Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Ci sono luoghi che si raccontano da soli e luoghi che pretendono di essere spiegati. Il Monastero Benedettino di Santa Scolastica, a Subiaco, appartiene alla seconda categoria: chi arriva senza sapere nulla vede un grande complesso bianco e ocra appoggiato al fianco della montagna, tre cortili in fila, un campanile che sembra uscito da un'incisione, una chiesa che dentro è sorprendentemente elegante e fuori è ancora gotica. Bello, certo. Ma la vera portata del posto sta altrove, e non si vede a occhio nudo: qui si è conservata, senza interruzioni, la più antica comunità benedettina del mondo, e da queste stanze è uscito il primo libro stampato in Italia. Due primati che, messi insieme, fanno di questo monastero uno dei tre o quattro luoghi decisivi della civiltà europea nel raggio di un'ora d'auto da Roma. Il resto d'Europa lo sa, spesso, meglio di noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Vi accompagno dentro con calma, perché il Monastero Benedettino di Santa Scolastica è un posto che si sfoglia come un libro a strati: si entra da un ingresso novecentesco, si attraversa un chiostro del Cinquecento, poi uno del Trecento, poi uno del Duecento, e si finisce davanti alle fondamenta di un oratorio del VI secolo. Si cammina indietro nel tempo di mille e cinquecento anni in duecento metri di corridoio. Non conosco molti altri luoghi in Italia dove la stratificazione sia così didatticamente perfetta, e la cosa straordinaria è che nessuno l'ha progettata: è successa e basta, un abate dopo l'altro, un terremoto dopo l'altro, un saccheggio dopo l'altro.

Dove si trova il Monastero Benedettino di Santa Scolastica e perché la geografia conta

Il monastero sta a circa 510 metri di quota, poco fuori l'abitato di Subiaco, in Piazzale Santa Scolastica, sulla strada che sale verso il Sacro Speco lungo il fianco del monte Taleo. Siamo nell'alta valle dell'Aniene, dentro il perimetro del Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, a un'ottantina di chilometri da Roma. La valle qui si stringe: l'Aniene, che più a valle diventerà il fiume placido di Tivoli e delle ville romane, quassù è ancora un torrente di montagna che ha scavato una gola stretta tra pareti calcaree. È esattamente questa strettoia ad aver determinato tutto quello che è successo dopo, compresa la presenza dei monaci.

La disposizione degli edifici è longitudinale, non concentrica: il complesso si allunga lungo la valle invece di chiudersi a quadrato, perché lo spazio pianeggiante è poco e perché ogni secolo ha aggiunto un pezzo dove poteva. Il risultato è che l'insieme, visto dall'alto, sembra un piccolo villaggio fortificato più che un'abbazia di pianura. Chi ha in mente la geometria rigorosa delle grandi abbazie cistercensi francesi resta spiazzato: qui la regola è stata la roccia, non il compasso.

Il nome di Subiaco e i laghi che non ci sono più

Il toponimo stesso è una traccia archeologica. Sublaqueum significa "sotto i laghi": l'abitato romano nacque a valle di tre bacini artificiali, i famosi Simbruina stagna, creati sbarrando l'Aniene con dighe di età neroniana. Il nome è sopravvissuto ai laghi di quasi due millenni. Quando dico ai visitatori che stiamo camminando "sotto i laghi" e loro si guardano intorno cercando l'acqua, mi tocca spiegare che l'ultima diga è venuta giù nel 1305 e che da allora quel paesaggio esiste soltanto nei documenti e in una tavola dipinta.

Vale la pena tenerlo a mente perché il Monastero Benedettino di Santa Scolastica non nasce nel nulla: nasce dentro un paesaggio già costruito, già monumentale, già carico di rovine imperiali. I monaci del VI secolo non hanno colonizzato una selva vergine, hanno preso possesso di un rudere di lusso. È una differenza enorme, e cambia il modo in cui si guarda ogni singola colonna riutilizzata nei chiostri.

Come si arriva al Monastero Benedettino di Santa Scolastica partendo da Roma

In auto la via naturale è l'autostrada A24 Roma-L'Aquila fino all'uscita di Vicovaro-Mandela, poi la strada statale 5 Sublacense che risale la valle dell'Aniene toccando Agosta e Marano Equo. Dal casello a Subiaco si contano una ventina di chilometri di strada di fondovalle, larga e senza sorprese; l'ultimo tratto, quello che sale al monastero, è più stretto e tornanteggiante ma perfettamente asfaltato, e sopporta anche i pullman. Il tempo di percorrenza complessivo da Roma, traffico romano permettendo, si aggira sull'ora e un quarto.

Chi non guida ha l'alternativa del servizio di autolinee extraurbane che collega Roma a Subiaco: si parte dal capolinea metropolitano di Ponte Mammolo e si risale la valle. È un viaggio più lento, ma è anche il modo in cui hanno raggiunto Subiaco generazioni di pellegrini e di studenti, e ha il vantaggio di restituire le distanze reali: capire quanto è lontana Subiaco da Roma aiuta a capire perché un giovane romano benestante del VI secolo, per allontanarsi davvero dalla città, sia venuto proprio quassù.

Il consiglio pratico sulla salita finale

Il monastero ha un parcheggio proprio, e questo risolve il novanta per cento dei problemi. Il dieci per cento restante riguarda il fatto che molti visitatori vogliono vedere nello stesso giorno anche il Sacro Speco, che sta più in alto, e commettono l'errore di lasciare l'auto in un solo posto e fare tutto a piedi. Il dislivello non è banale e la strada non ha marciapiede continuo: se avete l'auto, spostatela. Se non ce l'avete, mettete in conto un'ora di cammino in salita all'andata e una discesa che vi rovinerà le ginocchia, ma vi regalerà uno dei tratti di bosco più belli del Lazio.

Come si visita il Monastero Benedettino di Santa Scolastica: una comunità viva, non un museo

Questa è la premessa che faccio sempre, prima ancora di parlare di architettura. Il Monastero Benedettino di Santa Scolastica non è un sito archeologico né una pinacoteca: è la casa di una comunità monastica che vive lì, prega lì, lavora lì e ha ricevuto ospiti ininterrottamente da millecinquecento anni. Le parti monumentali si visitano, le altre no, e la differenza non è un capriccio: è il motivo per cui il posto è ancora vivo invece di essere un rudere recintato.

Concretamente: gli ambienti aperti al pubblico sono i tre chiostri, la chiesa abbaziale e le zone di accesso alla biblioteca. Il monastero accoglie i visitatori in fasce orarie precise, la mattina e il pomeriggio, con la consueta chiusura di mezzogiorno che scandisce la giornata di qualunque comunità religiosa italiana, e con orari che cambiano tra la stagione fredda e quella calda. Gli orari esatti e le eventuali chiusure per celebrazioni si controllano sul sito ufficiale della comunità benedettina prima di mettersi in macchina: è una cortesia elementare verso chi ci abita, e vi risparmia la delusione di trovare il portone accostato perché è in corso una liturgia.

La visita agli ambienti monumentali avviene di norma con accompagnamento, il che nel mio mestiere è una benedizione: significa che qualcuno vi racconterà la successione dei chiostri nell'ordine giusto invece di lasciarvi vagare. Non c'è un botteghino con la fila e i tornelli; l'accesso al percorso monumentale è libero. Questo non vuol dire che si entri come al centro commerciale: l'abbigliamento decoroso è richiesto, il silenzio nei corridoi è dovuto, e i telefoni vanno tenuti muti. Chi arriva con la voce da spiaggia se ne accorge da solo dopo trenta secondi, per contrasto.

La foresteria: dormire dentro il Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Il monastero mantiene una foresteria, cioè la struttura di accoglienza che la Regola benedettina prescrive fin dal VI secolo. Non è un albergo travestito da convento e non è nemmeno un ostello: è l'attuazione letterale del capitolo della Regola secondo cui ogni ospite che arriva va accolto come Cristo in persona. Dormire lì cambia radicalmente l'esperienza del posto, perché permette di sentire il monastero alle sei del mattino e alle nove di sera, quando i visitatori se ne sono andati e restano soltanto le campane, il vento nella valle e il rumore assurdamente forte dei propri passi sul selciato del chiostro.

L'erboristeria e il senso benedettino del lavoro

Accanto all'accoglienza c'è l'erboristeria, dove si trovano i prodotti che i monasteri benedettini producono e distribuiscono da secoli. Chi la considera un dettaglio folkloristico non ha capito la Regola: il lavoro manuale non è un contorno pittoresco alla preghiera, è metà del programma. Un monastero che non produce nulla e vive di sole offerte, secondo la lettera del testo benedettino, non è a posto con la propria coscienza. Ne riparleremo quando arriveremo al motto scolpito sull'ingresso.

I tredici monasteri di san Benedetto e l'unico superstite

Il fatto che rende unico il Monastero Benedettino di Santa Scolastica è presto detto: di tutti i cenobi che Benedetto da Norcia fondò nella valle sublacense, questo è l'unico rimasto in piedi e in funzione. Gli altri sono spariti sotto i terremoti, le incursioni saracene e l'abbandono, e di parecchi non conosciamo nemmeno con certezza l'ubicazione.

Sul numero conviene essere precisi, perché è una di quelle questioni in cui le fonti sembrano contraddirsi e in realtà dicono la stessa cosa. Gregorio Magno, che scrive i Dialoghi intorno al 593-594 ed è la nostra fonte principale sulla vita di Benedetto, racconta che il santo costituì dodici monasteri con dodici monaci ciascuno, mettendo a capo di ognuno un abate. Ma Benedetto stesso non stava in nessuno dei dodici: risiedeva con alcuni discepoli in un tredicesimo insediamento, quello di San Clemente, che funzionava da casa madre. Da qui la doppia contabilità: dodici se contiamo le fondazioni "figlie", tredici se includiamo la residenza del fondatore. Quando sentite dire dodici e quando sentite dire tredici, state sentendo la stessa storia raccontata da due angolazioni diverse.

Il monastero di Santa Scolastica nacque con l'intitolazione a San Silvestro e fu il più vicino a San Clemente, dove Benedetto abitava. Nei secoli successivi si aggiunsero i titoli di San Benedetto e Santa Scolastica: nel Liber pontificalis, sotto il pontificato di Leone IV, il monastero è ricordato con l'invocazione ai tre santi insieme. Solo dopo il XV secolo l'uso si semplificò e rimase il nome della sorella. È un dettaglio che dice molto su come funzionava la memoria nei monasteri: i titoli si accumulavano come strati geologici e poi l'abitudine ne selezionava uno.

Perché "circa il 520" e non una data secca

La fondazione si colloca attorno all'anno 520. Nessuno può darvi il giorno preciso perché non esiste un atto di fondazione: esiste il racconto agiografico di Gregorio Magno, scritto settant'anni dopo, e la ricostruzione degli storici a partire dalla cronologia della vita di Benedetto. Quel "circa" è onesto, e vale la pena rispettarlo. Detto questo, la conseguenza è di quelle che fanno impressione: significa che il Monastero Benedettino di Santa Scolastica precede di un decennio abbondante Montecassino, che Benedetto fonderà intorno al 529 dopo aver lasciato Subiaco. Il più antico monastero benedettino del mondo non è la grande abbazia sulla montagna che tutti conoscono: è questo, quassù, in una valle dove la maggior parte dei romani non è mai salita.

San Benedetto a Subiaco: tre anni di grotta e una Regola che ha fatto l'Europa

Per capire il Monastero Benedettino di Santa Scolastica bisogna capire cosa ci facesse un ragazzo di Norcia in una gola dell'Aniene. Benedetto era nato in Umbria alla fine del V secolo, in una famiglia agiata, e fu mandato a Roma a studiare retorica e diritto, cioè a farsi una carriera. Roma, in quel momento, è una città in caduta libera: l'impero d'Occidente è finito da poco, la popolazione si è ridotta a una frazione di quella imperiale, e la classe dirigente si tiene a galla come può. Benedetto, secondo Gregorio Magno, guarda quel mondo, decide che non fa per lui e se ne va. La formula latina è memorabile: scienter nescius et sapienter indoctus, "sapientemente ignorante e dottamente non istruito", cioè uno che rinuncia deliberatamente al sapere che gli avrebbe dato potere.

Risale la valle dell'Aniene e si ferma in una grotta a strapiombo sul fiume, dove secondo la tradizione resta tre anni in totale solitudine, nutrito da un monaco di nome Romano che gli cala il pane dall'alto con una corda. Quella grotta è lo Speco, e oggi è il cuore del monastero di San Benedetto, poco più su lungo la stessa strada. Poi la voce si sparge, arrivano i discepoli, e il solitario si ritrova amministratore: da qui nascono i dodici cenobi, e da qui nasce il problema pratico di dare una regola a gente che vive insieme.

La Regola vera e propria Benedetto la scriverà a Montecassino, ma la sperimentazione avviene qui. Sono settantatré capitoli brevi, di un pragmatismo che a leggerli oggi disarma: quanto vino dare ai monaci (una emina al giorno, con la nota che sarebbe meglio niente ma tant'è), come trattare i monaci ammalati, come regolarsi con gli ospiti, cosa fare quando un fratello sbaglia, quanto deve durare il sonno d'inverno. Non c'è misticismo: c'è amministrazione della fragilità umana. La frase che riassume tutto sta nel prologo, dove Benedetto dichiara di voler fondare dominici schola servitii, una scuola del servizio del Signore, sperando di non stabilire "nulla di aspro, nulla di gravoso".

Perché quella Regola ha vinto

Nel VI secolo circolavano decine di regole monastiche, molte più severe e più spettacolari. Ha vinto quella di Benedetto per un motivo prosaico: era sostenibile. Prevedeva un abate eletto e responsabile, una comunità stabile in un luogo (la stabilitas loci, cioè il divieto di girovagare), un equilibrio orario tra preghiera, lettura e lavoro, e una gestione economica che permetteva al monastero di reggersi. Nei secoli successivi questa struttura ha copiato sé stessa per tutta l'Europa, diventando l'infrastruttura amministrativa, agricola e culturale del continente. Quando si dice che i monaci hanno salvato la civiltà classica non si intende un gesto eroico: si intende che qualcuno, per settecento anni, ha continuato a copiare libri perché il calendario della giornata prevedeva due ore di lettura.

Scolastica, la sorella che dà il nome al Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Di Scolastica sappiamo poco e quel poco è bellissimo. Gregorio Magno la presenta come sorella di Benedetto, consacrata a Dio fin da bambina, e le dedica un episodio che è tra i più umani di tutta l'agiografia altomedievale. I due fratelli si incontravano una volta l'anno in una casa fuori dal monastero, perché la clausura non permetteva altro. In uno di questi incontri Scolastica, presentendo di essere alla fine, chiede al fratello di restare a parlare tutta la notte di cose celesti. Benedetto, rigido come solo un fondatore di regole può essere, rifiuta: la Regola dice che deve rientrare. Allora Scolastica china il capo sul tavolo, prega, e si scatena un temporale così violento che nessuno può uscire di casa. Benedetto protesta: "Che hai fatto, sorella?". Lei risponde, in sostanza, che aveva chiesto a lui e lui aveva detto no, così ha chiesto a Dio, che ha detto sì.

Gregorio commenta con una frase che è diventata proverbiale: plus valuit quae plus amavit, poté di più chi amò di più. Tre giorni dopo Benedetto, dalla sua cella, vede l'anima della sorella salire al cielo in forma di colomba. Sono passati millecinquecento anni e quella scena continua a funzionare, perché racconta con precisione chirurgica il conflitto tra la lettera della norma e la ragione del cuore, e stabilisce senza mezzi termini chi ha vinto.

La titolatura del monastero a Scolastica si consolida dopo il XV secolo, quando gli altri due nomi cadono nell'uso corrente. Che il più antico monastero maschile benedettino del mondo porti il nome di una donna, e per giunta della donna che nell'unico episodio noto della sua vita disobbedisce vittoriosamente al fondatore dell'ordine, è una di quelle ironie che la storia produce senza volerlo e che io mi rifiuto di lasciar cadere. Quando accompagno gruppi che arrivano al Monastero Benedettino di Santa Scolastica convinti di andare a visitare un luogo di rigore maschile e claustrale, comincio sempre da qui.

Dalla villa di Nerone al monastero: cosa c'era prima del Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Prima dei monaci, qui c'era il lusso imperiale. Nerone fece costruire nella gola sublacense una villa che gli studiosi stimano estesa su circa 75 ettari, cioè un'area maggiore della porzione scavata di Villa Adriana a Tivoli. Non una casa di campagna: un sistema di padiglioni terrazzati aggrappati alle pareti rocciose, con tagli nella roccia, opere idrauliche sofisticate e costruzioni ardite che scendevano fino all'acqua.

Il cuore dell'invenzione erano i tre bacini artificiali, i Simbruina stagna, ottenuti sbarrando l'Aniene con dighe. La più imponente, quella che le fonti chiamano Pons Minimus, doveva raggiungere un'altezza non inferiore ai 50-60 metri con un coronamento largo appena una trentina di metri, incastrata in una gola strettissima: per la sua epoca era una delle dighe più alte del mondo, e resterà un record per oltre un millennio. Struttura in conglomerato cementizio con paramento esterno in blocchi squadrati. Tacito, parlando degli architetti neroniani, usa una formula che qui calza a pennello: tentavano con l'arte ciò che la natura aveva negato.

Plinio racconta che Nerone si immergeva in quelle acque gelide seguendo la prescrizione di un medico, il che dà la misura di quanto quel paesaggio fosse costruito su misura per un solo uomo. Poi, intorno al 60, un fulmine cade sulla mensa imperiale durante un banchetto nella villa; Nerone interpreta il segno come nefasto e abbandona il luogo. La villa decade, viene parzialmente risistemata sotto Traiano, e infine si sfascia.

Il riuso: come un rudere diventa un monastero

Quando Benedetto e i suoi arrivano, quelle strutture sono ancora in piedi almeno in parte, e vengono riadattate. È molto probabile che il primo nucleo del Monastero Benedettino di Santa Scolastica sia stato ricavato proprio da edifici pertinenti alla villa neroniana. Non è un'ipotesi romantica: è la normale economia edilizia dell'altomedioevo, dove nessuno si sogna di cavare pietra nuova se ha a disposizione un rudere imperiale con blocchi già squadrati e colonne già scanalate.

Le tracce di questo riuso si vedono ancora, e sono uno dei piaceri più raffinati della visita. Le colonne tuscaniche che sostengono la cantoria in controfacciata della chiesa abbaziale provengono dalla villa sublacense di Nerone. Nel chiostro gotico, la cisterna centrale è circondata da colonne marmoree che con ogni probabilità hanno la stessa origine. Camminate dunque su un palinsesto: sotto i vostri piedi c'è la villa di un imperatore che si è ucciso a trentun anni, e sopra la vostra testa c'è il campanile costruito da un abate del secolo XI. Non c'è discontinuità, c'è riciclo.

La distruzione saracena e la rinascita del Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Il IX secolo è il momento più buio. Le incursioni saracene risalgono le valli appenniniche e il monastero viene devastato. È l'episodio che spiega la scomparsa degli altri cenobi sublacensi: chi non aveva mura, o non aveva un patrono potente, non si è più rialzato. Santa Scolastica si rialza perché ottiene il sostegno diretto del papato: Gregorio IV avvia la ricostruzione, Leone IV la porta avanti, e le fortificazioni vengono rafforzate contro nuove incursioni.

Il momento simbolico della rinascita è la consacrazione della chiesa romanica da parte di papa Benedetto VII, il 4 dicembre 980. È una data che vale la pena mandare a memoria, perché è la prima data assolutamente certa nella storia edilizia del complesso, e perché di quella chiesa qualcosa è ancora visibile: nel transetto della chiesa attuale sopravvive il rosone originale del 980, inglobato nelle trasformazioni successive come una moneta antica dentro un muro.

Poi arrivano i privilegi, e con i privilegi arriva il potere. Il 29 maggio 939 papa Leone VII concede al monastero l'esenzione dalla giurisdizione episcopale: significa che l'abate non risponde al vescovo locale ma direttamente a Roma. L'11 gennaio 967 l'imperatore Ottone I concede l'immunitas su una serie di terre e castelli, trasformando l'abbazia in un soggetto di fatto autonomo dentro il Sacro Romano Impero. Il 21 luglio 1005 un privilegio di Giovanni XVIII conferma possedimenti e diritti ed estende l'esenzione anche alle chiese rurali dipendenti; Leone IX lo riconferma nel 1051.

Il risultato di questa sequenza è che il Monastero Benedettino di Santa Scolastica diventa uno stato dentro lo stato, con una autonomia temporale che durerà fino al 1753. Ottocento anni di sovranità di fatto: quando visitate i chiostri, non state visitando una casa religiosa, state visitando la capitale di un piccolo principato ecclesiastico che batteva la propria strada nella politica laziale.

Il Regesto sublacense: l'archivio che conserva mille anni di vita quotidiana

Se dovessi indicare l'oggetto più prezioso conservato al Monastero Benedettino di Santa Scolastica, molti si aspetterebbero che dicessi un incunabolo. E invece direi un registro: il Regesto sublacense, il cartulario del monastero, uno dei documenti fondamentali per la storia del Lazio medievale.

È un manoscritto redatto in due fasi, la principale alla fine dell'XI secolo e una seconda, molto minoritaria, alla fine del XII. Contiene le copie di 216 documenti, in massima parte databili tra IX e XII secolo. La prima redazione non può essere anteriore al 1064, anno dell'ultimo testo trascritto in quella fase; la seconda è successiva al 1192. Il cartulario fu scritto da almeno due mani e, a differenza del celebre regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino, non ci ha lasciato il nome di nessuno dei suoi autori. I copisti del secondo intervento hanno abraso parte dei documenti precedenti per far posto ai propri, il che rende le due fasi facilmente distinguibili e i medievisti moderatamente furiosi.

Il contenuto è affascinante proprio perché non è epico: contratti d'affitto, compravendite, donazioni di case e terreni a Subiaco, nell'Agro Romano, nelle saline di Ostia, nelle diocesi di Tivoli, Anagni, Palestrina, Albano. C'è la serie dei privilegi papali, c'è il diploma imperiale di Ottone I, ci sono verbali e sentenze di processi. C'è persino un breve elenco in greco relativo ai possedimenti del monastero di Sant'Erasmo al Celio, a Roma, che era strettamente legato a Subiaco e serviva ai monaci come rifugio sicuro dentro le Mura Aureliane in caso di scorribande. È l'unico frammento non latino del codice, e racconta da solo la geografia mentale di questa comunità: la montagna per vivere, la città murata per scappare.

Le date impossibili e l'onestà degli editori

Il documento più antico del Regesto è una donazione attribuita al patrizio romano Narsio e datata al 3 agosto 369; il secondo è una donazione attribuita a Gregorio Magno e datata al 28 giugno 594. Entrambe le datazioni sono quasi certamente errate, e i due studiosi che ne curarono l'edizione critica, Leone Allodi e Guido Levi, lo scrissero apertamente nel 1885 osservando che nessuno dei due documenti apparteneva alla prima stesura. È il tipo di onestà filologica che rende utilizzabile una fonte: dire che il proprio manoscritto contiene un falso è la cosa più utile che un editore possa fare. Quella del 1885 resta ancora oggi l'unica edizione critica integrale del Regesto sublacense, e l'originale è custodito nella biblioteca statale del monastero.

L'età d'oro del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: gli abati dell'XI e XII secolo

Tra il X e il XIII secolo il monastero accumula beni con una velocità impressionante, grazie alle donazioni di sovrani ed ecclesiastici, e diventa uno dei feudi più potenti dello Stato pontificio. Ma la ricchezza da sola non spiega la fioritura: servono gli uomini, e qui la serie degli abati è di quelle che fanno invidia.

Pietro II, abate dal 992 al 1003, sarà venerato come santo. Giovanni V, il cui abbaziato copre l'inizio dell'XI secolo, amplia in modo sostanziale le strutture monastiche e soprattutto dà impulso allo scriptorium, l'officina dove si copiano i codici: è a lui che si deve, secondo la tradizione locale, la vera nascita della biblioteca. Umberto, abate dal 1051 al 1060, è il costruttore per eccellenza: gli si devono il campanile, il dormitorio dei monaci, il calefattorio e una porzione di chiostro con colonne di marmo, oltre alla prima cappella allo Speco, cioè il primo intervento stabile nel luogo dove Benedetto era vissuto da eremita. Giovanni VII, abate dal 1068 al 1120 secondo la cronologia tradizionale, viene chiamato dal Chronicon sublacense gloriosissimus abbas, e cinquantadue anni di governo sono un dato che parla da solo.

Poi c'è Romano, all'inizio del Duecento, e c'è Lando, sotto il cui abbaziato, nella prima metà del Duecento, viene realizzato il chiostro cosmatesco. Sono nomi che non dicono nulla a nessuno fuori dalla valle dell'Aniene, e che invece hanno lasciato pietre che ancora oggi fanno alzare la testa ai visitatori. Uno dei piccoli piaceri malinconici di questo mestiere è ricordare che l'anonimato non è una condizione naturale: è quello che succede quando smetti di raccontare.

Quanto era grande il dominio abbaziale

Fino al 2002 l'abbazia territoriale di Subiaco esercitava giurisdizione su ventinove parrocchie distribuite nei comuni di Camerata Nuova, Cervara di Roma, Cerreto Laziale, Gerano, Canterano, Rocca Santo Stefano, Agosta, Marano Equo, Subiaco, Affile, Arcinazzo Romano, Bellegra, Roiate, Jenne e Trevi nel Lazio. Con il decreto Venerabilis Abbatia Sublacensis il territorio è stato ridotto ai soli monasteri di Santa Scolastica e di San Benedetto e alle proprietà benedettine sul monte Taleo e sull'altura di Collelungo. Oggi l'abbazia territoriale conta poche decine di battezzati e una sola parrocchia, che coincide con la cattedrale dentro il monastero: statisticamente è la diocesi più piccola d'Italia, e forse del mondo. Da feudo con ventinove parrocchie a diocesi con trentasei fedeli: un grafico storico che sarebbe brutale se non fosse, in fondo, la parabola naturale di ogni potere temporale ecclesiastico.

Il campanile del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: 1052, e non un anno di più

Se dovessi scegliere un solo elemento del complesso da salvare, salverei il campanile. È il pezzo più antico ancora integralmente leggibile, uno dei campanili romanici più antichi dell'Italia centrale, ed è databile con una precisione che nel medioevo è quasi un lusso: 1052-1053, sotto l'abate Umberto.

Ha pianta quadrata e si sviluppa su cinque ordini di finestre per lato, articolati da cornici marcapiano. Le fiancate settentrionale e occidentale hanno soltanto trifore; le altre due alternano trifore e bifore. Il lato meridionale presenta due registri di nicchie cieche con contorni in laterizio disposti a losanga, un motivo decorativo che è la firma stilistica del romanico laziale e che vale la pena cercare con lo sguardo, perché è il tipo di dettaglio che i visitatori frettolosi non vedono mai.

Il campanile che vediamo poggia con ogni probabilità sulla torre campanaria della chiesa del 980, la quale a sua volta si impostava su fondazioni del IX secolo: alla base restano visibili quattro possenti pilastri con archi, il resto della struttura precedente. Le parti alte sono state rifatte in epoche successive. Originariamente il campanile era coronato da un'alta cuspide piramidale, demolita nel XVII secolo: il profilo che fotografate oggi, quindi, non è quello che vedevano i monaci del Duecento. È un dato che raffredda l'entusiasmo dei puristi e che io trovo istruttivo: anche le cose più antiche che vediamo sono il risultato di scelte relativamente recenti.

Gli affreschi dentro la torre

All'interno del campanile sopravvivono lacerti pittorici di grande antichità, con raffigurazioni che comprendono la mano del Cristo Pantocratore e l'Agnello di Dio. Sono frammenti, non cicli, e proprio per questo commoventi: dipinti in un vano di servizio, destinati a essere visti da pochissimi, sopravvissuti per caso. Nella gerarchia della conservazione, il caso batte l'intenzione nove volte su dieci.

Il primo chiostro del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: il Cinquecento e i papi alle pareti

Si entra e il primo cortile che si incontra è il più recente. È il chiostro rinascimentale, iniziato nel 1580 per volontà dell'abate Cirillo da Montefiascone e portato a termine soltanto nel 1689 sotto l'abate Michelangelo Inurea. Centonove anni per un cortile: un ritmo che oggi sembra folle e che nella storia dell'edilizia monastica è del tutto normale, perché si costruiva quando c'erano i soldi e ci si fermava quando finivano.

Architettonicamente è il meno raffinato dei tre: ampi archi impostati su pilastri robusti, i lati est e nord occupati da costruzioni, un'impostazione più funzionale che estetica. Non è il posto dove si trattiene il fiato. È però il posto dove si comincia a capire il ruolo politico del monastero, perché lungo le pareti corrono i ritratti seicenteschi dei pontefici che vennero in visita al Monastero Benedettino di Santa Scolastica. Una galleria di volti, opera di autori ignoti, che funziona come un curriculum murale dell'istituzione: guardate quanti papi sono saliti fin quassù.

Il lato occidentale è stato ricostruito dopo il 1944, e questo è il primo punto in cui la guerra entra concretamente nella visita. Chi guarda con attenzione riconosce le differenze di apparecchiatura muraria e di patina tra le porzioni originali e quelle rifatte; chi non le riconosce può fidarsi di una regola semplice, valida in tutta l'Italia centrale: dove il muro è troppo regolare, di solito c'è stata una bomba.

La statua e l'ingresso novecentesco

Nel chiostro rinascimentale si trova anche una statua bronzea di Santa Scolastica, aggiunta nel 1994. È un'opera contemporanea in un contesto stratificato, e come tutte le aggiunte recenti divide: c'è chi la trova un'intrusione e chi la considera la prova che il complesso continua a vivere invece di essere imbalsamato. Personalmente sto con i secondi, per un motivo che ha poco a che vedere con il gusto e molto con la coerenza: un monastero che smette di aggiungere è un monastero che ha smesso di abitare.

Il fronte d'ingresso al complesso, quello che si attraversa arrivando dal piazzale, è novecentesco, opera dell'architetto Raffaele Perrotti. Reca scolpito il motto benedettino Ora et labora, che vedremo tra poco meritare un capitolo a sé. Anche qui, per chi arriva con l'idea di trovare un'abbazia "tutta medievale", c'è una lezione: la facciata più fotografata del monastero è più giovane dell'automobile.

Il secondo chiostro del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: il gotico e l'arco fiammeggiante

Si passa nel secondo cortile e si arretra di tre secoli. Il chiostro gotico si data tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, e ha una pianta irregolare che è la prima cosa da segnalare: non è un quadrato né un rettangolo, ma una figura esagonale irregolare nata dalla giunzione di due rettangoli con orientamenti diversi. Chi cerca la simmetria resta a bocca aperta nel senso sbagliato. Chi capisce che quella irregolarità è la registrazione fedele di due cantieri successivi che hanno dovuto convivere, comincia a divertirsi.

Il portico corre su archi a sesto acuto a doppio sguincio, sostenuti da pilastri massicci, e restituisce una severità asciutta, quasi spoglia. Al centro c'è una cisterna con colonne di marmo che, con ogni probabilità, arrivano dalla villa neroniana: acqua raccolta dai monaci dentro un contenitore ornato con i resti del lusso imperiale. Se esiste un'immagine sintetica di tutta questa storia, è quella.

L'arco flamboyant, il pezzo che non ci si aspetta

Sul lato opposto alla chiesa si apre l'elemento più sorprendente del complesso: un grande arco gotico flamboyant del Quattrocento, a doppia ghiera, di fattura nordica. Il gotico fiammeggiante in Italia è raro, e trovarlo in una valle dell'Appennino laziale è quasi un'anomalia geografica. La spiegazione sta nella composizione della comunità: nel Quattrocento il monastero ospitava monaci tedeschi e spagnoli in numero significativo, e con loro arrivarono maestranze e gusti d'oltralpe. La decorazione dell'arco svolge una sequenza di Patriarchi e Profeti dai volti barbuti, ed è coronata da una Madonna in gloria tra angeli.

Vale la pena fermarsi e guardarlo a lungo, perché racconta una cosa che dimentichiamo volentieri: i monasteri medievali erano istituzioni internazionali. Un monaco renano poteva finire a Subiaco, un monaco sublacense poteva finire in Catalogna, e le forme viaggiavano con loro. La stessa mobilità che porta qui un arco fiammeggiante nel Quattrocento porterà, pochi decenni dopo, due tipografi di Magonza e di Praga con una cassa di caratteri mobili.

La biblioteca sul lato nord

Sul lato settentrionale del chiostro gotico si apre l'accesso alla biblioteca. Non è una collocazione casuale: la biblioteca sta dove stava il cuore intellettuale del monastero, a poca distanza dal luogo dove si copiava e si leggeva. Quando ci arriveremo, capiremo perché questo cortile un po' scomposto è, dal punto di vista della storia della cultura europea, il punto più importante dell'intero edificio.

Il terzo chiostro del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: il capolavoro cosmatesco

E poi c'è il terzo. Il chiostro cosmatesco è, senza discussione, il pezzo forte del Monastero Benedettino di Santa Scolastica e uno dei più bei chiostri medievali del Lazio, in una regione che ne conta di straordinari a San Paolo fuori le Mura e al Laterano. È di forma rettangolare e si data agli anni intorno al 1210-1240, con la realizzazione promossa dall'abate Lando nella prima metà del Duecento.

Il porticato corre su archi a tutto sesto impostati su colonnine di marmo esili, alcune tortili, altre lisce, altre ancora binate, con capitelli di grande finezza. I materiali sono calcare compatto e marmo di Carrara, e la fase costruttiva si articola su due momenti, tra XII e XIII secolo. Al centro c'è un pozzo rialzato che ordina lo spazio come un punto fermo. La sensazione, entrando, è di scala perfetta: il chiostro è abbastanza grande da respirare e abbastanza piccolo da restare intimo, e la luce che filtra tra le colonnine cambia carattere tre volte nel corso della giornata.

Cercate i capitelli con le testine mostruose, che sono un piccolo bestiario nascosto in mezzo alle foglie d'acanto. Cercate le colonne tortili, che sono la specialità della bottega. E cercate soprattutto la firma incisa nel marmo, perché il porticato reca il nome del suo autore, il maestro romano che lo eseguì: nel Duecento firmare un'opera architettonica non è ancora normale, e ogni firma superstite è un piccolo atto di orgoglio professionale che attraversa ottocento anni.

Gli affreschi dei castelli: la mappa del potere abbaziale

Sotto il portico si conservano affreschi romani del tardo Duecento che raffigurano i castelli e gli abitati sottoposti alla giurisdizione dell'abbazia. Si riconoscono Cervara, identificata dal vessillo con il cervo, e Ponza, con il vessillo che porta un ponte: stemmi parlanti, cioè araldica che gioca sul nome del luogo, con quella gioia infantile per il calembour che il medioevo non ha mai perso. Sulle volte compaiono l'Agnello di Dio e i simboli degli Evangelisti.

Sono, in sostanza, una mappa dipinta del dominio temporale del monastero. Un abate del Duecento che passeggiava sotto quel portico leggendo il breviario aveva sotto gli occhi, ogni giorno, l'elenco dei paesi da cui arrivavano le decime. Non chiamatelo cinismo: chiamatelo contabilità figurata. E notate come quel medesimo portico contenga insieme il conteggio dei possedimenti e l'immagine dell'Agnello: la tensione tra le due cose è la storia intera del monachesimo occidentale.

Il San Matteo dall'occhio che segue

Tra le pitture del chiostro c'è una figura di San Matteo eseguita con la tecnica dell'occhio centrato, quella che fa sembrare che lo sguardo del personaggio segua lo spettatore mentre si sposta. È un trucco ottico antico, che i pittori bizantini padroneggiavano benissimo e che qui è applicato con efficacia sorprendente. Segnalatelo ai bambini, se ne avete al seguito: è l'unico momento della visita in cui un ragazzino di nove anni vi guarderà con rispetto.

I marmorari romani del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: chi erano i Cosmati

La parola "cosmatesco" confonde quasi tutti, quindi facciamo chiarezza. Non indica uno stile astratto: deriva dal nome proprio Cosma, ricorrente in alcune famiglie di marmorari romani attivi tra XII e XIII secolo, e per estensione designa il lavoro di quelle botteghe. Erano dinastie familiari, padri e figli e nipoti, che si tramandavano il mestiere e il repertorio: taglio dei marmi antichi di reimpiego, intarsio geometrico, colonnine tortili, cerchi e nastri di porfido e serpentino.

Le due famiglie più celebri sono quella dei Cosma propriamente detti e quella dei Vassalletto, ai quali si devono alcuni dei chiostri più straordinari di Roma. Le botteghe lavoravano su commissione in tutto il Lazio e oltre, e la loro materia prima era, letteralmente, la Roma antica: il porfido rosso veniva dalle cave egiziane sfruttate dagli imperatori, il serpentino verde dalla Grecia, il giallo antico dalla Numidia. Nessuna di quelle cave era più attiva nel Duecento. Ogni tessera di porfido in un pavimento cosmatesco è quindi un frammento di un monumento imperiale segato e riusato.

Il chiostro prefabbricato: la scoperta che diverte gli architetti

C'è un dettaglio tecnico affascinante nel chiostro cosmatesco di Santa Scolastica: alcuni conci degli archi risultano numerati. Numerati significa che sono stati tagliati, marcati e poi assemblati seguendo la sequenza, cioè che la bottega lavorava con un sistema di prefabbricazione e montaggio a secco. Il chiostro non è stato improvvisato sul posto: è stato progettato, prodotto in pezzi e montato come un mobile componibile di lusso. Nel XIII secolo. Ogni volta che sento dire che il medioevo era un'epoca di improvvisazione artigianale, penso a quei numeri incisi.

C'è anche una curiosità minore ma irresistibile: su un blocco di pilastro si riconosce un disegno lasciato in rosso, una testa di animale, che diventa leggibile soltanto ribaltando l'immagine. Il che significa che il concio è stato montato capovolto. Un errore di cantiere di ottocento anni fa, congelato nel marmo, invisibile a tutti tranne a chi lo cerca. Sono queste le cose che mi fanno amare i luoghi vecchi: non la perfezione, ma le sviste sopravvissute.

Le cinque chiese sovrapposte del Monastero Benedettino di Santa Scolastica

La chiesa abbaziale che si visita oggi è la quinta costruita sullo stesso punto. È una sequenza che merita di essere elencata con precisione, perché è la sintesi verticale di tutta la storia del monastero.

La prima è l'oratorio del monastero di San Silvestro, fondato da Benedetto agli inizi del VI secolo: piccolo, essenziale, la cella di preghiera di una comunità di dodici monaci. La seconda viene eretta nel IX secolo, quando il monastero cambia nome in monastero dei Santi Benedetto e Scolastica e riceve una chiesa nuova e più grande, affiancata alla precedente. La terza è la chiesa romanica del X secolo, consacrata da papa Benedetto VII il 4 dicembre 980. La quarta è la ricostruzione gotica del XIV secolo, a navata unica con abside quadrangolare, che mantiene sostanzialmente le dimensioni della precedente. La quinta è quella attuale, il radicale rifacimento neoclassico del 1770-1773.

Nel 1961-1962 la chiesa fu oggetto di un intervento decisivo: il pavimento venne rimosso e sotto di esso si allestì uno scavo archeologico che riportò alla luce i resti dell'oratorio del VI secolo, cioè della chiesa di Benedetto. Contestualmente si rifece la pavimentazione e si riaprirono le nicchie neoclassiche delle cappelle laterali, che erano state tamponate perché rimaste prive delle statue previste dal progetto. Poter guardare le fondamenta del primo oratorio benedettino, stando dentro una chiesa neoclassica, sotto un campanile dell'XI secolo, in un monastero costruito su una villa di Nerone: se esiste una definizione operativa di stratificazione, è questo edificio.

La facciata gotica e il portale

L'esterno della chiesa dà sul chiostro gotico ed è ancora quello trecentesco: terminazione piatta, e sulla parete la traccia del rosone circolare, chiuso durante i restauri settecenteschi. Si entra da un portale ogivale strombato preceduto da alcuni gradini, in corrispondenza del quale il portico del chiostro si apre con una grande arcata a tutto sesto. La parete intorno alla porta conserva affreschi del XIV secolo, di scuola senese, con Episodi dalla vita di san Benedetto.

Un particolare che segnalo sempre, perché è il tipo di anomalia che rivela la storia di un edificio meglio di qualunque didascalia: il portale non è sull'asse longitudinale della chiesa, ma è spostato notevolmente a sinistra. Il motivo è che alla sua destra si erge la torre campanaria romanica, alla cui base si apre l'ingresso riservato ai monaci. L'architetto del Trecento ha dovuto arrangiarsi con quello che c'era, e il Settecento non ha potuto rimediare. Quando una facciata è storta, non è mai per caso: c'è sempre qualcosa di più vecchio che non si è potuto spostare.

Giacomo Quarenghi al Monastero Benedettino di Santa Scolastica: la prima opera di un futuro architetto degli zar

Qui c'è una delle storie più belle di tutto il Lazio, e quasi nessuno la conosce. La chiesa neoclassica del Monastero Benedettino di Santa Scolastica è la prima realizzazione architettonica di Giacomo Quarenghi, cioè dell'uomo che pochi anni dopo diventerà l'architetto di Caterina II di Russia e riempirà San Pietroburgo di edifici neoclassici. La sua carriera comincia in una valle dell'Appennino laziale, in un monastero benedettino, a ventisei anni.

Quarenghi era nato il 21 settembre 1744 a Rota d'Imagna, in provincia di Bergamo, figlio di un notaio che lo voleva avvocato o prete. Lui voleva dipingere, e nel 1763 si trasferì a Roma dove studiò pittura con Anton Raphael Mengs e poi, dopo la partenza di Mengs per la Spagna, nell'atelier di Stefano Pozzi. All'architettura arrivò per contagio, imparandone i rudimenti da Paolo Posi, Antoine Derizet e Nicola Giansimoni. Poi gli capitò tra le mani, per caso, una buona edizione dei Quattro libri dell'architettura di Andrea Palladio, e fu una conversione: raccontò lui stesso di aver bruciato quasi tutti i disegni fatti fino a quel momento e di aver ricominciato da capo studiando i monumenti di Roma.

Come un ragazzo di Bergamo si ritrova a rifare una chiesa del Duecento

L'occasione arrivò dal denaro di un cardinale. L'abate commendatario Giovanni Francesco Banchieri, morendo nel 1763, lasciò una somma ingente per il restauro della chiesa abbaziale. La direzione dei lavori doveva essere assegnata, e furono esaminati e scartati due progetti: quello di Giuseppe Pannini, giudicato troppo costoso, e quello di Nicola Giansimoni, considerato troppo legato al barocco di scuola borrominiana. Notate la sottigliezza: Giansimoni era stato uno dei maestri di Quarenghi. L'allievo ottenne l'incarico che era stato negato al maestro, e lo ottenne perché il gusto stava cambiando e lui rappresentava il nuovo.

I lavori cominciarono nel maggio 1770 e il rifacimento radicale si concluse nel 1773. La consacrazione avvenne però solo il 13 ottobre 1776, per mano del cardinale Carlo Rezzonico. L'abside fu realizzata più tardi, nel 1852, su disegno di Giacomo Monaldi.

Sei anni dopo la fine dei lavori, nel 1779, la zarina Caterina II, insoddisfatta degli architetti al suo servizio, incaricò il barone Friedrich Melchior von Grimm di trovarle due architetti italiani. La scelta cadde su Giacomo Trombara e su Quarenghi, che arrivò a San Pietroburgo nel gennaio 1780 con il titolo di "virtuoso architetto" della corte imperiale. Non tornò mai più in Italia stabilmente e morì a San Pietroburgo il 2 marzo 1817. Chi visita oggi le rive della Neva e riconosce il neoclassicismo palladiano degli edifici accademici e dei palazzi imperiali sta guardando, in traduzione russa, la stessa mano che ha ridisegnato la chiesa di Subiaco.

Dentro la chiesa del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: navata, cappelle, altari

L'interno è in stile neoclassico, quasi interamente frutto dei restauri del 1770-1773. Quarenghi si ispirò dichiaratamente a Palladio e in particolare alla basilica del Santissimo Redentore alla Giudecca, a Venezia, cercando un carattere nobile e severo. È una scelta interessante perché il Redentore è una chiesa votiva costruita dopo una peste, con una spazialità limpida e razionale: portarla su in montagna dentro un monastero benedettino significa dichiarare che la misura è una forma di preghiera.

L'aula si articola in un'unica navata coperta da volta a botte lunettata, illuminata da quattro finestre semicircolari per lato. In corrispondenza di ciascuna finestra, intervallate da lesene ioniche, si aprono quattro cappelle laterali, le prime tre semicircolari, con altare marmoreo sormontato da una pala tra due nicchie quadrangolari.

Le cappelle di destra e quelle di sinistra

Partendo dall'ingresso, sulla destra si incontrano le cappelle dedicate ai santi Cosma e Damiano, all'Angelo custode, a san Girolamo e alla Vergine Maria. Quest'ultima merita una sosta: sopra l'altare c'è un dipinto del 1577 di Marcello di Piacenza raffigurante la Madonna che infila l'anello a santa Chelidonia, e nella stessa cappella si conservano i resti mortali della santa.

Sul lato sinistro, sempre dall'ingresso, le cappelle sono dedicate ai santi Mauro e Placido (i due discepoli prediletti di Benedetto, protagonisti degli episodi più celebri dei Dialoghi), a san Gregorio Magno, a sant'Andrea apostolo e al Santissimo Sacramento, quest'ultima con una tela dei Santi Anatolia e Audace di Antonio Concioli, del 1775.

In controfacciata un grande arco a tutto sesto inquadra la cantoria in marmi policromi, poggiante su colonne tuscaniche provenienti dalla villa sublacense di Nerone. Alla navata si aggiunge una campata più larga che costituisce il presbiterio, leggermente rialzato. L'arco absidale è affiancato dalle statue in gesso di San Benedetto a sinistra e Santa Scolastica a destra, realizzate nel 1852 da Ercole Dante e collocate entro due nicchie gemelle. Ai lati del presbiterio ci sono i due ordini di stalli lignei del coro, che i monaci usano tuttora nelle celebrazioni: non sono arredo, sono attrezzatura di lavoro.

Santa Chelidonia, l'eremita dei Simbruini

Chelidonia merita due parole perché è una figura locale che racconta molto della spiritualità di questa valle. Eremita vissuta tra XI e XII secolo, di origini abruzzesi, si ritirò in una grotta dei monti sublacensi conducendo una vita di penitenza estrema, e dopo la morte il suo corpo fu traslato al monastero. È patrona di Subiaco. La sua storia è la prova che il modello benedettino, quassù, non ha mai cancellato del tutto il modello eremitico precedente: la montagna continuava a produrre solitari, e i monasteri finivano per accoglierne le reliquie.

Quel che resta delle chiese precedenti

Nel transetto sopravvive il rosone originale della chiesa del 980 e un gruppo di dipinti murali di primo Quattrocento, di scuola abruzzese: una Pentecoste sulla parete est, un'Ascensione di Cristo sulla parete ovest, un'Incoronazione della Vergine sulla parete nord. In sacrestia si conservano affreschi del 1578 attribuiti a Marcello da Piacenza con Storie della Vergine e gli Evangelisti. Sono i frammenti che il neoclassico non ha inghiottito, e vanno cercati con pazienza: entrare in questa chiesa e limitarsi ad ammirare la volta di Quarenghi significa perdere quattrocento anni di pittura.

Il refettorio e la vita quotidiana nel Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Sul lato occidentale del chiostro cosmatesco si apre il refettorio, realizzato nel 1605 al posto dell'antico dormitorio: un ambiente ampio coperto da volta a botte, a cui si accede attraverso un vestibolo con una porta rinascimentale in marmo cipollino. È lo spazio dove la comunità mangia, e dove per secoli ha mangiato in silenzio ascoltando un fratello leggere ad alta voce dal pulpito.

La Regola è di una precisione quasi burocratica su questo punto. Prescrive due pietanze cotte a pasto, in modo che chi non riesce a mangiare l'una possa mangiare l'altra; aggiunge frutta o verdure tenere quando ci sono; fissa la razione di pane a una libbra al giorno; concede una emina di vino, ma con la celebre riserva che il vino non è bevanda da monaci e che, se si potesse, sarebbe meglio farne a meno. Vieta la carne dei quadrupedi a tutti tranne ai malati. E stabilisce che a tavola nessuno parli, tranne il lettore.

Vale la pena provare a immaginare quella scena, stando in piedi nel chiostro accanto: cinquanta uomini che mangiano in silenzio mentre una voce sola legge, ogni giorno, per tutta la vita. Non era mortificazione fine a sé stessa: era un modo per trasformare il pasto, che è l'atto più animale della giornata, in un esercizio di attenzione. La cultura occidentale deve a questa abitudine più di quanto ammetta, perché è così che sono stati letti e riletti, ad alta voce, migliaia di testi che nessuno avrebbe altrimenti riaperto.

La giornata scandita: l'orologio prima degli orologi

La vita al Monastero Benedettino di Santa Scolastica era, ed è tuttora, scandita dalle ore canoniche: mattutino nel cuore della notte, lodi all'alba, poi prima, terza, sesta e nona lungo la giornata, vespri al tramonto, compieta prima del sonno. Tra un ufficio e l'altro si colloca il lavoro e si colloca la lectio divina, la lettura meditata. Benedetto dedica un intero capitolo della Regola all'orario, differenziandolo tra estate e inverno con un realismo che fa sorridere: d'inverno si dorme di più perché le notti sono lunghe e fa freddo.

Il punto che di solito colpisce i visitatori è che questo sistema orario ha preceduto e in buona misura generato la misurazione meccanica del tempo in Europa. Le comunità monastiche avevano bisogno di sapere quando svegliarsi nel mezzo della notte, e questa esigenza pratica ha spinto per secoli la ricerca di dispositivi affidabili. L'orologio da torre nasce, in ultima analisi, da un problema di sveglia monastica. Ogni volta che guardate l'ora sul telefono, state usando la soluzione a un problema posto da uomini come quelli che dormivano qui.

"Ora et labora": il motto scolpito all'ingresso del Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Sul fronte d'ingresso del monastero si legge il motto benedettino per antonomasia: Ora et labora, prega e lavora. È la formula che chiunque associa ai benedettini, ed è la sintesi corretta del programma: la giornata divisa tra preghiera liturgica, lettura e lavoro manuale, senza gerarchia di dignità tra le tre cose.

Ma qui devo fare l'unica precisazione pedante di tutta questa pagina, perché è una di quelle che cambiano il modo di guardare un luogo. La formula ora et labora, in quei termini, non compare nella Regola di san Benedetto. È una sintesi posteriore, coniata dalla tradizione monastica e diffusasi ampiamente in età moderna, che condensa in due parole quello che Benedetto dice in molte righe. Il testo originale è più articolato e, a suo modo, più duro: il capitolo sul lavoro manuale si apre con l'affermazione che l'ozio è nemico dell'anima e prescrive che i fratelli si occupino in tempi determinati del lavoro delle mani e in altri della lettura sacra.

Non è una svalutazione del motto, anzi. È la dimostrazione che una comunità sa riassumersi. Millecinquecento anni di pratica hanno decantato settantatré capitoli in due parole, e quelle due parole sono abbastanza forti da essere scolpite sull'ingresso senza che nessuno si senta tradito. Se cercate una definizione di tradizione vivente, è esattamente questo processo.

Perché il lavoro conta quanto la preghiera

Nel mondo tardoantico da cui viene Benedetto, il lavoro manuale era faccenda da schiavi: un uomo libero, e a maggior ragione un aristocratico, non lavorava con le mani. Prescrivere a monaci provenienti da famiglie agiate di zappare, cucinare, lavare, impastare, significava ribaltare la scala sociale dentro le mura. Da questa inversione, ripetuta per secoli su migliaia di comunità, discende buona parte dell'atteggiamento europeo verso il lavoro. Le grandi bonifiche medievali, i mulini, le tecniche agricole, la produzione di birra e liquori, la selvicoltura, l'apicoltura: dietro c'è quel capitolo della Regola.

Quando visitate l'erboristeria del Monastero Benedettino di Santa Scolastica e trovate tisane, unguenti e preparati, non state guardando un negozio di souvenir: state guardando la coda lunghissima di una prescrizione del VI secolo. Comprare qualcosa lì dentro è, in un senso molto letterale, partecipare al labora.

Resipiscentia: la parola che spiega il Monastero Benedettino di Santa Scolastica meglio di ogni altra

C'è un termine latino che nel vocabolario monastico pesa quanto ora et labora e che nessuno conosce: resipiscentia. Deriva dal verbo resipiscere, letteralmente "tornare a sentire il sapore", cioè riprendere i sensi, rinsavire, tornare in sé. In italiano lo traduciamo con "ravvedimento", ma la traduzione perde la fisicità dell'immagine originale: non è un pentimento sentimentale, è il risveglio di qualcuno che era svenuto e riapre gli occhi.

Questa parola è la chiave del monastero. La conversione monastica, nel lessico benedettino, non è un salto mistico ma un ritorno alla lucidità: si entra in monastero come si esce da uno stordimento. Il prologo della Regola si apre proprio con un invito a svegliarsi, citando san Paolo: è ora di alzarsi dal sonno. E tutta la struttura della giornata monastica, con i suoi risvegli notturni e la sua ripetizione ossessiva, non serve ad altro che a mantenere quello stato di veglia.

Vi propongo un esercizio: attraversate i tre chiostri tenendo in mente questa parola. Il chiostro rinascimentale con i papi alle pareti è il mondo, con le sue gerarchie e i suoi rapporti di forza. Il chiostro gotico, severo e irregolare, è il passaggio. Il chiostro cosmatesco, minuscolo e perfetto, con il pozzo al centro, è il punto di arrivo. Non credo che nessuno l'abbia progettato così: sono tre cantieri di tre secoli diversi messi in fila dal caso. Ma la lettura funziona, e in un luogo dove si medita da millecinquecento anni le letture che funzionano hanno un valore proprio.

La conversatio morum e i tre voti

Il monaco benedettino non pronuncia i voti classici di povertà, castità e obbedienza nella formulazione che conoscono i religiosi di altri ordini. Ne pronuncia tre diversi e più antichi: stabilitas, cioè la promessa di restare in quella comunità e non girovagare; conversatio morum suorum, la conversione continua del proprio modo di vivere; e oboedientia. Il primo è quello che ha reso possibile il Monastero Benedettino di Santa Scolastica: senza la stabilità nel luogo, nessuna comunità sarebbe rimasta in questa valle per millecinquecento anni attraversando saraceni, terremoti, commende e bombardamenti. Il secondo è la resipiscentia trasformata in impegno permanente. Non ci si converte una volta: ci si converte tutti i giorni, che è una prospettiva molto meno consolante e molto più realistica.

Il 1465: i primi libri stampati in Italia nascono al Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Arriviamo al fatto capitale, quello per cui questo monastero dovrebbe essere una meta di pellegrinaggio laico per chiunque abbia mai letto un libro. La stampa a caratteri mobili entra in Italia da qui. Non da Venezia, non da Firenze, non da Roma: da un monastero benedettino in una valle dell'Appennino laziale, a ottanta chilometri dalla capitale della cristianità.

La sequenza dei fatti è questa. Gutenberg stampa la sua Bibbia a Magonza intorno al 1455. Dieci anni dopo, due chierici tedeschi che conoscono la tecnica sono a Subiaco con una pressa e una serie di punzoni. Il loro nome è Conrad Sweynheym, originario di Eltville presso Magonza, e Arnold Pannartz, probabilmente di Praga. Furono chiamati qui, con ogni verosimiglianza, dal cardinale Juan de Torquemada, che era diventato abate commendatario di Subiaco il 16 gennaio 1456: un teologo domenicano spagnolo di prima grandezza, uomo di curia e di concilio, che capì subito cosa significasse quella macchina.

Perché proprio Subiaco

La domanda me la fanno tutti, e la risposta è di una logica lampante. Serviva un luogo con quattro requisiti simultanei: una committenza colta che sapesse cosa stampare; una biblioteca ricca da cui ricavare i testi da comporre; una comunità in grado di ospitare e mantenere due artigiani stranieri per anni senza ritorno immediato; e la presenza di monaci di lingua tedesca, perché nel Quattrocento il Monastero Benedettino di Santa Scolastica ospitava una nutrita componente germanica. Subiaco aveva tutti e quattro. Roma, in quel momento, non aveva ancora un mercato librario capace di assorbire il rischio.

C'è poi un elemento che gli storici del libro sottolineano volentieri: il monastero era esente dalla giurisdizione episcopale, autonomo, protetto dal papato e finanziariamente solido. Era, in termini moderni, l'incubatore perfetto: capitale paziente, competenza interna, nessuna interferenza esterna. La prima start-up tipografica d'Italia è nata in un monastero benedettino perché il monastero benedettino era, nel 1465, l'unica struttura del paese che potesse permettersi di finanziare una tecnologia che ancora non aveva un mercato.

I quattro libri sublacensi e i due primati del 1465

Le edizioni uscite dal torchio di Subiaco sono quattro, e vanno conosciute una per una.

La prima, in ordine cronologico presunto, è un Donatus pro puerulis, cioè la grammatica latina elementare di Elio Donato, il manuale scolastico più diffuso del medioevo europeo. Le fonti parlano di una tiratura di 300 esemplari e la collocano intorno al 1464. Non ne sopravvive nemmeno una copia: erano libretti da scolaro, si consumavano, si buttavano. Il primo prodotto tipografico italiano è scomparso perché era troppo utile per essere conservato, il che è una lezione sulla trasmissione dei testi che dovrebbe essere insegnata nelle scuole.

La seconda è il De oratore di Cicerone, completato prima del 30 settembre 1465: è il primo libro stampato in Italia di cui possediamo esemplari. Il trattato in cui Cicerone discute la formazione dell'oratore ideale, cioè uno dei testi fondativi della cultura umanistica. La tiratura originaria è indicata dagli studi in 275 esemplari.

La terza è il Lactantius, le opere di Lattanzio, con il De divinis institutionibus, portata a termine il 29 ottobre 1465. È il primo libro stampato in Italia recante una data esplicita nel colophon, ed è quindi il primo pezzo di tipografia italiana datato con certezza assoluta. Composto su 36 linee per pagina. La sottigliezza è che questi due primati non coincidono: il Cicerone è il primo in ordine di esecuzione, il Lattanzio è il primo che si autocertifica. Chi vi dice che il primo libro stampato in Italia è l'uno o l'altro ha ragione entrambe le volte, purché specifichi in che senso.

La quarta è il De civitate Dei di sant'Agostino, datato 12 giugno 1467: un volume di rara eleganza, composto su 44 linee disposte su due colonne, che chiude la stagione sublacense. Poco dopo i due tipografi lasciano il monastero.

Cosa significa avere in mano un incunabolo del 1465

La parola incunabolo designa i libri stampati dagli inizi fino al 31 dicembre 1500, dal latino incunabula, "fasce", i primi passi della stampa. Nel mondo se ne conservano decine di migliaia di edizioni diverse, ma quelli usciti da Subiaco nel 1465 stanno in cima a qualunque gerarchia, e la loro presenza nelle vendite internazionali di libri antichi fa notizia ogni volta. Non per la bellezza tipografica, che pure c'è, ma perché sono l'atto di nascita documentato di un'industria che ha cambiato la storia europea.

Il carattere sublacense: come si inventa la lettera italiana

C'è un secondo motivo, tecnico e sottovalutato, per cui le edizioni sublacensi contano. Sweynheym e Pannartz arrivavano dalla Germania, dove si stampava in caratteri gotici, la cosiddetta textura nera e spigolosa che vediamo nella Bibbia di Gutenberg. Ma i lettori italiani non la sopportavano: gli umanisti avevano riscoperto e rilanciato la scrittura carolina, tonda e leggibile, che chiamavano lettera antica perché la credevano romana, e la volevano nei loro libri.

I due tipografi capirono immediatamente e adattarono il progetto tipografico al gusto locale, tagliando un carattere ibrido, un semi-romano che abbandonava la gotica pur conservandone alcune abitudini. Questo carattere è passato alla storia come carattere sublacense, e rappresenta il primo passo del percorso che porterà, in una trentina d'anni, ai romani perfetti di Nicolas Jenson a Venezia e poi ai caratteri di Francesco Griffo per Aldo Manuzio, cioè alla forma delle lettere che state leggendo adesso su questo schermo.

Detta senza retorica: il carattere tipografico latino moderno comincia il suo percorso italiano in un chiostro di Subiaco. Ogni pagina stampata in alfabeto latino nel mondo discende, attraverso una catena ininterrotta di adattamenti, da quella decisione commerciale presa da due tedeschi che avevano capito i gusti dei loro clienti.

La parola "cicero" e le unità tipografiche

Una postilla che diverte i tipografi. Nel 1467, trasferitisi a Roma, i due pubblicarono un'edizione di Cicerone il cui corpo tipografico finì per dare il nome all'unità di misura chiamata cicero, ancora oggi usata in tipografia continentale. Il fatto che un'unità di misura tecnica porti il nome di un oratore romano morto nel 43 avanti Cristo, per via di un libro stampato da due tedeschi che avevano imparato il mestiere a Subiaco, è una di quelle catene causali che rendono la storia della cultura molto più divertente di come viene raccontata.

Sweynheym e Pannartz dopo il Monastero Benedettino di Santa Scolastica: la parabola romana

Nel 1467 i due tipografi lasciano Subiaco e si trasferiscono a Roma, ospitati nelle case dei Massimo, la grande famiglia romana. Il salto è enorme: da officina monastica a impresa cittadina, con un direttore editoriale di prestigio, il vescovo Giovanni Andrea Bussi, che curava i testi e scriveva le prefazioni. Tra il 1468 e il 1473 stampano una biblioteca intera di classici latini: Apuleio, Virgilio, Tito Livio, Cesare, Ovidio, oltre al monumentale commento biblico di Niccolò di Lira in cinque volumi, uscito tra il novembre 1471 e il maggio 1472.

E qui arriva la parte che nessuno racconta mai, che è anche la più moderna. Fallirono. Nel 1472 avevano prodotto ventotto opere per un totale stimato di circa 12.475 copie, e i magazzini erano pieni di libri invenduti. Il mercato non esisteva ancora: avevano stampato con la generosità di chi crede che la domanda seguirà l'offerta, e la domanda non c'era. Furono costretti a rivolgere una supplica a papa Sisto IV chiedendo benefici ecclesiastici per tirare avanti, un documento straziante in cui Bussi elenca i titoli prodotti e spiega che la casa è piena di fogli e vuota di tutto il resto.

Nel 1473 la società si sciolse. Pannartz continuò a stampare per conto proprio a Roma; Sweynheym cambiò mestiere e si dedicò all'incisione su metallo, realizzando le tavole per la Cosmographia di Tolomeo. Morì nel 1477, prima che l'opera fosse finita: uscì il 10 ottobre 1478, completata da altri. Il primo tipografo d'Italia è morto lasciando incompiuta una carta geografica, dopo essere fallito stampando i classici. È una storia che dovrebbe essere obbligatoria per chiunque pensi che le rivoluzioni tecnologiche arricchiscano chi le fa.

La biblioteca del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: centomila volumi in una valle

La biblioteca è oggi Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Santa Scolastica, una delle biblioteche pubbliche statali italiane, e i suoi numeri sono di quelli che fanno sollevare le sopracciglia a chi si aspettava lo scaffale di un convento di montagna: circa 100.000 volumi, 440 manoscritti, 213 incunaboli, oltre 3.780 pergamene, più fondi speciali, edizioni rare e incisioni.

La sua origine risale allo scriptorium monastico, potenziato dall'abate Giovanni V tra la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII. Alla fine del Duecento la raccolta contava già oltre diecimila volumi, una cifra che nell'Europa del tempo colloca Subiaco tra le grandi biblioteche del continente. Si copiavano Sacra Scrittura, patristica, filosofia, ma anche classici latini, e la biblioteca cresceva per acquisizione e per copia: la stessa ricchezza di testi che poi fornirà ai tipografi tedeschi gli esemplari da comporre.

Nel 1996 la biblioteca ha acquisito l'Archivio Colonna, uno dei grandi archivi gentilizi romani: carte di una famiglia che ha attraversato mille anni di storia europea, papi compresi, e che tra l'altro tenne la commenda dell'abbazia sublacense per oltre un secolo. Trovare l'archivio dei Colonna a Subiaco non è una casualità burocratica: è la storia che torna a casa.

Cosa si conserva, in concreto

Nei depositi ci sono codici medievali miniati, il Regesto sublacense, esemplari delle edizioni sublacensi del Quattrocento, e il fondo antico del monastero. Ci sono raccolte moderne intitolate a studiosi e benefattori. E c'è un lavoro di digitalizzazione degli incunaboli che ha reso consultabili online, negli ultimi anni, materiali che prima si potevano vedere soltanto con guanti bianchi e permesso scritto.

L'accesso alla sala di lettura è riservato ai maggiorenni con documento di identità, secondo le regole ordinarie delle biblioteche statali, e la biblioteca offre servizi di consultazione bibliografica, prestito, visite guidate. Non è, chiariamolo, una tappa turistica da mezz'ora: è un istituto di ricerca dentro un monastero. Ma il fatto stesso che esista, che sia pubblica e che chiunque possa in linea di principio chiedere di consultarne i fondi, è la prosecuzione moderna e civile di quello che i monaci facevano nel Duecento.

Il ruolo di Subiaco nella storia delle biblioteche

Mi piace far notare ai gruppi una cosa. Le biblioteche monastiche non erano depositi passivi: erano officine. Un codice si consumava, quindi andava ricopiato; ricopiarlo significava rileggerlo, correggerlo, a volte fraintenderlo. La sopravvivenza dei testi antichi è il risultato di questa catena di copie manuali, con tutti i suoi errori. Quando nel 1465 la stampa entra in questo edificio, quel processo cambia natura per sempre: da quel momento un errore si moltiplica per trecento copie identiche, e nasce il problema moderno dell'edizione critica. Il passaggio dalla copia unica alla riproducibilità è successo qui dentro, in una stanza di questo monastero, e per una volta possiamo indicare il luogo con il dito.

La commenda: papi, cardinali e Borgia al Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Nel 1276 la Santa Sede si riservò il diritto di eleggere gli abati di Subiaco. Nel 1388 papa Urbano VI depose l'abate Francesco da Padova e nominò al suo posto Tommaso da Celano, dando inizio alla serie degli abati curiali, cioè nominati dalla curia e non eletti dai monaci. Lo storico Pietro Egidi lo spiegò con una franchezza che vale la pena riportare: l'abate curiale, scriveva, in fondo non è che un ufficiale pontificio e assai spesso un favorito, un membro di una potente famiglia; governa per conto della Corte romana, riscuote decime e censi, e non trascura il proprio interesse.

Nel 1456 papa Callisto III lasciò cadere l'abbazia nel regime della commenda. La commenda è un istituto che vale la pena capire perché ha modellato l'Italia ecclesiastica per quattro secoli: l'abbazia veniva "raccomandata" a un cardinale, che ne incassava le rendite senza essere monaco né risiedervi, mentre la vita religiosa interna era retta da un abate claustrale eletto dalla congregazione. Doppia gerarchia, doppia contabilità, e una tensione permanente tra chi prende i soldi e chi canta il mattutino.

L'elenco dei commendatari e la sua incredibile densità

La lista degli abati commendatari del Monastero Benedettino di Santa Scolastica è un pezzo di storia europea in miniatura. Il primo fu Juan de Torquemada, in carica dal 16 gennaio 1456, quello a cui si deve la chiamata dei tipografi. Poi Rodrigo Borgia, commendatario dal 1471 fino alla sua elezione al soglio pontificio come Alessandro VI, che portò a termine i restauri della rocca di Subiaco trasformandola nella residenza abituale dei commendatari. Dopo di lui la commenda passò ai Colonna, che la tennero per oltre un secolo, fino al 1608. Poi i Barberini, i cardinali Antonio e Francesco, nipoti di Urbano VIII, che risolsero con una serie di transazioni le annose contese giurisdizionali con i vescovi di Tivoli.

E poi i futuri papi: Giovanni Angelo Braschi, che sarà Pio VI e a Subiaco volle il seminario diocesano; Giovanni Maria Mastai Ferretti, che sarà Pio IX; Giuseppe Melchiorre Sarto, che sarà Pio X e che nel 1915, da papa, sopprimerà l'istituto con la bolla Coenobium sublacense, riportando l'abbazia al diritto comune delle abbazie nullius. Un papa che abolisce da pontefice la carica che aveva ricoperto da cardinale: la storia della Chiesa produce simmetrie che nessun romanziere oserebbe.

Il pasticcio della cattedrale

Una vicenda minore ma gustosa. Il 28 gennaio 1876 papa Pio IX tolse lo status di cattedrale alla chiesa abbaziale e lo concesse alla chiesa di Sant'Andrea, nel centro di Subiaco. La decisione fu revocata dalla Santa Sede nel 1892 e definitivamente dallo Stato italiano nel 1901. Sant'Andrea, elevata a basilica minore nel 1952, divenne concattedrale. Insomma: per sedici anni la cattedrale non è stata dentro il monastero, poi ci è tornata. Il Monastero Benedettino di Santa Scolastica ospita oggi la cattedrale dell'abbazia territoriale di Subiaco, che è anche la sua unica parrocchia, e ha ricevuto la visita di papa Giovanni Paolo II il 28 settembre 1980.

Il Novecento del Monastero Benedettino di Santa Scolastica: riforma, guerra, restauri

L'Ottocento comincia male per tutti i monasteri italiani, tra soppressioni napoleoniche e incameramenti postunitari, e Subiaco non fa eccezione. La svolta arriva nel 1850, quando l'abbazia viene affidata all'abate Pietro Francesco Casaretto, che vi introduce la propria riforma di stretta osservanza. Da quel nucleo nasce una nuova famiglia monastica che prenderà il nome di Congregazione Sublacense, approvata da Pio IX nel 1867, oggi Sublacense Cassinese: una realtà internazionale con monasteri in decine di paesi, che porta nel nome quello di questa valle. L'unione dei monasteri sublacensi con Montecassino, in vigore dal 1514, si chiude proprio allora.

È un capovolgimento che merita di essere sottolineato. Dopo secoli in cui Subiaco era stata un'appendice di Montecassino, dal monastero-madre di tutti i benedettini riparte una riforma che si diffonde nel mondo. Ancora oggi, quando un monaco benedettino di São Paulo o di Manila o di Città del Capo dice a quale congregazione appartiene, pronuncia il nome di questo posto.

Il 23 maggio 1944

Poi arriva la guerra. Subiaco si trova sulla direttrice che collega la valle dell'Aniene alle retrovie tedesche, e nella primavera del 1944, mentre il fronte di Cassino si sfonda e gli Alleati risalgono verso Roma, la zona è oggetto di bombardamenti aerei. Il 23 maggio 1944 il Monastero Benedettino di Santa Scolastica viene colpito.

I danni ci furono, e sono ancora leggibili: il lato occidentale del chiostro rinascimentale dovette essere ricostruito, e altri ambienti subirono lesioni. Ma il confronto che si impone da sé è quello con Montecassino, rasa al suolo il 15 febbraio dello stesso anno in uno dei bombardamenti più discussi della seconda guerra mondiale. Santa Scolastica, colpita in modo limitato, sopravvisse senza perdere né la comunità né i suoi tesori librari. Se il monastero più antico del mondo benedettino conserva ancora oggi i suoi tre chiostri e i suoi incunaboli, lo si deve a un margine di fortuna di poche centinaia di metri e di poche settimane di calendario.

I restauri del dopoguerra rimisero in piedi quel che era caduto, e negli anni Sessanta seguirono gli interventi archeologici sotto la chiesa. È un ciclo che si è ripetuto identico dal IX secolo: distruzione, ricostruzione, riscoperta. Se dovessi indicare la vera caratteristica di questo luogo non direi l'antichità, direi la resilienza. Antico è chiunque sia sopravvissuto per caso; qui invece qualcuno ha ricostruito ogni volta, deliberatamente, per millecinquecento anni.

Il museo "Luigi Ceselli"

Negli ambienti sotterranei un tempo occupati da un frantoio è stato ricavato il museo intitolato a Luigi Ceselli, che conserva e valorizza il patrimonio archeologico, paleontologico, etnologico e scientifico legato al monastero e al territorio. È una di quelle raccolte ottocentesche di erudizione locale che nessuno visita e che raccontano benissimo un'epoca in cui la curiosità enciclopedica non distingueva ancora tra fossili, monete e utensili contadini. Se avete tempo, chiedete: è il genere di posto dove si finisce per restare mezz'ora in più del previsto.

Il Sacro Speco: il monastero gemello sopra il Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Non si può parlare di Santa Scolastica senza parlare del monastero di San Benedetto, il Sacro Speco, che sta poco più su lungo la stessa strada, aggrappato alla parete del monte Taleo. I due complessi formano un sistema unico e vanno visitati insieme, ma sono l'opposto l'uno dell'altro, e capire il contrasto è la chiave per capire il monachesimo.

Il Sacro Speco è costruito nella curvatura di un'immensa parete rocciosa ed è sorretto da nove alte arcate, in parte ogivali. All'interno è un labirinto di ambienti, chiesette e cappelle, alcune ricavate direttamente dalla roccia, interamente ricoperte da affreschi di epoche diverse: dalle prime opere di gusto bizantino fino ai cicli del Duecento e del Trecento, con le pitture del Magister Consolus e con gli affreschi di scuola senese e umbro-marchigiana che decorano la chiesa superiore. I tre temi principali sono la Passione di Cristo, la vita della Madonna e la vita di san Benedetto.

Il pezzo che fa venire i brividi anche ai visitatori più distratti è nella cappella di San Gregorio: il ritratto di san Francesco d'Assisi, realizzato con ogni probabilità durante il suo soggiorno del 1223-1224, tre anni prima della sua morte. Francesco vi è raffigurato senza stimmate e senza aureola: non è ancora un santo, è un uomo vivo che qualcuno ha guardato in faccia. È considerata la più antica e la più fedele raffigurazione di Francesco che possediamo. Nella Santa Grotta si trova invece la statua di san Benedetto di Antonio Raggi, del 1657, allievo prediletto di Bernini.

Speco e Scolastica: eremo e cenobio

La differenza tra i due monasteri è la differenza tra le due anime del monachesimo. Lo Speco è la grotta, la solitudine, il verticale, l'esperienza individuale: lì Benedetto era solo. Santa Scolastica è la comunità, l'orizzontale, l'organizzazione, l'economia, la biblioteca, la stampa: qui Benedetto ha dovuto imparare a governare degli uomini. La strada di due chilometri che separa i due luoghi è, in scala geografica, il percorso biografico del fondatore. Percorretela a piedi almeno una volta, se le gambe ve lo permettono: è la migliore lezione di storia della spiritualità che si possa ricevere camminando.

Cosa vedere intorno al Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Subiaco non è un paese da attraversare in macchina per arrivare ai monasteri: è una tappa a pieno titolo, e chi la salta se ne pente.

La Rocca Abbaziale, detta dei Borgia

Domina il borgo dall'alto ed è la residenza che gli abati commendatari si costruirono per stare vicini alle rendite senza dover vivere in monastero. I restauri decisivi furono completati da Rodrigo Borgia, il futuro Alessandro VI, e da allora la rocca fu la dimora abituale dei commendatari durante i loro soggiorni sublacensi. Che il padre di Cesare e Lucrezia abbia avuto qui una casa non è un dettaglio marginale: Lucrezia Borgia nacque a Subiaco nel 1480, secondo la tradizione più accreditata, mentre il padre era abate commendatario. Il che significa che una delle donne più chiacchierate del Rinascimento europeo è venuta al mondo a un chilometro dal più antico monastero benedettino del pianeta.

Il borgo medievale e il ponte di San Francesco

Il centro storico è un intreccio di scalinate, archi e case addossate che scende dalla rocca verso il fiume. Il ponte medievale a schiena d'asino che scavalca l'Aniene, detto di San Francesco, è uno dei punti più fotografati della valle, soprattutto dal basso e in primavera quando la portata del fiume è generosa. La chiesa di Sant'Andrea, ex cattedrale e oggi concattedrale, conserva la memoria della breve stagione ottocentesca in cui il titolo si spostò dal monastero al paese.

Il laghetto di San Benedetto e i Monti Simbruini

Poco più a monte, lungo l'Aniene, si trova il laghetto di San Benedetto, un piccolo specchio d'acqua verde alimentato da una cascata: è ciò che resta, in versione naturale e minuscola, di quel sistema di laghi che Nerone aveva costruito su scala imperiale. Tutto intorno c'è il Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, il più esteso del Lazio, con sentieri, faggete e la possibilità concreta di passare da un chiostro duecentesco a un bosco d'alta quota nel giro di venti minuti. È una combinazione che nel Lazio ha pochissimi equivalenti.

Quando andare al Monastero Benedettino di Santa Scolastica: le stagioni della valle

La quota di 510 metri e la posizione in gola stretta rendono il clima di Subiaco nettamente diverso da quello di Roma, e questa è la prima cosa da mettere in conto.

La primavera è la stagione ideale: l'Aniene è pieno, i boschi intorno esplodono, la luce entra bassa nei chiostri la mattina presto e il caldo non è ancora un problema. Aprile e maggio sono, per me, il momento migliore in assoluto. Il 21 marzo, tradizionale ricorrenza del transito di san Benedetto, e il 11 luglio, sua festa liturgica, sono giornate in cui la vita liturgica del monastero è più intensa: bellissime da vivere, meno adatte a chi vuole visitare con calma gli ambienti monumentali.

L'estate è la ragione per cui i romani salgono qui da sempre: mentre in città si sfiorano i quaranta gradi, in questa valle si respira, e il fresco della gola dell'Aniene è un fatto fisico, non una suggestione. Il rovescio della medaglia è che nei fine settimana di luglio e agosto la strada dei monasteri si affolla e il parcheggio si riempie. La soluzione è banale: arrivare all'apertura del mattino.

L'autunno regala i colori delle faggete dei Simbruini e una luce obliqua che sui marmi del chiostro cosmatesco fa cose notevoli. L'inverno è la stagione dei coraggiosi: fa davvero freddo, nei chiostri aperti si gela, e la neve non è un'ipotesi remota. In compenso non c'è nessuno, il silenzio è totale e il monastero torna a essere quello che è per undici mesi all'anno, cioè una casa di uomini che pregano in una valle di montagna. Se scegliete gennaio, vestitevi come per una gita in montagna, perché è esattamente quello che state facendo.

Quanto tempo serve

Per il solo Monastero Benedettino di Santa Scolastica, con la visita dei tre chiostri e della chiesa, un'ora e un quarto è una stima onesta. Aggiungendo il Sacro Speco si arriva comodamente a mezza giornata. Aggiungendo il borgo di Subiaco e la rocca, la giornata è piena. Chi vuole includere anche una passeggiata al laghetto o un tratto di sentiero nel parco deve mettere in conto di partire da Roma presto e rientrare tardi, oppure dormire in zona, che è la soluzione che consiglio a chiunque non abbia fretta.

Errori da non fare al Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Ne elenco alcuni, tutti visti con i miei occhi.

Il primo: attraversare i chiostri in fila indiana senza fermarsi, convinti che il bello venga dopo. Non viene dopo: il chiostro cosmatesco è il punto di arrivo e va guardato per venti minuti, non per due. Il secondo: entrare in chiesa parlando. È una chiesa parrocchiale e cattedrale, e ci sono monaci che vi pregano; l'acustica sotto la volta a botte trasforma un sussurro in un annuncio ferroviario. Il terzo: fotografare durante le celebrazioni. Se arrivate mentre la comunità è in coro, fermatevi e ascoltate: sentire il canto in quello spazio vale più di qualsiasi immagine.

Il quarto errore è presentarsi in tenuta da spiaggia. Siamo in montagna e siamo in un luogo di culto: spalle e ginocchia coperte non sono una formalità, sono la condizione minima per entrare. Il quinto è arrivare all'ora di pranzo aspettandosi di trovare aperto: la pausa di mezzogiorno esiste, è lunga e non è negoziabile. Il sesto, il più diffuso di tutti, è non sapere della tipografia: ho visto decine di persone uscire dopo aver ammirato le colonne tortili senza avere la minima idea di essere state nell'edificio dove è nato il libro italiano. È come visitare Kitty Hawk e non sapere dei fratelli Wright.

Con i bambini, e con chi cammina a fatica

Il complesso è in buona parte sviluppato su un unico livello, con qualche gradino ma senza scalinate impegnative: rispetto alla media dei monasteri italiani è una situazione favorevole, e chi ha difficoltà motorie può affrontare il percorso principale con ragionevole serenità. Il Sacro Speco, al contrario, è tutto scale e dislivelli scavati nella roccia: chi ha problemi di deambulazione lo sappia in anticipo.

Con i bambini il Monastero Benedettino di Santa Scolastica funziona meglio di quanto ci si aspetti, a patto di dargli una trama. Le testine mostruose nei capitelli, il San Matteo che segue con lo sguardo, i vessilli con il cervo e il ponte negli affreschi dei castelli, il concio montato a rovescio, la storia dei due tedeschi che portarono una macchina misteriosa in un monastero: sono tutti agganci concreti. Un bambino non si annoia davanti a una colonna del Duecento se qualcuno gli spiega che quella colonna arriva dalla villa di un imperatore che diede fuoco alla propria reputazione.

Il Monastero Benedettino di Santa Scolastica come tappa di un itinerario più ampio

Chi ha una giornata sola e vuole spenderla bene può costruire tre itinerari diversi intorno a questo monastero.

Il primo è l'itinerario benedettino: Santa Scolastica al mattino, Sacro Speco a metà giornata, e nel pomeriggio, se si ha voglia di guidare, una discesa verso il Cammino di San Benedetto, l'itinerario a piedi che collega Norcia a Montecassino passando proprio da qui. Subiaco ne è il cuore geografico e spirituale, e nei mesi buoni si incontrano camminatori con lo zaino che arrivano dalla Valnerina.

Il secondo è l'itinerario dell'acqua: la valle dell'Aniene da monte a valle, dai laghi scomparsi di Nerone alle cascate di Tivoli e alle grandi ville d'acqua. È lo stesso fiume, la stessa idea di dominio sull'elemento liquido, declinata in età imperiale, medievale e rinascimentale. Chi ha già visto Villa d'Este e Villa Gregoriana scoprirà quassù la sorgente concettuale di tutto.

Il terzo è l'itinerario del libro, ed è quello che preferisco: Subiaco per la nascita della stampa italiana, poi Roma per le grandi biblioteche e per i palazzi dei Massimo dove i due tipografi si trasferirono nel 1467. In due tappe si racconta l'intera infanzia dell'editoria italiana. Nessuno lo propone, e non capisco perché.

Il monastero e le altre mete della provincia romana

Se state costruendo un giro di più giorni fuori Roma, il Monastero Benedettino di Santa Scolastica si combina naturalmente con Tivoli, distante una quarantina di chilometri, con i borghi dell'alta valle dell'Aniene, e con l'altopiano di Arcinazzo. Verso sud, la direttrice porta a Fiuggi e alla Ciociaria; verso nord, ai monti Lucretili e alla Sabina. È una zona che il turismo internazionale attraversa senza fermarsi, e questo per chi si ferma è una fortuna: nei giorni feriali capita ancora di stare da soli in un chiostro del Duecento, cosa che a Roma non succede più da almeno un secolo.

Una curiosità su Monastero Benedettino di Santa Scolastica

La curiosità che preferisco riguarda la direzione del tempo. Il percorso di visita del Monastero Benedettino di Santa Scolastica attraversa i tre chiostri in ordine cronologico rovesciato: si entra nel Cinquecento, si passa nel Trecento, si finisce nel Duecento, e sotto il pavimento della chiesa ci sono le fondamenta del VI secolo. Nessuno ha progettato questa sequenza. È il risultato accidentale di dove c'era spazio per costruire, secolo dopo secolo: ogni ampliamento è andato verso l'esterno, verso la strada, perché verso l'interno la montagna non concedeva niente. Il risultato è che l'ingresso è sempre stato il pezzo più nuovo, e quindi il visitatore cammina all'indietro nella storia senza rendersene conto.

La seconda curiosità è amministrativa e diverte sempre. Il monastero è la sede della cattedrale dell'abbazia territoriale di Subiaco, che dopo la riforma dei confini è stata ridotta ai soli due monasteri e alle proprietà benedettine sul monte Taleo e a Collelungo. I fedeli censiti sono poche decine, la parrocchia è una sola, la superficie è di pochi chilometri quadrati. Detto altrimenti: state visitando la cattedrale della diocesi più piccola d'Italia, e con ogni probabilità del mondo cattolico. Una cattedrale che ha un vescovo-abate, un capitolo, una liturgia solenne e un gregge che entrerebbe tutto in un autobus.

La terza è nascosta nella pietra. Nel giardino di uno dei chiostri è tracciato il simbolo della triplice cinta, tre quadrati concentrici collegati da linee mediane, un segno antichissimo che si trova inciso su innumerevoli monumenti medievali europei e sul quale si è scritto di tutto: gioco da tavolo dei manovali, segno di confine, simbolo esoterico, schema cosmologico. Sulle mura perimetrali ricorre inoltre la croce di san Benedetto. Non ho una spiegazione definitiva da vendervi, e diffidate di chi ce l'ha: la verità è che le pietre dei monasteri sono coperte di segni fatti da uomini di cui non sappiamo più niente, e la nostra ignoranza è parte del fascino.

Una cosa che non ti dice nessuno su Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Nessuno vi dirà che la chiesa in cui state entrando è l'opera prima di uno dei più grandi architetti neoclassici d'Europa. Il rifacimento dell'interno, condotto tra il 1770 e il 1773, è il primo lavoro architettonico realizzato da Giacomo Quarenghi: aveva ventisei anni, veniva da una formazione da pittore, aveva appena scoperto Palladio e stava tentando di diventare qualcun altro. Sei anni dopo la fine del cantiere fu chiamato in Russia da Caterina II e non tornò più: San Pietroburgo è piena delle sue architetture, Bergamo lo celebra come suo figlio più illustre, e la sua prima prova sta in un monastero di montagna a ottanta chilometri da Roma dove nessuna guida turistica pensa di cercarla.

La seconda cosa che non vi dirà nessuno è che quel giovane architetto ottenne l'incarico strappandolo a un proprio maestro. In gara c'erano il progetto di Giuseppe Pannini, scartato perché troppo costoso, e quello di Nicola Giansimoni, scartato perché troppo barocco, di scuola borrominiana: e Giansimoni era stato uno di quelli che avevano insegnato a Quarenghi i rudimenti dell'architettura. Il committente non scelse il curriculum, scelse il gusto nuovo. È il tipo di episodio che ci ricorda che il neoclassicismo non è stato un fenomeno di manuale ma una lotta concreta tra persone vive, combattuta anche nelle commissioni di lavori di una abbazia di provincia.

La terza, e la più sorprendente, riguarda il modello. Quarenghi dichiarò di ispirarsi a Palladio e in particolare alla basilica del Santissimo Redentore alla Giudecca, la grande chiesa votiva veneziana costruita dopo la peste del 1576. Significa che dentro un monastero benedettino dell'Appennino laziale, a millecinquecento metri dalla grotta di san Benedetto, c'è un tentativo di rifare la spazialità di una chiesa della laguna. Quando entrate, guardate la volta a botte lunettata e le quattro finestre semicircolari per lato: state guardando Venezia, tradotta in montagna da un bergamasco che di lì a poco avrebbe tradotto la stessa lingua sulle rive della Neva.

Il consiglio che ti do per visitare Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Il mio consiglio è controintuitivo e ve lo do con convinzione: visitate Santa Scolastica prima del Sacro Speco, non dopo. Quasi tutti fanno il contrario, perché lo Speco è più spettacolare e si teme di "sprecarsi" partendo dal pezzo forte. È un errore di narrazione. Lo Speco è la grotta dell'eremita, l'origine, l'esperienza individuale; Santa Scolastica è quello che quella esperienza è diventata quando ha dovuto organizzarsi, produrre, amministrare, conservare, stampare. Se cominciate dallo Speco, la seconda visita vi sembrerà una discesa. Se cominciate da qui, la salita allo Speco diventa un ritorno alle sorgenti e vi lascia addosso qualcosa.

Il secondo consiglio è di arrivare alla prima apertura del mattino. In un monastero questo non è un trucco anti-folla: è una questione di luce. I chiostri sono spazi aperti circondati da portici, e la luce radente del mattino entra tra le colonnine tortili del chiostro cosmatesco disegnando ombre che alle due del pomeriggio semplicemente non esistono. Aggiungete che il silenzio della prima ora è di una qualità diversa, perché la comunità ha appena finito le lodi e l'edificio è ancora in modalità monastica anziché in modalità visita.

Il terzo consiglio riguarda il modo di stare. Quando entrate nel chiostro cosmatesco, sedetevi. C'è sempre un punto dove appoggiarsi, e nessuno vi caccerà se restate fermi in silenzio. Guardate una colonna alla volta: nessuna è uguale all'altra, ce ne sono di lisce, di tortili, di binate, e i capitelli nascondono un piccolo bestiario di teste mostruose. Le fotografie di quel chiostro sono tutte identiche perché tutti scattano dallo stesso angolo dopo trenta secondi; l'esperienza di quel chiostro, invece, richiede un quarto d'ora fermi. Millecinquecento anni di gente che medita in questo posto avranno pure lasciato un'indicazione d'uso.

L'ultimo, molto pratico: verificate orari e giorni sul sito ufficiale della comunità benedettina prima di partire, perché la vita liturgica ha la precedenza su tutto e le fasce di visita cambiano tra stagione fredda e stagione calda. Chi sale ottanta chilometri e trova chiuso perché è in corso una celebrazione non ha diritto a lamentarsi: era scritto, bastava leggerlo.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che sotto il monastero ci sia la villa di Nerone lo dicono tutte le guide, in una riga, di solito in fondo. È un fatto arcinoto e sistematicamente sottovalutato, perché nessuno si prende la briga di spiegare che cosa fosse davvero quella villa. Parliamo di un impianto stimato su circa 75 ettari, cioè quindici ettari in più della porzione scavata di Villa Adriana: non una residenza di campagna, ma una macchina paesaggistica che comprendeva padiglioni terrazzati, tagli nella roccia, corridoi e strutture idrauliche complesse aggrappate alle pareti della gola.

E soprattutto le dighe. Per creare i tre Simbruina stagna gli ingegneri neroniani sbarrarono l'Aniene con opere murarie di cui la maggiore, il cosiddetto Pons Minimus, raggiungeva un'altezza stimata non inferiore a 50-60 metri su un coronamento di appena una trentina di metri, in conglomerato cementizio con paramento in blocchi squadrati. Era, quasi certamente, la diga più alta del mondo antico, e mantenne quel primato in Europa per oltre un millennio. Restò in piedi fino al 1305, quando una piena eccezionale la portò via dopo secoli di danni sismici e di mancata manutenzione. Della sua immagine ci resta la testimonianza indiretta di una tavola dipinta nel 1428, la cosiddetta Tavola dei Laghi conservata al monastero di San Benedetto, in cui gli studiosi riconoscono lo sbarramento con i suoi sfioratori.

Il fatto poco citato, dunque, è questo: il paesaggio in cui Benedetto venne a cercare la solitudine non era selvaggio, era il rudere di un capolavoro di ingegneria imperiale. E il monastero non ha soltanto convissuto con quelle rovine: le ha mangiate. Le colonne tuscaniche della cantoria in chiesa vengono dalla villa. Le colonne marmoree intorno alla cisterna del chiostro gotico, con ogni probabilità, pure. Il primo nucleo del Monastero Benedettino di Santa Scolastica fu ricavato da strutture della villa neroniana. C'è una continuità materiale, fatta di pietre spostate a mano, tra il palazzo del principe che incendiò la propria fama e la casa dei monaci che hanno stampato il primo libro italiano. Nessuna metafora: gli stessi blocchi.

La foto giusta da fare a Monastero Benedettino di Santa Scolastica

La foto giusta è una sola e non è quella che fanno tutti. Andate nel chiostro gotico, mettetevi sotto il portico e inquadrate il campanile romanico attraverso un arco a sesto acuto. Ottenete in un solo fotogramma tre secoli diversi: la cornice trecentesca, la torre dell'XI secolo, e sullo sfondo il cielo della valle. È la sintesi visiva dell'intero complesso e funziona benissimo anche con un telefono, perché il contrasto tra la pietra in ombra dell'arco e la luce sulla torre fa metà del lavoro da solo.

La seconda foto da fare è nel chiostro cosmatesco, ma non dall'angolo. Tutti si mettono in un vertice e fotografano la diagonale del porticato: viene una cartolina corretta e inerte. Provate invece a mettervi al centro del lato lungo, molto vicino alle colonnine, e a scattare in orizzontale lasciando che la fila delle colonne si perda in prospettiva. Con la luce del mattino le colonne tortili proiettano ombre a spirale sul pavimento e il risultato è di quelli che nessuno riconosce come Subiaco, perché nessuno lo fotografa così. Il dettaglio da non perdere è un capitello con le testine mostruose: un primo piano stretto, con la parete chiara sullo sfondo, vale più di dieci panoramiche.

La terza è la facciata gotica della chiesa vista dal portico, con il portale volutamente decentrato rispetto all'asse e il campanile che gli si addossa a destra. È una foto "sbagliata" secondo qualunque manuale di composizione, e proprio per questo è la più onesta: documenta l'unico vero racconto di questo edificio, cioè che ogni epoca ha dovuto fare i conti con quella precedente e non ha potuto spostarla.

Una regola su cosa non fotografare, perché conta quanto le altre. Non fotografate i monaci, non fotografate durante le celebrazioni, non usate il flash negli ambienti con pitture antiche e non trasformate il chiostro in un set. Il Monastero Benedettino di Santa Scolastica non è un fondale: è la casa di qualcuno che vi ha aperto la porta. La differenza tra un visitatore e un intruso, in un posto così, si misura esattamente lì.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Provo a mettere in fila le date che contano davvero, perché la storia di questo luogo è talmente lunga da diventare indistinta se non la si scandisce.

Intorno al 520: Benedetto da Norcia fonda nella valle sublacense i suoi cenobi, e il monastero di San Silvestro, futuro Santa Scolastica, nasce come il più vicino alla sua residenza di San Clemente. IX secolo: le incursioni saracene devastano il complesso, che viene ricostruito con il sostegno di Gregorio IV e Leone IV. 29 maggio 939: Leone VII concede l'esenzione dalla giurisdizione episcopale. 11 gennaio 967: Ottone I concede l'immunitas su terre e castelli, e l'abbazia diventa di fatto autonoma nel Sacro Romano Impero. 4 dicembre 980: papa Benedetto VII consacra la chiesa romanica, la terza sorta su questo punto. 21 luglio 1005: il privilegio di Giovanni XVIII conferma diritti e possedimenti; Leone IX lo rinnova nel 1051.

1052-1053: l'abate Umberto costruisce il campanile, insieme al dormitorio, al calefattorio e a una porzione di chiostro. Prima metà del Duecento: sotto l'abate Lando si realizza il chiostro cosmatesco. 1276: la Santa Sede si riserva l'elezione degli abati. 1305: crolla l'ultima diga neroniana e i laghi che davano il nome a Subiaco scompaiono per sempre. 1388: Urbano VI depone l'abate e inaugura la serie degli abati curiali. 16 gennaio 1456: Juan de Torquemada diventa il primo abate commendatario.

1465: l'anno che cambia tutto. Escono dal torchio del monastero il De oratore di Cicerone, primo libro stampato in Italia di cui restano esemplari, completato prima del 30 settembre, e il Lactantius, datato 29 ottobre, primo libro italiano con data certa. 12 giugno 1467: il De civitate Dei chiude la stagione sublacense e i tipografi si trasferiscono a Roma. 1471: Rodrigo Borgia, futuro Alessandro VI, diventa commendatario. 1514: i monasteri sublacensi sono annessi alla Congregazione cassinese. 1580-1689: si costruisce il chiostro rinascimentale. 1605: si realizza il refettorio. 1753: si estingue l'autonomia temporale dell'abbazia.

Maggio 1770 - 1773: Giacomo Quarenghi rifà la chiesa in forme neoclassiche; la consacrazione arriva il 13 ottobre 1776. 1850: Pietro Francesco Casaretto avvia qui la riforma da cui nascerà la Congregazione Sublacense, approvata nel 1867. 1852: si completa l'abside su disegno di Giacomo Monaldi e Ercole Dante scolpisce le statue di Benedetto e Scolastica. 1876-1901: la vicenda del titolo cattedrale trasferito a Sant'Andrea e poi restituito. 1915: Pio X sopprime la commenda con la bolla Coenobium sublacense. 23 maggio 1944: il bombardamento. 1961-1962: lo scavo sotto il pavimento della chiesa riporta alla luce l'oratorio del VI secolo. 28 settembre 1980: la visita di Giovanni Paolo II. 1996: l'Archivio Colonna entra nella biblioteca. 2002: il decreto Venerabilis Abbatia Sublacensis ridefinisce i confini dell'abbazia territoriale.

Chi è passato da Monastero Benedettino di Santa Scolastica

Si comincia dal fondatore. Benedetto da Norcia ha vissuto in questa valle per una parte decisiva della propria vita, e questo monastero è la sua fondazione superstite: il più vicino al luogo dove abitava. Da qui partì per Montecassino intorno al 529, e da quella partenza discende tutto il monachesimo occidentale. La sorella Scolastica, a cui il monastero deve il nome dal Quattrocento in poi, appartiene alla stessa storia. E c'è, in filigrana, Gregorio Magno, che di Benedetto scrisse la vita nei Dialoghi intorno al 593-594 ed è la ragione per cui sappiamo qualcosa di tutto questo: senza quel testo, la valle sublacense sarebbe muta.

Poi ci sono i costruttori, cioè gli abati. Pietro II, venerato come santo. Giovanni V, che diede impulso allo scriptorium e dunque alla biblioteca. Umberto, che tra il 1051 e il 1060 tirò su il campanile, il dormitorio e la prima cappella allo Speco. Giovanni VII, che il Chronicon sublacense chiama gloriosissimus abbas. Lando, sotto il quale nacque il chiostro cosmatesco. Cirillo da Montefiascone e Michelangelo Inurea, che aprirono e chiusero il cantiere del chiostro rinascimentale a centonove anni di distanza. Sono i nomi che nessuno ricorda e che hanno lasciato tutto ciò che vedete.

Poi la sfilata dei potenti. Juan de Torquemada, cardinale domenicano e primo commendatario dal 1456, che chiamò qui i tipografi. Rodrigo Borgia, commendatario dal 1471, che completò la rocca di Subiaco e che come papa si chiamò Alessandro VI: nella rocca, secondo la tradizione più accreditata, nacque nel 1480 sua figlia Lucrezia. La famiglia Colonna, che tenne la commenda per oltre un secolo fino al 1608, e il cui archivio gentilizio è oggi conservato proprio nella biblioteca del monastero. I cardinali Antonio e Francesco Barberini. E i futuri pontefici Giovanni Angelo Braschi (Pio VI), Giovanni Maria Mastai Ferretti (Pio IX) e Giuseppe Melchiorre Sarto (Pio X), che da papa abolì la commenda nel 1915.

Poi i due uomini che hanno cambiato la storia della cultura europea passando di qui quasi in incognito: Conrad Sweynheym di Eltville e Arnold Pannartz, con la loro pressa e i loro punzoni, tra il 1464 e il 1467. Non erano monaci, erano tecnici. Nessuno, allora, poteva sapere che il loro passaggio in una casa religiosa dell'Appennino avrebbe pesato più di secoli di privilegi imperiali. E c'è Giacomo Quarenghi, il ventiseienne bergamasco che qui costruì la sua prima opera prima di andare a costruire San Pietroburgo.

Infine i visitatori. I ritratti seicenteschi del primo chiostro documentano la lunga serie dei pontefici saliti quassù, e in tempi recenti Giovanni Paolo II vi è venuto il 28 settembre 1980. Nell'Ottocento e nel primo Novecento il Monastero Benedettino di Santa Scolastica e il vicino Sacro Speco erano tappa consolidata degli itinerari del Grand Tour verso Tivoli e Subiaco, con guide illustrate dedicate espressamente a questo percorso; il pittore danese Carl Budtz Møller dipinse nel 1920 una processione nel monastero di San Benedetto. E ci passano, ogni anno, i camminatori del Cammino di San Benedetto, che arrivano da Norcia con lo zaino e si fermano qui prima di ripartire verso Montecassino: la stessa strada del fondatore, percorsa nella stessa direzione, millecinquecento anni dopo.

Se dovessi riassumere che cosa rende questo posto diverso da qualunque altro monastero italiano, direi che è l'unico dove si possono tenere insieme, nello stesso sguardo, una grotta di eremita, un feudo pontificio, una diga imperiale, il primo torchio tipografico d'Italia e il debutto di un architetto degli zar. Non è un elenco: è la dimostrazione che i luoghi religiosi non sono mai stati soltanto religiosi, e che la storia della fede in Occidente è anche, e forse soprattutto, una storia di tecnologia, di amministrazione e di libri.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoSanta Scolastica è uno dei 12 monasteri fondati a Subiaco da san Benedetto da Norcia - attorno all'anno 520 - è il più antico d'Italia seguito dall' Abbazia di Montecassino, e il più antico monastero benedettino al mondo. Fu probabilmente ricavato da edifici appartenenti alla vicina villa di Nerone.
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IndirizzoPiazzale Santa Scolastica, 1, 00028 Subiaco RM Subiaco (RM), Borghi e paesini, Vicino Roma
Telefono0774 82421
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