Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Piazza della Cortina, 00036 Palestrina, provincia di Roma: il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina occupa Palazzo Colonna Barberini, in cima al paese, e il palazzo poggia sulle terrazze più alte del santuario della Fortuna Primigenia. Il museo apre tutti i giorni dalle 9.00 alle 20.00 e chiude soltanto il 1 gennaio e il 25 dicembre; le biglietterie chiudono un'ora prima. L'area archeologica del santuario segue invece l'orario solare e cambia mese per mese: 9.00-16.00 a gennaio e febbraio, 9.00-17.00 a marzo, 9.00-18.00 ad aprile, 9.00-18.30 a maggio, 9.00-19.00 da giugno ad agosto, 9.00-17.30 a settembre, 9.00-17.00 a ottobre, 9.00-16.00 a novembre e dicembre. Il biglietto che comprende museo e santuario costa 7 euro, con tariffa agevolata di 2 euro per chi ha fra i 18 e i 25 anni; il complesso degli edifici del foro, che si trova in basso nel paese, ha un biglietto separato di 4 euro ed è chiuso la seconda e la quarta domenica del mese; esiste un cumulativo di Palestrina da 10 euro valido due giorni e un circuito Palestrina-Nemi da 12 euro valido trenta giorni. I biglietti si fanno in cassa oppure con l'app Musei Italiani. Il centralino risponde allo 06 9538100. Da Roma si arriva con gli autobus Cotral dal capolinea di Anagnina, sulla metropolitana A, oppure in treno fino a Zagarolo sulla linea da Termini e poi con l'autobus che sale in paese; in automobile sono trentasette chilometri di via Prenestina, o l'autostrada A1 con uscita San Cesareo o Valmontone. Chi arriva in macchina trova parcheggi liberi ai piazzali Kennedy, della Pace, Belvedere e Fanfani, e parcheggi a pagamento nelle piazze del centro.
Il complesso oggi dipende da un istituto autonomo del Ministero della cultura nato nel 2024, Musei e Parchi archeologici di Praeneste e Gabii, che tiene insieme il museo di Palestrina, l'area del santuario, il foro dell'antica Praeneste e il sito archeologico di Gabii. Chi programma la giornata può incrociare questa lettura con la pagina delle attrazioni turistiche e con quella dedicata al Santuario della Fortuna Primigenia, che racconta per esteso l'architettura sepolta sotto il palazzo.

Che cosa è davvero il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina non è un museo di provincia con quattro vetrine di cocci. È il museo di una città che, fra il IV e il I secolo avanti Cristo, nel Lazio contava quanto Roma e in certi decenni più di Roma: Praeneste esportava bronzi in tutto il Mediterraneo, ospitava l'oracolo più consultato d'Italia e si permise di costruire, su un fianco di monte, la macchina architettonica più ambiziosa dell'Occidente antico prima dei Fori imperiali. Il museo raccoglie quello che di quella città è rimasto sul posto, e lo espone dentro il palazzo che i Colonna prima e i Barberini poi hanno costruito appropriandosi delle terrazze del tempio.
Fu inaugurato nel 1956 e riordinato nel 1998, e nel 2026 compie dunque settant'anni. Le collezioni sono distribuite su più livelli, ordinate per grandi temi invece che per stretta cronologia: il culto della Fortuna, la scultura ellenistica e i ritratti repubblicani, l'età imperiale, le epigrafi, le necropoli, i santuari minori del territorio, e in cima, da sola, la sala del mosaico del Nilo. La visita è corta in metri e lunga in densità: un'ora e mezza è il minimo sindacale, due ore e mezza la misura giusta se si legge qualche didascalia, mezza giornata se si aggiunge l'area archeologica davanti al palazzo.
Dico subito quello che penso, perché è la ragione per cui ci torno con i gruppi da vent'anni: è il museo con il miglior rapporto fra qualità di ciò che si vede e numero di persone che ci si trovano davanti. Nel 2015 il museo ha registrato poco più di ventiduemila visitatori in un anno intero, cioè quanti ne passano davanti alla Fontana di Trevi in una mattinata di aprile. Davanti al mosaico del Nilo, che è uno dei tre o quattro mosaici ellenistici più importanti sopravvissuti dal mondo antico, molti giorni si è in cinque persone. Chi ha pazienza per un'ora di autobus si compra una cosa che a Roma non si compra più con nessun biglietto: il tempo di guardare.

Praeneste prima del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Le origini di Praeneste e il mito di Ceculo
La città antica si chiamava Praeneste e occupava il fianco del monte Ginestro, a seicentosessanta metri di quota, in posizione di controllo sulla valle del Sacco: da lassù si sorveglia la strada naturale verso la Campania, e si capisce con gli occhi perché Roma abbia impiegato secoli a mettere le mani su questo posto. Le tombe principesche scavate nell'Ottocento datano l'insediamento almeno all'VIII secolo avanti Cristo, in una fase in cui Praeneste era ricchissima e commerciava con l'Etruria, con il mondo fenicio, con l'Egitto.
Sulla fondazione gli antichi raccontavano tre versioni diverse, e tenerle tutte è più onesto che sceglierne una. Una attribuiva la città a Telegono, figlio di Ulisse e di Circe; una a un eroe eponimo di nome Prenesto; la terza, la più bella, a Ceculo, figlio del dio Vulcano, trovato neonato accanto a un focolare e cresciuto fra i pastori. Sono leggende, e come leggende vanno prese: raccontano non da dove venisse Praeneste, ma quale idea di sé avesse Praeneste. Una città che si dichiara figlia del fuoco e nipote di Ulisse non si considera il sobborgo di nessuno.
La guerra con Roma, Silla e l'anno 82 avanti Cristo
Praeneste combatte Roma dentro la lega latina, poi le si allea, poi la tradisce di nuovo affiancandosi ai Galli, poi ottiene la cittadinanza nel 90 avanti Cristo con la guerra sociale. Il conto arriva nell'82 avanti Cristo. La città prende le parti di Gaio Mario il Giovane contro Silla, viene assediata, e alla resa Silla fa massacrare la popolazione maschile e vi deduce una colonia militare. È l'ultimo avamposto d'Italia a essere normalizzato: dopo, il Lazio non ha più una città capace di dire di no a Roma.
Questo dettaglio storico serve a leggere il santuario. Il complesso monumentale che regge il museo si data alla fine del II secolo avanti Cristo, quindi prima della catastrofe sillana, e fu pagato con ogni probabilità dai gruppi di mercanti prenestini arricchiti nei traffici con l'Oriente: gente devota all'espansione romana e tuttavia esclusa dalla politica romana, che investe in architettura quello che non può investire in carriere. Un santuario così non nasce da un capriccio religioso. Nasce da una borghesia che vuole scrivere in pietra quanto vale.
Il santuario della Fortuna Primigenia sotto il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Prima di salire nelle sale conviene capire dove si mettono i piedi, perché il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina è letteralmente il coperchio di un tempio. Il santuario della Fortuna Primigenia è il massimo complesso di architettura tardo repubblicana dell'Italia antica: sei terrazze artificiali sovrapposte, collegate da rampe e scalinate, che trasformano un fianco di montagna in una macchina scenografica di quasi duecento metri di fronte. L'idea viene dall'Oriente ellenistico, dai santuari a terrazze dell'Egeo, ma la realizzazione è romana nel materiale: calcestruzzo rivestito di opus incertum finissimo, volte, archi, e una gestione dei pieni e dei vuoti che nessun'altra architettura antica italiana ha saputo ripetere.
Le terrazze una per una
Le prime due terrazze si aprivano verso il foro della città e si raggiungevano con scalinate laterali, dentro muraglioni in opera poligonale; sulla seconda si allineavano cinque vasche lustrali, ninfei emisferici con colonne di reimpiego. La terza terrazza è quella delle due grandi rampe porticate coperte, che salgono in diagonale e si incontrano al centro: capitelli dorici, archi ciechi sovrapposti, e un effetto di ascesa obbligata che il visitatore antico subiva senza scelta.
La quarta è la terrazza degli emicicli, la più famosa: un portico ionico di fondo, due esedre semicircolari coperte da volte anulari a cassettoni, e in mezzo il pozzo sacro dove secondo la tradizione fu trovata la statua della Fortuna che allatta Giove e Giunone bambini. La quinta si chiama terrazza dei fornici, con semicolonne corinzie che inquadrano alternativamente nicchie e false porte. La sesta e ultima è la piazza della cortina, il piazzale a U chiuso da un doppio portico corinzio, con al fondo una cavea teatrale coronata da un portico semicircolare, e sotto le fondazioni di un tempietto circolare. Su quella piazza, e su quella cavea, i Colonna e poi i Barberini hanno costruito il palazzo che oggi ospita il museo: il piazzale davanti all'ingresso è l'antico piazzale del santuario, non una piazza medievale.
L'oracolo delle sortes, il mestiere vero di Praeneste
La Fortuna Primigenia non era una divinità generica della buona sorte: era la dea prima nata, madre e insieme figlia di Giove secondo una teologia contorta che gli antichi stessi faticavano a spiegare, e il suo santuario funzionava come oracolo. Il responso si otteneva con le sortes, tavolette di legno di quercia incise con brevi frasi, conservate dentro un'arca di olivo. Il fedele non ci metteva le mani: la tavoletta veniva estratta da un bambino, che nel rito rappresentava Giove fanciullo. In età imperiale il custode dell'arca divenne Iuppiter Arcanus, il Giove dell'arca.
Il meccanismo spiega il successo economico della città. Un oracolo che risponde a chiunque, con un rito breve e comprensibile, drena pellegrini e denaro da tutta l'Italia centrale per secoli. La testa della statua di culto della dea, recuperata nel pozzo della terrazza degli emicicli, è oggi al primo piano del museo: uno dei pochi casi in cui si può guardare in faccia il motore economico di una città antica.
Il santuario inferiore, il foro e l'aula absidata
La parte bassa del complesso, giù nel paese, è quella che oggi si visita con il biglietto separato da 4 euro: il complesso degli edifici del foro di Praeneste, con la basilica, l'aula absidata e il cosiddetto antro delle sorti. È lì, e non lassù nel palazzo, che fra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento fu trovato il mosaico del Nilo, dentro un ambiente absidato che nel frattempo era diventato la cantina del palazzo vescovile. Chi vuole capire davvero il rapporto fra città bassa e santuario alto deve fare tutte e due le visite, e conviene farlo nello stesso giorno usando il cumulativo da 10 euro, che vale due giorni ed è la formula più sensata per chi arriva da Roma.

Palazzo Colonna Barberini, la casa del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Il palazzo che ospita il museo è la coda lunga di un'occupazione. Nel Medioevo la famiglia Colonna si impadronisce della città e ne fa la propria roccaforte; sulla sesta terrazza del santuario, cioè sulla cavea e sul portico corinzio, sorge il palazzo baronale. Nel 1298 papa Bonifacio VIII rade al suolo Palestrina per piegare i Colonna; nel 1436 tocca al cardinale Giovanni Maria Vitelleschi ripetere l'operazione. La città si rialza ogni volta, e nel 1571 diventa principato.
Nel Seicento arrivano i Barberini, la famiglia di papa Urbano VIII, e nel 1640 Taddeo Barberini fa ricostruire il palazzo nella forma che si vede oggi, con il grande emiciclo alle spalle che ricalca, senza dirlo, la curva del portico antico. È una delle poche architetture italiane in cui il riuso non nasconde l'originale ma lo confessa: la pianta del palazzo è la pianta del tempio. Dal 1956 i piani superiori appartengono al museo, e la scelta di collocare qui la raccolta archeologica ha una logica che va oltre la comodità, perché mette gli oggetti a poche decine di metri dal punto in cui furono trovati.
Un'opinione, e la difendo: il palazzo è molto più bello visto da sotto, salendo a piedi le rampe del santuario, che dal piazzale. Chi arriva in automobile fino in cima si perde esattamente l'effetto per cui il complesso fu progettato, cioè la salita. Se le gambe reggono, si lasci la macchina in basso.
La visita del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina piano per piano
L'allestimento del 1998 ha una logica tematica: si sale, e a ogni piano cambia la domanda a cui gli oggetti rispondono. Chi entra con l'idea di attraversare in venti minuti sbaglia il conto, perché le sale sono sedici e nessuna è di riempimento. Do qui la sequenza come la percorro io con i gruppi, con l'avvertenza che l'ordine delle vetrine può cambiare per lavori o per mostre temporanee.
Il criptoportico e il piano terra del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Si comincia dal basso, in un ambiente che da solo giustificherebbe il biglietto: il criptoportico, cioè la galleria coperta che nell'antichità girava intorno alla terrazza più alta del santuario e che il palazzo seicentesco ha inglobato senza demolirla. Camminare lì dentro significa camminare dentro il tempio con il palazzo sopra la testa. Vi sono esposti frammenti architettonici, iscrizioni e sculture raccolti in vari punti della città: capitelli, cornici, blocchi che raccontano il vocabolario formale dell'architettura prenestina. È anche il posto dove capire il salto di scala fra quello che si vede in fotografia e quello che si vede dal vero.
Il primo piano e il culto della Fortuna
L'ala sinistra del primo piano, sale prima e seconda, è dedicata al culto della dea. Qui si incontra la testa della statua di culto rinvenuta nel pozzo sacro della terrazza degli emicicli, e soprattutto la statua colossale di Iside-Fortuna, originale ellenistico proveniente dall'iseo presso la basilica del foro cittadino, datata al II secolo avanti Cristo: la veste è in marmo grigio dell'isola di Rodi, e quel grigio, che sembra un capriccio decorativo, è una dichiarazione di appartenenza culturale al Mediterraneo orientale. La sovrapposizione fra Iside e Fortuna non è un pasticcio tardo: è il segno che a Praeneste, in pieno II secolo avanti Cristo, l'Egitto era già di casa. Chi ha in programma anche il Museo delle Civiltà all'EUR troverà lì il seguito naturale del discorso sui culti egizi in Italia.

Le sculture ellenistiche e i ritratti repubblicani
Le sale successive raccolgono copie romane di capolavori greci, statue onorarie e ritratti di età repubblicana. Sono le sale che il visitatore frettoloso attraversa più in fretta, ed è un errore: il ritratto repubblicano è una delle invenzioni artistiche più radicali dell'antichità, un genere che rinuncia deliberatamente alla bellezza per ottenere autorevolezza, e a Palestrina se ne vedono esempi in cui rughe, calvizie e mascelle sono trattate come titoli di merito. Guardate le teste una accanto all'altra e provate a immaginarle dipinte, perché lo erano.
I Fasti Prenestini e le meridiane romane
Nella quarta sala si conserva la copia dei Fasti Prenestini, il calendario romano inciso su lastre di marmo che l'erudito Marco Verrio Flacco fece collocare nel foro della città in età augustea: un documento capitale per conoscere le feste romane giorno per giorno, con i commenti dello stesso Verrio. Accanto, gli orologi solari romani. Sono oggetti che i gruppi guardano tre secondi e che invece meritano tre minuti, perché misurano una giornata che non era divisa come la nostra: l'ora romana era la dodicesima parte dell'arco di luce, quindi d'estate durava di più e d'inverno di meno. Chi capisce questo capisce perché gli antichi non arrivassero mai in ritardo.
Le sale dell'età imperiale e il rilievo con il trionfo
Nell'ala destra del primo piano si passa all'età imperiale: sculture, ritratti, altari. Fra i pezzi più discussi c'è un rilievo con un trionfo attribuito a Traiano, in cui le proporzioni delle figure non seguono la prospettiva ma la gerarchia: chi conta è più grande. È la porta d'ingresso di una vicenda lunghissima, quella che porterà all'arte tardoantica e poi medievale, e vederla cominciare qui, in un rilievo provinciale, vale più di un capitolo di manuale. Si conservano inoltre altari dedicati al divo Augusto, alla Pace e alla Sicurezza, che sono documenti politici travestiti da devozione.
Il rilievo Grimani del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Tra le opere di età augustea il museo conserva una delle celebri lastre curvilinee note come rilievi Grimani, con una scrofa che allatta i piccoli in un paesaggio di rocce e alberi. Le altre lastre della serie sono a Vienna e a Budapest. Il tema, gli animali che allattano i cuccioli, è il vocabolario visivo del programma augusteo: pace, fertilità, ritorno all'ordine. Si è ipotizzato che alla lavorazione abbiano messo mano gli stessi scultori dell'Ara Pacis, e l'ipotesi è ragionevole per qualità del taglio del marmo, ma resta un'ipotesi e va detto: nessun documento antico lo attesta. Chi vuole fare il confronto guardi la lastra qui e poi il fregio vegetale dell'Ara Pacis a Roma, con il rilievo prenestino ancora negli occhi.
Le epigrafi del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Due sale raccolgono iscrizioni pubbliche, funerarie e religiose. È la sezione che i visitatori saltano con più disinvoltura e quella che, letta con un minimo di guida, restituisce le persone: il magistrato che paga il selciato, la liberta che si fa la tomba con il proprio nome inciso per prima, il collegio di artigiani che dedica alla dea. Praeneste parlava latino con inflessioni proprie e ha lasciato alcune delle iscrizioni latine arcaiche più preziose che esistano. Non serve conoscere la lingua: bastano le didascalie e un po' di lentezza.

Il secondo piano: le necropoli, le ciste e gli specchi
Al secondo piano si entra nelle tombe. Le sale dalla nona all'undicesima espongono corredi funerari dal V al III secolo avanti Cristo, i cippi a forma di pigna o di busto che segnavano le sepolture, un coperchio di sarcofago del IV secolo. Il pezzo forte della sezione, però, è la produzione che ha reso Praeneste famosa nel mondo antico: le ciste in bronzo e gli specchi incisi. Le ciste erano contenitori cilindrici per il corredo da toeletta, con coperchio e piedini figurati, e le pareti venivano incise a bulino con scene mitologiche. Praeneste nel IV secolo avanti Cristo era uno dei principali centri di produzione del Mediterraneo.
Su quelle superfici si leggono versioni rare di miti greci e italici, alcune delle quali non si trovano in nessun testo letterario conservato: sono documenti figurativi di storie perdute. Gli specchi bronzei funzionano allo stesso modo, con il retro inciso e il fronte lucidato a specchio. Guardateli in controluce e cercate le iscrizioni: molti riportano i nomi dei personaggi in latino arcaico, ed è il modo più diretto per rendersi conto che questa non era una cultura periferica.

L'anello di Carvilio
Nella sala centrale del secondo piano, insieme ai pavimenti di età repubblicana, il museo espone in vetrina permanente uno degli oggetti che da soli valgono il viaggio: l'anello di Carvilio. Viene dalla tomba detta delle ghirlande, scavata a Grottaferrata fra il 1999 e il 2000, dove furono trovati due corpi non cremati ma trattati secondo usanze funerarie di ascendenza egizia. L'anello apparteneva a Ebuzia Quarta, madre di Tito Carvilio Gemello, morto a diciotto anni e tre mesi; la madre gli sopravvisse e morì fra i quaranta e i quarantacinque. Il gioiello ha una verga cava in lamina appiattita e un castone ovale con un grande cristallo di rocca trasparente, e sotto il cristallo, ingrandito dalla lente naturale del quarzo, il ritratto in oro cesellato del figlio.
Fu presentato al pubblico proprio a Palestrina, il 6 dicembre 2014. Lo dico senza giri: è l'oggetto più commovente di tutto il museo, e nessuna fotografia rende il modo in cui il volto del ragazzo galleggia sotto il cristallo quando ci si sposta di venti centimetri. Se avete poco tempo, tenetevi cinque minuti solo per questa vetrina.
I doni votivi e le terrecotte architettoniche
L'ala sinistra del secondo piano raccoglie i materiali dai santuari minori del territorio prenestino, fra cui i doni votivi dal santuario di Ercole, e i frammenti fittili di età arcaica: antefisse, lastre di rivestimento, elementi decorativi dei tetti dei templi. Le terrecotte votive sono un capitolo di storia sociale prima che di storia dell'arte, perché documentano che cosa chiedeva la gente comune agli dèi, dagli occhi alle mani ai piedi ai neonati in fasce. Chi ama questo tipo di materiale trovi il tempo anche per il Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, che racconta lo stesso mondo con un'altra scala.
Il terzo piano del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina e il plastico del santuario
Al terzo piano una sala sola, la sedicesima, contiene il mosaico del Nilo e il grande plastico ricostruttivo del santuario della Fortuna Primigenia. Il consiglio è di guardare prima il plastico e poi il mosaico, mai il contrario: il plastico rimette in piedi le sei terrazze, restituisce l'altezza dei portici e la profondità delle rampe, e permette finalmente di capire che cosa si è attraversato salendo. Molti visitatori arrivano davanti al modello e dicono la stessa frase, che il santuario sembra una città. Non sembra: lo era, con la differenza che al posto degli abitanti c'erano i pellegrini.

Il mosaico del Nilo del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Quattro metri e trentuno per cinque metri e ottantacinque: il mosaico del Nilo è una superficie di oltre venticinque metri quadrati di tessere minutissime, datata al II o I secolo avanti Cristo, realizzata sul posto con ogni probabilità da maestranze alessandrine. Rappresenta l'Egitto durante la piena del Nilo, visto dall'alto e insieme di fronte, con una convenzione grafica che tiene insieme la carta geografica e il quadro: in basso il delta con le città, i templi, le barche, i banchetti sotto i pergolati, i soldati; salendo verso l'alto la valle, i villaggi, gli animali del fiume, ippopotami e coccodrilli, e in cima i monti dell'Etiopia con la fauna esotica e i cacciatori.
Il distacco seicentesco e i restauri
La storia moderna del mosaico è una vicenda di rimozioni. Trovato nell'aula absidata del foro, allora usata come cantina del palazzo vescovile, fu riconosciuto per quello che era nel 1625 dal cardinale Andrea Baroni Peretti Montalto, che lo fece staccare dal pavimento, tagliare in pezzi quadrangolari e portare a Roma. Nel 1635 passò al cardinale Francesco Barberini per il tramite del cardinale Lorenzo Magalotti. Nel 1640 il primo restauro fu affidato a Battista Calandra; nel 1853 Giovanni Azzurri lo divise in ventisette lastre per un secondo intervento; fra il 1952 e il 1954 fu restaurato dalla società Ponti-De Laurentis, con un'operazione finanziata grazie a un documentario diretto da Gian Luigi Rondi. Dal 1956 è qui, nella sala che lo aspettava.
Ogni passaggio ha lasciato cicatrici, e il mosaico che si guarda oggi porta i segni dei tagli e delle integrazioni. Va detto con chiarezza, perché il visitatore ha diritto di sapere che alcune zone sono ricomposte: le linee di frattura si vedono e non sono un difetto di conservazione, sono la storia dell'oggetto. Un frammento con una scena di banchetto finì in Germania e non tornò mai indietro.
Come si legge il mosaico del Nilo
Il modo giusto di guardarlo è cominciare dal basso, dal delta, e risalire lentamente il fiume con gli occhi, esattamente come farebbe un viaggiatore antico che partisse da Alessandria. In basso l'Egitto tolemaico e romanizzato, con l'architettura riconoscibile, i portici, i templi con i nilometri, le imbarcazioni cariche; salendo, l'Egitto diventa più selvatico, i villaggi si rarefanno, compaiono i cacciatori e gli animali fantastici, e la geografia si trasforma in etnografia da libro di meraviglie. È un racconto di viaggio che va dalla civiltà al mito in cinque metri e ottanta.
Le interpretazioni, dal Settecento a oggi
Sul significato del mosaico gli eruditi si sono divisi per tre secoli, e l'elenco delle ipotesi è quasi comico nella sua ampiezza. Melchior de Polignac vi lesse il viaggio di Alessandro Magno al tempio di Giove Ammone; Giuseppe Rocco Volpi lo contestò osservando che le armature raffigurate sono romane e non macedoni; Jean Baptiste Dubos lo definì semplicemente una carta geografica dell'Egitto; Jean Jacques Barthelemy vi vide il soggiorno egiziano di Adriano; Carlo Fea la conquista dell'Egitto da parte di Ottaviano; Orazio Marucchi un omaggio a Iside collegato al culto della Fortuna Primigenia. La discussione non è chiusa. Quello che si può dire senza forzature è che un pavimento del genere, dentro un edificio pubblico di Praeneste, dichiarava a chi entrava che quella città guardava al Mediterraneo orientale come al proprio orizzonte.

Che cosa non si trova al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Vale la pena dirlo prima della visita, perché ogni anno qualcuno arriva cercando pezzi che qui non ci sono e riparte deluso per un malinteso. I corredi delle grandi tombe orientalizzanti prenestine, la tomba Barberini e la tomba Bernardini, due dei complessi principeschi più importanti dell'Italia antica, sono a Roma, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e nella sede di Villa Poniatowski. La cista Ficoroni, il capolavoro assoluto della bronzistica prenestina, trovata a Palestrina nel 1738 dall'antiquario Francesco de' Ficoroni e firmata da Novios Plautios che la fece a Roma per Dindia Macolnia, è anch'essa a Villa Giulia. La fibula prenestina, con la più antica iscrizione latina che conosciamo, si conserva al Museo delle Civiltà, nelle raccolte che furono del Museo Pigorini.
Aggiungo una precisazione che serve, perché circola in rete l'idea sbagliata che a Palestrina si conservi la Triade Capitolina: quel gruppo marmoreo, recuperato nel 1994 nel territorio dell'Inviolata, è esposto al Museo civico archeologico Rodolfo Lanciani di Guidonia Montecelio. A Palestrina non c'è. Chi lo cerca perde tempo e umore.
Il fatto che i pezzi migliori dell'antica Praeneste siano sparsi fra tre musei di Roma e uno di Palestrina non è un incidente burocratico: è il risultato di quattro secoli di scavi condotti da privati, cardinali e antiquari che portavano a casa quello che trovavano. Il museo di Palestrina nasce nel 1956 proprio come tentativo tardivo di trattenere sul posto quel che restava.
Una curiosità su Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Il mosaico più importante del museo è stato restaurato con i soldi di un film. Fra il 1952 e il 1954, quando il mosaico del Nilo era ancora smontato nelle ventisette lastre in cui l'aveva diviso Giovanni Azzurri nel 1853, l'intervento fu affidato alla società Ponti-De Laurentis, e l'operazione venne finanziata attraverso un documentario diretto da Gian Luigi Rondi. In pratica il cinema italiano del dopoguerra, quello che in quegli stessi mesi girava a Cinecittà i film che avrebbero fatto il giro del mondo, pagò il conto del più grande mosaico ellenistico d'Italia. Due anni dopo, nel 1956, il mosaico entrava nella sala del terzo piano insieme al museo appena inaugurato.
La cosa che trovo notevole non è l'aneddoto in sé, ma quello che dice del momento: un paese uscito a pezzi dalla guerra, con Palestrina distrutta dai bombardamenti da appena otto anni, trova il modo di rimettere insieme venticinque metri quadrati di tessere alessandrine facendoci sopra un documentario. Non era ricchezza, era ostinazione. Quando vi trovate davanti al mosaico, cercate le linee delle ricomposizioni: quelle giunture sono il lavoro di allora, e il museo intero è nato intorno a quel restauro. È l'unico caso che conosca in Italia di un capolavoro antico salvato da una troupe cinematografica.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Il museo e l'area archeologica non chiudono alla stessa ora, e chi non lo sa perde metà della visita. Il museo dentro Palazzo Colonna Barberini resta aperto fino alle 20.00 tutti i giorni dell'anno, mentre le terrazze del santuario seguono l'orario solare: a gennaio e febbraio chiudono alle 16.00, a marzo alle 17.00, ad aprile alle 18.00, a maggio alle 18.30, in piena estate alle 19.00, a settembre alle 17.30, a ottobre alle 17.00, a novembre e dicembre di nuovo alle 16.00. Un pomeriggio invernale con partenza da Roma alle 14.00 significa arrivare a santuario chiuso e visitare soltanto le sale.
C'è un secondo dettaglio che sfugge quasi a tutti: il complesso degli edifici del foro di Praeneste, cioè la parte bassa dove fu trovato il mosaico del Nilo, ha un biglietto proprio da 4 euro ed è chiuso la seconda e la quarta domenica del mese. Chi organizza la gita di domenica ha dunque il cinquanta per cento di probabilità di trovare il foro sbarrato. Il terzo dettaglio è che le biglietterie chiudono un'ora prima dell'orario di chiusura, e quell'ora non è una formalità: per fare le sedici sale con calma e salire al mosaico ne serve almeno una e mezza. La regola pratica è semplice: si arriva la mattina, si prende il cumulativo da 10 euro valido due giorni, e la domenica si sceglie la prima o la terza del mese.
Il consiglio che ti do per visitare Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Fate il percorso al contrario rispetto a come lo fanno tutti. Quasi tutti salgono in automobile fino al piazzale, entrano nel museo, escono, guardano il panorama e ripartono. Io consiglio di lasciare la macchina in basso, ai parcheggi liberi dei piazzali Kennedy o della Pace, cominciare dal complesso del foro con il mosaico ancora da vedere, poi risalire a piedi le terrazze del santuario, una per una, e arrivare al museo per ultimo. Sono quattro rampe di salita, si fanno in mezz'ora con calma, e cambiano tutto: quando entrate nella sala del plastico avete le gambe che sanno già quello che il modellino sta per spiegare.
Secondo consiglio, sul quando: evitate le domeniche di primavera con il bel tempo, perché Palestrina si riempie di gite scolastiche e di famiglie e le sale piccole del secondo piano diventano scomode. Il mercoledì o il giovedì mattina di ottobre sono la finestra perfetta, con la luce bassa sulle terrazze e le sale vuote. Terzo consiglio, banale e decisivo: portate scarpe con la suola che tiene, perché il selciato antico e le rampe sono lisci e in discesa fanno più paura che in salita. Quarto: tenete un'ora libera dopo la visita per il centro storico, che non è un contorno ma la stessa storia vista da un'altra angolazione, con le case costruite dentro le strutture antiche.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il santuario della Fortuna Primigenia sia riemerso grazie ai bombardamenti del 1944 lo dicono tutte le guide. Quello che si cita molto meno è il prezzo che quella riscoperta è costata alla città viva. Nel 1944 Palestrina fu colpita dai bombardamenti alleati che rasero al suolo gran parte del centro storico: sotto le case crollate riapparvero le rampe, i portici e gli emicicli che il tessuto medievale aveva inglobato per secoli, e da lì presero avvio le grandi campagne di scavo e di studio che negli anni Cinquanta restituirono il complesso e portarono alla nascita del museo nel 1956.
Alla distruzione si aggiunse il sangue. Il 28 maggio 1944 una rappresaglia nazista uccise undici civili, e la memoria di quel giorno è custodita in città. Tenere insieme le due cose, la nascita dell'archeologia moderna prenestina e la fine di un pezzo di paese, è l'unico modo onesto di raccontare questo posto. Quando si cammina sulle terrazze conviene ricordare che quella vista libera, che oggi sembra il naturale respiro di un monumento antico, è il vuoto lasciato dalle bombe. L'archeologia italiana del dopoguerra è piena di casi simili, ma nessuno così clamoroso: qui la guerra ha fatto in tre giorni quello che nessuna soprintendenza avrebbe mai potuto autorizzare.
La foto giusta da fare a Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
La fotografia che vale il viaggio non è dentro le sale: è dal piazzale davanti al museo, la piazza della cortina, guardando verso la pianura. Da seicentosessanta metri di quota si domina tutta la valle fino ai Colli Albani, e nelle giornate limpide si distingue il profilo di Roma all'orizzonte. L'ora giusta è il tardo pomeriggio, quando il sole gira a destra e mette in evidenza i gradoni delle terrazze sotto di voi; a mezzogiorno la luce appiattisce tutto e la foto diventa un vaso di nebbia bianca.
La seconda inquadratura, quella che quasi nessuno fa, è dal basso: dalla via che sale al paese, con il palazzo seicentesco in cima e sotto di lui le rampe antiche in fila. È la fotografia che spiega il rapporto fra tempio e palazzo meglio di qualsiasi didascalia, perché mostra il monumento antico che regge il monumento moderno. Serve un teleobiettivo modesto o semplicemente il passo indietro giusto.
Dentro il museo, la foto da cercare è quella del mosaico del Nilo ripreso di taglio, non di fronte: l'inquadratura frontale schiaccia le tessere e restituisce una cartolina piatta, mentre l'angolo obliquo fa emergere il rilievo minuscolo delle tessere e i riflessi. Sulle regole di ripresa, il flash e i treppiedi conviene chiedere alla biglietteria all'ingresso, perché le condizioni cambiano nelle sale con i materiali più delicati.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo è il più duro: nell'82 avanti Cristo Praeneste, schierata con Gaio Mario il Giovane, cade dopo l'assedio di Silla, che fa massacrare la popolazione maschile e vi deduce una colonia militare. La città che aveva costruito il santuario più ambizioso d'Italia perde in un colpo la propria classe dirigente. Nel 1298 papa Bonifacio VIII la rade al suolo per piegare i Colonna, e nel 1436 il cardinale Giovanni Maria Vitelleschi ripete l'operazione; nel 1449 si ricostruisce con il divieto di rifortificare, divieto puntualmente ignorato nel 1482. Nel 1571 Pio V la eleva a principato.
Il Seicento porta i due fatti che riguardano direttamente il museo: nel 1625 il cardinale Andrea Baroni Peretti Montalto fa staccare il mosaico del Nilo dall'aula absidata del foro e lo manda a Roma, e nel 1640 Taddeo Barberini ricostruisce il palazzo sulla sommità del santuario. Nel 1944 i bombardamenti distruggono il centro storico e riportano alla luce le terrazze antiche; il 28 maggio dello stesso anno una rappresaglia nazista uccide undici civili. Nel 1956 nasce il museo e il mosaico torna a Palestrina dopo tre secoli e mezzo di assenza. Nel 1998 l'allestimento viene rifatto; nel 2014 vi si presenta l'anello di Carvilio; nel 2024 il complesso diventa parte di un istituto autonomo del Ministero della cultura.
Chi è passato da Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Sulla collina che oggi ospita il museo sono passati, in ordine di apparizione, i pellegrini che venivano a farsi estrarre le sorti dal bambino dell'oracolo, e con loro le classi dirigenti dell'Italia centrale per almeno tre secoli. Ci passò Silla nell'82 avanti Cristo, da assediante. Ci lavorò in età augustea l'erudito Marco Verrio Flacco, autore dei Fasti Prenestini che il museo conserva: era stato precettore dei nipoti di Augusto, e il calendario che fece incidere nel foro della città è una delle fonti più preziose che abbiamo sulle feste romane. Alla città guardò con favore Augusto stesso, che ne apprezzava l'aria di collina, e la tradizione locale attribuisce ad Adriano la grande residenza imperiale poco fuori dell'abitato, quella che a Palestrina si chiama Villa di Adriano.
Nel Medioevo e in età moderna sono passati i protagonisti delle distruzioni e delle ricostruzioni: i Colonna, papa Bonifacio VIII nel 1298, il cardinale Vitelleschi nel 1436, i Barberini dal Seicento con Taddeo che rifà il palazzo. Ci sono passati gli antiquari, da Francesco de' Ficoroni che nel 1738 trovò la cista che porta il suo nome ai cardinali che si contesero il mosaico del Nilo. E ci è passata, nel Novecento, la generazione di studiosi che ha ricostruito il santuario dopo le bombe, da Furio Fasolo a Giorgio Gullini, i cui nomi tornano in ogni discussione sulla datazione del complesso. Dal 2024 l'istituto autonomo che governa museo, santuario, foro e area di Gabii è diretto da Martina Almonte, archeologa formatasi fra la Soprintendenza di Roma e il Parco archeologico del Colosseo.
Come arrivare al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Da Roma il modo più semplice senza automobile sono gli autobus Cotral che partono dal capolinea di Anagnina, sulla metropolitana A: si scende in centro a Palestrina e si sale a piedi verso il palazzo, con una salita vera che in venti minuti porta al piazzale. In alternativa si prende il treno regionale da Termini in direzione Zagarolo, si scende alla stazione e si prosegue con l'autobus di collegamento fino al paese. In automobile sono trentasette chilometri da Roma lungo la via Prenestina, oppure l'autostrada A1 con uscita San Cesareo o Valmontone, o ancora la A24 con uscita Tivoli per chi arriva da nord.
Il consiglio che do a tutti i gruppi è di non salire in macchina fino in cima. I parcheggi liberi dei piazzali Kennedy, della Pace, Belvedere e Fanfani sono in basso, e la salita a piedi lungo il paese è parte della visita: si attraversano vicoli costruiti dentro le strutture antiche e si arriva al museo dopo aver capito la topografia. Chi ha problemi di deambulazione fa il contrario e sale fino al piazzale, dove lo spazio per fermarsi c'è.
Quanto costa il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina e come si risparmia
Il biglietto che comprende il museo e l'area archeologica del santuario costa 7 euro; la tariffa agevolata di 2 euro riguarda i visitatori fra i 18 e i 25 anni. Il complesso degli edifici del foro ha un ingresso separato da 4 euro. Il cumulativo di Palestrina costa 10 euro, vale due giorni e comprende i luoghi del circuito cittadino: per chi arriva da Roma e vuole vedere anche la parte bassa è la formula più conveniente. Esiste inoltre un circuito Palestrina-Nemi da 12 euro valido trenta giorni, pensato per chi abbina la visita al museo delle navi romane sul lago, e per chi organizza due gite fuori porta nello stesso mese è un affare.
I biglietti si acquistano alla cassa oppure tramite l'applicazione Musei Italiani del Ministero della cultura. Le gratuità e le riduzioni previste per i musei statali italiani, comprese le domeniche gratuite dell'iniziativa nazionale e le aperture straordinarie per ricorrenze, seguono il calendario pubblicato dall'istituto: conviene controllarlo sul sito ufficiale prima di partire, perché le date cambiano di anno in anno.
Il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina con i bambini
Funziona meglio di quanto ci si aspetti, a due condizioni. La prima è invertire l'ordine: si sale subito al terzo piano, si guarda il plastico del santuario, che per un bambino è un modellino gigante di una città, e poi il mosaico del Nilo, che è di fatto un fumetto lungo cinque metri e ottanta pieno di coccodrilli, ippopotami, barche e cacciatori. Ci si mette a caccia di animali dentro il mosaico e la mezz'ora passa senza un lamento. Poi si scende e si guardano le ciste e gli specchi, che sono oggetti di uso quotidiano e si spiegano in due parole.
La seconda condizione è tenere l'area archeologica per il finale, perché le rampe e le terrazze sono uno spazio aperto in cui correre dopo un'ora di sale chiuse. Attenzione ai bordi e ai gradoni, che sono antichi e senza parapetti moderni ovunque, e ai selciati lisci. Sconsiglio il passeggino: fra scale, rampe e selciato è più un peso che un aiuto, meglio lo zaino porta bambino.
Accessibilità e servizi del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Il museo occupa un palazzo storico su più livelli e l'area archeologica è fatta di rampe, scalinate e piani inclinati antichi: la parte all'aperto presenta dislivelli importanti e fondi irregolari. Per le condizioni di accesso alle singole sale, per la disponibilità di ascensori e per i percorsi consigliati a chi ha difficoltà motorie conviene telefonare in anticipo allo 06 9538100 e concordare l'ingresso. Lo stesso vale per i gruppi numerosi: un sistema di radioguide leggere è raccomandato nelle sale, perché gli ambienti sono piccoli e la voce rimbalza.
Quando andare al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina e quando evitarlo
Il periodo migliore è l'autunno, fra la fine di settembre e la prima metà di novembre: la luce radente delle giornate corte disegna le terrazze come nessun'altra stagione, l'aria è tersa e la vista arriva lontano. La primavera è bellissima e più affollata, con le scolaresche che riempiono il museo nelle mattine di aprile e maggio. L'estate ha un problema di temperatura, perché il piazzale in cima è privo di ombra e nelle ore centrali di luglio la salita a piedi diventa punitiva: se andate ad agosto, andateci alle 9.00 in punto.
Da evitare, se possibile: le domeniche di bel tempo, la seconda e la quarta domenica del mese per chi tiene al complesso del foro, e i pomeriggi invernali, quando l'area archeologica chiude alle 16.00 e resta soltanto il museo. Se avete a disposizione una sola mattina, sceglietela infrasettimanale e partite presto da Roma: l'autobus impiega circa un'ora, il treno con il cambio a Zagarolo un po' di più.

Che cosa vedere intorno al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Il paese merita almeno un'ora dopo la visita. La cattedrale di Sant'Agapito sorge sul foro antico, le vie del centro scendono seguendo le curve delle terrazze del santuario, e a poche centinaia di metri si trovano gli edifici del foro con l'aula absidata. Sopra l'abitato, a piedi o in automobile, si arriva a Castel San Pietro Romano, il borgo che domina la valle dalla rocca dei Colonna e che offre il colpo d'occhio migliore sul complesso archeologico dall'alto. La zona verde più vicina è il Castagneto prenestino, che in autunno è una passeggiata perfetta dopo il museo.
Chi vuole allargare la giornata ha due direzioni. Verso i monti Prenestini, la Villa di Adriano di Palestrina e il borgo di Genazzano con il ninfeo attribuito a Bramante; più a est Olevano Romano, che i pittori nordici del Grand Tour hanno dipinto per due secoli. Verso Tivoli, invece, si incrocia l'altra grande architettura antica del territorio, Villa Adriana, e la città di Tivoli con le sue ville. Chi ha comprato il circuito da 12 euro punti su Nemi e sul Santuario di Diana Nemorense, che raccontano un'altra grande devozione laziale.
Per chi resta a Roma e vuole completare il discorso prenestino ci sono tre indirizzi obbligati: Villa Giulia per le tombe Barberini e Bernardini e per la cista Ficoroni, il Museo delle Civiltà per la fibula prenestina, e la Crypta Balbi per capire come la città antica si trasforma in città medievale, che è esattamente quello che è successo a Palestrina. Il quadro d'insieme del territorio si trova nella pagina di Palestrina.
Domande veloci su Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Quanto costa il biglietto del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Il biglietto che comprende il museo e il santuario della Fortuna Primigenia costa 7 euro, con tariffa agevolata di 2 euro per la fascia fra i 18 e i 25 anni. Il complesso degli edifici del foro ha un biglietto separato da 4 euro. Il cumulativo cittadino costa 10 euro e vale due giorni.
Quali sono gli orari del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Il museo apre dalle 9.00 alle 20.00, con le biglietterie che chiudono un'ora prima. L'area archeologica del santuario ha invece orari stagionali: dalle 9.00 alle 16.00 nei mesi invernali fino alle 9.00-19.00 di giugno, luglio e agosto.
Il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina è chiuso il lunedì?
No. Le uniche chiusure annuali indicate sono il 1 gennaio e il 25 dicembre. Il complesso degli edifici del foro, invece, è chiuso la seconda e la quarta domenica di ogni mese.
Serve prenotare per visitare il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Per la visita individuale si acquista il biglietto in cassa o tramite l'app Musei Italiani. I gruppi organizzati e le scolaresche fanno bene ad annunciarsi in anticipo telefonando allo 06 9538100, perché le sale sono piccole e la capienza è limitata.
Quanto dura la visita del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Un'ora e mezza per le sole sale del museo, due ore e mezza per una visita attenta, mezza giornata abbondante se si aggiungono le terrazze del santuario e il complesso del foro in basso.
Il biglietto del museo comprende anche il santuario della Fortuna Primigenia?
Sì. Il titolo da 7 euro vale per il museo dentro Palazzo Colonna Barberini e per l'area archeologica del santuario. Il complesso degli edifici del foro richiede invece un biglietto proprio da 4 euro, oppure il cumulativo da 10 euro.
Dove si trova il mosaico del Nilo?
Nella sala del terzo piano del museo, insieme al plastico ricostruttivo del santuario. Fu trovato però nella parte bassa della città, nell'aula absidata del foro di Praeneste, e vi arrivò in cima soltanto nel 1956.
Quanto è grande il mosaico del Nilo di Palestrina?
Misura 431 per 585 centimetri, cioè oltre venticinque metri quadrati di tessere minute. È datato al II o I secolo avanti Cristo e viene attribuito a maestranze alessandrine.
Come si arriva al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina da Roma senza automobile?
Con gli autobus Cotral dal capolinea di Anagnina, sulla metropolitana A, oppure con il treno regionale da Termini fino a Zagarolo e poi con l'autobus per Palestrina. Dal centro del paese al museo si sale a piedi in una ventina di minuti.
Quanto dista Palestrina da Roma?
Trentasette chilometri lungo la via Prenestina. In automobile si impiega circa un'ora, con l'autobus poco di più a seconda del traffico sulla consolare.
Dove si parcheggia a Palestrina?
Ci sono parcheggi liberi ai piazzali Kennedy, della Pace, Belvedere e Fanfani, e parcheggi a pagamento nelle piazze del centro. Il consiglio è di lasciare l'automobile in basso e salire a piedi.
Si possono fare fotografie dentro il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Le regole su flash, treppiedi e riprese video vanno chieste in biglietteria all'ingresso, perché variano da sala a sala in funzione della delicatezza dei materiali esposti.
Il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina è accessibile in sedia a rotelle?
Il museo occupa un palazzo storico su più livelli e l'area archeologica è composta da rampe e scalinate antiche con fondi irregolari. Per conoscere i percorsi accessibili e la disponibilità di ascensori conviene telefonare prima allo 06 9538100.
Il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina è adatto ai bambini?
Sì, e funziona bene se si comincia dal terzo piano con il plastico e il mosaico del Nilo, che si legge come una grande scena di caccia e di fiume. L'area archeologica all'aperto è lo sfogo perfetto dopo le sale.
Ci sono bookshop e caffetteria al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
I servizi al pubblico cambiano nel tempo e conviene verificarli sul sito dell'istituto o al telefono prima della visita. Il centro storico di Palestrina, comunque, offre bar e ristoranti a pochi minuti a piedi dal piazzale.
Si entra gratis la prima domenica del mese?
Il museo fa parte dei luoghi statali del Ministero della cultura e segue le iniziative nazionali di ingresso gratuito, il cui calendario viene pubblicato di anno in anno: si controlla sul sito ufficiale dell'istituto prima di partire.
Chi gestisce oggi il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Dal 2024 il museo fa parte dell'istituto autonomo Musei e Parchi archeologici di Praeneste e Gabii, che comprende anche il santuario della Fortuna Primigenia, il complesso del foro di Praeneste e il sito archeologico di Gabii.
Che cos'è l'anello di Carvilio esposto al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Un anello romano d'oro con castone in cristallo di rocca, sotto il quale è incastonato il ritratto cesellato di Tito Carvilio Gemello, morto a diciotto anni. Proviene dalla tomba delle ghirlande di Grottaferrata, scavata fra il 1999 e il 2000, ed è esposto in vetrina permanente.
La cista Ficoroni è esposta al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
No. Fu trovata a Palestrina nel 1738 da Francesco de' Ficoroni, ma si conserva al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. A Palestrina si vedono comunque numerose altre ciste e specchi bronzei prenestini.
La Triade Capitolina è al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
No, e la confusione è frequente. Il gruppo marmoreo recuperato nel territorio dell'Inviolata è esposto al Museo civico archeologico Rodolfo Lanciani di Guidonia Montecelio.
Che differenza c'è fra il museo e il santuario della Fortuna Primigenia?
Il santuario è l'architettura antica, cioè le sei terrazze che risalgono il monte; il museo è la raccolta dei reperti, ospitata nel palazzo seicentesco costruito sulla terrazza più alta. Si visitano con lo stesso biglietto e vanno visti insieme.
Perché il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina si trova dentro un palazzo nobiliare?
Perché Palazzo Colonna Barberini è costruito sopra la sommità del santuario: prima i Colonna nel Medioevo, poi Taddeo Barberini nel 1640 occuparono la piazza della cortina e la cavea antica. Nel 1956 i piani superiori furono destinati al museo.
Quando è stato inaugurato il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Nel 1956, con un riordino completo dell'allestimento nel 1998. Nel 2026 compie dunque settant'anni di attività.
Quanti visitatori riceve il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Le cifre note parlano di poco più di ventimila visitatori l'anno, con 20.776 ingressi nel 2014 e 22.586 nel 2015. È un museo di primissimo livello con affluenza da museo minore, il che per chi visita è un vantaggio.
Si può abbinare il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina ad altre visite nella stessa giornata?
Sì. Le combinazioni più sensate sono con Castel San Pietro Romano appena sopra il paese, con la Villa di Adriano di Palestrina, con Genazzano, oppure verso nord con Tivoli e Villa Adriana. Chi ha il circuito da 12 euro può abbinare Nemi entro trenta giorni.
Ci sono visite guidate al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina?
Il calendario delle visite guidate e delle iniziative dell'istituto viene pubblicato sul sito ufficiale e cambia nel corso dell'anno. Per i gruppi si consiglia l'uso delle radioguide, perché le sale sono piccole.
Vale la pena arrivare fin qui solo per il mosaico del Nilo?
Sì, e lo dico dopo averlo visto decine di volte. Ma sarebbe uno spreco: il santuario sotto i piedi, l'anello di Carvilio, le ciste e i Fasti Prenestini valgono la giornata quanto il mosaico.
La mia conclusione sul Museo Archeologico Nazionale di Palestrina
Di posti sopravvalutati intorno a Roma ne conosco parecchi. Questo è il contrario: un museo che meriterebbe la fila e che invece si visita in solitudine, dentro un edificio che è a sua volta il pezzo più grande della collezione. Se dovessi scegliere una sola gita fuori porta per chi ha già fatto il centro di Roma e vuole capire da dove viene tutto il resto, sceglierei Palestrina prima di molte mete più celebri, e non per snobismo: perché qui si vede con gli occhi come nasce l'architettura monumentale romana, e si vede che nasce lontano da Roma.
L'unico consiglio che ripeto sempre, e lo ripeto anche qui: non fate la visita al contrario. Salite a piedi, guardate il plastico prima del mosaico, e riservatevi cinque minuti da soli davanti alla vetrina dell'anello di Carvilio. Poi uscite sul piazzale, mettetevi con le spalle al palazzo e guardate la pianura. Duemila e cento anni fa, chi arrivava quassù dopo aver salito le rampe vedeva esattamente quello che vedete voi, con la differenza che ci vedeva dentro il proprio destino, scritto su una tavoletta di quercia estratta da un bambino.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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