Cappella di Santa Rosalia – Palazzo Barberini Colonna

La Cappella di Santa Rosalia si trova in via Barberini 30, a Palestrina, in provincia di Roma, addossata al fianco del Palazzo Colonna Barberini che domina il centro storico dall'alto delle terrazze del Santuario della Fortuna Primigenia. Non è una chiesa parrocchiale e non è un museo: è la cappella palatina dei principi Barberini, cioè la chiesa privata di una famiglia, e questo spiega tutto quello che c'è da sapere sul suo aspetto, sulla sua storia e soprattutto sul modo in cui la si visita. Non ha orari affissi sulla porta, non ha un bigliettaio, non si entra passando per caso. Ci si arriva su prenotazione, dentro le visite guidate che la proprietà organizza negli appartamenti privati del palazzo, oppure durante le aperture straordinarie che di tanto in tanto la mettono in calendario. Vi chiedo di tenerlo a mente fin dalla prima riga, perché è la cosa che rovina più gite: si sale a Palestrina convinti di trovare una porta aperta e si trova un portone chiuso.

🖼️✦ Due gallerie

Palazzo Barberini e Galleria Corsini

Un biglietto solo per due gallerie, con la scala del Borromini e il soffitto di Pietro da Cortona.

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Detto questo, e sistemata la parte scomoda, vi dico subito perché vale la fatica di organizzarsi. Palestrina è a trentasette chilometri da Roma lungo la via Prenestina, un'ora scarsa di strada, e dentro quel palazzo ci sono due cose che non vi aspettate: un santuario ellenistico del secondo secolo avanti Cristo che regge letteralmente le fondamenta dell'edificio, e un piccolo interno barocco romano di marmi policromi e stucchi che sembra staccato da una chiesa del centro di Roma e trapiantato qui, in provincia, con tutta la sua arroganza. La Cappella di Santa Rosalia è quel secondo pezzo. In pochi metri quadrati ci trovate un voto contro la peste, il mausoleo di una dinastia che ha governato la Chiesa per vent'anni, la firma di un architetto che lavorava per i papi e una scultura che per due secoli è passata per un Michelangelo. Non male, per una cappella di famiglia in un paese di ventiduemila abitanti.

Dove si trova la Cappella di Santa Rosalia e come ci si arriva

L'indirizzo esatto è via Barberini 30, 00036 Palestrina (RM). Siamo nella parte alta del centro storico, quella che i prenestini chiamano semplicemente "su al palazzo", perché tutta la città sale a gradoni sul fianco del monte Ginestro e il palazzo sta in cima, dove finiscono le case e comincia il cielo. La cappella è incastrata nel corpo di fabbrica sulla destra guardando la facciata principale del palazzo, e da fuori si nota poco: la sua è un'architettura che si tiene sobria all'esterno e che scarica tutto l'effetto all'interno, secondo una regola non scritta del barocco romano che vale per mezza città eterna. L'accesso alla parte privata del complesso, quella dove vive ancora la famiglia e dove la cappella si trova, avviene di norma dalla rampa di via dei Merli, che sale al giardino del principe.

In automobile da Roma alla Cappella di Santa Rosalia

La strada più semplice è la Prenestina, la strada statale 155, che da Roma porta a Palestrina in trentasette chilometri di curve prima blande e poi decise. In alternativa si prende l'autostrada A24 Roma-L'Aquila e si esce a Tivoli, oppure l'A1 Roma-Napoli uscendo a San Cesareo o a Valmontone. Sono tutte soluzioni da poco meno di un'ora, con la variabile enorme del traffico romano in uscita: partire alle otto e mezza di un giovedì mattina e partire alle sette e mezza dello stesso giovedì sono due esperienze diverse, e la seconda vi costa quaranta minuti in più. Il consiglio banale ma vero è di muoversi presto.

Il parcheggio a Palestrina è un tema meno drammatico di quanto si tema. Il Comune indica otto aree di sosta, con stalli gratuiti a piazzale Kennedy, a piazza della Pace e a piazzale Belvedere, e stalli a pagamento in piazza Italia e in altre tre piazze del centro. Il punto è che il palazzo sta in alto e i parcheggi comodi stanno in basso: mettete in conto una salita a piedi di dieci-quindici minuti con pendenze vere, oppure salite in macchina fino a dove la segnaletica ve lo consente e accettate che gli spazi lassù siano pochi. Con le scarpe sbagliate quella salita si sente, e ve lo dice uno che ha visto persone rinunciare a metà strada.

Con i mezzi pubblici fino a Palestrina

Il collegamento su gomma è affidato agli autobus del Cotral, che partono dal capolinea di Roma Anagnina, terminale della metropolitana A. È la soluzione più diretta per chi non ha l'auto: si scende alla metro, si sale sul pullman, si arriva a Palestrina in un'ora abbondante a seconda del traffico sulla Casilina. In alternativa esiste la via ferroviaria, con la linea regionale Roma Termini-Zagarolo, ma dalla stazione di Zagarolo bisogna poi prendere un autobus per salire a Palestrina, e la coincidenza non è sempre generosa. Se avete una prenotazione a orario per la visita, e con questa cappella l'avrete quasi certamente, calcolate abbondante: arrivare venti minuti prima e bere un caffè è molto meglio che arrivare cinque minuti dopo e trovare il gruppo già entrato.

Che cosa si visita davvero alla Cappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna

Qui serve una precisazione che vale oro, perché il nome completo del luogo, Cappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna, tiene insieme due cose che nella pratica hanno regole diverse. Il Palazzo Colonna Barberini è oggi diviso in due. Una parte è pubblica: ospita il Museo archeologico nazionale Prenestino, appartiene allo Stato dal 1956 e si visita con un biglietto ordinario come qualunque museo statale. L'altra parte è privata: è la residenza della famiglia Barberini, comprende gli appartamenti storici, il giardino, il ninfeo e appunto la cappella di Santa Rosalia, e si visita soltanto con visite guidate su prenotazione, a pagamento, organizzate dalla proprietà.

Significa che il biglietto del museo archeologico non vi apre la cappella, e che la visita alla cappella non vi include il museo. Sono due percorsi separati, con due bigliettazioni separate, dentro lo stesso edificio. È una situazione che genera un numero impressionante di malintesi, e ogni volta che accompagno qualcuno quassù la prima cosa che chiarisco è proprio questa. Se volete vedere entrambe le cose, e ve lo consiglio caldamente perché insieme raccontano duemiladuecento anni di stratificazione in un colpo solo, dovete organizzare due ingressi distinti nella stessa giornata, chiedendo alla proprietà quando è disponibile una visita guidata e incastrando il museo prima o dopo.

Perché la Cappella di Santa Rosalia non ha orari pubblici

La ragione è semplice e la trovo perfino simpatica: perché è ancora una cappella di famiglia. Non è mai stata sconsacrata né trasformata in bene demaniale, è rimasta il mausoleo privato dei principi di Palestrina, e la sua porta è la porta di casa di qualcuno. Il principe Benedetto Barberini apre gli ambienti privati per visite guidate, e in quelle occasioni la cappella entra nel percorso. Fuori da quelle finestre non ci sono orari continuati, perché non ci sarebbe nessuno a fare la guardia e nessuna ragione per tenerla aperta. Trovate in rete indicazioni di orari generici che circolano da anni, di solito una fascia larga tipo nove-diciannove: non fidatevi e non partite su quella base. Scrivete o telefonate prima.

Le occasioni straordinarie per entrare

Oltre alle visite su prenotazione ci sono i grandi appuntamenti nazionali, che restano il modo più semplice e più economico per mettere piede qui dentro. Le Giornate Europee del Patrimonio hanno più volte messo in calendario aperture serali dedicate ai fasti di Palazzo Colonna Barberini, con percorsi tra gli affreschi e le collezioni. Il Fondo Ambiente Italiano ha organizzato escursioni che uniscono in una giornata il Santuario della Fortuna Primigenia, il museo, gli appartamenti privati del principe e la chiesa di Santa Rosalia, definita nel programma, con una sintesi che condivido, un piccolo gioiello barocco. Sono giornate a numero chiuso e vanno prenotate appena escono, perché i posti finiscono in poche ore.

La peste del 1656 e il voto che fece nascere la Cappella di Santa Rosalia

Ogni chiesa barocca nasce da un'occasione, e l'occasione di questa fu la paura. Nella primavera del 1656 la peste risalì da Napoli verso lo Stato della Chiesa e in pochi mesi entrò a Roma. Fu un'epidemia rapida e feroce, che colpì in modo particolarmente crudele i quartieri più densi, il Trastevere e il ghetto, e che paralizzò la vita della città per più di un anno. Papa Alessandro VII, appena salito al soglio, reagì con una macchina sanitaria che oggi chiameremmo protocollo di emergenza: cordoni sanitari alle porte, lazzaretti sull'isola Tiberina e fuori le mura, controllo delle merci, divieti di assembramento, patenti di sanità per chi si spostava. Il 21 luglio 1656 indisse un giubileo straordinario contro il contagio, perché nel Seicento la risposta all'epidemia era insieme amministrativa e religiosa, e nessuno vedeva contraddizione tra le due cose.

Il contagio si spinse nel Lazio, lungo le vie consolari e i nodi commerciali. Palestrina, che stava sulla Prenestina a poche ore di cammino da Roma, era esposta. La città si organizzò, chiuse, contò i suoi morti, e ne uscì con danni molto minori di quanto si temeva. Da questo scarto tra il disastro atteso e il disastro effettivo nacque la gratitudine, e dalla gratitudine nacque la cappella. Maffeo Barberini, secondo principe di Palestrina, decise di erigere una chiesa come offerta di ringraziamento per l'intercessione della santa che aveva protetto la sua città. Il cantiere partì nel 1656, cioè nell'anno stesso dell'epidemia, e la consacrazione arrivò nel 1660.

Che cosa significava davvero un voto contro la peste

Vale la pena spiegare bene questa parola, perché il turista moderno la legge come un gesto devozionale generico e non è così. Il voto era un contratto. Aveva una struttura giuridica precisa, spesso registrata da un notaio, con una parte che si impegnava a costruire, dotare e mantenere un edificio sacro, e una controparte celeste alla quale si chiedeva un intervento specifico. Chi faceva il voto non stava esprimendo un sentimento: stava sottoscrivendo un obbligo, e mancare al voto era considerato un rischio grave. Le chiese votive italiane, dalla Salute di Venezia in giù, sono tutte figlie di questo meccanismo, e la Cappella di Santa Rosalia appartiene esattamente alla stessa famiglia, in scala principesca anziché statale.

C'è poi un aspetto politico che sarebbe ipocrita non nominare. Un principe che costruisce una chiesa votiva dopo un'epidemia sta dicendo alla sua città una cosa molto precisa: io c'ero, io ho chiesto per voi, io pago. È un atto di gratitudine e insieme un atto di governo, un modo per riaffermare il legame tra la famiglia e il feudo in un momento in cui quel legame era stato messo alla prova. I Barberini, come vedremo tra poco, avevano appena attraversato una crisi politica che li aveva quasi cancellati. La cappella arriva nel momento del rientro, ed è anche una dichiarazione di stabilità ritrovata.

Le date che ballano e perché

Se cercate notizie su questa chiesa troverete due date di completamento diverse, e conviene chiarirle. Le fonti locali e il Comune indicano un cantiere tra il 1656 e il 1660 con consacrazione nel 1660. Altre fonti, comprese quelle biografiche sull'architetto, spostano l'inaugurazione al 1677. Non sono in contraddizione come sembra: nel Seicento una chiesa veniva benedetta e aperta al culto anche molto prima di essere finita, e i lavori di finitura, i marmi, gli stucchi, gli altari e i sepolcri potevano proseguire per decenni. Qui, come vedremo, i due monumenti funebri principali arrivano addirittura nel 1704, quarantotto anni dopo la posa della prima pietra. Il cantiere di una cappella gentilizia non è un evento, è un processo lungo quanto una vita.

Perché una santa palermitana: Rosalia, i Barberini e Urbano VIII

La domanda che mi fanno tutti, quando arriviamo davanti all'altare, è sempre la stessa: che ci fa una santa siciliana in cima a un monte del Lazio? È una domanda ottima, perché la risposta racconta come funzionavano i culti nell'Europa cattolica del Seicento. Rosalia non era una santa locale, non era mai stata a Palestrina, non aveva alcun legame con la Prenestina. Era però, in quel preciso momento storico, il marchio antipeste più efficace sul mercato devozionale europeo, e i Barberini l'avevano di fatto lanciata loro.

Il ritrovamento del 1624 sul Monte Pellegrino

La storia comincia a Palermo. Nel 1624 la città era travolta dalla peste. Una ricamatrice, Girolama La Gattuta, raccontò di avere avuto in sogno l'apparizione di una giovane eremita che le indicava il punto esatto in cui scavare, sul Monte Pellegrino, il promontorio che chiude la conca d'oro a nord della città. Il 15 luglio 1624 in una grotta di quel monte furono trovati resti ossei inglobati in una massa di concrezione calcarea. Il cardinale arcivescovo Giannettino Doria convocò sei medici per verificare l'autenticità dei resti, li fece riconoscere come le spoglie di Rosalia, la nobile eremita vissuta nel dodicesimo secolo, e organizzò una processione solenne per le strade della città. La cronaca dell'epoca annota che dopo quella processione l'epidemia cessò.

Da quel momento Rosalia diventa la Santuzza, patrona di Palermo, e il suo culto si diffonde con una velocità che oggi definiremmo virale. Papa Urbano VIII, cioè Maffeo Barberini, la iscrisse nel Martirologio Romano nel 1630, dandole di fatto il riconoscimento universale che la trasformò da devozione siciliana in patrona antipestilenziale di tutta la cristianità. Aggiungo, per onestà storica, che la vicenda ebbe anche una lunga coda scientifica: nell'Ottocento il geologo inglese William Buckland sostenne che quelle ossa fossero di capra, e una ricognizione condotta nel 1987 stabilì invece che appartenevano a un individuo umano di sesso femminile. Il dibattito sull'identificazione resta aperto, la storia del culto no.

Il conto di famiglia con la santa

Ecco il punto che rende questa cappella diversa da mille altre chiese antipeste. I Barberini non scelsero Rosalia a caso tra le sante disponibili: scelsero la santa che il loro papa aveva canonicamente promosso trent'anni prima. Quando nel 1656 la peste torna e minaccia Palestrina, il principe Maffeo, che porta il nome del prozio pontefice, si rivolge alla santa di casa. È un gesto devoto e insieme dinastico, un modo per dire che la protezione che Urbano VIII aveva esteso alla cristianità ora tornava, come un favore, sulla città della famiglia. Costruire una chiesa a Rosalia nel Lazio, nel 1656, significava rivendicare una linea di continuità tra il pontificato Barberini e il presente del casato.

Francesco Contini, l'architetto di casa che disegnò la Cappella di Santa Rosalia

Il progetto porta la firma di Francesco Contini, nato a Roma il 27 luglio 1599 e morto nella stessa città il 20 luglio 1669, figlio del pittore Pietro Contini e di Felicia Sebastiani. È uno di quei nomi che gli appassionati di barocco romano conoscono e i turisti no, e mi fa piacere spenderci qualche riga perché senza di lui metà di quello che vedete a Palestrina non esisterebbe. Contini fu, letteralmente, l'architetto di casa Barberini: lavorò per la famiglia per oltre trent'anni, seguendone i cantieri a Roma e nei feudi della provincia romana, dal 1638 fino alla morte.

Chi era Contini nel panorama romano

La sua carriera è quella di un professionista solidissimo che vive accanto ai giganti senza esserne schiacciato. Nel 1643 divenne architetto del Collegio di Propaganda Fide, nel 1650 entrò nell'Accademia di San Luca. Firmò la facciata di palazzo Barberini su via dei Giubbonari tra il 1640 e il 1642, con un portone contenuto tra colonne che reggevano un frontespizio triangolare, e la chiesa di Santa Maria Regina Coeli a Roma nel 1654. La critica lo colloca piuttosto nel filone borrominiano che nella scuola berniniana, il che è curioso perché in occasione della vicenda di Sant'Agnese in Agone si schierò contro Borromini. Diciamo che ne condivideva il gusto per la geometria senza condividerne il carattere.

C'è poi un dettaglio che amo raccontare e che dà la misura dell'uomo: Contini è anche l'autore del grande rilievo e della pianta di Villa Adriana a Tivoli, il documento che per generazioni ha permesso agli archeologi e agli architetti di capire la struttura della residenza imperiale. Un professionista che passa dal rilievo di un complesso antico al disegno di una cappella votiva senza cambiare registro è esattamente il tipo di figura che il Seicento romano produceva in serie e che oggi ci sembra straordinaria.

Il lavoro di Contini a Palestrina

A Palestrina Contini non firmò soltanto la Cappella di Santa Rosalia. Progettò il ninfeo a pianta cruciforme sul retro del palazzo, quella straordinaria quinta scenografica realizzata negli anni Sessanta del Seicento per volere di Maffeo Barberini, e disegnò il celebre Triangolo Barberini, il casino di campagna a pianta triangolare che è probabilmente la sua invenzione più originale e di cui parlerò più avanti. Considerate che questi tre cantieri sono contemporanei o quasi: siamo tra il 1656 e il 1669, gli ultimi tredici anni della sua vita, spesi in gran parte su questo monte. Palestrina è, in un senso molto concreto, il suo testamento professionale.

Contini morì nel 1669, e questo spiega perché la data del 1677 compaia come momento di completamento della chiesa. Il cantiere gli sopravvisse, portato avanti anche dal figlio Giovan Battista Contini, che collaborava con il padre almeno dal Triangolo e che avrebbe poi avuto una carriera autonoma di tutto rispetto. Quando entrate nella cappella, quindi, state guardando un'opera concepita da un uomo che non l'ha vista finita. È una condizione più comune di quanto si creda nell'architettura del Seicento, e non toglie nulla alla coerenza dell'insieme: il disegno era chiaro, e chi venne dopo lo rispettò.

Come si legge l'architettura della Cappella di Santa Rosalia

Entrare qui dentro dopo avere attraversato il giardino e le sale del palazzo produce sempre lo stesso effetto: un salto di temperatura visiva. Si passa da ambienti residenziali, con affreschi cinquecenteschi e mobili di famiglia, a uno spazio compatto e saturo, dove ogni superficie è lavorata e dove la luce viene amministrata con avarizia calcolata. La cappella è inglobata architettonicamente nel Palazzo Colonna Barberini, cioè non è un edificio autonomo appoggiato accanto al palazzo ma un vano ricavato nel corpo di fabbrica, e questa condizione ne determina la forma: pianta contenuta, sviluppo verticale, poche finestre, tutta la scena concentrata sul presbiterio e sulle due pareti laterali.

La scelta di rinunciare all'esterno

Chi arriva sperando in una facciata monumentale resta deluso, e ha torto a restarci. La rinuncia all'esterno è una scelta di genere: la cappella palatina non deve annunciarsi alla città, deve accogliere la famiglia. Non ha piazza davanti, non ha sagrato, non ha campanile che svetti. Il suo pubblico erano i principi, i loro ospiti e la loro servitù, non i passanti. Questo, tra l'altro, è il motivo per cui l'interno può permettersi di essere così sontuoso senza risultare volgare: non sta cercando di impressionare uno sconosciuto, sta arredando una stanza di casa che per caso è una chiesa.

La regola del barocco: dove va a finire la luce

Se dovessi insegnare a qualcuno a guardare un interno barocco in trenta secondi, gli direi di ignorare per un attimo le decorazioni e di seguire la luce. Nel barocco romano la luce non illumina in modo uniforme: viene incanalata, nascosta alla fonte e fatta cadere su un bersaglio. Qui il bersaglio è l'altare con la pala di Santa Rosalia, e tutto il resto della cappella lavora per contrasto, con i marmi scuri e i medaglioni grigi che assorbono e le dorature e gli stucchi bianchi che restituiscono. Provate a mettervi sulla soglia, guardare per dieci secondi senza dire niente e capire da dove entra il chiaro. È l'esercizio che faccio fare sempre e funziona in qualunque chiesa costruita tra il 1620 e il 1720.

I marmi e gli stucchi: la materia della Cappella di Santa Rosalia

La descrizione ufficiale parla di uno sfarzo di preziosi marmi e stucchi, ed è una formula giusta ma un po' pigra, perché la faccenda dei marmi merita di essere spiegata a chi non ci ha mai fatto caso. Nel Seicento romano una cappella si valutava, letteralmente, a peso di pietra. I marmi policromi non erano ornamento: erano capitale visibile. Il giallo antico proveniva dalle cave di Chemtou nella Tunisia romana e circolava per riuso, cioè veniva ricavato smontando colonne e rivestimenti antichi; il verde antico dalla Tessaglia; il porfido rosso dall'Egitto; il pavonazzetto dalla Frigia. Ognuna di queste pietre era, di fatto, un pezzo di impero romano rimesso in circolo. Chi le comprava lo sapeva benissimo e voleva che si sapesse.

Perché il giallo antico dice tutto

Nei monumenti funebri di questa cappella il giallo antico ha un ruolo da protagonista: le piramidi che fanno da fondale ai busti sono in giallo antico, appoggiate su zampe leonine. Fermatevi un attimo su questo dettaglio. Il giallo antico era una pietra che nel Seicento non si poteva estrarre, perché le cave numidiche erano irraggiungibili: ogni blocco disponibile a Roma veniva da uno scavo, da una demolizione, da un commercio di antichità. Usarlo per una piramide funeraria significava dire, senza scriverlo da nessuna parte, che la famiglia aveva accesso ai materiali dell'antichità imperiale. Per i Barberini, che dalle Terme e dal Pantheon avevano preso più di un pezzo, era un'affermazione perfettamente in carattere.

Lo stucco, ovvero l'arte di far finta

Accanto al marmo lavora lo stucco, che è la grande invenzione economica del barocco. Un impasto di calce, polvere di marmo e leganti, modellabile a mano e a stampo, che asciugando diventa duro e bianchissimo e che permette di ottenere in settimane volumi che nel marmo avrebbero richiesto anni. Non è un trucco povero: gli stuccatori romani del Seicento erano artigiani specializzatissimi, spesso di origine ticinese e lombarda, che si tramandavano ricette di bottega e che venivano pagati bene. Quando guardate le cornici, i festoni, gli angeli e i panneggi bianchi di questa cappella, state guardando un mestiere che oggi sopravvive in pochissime mani. E state guardando anche la ragione per cui una cappella di provincia poteva permettersi di sembrare una chiesa romana.

L'altare della Cappella di Santa Rosalia e la pala perduta di Carlo Maratta

L'altare è composto da un paliotto intarsiato in marmi preziosi, cioè da quel pannello frontale che chiude la mensa e che nelle chiese ricche diventava un piccolo quadro di pietra, con commessi geometrici o figurativi montati come un mosaico. Sopra, la pala: una tela di Francesco Reali che rappresenta Santa Rosalia fra gli appestati. Il soggetto è quello canonico dell'iconografia antipeste seicentesca: la santa in alto, spesso in gloria tra le nubi, che intercede; sotto, i corpi dei malati e dei morenti, la città sullo sfondo, a volte un angelo con la spada che rinfodera l'arma a segno che il flagello è finito.

La tela che c'è e il quadro che non c'è più

Qui arriva la parte che rende questo altare interessante, e insieme un po' malinconico. La tela di Reali che vedete è una copia. L'originale era un dipinto di Carlo Maratta, realizzato dall'artista proprio per questa chiesa, e oggi risulta perduto. Carlo Maratta, o Maratti, nato a Camerano nel 1625 e morto a Roma nel 1713, fu il pittore più autorevole della Roma del tardo Seicento, l'erede del classicismo di Andrea Sacchi, l'uomo a cui papi e principi commissionavano le pale d'altare quando volevano qualcosa di indiscutibile. Avere un Maratta sull'altare della propria cappella di famiglia era, nel linguaggio dell'epoca, l'equivalente di una firma di prima grandezza.

Che quel quadro sia sparito è una di quelle perdite che raccontano più di molte presenze. Non sappiamo con certezza quando né come; la storia delle collezioni Barberini nei secoli successivi è fatta di vendite, divisioni ereditarie, trasferimenti e dispersioni, e non è affatto strano che una tela d'altare in una cappella di provincia sia uscita da una porta senza che nessuno annotasse la data. Quello che resta è la copia, che ha comunque un valore documentario notevole, perché ci conserva la composizione: guardando Reali, guardiamo il pensiero di Maratta.

Come si guarda una pala antipeste

Vi do la chiave di lettura, che vale anche per le decine di dipinti simili sparsi per il Lazio. Una pala antipeste ha sempre tre registri. In alto la santa o il santo intercessore, in atteggiamento di supplica verso l'alto e non verso lo spettatore: sta parlando con Dio, non con voi. In mezzo la zona di passaggio, dove di solito compaiono angeli, nubi, e il segno che la preghiera è stata accolta. In basso l'umanità sofferente, dipinta con un realismo che nel Seicento poteva essere durissimo: bubboni, corpi abbandonati, becchini con la maschera. Chi commissionava questi quadri non voleva un'immagine consolatoria, voleva un promemoria. La devozione barocca funzionava anche per contrasto tra l'orrore che si era attraversato e la grazia che lo aveva fermato.

Bernardino Cametti e il ciclo scultoreo della Cappella di Santa Rosalia

Il nome che dovete portarvi a casa da questa visita, se ne dovete portare uno solo oltre a quello di Contini, è Bernardino Cametti. Scultore romano di famiglia piemontese, nato intorno al 1669 e morto nel 1736, è l'autore del ciclo scultoreo che decora il presbiterio e dei due grandi monumenti sepolcrali sulle pareti laterali. La descrizione che circola lo indica come allievo di Gian Lorenzo Bernini; la biografia documentaria è più precisa e più interessante: Cametti si formò per quindici anni nella bottega di Lorenzo Ottoni, che a sua volta veniva dalla tradizione berniniana, e ottenne il privilegio raro di usare uno studio presso l'Accademia di Francia a Roma. È erede di Bernini per linea di bottega, non per contatto diretto, e questo lo rende un testimone perfetto di come il linguaggio del maestro si sia trasmesso alla generazione successiva.

Roma e Parigi nello stesso scalpello

Quel passaggio dall'Accademia di Francia non è un dettaglio da erudito. Cametti è l'artista in cui, secondo una formula critica che trovo felicissima, si mescolano il disegno di Roma e il colore dei francesi. Le sue figure hanno l'impianto compositivo romano, monumentale e chiaro, ma un trattamento delle superfici più morbido, più ondulato, più attento all'effetto epidermico. È uno dei ponti tra il tardo barocco e il rococò, e nella cappella di Palestrina questo si vede benissimo nel modo in cui sono lavorati i panneggi, le capigliature e le ali degli angeli, trattati luministicamente in modo da risaltare dentro una partitura geometrica rigidissima.

La carriera gli diede soddisfazioni: entrò nella Congregazione dei Virtuosi al Pantheon nel 1708, divenne accademico di San Luca nel 1719, fu insignito del cavalierato. Nel 1729 realizzò il grande rilievo dell'Annunciazione per la basilica di Superga a Torino, che gli valse il titolo di scultore regio. La sua Diana cacciatrice, oggi ai musei di Berlino, è considerata da molti il suo capolavoro. Non arrivò mai a essere principe dell'Accademia di San Luca, la carica più alta, ma la sua è comunque una traiettoria da protagonista.

Il 1704, l'anno dei monumenti

I due grandi monumenti funerari sono datati 1704. È una data che va assaporata: la chiesa era stata consacrata nel 1660 e completata forse nel 1677, il principe Taddeo era morto nel 1647 e il cardinale Antonio nel 1671. I sepolcri arrivano quindi decenni dopo le morti che commemorano, commissionati da una generazione successiva che sistema la memoria dei propri antenati. È il funzionamento normale del mausoleo dinastico: prima si costruisce il contenitore, poi, quando i mezzi e le circostanze lo consentono, si riempie di monumenti. Nel 1704 chi paga sta dicendo alla propria epoca che la famiglia c'è ancora e che ricorda da dove viene.

I due monumenti funebri: come sono fatti e cosa raccontano

Sono collocati sulle pareti laterali, uno di fronte all'altro, ed è una disposizione che va letta come un dialogo. Da un lato il principe, dall'altro il cardinale: il potere temporale e il potere ecclesiastico, cioè le due gambe su cui camminava qualunque famiglia papale del Seicento. Metterli in simmetria significava affermare che la casa Barberini reggeva su entrambe.

La geometria: piramide e cerchio

La composizione di ciascun monumento gioca su due figure elementari. Il triangolo, cioè una sorta di piramide in giallo antico sorretta da zampe leonine, che fa da fondale. E il cerchio, cioè il medaglione in marmo grigio che contiene il busto del defunto. Piramide e medaglione sono due topoi della scultura funeraria romana del Seicento, e ognuno porta un significato: la piramide è l'emblema dell'eternità e della memoria, mutuata dai sepolcri antichi e in particolare dalla piramide Cestia che i romani avevano sotto gli occhi; il medaglione tondo è il ritratto, cioè la persona, l'individuo che riemerge dall'astrazione dell'architettura funebre.

Sopra questa impalcatura rigida, Cametti sistema il movimento. Angeli in pose barocche sospese rompono la simmetria e portano l'azione: uno scrive l'epitaffio sul monumento del cardinale Antonio, l'altro suona la tromba su quello di Taddeo. È il repertorio classico della fama e della memoria. L'angelo scrivano fissa il nome perché non si perda; l'angelo trombettiere annuncia, e allude insieme alla gloria terrena e alla resurrezione finale. Chi entrava qui nel Settecento leggeva questi segni come noi leggiamo le icone di un telefono: immediatamente, senza bisogno di spiegazioni.

Il dettaglio delle zampe leonine

Non passate oltre senza guardarle. Le zampe di leone che reggono le piramidi sono un prestito diretto dall'arredo antico, dai tripodi e dai troni romani, e nel Seicento erano un marchio di nobiltà del linguaggio. Sono anche, tecnicamente, la parte più difficile: una zampa leonina scolpita male trasforma il monumento in un mobile, scolpita bene lo rende un animale che si acquatta e sostiene. Qui funzionano, e insieme alle nervature del giallo antico creano un basamento che sembra vivo. È il genere di dettaglio per cui vale la pena avere una torcia del telefono a portata di mano, perché la luce naturale in quel punto è sempre scarsa.

Taddeo Barberini, il primo principe sepolto nella Cappella di Santa Rosalia

Il busto che vedete nel medaglione grigio, sotto l'angelo con la tromba, è quello di Taddeo Barberini, nato nel 1603 e morto nel 1647. Era figlio di Carlo Barberini e nipote di papa Urbano VIII, ed era l'unico laico tra i fratelli: gli altri due, Francesco e Antonio, presero la porpora. Quando nel 1630 morì il padre, Taddeo ereditò patrimonio, titoli e cariche, diventando il perno secolare della potenza familiare. Aveva sposato Anna Colonna nel 1627, e da quel matrimonio viene, tra l'altro, il doppio nome del palazzo che ancora oggi chiamiamo Colonna Barberini. Nel 1629 ricevette il titolo di principe di Palestrina, nel 1631 fu nominato prefetto di Roma, e portò anche il titolo di generale di Santa Romana Chiesa.

La guerra di Castro e il tracollo

La sua storia prende una piega brutta nel 1641, quando guidò l'esercito pontificio nell'invasione del ducato di Castro, il feudo dei Farnese sulla costa tirrenica settentrionale. Fu una guerra costosa, condotta male, e che si concluse con una pace umiliante per il papato. Costò una fortuna alle casse dello Stato della Chiesa e distrusse la reputazione militare dei Barberini. Quando Urbano VIII morì nel 1644 e sul trono salì Innocenzo X Pamphilj, i conti arrivarono tutti insieme: si aprirono le inchieste sulla gestione del denaro pubblico durante il pontificato precedente e sulla condotta della guerra.

Il 27 settembre 1645 Taddeo e il fratello cardinale Antonio fuggirono a Parigi. I loro beni furono sequestrati. In Francia trovarono la protezione della corte e soprattutto del cardinale Mazzarino, che era italiano, che conosceva bene i meccanismi romani e che aveva tutto l'interesse a tenersi in casa una famiglia papale in disgrazia. La trattativa per il rientro andò avanti per anni, ma Taddeo non fece in tempo: morì a Parigi nel 1647, in esilio, prima che gli accordi per la restituzione dei beni fossero perfezionati. Il primo principe di Palestrina morì lontano da Palestrina, ed è per questo che il suo monumento qui ha il peso simbolico che ha.

Perché il suo sepolcro conta

Quando nel 1704 i discendenti collocano il monumento a Taddeo dentro la cappella di famiglia, stanno chiudendo una ferita vecchia di quasi sessant'anni. Riportare simbolicamente in patria l'uomo che era morto esule, dargli un sepolcro monumentale nel cuore del feudo che gli aveva dato il titolo, significa dichiarare che l'esilio è finito e che la famiglia ha vinto la sua battaglia di sopravvivenza. Le famiglie romane hanno sempre saputo usare le pietre per fare politica retroattiva, e questo è uno dei casi più leggibili che conosca.

Il cardinale Antonio Barberini, da Reims a Palestrina

L'altro busto è quello di Antonio Barberini il Giovane, nato a Roma il 5 agosto 1607 e morto a Nemi il 3 agosto 1671, due giorni prima di compiere sessantaquattro anni, colpito da apoplessia. Fu creato cardinale dallo zio Urbano VIII, riservato in pectore il 20 agosto 1627 e pubblicato il 7 febbraio 1628, con il titolo di Santa Maria in Aquiro. Aveva vent'anni. È la carriera lampo tipica del nipote di papa, e Antonio la interpretò con l'esuberanza che ci si aspetta: fu mecenate di teatro e di musica, protettore di artisti, uomo di corte prima che di chiesa.

L'esilio francese e la seconda vita

Fuggì a Parigi insieme al fratello Taddeo nel settembre 1645, e in Francia fece una carriera parallela notevole: ricevette la protezione di Luigi XIV e di Mazzarino, fu insignito dell'Ordine dello Spirito Santo, e nel 1657 divenne arcivescovo di Reims, cioè titolare della sede in cui venivano incoronati i re di Francia. Nel 1653 era stato designato vescovo di Poitiers, nomina però mai confermata dalla Santa Sede. Si riconciliò con Innocenzo X e rientrò a Roma il 12 luglio 1653, e le fonti concordano nel raccontare che da quel momento la sua vita cambiò registro: una conversione tarda, austera, che lo portò a occuparsi seriamente delle sue diocesi. Fu vescovo suburbicario di Frascati dal 1655 e di Palestrina dal 1661.

Il viaggio delle sue ossa

Ed ecco il dettaglio che a me piace più di tutti in questa cappella. Alla sua morte, nel 1671, Antonio Barberini fu sepolto nella chiesa di San Lorenzo presso Palestrina. Solo in seguito le sue spoglie furono trasferite nella chiesa di famiglia dedicata a Santa Rosalia. Vuol dire che il monumento del 1704 non è un cenotafio simbolico: è l'approdo finale di un uomo che da vivo si era spostato da Roma a Parigi a Reims e ritorno, e che da morto ha fatto un ultimo trasloco per raggiungere il fratello. I due che erano fuggiti insieme nel 1645 si ritrovano, sessant'anni dopo, uno di fronte all'altro, sulle due pareti della stessa stanza. Se esiste un modo di raccontare una famiglia con la scultura, è questo.

Quattro monumenti e una dinastia: il mausoleo della Cappella di Santa Rosalia

Oltre ai due sepolcri maggiori, l'interno ospita in tutto quattro grandi monumenti funebri dei Barberini. La cappella non è quindi soltanto una chiesa votiva: è il mausoleo dinastico dei principi di Palestrina, il luogo in cui la famiglia ha deciso di depositare la propria memoria fuori Roma. È una scelta che merita attenzione, perché i Barberini avevano a Roma spazi funerari ben più visibili, a partire dalle sepolture di famiglia nella basilica di Sant'Andrea della Valle e nelle altre fondazioni cittadine. Scegliere Palestrina significava legare la memoria al titolo principesco più che alla città del papato.

Il feudo comprato nel 1630

Ricordiamo come i Barberini erano arrivati quassù. Papa Urbano VIII acquistò il feudo di Palestrina nel 1630 per donarlo al fratello Carlo Barberini. Prima di allora la città era stata dei Colonna per secoli, e i Colonna vi avevano costruito, sopra le rovine del santuario antico, il palazzo che ancora oggi porta il loro nome accanto a quello dei nuovi proprietari. Il passaggio del 1630 è il classico nepotismo pontificio dell'epoca: il papa usa le risorse dello Stato della Chiesa per dotare la propria famiglia di un titolo principesco e di un territorio, trasformando dei mercanti fiorentini arrivati a Roma da poche generazioni in aristocrazia feudale.

Da quel momento e per oltre un secolo, fino alla metà del Settecento, i principi e i cardinali Barberini investirono su Palestrina con una continuità impressionante: ricostruzione del palazzo, chiese, il ninfeo, il Triangolo, opere pubbliche, committenze artistiche. Gli studiosi che hanno lavorato sugli archivi di famiglia descrivono questo processo come la trasformazione di un feudo di provincia in una città ideale, e non è retorica: era un progetto consapevole, che usava l'architettura come strumento di prestigio dinastico.

Le api che vedrete ovunque

Se avete un occhio allenato, in questa cappella e in tutto il palazzo troverete api. Tre api d'oro disposte a triangolo su fondo azzurro sono lo stemma dei Barberini, e sono probabilmente il logo aziendale più riuscito della storia dell'arte italiana. Le trovate al baldacchino di San Pietro, sulla fontana delle Api in piazza Barberini a Roma, sui cancelli, sui portali, sui soffitti, e naturalmente quassù. L'ape ha una simbologia comoda e ben costruita: operosità, dolcezza del miele, verginità supposta, e soprattutto quella scia di eloquenza che la tradizione classica attribuiva alle api posate sulle labbra dei poeti. Nella cappella di Santa Rosalia le api compaiono nei punti in cui la famiglia vuole firmare. Cercatele, è un gioco che tiene occupati i bambini per tutta la visita.

La Sala dei Depositi e il capolavoro che stava qui dentro

Attigua alla cappella c'è la Sala dei Depositi, oggi restaurata, e per raccontarla bisogna partire da quello che non c'è più. Fino al 1939 in questi ambienti, tra la chiesa e la sacrestia, era custodito un gruppo scultoreo in marmo alto due metri e cinquantuno centimetri, raffigurante il Cristo morto sorretto da due figure. È la scultura che il mondo conosce come Pietà di Palestrina, o Pietà Barberini, e che per quasi due secoli è stata attribuita a Michelangelo Buonarroti.

Da dove salta fuori la Pietà

La prima menzione documentata risale al 1756, quando lo storico locale Leonardo Cecconi, nella sua Storia di Palestrina, la ricorda nella chiesa di Santa Rosalia, nella cappella dei Barberini, definendola un abbozzo del celebre Buonarroti. È Cecconi, quindi, a inaugurare l'attribuzione. Il problema, che gli studiosi moderni hanno posto con crescente insistenza, è che prima di quella data la scultura non compare da nessuna parte: non esiste alcun documento dell'epoca di Michelangelo che la nomini, nessuno dei suoi biografi ne parla, e come si è osservato con una battuta feroce sarebbe l'unica Pietà del maestro di cui nessun contemporaneo abbia mai scritto una riga. Anche il modo in cui il gruppo sia arrivato a Palestrina resta ignoto.

La datazione proposta oscilla intorno alla metà del Cinquecento, tra il 1547 e il 1559, cioè negli anni delle Pietà tarde e non finite di Michelangelo, quelle della Deposizione fiorentina e della Pietà Rondanini. È esattamente questo che ha alimentato l'equivoco per generazioni: il carattere abbozzato, la superficie in parte non lavorata, la torsione dei corpi. Sono elementi che sembrano michelangioleschi e che invece, a un esame ravvicinato, possono benissimo appartenere a uno scultore della sua cerchia o a un seguace di fine Cinquecento che rielabora, forse su un blocco antico riutilizzato, i suoi modi.

La Pietà oggi: da Palestrina a Firenze

La scultura lasciò Palestrina nel 1939 e oggi si trova alla Galleria dell'Accademia di Firenze, nella Galleria dei Prigioni, cioè nel corridoio che porta al Davide, tra i celebri schiavi non finiti. La vendita da parte della famiglia risale all'anno precedente, il 1938, e il gruppo confluì poi nelle collezioni dello Stato. È un passaggio che ha una sua precisa temperatura storica: siamo negli anni in cui il regime fascista costruiva una narrazione nazionale attraverso i capolavori, e l'acquisto di una presunta Pietà di Michelangelo aveva un peso propagandistico evidente. Gli studi recenti sul caso hanno insistito proprio su questo intreccio tra mercato dell'arte, attribuzione e politica culturale.

Che cosa dice oggi la critica

La posizione prevalente è che l'opera vada espunta dal catalogo di Michelangelo. Il silenzio totale delle fonti contemporanee è considerato dirimente: per un artista documentato come pochi altri nella storia, la cui vita fu raccontata due volte da biografi che lo conoscevano di persona, una Pietà monumentale sconosciuta a tutti è statisticamente impossibile. Questo non toglie nulla alla qualità del gruppo, che resta un'opera potente e di grande impatto, ed è per questo che continua a essere esposta in una delle sale più visitate d'Italia. Semplicemente, la sua etichetta è cambiata.

La copia in cattedrale

A Palestrina, intanto, il vuoto è stato colmato. Una copia del gruppo scultoreo è allestita nella cattedrale di Sant'Agapito, nel centro della città, a pochi minuti di cammino dal palazzo. Vi consiglio di andarci, e non per accontentarvi di un surrogato: vederla nel contesto per cui la scultura originale era stata pensata, cioè un interno di provincia con la sua luce e la sua scala, aiuta a capire l'effetto che doveva fare quando stava qui accanto, in una stanza attigua alla cappella dei principi. E vi risparmia la fila di Firenze.

Il Palazzo Colonna Barberini che ingloba la Cappella di Santa Rosalia

Adesso alziamo lo sguardo dall'interno all'edificio, perché la cappella non si capisce senza il palazzo e il palazzo non si capisce senza quello che c'è sotto. Il Palazzo Colonna Barberini è una lasagna architettonica di duemiladuecento anni. Alla base ci sono le strutture del santuario romano di età tardo-repubblicana, secondo secolo avanti Cristo. Sopra ci sono le fasi costruttive che vanno dall'alto Medioevo in poi: i Colonna vi edificarono un palazzo già nel dodicesimo secolo, occupando le terrazze superiori del complesso antico. Sopra ancora ci sono i lavori quattrocenteschi, testimoniati da un'iscrizione sul portale principale datata 1498. E in cima ci sono i Barberini, che ricostruirono l'edificio nelle forme attuali a partire dal 1640, sopraelevandolo e dotandolo di un'altana sulla facciata.

Un pavimento che è una lezione

Il punto in cui questa stratificazione si vede meglio è l'ingresso, dove nel pavimento affiorano elementi antichi. Fermatevi e guardate in basso, perché è raro poter toccare con gli occhi la giuntura tra due millenni in un metro quadrato. La forma semicircolare del palazzo, che dall'esterno sembra un capriccio del progettista, è in realtà l'impronta esatta dell'emiciclo superiore del santuario: i costruttori medievali e poi i Barberini si sono limitati a costruire dentro una sagoma che c'era già, perché demolirla sarebbe costato molto più che assecondarla. L'architettura antica ha condizionato la forma di tutto quello che le è cresciuto sopra.

Gli affreschi degli Zuccari

Le sale del palazzo conservano cicli di affreschi con soggetti mitologici, biblici e storici, riferiti dalla critica alla cerchia degli Zuccari, tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento. Taddeo e Federico Zuccari furono tra i pittori più richiesti della Roma della Controriforma, e la loro bottega lavorò in mezzo Lazio. Sono decorazioni anteriori all'arrivo dei Barberini, quindi appartengono alla fase Colonna dell'edificio, e chi visita gli appartamenti privati le incontra nel percorso insieme al Salone di Urbano VIII, l'ambiente interamente affrescato dove secondo la tradizione il pontefice amava ricevere gli ospiti quando saliva a Palestrina.

Sotto la Cappella di Santa Rosalia: il Santuario della Fortuna Primigenia

Se dovessi indicare un solo motivo per cui Palestrina merita una giornata anche a chi non sa nulla di barocco, direi questo. Sotto il palazzo, e sotto la cappella, si stende il santuario della dea Fortuna Primigenia, che gli studiosi definiscono senza giri di parole il massimo complesso di architetture tardo-repubblicane dell'Italia antica. Non è un modo di dire: per ambizione scenografica e per dominio del paesaggio non esiste nulla di paragonabile nel mondo romano prima delle grandi realizzazioni imperiali.

Sei terrazze sul fianco del monte

Il complesso si articola su sei terrazze artificiali costruite sulle pendici del monte Ginestro, collegate tra loro da rampe e scalinate. Si sale per gradi, e a ogni livello il paesaggio si apre di più: dalla terrazza dei fori si passa ai ninfei ad emiciclo, poi alla terrazza degli emicicli con il suo porticato ionico, fino all'emiciclo superiore su cui si appoggia il palazzo. È architettura pensata come esperienza di movimento: chi saliva non guardava un edificio, attraversava una sequenza. La datazione tradizionale lo collocava in età sillana, cioè agli inizi del primo secolo avanti Cristo; gli studi più recenti tendono a portarlo alla metà o alla fine del secondo secolo avanti Cristo. I ritrovamenti attestano comunque che il culto era attivo già tra il quarto e il terzo secolo.

Le sortes praenestinae, l'oracolo di Palestrina

La Fortuna Primigenia non era una divinità decorativa: era un oracolo, e uno dei più frequentati d'Italia. Il meccanismo era questo: il fedele poneva la domanda, e un bambino, che simbolicamente rappresentava Giove fanciullo, estraeva a sorte delle tavolette di legno di quercia incise con brevi frasi, le sortes. Il sacerdote interpretava. Cicerone, che era della zona e che sulla divinazione scrisse un trattato intero, ne parla con lo scetticismo dell'intellettuale e il rispetto del romano per la tradizione. Pensare che sotto i piedi della cappella barocca ci sia il pavimento di un oracolo repubblicano è uno di quei cortocircuiti che rendono l'Italia insopportabile agli stranieri e irresistibile a chiunque.

Il 1944: la guerra che distrusse Palestrina e riportò alla luce il santuario

C'è un momento preciso in cui la storia di questo luogo si spezza in due, ed è l'estate del 1944. Palestrina si trovava sulla direttrice di avanzata verso Roma, e il suo centro fu colpito da bombardamenti pesanti. Le case medievali che nei secoli avevano inglobato le strutture del santuario, costruendoci dentro e sopra come si è sempre fatto in Italia, furono in buona parte distrutte. Sotto le macerie riemersero le rampe, i muri di contenimento, gli emicicli. I resti del santuario, che erano stati nel tempo inghiottiti dall'abitato medievale, furono rimessi in luce proprio in seguito a quel bombardamento.

Un guadagno archeologico che nessuno avrebbe voluto

È una delle vicende più ambigue della storia del patrimonio italiano, e la racconto sempre con cautela perché rischia di suonare cinica. Le bombe hanno ucciso persone e cancellato un tessuto urbano che aveva otto secoli. Nello stesso tempo hanno consegnato all'archeologia un complesso che nessuno avrebbe mai potuto scavare, perché per farlo sarebbe stato necessario demolire un quartiere abitato. Il santuario che oggi ammiriamo esiste come monumento visibile grazie a una tragedia, e Palestrina ha ricostruito la propria identità turistica su ciò che la guerra le ha involontariamente restituito. Non è una lettura consolatoria: è semplicemente quello che è successo.

Che cosa perse il palazzo

Il palazzo subì danni e dopo la guerra la famiglia decise di cederne una parte allo Stato, che lo acquisì nel 1956 destinandolo a museo archeologico. Anche il paesaggio della tenuta cambiò: la disposizione originaria attorno al Triangolo Barberini prevedeva viali di cipressi disposti a raggiera, un impianto scenografico seicentesco che oggi non è più riconoscibile proprio a causa dei bombardamenti del 1944. Quando visitate questi luoghi, quindi, state guardando un paesaggio mutilato. Sapere che cosa manca aiuta a immaginare quello che c'era.

Il ninfeo e il giardino del principe accanto alla Cappella di Santa Rosalia

Accanto al palazzo si apre il giardino privato del principe, realizzato nella seconda metà del Seicento, e da lì si accede agli ambienti dell'appartamento visitabile. Il cuore scenografico è il ninfeo a pianta cruciforme progettato da Francesco Contini, l'architetto della cappella, negli anni Sessanta del secolo, per volere di Maffeo Barberini. Gli studi più recenti, condotti sui documenti d'archivio e pubblicati in sede scientifica, lo descrivono con una formula seicentesca che vale più di qualunque parafrasi: un luogo fatto al pari di un teatro, con fontane, statue e vasi di agrumi.

Che cos'è un ninfeo e perché ne parliamo tanto

La parola viene dal greco e indicava in origine un luogo consacrato alle ninfe, tipicamente una grotta con acqua sorgiva. I romani ne fecero un genere architettonico: ambienti a nicchia, rivestiti di mosaici, conchiglie, pomici, tufi, con giochi d'acqua e statue. Il Rinascimento e il Barocco lo riscoprirono come pezzo forte del giardino aristocratico, perché consentiva di fare tre cose insieme: rinfrescare, stupire e dimostrare il controllo sull'acqua, che in una città collinare era la risorsa più preziosa e più difficile da gestire. Un ninfeo funzionante significava che il proprietario aveva sorgenti, condotte e denaro per mantenerle.

Quello di Palestrina è particolarmente interessante perché nasce in dialogo con l'antico: siamo su un santuario romano famoso proprio per i suoi ninfei a emiciclo, e Contini progetta un ninfeo barocco a poche decine di metri da quelli repubblicani. Non è un caso, è una citazione. Il Seicento romano amava questi corto circuiti eruditi, e chi commissionava sapeva benissimo che gli ospiti colti avrebbero colto l'allusione. Era il modo in cui la nuova aristocrazia si dichiarava erede legittima di quella antica.

La terrazza sulla chiesa

Nel percorso di visita degli ambienti privati c'è un momento che vale da solo il biglietto: dal giardino d'inverno ci si affaccia sulla terrazza della chiesa di Santa Rosalia, e da lì si apre la vista su tutto il panorama circostante. Sotto di voi c'è la valle del Sacco, davanti i monti Lepini e i Prenestini, e nelle giornate limpide, verso ovest, si distingue la sagoma di Roma con la cupola di San Pietro. È stato definito uno dei panorami più belli del fuori porta romano, e per una volta la formula promozionale è modesta rispetto alla realtà. Con il cielo giusto si arriva a vedere il mare.

Il Triangolo Barberini, il gemello eccentrico della Cappella di Santa Rosalia

Nella tenuta, a poca distanza, sorge un edificio che consiglio a chiunque si interessi di architettura: il Triangolo Barberini, opera di Francesco Contini con la collaborazione del figlio Giovan Battista, realizzato tra il 1660 e il 1669. Nasce come casale di campagna, cioè come costruzione rurale della tenuta, e da questa funzione dimessa ricava una libertà formale che in città sarebbe stata impensabile. Le fonti coeve lo chiamavano un palazzino di meravigliosa vaghezza, e la definizione rende bene l'idea.

Un edificio costruito su una figura geometrica

La forma è interamente giocata sull'uso di figure geometriche ricorrenti. La pianta è un triangolo equilatero, l'alzato si sviluppa su tre piani e culmina in un'altana esagonale. All'interno lo spazio è articolato con tre triangoli laterali, uno dei quali contiene la scala, e un esagono centrale, il cui pavimento a pianterreno è a mosaico bianco, nero e arancione. Le tre facciate sono identiche, con portone ad arco, finestre e terrazzini che si susseguono in progressione simmetrica. L'altana era affrescata con decorazioni a pergolato e vedute fittizie, il repertorio classico delle logge dipinte seicentesche.

Perché un triangolo

Qui la risposta è una piccola gemma di storia della committenza. L'edificio fu commissionato da Maffeo Barberini come omaggio alla moglie Olimpia Giustiniani, sposata nel 1653, il cui stemma di famiglia recava una torre triangolare. Costruire per la propria consorte un casino a pianta triangolare significava trasformare l'araldica in architettura, incidere il nome di lei nel paesaggio della tenuta. Aggiungete che il triangolo è anche la disposizione delle tre api barberiniane, e capirete che l'edificio è un rebus nuziale a scala reale. Quando dico che il barocco romano era un linguaggio, intendo esattamente questo.

Attorno al Triangolo, come si diceva, correvano viali di cipressi disposti a raggiera, che dal casale si aprivano sulla campagna come le stecche di un ventaglio. Quel disegno oggi è illeggibile, cancellato dai bombardamenti e dalle trasformazioni agricole del dopoguerra. Resta l'edificio, che continua a essere una delle invenzioni più singolari dell'architettura secentesca del Lazio e che pochissimi turisti sanno di avere a due passi mentre visitano il museo.

Il Museo archeologico nazionale Prenestino nello stesso edificio

La parte pubblica del palazzo ospita il Museo archeologico nazionale Prenestino, inaugurato nel 1956 e rinnovato nel 1998. Dal dicembre 2014 è passato sotto la gestione del Ministero della Cultura tramite il Polo Museale del Lazio, e nel 2024 ha ottenuto autonomia scientifica e finanziaria, entrando a fare parte dell'istituto che riunisce i musei e i parchi archeologici di Praeneste e Gabii. È il vicino di casa della cappella, e la sua visita è complementare a quella della parte privata.

Come è organizzato il percorso

L'esposizione si sviluppa su tre piani. Al piano inferiore si trovano le testimonianze del culto della Fortuna, sculture ellenistiche e i celebri Fasti Prenestini, il calendario epigrafico di età augustea che documenta le festività romane con un dettaglio che nessun'altra fonte fornisce. Al primo piano ci sono sculture romane di età imperiale, iscrizioni, corredi funerari e cippi sepolcrali. Al secondo piano, nella sala sedici, sta il pezzo che tutti vengono a vedere.

Il Mosaico del Nilo

Il mosaico nilotico di Palestrina è una delle cose più straordinarie che si possano vedere in Italia, e continuo a stupirmi di quanto poco sia conosciuto fuori dagli ambienti specialistici. Raffigura una carta geografica del corso del Nilo, dai confini con l'Etiopia fino al Mediterraneo, popolata da centinaia di figure: ippopotami, coccodrilli, ibis, cacciatori etiopi, edifici tolemaici, soldati, banchetti sotto i pergolati, imbarcazioni. Fu realizzato direttamente in loco con tecnica raffinatissima, probabilmente da artigiani alessandrini, intorno alla metà del secondo secolo avanti Cristo, e decorava l'abside di un ambiente del complesso inferiore del santuario. Fu scoperto e distaccato agli inizi del Seicento, cioè in piena epoca Barberini, ed è quindi un pezzo che appartiene alla storia della famiglia quanto la cappella.

Nelle collezioni figurano anche preziosi bronzi, strigili, ciste decorate e specchi incisi, la celebre produzione prenestina in bronzo che tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo esportava in tutto il Mediterraneo, e un rilievo marmoreo di età augustea della serie Grimani. Il museo ha registrato 20.776 visitatori nel 2014 e 22.586 nel 2015: numeri che, per un sito di questa importanza, dicono quanto sia ancora un luogo defilato.

Orari e biglietti del museo

Il museo si trova in piazza della Cortina ed è aperto dal mercoledì al lunedì dalle 9 alle 19.30, con ultimo ingresso alle 18.30; il martedì è chiuso. Il biglietto è acquistabile alla biglietteria del museo oppure online sul circuito ministeriale, e lo stesso titolo dà accesso a tre luoghi: il museo, il Santuario della Fortuna Primigenia e il complesso degli edifici del foro di Praeneste. Il recapito telefonico è il numero 06 9538100. Sono informazioni che cambiano, come tutte le informazioni pratiche di questo Paese, e vi conviene verificarle il giorno prima della partenza.

Come organizzare la visita alla Cappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna

Ricapitolo in modo operativo, perché è la parte che serve davvero. Per entrare nella cappella dovete prenotare una visita guidata agli ambienti privati del palazzo, che si organizza contattando la proprietà. L'indirizzo è via Barberini 30, il riferimento di posta elettronica è quello del palazzo, e il sito della dimora, palazzobarberinipalestrina.it, riporta le modalità aggiornate e il calendario delle aperture. Le visite sono a pagamento e a gruppi; in alcune occasioni la proprietà propone anche formule teatralizzate, con figuranti che raccontano la vita di corte. Il principe Benedetto Barberini accoglie personalmente i gruppi in certe occasioni, il che rende l'esperienza piuttosto particolare.

Quanto tempo serve

Per la sola visita guidata agli ambienti privati, con giardino, ninfeo, appartamento, salone di Urbano VIII, terrazza e cappella, calcolate un'ora e mezza. Per il museo archeologico, se lo volete guardare sul serio e non attraversare, un'ora e mezza abbondante, di cui almeno venti minuti davanti al mosaico. Per il santuario, che si percorre in salita e all'aperto, un'ora. Se aggiungete la cattedrale e una passeggiata nel centro storico, siete a una giornata piena. Il mio suggerimento è di non comprimerla: Palestrina non è un luogo da mordi e fuggi, e il modo peggiore di visitarla è correre.

Accessibilità e avvertenze pratiche

Vi dico le cose come stanno. Il centro storico di Palestrina è in salita, con dislivelli seri, scalinate e pavimentazioni antiche. Il santuario si visita salendo rampe. Il palazzo ha scale. Chi ha difficoltà motorie deve informarsi prima, chiedendo espressamente quali parti del percorso siano percorribili: la parte museale ha soluzioni migliori della parte privata, che resta una casa storica con tutti i limiti del caso. Portate scarpe con suola che non scivoli, perché i basoli lucidi con l'umidità sono infidi, e mettete in conto che d'estate la salita al pomeriggio è un esercizio di resistenza.

Che cosa vedere a Palestrina oltre alla Cappella di Santa Rosalia

Una volta quassù sarebbe un peccato limitarsi al palazzo. Palestrina è l'antica Praeneste, una delle città più antiche del Lazio, ricordata dalle fonti come rivale di Roma nella fase arcaica e poi assorbita nel suo sistema. Ha un centro storico compatto, che si percorre a piedi in un paio d'ore, ed è pieno di cose che non stanno sulle guide.

La cattedrale di Sant'Agapito

La basilica cattedrale è dedicata a sant'Agapito, il giovane martire prenestino, e sorge sull'area del foro antico, riutilizzando strutture romane nelle murature. Conserva opere d'arte notevoli e una cripta con un reliquiario del nono secolo, oltre alla copia della Pietà di cui abbiamo parlato. Il campanile romanico è uno dei pochi elementi medievali sopravvissuti in buono stato ai bombardamenti. Il rapporto tra la cattedrale in basso e il palazzo in alto racconta perfettamente la struttura sociale della città: il clero e la comunità al livello del foro, il principe sopra a tutti, sull'ultima terrazza del santuario pagano.

Giovanni Pierluigi, il figlio più celebre della città

Da qui viene Giovanni Pierluigi da Palestrina, nato intorno al 1525 e morto a Roma nel 1594, il compositore che ha dato il nome a uno stile e che generazioni di studenti di conservatorio conoscono attraverso il contrappunto palestriniano. La leggenda vuole che con la sua Missa Papae Marcelli abbia convinto i padri del Concilio di Trento a non abolire la polifonia sacra, dimostrando che si potevano scrivere più voci senza rendere incomprensibile il testo. Gli storici della musica hanno ridimensionato l'aneddoto, ma il fatto che la città abbia dato il nome a un modo di comporre resta uno dei primati culturali più curiosi d'Italia. In città c'è la casa natale e c'è un museo a lui dedicato.

Il foro di Praeneste e i mosaici

Il complesso degli edifici del foro, incluso nello stesso biglietto del museo, comprende ambienti con pavimenti a mosaico di grande qualità e la cosiddetta aula absidata. È la parte del sito che i visitatori saltano più spesso perché è meno spettacolare del santuario superiore, e sbagliano: è lì che si vede il cuore civile della città antica, e i mosaici marini che vi sono conservati sono splendidi.

Quando andare alla Cappella di Santa Rosalia: stagioni, luce, calendario

Palestrina sta a quattrocentocinquanta metri sul livello del mare, su un versante esposto a ovest, e questo determina tutto: il clima, la luce, il momento migliore per salire. In estate il centro storico prende sole tutto il pomeriggio e le pietre restituiscono calore fino a sera; in inverno, con il vento da nord, sul piazzale del palazzo si gela. La stagione ideale, come per quasi tutto il Lazio interno, va da metà aprile a metà giugno e da metà settembre a fine ottobre.

La luce giusta per l'interno

Trattandosi di un ambiente chiuso, con poche aperture e illuminazione artificiale, l'ora del giorno conta meno che altrove per la cappella in sé. Conta però moltissimo per il percorso che la precede: il giardino, il ninfeo e soprattutto la terrazza. Una visita di metà mattina vi dà il panorama più nitido, perché il sole è ancora alle spalle rispetto alla direzione di Roma e l'aria non ha ancora accumulato foschia. Una visita di tardo pomeriggio, invece, vi regala il controluce sulla valle, con le creste dei Lepini che si stagliano e la campagna che vira all'arancione. Le due esperienze sono diverse e valgono entrambe: scegliete in base a che cosa volete portarvi a casa.

Il calendario delle occasioni

Le finestre più semplici per entrare restano gli appuntamenti nazionali. Le Giornate Europee del Patrimonio, che cadono in autunno, hanno ospitato più volte aperture serali dedicate al palazzo e alla sua collezione. Le giornate del Fondo Ambiente Italiano, in primavera e in autunno, hanno incluso Palestrina nei loro itinerari con percorsi che uniscono santuario, museo, appartamenti privati e chiesa di Santa Rosalia. Il Comune e le associazioni locali organizzano inoltre cicli di incontri e conferenze al museo durante l'inverno. Tenete d'occhio i canali ufficiali nei mesi precedenti al viaggio: è il modo più economico e più ricco per vedere quello che normalmente resta chiuso.

Con la pioggia funziona

Una nota che mi sembra utile. Palestrina è una destinazione che regge bene il maltempo, a differenza di molte gite fuori porta romane. Il museo è al coperto e si visita su tre piani, la cappella è al coperto, la cattedrale è al coperto. L'unica parte che soffre è il santuario all'aperto, che con la pioggia diventa scivoloso e va affrontato con prudenza. Se avete una prenotazione e il meteo peggiora, non disdite: ribaltate l'ordine della giornata e mettete l'interno prima.

Piccolo glossario per capire la Cappella di Santa Rosalia

Nelle visite guidate uso una manciata di parole tecniche e mi accorgo ogni volta che metà del gruppo annuisce senza capire. Le metto qui in chiaro, così quando le sentirete saprete di che si parla e la visita renderà il doppio.

Cappella palatina

È la chiesa privata annessa a un palazzo, riservata al signore, alla sua famiglia e alla sua corte. Il termine deriva dal palatium, e il modello storico è la cappella palatina degli imperatori. Non è una parrocchia, non ha cura d'anime, e il suo cappellano è stipendiato dal proprietario. Questa condizione giuridica spiega perché ancora oggi la porta si apra secondo le regole di una casa e non secondo quelle di un edificio di culto pubblico.

Paliotto

È il pannello che riveste la parte anteriore dell'altare. Nasce come drappo di stoffa, l'antependium, e nel Seicento diventa spesso un pannello fisso in marmi commessi, in scagliola o in metallo sbalzato. Quando sentite dire che un altare ha un paliotto intarsiato in marmi preziosi, come qui, vuol dire che quella superficie frontale è un vero e proprio mosaico di pietre dure tagliate e accostate.

Commesso e scagliola

Il commesso è la tecnica di tagliare lastre di pietra su sagoma e accostarle a formare un disegno, senza fughe visibili. La scagliola è la sua controfigura economica: un impasto di gesso selenitico colorato, inciso e riempito, capace di imitare il commesso marmoreo a una frazione del costo. Nelle chiese di provincia si trovano spesso insieme, e distinguerle a occhio è un piccolo esercizio da conoscitori: la scagliola ha superfici più opache e disegni più fluidi, il marmo ha venature che non si ripetono mai.

Cenotafio e sepolcro

Non sono la stessa cosa, e nella cappella di Santa Rosalia la distinzione conta. Il sepolcro contiene le spoglie; il cenotafio è un monumento commemorativo vuoto, eretto in un luogo diverso da quello della sepoltura. Alcune fonti definiscono cenotafi i monumenti realizzati da Cametti nel 1704, altre parlano di sepolcri; nel caso del cardinale Antonio sappiamo che le sue ossa furono effettivamente trasferite qui dalla chiesa di San Lorenzo. È il genere di ambiguità che accompagna quasi tutti i mausolei dinastici, dove le lapidi e i corpi non sempre viaggiano insieme.

Gli errori che vedo fare più spesso a Palestrina

Faccio questo mestiere da abbastanza tempo da avere una classifica, e ve la offro volentieri perché evitare questi cinque errori migliora la giornata più di qualunque consiglio raffinato.

Primo: presentarsi senza prenotazione

L'ho già detto e lo ripeto perché è il novanta per cento dei casi. La cappella e gli appartamenti privati non hanno ingresso libero. Chi arriva sperando nella fortuna vede il portone, fa una foto e riparte. Una mail scritta due settimane prima cambia completamente l'esito della gita.

Secondo: confondere i due palazzi Barberini

A Roma, in via delle Quattro Fontane, c'è il Palazzo Barberini che ospita la Galleria Nazionale d'Arte Antica, con la scala elicoidale di Borromini, quella rettilinea di Bernini e il soffitto del Trionfo della Divina Provvidenza affrescato da Pietro da Cortona. È un altro edificio, in un'altra città, con un altro biglietto. La confusione tra i due è talmente frequente che ormai la anticipo sempre. Sono entrambi Barberini, sono entrambi splendidi, e non c'entrano nulla l'uno con l'altro dal punto di vista pratico.

Terzo: saltare il santuario perché sembra solo pietre

Molti visitatori escono dal museo, guardano le terrazze in salita e decidono che hanno visto abbastanza. È l'errore peggiore, perché il museo si capisce solo dopo avere camminato sul complesso che lo contiene. Trenta minuti di salita cambiano completamente la percezione di quello che avete visto nelle sale.

Quarto: andare di martedì

Il museo archeologico è chiuso il martedì. Sembra banale, ma è la ragione più comune per cui una giornata a Palestrina va sprecata a metà. Se il vostro unico giorno libero è il martedì, organizzate la visita privata al palazzo e la cattedrale, e mettete in conto di non vedere il mosaico.

Quinto: non alzare la testa

Vale in tutte le chiese barocche e vale qui in modo particolare. Le persone entrano, guardano l'altare a livello degli occhi, fanno una foto e escono. Le cose migliori stanno in alto: i costoloni, le cornici, i putti negli angoli, le api nascoste nei fregi. Il barocco è un'arte progettata per essere guardata con il collo piegato all'indietro. Se uscite senza avere mal di collo, non l'avete vista.

Una curiosità su Cappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna

La curiosità che racconto sempre riguarda il paradosso della dedica. Questa cappella è intitolata a una santa che a Palestrina non era mai stata venerata prima, che apparteneva a un'altra isola, a un'altra lingua liturgica, a un'altra storia civica. Rosalia era la Santuzza di Palermo, la vergine eremita del Monte Pellegrino, e per i prenestini del 1656 doveva suonare esattamente come suonerebbe oggi a noi una devozione importata dall'estero. Eppure il principe la impose, e nel giro di una generazione il culto attecchì. È uno dei casi più limpidi di quello che gli storici della religiosità chiamano culto di importazione dinastica: il santo non arriva dal basso, arriva dall'alto, insieme allo stemma del signore.

Ma il dettaglio davvero gustoso è un altro. La santa che i Barberini portano a Palestrina è la stessa che un Barberini aveva promosso trent'anni prima da Roma. Urbano VIII, cioè Maffeo Barberini, l'aveva iscritta nel Martirologio Romano nel 1630, sancendone il culto universale. Quando nel 1656 il pronipote omonimo, anche lui Maffeo Barberini, decide a chi affidare la sua città minacciata dalla peste, sceglie la santa di famiglia. È un circolo chiuso perfetto: la famiglia canonizza, la famiglia invoca, la famiglia costruisce, la famiglia si fa seppellire nell'edificio che ne è risultato. In quattro mosse, una devozione universale diventa un affare privato.

C'è poi il capriccio del calendario a completare il quadro. La festa di Rosalia cade il 4 settembre, e il ritrovamento delle reliquie si celebra il 15 luglio, la data del 1624 sul Monte Pellegrino. In pieno luglio, cioè nel mese in cui a Palermo si celebra il Festino, la più grande festa popolare della Sicilia, con il carro trionfale che percorre il Cassaro e centinaia di migliaia di persone in strada. Quassù, alla stessa data, la stessa santa era invece onorata in una stanza di marmo chiusa a chiave, davanti a una decina di persone della famiglia principesca. Due modi opposti di venerare la stessa donna, alla stessa ora, a settecento chilometri di distanza.

Una cosa che non ti dice nessuno su Cappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna

Quello che nessuna guida vi dice è che la fama di questa cappella, per due secoli interi, non è dipesa dalla sua architettura, dai suoi marmi o dai suoi sepolcri. È dipesa da un pezzo di marmo che stava in un ambiente laterale e che non c'entrava niente con il progetto originario: la Pietà. Dal 1756, quando Leonardo Cecconi la segnalò nella sua Storia di Palestrina attribuendola a Michelangelo, fino al 1939, quando fu portata via, la ragione per cui un viaggiatore colto saliva fin quassù era vedere quel gruppo scultoreo. La cappella era il contenitore, la Pietà era il contenuto.

La conseguenza è che quando nel 1939 la scultura partì per Firenze, la Cappella di Santa Rosalia perse di colpo la sua ragione di fama e sprofondò in un'oscurità da cui non è ancora del tutto uscita. Provate a fare la prova: cercate quanti testi divulgativi le dedicano una scheda propria, e confrontateli con quelli dedicati alla Pietà. Il rapporto è imbarazzante. Un intero episodio del barocco romano fuori Roma, con la firma dell'architetto di casa Barberini e i marmi di uno degli scultori più raffinati del tardo Seicento, è stato per decenni un semplice indirizzo da citare nella provenienza di un'opera che sta altrove.

E c'è un secondo strato di ironia. L'attribuzione a Michelangelo, che aveva reso celebre la cappella, oggi è considerata insostenibile dalla critica: nessun documento del tempo di Michelangelo nomina l'opera, nessuno dei suoi biografi la cita, e per un artista documentato come lui questo silenzio è decisivo. Quindi la cappella è stata famosa per due secoli grazie a un'attribuzione sbagliata, ha perso l'oggetto di quella fama, e ha continuato a essere ignorata anche dopo che l'attribuzione è caduta. Il barocco vero, quello che è rimasto attaccato alle pareti, non ha mai avuto il suo momento. Quando entrate, tenetelo a mente: state guardando la parte di questo luogo che nessuno è mai venuto a vedere.

Il consiglio che ti do per visitare Cappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna

Il consiglio è uno solo e ve lo do senza giri: scrivete prima, e scrivete bene. Mandate una mail alla proprietà con almeno due settimane di anticipo, indicate quante persone siete, che date avete a disposizione, e soprattutto dite esplicitamente che vi interessa la cappella di Santa Rosalia. Questo terzo elemento è quello che fa la differenza, perché i percorsi di visita possono variare e la cappella non è automaticamente inclusa in tutte le formule. Chiedere in modo specifico aumenta enormemente la probabilità che il vostro giro la comprenda, e non costa nulla.

Il secondo pezzo del consiglio riguarda l'ordine della giornata, e qui ho una convinzione netta maturata sul campo. Fate prima il santuario, poi il museo, e tenete la cappella per ultima. Salite le rampe romane con le gambe, guardate il paesaggio da ogni terrazza, entrate nel museo e passate almeno venti minuti davanti al mosaico del Nilo. Solo a quel punto entrate nella cappella barocca. Se seguite questa sequenza, l'ultimo ambiente arriva come una conclusione logica di duemila anni di storia costruiti uno sopra l'altro, e non come una stanza decorata isolata dal contesto. Se fate il contrario, la cappella vi sembrerà bella e basta, e vi sarete persi il senso.

Terza cosa, pratica ma decisiva: portatevi una piccola torcia, o almeno tenete il telefono carico. La cappella è un ambiente chiuso con illuminazione contenuta, i marmi scuri assorbono luce e i dettagli migliori, le zampe leonine, le venature del giallo antico, gli angeli negli angoli alti, stanno in zone d'ombra. Chiedete alla guida se potete illuminarli, che nella grande maggioranza dei casi è consentito, e guardateli davvero. La differenza tra vedere e guardare, in un interno barocco, sono trecento lumen.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: il santuario che regge il palazzo, e quindi la cappella, non lo abbiamo scoperto scavando. Ce lo hanno restituito le bombe. I resti del complesso della Fortuna Primigenia erano stati nel tempo inglobati dall'abitato medievale, con case costruite dentro e sopra le rampe romane, e furono rimessi in luce in seguito al bombardamento del centro cittadino nel 1944. Lo sanno tutti a Palestrina, lo si legge in qualunque scheda seria, eppure quasi nessuna visita si sofferma su questo passaggio, che è invece il più importante per capire perché il sito abbia l'aspetto che ha.

Le conseguenze sono ovunque, se si sa dove guardare. Il tessuto urbano ha buchi e ricuciture, con edifici del dopoguerra accanto a murature antiche. Il paesaggio della tenuta ha perso i viali di cipressi a raggiera che disegnavano l'intorno del Triangolo Barberini, cancellati proprio dai bombardamenti del 1944. Il palazzo stesso, danneggiato, fu poi ceduto in parte allo Stato che lo acquisì nel 1956 per farne il museo archeologico: senza la guerra, con ogni probabilità, l'intero edificio sarebbe ancora privato e nessuno di noi ci metterebbe piede.

Mi interessa dirlo perché è un promemoria sull'ambiguità del patrimonio. Noi visitiamo un santuario ellenistico spettacolare che esiste come monumento visibile grazie a una distruzione che ha ucciso persone e cancellato secoli di città viva. Non è una storia da raccontare con entusiasmo archeologico e basta. È una storia che va tenuta intera, con il guadagno e la perdita nella stessa frase. Quando salite le rampe e vi si apre la valle davanti, sappiate che state camminando su una ferita che qualcuno, quassù, ricorda ancora per nome.

La foto giusta da fare a Cappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna

La foto giusta non è quella dell'altare. Lo dico subito perché è quella che fanno tutti e non funziona quasi mai: l'altare è in fondo, la luce gli arriva addosso in modo controllato e la fotocamera del telefono, che cerca di compensare, restituisce un rettangolo bruciato al centro e un buio inutile intorno. La foto giusta è il monumento funebre in obliquo. Mettetevi a due o tre metri dalla parete, in diagonale rispetto al sepolcro, all'altezza del petto, e inquadrate in verticale prendendo dentro la piramide di giallo antico, il medaglione grigio con il busto e l'angelo che scrive o che suona. In quell'unica immagine ci sono tutte e tre le idee della cappella: la geometria, il ritratto e il movimento.

Il motivo tecnico è semplice. Frontalmente, quei monumenti appiattiscono: la piramide diventa un triangolo disegnato, il medaglione un cerchio, e il rilievo sparisce. Girando di trenta o quaranta gradi, invece, le zampe leonine emergono dal piano, l'angelo si stacca, il busto acquista volume e le venature del marmo prendono luce di striscio. È lo stesso principio per cui i fotografi di scultura non stanno mai davanti al soggetto. Se potete, appoggiate il gomito o il telefono a qualcosa di fermo, perché in ambienti così bui il tempo di esposizione si allunga e il mosso è il vostro vero nemico, molto più della grana.

Poi c'è la seconda foto, quella che invece nessuno pensa a fare e che, per la mia esperienza, è quella che poi la gente incornicia davvero: l'affaccio dalla terrazza della chiesa. Dal giardino d'inverno ci si affaccia sulla terrazza di Santa Rosalia e si apre la vista su tutto il panorama circostante, con la valle sotto e i monti in fondo. Inquadratela in orizzontale mettendo in primo piano un pezzo di parapetto o di muratura, per dare profondità, e aspettate che una nuvola crei una macchia d'ombra sulla campagna: quella macchia è quello che separa una cartolina piatta da un'immagine che racconta un luogo. E se ci arrivate nell'ultima ora di luce, non pensateci due volte.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è il passaggio di proprietà del 1630, ed è quello che rende possibile tutto il resto. Papa Urbano VIII acquistò il feudo di Palestrina per donarlo al fratello Carlo Barberini, togliendolo ai Colonna che lo tenevano da secoli. In un colpo solo la città cambiò padrone, il palazzo cambiò nome, e una famiglia di origine fiorentina arrivata a Roma da poche generazioni si trovò con un principato. Da quel momento e per oltre un secolo i principi e i cardinali Barberini avrebbero investito qui in modo sistematico, trasformando un feudo di provincia in una vetrina dinastica.

Il secondo è la fuga del 1645. Il 27 settembre di quell'anno Taddeo Barberini, primo principe di Palestrina, e il fratello cardinale Antonio lasciarono Roma per Parigi, inseguiti dalle inchieste di Innocenzo X sulla gestione del denaro pubblico e sul disastro della guerra di Castro. I beni della famiglia furono sequestrati. Taddeo morì in esilio a Parigi nel 1647, prima che gli accordi per la restituzione fossero conclusi nonostante l'intervento di Mazzarino. Antonio si riconciliò con il papa e rientrò a Roma il 12 luglio 1653. È la crisi più grave della storia dei Barberini, e la cappella che oggi visitiamo è, in senso stretto, un monumento del dopo.

Il terzo avvenimento è la peste del 1656 e il voto che ne seguì. L'epidemia risalì da Napoli, entrò a Roma e si diffuse nel Lazio; Alessandro VII indisse un giubileo straordinario il 21 luglio di quell'anno. Palestrina ne uscì meglio del previsto, e Maffeo Barberini fece erigere questa chiesa come offerta di ringraziamento a Santa Rosalia. Il cantiere corse tra il 1656 e il 1660, la consacrazione avvenne nel 1660, e le finiture proseguirono ancora a lungo, tanto che alcune fonti indicano il 1677 come anno di effettivo compimento, quando l'architetto Francesco Contini era già morto da otto anni.

Il quarto è il 1704, l'anno in cui Bernardino Cametti collocò i due grandi monumenti funebri sulle pareti laterali, trasformando definitivamente la chiesa votiva in mausoleo di famiglia. Il quinto è il 1939, quando la Pietà lasciò questi ambienti per la Galleria dell'Accademia di Firenze, dopo la vendita dell'anno precedente. Il sesto è il 1944, con i bombardamenti che devastarono il centro storico e rimisero in luce il santuario antico. Il settimo è il 1956, con l'acquisizione statale della parte pubblica del palazzo e l'apertura del Museo archeologico nazionale Prenestino, rinnovato poi nel 1998 e reso autonomo nel 2024. Sette date, e dentro ci sta tutta la storia moderna di questo indirizzo.

Chi è passato da Cappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna

Partiamo da chi ci è passato per restare. Il cardinale Antonio Barberini, morto a Nemi il 3 agosto 1671, fu sepolto dapprima nella chiesa di San Lorenzo presso Palestrina e in seguito traslato nella chiesa di famiglia dedicata a Santa Rosalia. È l'uomo che era stato creato cardinale a vent'anni dallo zio papa, che era fuggito in Francia, che era diventato arcivescovo di Reims nel 1657 e vescovo suburbicario di Frascati e poi di Palestrina, e che dopo il rientro romano del 1653 aveva cambiato vita. Accanto a lui, nel monumento gemello, il fratello Taddeo, primo principe di Palestrina, prefetto di Roma dal 1631, morto esule a Parigi nel 1647. In tutto l'interno ospita quattro grandi monumenti funebri dei Barberini: è la casa dei morti di una dinastia.

Poi ci sono quelli che ci sono passati per lavorare. Francesco Contini, romano, 1599-1669, architetto di casa Barberini, autore del progetto della cappella, del ninfeo del palazzo e del Triangolo, e per inciso anche del grande rilievo di Villa Adriana a Tivoli. Suo figlio Giovan Battista, che collaborò ai cantieri e li portò avanti. Bernardino Cametti, scultore, formatosi quindici anni nella bottega di Lorenzo Ottoni e con studio all'Accademia di Francia a Roma, autore del ciclo scultoreo e dei sepolcri del 1704, poi accademico di San Luca e scultore regio a Torino. Carlo Maratta, il maggiore pittore della Roma di fine Seicento, che dipinse per questo altare la pala di Santa Rosalia oggi perduta. E Francesco Reali, autore della tela che di quel dipinto conserva la memoria.

Ci sono i committenti, che sono passati di qui come padroni di casa: Maffeo Barberini, secondo principe di Palestrina, nato nel 1631 e morto nel 1685, gonfaloniere di Santa Romana Chiesa, cavaliere del Toson d'Oro dal 1673, marito di Olimpia Giustiniani sposata nel 1653, committente della chiesa, del ninfeo e del Triangolo. E la stessa Olimpia, pronipote di Innocenzo X, il cui matrimonio fu costruito a tavolino per riconciliare i Barberini con i Pamphilj dopo l'esilio, e per la quale il marito fece costruire un edificio a pianta triangolare in omaggio allo stemma di casa. Sopra tutti aleggia la figura di Urbano VIII, il papa che comprò il feudo, che iscrisse Rosalia nel Martirologio Romano e che secondo la tradizione riceveva gli ospiti nel salone affrescato che ancora porta il suo nome.

Infine ci sono quelli che ci passano oggi, e che sono meno pochi di quanto si creda. I gruppi accolti dal principe Benedetto Barberini nelle visite agli ambienti privati. I partecipanti alle Giornate Europee del Patrimonio e alle escursioni del Fondo Ambiente Italiano, che hanno inserito la chiesa nei loro percorsi definendola un piccolo gioiello barocco. Gli studiosi che negli ultimi anni hanno rimesso mano agli archivi di famiglia, restituendo alla storiografia il ruolo dei Barberini nella costruzione della Palestrina moderna. E, con un po' di fortuna e una mail scritta per tempo, voi.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoCappella di Santa Rosalia - Palazzo Barberini Colonna - Via Barberini, 30, 00036 Palestrina RM
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