, tiepido, caldo, e la domanda su chi accendeva il fuoco. Il basolato con i solchi dei carri è la prova concreta che qui passavano veicoli veri.
Sul fronte accessibilità va detto con onestà che il terreno è naturale, con erba, terra battuta, gradini di pietra e pendenze. Chi si muove in sedia a rotelle o con un passeggino incontra difficoltà reali su buona parte del percorso; chi ha problemi di deambulazione dovrebbe telefonare in anticipo per farsi indicare il tratto praticabile. Non ci sono bar né distributori sul posto: acqua, cappello e crema solare vanno portati da casa. I servizi igienici, quando disponibili, dipendono dall'apertura: chiedete al momento della prenotazione.
Cosa vedere intorno a Ferento (VT) in giornata
Il pianoro di Ferento è un ottimo punto di partenza per la Tuscia settentrionale, e la giornata si costruisce da sola. A un quarto d'ora c'è Viterbo con il quartiere medievale di San Pellegrino e il Palazzo dei Papi, e a due passi dalla città le piscine Carletti, acqua termale libera e gratuita che dopo una mattinata sulle pietre calde è la conclusione perfetta. A Bagnaia si visita Villa Lante, con il giardino all'italiana e i giochi d'acqua cinquecenteschi. Verso sud si arriva al lago di Vico e a Palazzo Farnese a Caprarola, la residenza pentagonale del Vignola.
Verso nord ci sono il lago di Bolsena e Civita di Bagnoregio sul suo sperone di tufo; verso est Celleno, il borgo fantasma che nel 1172 marciò contro Ferento, e il Parco dei Mostri di Bomarzo. Chi vuole restare sul tema archeologico ha Tuscania, Tarquinia con le tombe dipinte e Vulci con il ponte del Diavolo. Un consiglio pratico: non mettetene più di due nella stessa giornata. La Tuscia si percorre su strade provinciali strette, i tempi di percorrenza reali sono sempre superiori a quelli previsti dal navigatore, e la fretta rovina i posti belli.
Chi preferisce farsi accompagnare da un professionista, per un gruppo, per un'azienda o per una famiglia, può rivolgersi alla rete di accompagnatori turistici autorizzati di TourLeaderPro, che lavora su Roma e sul Lazio e costruisce itinerari su misura anche per i siti minori come questo. Per i gruppi organizzati, dalle associazioni culturali alle scolaresche, esiste una sezione dedicata all'organizzazione dei viaggi di gruppo in Italia, che risolve i problemi veri di una giornata come questa: il pullman, i tempi, la guida, il pranzo. Chi accompagna ospiti stranieri troverà utili le guide in inglese di ItalyPlanner dedicate al Lazio e la pagina sulle gite di un giorno in Italia, che spiegano bene distanze e collegamenti a chi arriva da fuori.

Una curiosità su Ferento (VT)
La curiosità più bella di Ferento non è dentro il sito: è sullo stemma del Comune di Viterbo. Un leone che tiene una palma. Il leone è Viterbo, la palma è Ferento. Quando i viterbesi rasero al suolo la città rivale nel 1172, non si accontentarono di distruggerla: se ne appropriarono simbolicamente, inglobando l'emblema della vittima nel proprio. È una pratica araldica che nel Medioevo italiano ha pochi paralleli così espliciti, perché di norma il vinto scompare e basta, mentre qui il vincitore ha voluto portarselo addosso in eterno.
Ci sono due modi di leggerla. Il primo è brutale: la palma è un trofeo, come le teste che i Galli appendevano alla sella. Il secondo è più sottile e riguarda il diritto: incorporando lo stemma di Ferento, Viterbo dichiarava di aver ereditato il territorio e con esso i diritti e la dignità civica del centro distrutto. Quel gesto araldico era in sostanza un titolo di proprietà valido davanti a tutti, imperatore compreso, in un'epoca in cui il possesso si affermava con i simboli quanto con le armi.
La conseguenza è quasi comica. La città che nel 1251 mise per statuto l'obbligo di demolire il teatro di Ferento è la stessa che oggi porta sulle bandiere il simbolo di Ferento, ospita nel proprio museo le statue di Ferento e vende il biglietto degli spettacoli nel teatro di Ferento. Otto secoli e mezzo dopo, il vinto e il vincitore convivono sotto la stessa insegna: guardate lo stemma sul palazzo comunale di Viterbo prima o dopo la visita, ha un sapore diverso.
Una cosa che non ti dice nessuno su Ferento (VT)
Che si visita una minoranza del sito, e che la parte più importante della città non è mai stata scavata. Il foro, cioè la piazza pubblica, il luogo dove si amministrava la giustizia, si votava, si commerciava e si esibivano le epigrafi ufficiali, giace sotto i campi di un'azienda agricola. Il centro politico di Ferento, insomma, non lo ha visto nessuno da secoli.
Lo stesso vale per l'anfiteatro: esiste, è probabilmente uno degli edifici da spettacolo più antichi del Lazio, e dal terreno non si distingue quasi nulla. Molte aree indagate durante le campagne universitarie sono state deliberatamente ricoperte, perché una struttura riseppellita si conserva meglio di una struttura esposta alle gelate, alle radici e ai turisti. È una scelta scientificamente corretta e visivamente frustrante, che va spiegata al visitatore prima che si chieda perché il campo accanto sia solo un campo.
La seconda informazione poco nota riguarda chi tiene aperto il cancello. Ferento non ha un custode statale in servizio permanente: è un'associazione di volontari, ArcheoTuscia, a garantire le aperture, le visite e la manutenzione ordinaria. Vuol dire che l'orario dichiarato dipende dalle persone disponibili quel pomeriggio, che la prenotazione non è una formalità burocratica ma il modo con cui l'associazione organizza i turni, e che presentarsi senza avvisare significa mettere in conto un viaggio a vuoto. Chiamate. Costa trenta secondi e trasforma la visita.
Il consiglio che ti do per visitare Ferento (VT)
Andateci nel tardo pomeriggio di un giorno feriale, fra aprile e giugno o a settembre, con la prenotazione fatta il giorno prima. Le ragioni sono tre e sono tutte pratiche.
La prima è la luce. Il basolato del decumano, i mosaici degli spogliatoi e le arcate del teatro rendono al massimo con il sole basso, che scava i rilievi e restituisce i solchi dei carri; a mezzogiorno la stessa superficie appare piatta e slavata. La seconda è la temperatura: sul pianoro non c'è ombra, e a luglio il tratto fra le terme e il teatro diventa una piastra rovente. La terza è il silenzio, che qui è parte del monumento e nel fine settimana si assottiglia.
Aggiungo tre accortezze operative. Scarpe chiuse con suola scolpita, sempre, anche in agosto: fra il basolato cresce l'erba e le pietre si muovono. Acqua da casa, perché sul posto non ci sono distributori. E un ordine di visita preciso: entrate, ignorate l'istinto che vi spinge subito al teatro e cominciate dal decumano e dalle terme, lasciando il teatro per ultimo. Non è una regoletta pignola, è drammaturgia: se vedete prima il monumento maggiore, tutto il resto vi sembrerà un contorno; se lo tenete alla fine, arrivate alle ventisette arcate avendo capito la città che quel teatro serviva. La differenza fra la visita mediocre e quella riuscita, a Ferento, è tutta in questo ordine.
Un'ultima cosa: se viaggiate con qualcuno che si annoia davanti alle rovine, chiedete all'associazione di raccontarvi il 1172 sul posto, davanti al teatro. Ho visto adolescenti restii alzare la testa dal telefono a metà del racconto e non riabbassarla più.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che la famiglia di un imperatore romano veniva da qui. Marco Salvio Otone, imperatore nel 69, l'anno dei quattro imperatori, era di famiglia ferentana: prese il potere in gennaio, dopo l'uccisione di Galba, e si tolse la vita in aprile dopo la sconfitta di Bedriaco contro Vitellio, scegliendo di morire per evitare che la guerra civile proseguisse a spese dei suoi soldati. Anche gli storici antichi che disprezzavano la sua vita giudicarono degna la sua fine.
E c'è di più, perché a Ferento era legata anche Flavia Domitilla Maggiore, moglie di Vespasiano e madre di Tito e di Domiziano. La donna che ha dato alla dinastia flavia i suoi due imperatori, quelli che hanno costruito e inaugurato il Colosseo, apparteneva a questo pianoro fra i campi di grano a otto chilometri da Viterbo.
Il fatto è noto ai manuali, viene ripetuto in ogni scheda su Ferento, e tuttavia nessuno ne trae la conseguenza che conta: nel primo secolo dopo Cristo questo non era un paese di provincia sperduto, ma un centro capace di esprimere una classe dirigente in grado di arrivare al vertice dell'impero. Il teatro da 3.400 posti, l'anfiteatro, le terme e l'augusteo non sono una vanteria fuori scala: sono esattamente l'infrastruttura che ci si aspetta da una città con famiglie di quel rango. Quando camminate sul decumano, tenetelo presente. Non state visitando le rovine di un villaggio, ma quelle di una città che ha fatto la storia di Roma per interposta persona.
La foto giusta da fare a Ferento (VT)
La fotografia che tutti scattano è il teatro visto dal centro dell'orchestra, con le gradinate che riempiono l'inquadratura. Funziona, ed è giusto farla. Ma la fotografia che racconta Ferento è un'altra, e va cercata sul fronte esterno del teatro, dove corrono le ventisette arcate.
Mettetevi in fondo alla fila di arcate, di taglio, non frontalmente. L'obiettivo grandangolare o il telefono in modalità panoramica catturano la sequenza che si allontana in prospettiva, con le ombre che si alternano ai vuoti. Il momento giusto è l'ora precedente al tramonto, quando la luce entra radente dentro i fornici e li accende uno dopo l'altro. Se il cielo è bianco rinunciate: la pietra vulcanica di Ferento ha bisogno di luce calda, con il cielo coperto diventa grigio piatto e la fotografia muore.
La seconda inquadratura che consiglio è a terra e non se la fila nessuno: il basolato del decumano ripreso a un metro d'altezza, con i solchi dei carri che scappano verso il fondo e le terme sfocate sullo sfondo. Serve una fonte di luce laterale e un po' di pazienza per aspettare che il sole scenda. È la fotografia che spiega meglio di ogni didascalia che qui c'era una strada vera, con il traffico vero.
Terza opzione, per chi viene di sera allo spettacolo: la cavea piena vista dall'alto, con le luci di scena accese e il buio della campagna intorno. Tenete l'esposizione bassa per non bruciare i fari e includete una porzione di cielo. Ultima raccomandazione, che è una questione di rispetto oltre che di risultato: durante gli spettacoli il flash è vietato e disturba gli attori, e sui mosaici delle terme non si sale per avere l'inquadratura migliore. Le tessere sono del primo secolo dopo Cristo, e ogni passo le consuma.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è il trasloco di un popolo. Fra il 550 e il 500 avanti Cristo la città etrusca di Acquarossa finisce, per un terremoto o per un attacco nemico, e i suoi abitanti si spostano sull'altura di Pianicara. Non è un dettaglio erudito: è l'atto di nascita del luogo che state visitando.
Il secondo è del 123 avanti Cristo, quando Ferento entra nella documentazione scritta attraverso il Liber coloniarum e i Gromatici veteres, in relazione alla deduzione di una colonia o alla ripartizione di terreni demaniali. Dopo la guerra sociale, nel primo secolo avanti Cristo, la città diventa municipium e viene iscritta alla tribù Stellatina: da quel momento i ferentani sono cittadini romani a pieno titolo.
Il terzo avvenimento è una stagione intera, quella giulio-claudia, fra il 14 e il 68 dopo Cristo, quando si costruiscono il teatro, le terme, la fontana monumentale con le sue statue e l'augusteo, e la città viene definita civitas splendidissima in un'epigrafe marmorea rinvenuta nei pressi. Dentro questa stagione si colloca un episodio oscuro e affascinante: la demolizione dell'anfiteatro, avvenuta in età claudia o al più tardi agli inizi del regno di Nerone, su un edificio che aveva appena un secolo e mezzo di vita.
Il quarto è l'anno 69, quando Marco Salvio Otone, di famiglia ferentana, cinge la porpora imperiale per tre mesi. Il quinto è il trasferimento della sede vescovile da Ferento a Bomarzo nel settimo secolo, dopo le devastazioni della guerra gotica e delle guerre fra Bizantini e Longobardi: la città perde il proprio vescovo, e con lui il rango.
Il sesto è del 740, quando il re longobardo Liutprando lascia Ferento e in Umbria, presso la Cascata delle Marmore, fonda un borgo cui dà il nome di Ferentillo, in memoria della città abbandonata. Il settimo è del 787-788, quando Carlo Magno consegna Ferento a papa Adriano I.
L'ottavo, e il più violento, è la sequenza fra il 1169 e il 1172: il sacco di Viterbo da parte dei ferentani entrati per la porta Sonsa, la carneficina della Carnajola, l'incendio del 1170, la sottomissione giurata nel 1171, la rivolta e infine l'attacco notturno del primo gennaio 1172, condotto insieme ai cellenesi, che cancella la città e la sua popolazione. Il nono è del 1174, quando l'arcivescovo di Magonza Cristiano sancisce che Ferento non sarà riedificata. Il decimo attraversa i secoli: gli statuti viterbesi del 1237-38 e del 1251-52, che puniscono chiunque tenti di ripopolare il sito e ordinano addirittura la demolizione del teatro, e il tentativo fallito di papa Martino V di far riedificare la città per mano di Cristoforo d'Andrea di Siena.
L'undicesimo avvenimento è del Novecento e ha il segno opposto: il 1906, con la nascita della Società Archeologica Pro-Ferento di Luigi Rossi Danielli, e poi le campagne del 1925-1928 che riportano alla luce il teatro e le statue delle Muse. Il dodicesimo, infine, è il decennio 1994-2004 dell'Università della Tuscia, che restituisce il decumano, le botteghe, la domus e le terme. Ottocentotrenta anni dopo l'incendio, Ferento è tornata visibile.
Chi è passato da Ferento (VT)
Il personaggio più illustre nato da questa terra è Marco Salvio Otone, imperatore nel 69. Con lui va nominata Flavia Domitilla Maggiore, moglie di Vespasiano e madre di Tito e Domiziano, anch'essa legata a Ferento: due nomi che collegano questo pianoro alla stanza dei bottoni dell'impero in una stagione decisiva, quella che porta dalla fine dei Giulio-Claudi alla dinastia flavia.
Fra i vescovi documentati passarono di qui Massimino nel 487, Bonifacio intorno al 519-530, Redento fra il 567 e il 568, Marziano fra il 595 e il 601 e Bonito nel 649; la tradizione, che è cosa diversa dalla documentazione, indica come primo vescovo san Dionisio nel terzo secolo. Il culto di sant'Eutizio, martire morto nei pressi di Soriano nel Cimino durante le persecuzioni di Aureliano nel 269, era praticato in città secondo quanto lascia intendere il Liber pontificalis.
Nel 740 passò da qui il re longobardo Liutprando, che lasciò Ferento per l'Umbria e battezzò Ferentillo il borgo fondato presso le Marmore. Nel 787-788 la città entrò nei patti fra Carlo Magno e papa Adriano I. Nel 1174 fu l'arcivescovo di Magonza Cristiano, uomo di Federico Barbarossa, a mettere il sigillo sulla condanna definitiva del sito. Nel Quattrocento papa Martino V incaricò Cristoforo d'Andrea di Siena di riedificare e ripopolare Ferento, e il progetto fu bloccato dall'ostinazione viterbese.
Il visitatore più singolare, però, appartiene al Novecento ed è un re. Gustavo VI Adolfo di Svezia, il sovrano archeologo, dedicò anni al lavoro sul campo nel comprensorio, partecipando alle campagne dell'Istituto svedese di studi classici a Roma ad Acquarossa, il sito etrusco che sorgeva di fronte a Ferento. Un capo di Stato europeo con la cazzuola in mano su un pianoro della Tuscia non è un'immagine che si dimentica, e spiega perché la storia degli scavi qui abbia un accento scandinavo. Prima di lui, agli inizi del secolo, era stato Luigi Rossi Danielli a cominciare; dopo di lui, dal 1994 al 2004, sono stati gli archeologi dell'Università della Tuscia a completare il quadro urbano.
Domande veloci su Ferento (VT)
Dove si trova esattamente Ferento (VT)?
Sul pianoro di Pianicara, otto chilometri a nord-est di Viterbo, lungo la strada provinciale Teverina in direzione di Bagnoregio: al chilometro sette si svolta a destra seguendo il cartello blu e si prosegue per circa un chilometro.
Quanto costa il biglietto per l'area archeologica di Ferento?
Il costo non compare nella pagina dell'associazione che gestisce il sito: va chiesto al momento della prenotazione telefonica, insieme alla conferma dell'apertura.
Serve prenotare la visita a Ferento?
Sì. L'ente gestore indica la prenotazione come obbligatoria, ai numeri 328.7750233, anche via WhatsApp, e 335.434366, oppure via posta elettronica all'indirizzo archeotuscia@gmail.com.
Quali sono gli orari di apertura di Ferento (VT)?
In primavera e in estate dal martedì al venerdì dalle 15:00 alle 18:30, il sabato e la domenica dalle 10:30 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:30. In autunno e in inverno dal martedì al venerdì dalle 14:00 alle 16:30, nel fine settimana dalle 10:30 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 16:30.
Quando è chiuso?
Il lunedì. Inoltre, fra il 5 luglio e il 20 agosto circa, gli orari variano per la stagione teatrale estiva: in quel periodo la telefonata preventiva è indispensabile.
Quanto dura la visita di Ferento (VT)?
Un'ora e mezza con calma, due ore se qualcuno vi accompagna e racconta. Chi guarda solo il teatro se la cava in quaranta minuti, ma si perde il decumano e le terme, che sono la parte più istruttiva.
Come si arriva a Ferento con i mezzi pubblici?
Da Viterbo con la corsa Cotral verso Bagnoregio o con il bus giallo della Francigena verso Grotte Santo Stefano. Entrambe le fermate distano circa un chilometro dall'ingresso, da percorrere a piedi su strada senza marciapiede. Il servizio taxi di Viterbo è attivo ventiquattro ore su ventiquattro allo 0761-1876.
C'è il parcheggio?
Sì, ampio e in prossimità del sito. È uno sterrato senza sbarre: d'estate conviene cercare l'ombra.
Si possono fare fotografie a Ferento?
Nell'area archeologica sì, senza problemi. Durante gli spettacoli serali il flash è vietato. Sui mosaici delle terme non si cammina, e non ci si sale per inquadrare meglio.
Ferento è accessibile in sedia a rotelle?
Il percorso corre su terreno naturale, con erba, terra battuta, gradini di pietra e pendenze: l'accessibilità è limitata. Chi ha esigenze particolari faccia presente la cosa in fase di prenotazione, per farsi indicare i tratti praticabili.
Ferento (VT) è adatto ai bambini?
Molto, se si usa il teatro come laboratorio di acustica e le terme come percorso a tappe. Servono scarpe chiuse, acqua e cappello, perché lungo il tragitto non c'è ombra.
Che differenza c'è fra Ferento e Acquarossa?
Acquarossa è il sito etrusco, attivo dalla metà del settimo secolo avanti Cristo e distrutto fra il 550 e il 500 avanti Cristo, indagato dall'Istituto svedese di studi classici a Roma dal 1966. Ferento è la città che ne raccoglie l'eredità sul pianoro di fronte e diventa municipio romano. Attenzione al cartello lungo la Teverina: l'indicazione per Acquarossa che si incontra prima della svolta porta alla zona industriale omonima.
Si può entrare nel teatro romano di Ferento?
Sì, il teatro fa parte del percorso di visita e d'estate ospita gli spettacoli. Nei giorni di allestimento del palco l'accesso può essere limitato: un'altra ragione per telefonare prima.
Quanti spettatori conteneva il teatro di Ferento?
La cavea poteva accogliere circa 3.400 persone. Sul fronte esterno corrono ventisette arcate.
Dove sono finite le statue trovate a Ferento?
Al Museo nazionale etrusco della Rocca Albornoz di Viterbo, dove sono conservate le sculture del frontescena, fra cui le nove Muse e il Pothos, insieme a una piccola ricostruzione lignea del teatro.
Perché Ferento è stata distrutta?
Per il controllo del territorio fra Viterbo e Ferento, in un conflitto che matura fra il 1169 e il 1172. L'attacco decisivo, portato con il pretesto dell'eresia, avvenne nella notte del primo gennaio 1172 e non lasciò in piedi la città.
Perché lo stemma di Viterbo ha una palma?
Perché la palma era il simbolo di Ferento e i viterbesi la aggiunsero al proprio leone dopo la distruzione della città rivale, per rendere manifesta la conquista.
Si vede l'anfiteatro?
Quasi no. L'ellisse si distingue soprattutto nelle fotografie aeree, nel settore nord-orientale del pianoro. L'edificio, di età tardo-repubblicana, fu demolito già in età claudia o all'inizio del regno di Nerone.
Quando si tengono gli spettacoli al teatro di Ferento?
La stagione estiva occupa il monumento all'incirca dal 5 luglio al 20 agosto. Il programma cambia ogni anno e viene diffuso dagli organizzatori nelle settimane precedenti.
C'è un bar o un punto ristoro dentro l'area archeologica?
No. Acqua e viveri vanno portati da casa; per mangiare ci si appoggia alle strutture della zona lungo la Teverina o si rientra a Viterbo.
Qual è il periodo migliore per visitare Ferento (VT)?
Aprile, maggio, giugno e settembre, nel tardo pomeriggio di un giorno feriale. In pieno luglio e in agosto il pianoro è rovente e privo di ombra, mentre d'inverno le aperture pomeridiane si accorciano.
Si può visitare anche la chiesa di Santa Maria della Salute?
Sì, con un orario proprio: dal mercoledì al sabato dalle 10:00 alle 12:30 e la domenica dalle 16:00 alle 18:30, con riferimenti telefonici 328.8417497 e 339.2716872.
Ferento si può abbinare ad altre visite in giornata?
Sì, ma non più di due mete: Viterbo con il quartiere di San Pellegrino e le piscine Carletti, oppure Villa Lante a Bagnaia, oppure Civita di Bagnoregio. Le provinciali della Tuscia sono strette e i tempi reali superano sempre le previsioni del navigatore.
Un'ultima parola da chi accompagna gruppi da vent'anni. Ferento non regala niente al visitatore distratto: chi arriva, fotografa le arcate e riparte in venti minuti se ne va convinto di aver visto quattro pietre. Chi invece cammina lentamente lungo il decumano, entra nelle botteghe, guarda i mosaici degli spogliatoi e solo alla fine si siede sulle gradinate, esce con la cosa più rara che un sito archeologico possa dare: la sensazione fisica di una città che c'era e non c'è più, e di una notte precisa in cui è finita. Prenotate, andateci con la luce giusta e prendetevi due ore. Poi passate a Viterbo, guardate il leone con la palma sul palazzo comunale, e capirete di aver visitato l'altra metà della storia.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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