Abbazia di Montecassino (FR)
Ci sono luoghi che si visitano e luoghi che vanno guardati due volte: la prima per quello che sono, la seconda per quello che hanno significato. L'Abbazia di Montecassino appartiene senza discussione alla seconda categoria. Da lassù, dal ciglio della terrazza che guarda la valle del Liri, quello che si vede è un paesaggio agricolo ordinato, l'autostrada che luccica al sole, i tetti di Cassino ricostruita, le montagne dell'Appennino abruzzese sul fondo. Quello che non si vede, ma che c'è, è la stratigrafia: un tempio pagano, un cenobio del VI secolo, quattro rasi al suolo, quattro ricostruzioni, un archivio che contiene il primo documento in italiano volgare, una biblioteca che ha salvato mezza letteratura latina, un cimitero con più di mille croci polacche a un chilometro in linea d'aria e un motto di due parole che spiega tutto: Succisa virescit. Tagliata, rinverdisce.
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Accompagno gruppi quassù da anni e ho imparato a riconoscere il momento in cui il visitatore capisce dove si trova. Non succede all'ingresso, e non succede in basilica: succede quando gli si dice che tutto quello che sta guardando — le pietre, i cornicioni, le colonne, i marmi policromi, le scale — ha meno di ottant'anni, e che ottant'anni fa esatti al posto di quei chiostri c'era un cumulo di macerie alto quanto una casa. Allora la faccia cambia. Perché il monastero più famoso d'Occidente non è un monumento sopravvissuto: è un monumento risorto, e non per la prima volta.
Questa pagina è la lettura lunga che vi consiglio di farvi prima di salire, o al ritorno mentre il treno vi riporta a Roma. Ci sono dentro Benedetto e la Regola, Scolastica e il temporale, i Longobardi e i Saraceni, il terremoto del 1349 e il barocco napoletano, Paolo Diacono e Tommaso d'Aquino bambino, la scrittura beneventana e Costantino Africano, il Placito capuano del 960 e le porte di bronzo fuse a Costantinopoli. E poi c'è il 1944, che va raccontato con precisione e senza enfasi: i codici messi in salvo prima del bombardamento, il 15 febbraio, il II Corpo polacco, la bandiera del 18 maggio, i cimiteri di guerra tutt'intorno. Alla fine ci sono le cose pratiche, che in un monastero abitato da una comunità viva contano più che altrove: orari, silenzio, abbigliamento, cosa si può fare e cosa no.
Dove si trova l'Abbazia di Montecassino e perché sta proprio lassù
L'Abbazia di Montecassino sta in cima al monte che porta lo stesso nome, poco sopra i cinquecento metri di quota, sul territorio del comune di Cassino, in provincia di Frosinone. La sigla dell'indirizzo — quella che nei registri e nelle mappe compare come Abbazia di Montecassino (FR) — sorprende sempre qualcuno: siamo nel Lazio meridionale, non in Campania, benché il paesaggio, la cucina, la cadenza del dialetto e mezza storia raccontino un'altra geografia. Per secoli questa è stata terra di confine fra il ducato longobardo di Benevento, i domini pontifici e il Regno di Napoli, e la provincia attuale è un disegno amministrativo recente rispetto ai millecinquecento anni di cui parliamo.
La ragione per cui il monastero sta lassù e non a fondovalle è la stessa per cui ci stava un tempio prima di lui: il monte è un balcone naturale che domina l'imbocco della valle del Liri, cioè il corridoio attraverso il quale, da sempre, si passa da Roma verso il Mezzogiorno. La via Latina, che è più antica dell'Appia in quel tratto, correva ai piedi di questa altura. Chi controlla il monte vede arrivare chiunque con ore di anticipo. È un vantaggio spirituale — la solitudine, il distacco, l'aria — che si è rivelato una condanna militare: la stessa posizione che nel VI secolo garantiva silenzio, nel XX secolo ha garantito che l'abbazia finisse esattamente in mezzo alla linea di combattimento più contesa d'Europa.
Il monte, l'acropoli e la strada
Sotto la vetta, sui fianchi del monte, si distendono i resti dell'antica Casinum: un teatro, un anfiteatro, un mausoleo, tratti di mura poligonali. Il monastero non nasce nel vuoto ma sopra un'acropoli, cioè sopra la parte alta e sacra di una città romana. Quando salite in macchina lungo i nove chilometri di tornanti che portano dall'abitato di Cassino al piazzale dell'abbazia, la strada attraversa quella stratigrafia: alla base c'è il parco archeologico, a metà costa la Rocca Janula medievale con le sue torri, in cima il monastero. Sono tremila anni in un quarto d'ora di guida.
Un dettaglio che dico sempre e che nessuno considera: la strada moderna esiste perché la vecchia mulattiera non bastava più. Fino all'Ottocento inoltrato si saliva a piedi o a dorso di mulo, e la salita richiedeva un paio d'ore buone. I pellegrini medievali arrivavano quassù stremati, il che — sospetto — contribuiva parecchio alla dimensione mistica dell'esperienza. Oggi si arriva in auto, con l'aria condizionata, e la sfida è invece rallentare abbastanza da capire dove si è.
Il panorama dalla Loggia del Paradiso
La terrazza che i monaci chiamano Loggia del Paradiso è, dal punto di vista puramente panoramico, il punto migliore dell'Abbazia di Montecassino. Guarda a sud-ovest, verso la valle, e nelle giornate limpide arriva a mostrarvi una fetta di pianura che si estende fin quasi al mare. Ci si affaccia dal Chiostro del Bramante, tra le colonne, e in genere è lì che i gruppi si fermano più a lungo di quanto avessi previsto. Non li richiamo mai: quello è esattamente il posto in cui il paesaggio spiega la storia meglio di qualsiasi guida. Da lì si vedono i luoghi dove nel 1944 si è combattuto per quattro mesi, uno per uno, e si capisce perché.
Casinum: la città romana sotto l'Abbazia di Montecassino
Prima di Benedetto c'era una città, e non una città qualsiasi. Casinum nasce da un insediamento italico — le fonti antiche parlano di Osci e Volsci, poi dei Sanniti — e passa sotto controllo romano alla fine del IV secolo avanti Cristo, nel quadro delle guerre sannitiche. Diventa prefettura, poi municipio, poi colonia, e per tutta l'età imperiale è un centro benestante di quella fascia interna del Lazio meridionale che la via Latina teneva collegata all'Urbe.
Il nome, secondo un'etimologia riportata da Varrone, deriverebbe da una radice sabina o osca che vale «vecchio», e in effetti quando i Romani arrivano qui il posto è già antico. Marco Terenzio Varrone, il grande erudito, aveva una villa a Casinum e nel De re rustica descrive con orgoglio la sua uccelliera lungo il corso del fiume: uno dei rarissimi casi in cui abbiamo la descrizione di prima mano di un impianto di villa romana fatta dal proprietario. Quella villa, saccheggiata durante le guerre civili, è uno dei fantasmi archeologici più cercati della zona.
Il teatro, l'anfiteatro e Ummidia Quadratilla
Il parco archeologico di Casinum, ai piedi del monte, conserva due edifici da spettacolo e un mausoleo. Il teatro, di età augustea, è incassato nel pendio secondo il buon senso costruttivo greco e romano — si sfrutta la collina invece di edificare le sostruzioni — e poteva ospitare intorno ai duemilacinquecento spettatori. L'anfiteatro, ellittico, misura all'incirca ottantacinque metri per sessantanove e arrivava a un pubblico stimato in quattromilacinquecento persone, il che dice molto sulla dimensione e sulla ricchezza della comunità.
L'anfiteatro lo dobbiamo a una donna, e la cosa merita due parole. Ummidia Quadratilla era una matrona ricchissima del I secolo dopo Cristo, proprietaria terriera, benefattrice, e — dettaglio che la rende irresistibile — appassionata di pantomimi al punto da mantenere una compagnia privata di ballerini. Plinio il Giovane le dedica una lettera in cui, con quella sua puntigliosa cortesia, racconta che morì quasi ottantenne, in ottima salute e con il corpo sodo, e che il nipote educatissimo si allontanava discretamente quando la nonna si faceva esibire i pantomimi in casa. Che l'anfiteatro di Casinum sia stato costruito a spese di questa signora, e che a poche decine di metri si alzi ancora il possente mausoleo a pianta quadrata tradizionalmente attribuito alla sua sepoltura, è uno dei piccoli piaceri della storia locale.
Perché il parco archeologico vale la deviazione
Molti visitatori dell'Abbazia di Montecassino salgono al monastero e ripartono senza sapere che ai piedi della strada, a due passi dall'ingresso, c'è un parco archeologico con un museo nazionale. È un errore che consiglio di non fare, soprattutto se avete la giornata intera. Vedere il teatro e l'anfiteatro prima di salire cambia la percezione di ciò che si trova in cima: Benedetto non si è ritirato in un deserto vergine, si è insediato sull'acropoli di una città che stava lentamente svuotandosi, riusando pietre, murature e memoria. Il monachesimo occidentale nasce sopra le rovine dell'antichità, letteralmente, non metaforicamente.
San Benedetto arriva a Montecassino: il 529 e il tempio di Apollo
La data che tutti i manuali riportano è il 529, e conviene dirlo subito: è una data convenzionale, ricostruita a posteriori, e gli studiosi discutono ancora se sia da anticipare o posticipare di qualche anno. Quello che è certo è che intorno alla fine degli anni Venti del VI secolo un monaco originario di Norcia, già sperimentato a Subiaco dove aveva vissuto in una grotta e fondato una serie di piccole comunità, sale su questo monte con un gruppo di discepoli e vi si stabilisce.
La nostra unica fonte antica sulla vita di Benedetto è il secondo libro dei Dialoghi di papa Gregorio Magno, scritto attorno al 593-594, cioè circa mezzo secolo dopo la morte del santo. Gregorio non fa una biografia nel senso moderno: fa un ritratto edificante, costruito su episodi esemplari e miracoli, dichiarando di raccogliere testimonianze di discepoli. È una fonte agiografica, e va letta come tale — il che non significa che sia inventata, significa che va usata con le pinze dello storico.
Il tempio, il bosco sacro e le due cappelle
Secondo Gregorio, quando Benedetto arriva sulla cima trova ancora in piedi un tempio dedicato ad Apollo e un bosco sacro, con la popolazione dei dintorni che vi praticava sacrifici. Siamo nel VI secolo, il cristianesimo è religione di Stato da più di un secolo, ma nelle campagne dell'Italia interna i culti antichi sopravvivono. Benedetto abbatte l'idolo, rovescia l'altare, taglia il bosco e converte gli abitanti; nell'aula del tempio ricava un oratorio dedicato a san Martino di Tours — il santo dei soldati convertiti, e non è una scelta casuale — e sul punto più alto, dove sorgeva l'ara, un oratorio dedicato a san Giovanni Battista, il precursore, il battezzatore.
Questo secondo oratorio è il cuore fisico dell'intera vicenda: è lì che Benedetto vorrà essere sepolto, è lì che poi sorgerà l'altare maggiore della basilica, ed è lì che ancora oggi si scende per raggiungere la cripta. Ogni volta che l'abbazia è stata ricostruita, il punto è rimasto lo stesso. Millecinquecento anni di continuità topografica sopra una manciata di metri quadrati.
Il gesto culturale che nessuno racconta
La lettura semplice dell'episodio è la vittoria del cristianesimo sul paganesimo. La lettura interessante è un'altra: Benedetto non distrugge il tempio, lo riusa. Trasforma un edificio in un altro edificio, un luogo sacro in un luogo sacro. È lo stesso principio che salverà mezza architettura antica in tutta Europa — le chiese ricavate nei templi durano, i templi abbandonati diventano cave di pietra. E, su scala più ampia, è lo stesso principio che governerà lo scriptorium: non si brucia il patrimonio antico, lo si copia, lo si conserva, lo si mette al servizio di una cultura nuova. La storia dell'Abbazia di Montecassino comincia con un atto di conversione che è anche un atto di conservazione.
La Regola scritta all'Abbazia di Montecassino
Se dovessi indicare l'oggetto più importante mai prodotto in cima a questo monte, non indicherei un tesoro, un mosaico o un codice miniato. Indicherei un testo di circa quindicimila parole, diviso in un prologo e settantatré capitoli, scritto in un latino tardo e pratico, senza pretese letterarie: la Regola di san Benedetto. È stata redatta qui, con ogni probabilità negli anni Trenta e Quaranta del VI secolo, e ha organizzato la vita quotidiana di milioni di persone per millecinquecento anni.
Gregorio Magno la definisce «notevole per discrezione e luminosa nella lingua», e centra due qualità reali. La discretio — la misura, il senso della proporzione — è la cifra del testo: Benedetto conosce l'ascetismo estremo dell'Oriente, i digiuni spettacolari, gli stiliti, le mortificazioni da record, e sceglie deliberatamente un'altra strada. La sua Regola è una regola per uomini normali, con corpi che si stancano e caratteri che litigano.
Che cosa dice davvero la Regola
Il monastero è definito «scuola del servizio del Signore», e il vocabolario è quello scolastico e militare insieme. La giornata è scandita dall'Opus Dei, la preghiera liturgica comune: sette uffici diurni e uno notturno, distribuiti in modo che il salterio venga recitato per intero nell'arco della settimana. Tra un ufficio e l'altro ci sono la lettura meditata — la lectio divina — e il lavoro manuale, al quale il capitolo 48 dedica pagine molto concrete, con orari che cambiano secondo la stagione perché d'estate fa caldo e d'inverno fa buio presto.
La formula «ora et labora» che tutti conoscono non compare nel testo: è una sintesi tardiva, ottocentesca, e come tutte le sintesi semplifica. Ma non tradisce: l'idea che pregare e lavorare siano due facce dello stesso obbligo, e che nessuna delle due possa mangiarsi l'altra, è esattamente il baricentro della Regola.
La stabilità, l'abate, gli ospiti
Tre invenzioni benedettine hanno cambiato la storia sociale d'Europa più di quanto si creda. La prima è la stabilitas loci: il monaco promette di restare in quel monastero, per tutta la vita. Sembra un dettaglio disciplinare, è invece la nascita dell'istituzione permanente — un ente che sopravvive ai suoi membri, accumula proprietà, tiene archivi, pianifica su tempi lunghi. Senza stabilità non c'è biblioteca, non c'è bonifica agraria, non c'è memoria documentaria; e senza queste tre cose l'Europa medievale sarebbe stata un altro pianeta.
La seconda è la figura dell'abate, cui la Regola dedica capitoli densissimi. Ha autorità piena, ma è tenuto a convocare i fratelli in consiglio per le questioni importanti, ad ascoltare anche i più giovani «perché spesso il Signore rivela al più giovane ciò che è meglio», a non fare preferenze fra il nobile e l'ex schiavo, a temperare il rigore. È un modello di governo che i giuristi medievali studieranno con attenzione.
La terza è l'ospitalità. Il capitolo 53 stabilisce che ogni ospite che arrivi vada accolto «come Cristo stesso», con particolare riguardo per i poveri e i pellegrini, perché — e la frase è di una lucidità impressionante — «nei ricchi il timore reverenziale è già garantito da sé». In un continente senza alberghi, senza assistenza pubblica e con strade pericolose, questa clausola ha significato per secoli la differenza tra sopravvivere e non sopravvivere a un viaggio.
Un dibattito accademico che vale la pena conoscere
Dagli anni Trenta del Novecento gli studiosi hanno stabilito che la Regola benedettina dipende in larga misura da un testo anonimo precedente, la cosiddetta Regula Magistri, molto più lungo e molto più minuzioso. Benedetto lo conosce, lo usa, e soprattutto lo taglia: sfronda, alleggerisce, elimina l'ossessione normativa, lascia respiro. Il genio di questo testo non sta tanto in ciò che aggiunge quanto in ciò che toglie. È una lezione che vale anche fuori dai monasteri.
Benedetto e Scolastica: l'ultimo incontro e il temporale
Delle pagine che Gregorio Magno dedica a Benedetto, quella che tocca di più i visitatori dell'Abbazia di Montecassino non riguarda un miracolo spettacolare ma una cena. Scolastica, sorella di Benedetto — la tradizione vuole gemella —, viveva in una comunità femminile ai piedi del monte, e una volta l'anno i due fratelli si incontravano in una casa fuori dalla clausura per passare la giornata a parlare di Dio. Erano ormai vecchi entrambi.
All'ultimo di questi incontri, racconta Gregorio, Scolastica chiese al fratello di restare ancora, di parlare tutta la notte. Benedetto rifiutò: la Regola — la sua Regola — gli imponeva di rientrare in monastero prima di sera. Allora Scolastica chinò il capo sulle mani, pianse, pregò; e mentre alzava la testa scoppiò un temporale così violento che nessuno poté mettere il naso fuori dalla porta. «Dio ti perdoni, sorella, cosa hai fatto?», dice Benedetto contrariato. E lei, con una delle risposte più belle dell'agiografia occidentale: «Ho chiesto a te e non mi hai ascoltato; ho chiesto al mio Signore e mi ha ascoltato». Passarono la notte a parlare.
Perché quell'episodio conta
Gregorio chiude con una frase che è teologia condensata: poté di più chi amò di più. È l'unico punto di tutta la narrazione in cui Benedetto, il legislatore, viene messo in minoranza — e non da un'autorità superiore, ma dall'affetto. In un testo scritto per esaltare la disciplina, questo capitolo dice che la disciplina non è l'ultima parola. Sono cose che, raccontate davanti alla tomba dove i due fratelli sono sepolti insieme, hanno un peso diverso.
Tre giorni dopo Scolastica morì, e Gregorio racconta che Benedetto, dalla finestra della sua cella, vide l'anima della sorella salire al cielo in forma di colomba. Fece portare il corpo in monastero e lo depose nel sepolcro che aveva preparato per sé. È il motivo per cui, sotto l'altare maggiore, le due sepolture sono una accanto all'altra.
La morte di Benedetto e le tombe sotto l'altare maggiore dell'Abbazia di Montecassino
La tradizione fissa la morte di Benedetto al 21 marzo di un anno intorno al 547. Gregorio racconta che il santo si fece aprire la tomba, che per sei giorni fu preso dalla febbre, e che al sesto si fece portare nell'oratorio, ricevette il viatico e morì in piedi, sorretto dalle braccia dei discepoli, con le mani alzate in preghiera. È una morte in postura liturgica, che i pittori hanno ripreso per secoli — la scultura bronzea che sta al centro del chiostro d'ingresso, opera di Attilio Selva del 1952, raffigura esattamente questa scena.
Che le spoglie di Benedetto e Scolastica riposino sotto l'altare maggiore dell'Abbazia di Montecassino è la convinzione costante della tradizione cassinese, ribadita nei secoli e confermata da ricognizioni. Va detto con onestà, però, che esiste una contesa antica: nel VII secolo alcuni monaci francesi, guidati secondo il racconto da Aigulfo, avrebbero trafugato le reliquie portando Benedetto a Fleury-sur-Loire, oggi Saint-Benoît-sur-Loire, e Scolastica a Le Mans. Le abbazie francesi hanno sostenuto la loro versione per secoli; nel 1107 papa Pasquale II si pronunciò a favore di Montecassino dichiarando falsa la traslazione. La disputa non si è mai chiusa del tutto sul piano storiografico, ed è una di quelle vicende che raccontano molto sul valore politico ed economico che le reliquie avevano nel Medioevo.
La cripta e ciò che è sopravvissuto
La cripta che oggi si visita è, paradossalmente, la parte più antica dell'arredo visibile del monastero. Fu ricavata a fine Cinquecento nel banco di roccia e decorata all'inizio del Novecento, tra il 1913 e gli anni immediatamente successivi, dai monaci artisti della scuola tedesca di Beuron: uno stile inconfondibile, geometrico, ieratico, con oro, figure allungate e un gusto quasi egizio nella frontalità. Piace o non piace, ma è coerente e potente.
Il punto è che quella decorazione c'è ancora. Essendo interrata nella roccia, la cripta ha resistito al bombardamento del 1944 mentre tutto sopra crollava. Chi scende oggi quei gradini vede con i propri occhi l'unica porzione monumentale dell'abbazia anteriore alla guerra. Ve lo segnalo perché nel flusso della visita è facile passarci dentro senza cogliere la differenza: sopra siete in un edificio di ottant'anni, sotto siete nell'unico ambiente che ha attraversato la battaglia.
577: i Longobardi e la prima distruzione dell'Abbazia di Montecassino
La prima catastrofe arriva circa trent'anni dopo la morte del fondatore. Fra il 577 e il 581 — la data tradizionalmente indicata è il 577 — le bande longobarde del duca Zottone di Benevento salgono sul monte di notte e devastano il cenobio. Lo sappiamo da Paolo Diacono, che a sua volta riprende Gregorio Magno, il quale aveva scritto che i monaci riuscirono a fuggire senza perdere la vita, «come Benedetto aveva predetto».
I superstiti scendono a Roma portandosi dietro quello che si può portare: gli oggetti liturgici, i pesi e le misure della comunità, e soprattutto — secondo la tradizione cassinese — il codice autografo della Regola. Vengono accolti presso il Laterano, dove danno vita a una comunità che sopravviverà per generazioni. Il monte resta deserto per più di un secolo: un secolo e mezzo di silenzio in cui, sull'acropoli di Casinum, non c'è più nessuno.
Il paradosso della prima distruzione
Ecco però il rovescio della medaglia, ed è un rovescio che si ripeterà ogni volta. La distruzione del 577 spedisce i monaci cassinesi a Roma, nel cuore della cristianità occidentale, proprio negli anni in cui un aristocratico romano di nome Gregorio sta diventando papa. È da quel contatto che nasce il libro secondo dei Dialoghi, cioè l'unica biografia di Benedetto che possediamo, cioè il testo che rende Benedetto un personaggio noto a tutta l'Europa latina. Se il cenobio non fosse stato raso al suolo, forse la memoria del fondatore sarebbe rimasta una faccenda locale. La prima distruzione dell'Abbazia di Montecassino è, in un senso molto concreto, ciò che ha reso Montecassino famosa.
Petronace e la rinascita dell'VIII secolo
Intorno al 718, per impulso di papa Gregorio II, un bresciano di nome Petronace sale sul monte e ricomincia. Trova, dicono le fonti, alcuni eremiti sparsi fra le rovine e li riunisce in comunità. È il secondo inizio, ed è quello che trasforma il luogo in una potenza.
Nel giro di pochi decenni l'abbazia risorta diventa il monastero di riferimento dell'Occidente, e non solo per prestigio spirituale. Ci arrivano personaggi di primissimo piano. Nel 747 vi si fa monaco Carlomanno, figlio di Carlo Martello e fratello di Pipino il Breve, cioè uno degli uomini più potenti d'Europa che abdica e si ritira quassù: un colpo di scena politico che portò a Montecassino un'attenzione carolingia destinata a durare. Nello stesso periodo transita da qui Willibald, il futuro vescovo di Eichstätt, che vi soggiorna a lungo prima di partire per l'evangelizzazione della Germania. E Montecassino diventa il punto in cui la tradizione benedettina italiana si salda alla riforma monastica franca che Benedetto di Aniane porterà a compimento sotto Ludovico il Pio.
Perché l'VIII secolo è decisivo
È in questa fase che il monastero acquisisce il patrimonio fondiario enorme — la cosiddetta Terra Sancti Benedicti — che ne farà per secoli un potentato territoriale, con castelli, villaggi, mulini, saline, diritti di pedaggio. Non è un dettaglio economico marginale: senza quella base materiale non ci sarebbero stati lo scriptorium, la biblioteca, il cantiere di Desiderio, la scuola medica. La cultura costa, e a Montecassino la pagavano i campi della valle del Liri.
Paolo Diacono all'Abbazia di Montecassino
Fra gli uomini che hanno lavorato in questo monastero, Paolo Diacono è quello a cui la civiltà europea deve più di quanto sospetti. Nato a Cividale del Friuli attorno al 720 da famiglia longobarda di rango, formato alla corte di Pavia, entra a Montecassino intorno al 774, cioè subito dopo il crollo del regno longobardo sotto i colpi di Carlo Magno. Dal 782 al 787 sta alla corte carolingia — vi arriva per ottenere la liberazione del fratello, prigioniero dei Franchi — e vi diventa uno dei maestri di quella rinascita di studi che chiamiamo rinascimento carolingio. Poi torna quassù e qui muore, il 13 aprile 799, sepolto nella chiesa dell'abbazia, in una tomba di cui le ricostruzioni successive hanno cancellato ogni traccia.
La Historia Langobardorum
La sua opera maggiore, la Historia Langobardorum, è stata scritta qui negli ultimissimi anni della sua vita ed è rimasta incompiuta. Racconta la storia del suo popolo dalla mitica partenza dalla Scandinavia fino alla morte di re Liutprando nel 744, e si ferma lì: Paolo non scrive la conquista franca, non racconta la sconfitta. È la scelta di un uomo che serve i vincitori e non se la sente di narrare la fine dei suoi. Quel silenzio, per uno storico, è più eloquente di cento pagine.
Senza la Historia non sapremmo quasi nulla dei duecento anni longobardi in Italia. È da lì che vengono le storie che tutti conosciamo — Alboino e il cranio di Cunimondo trasformato in coppa, la regina Rosmunda, la fuga di Perctarit — ed è da lì che i romantici ottocenteschi hanno tratto materia per romanzi e tragedie, Manzoni compreso.
Le note musicali sono nate da un suo inno
C'è poi il dettaglio che diverte sempre i visitatori, e che è vero. Paolo Diacono compose un inno per san Giovanni Battista, l'Ut queant laxis. Tre secoli dopo, un monaco teorico della musica di nome Guido d'Arezzo si accorse che le prime sei semifrasi di quell'inno cominciavano ciascuna su una nota della scala progressivamente più alta, e usò le loro sillabe iniziali come nomi delle note: ut, re, mi, fa, sol, la. L'ut diventerà do nel Seicento, il si arriverà dalle iniziali di Sancte Iohannes. Ogni volta che un bambino canta la scala in qualunque parte del mondo, sta usando un testo scritto da un monaco longobardo dell'Abbazia di Montecassino.
883: i Saraceni e la seconda distruzione dell'Abbazia di Montecassino
Il IX secolo è il secolo delle incursioni musulmane nel Mediterraneo occidentale. Bande provenienti dalla Sicilia e dall'Africa risalgono le coste tirreniche, penetrano nell'entroterra, colpiscono i centri ricchi. Nell'883 tocca a Montecassino.
Abate in quel momento è Bertario, uomo di grande statura culturale — poeta, liturgista, autore di testi medici — che aveva fatto fortificare il borgo ai piedi del monte creando l'abitato di Eulogimenopoli, l'antenato della Cassino moderna. Il 4 settembre dell'883 gli assalitori piombano sul monastero. Bertario viene ucciso; le fonti cassinesi lo dicono trucidato ai piedi dell'altare mentre pregava, e da allora è venerato come martire. Il monastero è saccheggiato e incendiato.
Settant'anni di esilio
I superstiti scendono a Teano, poi a Capua. È un esilio lungo, e con una beffa dentro: nel 896 un incendio a Teano distrugge la biblioteca dei profughi, e in quell'incendio — secondo la tradizione cassinese — va perduto il codice autografo della Regola, quello che i monaci avevano salvato dai Longobardi tre secoli prima e riportato indietro. Salvato dalle spade, bruciato da un camino.
Il ritorno sul monte avviene attorno alla metà del X secolo. L'abate Aligerno, in carica dal 948 circa fino al 985, riporta la comunità in cima, ricostruisce, riorganizza il patrimonio fondiario disperso e riprende in mano cause e confini. Ed è proprio questo lavoro di recupero patrimoniale — ricostruire chi possedeva cosa dopo settant'anni di abbandono — che produce il documento più celebre dell'intero archivio.
Il Placito capuano del 960: l'italiano nasce nell'archivio dell'Abbazia di Montecassino
Nel marzo del 960, a Capua, davanti al giudice Arechisi, si celebra una causa di confine tra il monastero di Montecassino e un piccolo feudatario locale, Rodelgrimo d'Aquino, che si è appropriato di terre approfittando del vuoto lasciato dalla distruzione dell'883. Il monastero deve dimostrare il possesso trentennale. Tre testimoni depongono, indicando con la mano i confini della proprietà, e pronunciano una formula che il notaio trascrive non in latino — come sarebbe la norma — ma nella lingua parlata, perché la testimonianza deve valere alla lettera, parola per parola, come è uscita di bocca:
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.
«So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, le ha possedute per trent'anni la parte di san Benedetto.» Trentatré parole, o giù di lì, e sono il primo documento in volgare italiano di cui abbiamo l'originale conservato. Non un frammento graffito, non una glossa marginale, non un indovinello: un atto giuridico ufficiale, datato, redatto da un notaio, con l'anno e il mese, in una lingua che non è più latino ed è già quasi italiano.
Che cosa rende quella riga così importante
Guardate il testo con attenzione. Sao per «so», con l'esito della perdita della consonante intervocalica. Ko per «che», con quella k che è un'abitudine grafica dell'area cassinese. Kelle per «quelle». Que ancora latineggiante. Possette, perfetto forte, vivissimo ancora oggi nei dialetti meridionali. E infine parte Sancti Benedicti, che resta in latino perché è una formula giuridica cristallizzata, il nome della persona giuridica in causa. Il notaio, senza saperlo, ci ha lasciato una fotografia sonora dell'Italia centro-meridionale intorno all'anno Mille: le parti in cui si dice il diritto restano latine, la parte in cui parla un uomo passa alla lingua vera.
Non uno ma quattro
I documenti di questo gruppo, che i filologi chiamano Placiti cassinesi, sono in realtà quattro: quello di Capua del marzo 960, due relativi a Sessa Aurunca e uno a Teano, redatti nei tre anni successivi, con formule leggermente diverse ma della stessa famiglia. Furono individuati nel Settecento da Erasmo Gattola, archivista e storico del monastero, e sono conservati nell'archivio dell'abbazia. Nel 1943, quando le carte vennero imballate e portate a Roma, i Placiti erano fra quelle casse: se la storia fosse andata diversamente, la lingua italiana avrebbe perso il proprio certificato di nascita in un bombardamento.
Lo dico ai gruppi con una certa insistenza, perché è il genere di informazione che cambia la percezione del posto: quando entrate all'Abbazia di Montecassino, non state entrando soltanto nella casa madre del monachesimo occidentale. State entrando nell'edificio dove è custodito il momento esatto in cui gli italiani hanno cominciato a scrivere come parlavano.
Desiderio e il secolo d'oro dell'Abbazia di Montecassino
Se l'Abbazia di Montecassino ha avuto un'età dell'oro, quella è l'abbaziato di Desiderio, dal 1058 al 1087. Nato Dauferio, di stirpe principesca longobarda di Benevento, entrato in monastero contro la volontà della famiglia, uomo di gusto raffinatissimo e di intelligenza politica fuori misura, Desiderio arriva al governo del monastero in uno dei momenti più caotici della storia italiana: i Normanni stanno conquistando il Mezzogiorno, il papato sta entrando nella lotta per le investiture, l'impero preme da nord.
Lui gioca la partita in modo magistrale. Media fra papi e Normanni, ottiene protezioni da entrambe le parti, si fa cardinale, diventa il più stretto collaboratore di Gregorio VII e alla fine, morto quest'ultimo, viene eletto papa lui stesso nel 1086 con il nome di Vittore III — carica che accetta con evidente riluttanza e che esercita per poco più di un anno, morendo nel 1087 e facendosi seppellire qui, nel suo monastero, non a Roma.
Il cantiere del 1066-1071
Il capolavoro di Desiderio è però il cantiere. Fra il 1066 e il 1071 — cinque anni, un'inezia per l'edilizia medievale — fa demolire la chiesa esistente e ne costruisce una nuova, grandiosa, con l'atrio, il quadriportico, il campanile. Fa arrivare marmi e colonne da Roma, dove le rovine antiche funzionavano ancora da cava di lusso; fa venire da Costantinopoli maestri mosaicisti perché l'Occidente aveva perduto quella tecnica, e — dettaglio decisivo — impone che insegnino il mestiere ai giovani monaci, in modo che l'arte non se ne vada via insieme agli artisti. È uno dei più consapevoli programmi di trasferimento tecnologico dell'intero Medioevo.
La consacrazione avviene il 1° ottobre 1071, celebrata da papa Alessandro II alla presenza di una folla di vescovi, principi normanni e dell'arcidiacono Ildebrando, il futuro Gregorio VII. Le cronache descrivono una cerimonia sontuosa, la chiesa splendente di mosaici a fondo oro, i pavimenti in opus sectile, le porte di bronzo.
Un'onda che arriva fino a Sant'Angelo in Formis
La chiesa di Desiderio non esiste più: l'hanno cancellata il terremoto del 1349 e i rifacimenti barocchi. Ma il suo linguaggio figurativo si è propagato, e per fortuna ne resta un testimone straordinario a poca distanza: la basilica di Sant'Angelo in Formis, presso Capua, edificata da Desiderio stesso su terreno donato dal principe di Capua e affrescata da maestranze cassinesi. Chi vuole capire che cosa si vedeva quassù nell'XI secolo deve fare quella deviazione: è il volume di riferimento della pittura desideriana, con quel Cristo pantocratore imponente e le storie bibliche a fasce sovrapposte.
Le porte di bronzo dell'Abbazia di Montecassino
Fra le pochissime cose che dall'XI secolo sono arrivate fino a noi ci sono le porte di bronzo. Desiderio le fece fondere a Costantinopoli intorno al 1066: bronzo con i disegni incisi e riempiti d'argento, secondo una tecnica bizantina che in Italia meridionale ha lasciato altri esemplari illustri, da Amalfi a Salerno a Monte Sant'Angelo. Circa cinquant'anni dopo, sotto l'abate Oderisio II, le porte furono ampliate e sui nuovi battenti si fece incidere qualcosa di sorprendente: l'elenco, sistematico, di tutti i possedimenti dell'abbazia — chiese, castelli, città, corti, con i nomi delle località.
Fermatevi a pensare a che cosa significa. Le porte di una chiesa non sono un mobile: sono la soglia, il luogo dove il monastero incontra il mondo. Inciderci sopra il catasto significa dichiarare a chiunque entri, con la solennità del bronzo e la lucentezza dell'argento, che la Terra Sancti Benedicti è questa e non si discute. È insieme un atto liturgico e un atto notarile — e per lo storico moderno è una fonte formidabile, perché ci restituisce la geografia del potere cassinese com'era intorno al 1123.
Quelle porte hanno attraversato il terremoto, i rifacimenti, le soppressioni e la guerra. Danneggiate nel 1944, sono state recuperate dalle macerie e restaurate. Quando entrate nella basilica, guardatele: non è una copia, è il pezzo più antico che l'Abbazia di Montecassino vi mette davanti.
Alfano, Costantino Africano e la medicina all'Abbazia di Montecassino
Il cerchio di Desiderio non era fatto solo di muratori e mosaicisti. Ne faceva parte Alfano, monaco cassinese poi arcivescovo di Salerno dal 1058 al 1085, poeta latino di finissima qualità, traduttore dal greco e medico. Fu lui a comporre i tituli, cioè le didascalie in versi, per il ciclo pittorico dell'atrio della chiesa desideriana. Fu lui a tradurre in latino un trattato greco di Nemesio di Emesa sulla natura dell'uomo, portando in Occidente un pezzo di antropologia filosofica antica. E fu lui, quasi certamente, a introdurre nell'ambiente cassinese e salernitano il personaggio più esotico di tutta questa storia.
Chi era Costantino Africano
Costantino Africano arriva dal Nordafrica, forse da Cartagine, nella seconda metà dell'XI secolo. Le fonti su di lui sono avvolte nella leggenda — mercante, viaggiatore, forse fuggiasco — ma il dato certo è che conosceva l'arabo e la medicina araba, e che intorno al 1077 si fece monaco a Montecassino, dove morì prima del 1098-1099.
Qui, sotto la protezione di Desiderio, tradusse in latino un corpus di testi medici arabi che l'Occidente non conosceva: il Pantegni, versione dell'enciclopedia medica di al-Maǧūsī; l'Isagoge di Ḥunayn ibn Isḥāq, il manuale che per cinque secoli aprirà ogni corso universitario di medicina; il Viaticum, il pratico prontuario da viaggio di Ibn al-Ǧazzār; e altri trattati su farmacologia, dietetica, febbri, urine, occhi.
La conseguenza: la Scuola medica salernitana
L'effetto di quelle traduzioni è difficile da sopravvalutare. La Scuola medica salernitana — la prima istituzione europea a insegnare medicina in modo sistematico, l'antenata delle facoltà universitarie — decolla proprio grazie a questo apporto. E i testi tradotti da un monaco a Montecassino restano libri di testo in tutta Europa fino al Seicento inoltrato.
Va aggiunto che l'abbazia stessa aveva una lunga pratica di assistenza ai malati: la Regola dedica un capitolo alla cura degli infermi, che devono essere serviti «come Cristo in persona», e le grandi abbazie svilupparono infermerie, orti dei semplici e farmacie. Quando si dice che il monachesimo ha inventato l'ospedale europeo si semplifica, ma non si mente del tutto. La catena Cordova-Kairouan-Montecassino-Salerno è una delle prove migliori che il Medioevo non fu affatto un blocco chiuso: era un mondo in cui i libri viaggiavano, e con loro le lingue.
La scrittura beneventana e lo scriptorium dell'Abbazia di Montecassino
Chi entra nel museo dell'abbazia e si trova davanti a un codice cassinese dell'XI secolo nota subito qualcosa di strano: le lettere non assomigliano a nulla di familiare. Le a sembrano oc, le e hanno un occhiello alto, le t si legano, i tratti sono spezzati e ritmici come una fila di merli. È la scrittura beneventana, chiamata anche cassinese, e con la visigotica e l'insulare è una delle grandi scritture nazionali dell'alto Medioevo europeo.
Nasce nell'ambiente longobardo meridionale nell'VIII secolo, matura nel X, raggiunge la perfezione formale proprio nello scriptorium di Montecassino nel secolo di Desiderio, e resiste fino al XIII secolo inoltrato, quando la minuscola carolina ormai dominante e poi la gotica la spazzano via. È una scrittura difficile da leggere e magnifica da guardare: calligrafica, ostinatamente locale, con un sistema di abbreviazioni e di segni di interpunzione tutto suo — compreso un punto interrogativo dalla forma inconfondibile.
Il lavoro di uno scriptorium
Raccontare come si faceva un libro quassù aiuta a capire perché ne restano pochi. Serviva la pergamena, cioè pelli di pecora o di capretto raschiate, tese, asciugate, tagliate: per un codice di media grandezza andava via un piccolo gregge. Serviva l'inchiostro ferro-gallico, ottenuto da galle di quercia e solfato di ferro. Servivano le penne d'oca temperate, i punteruoli per la rigatura, il compasso, la pietra pomice. Serviva un copista addestrato per anni, che lavorava a luce naturale — nello scriptorium le candele erano vietate per ovvi motivi — e produceva, quando andava bene, poche pagine al giorno.
Poi c'erano il rubricatore, che aggiungeva in rosso i titoli e le iniziali; il miniatore, per i codici di lusso; il legatore. Un codice liturgico decorato poteva costare quanto un podere. Copiare un libro era un investimento, non un passatempo, ed è per questo che la scelta di che cosa copiare è una delle decisioni culturali più pesanti che si possano immaginare.
Che cosa dobbiamo ai copisti cassinesi
Qui la sobrietà è d'obbligo, perché sull'argomento circola parecchia leggenda. Non è vero che tutta la letteratura latina si sia salvata a Montecassino. È vero però, e documentato, che alcuni testi capitali della cultura classica ci sono arrivati attraverso manoscritti cassinesi dell'XI secolo, e che senza quelle copie oggi non li leggeremmo. Gli Annales e le Historiae di Tacito nella loro seconda parte, l'Asino d'oro e le opere filosofiche di Apuleio, il De lingua Latina di Varrone: pezzi di prima grandezza, sopravvissuti perché qualcuno, in una sala fredda su una montagna, ha deciso che valeva la pena di consumarci sopra una pila di pelli e sei mesi di vita.
C'è una scena che immagino spesso, e che nessun documento mi conferma ma che è ragionevolmente vicina al vero: un monaco che copia le pagine di Tacito sulla rivolta di Boudicca senza avere la più pallida idea di dove sia la Britannia, semplicemente perché la Regola gli dice di lavorare e l'abate gli ha detto di copiare quello. La trasmissione della cultura antica in Europa è passata attraverso migliaia di gesti come questo, quasi tutti anonimi.
La biblioteca e l'archivio dell'Abbazia di Montecassino
La biblioteca cassinese è una delle grandi biblioteche storiche italiane, e — non lo dico per drammatizzare — è viva. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, quando si dovette imballare tutto in fretta, gli inventari registravano dell'ordine di ottocento documenti pontifici, oltre ventimila volumi nel fondo antico e sessantamila nella biblioteca moderna, oltre a incunaboli, cinquecentine, codici miniati, carte d'archivio a decine di migliaia di pezzi e opere d'arte.
L'archivio, in particolare, è un caso unico in Europa: essendo l'abbazia sopravvissuta come istituzione dal VI secolo a oggi, la documentazione si è accumulata con una continuità che pochissimi enti possono vantare. Ci sono dentro i Placiti del X secolo, le bolle papali, i diplomi imperiali, i registri fondiari, le cronache. Il Chronicon Casinense di Leone Ostiense, continuato da Pietro Diacono nel XII secolo, è una delle cronache monastiche più ricche del Medioevo occidentale e la nostra fonte principale per il cantiere di Desiderio.
Come si accede oggi
La biblioteca e l'archivio non fanno parte del percorso di visita ordinario: sono strutture di ricerca, con sale di consultazione, e l'accesso è riservato a studiosi su richiesta motivata. Esistono però visite guidate dedicate, organizzate dall'abbazia su prenotazione, che permettono di entrarci in gruppo con un accompagnatore. Se siete appassionati di libri antichi, scrivete per tempo agli uffici del monastero e chiedete: è il genere di richiesta che, se formulata con anticipo e con garbo, ottiene spesso risposta positiva.
Tommaso d'Aquino bambino all'Abbazia di Montecassino
Nel castello di Roccasecca, a una manciata di chilometri da qui, intorno al 1225 nasce l'ultimo figlio del conte Landolfo d'Aquino. La famiglia ha un piano preciso per lui: farne un abate di Montecassino, che a quell'epoca significa fare di lui uno degli uomini più potenti del Mezzogiorno, con un patrimonio e un'influenza politica di primo livello. Zio del bambino è d'altronde l'abate in carica.
Così, a cinque o sei anni, il piccolo Tommaso viene consegnato al monastero come oblato. Cresce quassù per una manciata d'anni — impara a leggere, a cantare l'ufficio, a stare in silenzio — finché le tensioni fra Federico II e il papato non travolgono l'abbazia e i ragazzi vengono rimandati a casa. Tommaso prosegue gli studi a Napoli, e lì incontra i Domenicani.
Il colpo di scena familiare
Quando annuncia che vuole entrare in un ordine mendicante, cioè rinunciare alla carriera e mettersi a chiedere l'elemosina, la famiglia reagisce come reagirebbe qualunque famiglia aristocratica del Duecento: lo fa rapire dai fratelli lungo la strada e lo tiene sotto chiave per più di un anno nei castelli di famiglia, tentando in ogni modo di fargli cambiare idea. Non funziona. Tommaso d'Aquino diventerà il più grande teologo dell'Occidente latino, autore della Summa theologiae, e morirà nel 1274 a Fossanova, in un'altra abbazia del Lazio meridionale, a nemmeno cinquanta chilometri da qui.
C'è un aneddoto che gli agiografi amano e che, vero o no, dice qualcosa di reale. Da bambino, quassù, avrebbe tormentato i monaci con una sola domanda ripetuta: «Che cos'è Dio?». Tutta la sua opera successiva è, in un certo senso, il tentativo adulto di rispondere a quella domanda infantile. Che l'abbia formulata per la prima volta in un chiostro di questo monte è una di quelle coincidenze che rendono i luoghi più interessanti dei libri.
1349: il terremoto e la terza distruzione dell'Abbazia di Montecassino
La terza catastrofe non ha volto umano. Il 9 settembre 1349 un terremoto violentissimo, avvertito da Roma a Napoli, colpisce l'Appennino centro-meridionale. A Montecassino la chiesa di Desiderio crolla, il campanile si spezza, i chiostri vengono giù, il monastero è ridotto a un cumulo. Muoiono monaci e servitori. In basso, il borgo di San Germano — l'attuale Cassino — è devastato.
Il momento è pessimo anche per altre ragioni: il 1348 è l'anno della peste nera, l'Italia meridionale è in guerra, il papato è ad Avignone e il monastero attraversa una fase di decadenza. Le forze per ricostruire non ci sono. Passeranno diciassette anni prima che il cantiere riparta, e riparte nel 1366 grazie all'interessamento di papa Urbano V, che era stato monaco benedettino ed è l'unico papa avignonese ad aver preso a cuore la sorte dell'abbazia madre del suo ordine.
Che cosa si perde e che cosa cambia
Con il terremoto sparisce la basilica dell'XI secolo, con i suoi mosaici bizantini e i suoi pavimenti in opus sectile. Sparisce, di fatto, il Medioevo visibile di Montecassino: da lì in avanti quello che si vede quassù sarà tardogotico, poi rinascimentale, poi barocco. È il motivo per cui il visitatore che arriva pensando di trovare un monastero medievale resta spesso spiazzato. Il Medioevo cassinese non è nelle pietre: è nei codici, nell'archivio e nell'idea.
Nella ricostruzione trecentesca, e ancor più nei rifacimenti dei secoli seguenti, si consolida però la struttura che ancora oggi determina la vostra visita: la lunga sequenza di cortili e chiostri in salita, uno dentro l'altro, che porta dall'ingresso alla chiesa. È un dispositivo architettonico e insieme spirituale — si sale per gradi, ci si stacca progressivamente dal mondo — e funziona ancora perfettamente, anche su chi non ci pensa.
Commende, congregazioni e potere: dal Quattrocento al Settecento
Nel 1454 l'Abbazia di Montecassino entra nel regime della commenda: il titolo abbaziale, con le rendite, viene assegnato a un ecclesiastico esterno che non risiede e non governa la comunità. È un sistema diffuso in tutta Europa e quasi sempre disastroso per la vita monastica, perché separa il denaro dalla responsabilità. Fra i commendatari cassinesi figura anche il cardinale Giovanni de' Medici, il futuro papa Leone X, che di questo monastero fu titolare senza mai amministrarlo davvero.
La svolta arriva nel 1504, quando Montecassino aderisce alla congregazione riformata di Santa Giustina di Padova, che proprio in virtù di questa adesione prenderà il nome di Congregazione Cassinese. È una riforma seria: abati eletti a tempo, controlli reciproci fra monasteri, capitoli generali, ritorno alla disciplina. Il monastero riprende vigore, e la ripresa si vede subito nei cantieri.
Il Cinquecento costruisce
Al Cinquecento si devono due degli spazi più belli che percorrerete. Il Chiostro dei Benefattori, realizzato attorno al 1513, è tradizionalmente ricondotto a un disegno di Antonio da Sangallo il Giovane: proporzioni asciutte, ritmo regolare, tutta l'eleganza del pieno Rinascimento romano trapiantata su una montagna del Lazio meridionale. Il Chiostro del Bramante, detto anche di Sant'Anna, è del 1595 e prende il nome dall'attribuzione — non provata, ma tenace — al grande architetto urbinate; al centro ha una cisterna ottagonale fiancheggiata da colonne corinzie.
Nello stesso periodo si scava la cripta sotto l'altare maggiore, si sistemano le scalinate monumentali, si riorganizzano gli accessi. L'impianto che oggi risalite gradino dopo gradino è sostanzialmente quello messo a punto in questi decenni.
Il potere che si vede
Un dettaglio che invito sempre a guardare, perché racconta la mentalità dell'epoca meglio di un trattato: nel Chiostro dei Benefattori, a partire dal 1666, sono state collocate due file di statue che si fronteggiano. Da un lato i papi benefattori — Gregorio Magno, Gregorio II, Zaccaria, Vittore III, Urbano V, Benedetto XIII, Benedetto XIV, Clemente XI; dall'altro i sovrani laici — Carlo Magno, Enrico II, Roberto il Guiscardo, Carlo III di Borbone. Non è un pantheon devozionale: è un bilancio patrimoniale scolpito nel marmo, l'elenco ufficiale di chi ha dato e quindi di chi ha diritto alla riconoscenza perpetua. E, implicitamente, un promemoria per i visitatori potenti dell'epoca: qui si entra nella storia, basta firmare una donazione.
Il barocco napoletano dell'Abbazia di Montecassino
Nel Seicento e nel primo Settecento l'abbazia prende l'aspetto che avrebbe conservato fino al 1944: quello di un grande complesso barocco di gusto napoletano, sfarzoso, luminoso, marmoreo. La basilica viene rifatta e decorata senza risparmio, e a lavorarci arriva il meglio della scuola meridionale.
Ci sono le tele e gli affreschi di Luca Giordano, il pittore più veloce del secolo, quello che i contemporanei chiamavano Luca Fa Presto; ci sono Francesco Solimena, Paolo de Matteis, Francesco de Mura, Sebastiano Conca. Ci sono i marmi commessi e i tarsi policromi della bottega di Cosimo Fanzago e dei suoi seguaci, con quel gusto per gli intarsi geometrici che a Napoli riconoscete in mezza città. Il coro ligneo intagliato, gli stalli, gli organi, gli altari: un insieme che i viaggiatori del Grand Tour descrivevano come uno dei più ricchi d'Italia. La nuova consacrazione della basilica avvenne nel 1727 alla presenza di papa Benedetto XIII, domenicano, che salì quassù di persona.
Perché ve ne parlo se non c'è più
Perché quasi tutto questo è andato distrutto nel 1944, e perché la basilica che vedete oggi è il tentativo — riuscito nella struttura, inevitabilmente diverso nella sostanza materiale — di riproporre quell'immagine. Sapere che cosa c'era rende comprensibile che cosa c'è: le decorazioni attuali non sono un pastiche gratuito, sono la ricostruzione filologica di un interno documentato da fotografie, rilievi e disegni. Alcuni frammenti originali sono stati recuperati dalle macerie e reintegrati; altre parti sono state rifatte; il coro ligneo è opera di ricostruzione. È un edificio che va letto con questa doppia consapevolezza, e per me è proprio questo a renderlo commovente.
Soppressioni, monumento nazionale, Ottocento
Il primo colpo arriva con Napoleone: nel 1799 e poi negli anni dell'occupazione francese del Regno di Napoli il monastero subisce requisizioni, spoliazioni e la soppressione delle comunità religiose. I monaci rientrano con la Restaurazione.
Il secondo colpo, più duraturo, arriva con l'unità d'Italia. Le leggi eversive dell'asse ecclesiastico del 1866-1867 sopprimono gli ordini religiosi e incamerano i beni. Per Montecassino si sceglie però una via particolare: l'abbazia viene dichiarata monumento nazionale, il patrimonio passa allo Stato, e i monaci restano sul posto come custodi e conservatori del monumento stesso. È un compromesso all'italiana, e come molti compromessi all'italiana ha funzionato: la comunità non si è dispersa, la biblioteca è rimasta unita, e lo status di monumento nazionale è ancora oggi la cornice giuridica del complesso.
L'Ottocento erudito
Il secolo che ne segue è, culturalmente, uno dei più fecondi. I monaci cassinesi si dedicano alla pubblicazione delle fonti, alla paleografia, all'edizione dei documenti d'archivio, alla musicologia gregoriana. Montecassino diventa una meta della cultura europea: filologi tedeschi, storici inglesi, editori francesi salgono quassù per consultare i codici. Il monastero non è più una potenza territoriale, ma è tornato a essere quello che era stato nell'XI secolo: un centro di studi.
Autunno 1943: i codici in salvo
Arriviamo alla parte che va raccontata con la maggiore precisione possibile e con il minimo di enfasi. Nell'autunno del 1943 l'Italia è spaccata in due. Gli Alleati sono sbarcati a Salerno il 9 settembre, i tedeschi hanno occupato il centro-nord e stanno organizzando una linea difensiva che attraversa la penisola all'altezza di Cassino. È evidente a chiunque abbia una mappa che il monastero finirà in mezzo.
Fra ottobre e novembre 1943 due ufficiali della divisione corazzata Hermann Göring — il capitano medico Maximilian Becker e il tenente colonnello austriaco Julius Schlegel — propongono all'abate di trasferire il patrimonio dell'abbazia a Roma. L'abate Gregorio Diamare, che guidava la comunità dal 1910, è inizialmente diffidente: teme, con ragione, che l'operazione si trasformi in un saccheggio mascherato. Alla fine accetta, chiedendo garanzie, coinvolgendo la Santa Sede e facendo accompagnare i trasporti da monaci incaricati di vigilare.
Cento camion in tre settimane
L'operazione dura circa tre settimane. Vengono costruite casse su misura, imballati i codici, i documenti pontifici, i registri, i dipinti, gli arredi liturgici, e caricati su oltre cento camion che scendono la strada a tornanti e prendono la via di Roma. Con le carte partono anche i monaci anziani e parte degli sfollati. Insieme al patrimonio dell'abbazia viaggiano casse dei musei napoletani che erano state messe al sicuro quassù proprio perché il monastero sembrava il posto più protetto della zona. Le consegne alla Santa Sede si concludono nel dicembre 1943.
Va detta anche la parte spiacevole, perché la verità storica sta tutta intera: non ogni cassa arrivò a destinazione. Un certo numero di opere provenienti dai depositi napoletani venne dirottato verso la Germania e finì nella collezione di Hermann Göring; parte fu recuperata dopo la guerra, parte no. L'archivio e la biblioteca dell'abbazia, invece, arrivarono a Roma e furono salvati integralmente.
Che cosa si è salvato, in concreto
Grazie a quelle tre settimane esistono ancora oggi i Placiti cassinesi, i codici in beneventana, le bolle, le cronache di Leone Ostiense e Pietro Diacono, gli incunaboli, i documenti che permettono di scrivere la storia del Mezzogiorno medievale. Tre mesi dopo, il luogo dove tutta questa roba era stata conservata per secoli non esisteva più.
È un episodio che va maneggiato con equilibrio. Non trasforma nessuno in eroe assoluto, non riscatta nulla, non compensa niente. Registra però un fatto: in mezzo a una guerra totale, alcune persone su fronti opposti hanno collaborato per salvare dei libri, e ci sono riuscite. È un dato, e come tale lo consegno.
La Linea Gustav e la battaglia di Cassino
Nell'inverno 1943-1944 la Linea Gustav è il sistema difensivo tedesco più forte d'Italia. Corre da mare a mare, dal Tirreno all'Adriatico, e nel settore che ci interessa si appoggia a tre elementi naturali: il fiume Garigliano, il fiume Rapido — largo pochi metri ma con sponde verticali e correnti gelide — e il massiccio montuoso su cui sorge l'abbazia. I tedeschi hanno fatto saltare gli sbarramenti allagando deliberatamente la piana, minato le rive, abbattuto alberi ed edifici per liberare i campi di tiro, fortificato grotte e postazioni collegate da camminamenti.
Il comandante del settore, il generale Fridolin von Senger und Etterlin, è un cattolico praticante e — dettaglio non irrilevante — un oblato benedettino. Fa dichiarare l'abbazia zona neutrale, con una fascia di trecento metri intorno alle mura vietata alle truppe. Sui documenti la neutralità c'è; sulla montagna, in una battaglia di quella intensità, la fascia di trecento metri è una linea sottile e mobile.
Le fasi
La battaglia comincia il 17 gennaio 1944 e dura fino a maggio, in quattro grandi ondate. La prima vede il X Corpo britannico forzare il Garigliano e la 36ª Divisione statunitense tentare il passaggio del Rapido, un attacco che si risolve in un massacro, con circa duemila perdite in due giorni. Il Corpo di spedizione francese, con le divisioni marocchina e algerina, si arrampica sulle montagne a nord e paga un prezzo altissimo.
La seconda fase è quella del bombardamento del monastero e degli attacchi neozelandesi e indiani su Quota 593 e sulla stazione ferroviaria. La terza, a marzo, è preceduta da un bombardamento massiccio sulla città di Cassino — centinaia di aerei, un migliaio di tonnellate di esplosivo — che riduce l'abitato a un campo di crateri e macerie, rendendolo, di nuovo, più difendibile di prima. La quarta e ultima è l'operazione Diadem di maggio.
Il conto
Sono quattro mesi di combattimenti fra i più duri del fronte occidentale. Le stime complessive parlano di oltre centomila perdite fra gli Alleati e di decine di migliaia fra i tedeschi, cifre che includono morti, feriti, dispersi e prigionieri. A queste vanno aggiunte le vittime civili della zona, che furono numerose e che comprendono anche le violenze subite dalla popolazione nei giorni successivi allo sfondamento. La città di Cassino fu distrutta al punto che si discusse se ricostruirla altrove.
15 febbraio 1944: la quarta distruzione dell'Abbazia di Montecassino
Alla metà di febbraio il comando alleato è convinto — o si convince — che l'abbazia sia usata come osservatorio d'artiglieria. La richiesta formale di bombardarla viene dal generale neozelandese Bernard Freyberg il 12 febbraio, motivata dalla «necessità militare» di proteggere i propri uomini. Il generale Mark Clark, comandante della 5ª Armata, è contrario, e resterà contrario per tutta la vita. L'autorizzazione arriva comunque dai livelli superiori.
Il 14 febbraio l'artiglieria alleata spara sull'abbazia proiettili contenenti volantini di avvertimento, in italiano e in inglese, che invitano gli occupanti ad allontanarsi. All'interno del monastero, in quel momento, ci sono l'abate Diamare, un piccolo gruppo di monaci e alcune centinaia di civili — famiglie della zona, vecchi, donne, bambini, feriti — rifugiatisi lassù convinti che quello fosse il posto più sicuro del mondo.
La mattina del 15
Alle 9:45 del 15 febbraio 1944 arriva la prima ondata: centoquarantadue bombardieri pesanti B-17 Flying Fortress. Nel pomeriggio seguono i bombardieri medi, una quarantina di B-25 Mitchell e altrettanti B-26 Marauder. Complessivamente vengono sganciate diverse centinaia di tonnellate di bombe dirompenti e incendiarie, con stime che nelle ricostruzioni più alte superano le mille tonnellate. Dopo gli aerei entra in azione l'artiglieria, con centinaia di pezzi e decine di migliaia di colpi.
In poche ore la basilica barocca, i chiostri, il coro ligneo, le tele di Luca Giordano, i marmi di Fanzago, il campanile, gli alloggi dei monaci, tutto viene ridotto in polvere. Restano in piedi tratti di muraglia esterna e, sotto le macerie, la cripta.
I morti e l'errore
Nel bombardamento morirono circa duecentotrenta civili italiani rifugiati nell'abbazia. Non risulta la morte di alcun soldato tedesco all'interno del monastero, per la semplice ragione che, come le indagini successive hanno accertato, dentro il monastero i tedeschi non c'erano. Non è una questione di opinione ma di documentazione: nessun reparto era acquartierato nell'edificio.
C'è di più, ed è la parte più amara. Le mura di fondazione, spesse e antiche, restarono in piedi sotto le macerie, e le rovine si rivelarono una posizione difensiva molto migliore dell'edificio intatto: fossati naturali, ripari di pietra, campi di tiro liberi. Dopo il bombardamento, e solo dopo, i paracadutisti della 1ª Divisione tedesca occuparono le macerie e le tennero per tre mesi. Lo storico Herbert Bloch, che al tema ha dedicato studi fondamentali, ha sintetizzato la vicenda definendola un'operazione inutile sul piano militare e dannosa su quello strategico.
Fra gli equipaggi che parteciparono a quel bombardamento c'era un giovane mitragliere americano di nome Walter M. Miller Jr. L'esperienza lo segnò per il resto della vita e produsse, quindici anni dopo, uno dei romanzi più celebri della fantascienza del Novecento, Un cantico per Leibowitz: la storia di un ordine monastico che, dopo una catastrofe atomica, custodisce e ricopia i frammenti del sapere di un mondo scomparso. Fu scritto da un uomo che aveva contribuito a distruggere il monastero dove quel mestiere era stato inventato.
Diamare e la discesa dei superstiti
Nei giorni successivi al bombardamento, i sopravvissuti restano fra le rovine, in condizioni terribili, con i feriti e senza acqua. Il 17 febbraio l'abate Gregorio Diamare, allora settantanovenne, decide di scendere. Guida a piedi un corteo di monaci, civili, donne, malati e feriti lungo il sentiero della montagna, attraversando una fascia di fronte profonda una ventina di chilometri, verso le retrovie tedesche. Alla fine raggiunge Sant'Elia Fiumerapido.
Durante quel passaggio l'abate venne condotto a un comando tedesco, dove gli fu chiesto di sottoscrivere una dichiarazione attestante che nel monastero non erano mai stati presenti soldati tedeschi. La dichiarazione era veritiera; l'uso che ne venne fatto dalla propaganda fu un altro discorso, e Diamare protestò per il modo in cui la sua firma venne strumentalizzata. La sua figura resta quella di un vecchio prete che ha portato in salvo le carte, poi la gente, e infine se stesso. Morì il 6 settembre 1945, a Sant'Elia Fiumerapido, senza vedere la ricostruzione. Gli fu conferita la medaglia d'oro al valor civile.
Racconto sempre questo passaggio davanti alla facciata dell'abbazia, perché mette le cose nell'ordine giusto. Il patrimonio artistico salvato è importante; il fatto che un uomo di settantanove anni abbia accompagnato a piedi dei feriti attraverso un fronte è più importante ancora.
18 maggio 1944: il II Corpo polacco e la bandiera
L'11 maggio 1944 scatta l'operazione Diadem, l'offensiva generale su tutta la linea. Al II Corpo d'armata polacco, circa venticinquemila uomini agli ordini del generale Władysław Anders, tocca il compito più duro: prendere il massiccio dell'abbazia da nord, conquistando le quote — la 593, chiamata Testa di Serpente, e le altre — che nessuno era riuscito a tenere in quattro mesi.
Vale la pena di sapere chi fossero questi soldati, perché la loro storia è fra le più straordinarie della guerra. Erano in gran parte polacchi deportati in Unione Sovietica dopo il 1939, sopravvissuti ai gulag e ai campi di lavoro, liberati e riorganizzati in un esercito dopo l'invasione tedesca dell'URSS, e portati in Medio Oriente attraversando l'Asia centrale, la Persia, l'Iraq, l'Egitto. Molti avevano perso famiglie intere. Combattevano per un paese che, mentre loro salivano su questa montagna, veniva assegnato alla sfera sovietica: la maggior parte non sarebbe mai tornata a casa.
I due assalti
Il primo attacco, il 12 maggio, fallisce con perdite gravissime. Il secondo parte il 17 maggio. La notte fra il 17 e il 18 i paracadutisti tedeschi, ormai minacciati di accerchiamento perché nella valle del Liri il fronte ha ceduto, si sganciano dalle rovine.
La mattina del 18 maggio 1944, una pattuglia del 12° Reggimento Ulani Podolski raggiunge il monastero deserto e issa sulle macerie la bandiera polacca. Sono le dieci e venti circa. Un trombettiere suona allora l'Hejnał mariacki, la chiamata che da secoli scandisce le ore dalla torre della basilica di Santa Maria a Cracovia — la melodia che si interrompe bruscamente a metà nota, in ricordo, dice la leggenda, del trombettiere colpito da una freccia tatara. Suonarla lì, quella mattina, su quelle rovine, dopo l'Asia centrale e i gulag, è uno dei gesti simbolici più densi dell'intera guerra.
I papaveri rossi
Nella stessa notte fra il 17 e il 18 maggio, un soldato-attore del teatro del corpo polacco, Feliks Konarski, scrisse di getto i versi di una canzone; il compositore Alfred Schütz ne fece la musica in poche ore. Si intitola Czerwone maki na Monte Cassino, «I papaveri rossi su Monte Cassino», e dice che i papaveri di questa montagna sono più rossi perché sono cresciuti sul sangue polacco. Fu cantata per la prima volta pochissimi giorni dopo, ed è tuttora una delle canzoni patriottiche più note in Polonia: la sanno tutti, dai bambini agli anziani. È il motivo per cui, ancora oggi, quassù si incontrano ogni settimana pullman di visitatori polacchi, spesso interi gruppi scolastici. Per loro Montecassino non è un monumento italiano: è un luogo di famiglia.
I cimiteri di guerra intorno all'Abbazia di Montecassino
Intorno a questa montagna ci sono più cimiteri militari che in qualunque altra zona d'Italia, e visitarne almeno uno fa parte, secondo me, di una visita completa. Vanno percorsi in silenzio, senza fotografie di gruppo, con lo stesso contegno che si terrebbe in un cimitero di paese, perché è esattamente quello che sono.
Il cimitero polacco
Il cimitero militare polacco è il più vicino all'abbazia: si raggiunge dalla strada di accesso, poche centinaia di metri sotto il monastero, ed è disposto ad anfiteatro sul pendio, di fronte alle mura. Vi riposano poco più di mille caduti del II Corpo — il registro all'ingresso ne elenca millecinquantuno. All'ingresso c'è un'iscrizione che vale tutto il viaggio: «Passante, di' alla Polonia che siamo caduti fedeli al suo servizio». È la rielaborazione dell'epigrafe delle Termopili, e in quel contesto ha un peso che non ha bisogno di commenti.
Il generale Anders morì a Londra nel 1970, in esilio, e volle essere sepolto qui insieme ai suoi soldati. La sua tomba è in fondo, in asse con l'abbazia. Accanto al cimitero, dal 2014, c'è un piccolo museo commemorativo aperto per il settantesimo anniversario della battaglia.
Il cimitero del Commonwealth a Cassino
Il Cassino War Cemetery si trova a fondovalle, alla periferia della città, gestito dalla Commonwealth War Graves Commission. Vi sono sepolti oltre quattromila caduti britannici, canadesi, neozelandesi, indiani, sudafricani e di altri paesi del Commonwealth. Accanto sorge il Cassino Memorial, che ricorda per nome alcune migliaia di uomini caduti nella campagna d'Italia e privi di sepoltura conosciuta. È un luogo di prati inglesi rasati, lapidi bianche allineate e assoluta quiete, e chi ci entra per la prima volta ne esce cambiato: le età incise sulle pietre sono quasi tutte fra i diciannove e i venticinque anni.
Il cimitero tedesco di Caira
A pochi chilometri, nella frazione di Caira, si trova il cimitero militare germanico, inaugurato negli anni Sessanta, dove riposano circa ventimila soldati tedeschi caduti nella zona. È diverso dagli altri: croci di pietra scura raggruppate a due a due sul pendio, un impianto sobrio e cupo, molta ombra. Anche questo è un luogo di lutto, e va trattato come tale. Non c'è retorica utile da fare qui.
Gli altri
La geografia funeraria della battaglia comprende anche il cimitero francese di Venafro, quello italiano di Mignano Monte Lungo e il memoriale dei caduti indiani. È la mappa di un'Europa e di un mondo intero passati da questa valle: marocchini, algerini, neozelandesi, nepalesi, sudafricani, canadesi, polacchi, tedeschi, italiani, americani, britannici, indiani. Quando qualcuno mi chiede perché la battaglia di Cassino sia così ricordata all'estero, rispondo indicando quest'elenco.
«Succisa virescit»: il motto dell'Abbazia di Montecassino
Due parole latine, un'immagine vegetale: succisa virescit, «tagliata, rinverdisce». Il riferimento è alla pianta che, potata o recisa, ributta con più forza dalla ceppaia. È il motto dell'Abbazia di Montecassino, e compare accompagnato dall'emblema del tronco reciso che rimette i germogli.
Ora, i motti sono quasi sempre esercizi di autocelebrazione. Questo no. Questo è un rendiconto: 577, 883, 1349, 1944. Quattro rasi al suolo e quattro ricostruzioni, con intervalli di abbandono che in un caso hanno superato il secolo. Non conosco un'altra istituzione europea con un curriculum simile — e vale la pena di notare che dopo ogni distruzione l'abbazia è stata ricostruita sullo stesso punto, con lo stesso orientamento, con l'altare sopra la stessa tomba.
La lezione che ci si porta a casa
Con i gruppi uso spesso questa immagine: immaginate di dover ricostruire quattro volte casa vostra, ogni volta dopo che è stata rasa al suolo, ogni volta nello stesso posto, sapendo che quel posto è pericoloso proprio perché è bello e strategico. La risposta razionale sarebbe traslocare. Dopo il 1944 la proposta di ricostruire il monastero altrove, o di lasciare le rovine come memoriale della guerra — soluzione adottata in altri luoghi europei — venne effettivamente avanzata. La comunità e il governo italiano scelsero il contrario: dov'era, com'era. Non per nostalgia, ma per affermazione: la continuità è essa stessa un contenuto.
La ricostruzione «dov'era, com'era»
Il cantiere della quarta ricostruzione parte pochi anni dopo la fine della guerra e prosegue per un decennio abbondante. Lo Stato italiano finanzia l'opera in quanto l'abbazia è monumento nazionale; la direzione tecnica è affidata all'ingegner Giuseppe Breccia Fratadocchi, e il lavoro grosso si concentra fra il 1948 e il 1956.
Il principio adottato è quello del ripristino filologico: ricostruire le architetture distrutte nella loro forma documentata, servendosi dei rilievi, delle fotografie storiche, dei disegni d'archivio e dei frammenti recuperati. Non è un principio scontato — la cultura del restauro del dopoguerra è divisa fra chi predica il ripristino e chi lo considera un falso — ed è stato discusso allora e viene discusso ancora oggi nelle facoltà di architettura. Qui, però, la scelta aveva un fondamento storico solido: l'abbazia era già stata ricostruita tre volte, e nessuno l'aveva mai considerata un falso.
Il lavoro di cantiere
Prima di ricostruire bisognava rimuovere: centinaia di migliaia di metri cubi di macerie, in cima a una montagna, su una strada a tornanti, in un territorio pieno di ordigni inesplosi. Poi bisognava recuperare tra i detriti tutto ciò che era identificabile — pezzi di cornice, capitelli, marmi, elementi delle porte di bronzo, frammenti di statue — e catalogarlo. Poi ricostruire le strutture, ricomporre le decorazioni, rifare gli intagli lignei, ricollocare le opere superstiti tornate da Roma.
Le campane nuove furono fuse nel 1949 dalla Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone, in Molise, che è la più antica fonderia di campane in attività d'Europa. Negli anni Ottanta, sotto l'abate Fabio Bernardo D'Onorio, Pietro Annigoni lavorò con alcuni collaboratori alla decorazione pittorica della basilica, portandovi il proprio linguaggio figurativo novecentesco: è la parte più discussa dell'insieme, e vale la pena guardarla senza pregiudizi e farsi un'idea propria.
24 ottobre 1964: Paolo VI e Benedetto patrono d'Europa
La data della rinascita è il 24 ottobre 1964. Papa Paolo VI sale a Montecassino e consacra la basilica ricostruita. È una giornata che i cronisti dell'epoca descrissero come una delle più affollate mai viste quassù, con delegazioni da tutta Europa e una folla che riempiva i piazzali.
Nella stessa occasione il pontefice firma la lettera apostolica Pacis nuntius, con la quale proclama san Benedetto patrono principale d'Europa. Il titolo che dà alla lettera è già un programma: «messaggero di pace». Il testo motiva la scelta ricordando che Benedetto e i suoi monaci, con la croce, il libro e l'aratro, portarono il progresso cristiano ai popoli che si affacciavano sul continente dopo il crollo dell'impero romano, unendo l'annuncio religioso alla cultura scritta e al lavoro dei campi.
Il contesto: perché nel 1964
La proclamazione non nasce nel vuoto. Nel 1964 il Concilio Vaticano II è in corso, la Comunità economica europea ha sette anni di vita, e l'idea di costruire un'unità europea dopo due guerre mondiali è ancora un progetto fragile che ha bisogno di radici condivise. Indicare come patrono un monaco del VI secolo che ha lasciato una regola tradotta in tutte le lingue del continente, e farlo dal luogo che gli eserciti europei avevano polverizzato vent'anni prima, è un gesto politico oltre che religioso. Da quel giorno l'Abbazia di Montecassino smette di essere soltanto una casa madre monastica e diventa un simbolo europeo dichiarato.
Le visite papali successive
Da allora i papi sono tornati. Giovanni Paolo II vi salì nel 1979, e il suo pellegrinaggio ebbe un significato particolare per la comunità polacca, dato ciò che questa montagna rappresenta in Polonia. Benedetto XVI venne il 24 maggio 2009, in prossimità del sessantacinquesimo anniversario della distruzione, celebrò e pregò sulla tomba del santo di cui aveva scelto il nome. Ogni volta il fuoco della cerimonia è stato lo stesso: la piccola cripta sotto l'altare maggiore, dove si concentra tutta la vicenda.
La basilica dell'Abbazia di Montecassino oggi
Alla basilica si arriva dopo aver attraversato la sequenza dei chiostri e aver salito la grande scalinata. La facciata interna, sul Chiostro del Bramante, è un fondale scenografico; l'ingresso, come si è detto, conserva le porte di bronzo dell'XI secolo, il pezzo più antico dell'insieme.
L'interno è a croce latina, a tre navate, con cupola sull'incrocio del transetto. La luce è quella tipica delle chiese barocche di ambiente napoletano: alta, diffusa, riflessa dai marmi chiari. Le pareti e i pavimenti sono rivestiti di marmi policromi commessi secondo il disegno documentato prima della guerra, e nel complesso l'effetto è quello di un grande interno del Settecento, con inserti novecenteschi che si riconoscono a occhio nudo se ci si fa attenzione.
Che cosa guardare, in ordine
Prima cosa: fermatevi appena dentro e guardate in alto. La percezione dell'ampiezza, in questa chiesa, si costruisce dalla volta. Seconda cosa: guardate il coro ligneo dietro l'altare, con i suoi stalli intagliati; è il risultato di un lungo lavoro di ricostruzione e completamento dell'arredo perduto, e la qualità dell'intaglio merita qualche minuto. Terza cosa: cercate le firme del Novecento — le opere di Annigoni e dei suoi collaboratori — e provate a distinguerle dal linguaggio settecentesco circostante. È un esercizio che rende attiva la visita e che porta a guardare davvero, invece di scorrere.
Quarta e ultima cosa: scendete in cripta. Ci si arriva dai lati del presbiterio. È l'ambiente più raccolto, più basso, più silenzioso, e come si è detto è l'unica parte monumentale scampata al 1944. Sotto l'altare della cripta riposano Benedetto e Scolastica. Lì dentro non si parla, non si telefona, e se c'è qualcuno in preghiera si aspetta.
Un consiglio sulla liturgia
Se la vostra visita coincide con un momento di preghiera comunitaria, non consideratelo un ostacolo. La messa conventuale domenicale della tarda mattinata e i Vespri del pomeriggio sono cantati in gregoriano, e ascoltare il canto gregoriano nel luogo in cui è stata scritta la Regola che ne prescrive l'esecuzione è, per chiunque abbia un minimo di sensibilità, l'esperienza più forte che questo posto possa offrire. Vi costa mezz'ora e vale il viaggio.
I chiostri dell'Abbazia di Montecassino
Il percorso di visita è essenzialmente una salita per cortili. Sono tre gli spazi principali, e ciascuno ha una funzione diversa nell'economia dell'edificio e della vostra giornata.
Il chiostro d'ingresso
Il primo cortile che si incontra, detto anche chiostro d'ingresso o meridionale, sorge nell'area in cui la tradizione colloca il tempio di Apollo. Al centro si trova un gruppo bronzeo che raffigura la Morte di san Benedetto, opera di Attilio Selva del 1952, e la sua storia merita di essere raccontata: fu donato all'abbazia dal cancelliere della Repubblica Federale Tedesca Konrad Adenauer. Un cancelliere tedesco che regala una scultura all'abbazia distrutta dagli Alleati per snidare i tedeschi, negli anni in cui si costruivano la Comunità europea e la riconciliazione franco-tedesca: la statua è un documento politico quanto artistico. Sotto il portico si trova il mosaico con Cristo fra la Madonna e san Martino.
Il Chiostro dei Benefattori
È il chiostro rinascimentale del 1513 ricondotto a un progetto di Antonio da Sangallo il Giovane, con la doppia teoria di statue di papi e sovrani di cui si è già detto. Alzate lo sguardo sulle facce: sono ritratti convenzionali, certo, ma la sequenza racconta cinquecento anni di rapporti fra l'abbazia e i poteri europei. Il livello è quello intermedio del complesso, e da qui parte la scalinata che porta al livello superiore.
Il Chiostro del Bramante e la Loggia del Paradiso
Il chiostro del 1595, detto del Bramante o di Sant'Anna, è quello immediatamente davanti alla basilica: la cisterna ottagonale al centro, le colonne corinzie, le statue di Benedetto e Scolastica ai lati della scalinata — quella di Benedetto è opera settecentesca di frate Campi di Carrara — e sul lato aperto verso la valle la Loggia del Paradiso, cioè il belvedere. È il punto in cui l'architettura si apre sul paesaggio, ed è deliberato: si sale attraverso spazi chiusi e conclusi, e all'ultimo livello, un attimo prima della chiesa, il muro si apre e sotto c'è tutta la valle. Chi ha progettato questa sequenza sapeva il fatto suo.
Il Museo dell'Abbazia di Montecassino
Il Museo dell'Abbazia di Montecassino è una parte della visita che moltissimi saltano per fretta e che invece è la chiave di lettura di tutto il resto. Ha un percorso proprio, un ingresso proprio e un biglietto proprio, distinto dall'accesso al monastero.
Espone quello che è tornato indietro da Roma e quello che è stato recuperato dalle macerie: codici miniati in scrittura beneventana, incunaboli e cinquecentine, documenti d'archivio e bolle pontificie, paramenti e argenterie liturgiche, dipinti, sculture, frammenti architettonici delle diverse fasi dell'abbazia, materiali archeologici provenienti dal monte. C'è anche una sezione dedicata alla vicenda della distruzione e della ricostruzione, con documentazione fotografica del prima e del dopo.
Perché il museo va visto per primo, non per ultimo
Il mio consiglio operativo, che do sempre e che quasi nessuno segue: se avete tempo, entrate al museo prima di girare i chiostri e la chiesa. Il motivo è semplice. Il complesso che percorrete è, materialmente, un edificio ricostruito nel dopoguerra; il museo contiene invece gli oggetti autentici, quelli che hanno attraversato i secoli e la guerra. Vedere prima i codici e le fotografie delle macerie, e poi camminare nei chiostri, cambia radicalmente il modo in cui li si guarda. Fatto nell'ordine inverso, il museo rischia di sembrare un'appendice; fatto per primo, diventa la spiegazione.
Il pezzo che vi consiglio di cercare
Se avete poco tempo e volete una cosa sola, cercate un codice in beneventana e state lì cinque minuti. Non serve saperlo leggere. Guardate il ritmo dei tratti, l'inchiostro, l'uniformità millimetrica delle righe, e provate a immaginare la mano che l'ha fatto: un uomo che non ha conosciuto né gli occhiali né la luce elettrica, che scriveva d'inverno in una stanza gelida perché la fiamma era vietata, e che ha impiegato mesi per quel volume. Poi ricordatevi che quel libro è arrivato fino a voi passando attraverso un terremoto e un bombardamento. Non c'è niente in tutta l'abbazia che racconti meglio di che cosa stiamo parlando.
L'abbazia territoriale e il ridimensionamento del 2014
Una particolarità giuridica che ai visitatori sfugge quasi sempre: Montecassino non è un semplice monastero. È un'abbazia territoriale, cioè una circoscrizione ecclesiastica autonoma, immediatamente soggetta alla Santa Sede, il cui abate esercita funzioni analoghe a quelle di un vescovo diocesano su un territorio definito. È una figura antichissima e sempre più rara: nel mondo ne restano pochissime.
Fino a pochi anni fa la giurisdizione dell'abate di Montecassino comprendeva decine di parrocchie distribuite su un'area a cavallo fra le province di Frosinone e di Caserta: un vero e proprio piccolo territorio ecclesiastico, erede diretto della medievale Terra Sancti Benedicti.
Il decreto del 23 ottobre 2014
Il 23 ottobre 2014 papa Francesco ha disposto il ridimensionamento: il territorio dell'abbazia è stato ridotto alla sola chiesa abbaziale e al monastero con le sue pertinenze, mentre le parrocchie sono passate alla diocesi confinante, che ha contestualmente assunto il nome di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo. L'abbazia resta territoriale — il titolo e lo status non sono stati soppressi — ma la sua estensione è oggi minima.
La motivazione è tanto pratica quanto simbolica: una comunità monastica ridotta a poche unità non può reggere la cura pastorale di decine di parrocchie, e il concentrarsi sulla vita contemplativa, sull'accoglienza e sulla custodia del patrimonio è una scelta di realismo. Nel 2013, con un movimento parallelo, la storica Congregazione Cassinese è confluita nella Congregazione Sublacense, dando vita alla Congregazione Sublacense Cassinese: un altro riassetto che riflette la contrazione numerica del monachesimo europeo.
La comunità monastica dell'Abbazia di Montecassino oggi
Ed eccoci al punto che sta più a cuore a me e che mi preme trasmettere prima di ogni informazione pratica. Montecassino non è un museo con dei figuranti. È un monastero abitato da una comunità benedettina piccola — nell'ordine della dozzina di monaci — che vi conduce la vita prescritta dalla Regola: preghiera corale scandita lungo la giornata, lavoro, lettura, silenzio, accoglienza.
Questo comporta una conseguenza semplice: parte del complesso è clausura e non è visitabile, non per segreto ma perché è casa di qualcuno. Le celle, il refettorio, i corridoi interni, alcune aree dei giardini non fanno parte del percorso. Quando trovate una porta chiusa o un cordone, non è un dispetto organizzativo: è la linea che separa la vostra visita dalla vita privata di una dozzina di persone.
Il silenzio non è un optional
La Regola dedica al silenzio alcuni fra i suoi capitoli più insistenti — non come mortificazione, ma come condizione di lavoro. In un monastero il silenzio è l'infrastruttura, come l'acqua corrente in un albergo. Nei chiostri si può parlare a voce contenuta; in basilica e in cripta si abbassa la voce fino a spegnerla. È una cortesia che costa zero ed è l'unica cosa che i monaci chiedono davvero.
L'ospitalità
La foresteria dell'abbazia accoglie ospiti, individuali e gruppi, secondo la tradizione benedettina del capitolo 53 della Regola: non è un albergo e non funziona come un albergo, ma un'accoglienza esiste, va richiesta in anticipo agli uffici del monastero e si accompagna al rispetto degli orari e del ritmo della casa. Per chi vuole capire davvero questo posto, passarci una notte e alzarsi per l'ufficio del mattino è un'esperienza di un ordine completamente diverso rispetto alla visita di due ore.
Come arrivare all'Abbazia di Montecassino
Il monastero si trova sopra la città di Cassino, in provincia di Frosinone, all'incirca a metà strada fra Roma e Napoli. È una delle poche grandi mete del Lazio raggiungibili comodamente in giornata da entrambe le città.
In treno
La stazione di Cassino è sulla linea ferroviaria Roma-Cassino-Napoli, servita da treni regionali con frequenza discreta. Da Roma Termini il viaggio dura all'incirca un'ora e mezza; da Napoli i tempi sono simili. Il problema comincia dopo: dalla stazione al monastero ci sono circa nove chilometri di strada in salita con un dislivello di oltre quattrocento metri, e non si fanno a piedi se non siete escursionisti allenati e non avete fretta.
Esiste un servizio di autobus locale che collega la città all'abbazia, ma le corse sono poche e concentrate in alcune fasce orarie, e variano secondo la stagione. Se contate di usarlo, verificate gli orari il giorno stesso e — consiglio spassionato — mettete in conto la possibilità di ricorrere a un taxi almeno per una delle due tratte. In stazione se ne trovano, ma nei giorni feriali di bassa stagione conviene avere un numero salvato.
In auto
È il modo più sensato. L'autostrada A1 Roma-Napoli ha l'uscita Cassino; dal casello si segue la segnaletica per l'abbazia e si imbocca la strada panoramica che sale a tornanti. Dalla città al piazzale del monastero si contano una ventina di minuti di guida tranquilla. La strada è asfaltata, larga a sufficienza, con parapetti e diversi punti in cui accostare, ma è una strada di montagna: se soffrite le curve, sedetevi davanti; se guidate, non distraetevi con il panorama, che è notevolissimo e per questo pericoloso.
Il parcheggio si trova all'arrivo, nel piazzale davanti all'ingresso. Nei fine settimana di primavera, nei ponti e nei giorni di grandi celebrazioni si riempie: arrivare entro la mattinata è la strategia giusta.
In moto e in bicicletta
La salita a Montecassino è un classico per i motociclisti — tornanti regolari, asfalto in genere buono, panorama continuo — e una salita ciclistica seria: circa nove chilometri con pendenze medie interessanti e qualche rampa più decisa. Se la affrontate in bici, partite presto d'estate, portate acqua e considerate che in cima l'ombra è poca e il vento può essere freddo anche a luglio.
Orari, regole e abbigliamento per visitare l'Abbazia di Montecassino
L'ingresso all'abbazia è aperto tutti i giorni, con orari che cambiano fra stagione estiva e stagione invernale. Nel periodo che va dal 1° aprile al 31 ottobre l'apertura copre l'intera giornata, indicativamente dalle 9:30 alle 18:30; dal 1° novembre al 31 marzo la chiusura è anticipata al primo pomeriggio nei giorni feriali e a metà pomeriggio la domenica e nei festivi. Il museo ha un proprio calendario, che in alcuni periodi dell'anno è più ristretto di quello del monastero. Poiché gli orari possono variare per celebrazioni, lavori o disposizioni della comunità, la regola d'oro è una sola: verificare sul sito ufficiale dell'abbazia o telefonare prima di partire, soprattutto se salite in bassa stagione o in un giorno festivo particolare.
L'abbigliamento
Questo è un monastero e una chiesa in attività, e vale il codice di accesso dei luoghi di culto: spalle coperte e gambe coperte almeno fino al ginocchio, per uomini e per donne. Non è una norma di costume, è la condizione per entrare in basilica, e viene fatta rispettare. In estate, con trenta gradi a fondovalle, il modo più semplice per non trovarsi in difficoltà è portare in borsa una camicia leggera o un foulard ampio e infilarli all'ingresso della chiesa.
Aggiungo una raccomandazione che nessuno mette nelle liste: portate una felpa o una giacca leggera anche in piena estate. Siamo a oltre cinquecento metri, su una vetta esposta, e la differenza di temperatura rispetto alla pianura può essere di parecchi gradi. Il vento sulla Loggia del Paradiso, nelle giornate limpide, è una costante.
Le scarpe
Non serve un equipaggiamento da trekking, ma servono scarpe chiuse e comode con una suola che tenga. Il percorso si sviluppa su una lunga serie di scalinate e di cortili in pietra e marmo, spesso lucidati da secoli di passaggi, e con l'umidità o con la pioggia diventano scivolosi. Sandali col tacco e infradito sono, qui, una scelta che si paga.
Fotografie, telefoni, comportamento
Le fotografie all'esterno e nei chiostri sono generalmente consentite; in basilica e in cripta valgono le regole che il personale segnala sul posto, e il buon senso suggerisce di evitare flash, treppiedi e riprese durante le celebrazioni. In ogni caso, e questo è il punto: niente foto di persone in preghiera. Il telefono va messo in silenzioso all'ingresso e non tirato fuori in cripta.
Le visite guidate sono organizzate dall'abbazia, che dispone di un servizio dedicato, e vanno prenotate. Se arrivate con un gruppo, prendete contatto con anticipo: l'organizzazione interna ha capienze e fasce orarie, e presentarsi in trenta persone senza preavviso è il modo migliore per passare la mattinata ad aspettare.
Accessibilità
Il complesso è costruito su livelli collegati da scalinate monumentali, e questo pone limiti evidenti a chi ha difficoltà motorie. Esistono percorsi alternativi e accessi che consentono di raggiungere alcune parti principali, ma la situazione va verificata caso per caso contattando l'abbazia prima della visita e spiegando le proprie esigenze. Lo stesso vale per i passeggini: il percorso è fattibile, ma con molte scale in mezzo, e un marsupio o uno zaino porta-bambino risolve parecchi problemi.
Quanto tempo serve
La visita minima — chiostri, basilica, cripta — si fa in un'ora abbondante. Con il museo si arriva a due ore e mezza. Aggiungendo il cimitero polacco si sfiora la mezza giornata. Se volete abbinare il parco archeologico di Casinum e uno dei cimiteri di fondovalle, mettete in conto la giornata intera. Il mio suggerimento, per chi viene da lontano una volta sola: dedicategli l'intera giornata e non incastratelo fra due tappe.
Cosa vedere intorno all'Abbazia di Montecassino
Salire quassù e ripartire subito è lo sbaglio più comune. La zona ai piedi del monte ha materiale per un'altra mezza giornata almeno, e la lettura del monastero ne esce arricchita.
Il parco archeologico di Casinum e il museo
Ai piedi della strada di salita si trova l'area archeologica dell'antica Casinum, con il teatro augusteo incassato nel pendio, l'anfiteatro fatto costruire da Ummidia Quadratilla, il monumentale mausoleo a essa attribuito e i resti delle strutture urbane. Accanto c'è il Museo Archeologico Nazionale intitolato a Gianfilippo Carettoni, che raccoglie i materiali del sito. È una visita breve, tranquilla, quasi mai affollata, e ha il pregio di mostrarvi che cosa c'era su questo monte prima che ci arrivasse Benedetto.
La Rocca Janula
A metà costa, in posizione dominante sulla città, si vedono le mura e le torri della Rocca Janula, la fortezza fatta erigere dall'abbazia nel X secolo per proteggere l'accesso al monte e più volte contesa, assediata e rimaneggiata nei secoli. Anche la Rocca fu gravemente danneggiata nel 1944 ed è stata oggetto di restauri. È il tassello che spiega la dimensione militare e signorile dell'abbazia medievale: i monaci di Montecassino non erano soltanto uomini di preghiera, erano signori territoriali con castelli e uomini d'arme.
Il Museo Historiale di Cassino
In città esiste un museo multimediale dedicato alla battaglia e alla vicenda bellica della zona, con filmati d'epoca, ricostruzioni e testimonianze. È pensato bene per chi vuole capire la sequenza degli avvenimenti del 1944, e funziona particolarmente per i ragazzi, che davanti a una mappa animata afferrano in dieci minuti quello che in un libro richiederebbe un capitolo.
Sant'Angelo in Formis e le altre deviazioni
Chi ha l'auto e mezza giornata in più ha, nel raggio di un'ora, alcune delle cose più belle del Lazio meridionale e della Campania settentrionale: la già citata basilica di Sant'Angelo in Formis presso Capua, con gli affreschi di scuola cassinese dell'XI secolo, cioè il miglior sostituto possibile della chiesa perduta di Desiderio; l'abbazia cistercense di Casamari e quella di Fossanova, dove morì Tommaso d'Aquino; il santuario benedettino di Santa Maria dell'Albaneta, sulla montagna, legato alle vicende della battaglia. Cassino è inoltre la porta d'accesso naturale alla valle di Comino e al Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise.
Quando andare all'Abbazia di Montecassino
La stagione migliore, senza discussioni, è quella intermedia. Da metà aprile a inizio giugno la luce è limpida, la temperatura in cima è gradevole, i prati intorno sono verdi e — dettaglio che qui ha un significato preciso — a maggio fioriscono i papaveri. Chi conosce la canzone polacca capisce subito perché maggio, quassù, non sia un mese qualunque.
L'autunno, da fine settembre a inizio novembre, offre le giornate più trasparenti dell'anno: dopo un temporale, dalla Loggia del Paradiso si vede lontanissimo. È anche il periodo con meno gruppi.
Estate e inverno
In piena estate il fondovalle è torrido, ma in cima si respira e la brezza aiuta. Il problema semmai è la foschia, che nei pomeriggi di luglio e agosto può ridurre parecchio il panorama. La mattina presto è nettamente meglio.
D'inverno la visita ha un fascino tutto suo — nebbia che sale dalla valle, silenzio assoluto, pochissima gente — ma bisogna sapere due cose: gli orari sono più corti e la strada, in caso di neve o ghiaccio, può presentare difficoltà o restrizioni. Prima di salire in gennaio o febbraio, una telefonata è d'obbligo.
Le date da tenere d'occhio
Il 21 marzo e l'11 luglio sono le due ricorrenze benedettine principali: la prima è la data tradizionale del transito di san Benedetto, la seconda la solennità con cui la Chiesa lo celebra e la festa del patrono d'Europa. Il 10 febbraio è la memoria di santa Scolastica. Il 15 febbraio e il 18 maggio sono invece le due date della guerra, e attorno a esse si concentrano commemorazioni, delegazioni e pellegrinaggi, in particolare polacchi. In quelle giornate troverete più gente, ma anche un'atmosfera che non si ripete nel resto dell'anno: sta a voi decidere se cercarla o evitarla.
Una curiosità su Abbazia di Montecassino (FR)
La curiosità che tengo per ultima nei miei giri riguarda una riga di ventisette parole conservata in questo archivio, e riguarda tutti quelli che stanno leggendo. Nel marzo del 960, a Capua, un testimone chiamato a deporre in una causa di confini pronunciò davanti al giudice Arechisi la frase «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». Il notaio, invece di tradurla in latino come avrebbe fatto qualsiasi collega, la trascrisse esattamente come l'aveva sentita. Quella riga è il primo documento in volgare italiano che possediamo in originale, e sta quassù, nell'archivio dell'Abbazia di Montecassino.
Il bello è il motivo per cui esiste. Non è nata da un intento letterario, da un esperimento linguistico o da una scelta patriottica: è nata da un cavillo procedurale. In una causa di possesso trentennale la testimonianza doveva valere alla lettera, parola per parola, perché era su quelle parole che si decideva chi era il proprietario. Tradurre avrebbe potuto alterare il senso. E così la lingua che gli italiani parlavano davvero, e che nessuno riteneva degna di essere scritta, entrò in un documento ufficiale per pura prudenza legale. L'italiano nasce da un notaio scrupoloso.
Aggiungo la coda della storia, che è quella che mi diverte di più. Nel 1943, quando le casse dell'archivio vennero caricate sui camion diretti a Roma, dentro c'erano anche i Placiti. Tre mesi dopo, l'edificio che li aveva custoditi per mille anni era polvere. Il certificato di nascita della lingua italiana è passato a una manciata di settimane dall'essere cancellato da un bombardamento, e si è salvato perché due ufficiali di un esercito occupante e un abate ottantenne si sono messi d'accordo su come imballare dei libri. Ogni volta che lo racconto vedo qualcuno fermarsi a metà passo.
Una cosa che non ti dice nessuno su Abbazia di Montecassino (FR)
Ve la dico senza giri: quasi tutto quello che vedete quassù ha meno di ottant'anni. La basilica, i chiostri, le scalinate, i cornicioni, i marmi, le statue nelle nicchie, gli intagli del coro. Nel febbraio del 1944 questo posto era un cumulo di macerie, e ciò che oggi vi sembra un monastero secolare è un ripristino filologico realizzato nel dopoguerra, con i rilievi e le fotografie in mano, sotto la direzione dell'ingegner Giuseppe Breccia Fratadocchi.
Molti visitatori, quando lo scoprono, hanno una reazione di piccola delusione. È un errore di prospettiva, e vale la pena di correggerlo. Perché la cosa che non vi dice nessuno non è che l'abbazia sia una ricostruzione: è che è sempre stata una ricostruzione. Quella che i Longobardi rasero al suolo nel 577 non esisteva più dall'883; quella che i Saraceni bruciarono nell'883 era già la seconda; la magnifica chiesa di Desiderio, con i mosaicisti chiamati da Costantinopoli, durò meno di trecento anni prima che il terremoto del 1349 la buttasse giù. L'edificio che vedete è il quarto o il quinto della serie, a seconda di come si contano i rifacimenti, ed è esattamente ciò che questo luogo ha sempre fatto: cadere e rialzarsi sullo stesso punto.
Le uniche eccezioni materiali sono due, e vanno cercate. La prima sono le porte di bronzo dell'XI secolo, fuse a Costantinopoli, con i possedimenti dell'abbazia incisi e intarsiati d'argento sui battenti: le attraversate entrando in basilica, spesso senza guardarle. La seconda è la cripta, decorata dai monaci della scuola di Beuron nel 1913 e sopravvissuta perché scavata nella roccia. Quando scendete quei gradini, state entrando nell'unico ambiente monumentale dell'abbazia che nel febbraio del 1944 era già lì e che ha attraversato il bombardamento. Toccate lo stipite: è più vecchio di tutto il resto che vi circonda.
Il consiglio che ti do per visitare Abbazia di Montecassino (FR)
Il consiglio è uno solo e riguarda l'ordine delle cose: non fermatevi al piazzale del monastero. Scendete di quattrocento metri lungo la strada e fermatevi al cimitero militare polacco. Fatelo dopo la visita all'abbazia, non prima, e concedetevi almeno mezz'ora.
Il motivo è che l'Abbazia di Montecassino, vista da sola, resta una bellissima astrazione: un monastero ricostruito, una storia lunga, un panorama. Vista dal cimitero polacco diventa una cosa diversa. Da lì il monastero si staglia sopra di voi, esattamente come si stagliava sopra chi doveva prenderlo, e le millecinquantuno lapidi disposte ad anfiteatro sul pendio guardano tutte nella stessa direzione: verso l'abbazia. All'ingresso c'è scritto «Passante, di' alla Polonia che siamo caduti fedeli al suo servizio». In fondo, in asse con il monastero, c'è la tomba del generale Anders, morto a Londra nel 1970 dopo venticinque anni di esilio e sepolto qui, tra i suoi soldati, perché a casa non poteva tornare.
Andateci in silenzio, senza fotografie di gruppo, e leggete qualche nome e qualche data di nascita. Sono uomini che erano stati deportati in Siberia, che avevano attraversato l'Asia centrale e il Medio Oriente per arrivare fin qui, e che sono morti su una montagna italiana per liberare un paese che, nel frattempo, era già stato assegnato a qualcun altro. Se dopo il cimitero risalite in auto e rivedete l'abbazia dal tornante, capirete perché il motto Succisa virescit non è un'elegante frase latina ma la descrizione tecnica di questo posto. Aggiungo una raccomandazione pratica: mettete il telefono in tasca prima di scendere dalla macchina, e tenetecelo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che i nomi delle note musicali derivino da un inno medievale è un'informazione che si trova in ogni manuale di storia della musica e in mezza aneddotica da salotto. Quello che quasi nessuno collega è dove e da chi quell'inno sia stato scritto: l'Ut queant laxis, dedicato a san Giovanni Battista, è opera di Paolo Diacono, il monaco longobardo che ha passato gli ultimi anni della sua vita in questo monastero e che qui è morto, il 13 aprile del 799.
Il meccanismo è di una semplicità perfetta. Guido d'Arezzo, teorico della musica dell'XI secolo alle prese con il problema di insegnare a cantare a memoria intervalli precisi, si accorse che nell'esecuzione corrente di quell'inno le prime sei semifrasi partivano ciascuna su un grado della scala progressivamente più alto. Prese le sillabe iniziali dei rispettivi versi — Ut queant laxis, resonare fibris, mira gestorum, famuli tuorum, solve polluti, labii reatum — e le usò come nomi. L'ut diventò do nel Seicento, per ragioni di comodità vocale; il si arrivò più tardi dalle iniziali delle due parole finali, Sancte Iohannes. Da allora ogni bambino del mondo occidentale, quando impara la scala, ripete un testo composto da un monaco dell'Abbazia di Montecassino.
C'è un secondo fatto, altrettanto noto e altrettanto poco associato a questo posto, ed è la trasmissione di alcuni testi capitali della letteratura latina. Parte degli Annales e delle Historiae di Tacito, l'Asino d'oro e le opere filosofiche di Apuleio, il De lingua Latina di Varrone: sono opere che leggiamo oggi perché nell'XI secolo, nello scriptorium di questa montagna, qualcuno le ha ricopiate in scrittura beneventana su pergamena. Non c'era un progetto culturale illuminista dietro: c'era un abate che assegnava lavori e una Regola che imponeva di lavorare. Il salvataggio dell'antichità classica è avvenuto per obbedienza, non per amore delle lettere — il che, se ci pensate, lo rende ancora più notevole.
La foto giusta da fare a Abbazia di Montecassino (FR)
La foto che tutti scattano è quella dal Chiostro del Bramante, con le colonne in primo piano e la valle sullo sfondo, oppure la facciata della basilica in fondo alla scalinata. Sono immagini corrette e prevedibili: le trovate identiche in diecimila album. La foto giusta, quella che restituisce che cos'è questo posto, è un'altra, e richiede di spostarsi.
Uscite dall'abbazia, riprendete l'auto e scendete fino al cimitero militare polacco. Entrate, arrivate in fondo, giratevi verso il monte e inquadrate le lapidi in primo piano con l'Abbazia di Montecassino che chiude l'orizzonte in alto. In una sola immagine avete tutto: il monastero bianco sulla vetta, la montagna che lo ha reso strategico, le croci di chi è morto per prenderlo, e la geometria — non casuale, voluta dai progettisti del cimitero — che allinea i caduti con l'obiettivo che non tutti raggiunsero. Non serve una macchina fotografica particolare né una luce speciale. Serve solo essere nel punto giusto, e quel punto non è dentro l'abbazia.
Due indicazioni tecniche. La luce migliore è di primo mattino: il sole viene da est, illumina la facciata del monastero e lascia il pendio del cimitero in una luce morbida; nel pomeriggio il monte va in controluce e l'abbazia diventa una sagoma scura. E, per la stagione, il momento è maggio, quando fra le lapidi e lungo i bordi fioriscono i papaveri — quelli della canzone che i soldati polacchi scrissero la notte fra il 17 e il 18 maggio 1944, la notte prima di arrivare in cima.
Un'ultima cosa, e la dico con una certa fermezza perché ho visto troppe volte il contrario: al cimitero si fotografa il paesaggio, non ci si fotografa. Niente ritratti sorridenti davanti alle lapidi, niente pose, niente gruppi. È un cimitero, e a poche centinaia di chilometri da qui ci sono famiglie che sanno esattamente quale pietra corrisponde a quale nome. Se vi va di scattare una foto con voi dentro, fatelo sul tornante subito sopra, dove l'abbazia si vede intera e non c'è nessuno sepolto sotto i vostri piedi.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo monte è una delle più dense d'Europa, e conviene tenerla in ordine. Intorno al 529 Benedetto da Norcia sale sull'acropoli dell'antica Casinum, converte il tempio di Apollo in oratorio e fonda la comunità. Negli anni successivi vi scrive la Regola, settantatré capitoli che organizzeranno la vita monastica dell'Occidente per millecinquecento anni. Intorno al 547 muore, e viene sepolto insieme alla sorella Scolastica nel punto che diventerà l'altare maggiore.
Nel 577 i Longobardi di Zottone distruggono il cenobio: i monaci si rifugiano a Roma, ed è da quel soggiorno che nasce il racconto di Gregorio Magno che renderà Benedetto celebre in tutta Europa. Intorno al 718 Petronace da Brescia rifonda il monastero; nel 747 vi si fa monaco Carlomanno, fratello di Pipino il Breve. Fra il 774 e il 799, con l'intervallo carolingio, Paolo Diacono vi lavora e vi scrive la Historia Langobardorum.
Il 4 settembre 883 i Saraceni saccheggiano l'abbazia e uccidono l'abate Bertario; la comunità resta in esilio per circa settant'anni prima di rientrare con l'abate Aligerno. Nel marzo del 960, in una causa di confini fra il monastero e Rodelgrimo d'Aquino, viene redatto a Capua il primo dei Placiti cassinesi, il più antico documento in volgare italiano conservato in originale, che è custodito nell'archivio dell'abbazia.
Fra il 1066 e il 1071 l'abate Desiderio ricostruisce la basilica in cinque anni, chiamando mosaicisti da Costantinopoli e facendo fondere nella capitale bizantina le porte di bronzo; la consacrazione è del 1° ottobre 1071, alla presenza di papa Alessandro II. Intorno al 1077 Costantino Africano entra in monastero e vi traduce dall'arabo i testi che daranno impulso alla Scuola medica salernitana. Attorno al 1230 un bambino di nome Tommaso d'Aquino viene consegnato quassù come oblato.
Il 9 settembre 1349 un terremoto distrugge l'abbazia; la ricostruzione riparte nel 1366 con papa Urbano V. Nel 1504 il monastero aderisce alla congregazione riformata che prenderà il nome di Cassinese; fra Cinquecento e Settecento nascono i chiostri attuali e l'interno barocco, e nel 1727 la basilica viene riconsacrata alla presenza di Benedetto XIII. Dopo l'unità d'Italia, le leggi del 1866 incamerano i beni ma l'abbazia è dichiarata monumento nazionale e i monaci restano come custodi.
Fra ottobre e dicembre 1943 l'archivio, la biblioteca e le opere d'arte vengono trasferiti a Roma. Il 15 febbraio 1944 il bombardamento alleato rade al suolo il monastero, provocando circa duecentotrenta vittime civili; il 17 febbraio l'abate Diamare guida a piedi i superstiti attraverso il fronte. Il 18 maggio 1944 il 12° Reggimento Ulani Podolski del II Corpo polacco issa la bandiera sulle rovine e un trombettiere suona l'Hejnał mariacki. Fra il 1948 e il 1956 si svolge la ricostruzione «dov'era, com'era»; il 24 ottobre 1964 Paolo VI consacra la basilica e con la lettera Pacis nuntius proclama Benedetto patrono d'Europa. Il 23 ottobre 2014 l'abbazia territoriale viene ridotta alla chiesa e al monastero.
Chi è passato da Abbazia di Montecassino (FR)
L'elenco è lungo e comincia con i due fondatori: Benedetto da Norcia, che qui ha vissuto, scritto la Regola e ha voluto essere sepolto, e sua sorella Scolastica, che riposa accanto a lui sotto l'altare maggiore. Subito dopo vengono gli abati che hanno rifatto il monastero dopo ogni catastrofe: Petronace nell'VIII secolo, Bertario ucciso dai Saraceni nell'883, Aligerno che riportò la comunità sul monte a metà del X secolo, Desiderio che tra il 1058 e il 1087 ne fece il centro artistico più raffinato d'Italia prima di diventare papa Vittore III.
Ci sono passati gli intellettuali. Paolo Diacono, longobardo di Cividale, che qui scrisse la storia del suo popolo e l'inno da cui verranno i nomi delle note. Alfano, poeta e medico, poi arcivescovo di Salerno. Costantino Africano, arrivato dal Nordafrica con l'arabo in testa e uscito di qui con la biblioteca medica dell'Occidente sotto il braccio. Leone Ostiense e Pietro Diacono, autori della grande cronaca cassinese. Amato, che scrisse la storia dei Normanni. E un bambino di nome Tommaso d'Aquino, che quassù imparò a leggere prima di diventare il più grande teologo della cristianità latina.
Ci sono passati i potenti. Carlomanno, figlio di Carlo Martello, che rinunciò al governo dei Franchi per farsi monaco. Papi in visita e papi commendatari, fra cui il futuro Leone X. Principi longobardi e conquistatori normanni, imperatori e re le cui statue occupano ancora un lato del Chiostro dei Benefattori. E poi generazioni di viaggiatori del Grand Tour, eruditi, filologi tedeschi e inglesi saliti a piedi o a dorso di mulo per consultare i codici.
Nel Novecento sono passati di qui uomini che non avevano scelto di venirci. L'abate Gregorio Diamare, che a settantanove anni ha portato in salvo prima le carte e poi la gente. Il capitano Maximilian Becker e il tenente colonnello Julius Schlegel, che in tre settimane hanno caricato mille anni di biblioteca su un centinaio di camion. Il generale Fridolin von Senger und Etterlin, oblato benedettino, che comandava le truppe che difendevano questa montagna. Il generale Władysław Anders, che ci ha portato venticinquemila uomini reduci dai gulag e che riposa qui, nel cimitero sotto le mura, insieme ai suoi caduti. E un giovane mitragliere americano, Walter M. Miller Jr., che partecipò al bombardamento del 15 febbraio 1944 e quindici anni dopo scrisse un romanzo su dei monaci che, dopo la fine del mondo, ricopiano i libri per salvarli.
Infine ci sono passati, e continuano a passare, quelli che l'elenco non registra: i muratori del 1366 e quelli del 1950, i copisti anonimi dello scriptorium, i contadini della Terra Sancti Benedicti, le centinaia di civili che nel febbraio del 1944 salirono quassù convinti che fosse il posto più sicuro del mondo, e la piccola comunità di monaci che oggi canta i Vespri in gregoriano davanti a qualche decina di visitatori. Millecinquecento anni di persone che sono salite su questo monte per ragioni opposte, e che hanno lasciato tutte lo stesso risultato: che dopo ogni volta in cui è stata tagliata, l'Abbazia di Montecassino (FR) è rinverdita.
Chiudo dalla Loggia del Paradiso, che è dove finiscono tutti i miei giri. Sotto c'è la valle del Liri con le sue strade, i suoi capannoni e i suoi campi; a sinistra si intuisce il pendio del cimitero polacco; alle spalle c'è una chiesa di ottant'anni costruita sopra una tomba di millecinquecento. Non state guardando un monumento sopravvissuto: state guardando la quarta risposta a quattro domande molto brutte. Restateci cinque minuti in silenzio prima di riprendere la strada a tornanti, e portatevi giù quelle due parole latine. Servono anche fuori di qui.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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