Riserva di Monterano (RM)

La Riserva Naturale Regionale di Monterano occupa 1.085 ettari nel territorio del comune di Canale Monterano, in provincia di Roma, una cinquantina di chilometri a nord della capitale, fra i Monti della Tolfa e il versante occidentale dei Monti Sabatini. L'ente gestore è il Comune di Canale Monterano, con sede in Piazza Tubingen 1; il recapito telefonico dell'area protetta è 06 9962724, il numero per le emergenze 334 110 64 34, la casella di posta riservamonterano@regione.lazio.it. L'accesso ai sentieri è libero e non prevede biglietto. Il punto di partenza di tutti e tre gli itinerari segnalati dall'ente è l'area di sosta della Diosilla, poco più di un chilometro dal centro di Canale Monterano lungo la strada che scende verso il fosso; in auto si arriva da Roma per la Cassia Veientana e la Braccianese, con i mezzi pubblici si scende alla stazione di Manziana-Canale Monterano sulla linea FL3 e si prosegue con l'autobus Cotral. Lungo i percorsi non esistono fontanili potabili né punti di ristoro: l'acqua si porta da casa, e in estate non basta mezzo litro a testa.

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Chi cerca l'antica città in rovina e il paese moderno trova due guide dedicate: quella sull'abitato abbandonato di Monterano e quella sul comune di Canale Monterano. Qui il soggetto è un altro: il territorio protetto, la sua geologia, i suoi sentieri, la sua flora e la sua fauna.

Riserva di Monterano
Riserva di Monterano

Che cos'è la Riserva di Monterano (RM) e perché è stata istituita

La riserva nasce con la legge regionale n. 79 del 2 dicembre 1988, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio il 23 dicembre dello stesso anno. Il perimetro originario proteggeva circa 900 ettari. Cinque anni dopo, la legge regionale n. 62 del 15 novembre 1993, dedicata alla tutela delle zone umide, ne ha ampliato i confini fino alla superficie attuale, che il portale regionale delle aree protette indica in 1.085 ettari.

All'origine l'area rientrava in una categoria oggi superata, quella delle riserve dette parziali: una formula che segnalava la volontà di tutelare alcuni valori specifici del territorio più che l'intero sistema ambientale. La classificazione è cambiata, la sostanza è rimasta. La Riserva di Monterano protegge insieme cose che di solito si trovano separate: un tratto di fiume appenninico che scorre in forra, un campo solfatarico ancora attivo, una necropoli etrusca, i ruderi di una città barocca e un mosaico di boschi e pascoli che ospita 142 specie di vertebrati censite.

Il territorio dell'area protetta fa parte del più ampio comprensorio morfologico tolfetano-cerite-manziate e ricade nel Sito di Interesse Comunitario IT6030001, denominato Fiume Mignone medio corso. Non è un dettaglio burocratico: significa che le forre fluviali tufacee e le formazioni riparie che vedete camminando lungo il Bicione sono habitat riconosciuti a livello europeo, e che la loro conservazione risponde a obblighi che vanno oltre la buona volontà del comune.

Il confine segue il corso del Mignone dalla località Sassone, in territorio di Canale Monterano, fino alla piattaforma tufacea su cui sorge il borgo di Rota, nel comune di Tolfa. In mezzo ci sono valloni profondi, pianori a pascolo, boschi di cerro e un dislivello complessivo modesto: si passa dai 163 metri del fondovalle ai 340 dei crinali. Nessuna montagna, dunque. Eppure il paesaggio ha una durezza che sorprende chi arriva pensando alla campagna romana addomesticata.

La mia opinione, dopo averla percorsa in tutte le stagioni: la Riserva di Monterano è l'area protetta del Lazio settentrionale che rende di più rispetto alla fatica richiesta. Tre ore di cammino facile restituiscono un vulcano spento, un fiume in forra, una cascata, una solfatara e una città morta. Poche riserve italiane concentrano tanto in così poco spazio.

Dove si trova la Riserva di Monterano (RM) e come arrivarci

Canale Monterano è uno dei comuni dell'estremo nord della città metropolitana di Roma, a ridosso del confine con la provincia di Viterbo. La posizione spiega perché ci si arrivi indifferentemente da tre direzioni, tutte per strade consolari o per le loro derivazioni provinciali.

In auto da Roma alla Riserva di Monterano (RM)

Da Roma nord si esce dal Grande Raccordo Anulare sulla SS 2 bis Cassia Veientana, si prosegue fino a Cesano e poi verso Osteria Nuova in direzione Bracciano. Da lì la SP 493 Braccianese porta a Manziana e quindi a Canale Monterano. È il percorso più breve e il più scorrevole nei giorni feriali; nei fine settimana estivi il tratto attorno al lago di Bracciano si intasa, e conviene partire presto.

Da Roma ovest e dal litorale si prende la SS 1 Aurelia oppure l'autostrada verso Civitavecchia, si esce a Cerveteri e si sale verso Bracciano e Manziana. Il percorso è più lungo di una decina di chilometri ma evita del tutto la Cassia.

Da Viterbo si scende lungo la Cassia e, superata Vetralla, si può deviare verso Vejano oppure imboccare a Capranica la strada per Oriolo Romano, il paese della celebre faggeta. Dalla cittadina degli Altieri le indicazioni per Canale Monterano sono continue.

Da Civitavecchia esistono due varianti, entrambe panoramiche. La prima sale ad Allumiere e a Tolfa e poi scende su Canale Monterano attraversando il cuore dei Monti della Tolfa. La seconda costeggia il mare fino a Santa Severa, prosegue per Furbara e imbocca la strada del Sasso verso Manziana. La prima è più bella, la seconda più veloce.

Con i mezzi pubblici alla Riserva di Monterano (RM)

La ferrovia è la linea regionale FL3 Roma Ostiense-Cesano-Viterbo, quella che gli abitanti chiamano ancora Roma-Capranica-Viterbo. La fermata utile è Manziana-Canale Monterano, servita in giornata feriale da un treno all'ora per direzione. La stazione non è in paese: serve entrambi i comuni e dista alcuni chilometri dai due centri abitati, collegati da autobus Cotral e Seatour. Chi arriva in treno deve mettere in conto una coincidenza e verificare gli orari del bus prima di partire, perché nel pomeriggio le corse si diradano.

Dal centro di Canale Monterano all'area di sosta della Diosilla la scheda ufficiale dell'itinerario indica circa 1,3 chilometri lungo la strada segnalata. Si percorrono a piedi in un quarto d'ora scarso, in discesa all'andata e in salita al ritorno: un dettaglio da ricordare a fine giornata, quando le gambe hanno già lavorato.

Dove parcheggiare per la Riserva di Monterano (RM)

L'area di sosta della Diosilla è il riferimento indicato dall'ente per tutti e tre gli itinerari ufficiali. Nei fine settimana di primavera si riempie presto, e il consiglio pratico è arrivare entro le nove del mattino. Chi trova pieno lascia l'auto nel centro di Canale Monterano e scende a piedi: si perde mezz'ora complessiva fra andata e ritorno, ma si evita di parcheggiare in modo creativo lungo una strada stretta dove passano anche i mezzi agricoli.

La geologia della Riserva di Monterano (RM)

Chi guarda il paesaggio della riserva vede due mondi che si toccano. Da una parte colline morbide, arrotondate, coperte di pascolo. Dall'altra pareti verticali giallastre, tagliate a picco sui fossi. La differenza non è casuale ed è la chiave per capire tutto il resto: sotto ci sono rocce diverse.

I flysch tolfetani e i sedimenti marini

La base della successione è marina. Sui sedimenti calcarei si sovrappongono i cosiddetti flysch tolfetani, alternanze di arenarie, marne e argille depositate fra il Cretaceo e il Paleogene, dunque fra novanta e sessanta milioni di anni fa, sul fondo dell'oceano Tetide. Sono strati intensamente fratturati e piegati, spinti e accavallati dai movimenti tettonici che hanno costruito l'Appennino. Dove affiorano, il rilievo è dolce e ondulato: la roccia è tenera, si degrada in fretta, il pascolo la ricopre.

Sopra, fra i cinque e il milione di anni fa, il mare pliocenico e pleistocenico ha lasciato argille azzurre e sabbie, con cristalli di gesso che tradiscono ambienti di acqua salmastra. Queste argille sono il motivo per cui certi tratti di sentiero, dopo la pioggia, diventano una trappola: si impastano sotto le suole e non mollano più.

I tufi e i peperini dei Monti Sabatini

Il settore orientale della riserva è coperto dai prodotti dell'apparato vulcanico sabatino, il sistema di crateri e caldere il cui residuo più evidente oggi è il lago di Bracciano. L'attività esplosiva è cominciata circa 600.000 anni fa e si è esaurita attorno ai 40.000 anni fa. Fra i depositi più riconoscibili ci sono i peperini listati, formatisi circa 700.000 anni fa secondo la scheda regionale, e il tufo rosso a scorie nere, datato fra 490.000 e 430.000 anni fa: una delle unità piroclastiche più diffuse nel Lazio settentrionale, quella che ha dato la pietra da costruzione a mezza Etruria meridionale.

Il tufo si comporta al contrario delle argille. È compatto, tiene la parete verticale, si lascia scavare con attrezzi semplici. Ecco perché gli Etruschi ci hanno scavato tombe, gli abitanti medievali cantine e colombari, e i corsi d'acqua vi hanno inciso gole strette invece di valli aperte.

Le forre della Riserva di Monterano (RM)

La forra è la forma che rende il territorio monteranese diverso da qualunque campagna laziale. Il fiume incide il banco tufaceo, la parete resta in piedi, il fondovalle diventa un corridoio profondo e ombroso largo poche decine di metri. Nella forra del Bicione e in quella del Mignone si verifica il fenomeno dell'inversione termica: salendo dal fondo verso l'alto la temperatura aumenta e l'umidità diminuisce, esattamente il contrario di quello che succede in montagna.

La conseguenza botanica è spettacolare e la vedrete camminando. In basso, al fresco, crescono specie che nel Lazio si trovano di solito a quote ben più alte: carpino bianco, qualche faggio isolato, acero di monte, agrifoglio, nocciolo. In alto, a venti metri di dislivello, comincia la lecceta mediterranea. Un intero piano vegetazionale compresso in una scarpata.

Questa è anche la ragione per cui la Riserva di Monterano si può percorrere d'estate, mentre altre escursioni del Lazio a bassa quota in luglio sono un supplizio. Il fondo della forra resta fresco. Non fresco come una faggeta di montagna, chiaro, ma abbastanza da rendere possibile una camminata di tre ore in una giornata di caldo vero.

Riserva di Monterano
Riserva di Monterano

La solfatara della Riserva di Monterano (RM)

Il campo solfatarico è il pezzo forte dell'area protetta e la ragione per cui la Regione Lazio lo ha censito fra i geositi con la scheda numero 53, intitolata appunto Solfatara di Monterano. La definizione tecnica la dice tutta: manifestazione idrotermale fredda a carattere sulfureo, legata all'attività vulcanica residuale del complesso sabatino.

Tradotto: il vulcano non erutta più da quarantamila anni, ma la camera magmatica profonda continua a scaldare le acque di circolazione, che risalgono cariche di idrogeno solforato e di composti dello zolfo. Le emissioni gassose dalla sorgente sono importanti e si sentono da lontano, con l'odore di uovo marcio che nessuna descrizione riesce a rendere gentile. La portata resta costante tutto l'anno, e questo suggerisce che il circuito idrotermale sia indipendente dalla falda superficiale e dal vicino torrente Bicione: la sorgente non si prosciuga in agosto e non aumenta a novembre.

Il punto in cui l'effetto è più forte è l'incrocio fra il Fosso della Palombara e il Bicione, dove il terreno si sbianca, la vegetazione si dirada e restano croste giallastre, pozze lattiginose e vapori che si alzano nelle mattine fredde. Chi arriva in gennaio all'alba trova un paesaggio che pare di un altro pianeta. Chi arriva a mezzogiorno di luglio trova pietre bianche e cattivo odore. Il momento fa tutta la differenza.

Un avvertimento serio, perché il posto invita a fare sciocchezze: le acque sulfuree non sono terme, non sono balneabili e le croste superficiali possono nascondere fango bollente e cavità. Si guarda dal sentiero, non ci si entra dentro. Gli stessi gas che rendono il luogo interessante sono asfissianti nelle depressioni chiuse.

Le miniere di zolfo della Riserva di Monterano (RM)

Lo zolfo qui non è stato solo un fenomeno geologico: è stato un mestiere. Le gallerie dismesse delle miniere si incontrano lungo l'itinerario che scende dalla Diosilla, e la scheda ufficiale del sentiero le cita esplicitamente fra i punti di interesse. Oggi non si visitano e gli imbocchi non vanno forzati, per un motivo che non è solo di sicurezza: le vecchie gallerie minerarie e le cavità artificiali del territorio ospitano colonie di chirotteri, fra cui il ferro di cavallo maggiore, il miniottero e il vespertilio maggiore. Entrare in una galleria d'inverno significa svegliare animali in letargo che non hanno riserve energetiche per pagare il disturbo.

La coltivazione dello zolfo nel comprensorio tolfetano ha una storia lunga e intrecciata con quella dell'allume, la risorsa che ha reso famosa la vicina Allumiere sotto lo Stato Pontificio. Chi cammina sui pianori trova ancora, con occhio allenato, tracce di piazzali e di scavi. La riserva li conserva come archeologia industriale e come habitat, che è un modo intelligente di tenere insieme due tutele diverse.

La Cascata Diosilla nella Riserva di Monterano (RM)

La cascata della Diosilla è il primo elemento notevole che si incontra scendendo dall'area di sosta omonima, e in pratica è la porta d'ingresso della riserva. L'acqua scende dentro una forra stretta, con un salto che nelle stagioni piovose diventa fragoroso e in agosto si riduce a un velo. Chi la vuole vedere nel pieno della portata deve andarci fra novembre e aprile: è una cascata alimentata da un bacino piccolo, e la magra estiva è la regola.

La Cascata di Diosilla ha anche un merito pratico: è raggiungibile in pochi minuti dal parcheggio, il che la rende la meta giusta per chi ha con sé bambini piccoli, anziani o poco tempo. Non serve fare tutto l'itinerario per vederla.

Attorno al salto d'acqua l'ambiente ripariale è al suo meglio: ontano nero, salici, felci, muschi sulle pareti umide. La roccia bagnata è scivolosa in modo insidioso e ogni anno qualcuno lo scopre nel modo peggiore. Le scarpe da ginnastica lisce, qui, sono una cattiva idea.

Il fiume Mignone e le acque della Riserva di Monterano (RM)

Il Mignone è il fiume che tiene insieme tutto il sistema. Nasce nei Monti Sabatini, attraversa il comprensorio tolfetano e sfocia in Tirreno poco a sud di Civitavecchia; il suo medio corso è quello protetto dal Sito di Interesse Comunitario che coincide in buona parte con la riserva. È un fiume vero, non un fosso: d'inverno gonfia e trascina, d'estate si riduce a pozze collegate.

Gli affluenti dentro l'area protetta hanno nomi che ricorrono in ogni descrizione dei sentieri e conviene impararli, perché sono i riferimenti sul terreno: il torrente Bicione, che scava la forra più bella; il Fosso della Palombara, all'incrocio con il quale si aprono le manifestazioni solfatariche; il Fosso Rafanello, dove si trovano un'area di sosta e sorgenti mineralizzate; il Fosso Lupo; il fosso Lenta, lungo il quale cresce una vegetazione di scarpata che comprende il tamerice (Tamarix gallica), specie insolita a queste quote.

C'è poi un piccolo invaso sul Mignone e ci sono i laghetti della Mercareccia, specchi d'acqua di origine artificiale nati dalle ex cave di tufo e rinaturalizzati negli ultimi decenni. Sono il posto migliore della riserva per l'osservazione degli uccelli acquatici, e la prova che una ferita industriale, lasciata in pace abbastanza a lungo, può diventare un habitat.

Il guado del Mignone compare in due dei tre itinerari ufficiali. Dopo giorni di pioggia può essere impraticabile e non è una formalità: l'acqua fredda e la corrente in un fiume in piena sono un rischio reale. Se il livello è alto, si torna indietro. L'itinerario si rifà, l'incidente no.

I sentieri della Riserva di Monterano (RM)

L'ente segnala tre itinerari, tutti classificati E, cioè escursionistici: nessuna attrezzatura tecnica, nessun passaggio esposto, ma terreno naturale, guadi e tratti scivolosi. Tutti e tre partono dall'area di sosta della Diosilla. Nessuno dei tre dispone di punti acqua, di ristoro o di strutture ricettive lungo il percorso, e nessuno è accessibile alle carrozzine.

Sentiero Diosilla-Monterano

Il più breve e il più visitato: 3,5 chilometri, 80 metri di dislivello in salita e 50 in discesa, due ore e mezza di cammino. Parte dall'area di sosta della Diosilla e arriva all'area archeologica dell'antico abitato di Monterano.

Il tracciato scende dalla cascata dentro la forra, raggiunge le manifestazioni geotermiche e le miniere di zolfo dismesse, poi risale verso la tagliata etrusca detta il Cavone e conduce alle rovine, passando accanto all'acquedotto storico e al convento di San Bonaventura. Due ore e mezza per tre chilometri e mezzo sembrano tante: non lo sono, perché il fondo è irregolare e perché ci si ferma di continuo.

Le prescrizioni ufficiali sono chiare su un punto: dentro l'area archeologica si rispettano i divieti di accesso alle zone pericolanti. Non è una raccomandazione di facciata. Le murature abbandonate da oltre due secoli hanno equilibri precari e i crolli non si annunciano.

Sentiero Valle del Bicione-Bandita

Dieci chilometri, quattro ore e mezza, 200 metri di dislivello in salita e 150 in discesa, quote fra 180 e 310 metri. Segnavia giallo, percorribile a piedi e a cavallo, con aree di sosta lungo il tracciato e nessun punto acqua.

Il percorso attraversa la valle del Bicione toccando quasi subito il geosito con le manifestazioni idrotermali, poi guada il Mignone, tocca le sorgenti mineralizzate lungo il Fosso Rafanello e incontra resti archeologici notevoli, fra cui le pestarole: impianti di età etrusca scavati nella roccia e utilizzati per la pigiatura dell'uva. Vederle è un piccolo colpo di teatro. Su un pianoro apparentemente vuoto compaiono vasche rettangolari con canaletta di scolo, e capite di colpo che duemilacinquecento anni fa lì si faceva vino.

È il mio preferito dei tre. Non ha la concentrazione di meraviglie del Diosilla-Monterano, ma ha il ritmo giusto: pascoli aperti, boschi, il fiume, l'archeologia rurale. E si incontra molta meno gente.

Sentiero Valle Rafanello-Area del Tufo

Undici chilometri, tre ore e mezza, 240 metri di dislivello in salita e 150 in discesa, quote fra 163 e 340 metri. Partenza dall'area di sosta della Diosilla, arrivo al Fontanile della Bandita.

Il tracciato scende alla Diosilla, tocca il sito geotermico, segue la valle del Bicione fino al Mignone e passa poi nella valle del Rafanello, dove si trova un'area di sosta alla confluenza del fosso. Include il sentiero detto Sferracavalli, la necropoli etrusca dell'Ara del Tufo, tratti boscati e sorgenti mineralizzate. Il prolungamento facoltativo raggiunge il Fontanile della Bandita attraverso pascoli arborati.

La necropoli dell'Ara del Tufo merita da sola la camminata. Le camere sepolcrali sono scavate nella parete tufacea e restituiscono, senza cartelli e senza biglietteria, quello che a Cerveteri si vede in forma monumentale e organizzata. Qui l'archeologia è ancora dentro il bosco, e l'effetto è diverso.

La flora della Riserva di Monterano (RM)

La ricchezza botanica dell'area protetta discende direttamente dalla varietà geologica. Rocce diverse, esposizioni diverse, umidità diverse: il risultato è un mosaico che i botanici hanno descritto distinguendo almeno sette formazioni principali.

La vegetazione ripariale lungo i corsi d'acqua

Lungo il Mignone, il Bicione e i fossi minori si sviluppano le formazioni a galleria, boschi stretti e continui che accompagnano l'acqua. Le specie guida sono l'ontano nero (Alnus glutinosa), i salici Salix alba e Salix purpurea, qualche pioppo bianco (Populus alba). Sono ambienti fragili e preziosi: trattengono le sponde, ombreggiano l'acqua, ospitano anfibi e libellule. Nei fondovalle più larghi il bosco ripariale sfuma in formazioni a carpino bianco con castagno e nocciolo.

La vegetazione microterma delle forre

È la formazione che rende famosa la riserva fra i botanici. Grazie all'inversione termica descritta più sopra, il fondo delle forre del Mignone e del Bicione ospita specie da clima fresco: carpino bianco (Carpinus betulus), qualche esemplare isolato di faggio (Fagus sylvatica) a poco più di duecento metri sul mare, acero di monte (Acer pseudoplatanus), agrifoglio (Ilex aquifolium), nocciolo (Corylus avellana). Un faggio a quota 200 metri, a cinquanta chilometri da Roma, è una rarità che vale il viaggio.

La vegetazione mediterranea delle pareti

Nella zona sommitale delle forre e sui pendii rocciosi verticali domina la lecceta: leccio (Quercus ilex), erica arborea (Erica arborea), fillirea (Phillyrea latifolia), bagolaro sulle pareti più assolate. È vegetazione che vive di poco suolo e di molta luce, e sopporta la siccità estiva chiudendo bottega.

La vegetazione mesoterma e i querceti

Gli ambienti forestali prevalenti sono i querceti di cerro (Quercus cerris), su substrati calcarei e suoli asciutti debolmente acidi, presenti sia alle quote più elevate della riserva sia nei greti dei fiumi a contatto con gli ontaneti. Nei lembi di suolo più profondo e ricco compaiono i boschi di rovere (Quercus petraea); nelle zone più assolate quelli di roverella (Quercus pubescens). Sulle pendici collinari il bosco misto di caducifoglie associa cerro, roverella e carpino nero.

Cespuglieti, prati e pascoli

Sui versanti vulcanici più assolati cresce l'adenocarpo (Adenocarpus complicatus), specie endemica di notevole pregio, in consociazione con la ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius). Al margine dei boschi, sui pendii più ripidi, si formano macchie a erica arborea. Sui suoli argillosi dove il pascolo è frequente prevalgono cespuglieti a prugnolo (Prunus spinosa), biancospino (Crataegus monogyna), pero selvatico (Pyrus amygdaliformis), rosa canina (Rosa canina) e olmo campestre (Ulmus minor). Si distinguono inoltre prati igrofili, sui suoli umidi, e prati xerofili sui suoli aridi.

Due formazioni meritano una nota a parte. Lungo la bassa scarpata del fosso Lenta cresce il tamerice (Tamarix gallica), pianta che si associa di solito ad ambienti costieri o salmastri. Presso le sorgenti e le falde affioranti si sviluppa una vegetazione erbacea a giunco acuto (Juncus acutus) e ad Agrostis canina subsp. monteluccii, con popolamenti quasi monospecifici di erba canina sui suoli mineralizzati dalle acque sulfuree: piante che tollerano una chimica del terreno letale per quasi tutte le altre.

Le orchidee spontanee della Riserva di Monterano (RM)

Da marzo a luglio si susseguono le fioriture delle orchidee dei generi Orchis, Ophrys e Serapias: dalle rare Ophrys ciliata, Ophrys tenthredinifera e Dactylorhiza romana alla più comune Anacamptis pyramidalis. Il dato che pochi conoscono riguarda Monte Angiano, che secondo la documentazione regionale ospita uno dei popolamenti di orchidee spontanee più ricchi del Lazio: 27 specie e 11 ibridi naturali.

Ventisette specie in un pascolo collinare sono un numero che gli appassionati inseguono in mezza Italia. Se andate in aprile, camminate lentamente e guardate a terra: le Ophrys sono alte pochi centimetri e si calpestano senza accorgersene. Non si raccolgono e non si scavano, e non serve una legge per capirlo.

Le felci rare della Riserva di Monterano (RM)

Fra le emergenze floristiche dell'area protetta le felci occupano un posto di riguardo. Sono rare nel Lazio la felce florida o felce regale (Osmunda regalis) e la lonchite minore (Blechnum spicant). Il sottobosco della forra del Bicione ne ospita altre censite: Anogramma leptophylla, la lingua di cervo (Phyllitis scolopendrium), Polystichum setiferum e Athyrium filix-femina. Camminare nella forra in maggio, con le fronde di Osmunda che superano il metro, è un'esperienza che assomiglia più a una foresta atlantica che alla campagna romana.

Riserva di Monterano
Riserva di Monterano

La fauna della Riserva di Monterano (RM)

I corsi d'acqua, le colline, le grotte, i valloni tufacei, i boschi misti e i pascoli producono una fauna ricca e articolata. Sono state censite 142 specie di vertebrati, di cui 24 inserite nelle Liste Rosse o negli elenchi di specie di interesse comunitario. La pressione antropica storica ha eliminato i grandi predatori dal cuore dell'area protetta, ma il comprensorio tolfetano nel suo insieme ospita ancora una piccola popolazione di lupo.

Gli uccelli acquatici e i laghetti della Mercareccia

La comunità ornitica si avvantaggia delle zone umide: i laghetti artificiali della Mercareccia, ricavati dalle ex cave di tufo e rinaturalizzati, e i corsi d'acqua principali. Nelle zone rinaturalizzate nidificano il tuffetto (Tachybaptus ruficollis) e la gallinella d'acqua (Gallinula chloropus), mentre d'inverno si osservano coppie di folaga (Fulica atra) in svernamento.

Lungo il Mignone, il Bicione e i fossi minori vivono il martin pescatore (Alcedo atthis), che con i suoi colori è l'avvistamento che tutti sperano e pochi ottengono, l'usignolo di fiume (Cettia cetti), riconoscibile prima all'orecchio che all'occhio per il canto esplosivo, la ballerina bianca (Motacilla alba) e la ballerina gialla.

I rapaci della Riserva di Monterano (RM)

Gli ambienti aperti, i pascoli e gli incolti ospitano un numero notevole di rapaci diurni. Il più prezioso è il nibbio reale (Milvus milvus): su una popolazione italiana stimata in 130-150 coppie, nel Lazio se ne contano 3-5, tutte localizzate sui Monti della Tolfa. Una coppia utilizza il territorio della riserva come area di caccia, in cerca di piccoli animali o di carcasse. D'inverno gli avvistamenti aumentano per l'arrivo di individui svernanti dall'Europa centrale.

Il secondo rapace di grande interesse è il biancone (Circaetus gallicus), che frequenta il Ranco della Bandita, Poggio Martino e i laghetti della Mercareccia, dove è più facile cacciare i serpenti che costituiscono la base della sua alimentazione. Vederlo fermo in volo a scrutare il pascolo, con quella testa chiara che sembra di un altro animale, è uno dei motivi migliori per portarsi il binocolo.

Frequentano le radure anche il gheppio (Falco tinnunculus), la poiana (Buteo buteo), il lodolaio (Falco subbuteo), il nibbio bruno (Milvus migrans), il falco pecchiaiolo e lo sparviere. Negli ultimi anni la documentazione regionale segnala la nidificazione del falco pellegrino.

Gli uccelli degli ambienti aperti e delle scarpate

Sui pascoli più aridi vivono uccelli di taglia minore: la calandrella (Calandrella brachydactyla), presenza non frequente, l'occhione, il succiacapre, le averle e lo zigolo nero. Il gruccione (Merops apiaster) nidifica in colonie scavando gallerie nelle scarpate sabbiose del Mignone e del Bicione, nella zona della Mercareccia: nel periodo di migrazione lo si riconosce dal richiamo gorgogliante molto prima di vederne i colori. Nei boschi si incontrano il picchio verde e il rigogolo; fra le rovine e le pareti rocciose compare il picchio muraiolo.

Gli anfibi e la salamandrina dagli occhiali

Il complesso delle forre del Bicione e del Mignone è l'ambiente di maggiore interesse per gli anfibi: la copertura vegetale garantisce vie preferenziali di spostamento nelle diverse fasi del ciclo vitale. Nella riserva si contano nove segnalazioni di specie, di cui circa il 30 per cento inserito nella Lista Rossa.

La presenza più importante è la salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata), unico vertebrato terrestre endemico italiano e unica specie vivente del suo genere. Chi la trova sotto un sasso umido tenga presente che si tratta di un animale minuscolo, dal ventre rosso acceso, che va lasciato dov'è: la pelle degli anfibi assorbe qualunque cosa, compresa la crema solare sulle vostre mani.

Fra gli urodeli figurano il tritone crestato (Triturus carnifex, a lungo indicato come Triturus cristatus) e il tritone punteggiato (Lissotriton vulgaris meridionalis, nella nomenclatura più antica Triturus vulgaris meridionalis). Fra gli anuri la rana verde, le rane rosse rana dalmatina e rana italica, il rospo comune (Bufo bufo), il rospo smeraldino (Bufotes viridis) e la raganella italiana (Hyla intermedia).

I mammiferi della Riserva di Monterano (RM)

I boschi ospitano cinghiale, gatto selvatico, martora, istrice e tasso. Il gatto selvatico è la specie che appassiona di più i naturalisti e che praticamente nessun escursionista vede: è notturno, elusivo e si confonde a colpo d'occhio con un gatto domestico tigrato. Nei pascoli vive la lepre italica (Lepus corsicanus), endemismo italiano distinto dalla lepre europea. Il comprensorio tolfetano nel suo insieme ospita una piccola popolazione di lupo, il cui ritorno in quest'area è uno dei fatti naturalistici più rilevanti degli ultimi decenni nel Lazio.

I pipistrelli delle gallerie minerarie

Le antiche gallerie delle miniere e le cavità artificiali del territorio, insieme alle rovine dell'antico abitato, ospitano una fauna di chirotteri che comprende il ferro di cavallo maggiore, il miniottero e il vespertilio maggiore. Cacciano insetti notturni sopra i pascoli e lungo i corsi d'acqua. Sono, dopo i rapaci, il gruppo che rende meglio l'idea di quanto la riserva dipenda dal fatto che l'uomo se ne sia andato.

Pesci, invertebrati e libellule

Le acque della riserva ospitano il granchio di fiume, il mollusco bivalve unione e un'ittiofauna tipica dei corsi collinari con rovella, cavedano e vairone. Il dato che stupisce riguarda le libellule: 29 specie sulle 57 note per il Lazio, cioè oltre la metà della fauna regionale concentrata in poco più di mille ettari. Un indice di qualità delle acque che vale più di molte analisi chimiche.

I monumenti naturali e i punti notevoli della Riserva di Monterano (RM)

L'elenco delle emergenze dell'area protetta comprende elementi naturali e manufatti, spesso a pochi metri gli uni dagli altri.

  • L'antico abitato di Monterano, la città abbandonata nel 1799.
  • La solfatara di Monterano, geosito regionale numero 53.
  • La Cascata di Diosilla.
  • Le querce della Lega, esemplari vetusti di circa quattrocento anni nei boschi collinari.
  • La Fontana del Leone, attribuita a Gian Lorenzo Bernini.
  • La necropoli etrusca dell'Ara del Tufo e le tagliate rupestri.
  • Le pestarole etrusche per la pigiatura dell'uva.
  • I laghetti della Mercareccia, ex cave di tufo rinaturalizzate.

Sulla Quercia della Lega la documentazione non è univoca: le fonti regionali più recenti parlano di due esemplari vetusti ancora presenti nei boschi collinari, mentre nel corso degli anni si è più volte data per morta la pianta storica più celebre. Chi ci va per quel motivo specifico faccia una telefonata all'ente prima di partire.

Il regolamento e le regole di comportamento nella Riserva di Monterano (RM)

La riserva è gestita dal Comune di Canale Monterano per conto della Regione Lazio, e i documenti normativi vigenti sono pubblicati nella sezione dedicata del portale regionale delle aree protette. Le prescrizioni che si incontrano concretamente sui sentieri sono poche e vanno prese sul serio.

Dentro l'area archeologica dell'antico abitato vige il divieto di accesso alle zone pericolanti, esplicitamente richiamato dalla scheda ufficiale dell'itinerario Diosilla-Monterano. Le transenne e i cartelli non sono decorativi.

Lungo i tre percorsi non esistono punti acqua potabile, punti ristoro o strutture ricettive: l'autonomia idrica è a carico dell'escursionista. Nessuno dei tre itinerari è dichiarato accessibile a persone con disabilità motoria.

Le manifestazioni idrotermali non sono balneabili, il fango sulfureo non è una spa e le croste bianche possono cedere. Gli imbocchi delle gallerie minerarie non si esplorano, sia per il rischio di crollo sia per la presenza di colonie di pipistrelli protetti.

Il resto è il buon senso di chi frequenta un'area protetta: non si accendono fuochi, non si raccolgono piante, non si lasciano rifiuti, i cani si tengono al guinzaglio in presenza di bestiame al pascolo, e sui pianori il bestiame c'è davvero. Per le attività organizzate, per le riprese e per gli usi particolari del territorio l'autorizzazione va chiesta all'ente gestore al numero 06 9962724.

Quando andare alla Riserva di Monterano (RM)

La primavera è la stagione regina, e aprile è il mese giusto: le orchidee sono in fiore, i corsi d'acqua hanno ancora portata, la temperatura permette di camminare per ore e i rapaci sono in attività riproduttiva. Maggio è quasi altrettanto buono, con le felci al massimo sviluppo nella forra.

L'autunno è la seconda scelta, e dopo le prime piogge di novembre la Diosilla torna a essere una cascata vera. In inverno il paesaggio della solfatara con i vapori nell'aria fredda è al suo massimo, ma i guadi possono risultare impraticabili e le argille rendono certi tratti faticosi.

L'estate non è da escludere, ed è qui che la riserva batte quasi tutte le alternative del Lazio a bassa quota. Il fondo delle forre resta fresco per via dell'inversione termica, e camminando presto al mattino si evita il caldo dei pianori aperti. Va detto con chiarezza: fra le undici e le sedici di un giorno di luglio i tratti a pascolo sono senza ombra e senza acqua, e sconsiglio a chiunque di affrontarli.

Il giorno della settimana conta più della stagione per la tranquillità. Domenica di primavera significa parcheggio pieno e sentieri frequentati; martedì mattina significa incontrare tre persone in quattro ore. Se potete scegliere, scegliete il feriale.

La Riserva di Monterano (RM) con i bambini

Con bambini sotto i sei anni il consiglio è limitarsi alla discesa verso la Cascata Diosilla e al primo tratto di forra: pochi minuti dal parcheggio, molta acqua da guardare, nessun impegno. Dai sette anni in su l'itinerario Diosilla-Monterano è alla portata, a patto di calcolare il doppio del tempo indicato e di considerare che il ritorno è in salita.

Quello che funziona con i ragazzi, per esperienza diretta, è la sequenza dei contrasti: la cascata, poi l'odore della solfatara, poi la tagliata etrusca scavata nella roccia, poi le rovine. Sono quattro sorprese diverse in due ore, e reggono l'attenzione meglio di qualunque spiegazione.

Attenzione a due cose. La prima è la vicinanza dell'acqua sulfurea, che non va toccata e che i bambini invece toccano per definizione. La seconda sono le murature pericolanti dell'area archeologica: là dentro si tiene la mano, e le zone transennate restano transennate.

Accessibilità della Riserva di Monterano (RM)

Nessuno dei tre itinerari ufficiali è classificato come accessibile. I sentieri hanno fondo naturale, gradini scavati, guadi e tratti in forte pendenza; il primo tratto verso la Diosilla è breve ma ripido e irregolare. Chi ha difficoltà motorie può comunque godersi il paesaggio dai pianori attorno a Canale Monterano e dalla strada panoramica che scende verso l'area di sosta, dove il colpo d'occhio sulle forre e sulle rovine è già notevole. Per informazioni aggiornate su eventuali percorsi facilitati conviene rivolgersi direttamente all'ente gestore.

Cosa vedere intorno alla Riserva di Monterano (RM)

La riserva occupa il centro di una delle porzioni di Lazio più dense di cose da vedere, e nel raggio di venti minuti d'auto si costruisce facilmente una giornata piena.

A Manziana, pochi chilometri a sud, si trovano due luoghi imparentati con Monterano dal punto di vista geologico e naturalistico: la Caldara di Manziana, altro campo solfatarico attivo con le sue betulle relitte, e il Bosco Macchia Grande, ultimo lembo superstite della Silva Mantiana. Chi vuole capire la geologia dei Sabatini dovrebbe vedere la Caldara e la solfatara di Monterano nello stesso giorno: sono due manifestazioni dello stesso fenomeno con esiti paesaggistici diversi.

A est c'è il lago di Bracciano con il castello Orsini-Odescalchi di Bracciano e i paesi rivieraschi come Trevignano Romano. A ovest salgono i Monti della Tolfa con il borgo di Tolfa e con Allumiere, il paese nato dalle cave di allume pontificie. A nord, oltre il confine provinciale, la faggeta di Oriolo Romano ripropone in grande il paradosso botanico delle forre monteranesi: faggi a quote dove non dovrebbero esserci.

Verso il mare, infine, la costa fra Santa Severa e Civitavecchia chiude il cerchio: dalla solfatara alla spiaggia in quaranta minuti.

Chi costruisce un itinerario di più giorni con base a Roma e vuole inserire questa zona in un programma organizzato trova i servizi per Roma e dintorni di TourLeaderPro; per le richieste di preventivo e le esperienze private il riferimento è la pagina dei contatti. Ai visitatori stranieri servono invece guide in inglese: le escursioni in giornata dalle città italiane sono raccolte nella pagina day trips in Italy, gli itinerari di natura e montagna in mountains and nature in Italy e il quadro generale della capitale in best things to do in Rome.

Una curiosità su Riserva di Monterano (RM)

La curiosità più bella di questo territorio è una questione di nomi, e riguarda il motivo per cui gli Etruschi consideravano queste colline un luogo di confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti. L'area di Manziana e di Canale Monterano era consacrata a Manth, in latino Mantus, la divinità etrusca dell'oltretomba. Da quel nome derivava la Silva Mantiana, la grande foresta che copriva le colline a occidente del lago di Bracciano e di cui il Bosco Macchia Grande di Manziana è l'ultimo settore conservato.

L'associazione fra il bosco e il dio degli inferi non nasce da una fantasia sacerdotale. Nasce da quello che qui si vedeva e si annusava: una foresta fitta e impenetrabile, e dentro quella foresta polle di acqua sulfurea che ribollivano fredde emettendo un odore di zolfo. La Caldara di Manziana e le solfatare di Monterano erano, per chi le incontrava tremila anni fa, emanazioni dirette del mondo sotterraneo. Vapori che escono dal suolo senza fuoco, terreno bianco e sterile, acqua che puzza di morte: la teologia si scriveva da sé.

Il particolare che rende la cosa affascinante è la continuità toponomastica. Manziana, il nome del comune moderno, conserva ancora la radice della Silva Mantiana e quindi del dio Manth. Un dio etrusco dell'oltretomba è sopravvissuto a duemilacinquecento anni di storia dentro il nome di un paese della provincia di Roma, e quasi nessuno degli abitanti lo sa.

La riserva conserva anche il paesaggio che generò quella credenza. Al campo solfatarico, in una mattina di gennaio con i vapori che si alzano dal terreno bianco e la vegetazione che si interrompe di colpo, la spiegazione etrusca appare la più ragionevole di tutte. Vale la pena arrivarci con questo pensiero in testa: cambia completamente quello che si vede.

Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva di Monterano (RM)

Nessuno vi dirà che dentro la riserva esiste un fenomeno fisico che rovescia le regole della montagna, e che è la ragione vera per cui questo posto ha una flora che non dovrebbe avere. Si chiama inversione termica di forra, e funziona così: nelle valli strette e profonde scavate nel tufo, l'aria fredda e umida ristagna sul fondo e non riesce a risalire. Il risultato è che salendo dal letto del torrente verso il crinale la temperatura aumenta e l'umidità diminuisce, l'esatto contrario di quello che accade su un versante montano.

Le conseguenze si leggono sulle piante e sono verificabili a occhio nudo in dieci minuti di cammino. Sul fondo della forra del Bicione crescono carpino bianco, acero di monte, agrifoglio, nocciolo e perfino qualche faggio isolato, specie che nel Lazio si trovano normalmente sopra gli 800 o 900 metri. Venti metri più in alto, sulla stessa parete, comincia la lecceta mediterranea con l'erica e la fillirea. Un dislivello da palazzina di sei piani separa due mondi vegetali che di solito distano centinaia di metri di quota.

La stessa fisica spiega perché la riserva ospiti felci rare per il Lazio come la felce florida e la lonchite minore, e perché il sottobosco della forra del Bicione conservi una comunità di pteridofite che sembra spostata lì da una regione atlantica. Umidità costante, temperatura stabile, poca luce diretta: le felci chiedono esattamente questo.

La ricaduta pratica è quella che interessa di più chi cammina. In una giornata di luglio a trentacinque gradi, il fondo della forra è di parecchi gradi più fresco del pianoro sovrastante. Non è aria condizionata, ma è la differenza fra una camminata possibile e una da rinviare. Chi programma un'escursione estiva nella Riserva di Monterano faccia il percorso in modo da stare nella forra nelle ore centrali e sui pascoli aperti la mattina presto. È il trucco che nessuna guida scrive e che cambia la giornata.

Il consiglio che ti do per visitare Riserva di Monterano (RM)

Il consiglio è uno solo e vale più di tutti gli altri messi insieme: non venite qui per vedere le rovine. Venite per camminare, e lasciate che le rovine arrivino alla fine, come conclusione di un percorso. Chi arriva in auto il più vicino possibile all'antico abitato, fotografa l'acquedotto, torna indietro e riparte, ha visto un decimo di quello che c'era da vedere e ha capito zero del perché quella città sia nata lì.

La sequenza giusta è quella dell'itinerario Diosilla-Monterano percorso per intero, con calma, contando quattro ore invece delle due e mezza indicate. Si comincia dalla cascata, si scende nella forra fresca, si arriva alle manifestazioni geotermiche con l'odore di zolfo che annuncia il campo solfatarico prima che lo si veda, si passa accanto alle gallerie minerarie dismesse, si risale attraverso la tagliata etrusca del Cavone dentro la roccia tagliata a mano duemilacinquecento anni fa, e solo allora compaiono l'acquedotto e le rovine. A quel punto il ragionamento si chiude da solo: acqua, zolfo, tufo lavorabile, posizione dominante. La città era lì per delle ragioni, e camminandoci le si capiscono tutte.

Sul materiale, tre indicazioni pratiche. Scarponcini con suola scolpita, non scarpe da ginnastica: le rocce bagnate della forra e le argille dopo la pioggia sono scivolose sul serio. Almeno un litro e mezzo d'acqua a testa, perché fontanili potabili lungo i percorsi non ce ne sono. Un binocolo leggero, che qui rende più di qualunque obiettivo fotografico, perché i rapaci si vedono da lontano e a occhio nudo restano puntini.

L'ultima cosa, ed è un'opinione netta: evitate la domenica di maggio. È il giorno in cui mezza Roma scopre la riserva, il parcheggio della Diosilla si satura entro le nove e mezza e la forra, che è larga pochi metri, diventa un corridoio di persone. Lo stesso identico percorso, un giovedì di ottobre, è un'altra escursione e quasi un altro luogo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il territorio di Monterano sia stato un set cinematografico lo sanno tutti, e lo ripetono tutti. Quello che quasi nessuno dice è che la riserva non fu scelta dal cinema per le rovine in sé, ma per una qualità del paesaggio che la protezione ambientale ha reso possibile: l'assenza di segni contemporanei. Non ci sono pali della luce, non ci sono asfalti, non ci sono capannoni, non ci sono antenne. Su quei pianori l'orizzonte è identico a quello di trecento anni fa, e per un regista che deve girare in esterni un film ambientato nel passato questo vale più di qualunque scenografia.

Mario Monicelli lo capì prima di altri e tornò due volte. Per Brancaleone alle crociate, uscito nel 1970, e per Il marchese del Grillo, del 1981, scelse l'antico abitato di Monterano e in particolare la chiesa e il convento di San Bonaventura, insieme ai pianori a pascolo che circondano le rovine. Il primo film aveva bisogno di un Medioevo povero e polveroso, il secondo di una Roma papalina di campagna: lo stesso luogo servì per entrambi senza aggiungere quasi nulla.

La conseguenza è un cortocircuito curioso per chi arriva oggi. Una parte considerevole dei visitatori riconosce quelle rovine prima di averle mai viste, perché le ha guardate per anni sullo schermo senza sapere dove fossero. La chiesa di San Bonaventura, con la facciata sventrata e il campanile mozzo, è una delle architetture più riconoscibili del cinema italiano, e quasi nessuno saprebbe collocarla su una carta geografica.

Il fatto poco citato, allora, è questo: la Riserva di Monterano è un paesaggio culturale prodotto da un abbandono. Se la città non fosse stata saccheggiata e lasciata cadere nel 1799, se la malaria non avesse svuotato queste valli, oggi qui ci sarebbe un paese con le sue strade e le sue case, e non avremmo né le rovine né il vuoto attorno. La tutela ambientale ha congelato un incidente della storia e lo ha trasformato in una risorsa.

La foto giusta da fare a Riserva di Monterano (RM)

La fotografia che tutti fanno è l'acquedotto con le arcate in controluce. È una bella immagine e non c'è motivo di rinunciarci, ma non è la fotografia che racconta la riserva, perché racconta l'archeologia e lascia fuori la natura, cioè il novanta per cento di quello che vi circonda.

La foto giusta, secondo me, è un'altra: il campo solfatarico in una mattina fredda e limpida, fra dicembre e febbraio, mezz'ora dopo l'alba. Servono tre condizioni: aria fredda, assenza di vento e sole basso. Quando ci sono tutte e tre, i vapori dei gas che escono dal terreno si condensano e diventano visibili, si accendono in controluce e si stagliano contro le croste bianche del suolo mineralizzato e contro il verde scuro del bosco che si interrompe di colpo al margine dell'area sterile. Non serve un teleobiettivo, serve un grandangolo moderato e la pazienza di aspettare che il sole superi il crinale.

La seconda fotografia che consiglio è dentro la forra del Bicione in maggio, con le fronde della felce florida in primo piano e la parete di tufo umido dietro. Chi ha un cavalletto lavori su tempi lunghi e diaframma chiuso: la luce laggiù è poca e verde, e proprio per questo la resa è diversa da qualunque altro bosco laziale.

Due avvertenze tecniche che nascono da errori miei. Alla solfatara i gas sulfurei aggrediscono i contatti metallici: chi cambia obiettivo nella nebbiolina se ne accorge dopo qualche mese, e conviene cambiare ottica altrove. Alla cascata, invece, l'umidità sporca la lente frontale in pochi minuti, e senza un panno in microfibra si torna a casa con una serie di immagini vagamente lattiginose che sul momento sembravano perfette.

Sul cavalletto, un'ultima nota di buon senso: sui sentieri stretti e sulle sponde dei fossi ci si tiene al margine e si lasciano passare gli altri. La riserva non è uno studio fotografico, e le sponde della forra sono fragili quanto sembrano.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è talmente lento da non sembrare un avvenimento, ed è la costruzione geologica del territorio. L'attività esplosiva del distretto vulcanico sabatino comincia circa 600.000 anni fa e si esaurisce attorno ai 40.000 anni fa. In mezzo si depositano i peperini listati, databili a circa 700.000 anni secondo la documentazione regionale, e il tufo rosso a scorie nere, fra 490.000 e 430.000 anni fa. Ogni parete verticale della riserva è il risultato di quelle esplosioni, e le forre sono il lavoro successivo dell'acqua su quei depositi.

Il secondo avvenimento è l'arrivo dell'uomo. Frammenti ceramici dell'età del Bronzo attestano una frequentazione risalente a circa quattromila anni fa. Seguono le comunità agricole etrusche, con necropoli sparse su tutto il territorio: il Grottino della Bandita, la Grotta di Tabacco, la Tomba della Giuliana, la necropoli dell'Ara del Tufo. Alle stesse comunità si devono le tagliate scavate nel tufo per far passare le strade e le pestarole per la pigiatura dell'uva. L'età romana lascia tracce più tenui, con l'eccezione degli impianti termali che sfruttavano le acque sulfuree a Stigliano, poco distante, in relazione con il tracciato della via Clodia.

Il terzo avvenimento è la nascita del centro fortificato. Attorno all'anno Mille viene costruita una torre di avvistamento che diventa poi residenza fortificata e maschio del castello. Da lì cresce l'abitato medievale che sarà sede vescovile e poi feudo delle grandi famiglie romane.

Il quarto è la stagione barocca, che dura meno di un secolo e lascia il segno più visibile. Sotto gli Altieri e il pontificato di Clemente X, Gian Lorenzo Bernini riceve dal papa l'incarico di dare una nuova veste al palazzo; allo stesso momento di splendore risale la progettazione del convento di San Bonaventura. Una cittadina di provincia si trova per pochi decenni con architetture disegnate dal maggiore architetto del secolo.

Il quinto avvenimento è la fine, ed è brutale. L'isolamento geografico e la malaria erodono lentamente la popolazione; poi, nel 1799, un saccheggio rovinoso a opera delle truppe francesi costringe gli abitanti superstiti ad abbandonare definitivamente la città e a trasferirsi nella vicina Canale Monterano. Da quel momento le rovine restano dove sono, e il bosco si riprende quello che gli era stato tolto.

Il sesto avvenimento è recente e ha una data precisa: il 2 dicembre 1988, quando la legge regionale numero 79 istituisce la riserva su circa 900 ettari. Il 15 novembre 1993 la legge regionale numero 62 amplia l'area a tutela delle zone umide, portandola alla superficie attuale. È il momento in cui l'abbandono smette di essere una sconfitta e diventa un patrimonio protetto.

Chi è passato da Riserva di Monterano (RM)

Il nome più illustre legato a questo territorio è quello di Gian Lorenzo Bernini. Il maggiore scultore e architetto del Seicento europeo ricevette dal papa Altieri, Clemente X, l'incarico di rinnovare l'aspetto del palazzo di Monterano, e alla stagione altieriana si lega anche il progetto del convento di San Bonaventura. Alla sua mano viene attribuita la Fontana del Leone, che compare regolarmente negli elenchi delle emergenze monumentali dell'area protetta. Vale la pena ricordare che le attribuzioni berniniane in provincia vanno prese con la cautela che meritano: la documentazione regionale associa il nome dell'artista all'intervento sul palazzo, e questo è quanto si può affermare con tranquillità.

Prima di lui erano passati gli Etruschi, che di questi luoghi fecero un territorio agricolo e funerario, e i Romani, che ne sfruttarono le acque termali a Stigliano lungo la via Clodia. Nel Medioevo il centro fu sede vescovile, e attraverso i secoli il feudo passò per le mani delle famiglie che si dividevano il Lazio settentrionale, dagli Orsini agli Altieri.

Poi, nel 1799, passarono le truppe francesi. Non ci sono nomi celebri in quel passaggio, solo il saccheggio che chiuse la storia della città. È il transito che ha determinato tutto quello che oggi si vede.

Nel Novecento la fila di chi è passato di qui si allunga con il cinema. Mario Monicelli venne due volte, nel 1970 per Brancaleone alle crociate e nel 1981 per Il marchese del Grillo, e con lui passarono le troupe, gli attori e le comparse che affollarono i pianori attorno a San Bonaventura. Sono i visitatori che hanno reso questo paesaggio familiare a milioni di persone che non ne conoscono il nome.

Oggi passano di qui i naturalisti che censiscono le orchidee di Monte Angiano, gli ornitologi che seguono le poche coppie laziali di nibbio reale, gli speleologi e i chirotterologi che monitorano le colonie di pipistrelli nelle gallerie minerarie, e le migliaia di escursionisti che ogni anno scendono dalla Diosilla. Non sono nomi da enciclopedia, ma sono la ragione per cui la riserva continua a esistere come luogo vivo e non come area recintata.

Cascate di Diosilla
Cascate di Diosilla, Riserva di Monterano

Domande veloci su Riserva di Monterano (RM)

Quanto costa entrare nella Riserva di Monterano (RM)?

L'accesso ai sentieri è libero e non è previsto un biglietto d'ingresso. Restano a pagamento le eventuali visite guidate organizzate da operatori autorizzati, che vanno prenotate direttamente con chi le propone.

Dove si trova esattamente la Riserva di Monterano (RM)?

Nel territorio del comune di Canale Monterano, in provincia di Roma, fra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, circa cinquanta chilometri a nord della capitale. La sede dell'ente gestore è in Piazza Tubingen 1, a Canale Monterano.

Quanto è grande la Riserva di Monterano (RM)?

Il portale regionale delle aree protette indica 1.085 ettari. La superficie iniziale, nel 1988, era di circa 900 ettari, ampliati nel 1993 con la legge regionale sulle zone umide.

Quando è stata istituita la Riserva di Monterano (RM)?

Con la legge regionale n. 79 del 2 dicembre 1988. L'ampliamento è stato disposto dalla legge regionale n. 62 del 15 novembre 1993.

Quanti sentieri ci sono nella Riserva di Monterano (RM)?

Gli itinerari ufficialmente segnalati dall'ente sono tre: Diosilla-Monterano (3,5 km, 2 ore e 30), Valle del Bicione-Bandita (10 km, 4 ore e 30) e Valle Rafanello-Area del Tufo (11 km, 3 ore e 30). Tutti partono dall'area di sosta della Diosilla e sono classificati E, escursionistici.

Qual è il sentiero più facile della Riserva di Monterano (RM)?

Il Diosilla-Monterano, con 3,5 chilometri e ottanta metri di dislivello in salita. È anche il più ricco di cose da vedere, perché tocca la cascata, la solfatara, le miniere dismesse, la tagliata etrusca e le rovine.

Si può portare il cane nella Riserva di Monterano (RM)?

Nelle aree protette regionali il cane si tiene al guinzaglio, e qui la regola ha una ragione concreta: sui pianori pascola il bestiame e nei boschi vivono specie sensibili al disturbo. Per le prescrizioni puntuali conviene consultare i documenti normativi pubblicati dall'ente gestore.

C'è acqua potabile lungo i sentieri della Riserva di Monterano (RM)?

No. Le schede ufficiali dei tre itinerari indicano l'assenza di punti acqua. L'autonomia va calcolata per intero, con almeno un litro e mezzo a testa in stagione calda.

Ci sono bar o punti ristoro dentro la Riserva di Monterano (RM)?

Nessuno lungo i percorsi. I servizi si trovano nel centro di Canale Monterano, a poco più di un chilometro dall'area di sosta della Diosilla.

La Riserva di Monterano (RM) è accessibile in sedia a rotelle?

Le schede ufficiali dei tre itinerari indicano l'assenza di accessibilità. Il fondo è naturale e irregolare, con guadi, gradini e tratti ripidi.

Quanto tempo serve per visitare la Riserva di Monterano (RM)?

Per il solo percorso Diosilla-Monterano il tempo ufficiale è due ore e mezza, ma chi si ferma a guardare le cose ne impiega quattro. Per una giornata completa con due itinerari serve partire la mattina presto.

Si può fare il bagno nelle acque sulfuree della Riserva di Monterano (RM)?

No. Le manifestazioni idrotermali del campo solfatarico non sono attrezzate né balneabili, il terreno può cedere e i gas ristagnano nelle depressioni. Si osservano dal sentiero.

La Cascata Diosilla ha sempre acqua?

No. La portata è massima fra novembre e aprile e si riduce sensibilmente in estate. Chi vuole vedere il salto nella sua forma migliore vada dopo un periodo piovoso.

Come si raggiunge la Riserva di Monterano (RM) con i mezzi pubblici?

In treno con la linea regionale FL3, scendendo alla stazione di Manziana-Canale Monterano, poi con l'autobus Cotral fino al centro di Canale Monterano e a piedi per circa 1,3 chilometri fino all'area di sosta della Diosilla.

Dove si parcheggia alla Riserva di Monterano (RM)?

All'area di sosta della Diosilla, indicata dall'ente come punto di partenza dei tre itinerari. Nei fine settimana di primavera si riempie presto e conviene arrivare entro le nove del mattino.

Qual è il periodo migliore per visitare la Riserva di Monterano (RM)?

Aprile e maggio per le fioriture, le orchidee e la portata dei corsi d'acqua. Novembre per le cascate. Gennaio all'alba per i vapori della solfatara. L'estate è praticabile stando nelle forre nelle ore centrali.

Quali animali si possono vedere nella Riserva di Monterano (RM)?

Con un po' di fortuna nibbio reale, biancone, poiana, gheppio, martin pescatore, gruccione. Fra i mammiferi cinghiale, istrice, tasso, lepre italica, e in modo assai più elusivo gatto selvatico e martora. Nelle acque salamandrina dagli occhiali, tritoni, rane e granchio di fiume.

Che differenza c'è fra la Riserva di Monterano (RM) e la Caldara di Manziana?

Sono due manifestazioni dello stesso vulcanismo residuale sabatino con esiti diversi. La Caldara è un campo solfatarico circondato da betulle relitte in un contesto pianeggiante e di visita brevissima; la Riserva di Monterano è un'area protetta di oltre mille ettari con forre, fiume, cascata, necropoli e rovine. Le due si visitano bene nella stessa giornata.

Serve una guida per visitare la Riserva di Monterano (RM)?

No, i tre itinerari sono segnalati e alla portata di chiunque cammini. Una guida naturalistica cambia però radicalmente la resa della giornata, soprattutto in primavera con le orchidee e per il riconoscimento dei rapaci. Chi organizza un'uscita di gruppo può appoggiarsi a un servizio di accompagnamento turistico professionale.

La Riserva di Monterano (RM) è adatta ai bambini?

Sì, con criterio. Sotto i sei anni conviene limitarsi alla cascata e al primo tratto di forra; dai sette in su l'itinerario completo verso le rovine è fattibile calcolando tempi larghi. Vanno rispettate le transenne nell'area archeologica e va evitato il contatto con le acque sulfuree.

Si possono visitare le rovine dell'antica Monterano?

L'area archeologica si attraversa lungo l'itinerario ufficiale, rispettando i divieti di accesso alle zone dichiarate pericolanti. La guida dedicata all'abitato abbandonato racconta la città in dettaglio.

Si possono esplorare le gallerie delle miniere di zolfo?

No. Gli imbocchi non vanno forzati per ragioni di sicurezza e perché le cavità ospitano colonie di pipistrelli protetti, che il disturbo invernale può uccidere.

Quali film sono stati girati nella Riserva di Monterano (RM)?

Il territorio è stato scelto come set fin dagli anni Cinquanta. Le pellicole più celebri girate all'antico abitato e attorno alla chiesa di San Bonaventura sono Brancaleone alle crociate di Mario Monicelli, del 1970, e Il marchese del Grillo dello stesso regista, del 1981.

A chi ci si rivolge per informazioni sulla Riserva di Monterano (RM)?

All'ente gestore, il Comune di Canale Monterano, ai numeri 06 9962724 e 334 110 64 34 per le emergenze, oppure all'indirizzo riservamonterano@regione.lazio.it. I documenti normativi e le schede degli itinerari sono pubblicati sul portale regionale delle aree protette.

Il mio consiglio finale sulla Riserva di Monterano (RM)

Se dovessi indicare una sola area protetta del Lazio a chi vuole capire come funziona questa regione, indicherei questa. In tre ore di cammino facile si attraversano un vulcano estinto che continua a respirare zolfo, un fiume che ha scavato una gola dentro le sue ceneri, un bosco che ospita specie di montagna a duecento metri sul mare, una necropoli etrusca, un acquedotto e i resti di una città barocca abbandonata da due secoli. Non conosco molti posti in Italia dove la geologia, la botanica, l'archeologia e la storia si tengano per mano in modo così esplicito.

Il consiglio con cui chiudo è di tornarci due volte, in due stagioni diverse. Una in aprile, per le orchidee e per l'acqua; una in gennaio all'alba, per i vapori della solfatara e per il silenzio. Sono due luoghi diversi con lo stesso nome, e chi ne vede uno solo si porta a casa mezza storia.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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