Rovine di Camerata Vecchia

Le Rovine di Camerata Vecchia sono i resti del paese distrutto dall'incendio del 9 gennaio 1859 e si raggiungono solo a piedi, partendo da Camerata Nuova (Città metropolitana di Roma Capitale, 810 metri di quota, poco più di quattrocento abitanti), che è il comune sul cui territorio i ruderi sorgono. Non c'è biglietteria, non c'è orario, non c'è cancello: il sito è aperto, libero e gratuito, ricade dentro il Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini e si visita sotto la propria responsabilità. Il punto di partenza è la piazzetta all'ingresso di Camerata Nuova, dove si lascia l'auto; da lì la salita per le rovine richiede all'incirca un'ora di cammino, con un dislivello di circa quattrocento metri. In auto da Roma si esce al casello Carsoli-Oricola della A24 e si sale al paese; in alternativa si arriva da Subiaco. Con i mezzi pubblici si combinano il treno della linea Roma-Pescara fino a Carsoli e l'autobus Cotral. Scarpe da trekking obbligatorie, acqua al seguito in quantità: sul percorso e fra i ruderi non esiste una sola fontana, e la ragione è la stessa che rese la vita difficile agli abitanti per otto secoli.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Chi vuole inquadrare l'area prima di salire trova il contesto nella pagina dedicata ai Monti Simbruini, la catena che chiude a est la provincia di Roma e che qui tocca le sue quote più alte.

Rovine di Camerata Vecchia
Rovine di Camerata Vecchia

Dove sono le Rovine di Camerata Vecchia

Il paese abbandonato occupa una costa rocciosa calcarea che si alza circa quattrocento metri sopra l'abitato odierno, su uno sperone in posizione dominante. A sud il terreno precipita nel solco profondo del Fosso Fioio, il corso d'acqua che incide la montagna e che segna, in questo tratto, il limite fra il Lazio e l'Abruzzo. A nordovest si apre invece il grande piano carsico di Camposecco, una conca chiusa a 1350 metri di quota dove l'acqua sparisce nel sottosuolo e l'erba resta verde fino a stagione inoltrata. Verso nord lo sguardo scavalca i boschi e arriva alla Piana del Cavaliere, l'ampia pianura alluvionale del bacino alto del Turano su cui sorgono Carsoli, Oricola, Pereto e Rocca di Botte.

La quota dei ruderi si aggira sui 1200 metri: il dato non è mai stato fissato con precisione perché il sito non è un punto ma una fascia di terrazzamenti che sale lungo la rupe, e fra la casa più bassa e il crinale corrono decine di metri di dislivello. Chi cammina con l'altimetro vede il numero muoversi in continuazione, e fa bene a considerarlo un'indicazione e non una misura.

Il rapporto fra Camerata Vecchia e Camerata Nuova

Camerata Nuova non è un paese che si è ingrandito accanto al vecchio: è un paese costruito da zero, più in basso, per sostituirlo. L'abitato originario era noto nei documenti come Rocca in Camerata, e la parola rocca dice già tutto della sua funzione. Il borgo attuale, fondato dopo il disastro del 1859, portò per una decina d'anni un nome diverso da quello che leggete oggi sui cartelli: si chiamò Pio Camerata, in onore di papa Pio IX, sotto il cui pontificato la ricostruzione fu decisa e finanziata. Il nome Camerata Nuova compare dal 1872.

Questo spiega un dettaglio che sorprende chi arriva per la prima volta: il centro storico di Camerata Nuova non è medievale. Le vie sono regolari, le case ottocentesche, l'impianto è quello di un insediamento pianificato a tavolino. Il medioevo, qui, è tutto lassù, sotto i rovi.

Il territorio del comune e il Parco

Il comune di Camerata Nuova ricade per intero dentro il Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, istituito nel 1983, che protegge circa trentamila ettari distribuiti su sette comuni della fascia appenninica al confine con l'Abruzzo, fra cui Subiaco, Vallepietra e Filettino. È l'area protetta regionale più estesa del Lazio, e le Rovine di Camerata Vecchia ne sono uno dei siti storici più singolari: un intero paese restituito al bosco.

Sul territorio comunale si alza anche il Monte Autore, 1855 metri, terza cima dei Simbruini per altezza e vetta più elevata dell'intera Città metropolitana di Roma Capitale; la montagna è divisa fra Camerata Nuova e Vallepietra. Poco più in basso il Monte La Monnella tocca i 1755 metri.

Come arrivare alle Rovine di Camerata Vecchia da Roma

La distanza da Roma si copre in poco più di un'ora di macchina, traffico permettendo, ed è questa la ragione per cui il sito compare da anni negli itinerari di chi cerca una gita fuori porta seria senza spendere una giornata in viaggio.

In automobile

La via più rapida è l'autostrada A24 Roma-L'Aquila-Teramo fino al casello di Carsoli-Oricola; da lì si prosegue su strada provinciale verso Camerata Nuova. La seconda via passa per la valle dell'Aniene: si risale la Tiburtina Valeria, si prende la strada sublacense e da Subiaco si sale verso i valichi dei Simbruini. La prima è più corta, la seconda molto più bella, e se avete tempo conviene farne una all'andata e l'altra al ritorno.

Giunti in paese, sulla destra si apre una piazzetta dove si parcheggia. Non contate su parcheggi più in alto: la strada che prosegue verso Camposecco è stretta, in parte sterrata, e nei fine settimana di stagione si intasa in fretta.

In treno e autobus

La stazione utile è quella di Carsoli, sulla linea Roma-Pescara, inaugurata il 30 luglio 1888 e servita da treni regionali e regionali veloci da e per Roma Tiburtina e Roma Termini. Dalla stazione i collegamenti su gomma per i comuni della zona sono affidati a Cotral sul versante laziale e a TUA su quello abruzzese. Le corse verso i paesi di montagna sono poche e concentrate nelle ore utili ai pendolari: chi sceglie i mezzi pubblici deve verificare gli orari sul sito del vettore prima di partire e mettere in conto un rientro anticipato.

Il tempo di percorrenza reale

Un'ora di cammino è la stima onesta per la salita dalla piazzetta alle prime strutture, per un camminatore allenato e con il sentiero pulito. In discesa si fa meno, ma non molto meno: il fondo è sconnesso e la fretta, su quelle pietre, è il modo più rapido per rovinarsi la giornata. Chi vuole vedere davvero il sito, girare fra i terrazzamenti e arrivare fino alla chiesa metta in conto quattro o cinque ore complessive.

Rovine di Camerata Vecchia
Rovine di Camerata Vecchia

Il sentiero per le Rovine di Camerata Vecchia, passo per passo

Il percorso classico è uno solo, ed è quello che i volontari e il personale del Parco tengono aperto. Altri approcci esistono, alcuni tracciati sono anche parzialmente carrabili con mezzi fuoristrada, ma per chi arriva la prima volta la via buona è questa.

Dalla piazzetta al bivio del Fosso Fioio

Dalla piazzetta del parcheggio si stacca sulla destra la stradina che sale verso Camposecco. La si segue per circa duecento metri: sulla sinistra compare una sterrata che scende a percorrere il Fosso Fioio. Quella si ignora. Si resta sulla principale.

Il bivio della Madonna delle Grazie

Dopo altri cento metri circa, sempre sulla sinistra, si trova una seconda sterrata con l'indicazione Madonna delle Grazie: quella è la vostra. Si gira a sinistra, si supera il ponte sul Fosso Luisa e, all'altezza di un tornante, si prende la mulattiera che si stacca sulla destra. Da qui in avanti l'asfalto è un ricordo e il bosco si chiude sopra la testa.

La mulattiera e il bivio a T di quota 1170

La mulattiera costeggia per un tratto il fossato, poi va a intercettare un sentiero che sale in diagonale lungo il versante. Si volta a sinistra, si risale la costa boscosa a monte del Fosso Luisa e, intorno a quota 1170, si arriva a un bivio a T. Chi gira a destra raggiunge in pochi minuti la chiesa della Madonna delle Grazie, il santuario del paese. Chi gira a sinistra tocca in breve le prime rovine.

Il consiglio pratico è di farli tutti e due, prima il santuario e poi le rovine: la deviazione costa una decina di minuti e chiude il cerchio del racconto, perché la Madonna delle Grazie è il luogo di culto che la comunità ha continuato a frequentare anche dopo aver abbandonato le case.

Quanto è difficile il sentiero per le Rovine di Camerata Vecchia

Non è un percorso alpinistico e non richiede attrezzatura tecnica, ma non è nemmeno una passeggiata: il fondo è pietroso, ci sono tratti in diagonale su terreno scivoloso quando è bagnato, e nella parte alta il sentiero corre su terrazzamenti franati. Chi non cammina abitualmente in montagna faccia il percorso con qualcuno che lo conosce. Il telefono, in diversi punti della valle, prende male o non prende affatto: questa è una circostanza da mettere in conto prima di partire, non da scoprire sul posto.

Che cosa si vede oggi alle Rovine di Camerata Vecchia

Chi sale aspettandosi un sito archeologico attrezzato resta spiazzato. Qui non esiste un itinerario di visita delineato, non ci sono pannelli, non ci sono transenne. Per osservare le varie strutture, dai resti delle mura alle abitazioni, ci si deve districare fra speroni rocciosi e terrazzamenti, non sempre facili da raggiungere. È esattamente questo che rende la visita memorabile, e insieme è la ragione per cui va fatta con la testa.

Le mura di cinta

I ruderi delle mura si trovano sparsi qua e là lungo la cerchia del nucleo abitato. Non aspettatevi una cortina continua: quello che resta sono tratti di paramento in pietra locale, spesso confusi con gli affioramenti naturali, che si leggono meglio da lontano che da vicino. Il modo migliore per capirne l'andamento è salire fino al punto più alto raggiungibile e guardare in basso: la linea delle mura si ricompone da sola, e si capisce perché la comunità avesse scelto quella costa e non un'altra.

L'arco della chiesa di San Salvatore

L'elemento più riconoscibile del sito è l'arco di sostegno della chiesa di San Salvatore, la parrocchiale del paese distrutto, insieme ad alcune case nei pressi. È l'unica architettura ancora leggibile come architettura: tutto il resto, alla vista, sono muri a mezza altezza e vani senza copertura. Davanti a quell'arco vale la pena fermarsi qualche minuto, perché è l'unico punto in cui il vecchio abitato smette di sembrare un cumulo di sassi e torna a essere un paese.

Le camerae, le case scavate nella roccia

L'origine del nome del paese risale alla natura stessa delle sue case. Molte abitazioni erano parzialmente scavate nella roccia e prendevano il nome di camerae: ambienti in parte ricavati nel banco calcareo e in parte completati in muratura, con la parete di fondo che era la montagna. Altre case erano invece interamente costruite in pietra e adagiate sui fianchi scoscesi della rupe. Camminando fra i terrazzamenti si distinguono ancora bene i due tipi, e il passaggio dall'uno all'altro racconta come l'insediamento sia cresciuto: prima dentro la roccia, poi appoggiato ad essa.

Il tempietto e le ricerche recenti

Le indagini condotte sul sito hanno portato alla luce i resti di un tempietto sul quale, allo stato, circolano solo notizie frammentarie e in parte discordanti fra loro. Il dato prudente è quello: una struttura c'è, la sua interpretazione non è chiusa. Chi visita il sito lo tenga come una domanda aperta e non come un fatto acquisito.

Perché le rovine sembrano diverse ogni volta

Il sito è stato per anni oggetto di campi internazionali di studio e recupero, e quei perimetri di case e chiese aspettano ancora un progetto capace di custodirli e valorizzarli come meritano. Nel frattempo la vegetazione lavora senza sosta. Da un anno all'altro un muro che si vedeva può sparire sotto i rovi e uno che era nascosto può riaffiorare dopo una ripulitura. Chi torna dopo qualche stagione trova un sito diverso, e non è un modo di dire.

Una curiosità su Rovine di Camerata Vecchia

La curiosità che spiazza chiunque salga fin lassù non riguarda le pietre: riguarda l'acqua. Camerata Vecchia era, con ogni probabilità, l'unico centro abitato dei Monti Simbruini a non disporre di sorgenti nelle immediate vicinanze, né di acquedotti, né di alcun sistema stabile di approvvigionamento idrico. È un paradosso geografico di prima grandezza, perché i Simbruini prendono il nome dal latino sub imbribus, cioè sotto le piogge, e sono fra i settori appenninici più piovosi d'Europa, con precipitazioni che superano i duemila millimetri all'anno. Da queste montagne nascono l'Aniene, il Simbrivio e il Liri: tre fiumi, e l'acquedotto che disseta Roma da venti secoli.

La spiegazione è nel calcare. Il massiccio è carsico: la pioggia non scorre in superficie, si infila nelle fratture della roccia e riappare chilometri più in basso, alle grandi sorgenti di fondovalle. Un paese costruito a 1200 metri su uno sperone calcareo si trova quindi sopra l'acqua, non accanto ad essa. Gli abitanti raccoglievano la pioggia in cisterne, scendevano alle fonti della valle, portavano in salita quello che serviva. Ogni goccia usata a Camerata Vecchia era stata trasportata a spalla o a soma.

Questa curiosità non è un dettaglio pittoresco: è la chiave di tutta la vicenda. Un paese che non ha acqua non ha nemmeno il modo di spegnere un incendio, e quando il fuoco arrivò, nel gennaio del 1859, la mancanza di acqua trasformò un incidente domestico nella fine di una comunità di otto secoli. Chi visita le Rovine di Camerata Vecchia con questa informazione in testa guarda gli stessi muri con occhi completamente diversi: capisce perché le cisterne fossero il bene più prezioso, perché il paese sia stato ricostruito più in basso e perché nessuno, dopo, abbia mai pensato di tornare lassù.

La storia delle Rovine di Camerata Vecchia

La vicenda del paese si legge in quattro tempi: la nascita difensiva, il lungo passaggio di mano fra poteri feudali, i secoli di confine e di brigantaggio, la fine per incendio. È una storia laziale esemplare, e vale la pena raccontarla per intero.

Le origini: l'incastellamento e la paura

Nel IX secolo le incursioni saracene misero a ferro e fuoco le terre lontane da Roma e prive di mura fortificate. La reazione fu ovunque la stessa e ha un nome preciso nella storiografia: incastellamento. Le popolazioni sparse nei fondovalle si riunirono in comunità arroccate su alture facili da difendere e difficili da abitare. Camerata Vecchia nasce dentro questo movimento, che nella valle dell'Aniene fu particolarmente intenso e che riguardò decine di insediamenti.

Va detto con chiarezza quale sia il grado di certezza delle date. La prima menzione documentata del luogo compare nel Regesto sublacense, il cartulario del monastero di Subiaco conservato oggi nella Biblioteca statale di Santa Scolastica, sotto la forma Camorata: il registro fu compilato in due fasi, la principale alla fine dell'XI secolo e comunque non prima del 1064, la seconda alla fine del XII secolo e comunque dopo il 1192. La storiografia locale retrodata al X secolo i primi cenni sul luogo, ma quella è ricostruzione erudita, non lettura diretta di un documento datato. Il Regesto raccoglie duecentosedici documenti, quasi tutti in latino, fra contratti su terre e immobili, privilegi papali, un diploma imperiale di Ottone I e verbali di processi, e la sua unica edizione critica integrale resta quella curata da Leone Allodi e Guido Levi nel 1885. È da lì che passa, ancora oggi, gran parte di quello che sappiamo della valle in età medievale.

I Conti dei Marsi, Montecassino e Subiaco

La tradizione documentaria riferisce che intorno alla metà del X secolo l'abate di Montecassino concesse in enfiteusi la chiesa di San Salvatore a Rainaldo, conte dei Marsi. La contea dei Marsi fu una signoria feudale attiva fra la metà del IX e la metà del XII secolo, che prendeva nome dall'antico popolo italico dei Marsi ed ebbe come capostipite Berardo detto il Francisco, investito nel 926 sotto il re Ugo di Provenza. La famiglia comitale legò il proprio nome a donazioni imponenti a favore delle abbazie benedettine, Montecassino in testa, ma anche Subiaco e San Vincenzo al Volturno.

Per un periodo abbastanza lungo i Conti dei Marsi dominarono gran parte del territorio carseolano, annettendo terre fino ai margini dei possedimenti della potente abbazia sublacense. In seguito alcune contrade dei dintorni di Camerata furono cedute all'abbazia di Subiaco, che le concesse poi in usufrutto agli stessi Conti dei Marsi insieme a Camerata. Il paese, insomma, passò e ripassò fra Montecassino, i Marsi e Subiaco senza che nessuno di questi poteri investisse mai nelle opere che avrebbero reso vivibile il posto: una strada decente, una conduttura, una cisterna pubblica degna del nome.

La contea fu annessa dai Normanni nel 1143 e smembrata entro il 1150 nelle tre contee di Albe, Carsoli e Celano. Da quel momento le notizie su Camerata Vecchia si fanno molto scarse: quello che si sa con sicurezza è che il borgo passò di mano in mano fra varie famiglie dello Stato della Chiesa.

Il paese di confine e i briganti

Ci vollero secoli per stabilizzare un territorio che era, letteralmente, la linea di frattura fra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio. Un confine di montagna, con boschi fitti e valli cieche, è per definizione il posto ideale per chi ha interesse a sparire: i briganti trovavano qui rifugi sicuri e occasioni facili, sia sugli indifesi abitanti di Camerata Vecchia sia sui mercanti e i viaggiatori di passaggio nella valle sottostante. In più il comprensorio era oggetto di contese periodiche sui confini dei due regni e dei comuni limitrofi, con cause che si trascinavano per generazioni.

Il paese, in questo quadro, era doppiamente esposto: troppo isolato per essere difeso da chi lo governava sulla carta, troppo povero per difendersi da solo. Le mura che si vedono oggi non sono un vezzo architettonico: erano l'unica assicurazione sulla vita di quella gente.

Che cosa significava vivere lassù

Sulla rupe abitavano artigiani, contadini e soprattutto pastori. L'economia era quella della montagna appenninica: il bosco di faggio per la legna e il legname, i piani carsici per il pascolo estivo, la transumanza verso l'Agro Romano per svernare le greggi. In inverno gran parte degli uomini adulti non era in paese: scendeva con gli animali verso le terre basse e tornava a primavera. Le donne, i vecchi e i bambini reggevano il paese per mesi. Tenete a mente questo dettaglio: nella notte dell'incendio fu decisivo.

Rovine di Camerata Vecchia
Rovine di Camerata Vecchia

Una cosa che non ti dice nessuno su Rovine di Camerata Vecchia

Le guide raccontano l'incendio come una catastrofe naturale, una specie di fatalità meteorologica. Non fu così. Il fuoco partì da un camino mal custodito, dentro una casa, in una notte di gennaio: fu un incidente domestico, la cosa più banale che possa capitare in un paese di montagna in pieno inverno. Quello che trasformò l'incidente in catastrofe fu la somma di tre condizioni che nessuno aveva mai risolto in ottocento anni: le case addossate le une alle altre su terrazzamenti stretti, con travature e solai in legno di faggio; il bosco che arrivava fino ai muri; e l'assenza totale di acqua in quantità utile a spegnere qualcosa.

C'è un secondo elemento che quasi nessuno racconta, e riguarda chi era in paese quella notte. Gli uomini in età da lavoro erano in gran parte a valle, nell'Agro Romano, con le greggi: era gennaio, la stagione della transumanza invernale. A fronteggiare il fuoco rimasero donne, anziani e bambini. Non era una comunità impreparata o pigra: era una comunità dimezzata, sorpresa nel momento dell'anno in cui era più debole, davanti a un incendio che nemmeno una squadra al completo avrebbe potuto contenere senz'acqua.

La terza cosa che non vi dirà nessuno è che, dopo, nessuno tornò a ricostruire lassù. In molte storie italiane di paesi distrutti la comunità si ostina, rialza i muri sullo stesso posto e ricomincia. Qui no. La scelta fu quella opposta e fu deliberata: si scese di quattrocento metri, si scelse un sito con l'acqua e con una viabilità possibile e si costruì un paese nuovo, con vie regolari e case in fila. Camerata Vecchia non è un paese che è stato abbandonato per lo spopolamento, come tanti borghi dell'Appennino: è un paese che è stato consapevolmente lasciato indietro perché il posto, semplicemente, non era vivibile. Quando lo si è capito, guardare quei muri diventa un'altra esperienza.

La notte del 9 gennaio 1859

La data è certa e documentata: il 9 gennaio 1859 un incendio distrusse il vecchio paese di Camerata. È l'unico giorno della storia di questo luogo che si possa fissare con esattezza sul calendario, ed è anche l'ultimo.

Il fuoco

Il rogo prese avvio da un caminetto mal custodito, si propagò rapidamente al bosco circostante e da lì a tutte le case nascoste fra gli alberi. Su una rupe boscosa, in gennaio, con il vento che sale dal fosso, un fronte di fiamma non si ferma: passa da un tetto all'altro perché i tetti si toccano, e il legname di faggio, quello stesso che dava da vivere agli artigiani del paese, brucia benissimo. Difficile da raggiungere per qualunque soccorso e priva della quantità d'acqua necessaria a smorzare un incendio di quelle dimensioni, Camerata Vecchia fu distrutta completamente.

Gli sfollati

Chi scampò al fuoco si ritrovò senza casa in pieno inverno, a 1200 metri di quota. Gli sfollati, in larga parte donne, anziani e bambini, vissero per mesi in sistemazioni di fortuna: ricoveri di pastori, casolari a valle, ospitalità dei paesi vicini. Portarono con sé pochissimo, quello che si riesce a prendere in mano mentre si esce di corsa. Fra le poche cose salvate ci furono, secondo la tradizione locale, le arche di legno: e la ragione per cui furono salvabili è tecnica, come si vedrà più avanti.

La nascita di Pio Camerata

La ricostruzione fu decisa e sostenuta con le risorse dello Stato Pontificio, sotto il pontificato di Pio IX, e il nuovo paese nacque circa quattrocento metri più in basso, in posizione servita, raggiungibile e con acqua disponibile. Per riconoscenza il centro appena fondato prese il nome di Pio Camerata, che mantenne dal 1859 al 1870. Con la fine del potere temporale dei papi quel nome perse ragione d'essere, e dal 1872 il paese si chiama Camerata Nuova.

Vale la pena soffermarsi su questa sequenza, perché è rarissima: nel giro di poco più di un decennio una comunità perde il proprio paese, ne riceve uno nuovo costruito per lei, e cambia due volte nome mentre attorno cambia lo Stato di appartenenza. Pochi luoghi del Lazio hanno attraversato l'unificazione nazionale con una biografia così concentrata.

Rovine di Camerata Vecchia
Rovine di Camerata Vecchia

Il consiglio che ti do per visitare Rovine di Camerata Vecchia

Il consiglio principale è secco: andate in primavera o in autunno, mai in piena estate. Non per il caldo, che a quella quota resta gestibile, ma per la vegetazione. D'estate la maggior parte dei ruderi è invasa dalle piante e voi salite un'ora per vedere un roveto. In aprile, maggio, ottobre e nella prima metà di novembre la vegetazione è bassa o spoglia, i muri si leggono, i terrazzamenti si distinguono, le fotografie hanno un senso. Il periodo migliore in assoluto, a mio giudizio, è la seconda metà di ottobre: il faggio va in colore, la luce è radente e il bosco si apre.

Secondo consiglio, e non è negoziabile: acqua. Portate almeno un litro e mezzo a testa, due se la giornata è calda. Sul percorso non c'è nessuna fontana e non c'è nessun punto di ristoro. L'ultima possibilità di riempire le borracce è il paese, prima di incamminarsi. Nella storia di questo luogo l'acqua è il filo rosso: sarebbe ironico dimenticarsene proprio andando a visitarlo.

Terzo: scarpe da trekking con suola scolpita, non sneakers. Il fondo alterna pietrisco, radici e roccia liscia, e in un paio di punti si cammina in diagonale sopra un versante ripido. Aggiungete bastoncini se avete ginocchia delicate: la discesa è più impegnativa della salita.

Quarto, e vale come regola di comportamento: non arrampicatevi sui muri e non spostate le pietre. Quelle strutture non sono consolidate, non c'è nessuno che le controlli quotidianamente, e un blocco che sembra saldo può cedere sotto il peso di una persona. Il rischio è per voi e il danno è per tutti: ogni pietra spostata è una porzione di paese che si perde per sempre.

Quinto: partite presto. Non per la coda, che non esiste, ma per la luce e per il margine di sicurezza. Chi parte alle nove del mattino ha tutto il tempo di salire, girare con calma e rientrare senza fretta. Chi parte a mezzogiorno in ottobre rischia di trovarsi nel bosco al crepuscolo, e in un bosco senza illuminazione, su un sentiero senza corrimano, questo è il modo classico di trasformare una bella gita in una brutta serata. Se non conoscete la zona, valutate seriamente di farvi accompagnare: le guide e gli accompagnatori professionisti che lavorano su Roma e il suo hinterland, come la rete di TourLeaderPro, organizzano uscite di questo tipo e conoscono il terreno.

Le arche di Camerata, gli arcari e il legno di faggio

C'è un mestiere che appartiene a questo paese più di qualunque monumento, ed è quello degli arcari. Un'antica tradizione presente a Camerata Nuova è la costruzione delle arche, cassapanche caratteristiche usate per contenere vivande, indumenti e attrezzi da lavoro. Gli artigiani che le realizzano si chiamano appunto arcari e lavorano il legno di faggio, abbondantissimo nei boschi attorno al paese.

Come è fatta un'arca

Il tratto tecnico che distingue le arche di Camerata è che vengono costruite senza viti e senza chiodi: solamente incastrando listelli di legno, spesso intarsiati, che danno a ogni pezzo un aspetto proprio. Non è un vezzo da falegname virtuoso, è una scelta funzionale. Un mobile a incastro si smonta e si rimonta in breve tempo, e in una casa di montagna dove ci si sposta con le stagioni, dove si sale e si scende dai pascoli, dove si vive in spazi minimi, questa è una qualità che vale più di ogni decorazione.

Perché le arche contano nella storia dell'incendio

Questi contenitori smontabili furono molto utili alla popolazione proprio quando, nel 1859, Camerata fu distrutta dall'incendio. Un mobile che si scompone in listelli si porta via in pezzi, si carica su una soma, si ricompone nella sistemazione di fortuna. In una notte in cui si salvava quello che si riusciva a prendere, le arche erano fra le poche cose grandi che si potevano davvero portare.

Quanto è antica la tradizione

Nei pressi delle rovine di Camerata Vecchia sono stati trovati frammenti di legno appartenenti ad arche databili agli inizi del XIX secolo. Da alcuni scritti risulta che l'uso delle arche risalga almeno al 1780. Studi più recenti propongono un'origine ben più antica, ma su questo il grado di certezza è quello dell'ipotesi, non del documento: chi ve la racconta come un fatto acquisito vi sta raccontando una tradizione. Il dato solido è la coppia 1780 per gli scritti, inizio Ottocento per i reperti.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che i Monti Simbruini siano piovosi lo sanno tutti; che il loro nome derivi dal latino sub imbribus, sotto le piogge, lo si legge in qualunque scheda. Il fatto che quasi nessuno colleghi è che quest'acqua, la stessa che rendeva impossibile la vita a Camerata Vecchia perché spariva nel calcare, è l'acqua che ha reso possibile Roma.

Dai Simbruini nascono l'Aniene, il Simbrivio e il Liri. L'Aniene, in particolare, è il fiume che alimentò gli acquedotti che hanno dissetato la capitale per secoli, ed è lo stesso corso d'acqua che scende poi verso la valle e verso la valle dell'Aniene più prossima a Roma. Le grandi sorgenti carsiche di questo settore appenninico sono ancora oggi una delle risorse idriche fondamentali del Lazio.

Il paradosso, quindi, è completo e vale la pena enunciarlo bene: gli abitanti di Camerata Vecchia morivano di sete sopra il serbatoio d'acqua della capitale. Vivevano su una montagna che raccoglie oltre duemila millimetri di pioggia all'anno e non avevano una sorgente a portata di secchio, perché il carsismo porta l'acqua a riemergere centinaia di metri più in basso, dove loro non abitavano. Roma beveva grazie a quelle piogge; loro, per bere, salivano con i recipienti pieni.

C'è un corollario che riguarda direttamente la vostra gita: quelle stesse piogge fanno del versante un terreno che si mantiene umido a lungo. Dopo giornate piovose il sentiero resta scivoloso per un paio di giorni anche se il cielo si è aperto, e le pietre dei ruderi si coprono di muschio bagnato. Chi vuole camminare comodo aspetti che il versante asciughi.

Il Parco dei Monti Simbruini attorno alle Rovine di Camerata Vecchia

Le rovine non si visitano isolatamente: sono un punto dentro un'area protetta che vale la giornata anche senza di loro. Il Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, istituito nel 1983, tutela circa trentamila ettari su sette comuni ed è l'area protetta regionale più grande del Lazio.

Camposecco, il piano carsico sopra le rovine

A nordovest del sito si apre Camposecco, altopiano carsico a 1350 metri: una conca chiusa, senza emissari, dove l'acqua di pioggia sparisce nelle inghiottitoi e il fondo resta a prato. È uno dei paesaggi più caratteristici dell'Appennino centrale e uno dei più fotografati della zona, con i faggi che disegnano il bordo della conca e le mandrie al pascolo nella bella stagione. La stradina che sale a Camposecco è la stessa da cui parte l'avvicinamento alle rovine: chi ha una giornata intera può combinare le due cose.

Il Monte Autore, il tetto della provincia di Roma

Il Monte Autore, 1855 metri, è la terza cima dei Simbruini per quota e la montagna più alta della Città metropolitana di Roma Capitale. Il territorio è diviso fra Camerata Nuova e Vallepietra e la vetta è segnata da una croce; si sale dal versante di Monte Livata, da Vallepietra o da Camporotondo, sul lato abruzzese. Sul fianco sudoccidentale, nei pressi del Colle della Tagliata e attorno ai 1337 metri, sorge il santuario della Santissima Trinità, uno dei luoghi di pellegrinaggio più frequentati dell'Appennino laziale.

Campo dell'Osso, Monte Livata e la neve più vicina a Roma

A poca distanza in linea d'aria, ma nel territorio di Subiaco, si trova il comprensorio di Monte Livata, 1429 metri, la stazione invernale più vicina a Roma. Si articola in tre settori: La Bandita fra 1350 e 1425 metri, con servizi, alberghi e ristoranti; Campo dell'Osso a 1560 metri; e la Monna dell'Orso, fra 1618 e 1758 metri, dove nel 2013 è stata installata una seggiovia quadriposto. La strada che porta a Livata fu costruita nel 1956: prima ci si arrivava a piedi o con il mulo, e questo dà la misura di quanto recente sia l'accessibilità turistica di queste montagne. Lo sci a Subiaco è però più antico della strada, visto che il gruppo sciatori locale nacque nel 1927.

Boschi, fauna e silenzio

Il manto forestale dominante è la faggeta, che alle quote delle rovine è ancora fitta e in autunno regala colori pieni. Camminando in silenzio, e soprattutto nelle prime ore del mattino, non è difficile avvistare rapaci in volo sopra il fosso: chi ha un po' di fortuna vede falchi e poiane sfruttare le correnti ascensionali lungo la parete. I percorsi, per il resto, non sono duri da affrontare e ripagano con panorami larghi sulla valle e sui piani.

Rovine di Camerata Vecchia
Rovine di Camerata Vecchia

La foto giusta da fare a Rovine di Camerata Vecchia

La fotografia che tutti provano a fare è il primo piano dell'arco della chiesa di San Salvatore. Viene sempre uguale e, quasi sempre, viene male: il soggetto è un arco isolato in mezzo al verde, il contesto sparisce e chi guarda lo scatto non capisce che cosa abbia davanti. La foto giusta, secondo me, è un'altra e richiede di camminare ancora un poco.

Salite sopra il livello dell'abitato, fino al punto più alto che il sentiero consente di raggiungere in sicurezza, e voltatevi. Da lassù si inquadra la costa dei terrazzamenti con i muri che scendono a gradoni, il bosco che li divora e, sullo sfondo, la Piana del Cavaliere aperta verso nord. Quella è l'immagine che racconta la storia: un paese che scivola dentro la foresta, e trecento metri più in basso la pianura dove passa tutto, l'autostrada, la ferrovia, la vita. Il contrasto è l'intera vicenda di Camerata Vecchia in un fotogramma.

Luce, ora e stagione

L'ora migliore è la prima mattina, entro le nove e mezza in autunno, quando la luce arriva radente da est e i muri prendono rilievo. A mezzogiorno il sole verticale spegne le ombre e le pietre diventano una massa grigia indistinguibile dal terreno. La stagione ideale è la fine di ottobre, con il faggio ramato, oppure marzo con gli alberi ancora spogli e i muri completamente visibili.

Attrezzatura e piccoli accorgimenti

Un grandangolo moderato serve per le vedute d'insieme; per i dettagli delle camerae scavate nella roccia, invece, un obiettivo normale rende meglio il rapporto fra la muratura e il banco calcareo. Portate un panno per l'obiettivo: nella faggeta umida si appanna con niente. E una raccomandazione che non è tecnica: non salite sui muri per guadagnare mezzo metro di inquadratura. Non c'è nessuna fotografia che valga il crollo di un paramento vecchio di ottocento anni.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la fondazione stessa, che non fu un atto solenne ma una migrazione forzata: nel corso del IX secolo, sotto la pressione delle incursioni saracene sulle terre lontane da Roma e prive di fortificazioni, gruppi di abitanti della vallata salirono a riunirsi in comunità arroccate. La scelta di quella rupe fu una scelta di sopravvivenza. Nessuno costruisce un paese senz'acqua a 1200 metri se ha alternative.

Il secondo avvenimento è documentario più che militare, e riguarda il momento in cui il luogo entra nella storia scritta: la comparsa del nome Camorata nel Regesto sublacense, il cartulario del monastero di Subiaco compilato fra la fine dell'XI e la fine del XII secolo. Da quel momento il paese esiste anche sulla carta, e la carta, nel medioevo, è quello che decide chi comanda su di te.

Il terzo è la lunga catena dei passaggi di proprietà: la concessione della chiesa di San Salvatore ai Conti dei Marsi da parte dell'abate di Montecassino, l'espansione comitale sul territorio carseolano fino ai confini dei possedimenti sublacensi, la cessione di contrade all'abbazia di Subiaco e la loro restituzione in usufrutto ai Marsi. Non sono eventi spettacolari, ma sono quelli che hanno determinato la vita concreta della comunità: chi riscuoteva, chi giudicava, chi non costruiva strade.

Il quarto è la conquista normanna: nel 1143 i Normanni annetterono la contea dei Marsi, che entro il 1150 fu smembrata nelle contee di Albe, Carsoli e Celano. Il quadro politico attorno a Camerata cambiò radicalmente e il paese scivolò in una zona grigia fra poteri in competizione.

Il quinto è una condizione permanente più che un fatto: i secoli di frontiera fra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio, con le contese sui confini, il passaggio di merci e viaggiatori nella valle sottostante e il brigantaggio endemico che quella linea di confine alimentava. Per la gente di Camerata Vecchia questo significò convivere con la possibilità concreta di essere derubati o peggio.

Il sesto è la catastrofe: il 9 gennaio 1859 l'incendio partito da un caminetto mal custodito distrusse il paese. È il fatto che ha creato il luogo che oggi si visita.

Il settimo è la rinascita altrove: la fondazione, con le risorse dello Stato Pontificio sotto Pio IX, di un paese nuovo circa quattrocento metri più in basso, chiamato Pio Camerata dal 1859 al 1870 e Camerata Nuova dal 1872. Nel giro di tredici anni la comunità perse il paese, ne ricevette un altro e cambiò due volte nome, mentre lo Stato che l'aveva aiutata cessava di esistere.

L'ottavo, infine, appartiene al Novecento e ai nostri anni: i campi internazionali di studio e recupero che per stagioni hanno riportato alla luce muri, tracciati e i resti di quel tempietto sul quale le notizie restano frammentarie. Il sito non è mai stato oggetto di un progetto organico di tutela e valorizzazione: continua a essere tenuto in vita dai sentieri ripuliti dai volontari e dal personale del Parco.

Chi è passato da Rovine di Camerata Vecchia

Chi cerca il nome di un poeta del Grand Tour, qui, cerca la cosa sbagliata. Camerata Vecchia non era sulle rotte dei viaggiatori colti: era un paese di montagna difficile da raggiungere, senza monumenti da disegnare e senza locande. Le persone passate di qui sono altre, e sono più interessanti.

Ci sono passati gli uomini degli abati. Montecassino e l'abbazia di Subiaco furono per secoli i due poli che si contesero questi versanti, e le loro amministrazioni mandavano quassù notai, procuratori, esattori a misurare terre e a riscuotere censi. La chiesa di San Salvatore, di cui resta l'arco, fu oggetto di concessione in enfiteusi dall'abate di Montecassino: dietro quella formula giuridica c'erano uomini in carne e ossa che salirono lungo questa stessa costa per contare quello che c'era.

Ci sono passati i Conti dei Marsi, la dinastia comitale fondata da Berardo il Francisco, investito nel 926 sotto Ugo di Provenza, la famiglia che dominò il territorio carseolano e che riempì di donazioni le abbazie benedettine. Il nome che la tradizione documentaria lega direttamente alla chiesa di Camerata è quello del conte Rainaldo.

Ci sono passati i pastori transumanti, generazione dopo generazione: uomini che ogni autunno scendevano con le greggi verso l'Agro Romano e ogni primavera risalivano. Sono loro i veri abitanti stagionali di questa montagna, e sono loro che tenevano aperti i tratturi e le mulattiere che oggi camminate voi.

Ci sono passati i briganti, ed è una presenza documentata come fenomeno strutturale della frontiera fra Stato Pontificio e Regno di Napoli. I boschi attorno a Camerata offrivano nascondigli e la valle sottostante offriva prede: mercanti, viaggiatori, e gli stessi abitanti del paese.

Ci sono passati gli arcari, gli artigiani del faggio che costruivano le arche a incastro e che dopo il 1859 portarono il loro mestiere nel paese nuovo, dove la tradizione è viva.

C'è, infine, un papa che qui non è mai salito ma il cui nome il paese ha portato per undici anni: Pio IX. Sotto il suo pontificato lo Stato Pontificio mise le risorse per ricostruire, e la comunità ricambiò intitolandogli il proprio paese nuovo. Pochi luoghi possono dire di avere avuto un nome pontificio per un decennio e di averlo poi lasciato cadere senza rancore.

E ci passano, oggi, i volontari e gli studenti dei campi di ricerca e recupero, gli operatori del Parco che riaprono i sentieri, gli escursionisti che salgono in una mattina di ottobre. La lista dei passaggi celebri è corta; quella dei passaggi che contano è lunghissima.

Le Rovine di Camerata Vecchia con i bambini

La gita funziona benissimo con i ragazzini, a due condizioni. La prima è l'età: sotto i sette o otto anni l'ora di salita su fondo sconnesso è troppa, e portare un bambino in spalla su quel sentiero non è prudente. La seconda è la sorveglianza costante fra i ruderi: non ci sono parapetti, i vani aperti sono buchi veri e i muri non sono consolidati. Un ragazzino che corre fra le pietre è esattamente lo scenario da evitare.

Detto questo, come racconto per bambini le Rovine di Camerata Vecchia sono imbattibili: c'è un paese scomparso, c'è un incendio, c'è una fuga notturna, c'è un paese nuovo costruito da zero e c'è perfino il mistero delle case scavate dentro la montagna. Se raccontate la storia mentre salite, l'ora di cammino passa da sola. Portate merenda e acqua in abbondanza, perché lassù non si compra niente.

Sicurezza, accessibilità ed equipaggiamento

Il sito non è accessibile a persone con difficoltà motorie e non è percorribile in carrozzina né con passeggini: il sentiero è una mulattiera di montagna e l'area dei ruderi è un versante terrazzato. Non esistono servizi igienici, punti acqua, ristoro o presidi sanitari lungo il percorso.

Equipaggiamento minimo

Scarpe da trekking alte o medie con suola scolpita; almeno un litro e mezzo d'acqua a testa; giacca antivento anche in giornate belle, perché sul crinale il vento cambia tutto; cappello e crema solare in estate; una torcia frontale se partite tardi. In autunno e in primavera aggiungete un ricambio leggero: la faggeta trattiene l'umidità e si arriva in cima più bagnati di quanto si pensasse.

Cautele

Camminare da soli su questo percorso non è vietato ma è sconsigliato, soprattutto fuori stagione, quando gli incontri sul sentiero si contano sulle dita di una mano. Lasciate detto a qualcuno dove andate e a che ora contate di rientrare. In caso di emergenza il numero unico è il 112, ricordando che la copertura telefonica in valle è discontinua. In periodo di caccia informatevi in paese sulle giornate e sulle zone interessate.

Rispetto del sito

Non si raccolgono pietre, non si spostano materiali, non si accendono fuochi, non si lasciano rifiuti. Siamo dentro un'area protetta e sopra un sito archeologico non recintato: la sua sopravvivenza dipende letteralmente dal comportamento di chi lo visita. È una regola che vale ovunque, ma qui, dove nessuno vigila, vale doppio.

Cosa vedere nei dintorni delle Rovine di Camerata Vecchia

La zona regge senza problemi un fine settimana intero, e il modo migliore di usarla è abbinare le rovine a una seconda meta della valle o della montagna.

La valle dell'Aniene e Subiaco

A Subiaco ci sono i monasteri benedettini: Santa Scolastica, unico superstite dei tredici cenobi fondati da san Benedetto agli inizi del VI secolo, e il Sacro Speco addossato alla parete rocciosa, con i suoi cicli di affreschi. Nella biblioteca di Santa Scolastica lavorarono nel 1465 Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz, con quella che è considerata la prima officina tipografica d'Italia. Subiaco è città dal 27 luglio 2021 ed è stata Capitale italiana del libro per il 2025. Poco distante, il lago di San Benedetto è una delle soste più fresche dell'alta valle.

I paesi della montagna

Meritano una tappa Cervara di Roma, il comune più alto della provincia romana e da sempre paese di artisti, e Vallepietra, con il santuario della Santissima Trinità aggrappato alla parete del Monte Autore. Verso sud si scende ad Arcinazzo Romano e ai suoi altipiani, e più avanti a Trevi nel Lazio, a Filettino con la stazione di Campo Staffi, a Guarcino con Campocatino e a Fiuggi con le sue acque.

Altri paesi abbandonati del Lazio

Chi prende gusto ai paesi scomparsi ha nel Lazio due mete che completano il quadro: Monterano, abbandonata dopo il saccheggio di fine Settecento e diventata set cinematografico, e Celleno, il borgo fantasma della Tuscia. Confrontarli con Camerata Vecchia è istruttivo, perché ognuno dei tre è morto per una ragione diversa: la malaria e la guerra, il dissesto del colle, il fuoco.

Verso l'Abruzzo

Il casello di Carsoli-Oricola apre sulla Piana del Cavaliere, con l'area archeologica dell'antica Carsioli, colonia romana fondata attorno al 304 avanti Cristo lungo il tracciato originario della via Tiburtina Valeria, in territorio già degli Equi. Chi ha una giornata in più può spingersi verso le Montagne della Duchessa. Sul versante opposto, verso il basso Lazio, la storia benedettina si chiude all'abbazia di Montecassino e a Cassino, l'altro polo che si contese questi monti.

Chi organizza il viaggio in inglese, o accompagna amici stranieri, trova le guide corrispondenti su mountains and nature in Italy e, per le gite in giornata, sulla pagina dei day trips.

Rovine di Camerata Vecchia
Rovine di Camerata Vecchia

Domande veloci su Rovine di Camerata Vecchia

Quanto costa visitare le Rovine di Camerata Vecchia?

Nulla. Il sito è libero, non recintato e privo di biglietteria. Le uniche spese sono il carburante o i mezzi pubblici e l'eventuale accompagnatore.

Serve prenotare?

No. Non esiste nessun sistema di prenotazione perché non esiste una gestione con orari di ingresso. Chi vuole una visita guidata prenota direttamente presso la guida o l'associazione.

Quanto dura la salita alle Rovine di Camerata Vecchia?

All'incirca un'ora dalla piazzetta di Camerata Nuova, con dislivello attorno ai quattrocento metri. Per la visita completa del sito e il rientro calcolate quattro o cinque ore.

Si può arrivare in auto fino alle rovine?

No. Alcuni tracciati della zona sono parzialmente carrabili con mezzi fuoristrada, ma l'accesso normale al sito è a piedi. L'auto si lascia in paese.

A che altitudine sono le Rovine di Camerata Vecchia?

Attorno ai 1200 metri, su una costa rocciosa che si alza circa quattrocento metri sopra Camerata Nuova, che è a 810 metri.

C'è acqua lungo il percorso?

No, e questa è la raccomandazione più importante di tutte: non c'è nessuna fontana né sul sentiero né fra i ruderi. Ci si rifornisce in paese prima di partire.

Qual è il periodo migliore per visitare le Rovine di Camerata Vecchia?

Primavera e autunno. D'estate la vegetazione copre gran parte delle strutture. In inverno la neve può rendere il sentiero impraticabile.

Il sentiero è segnalato?

I sentieri della zona sono indicati e vengono ripuliti dai volontari e dal personale del Parco, ma la segnaletica non ha lo standard di un percorso attrezzato: portate una mappa o una traccia sul telefono, tenendo conto che la copertura è discontinua.

Si può portare il cane?

Sì, tenendolo al guinzaglio: siamo in un'area protetta con pascolo e fauna selvatica, e fra i ruderi il terreno è insidioso anche per gli animali.

Le Rovine di Camerata Vecchia sono adatte ai bambini?

Dai sette o otto anni in su e con sorveglianza continua fra i ruderi, dove non esistono protezioni. Sotto quell'età la salita è troppo lunga.

Il sito è accessibile alle persone con disabilità motoria?

No. Il percorso è una mulattiera di montagna e l'area archeologica è un versante terrazzato senza alcun adattamento.

Che cosa resta esattamente del paese?

Tratti delle mura di cinta sparsi lungo la cerchia dell'abitato, l'arco di sostegno della chiesa di San Salvatore con alcune case vicine, i vani delle camerae scavate nella roccia, i terrazzamenti e i resti di un tempietto individuato dalle ricerche.

Perché il paese si chiamava Camerata?

Dalle camerae, le case parzialmente scavate nel banco roccioso che caratterizzavano l'abitato. Nei documenti medievali il luogo compare come Camorata e come Rocca in Camerata.

Quando è avvenuto l'incendio?

Il 9 gennaio 1859. Partì da un caminetto mal custodito e distrusse il paese.

Perché non hanno ricostruito sullo stesso posto?

Perché il sito era privo di acqua, difficile da raggiungere e impossibile da difendere dal fuoco. Il paese nuovo fu costruito circa quattrocento metri più in basso, in un luogo servito e con acqua disponibile.

Che rapporto c'è fra Camerata Vecchia e Camerata Nuova?

Camerata Nuova è il paese costruito dopo l'incendio per la stessa comunità. Si chiamò Pio Camerata dal 1859 al 1870, in onore di Pio IX, e Camerata Nuova dal 1872.

Si possono fare fotografie e usare il drone?

Le fotografie sono libere. Per i droni valgono le norme nazionali e le disposizioni dell'ente parco sull'area protetta: chi intende volare verifichi prima presso il Parco.

Ci sono bar o ristoranti vicino alle Rovine di Camerata Vecchia?

Non lungo il percorso. I pochi esercizi sono a Camerata Nuova; l'offerta più ampia si trova a Subiaco o verso Carsoli.

Che differenza c'è fra Camerata Vecchia e gli altri borghi fantasma del Lazio?

Monterano fu abbandonata dopo il saccheggio di fine Settecento e la malaria, Celleno per il dissesto del colle. Camerata Vecchia è morta in una notte, per un incendio, e non è stata mai riabitata.

Come si arriva alle Rovine di Camerata Vecchia senza auto?

Treno della linea Roma-Pescara fino a Carsoli, poi autobus verso i comuni della zona. Le corse sono poche: verificate gli orari sul sito del vettore e organizzate il rientro in anticipo.

Serve una guida?

Non è obbligatoria, ma per chi non conosce il terreno cambia la giornata: fra i terrazzamenti, senza percorso di visita segnato, si rischia di vedere un quarto di quello che c'è.

Le Rovine di Camerata Vecchia sono dentro il Parco dei Monti Simbruini?

Sì. Il comune di Camerata Nuova ricade interamente nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, istituito nel 1983 e grande circa trentamila ettari.

Il mio giudizio sulle Rovine di Camerata Vecchia

Fra tutti i luoghi abbandonati che si raggiungono in un'ora da Roma, questo è quello che mi convince di più, e non per ragioni estetiche: Monterano è più fotogenica, Celleno più comoda. Camerata Vecchia vince perché è l'unico posto dove si capisce esattamente perché una comunità se ne è andata, e la ragione si tocca con mano già dopo dieci minuti di salita, quando ci si accorge di avere sete e di non avere nessun posto dove riempire la borraccia. Salite in ottobre, partite presto, portate acqua e datevi tempo. E quando arrivate all'arco di San Salvatore, fermatevi in silenzio per qualche minuto prima di tirare fuori il telefono: quel che resta di ottocento anni di fatica merita almeno questo. Se poi volete farvi accompagnare da chi lavora ogni giorno su Roma e sulla sua montagna, i professionisti di TourLeaderPro rispondono e organizzano.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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