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Fonte di Anna Perenna

Cominciamo dalla cosa che conta di più: la Fonte di Anna Perenna non si visita quando ti pare. Il monumento si trova a Roma, ai piedi della collina dei Parioli, all'angolo fra piazza Euclide e via Guidubaldo del Monte, sei metri sotto il livello della strada, dentro il volume interrato di un parcheggio. Non ha una biglietteria, non ha un orario ordinario, non ha un tornello: le porte si aprono soltanto in occasione delle visite guidate gratuite organizzate dalla Soprintendenza Speciale di Roma, che le annuncia sul proprio sito con qualche settimana di anticipo, a turni contingentati e con prenotazione obbligatoria fino a esaurimento dei posti. Per il resto dell'anno il sito risulta chiuso al pubblico. Chi arriva in piazza Euclide sperando di trovare un cancello aperto torna a casa con una fotografia della piazza e nient'altro.

La seconda cosa pratica riguarda gli oggetti. I materiali usciti dalla cisterna della fonte, che sono la ragione per cui questo luogo conta nella storia degli studi, non si trovano ai Parioli: sono conservati, e in buona parte esposti, al Museo Nazionale Romano nella sede delle Terme di Diocleziano, via Enrico De Nicola 78, a duecento metri dalla stazione Termini. Il museo apre dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle 18 e chiusura settimanale il lunedì. Il biglietto unico del Museo Nazionale Romano costa 15 euro intero e 2 euro ridotto, vale una settimana dal primo ingresso e comprende le altre sedi del circuito (Palazzo Massimo, Palazzo Altemps, il Medagliere, il Museo dell'Arte Salvata e l'Aula Ottagona, mentre la Crypta Balbi risulta temporaneamente chiusa). Esiste una tessera annuale, la MNR Card, a 30 euro intero e 20 ridotto. La prima domenica del mese l'ingresso nei luoghi della cultura statali è gratuito, e quel giorno alle Terme di Diocleziano si entra senza pagare. Chi vuole vedere soltanto l'Aula Ottagona ha dal luglio 2026 un biglietto dedicato da 5 euro.

Per arrivare in piazza Euclide il mezzo più elegante è il treno: la ferrovia Roma-Civita Castellana-Viterbo, la vecchia Roma Nord, parte da piazzale Flaminio (capolinea attaccato alla fermata Flaminio della metro A) e la prima fermata utile, una sola stazione più avanti, si chiama proprio Piazza Euclide. È l'unica stazione sotterranea di tutta la linea, inaugurata il 15 gennaio 1958, e sbuca esattamente sotto la piazza dove la fonte è stata ritrovata: si esce dalle scale e ci si trova a pochi passi dal sito. In superficie fermano in piazza Euclide le linee di autobus 910, che collega Termini e piazza Mancini, la 168 che arriva da Tiburtina e la 982. Chi arriva in auto trovi pure il parcheggio sotto la piazza: è quello sotto cui il monumento è conservato, e la coincidenza vale da sola il viaggio.

Ultima nota pratica, e poi si entra nel merito. Le aperture straordinarie sono gratuite ma i posti finiscono in fretta, spesso in poche ore: la prenotazione si fa sul sito della Soprintendenza Speciale di Roma, che pubblica di volta in volta il calendario e gli orari dei turni, della durata di circa cinquanta minuti. Il percorso è breve, in ambiente chiuso e interrato, con scale: chi ha problemi di mobilità chieda in fase di prenotazione. Se il periodo in cui siete a Roma non coincide con nessuna apertura, la visita alternativa esiste e non è un ripiego: le Terme di Diocleziano, dove le lucerne, le laminette e i contenitori di piombo si guardano da vicino, con la luce buona e senza fretta.

Fonte di Anna Perenna
Fonte di Anna Perenna

Se volete inquadrare la Fonte di Anna Perenna dentro un giro più largo, la pagina delle attrazioni turistiche di Roma raccoglie i luoghi che si combinano bene con questo quadrante della città.

Che cos'è la Fonte di Anna Perenna, detto in modo chiaro

È una fontana monumentale antica, alimentata da una sorgente naturale, dedicata a una divinità romana arcaica, Anna Perenna, e usata per oltre nove secoli. La struttura muraria che si vede oggi risale nella sua fase più antica almeno al IV secolo a.C., fu rimaneggiata e abbellita più volte in età imperiale e venne abbandonata all'inizio del VI secolo d.C. Dietro la vasca visibile correva una cisterna che raccoglieva l'acqua di falda. In quella cisterna, per secoli, qualcuno ha gettato oggetti. Molti oggetti. E il fango che si è depositato sul fondo li ha sigillati in un ambiente povero di ossigeno, conservando materiali che di norma marciscono nel giro di stagioni: cera, resina, legno, gusci d'uovo, farina impastata.

Il risultato è che dalla cisterna della Fonte di Anna Perenna è uscito il deposito di magia rituale meglio documentato di tutto il mondo romano. Non un singolo oggetto curioso trovato per caso in una tomba, ma un contesto completo: gli strumenti, i contenitori, i testi, le figurine, le lampade, le monete, tutto insieme, nella stessa acqua, con una stratigrafia leggibile. È il motivo per cui questo nome, quasi sconosciuto ai romani che passano ogni giorno in piazza Euclide, compare nella bibliografia internazionale sulla magia antica accanto a Magonza, Bath e Cartagine.

Perché la Fonte di Anna Perenna conta più di quanto la sua fama dica

La quantità di siti antichi in cui abbiamo trovato una defixio è alta. La quantità di siti in cui abbiamo trovato ventidue defixiones insieme, dentro il loro contenitore d'acqua, con le lucerne che le accompagnavano e i pupi di cera ancora dentro le scatole di piombo sigillate, è una. Questa. Chi studia la religione tardoantica lavora quasi sempre su testi letterari scritti da autori ostili, cioè da polemisti cristiani che descrivono le pratiche pagane per condannarle. Qui invece parlano gli oggetti, e parlano nella lingua di chi li ha usati: nomi propri, richieste precise, gesti ripetuti. La differenza è la stessa che passa fra leggere il verbale di un processo e ascoltare la registrazione.

La mia opinione, dopo vent'anni passati a spiegare Roma a gruppi di ogni tipo, è che la Fonte di Anna Perenna sia il sito archeologico romano più sottovalutato in assoluto rispetto a quello che racconta. Il Colosseo racconta un'istituzione. Questa cisterna racconta le persone: la gelosia, la paura di perdere una causa, il desiderio di far male a un vicino, la speranza di campare un anno in più. Materiale umano puro, tirato fuori dal fango dei Parioli.

Ottobre 1999: come è tornata alla luce la Fonte di Anna Perenna

La storia comincia con un cantiere. Alla fine degli anni Novanta il quartiere Parioli, che di posti auto ne ha sempre avuti pochi rispetto alla densità dei suoi palazzi, ottiene il via libera per un parcheggio interrato sotto piazza Euclide. Prima di scavare, la legge impone il controllo archeologico: quella che si chiama archeologia preventiva, la disciplina che manda gli archeologi davanti alle ruspe invece che dietro. In una città come Roma è una procedura di routine che quasi sempre restituisce frammenti, muri di villa, tratti di strada basolata.

Nell'ottobre 1999 la routine si rompe. Gli scavi, condotti sotto la direzione di Marina Piranomonte per la Soprintendenza archeologica di Roma, intercettano a una profondità compresa fra 6,2 e 10,3 metri sotto il piano stradale una struttura muraria in blocchi di tufo e laterizio, con una vasca rettangolare e una cisterna alle spalle. Sul fronte, un'ara. Sull'ara, un'iscrizione latina che chiude ogni dubbio: NYMPHIS SACRATIS ANNAE PERENNAE, alle ninfe consacrate ad Anna Perenna. Da quel momento il cantiere del parcheggio diventa uno degli scavi urbani più discussi degli ultimi trent'anni.

Lo scavo della Fonte di Anna Perenna che ha cambiato la mappa di Roma antica

Il valore della scoperta non è soltanto nell'oggetto. Prima del 1999 il bosco sacro di Anna Perenna, il nemus di cui parla Ovidio nei Fasti, era una località fantasma: sapevamo che esisteva, sapevamo che era fuori città lungo il Tevere, ma la sua posizione era discussa da generazioni di topografi. Chi lo metteva sulla riva destra, chi verso il Gianicolo, chi al primo miglio della via Flaminia. L'iscrizione trovata ai piedi dei Parioli ha risolto la questione con un colpo secco: il santuario era lì, in quella piega di collina, dove una sorgente naturale usciva ancora dal terreno alla fine del Novecento.

Aggiungo un dettaglio che ai romani piace: la falda che alimentava la fonte antica risultava ancora attiva al momento dello scavo. Gli archeologi hanno lavorato dentro l'acqua, con le pompe accese. La stessa vena che dissetava i plebei ubriachi delle Idi di marzo bagnava gli stivali di chi la riportava alla luce diciannove secoli dopo.

Il limo, il vero curatore dei reperti della Fonte di Anna Perenna

Ogni archeologo che ha lavorato in quella cisterna lo ripete: senza il limo non avremmo niente. Il fango finissimo depositatosi sul fondo ha creato un ambiente privo di ossigeno, e in assenza di ossigeno i batteri che divorano la materia organica non lavorano. Così sono arrivate fino a noi cose che di solito conosciamo solo per sentito dire: figurine modellate in cera, impasti di farina e latte, resine usate come sigillo, frammenti di legno lavorato, gusci d'uovo interi. In un contesto asciutto sarebbero polvere. Qui erano ancora modellabili sotto le dita dei restauratori.

Il laboratorio di restauro della Soprintendenza, con Giovanna Bandini alla direzione dei lavori e con Jarmila Polakova e Idana Rapinesi fra le restauratrici impegnate sui materiali, ha dovuto inventare procedure man mano: aprire un contenitore di piombo sigillato con resina senza distruggere ciò che conteneva non è un'operazione da manuale. Alcune scatole sono state radiografate prima di essere toccate. Su questo punto la Fonte di Anna Perenna è stata anche un cantiere sperimentale di conservazione, e i risultati sono stati presentati in convegni internazionali, da Saragozza nel 2005 a Magonza nel 2008.

Il parcheggio di piazza Euclide e la Fonte di Anna Perenna

Domanda inevitabile, e risposta meno drammatica di quella che si racconta ai tavolini dei bar. Il parcheggio è stato realizzato, il monumento è stato conservato in posto e inglobato in un vano dedicato all'interno della struttura interrata. È una soluzione che a Roma ha diversi precedenti e che genera sempre polemica: c'è chi la considera un compromesso intelligente fra città viva e città antica, e chi la vive come una sepoltura di seconda mano. Il fatto è che il sito esiste ancora, è stato pulito, restaurato, illuminato e reso visitabile, mentre in altri cantieri della stessa stagione strutture minori sono state documentate e poi smontate. Prendo posizione: qui la conservazione in posto è stata la scelta giusta, e il difetto non è il parcheggio ma il regime di accesso, che ancora oggi tiene il monumento chiuso per la quasi totalità dell'anno.

Fonte di Anna Perenna
Fonte di Anna Perenna

L'architettura della Fonte di Anna Perenna, pezzo per pezzo

Chi entra si aspetta un tempio e trova un impianto idraulico. È giusto così: i santuari delle acque romani sono fatti di vasche, canalette, tubi e muri di contenimento, e la sacralità passa dall'acqua, non dal marmo. Vale la pena guardare la struttura per parti, perché ogni parte ha una funzione precisa e una cronologia diversa.

La vasca principale della Fonte di Anna Perenna

Il bacino rettangolare misura circa tre metri per due e mezzo ed è costruito con blocchi di tufo, poi integrati e rivestiti con opera laterizia nelle fasi successive. Il tufo è il materiale dei primi secoli della Roma repubblicana, cavato nel Lazio vulcanico e usato per tutto ciò che doveva stare a contatto con l'acqua o con il terreno. La datazione della fase più antica risale almeno al IV secolo a.C., ed è questo il dato che rende la fonte una struttura repubblicana monumentalizzata, non una fontanella tardoantica improvvisata: quando i Romani decidono di murare una sorgente, la sorgente è già un luogo di culto da tempo.

La vasca era destinata alla raccolta e al prelievo. L'acqua arrivava per gravità dalla cisterna retrostante, leggermente sopraelevata, attraverso tubi che immettevano nel bacino. Chi passava di lì poteva bere, riempire, lavare, abbeverare gli animali. Non era un luogo elitario: era una fontana di campagna, poco fuori le mura, sulla strada che dal Tevere saliva verso le colline.

La cisterna retrostante, il vero deposito della Fonte di Anna Perenna

Alle spalle della vasca correva un ambiente rettangolare voltato, alimentato direttamente dalla vena sorgiva. Le sue dimensioni originarie non sono ricostruibili con precisione, perché i lavori del parcheggio ne avevano già intaccato una porzione prima che l'archeologia entrasse in campo. Qui, e non nella vasca a vista, è stato trovato il grosso dei materiali: chi voleva affidare qualcosa all'acqua e alla divinità non lo lasciava dove tutti lo vedevano, lo faceva scivolare nel buio della cisterna, dove nessuno lo avrebbe recuperato.

Il particolare tecnico che racconta meglio la mentalità antica è il livello. La cisterna era più alta della vasca perché il sistema funzionasse per caduta, senza pompe. Nessuna meccanica, nessuna magia idraulica: pendenza e pazienza. La stessa logica che regge gli acquedotti romani su scala monumentale, qui applicata a un impianto grande come una stanza.

Le iscrizioni murate della Fonte di Anna Perenna

Sulla struttura sono state trovate tre iscrizioni, due delle quali dedicate alle ninfe consacrate ad Anna Perenna. La più nota è quella di un tale Suetonius Germanus, che con la moglie Licinia scioglie un voto fatto in cambio di due vittorie: il testo porta anche una data consolare che cade nell'anno 156 d.C., sotto Antonino Pio. Una seconda dedica risulta ancora dello stesso Suetonius Germanus, e una terza è il voto di un liberto, Eutichide, sciolto per la vittoria del proprio patrono.

Su chi fossero questi vincitori si discute, e la prudenza è d'obbligo: la parola victoria in un'iscrizione romana può indicare una gara atletica, una corsa dei carri, una causa vinta in tribunale. Quello che il testo dimostra con certezza è la vitalità del culto in piena età antonina, a metà del secondo secolo, quando Roma era all'apice e una divinità arcaica come Anna Perenna avrebbe potuto essere già archiviata. Non lo era. Una coppia della piccola borghesia romana saliva ai Parioli a ringraziare le ninfe, e faceva incidere il proprio nome sul marmo.

La chiusura della Fonte di Anna Perenna

La fine è documentata dagli strati. Intorno al V secolo la vasca viene chiusa con cocci di anfore vinarie, una operazione che sigilla il bacino e ne interrompe la funzione. L'abbandono definitivo si colloca all'inizio del VI secolo d.C. Il fatto che l'ultimo gesto sia stato compiuto con frammenti di contenitori da vino, in un luogo la cui festa più celebre consisteva nel bere fino a contare gli anni di vita in boccali, è una di quelle coincidenze che gli archeologi annotano in nota e le guide raccontano ad alta voce.

Una curiosità su Fonte di Anna Perenna

La curiosità vera non riguarda le maledizioni, che ormai circolano ovunque, ma un dettaglio di laboratorio. Quando i restauratori aprirono uno dei contenitori cilindrici di piombo trovati nella cisterna, si accorsero che il sigillo di resina conservava un'impronta digitale. Le analisi condotte con il supporto della Polizia Scientifica portarono a una attribuzione tanto semplice quanto vertiginosa: quella mano era una mano femminile. Non un simbolo, non una dea dipinta, non un nome scritto da uno scriba. Il polpastrello di una donna che, in un pomeriggio del quarto secolo, ha premuto la resina calda per chiudere una scatola contenente una figurina di cera, e poi l'ha lasciata cadere nell'acqua.

Val la pena capire perché questa impronta pesa. La letteratura antica sulle maghe è ricchissima e quasi tutta scritta da uomini che volevano spaventare o divertire: la Canidia di Orazio, l'Erichto di Lucano, la Panfila di Apuleio. Sono personaggi di finzione, costruiti su un misto di paura e disprezzo, e per secoli abbiamo studiato la magia romana attraverso quelle caricature. L'impronta sul sigillo della Fonte di Anna Perenna non è un personaggio: è una traccia fisica, la firma involontaria di una professionista che offriva un servizio a pagamento e che con ogni probabilità aveva clienti fissi. La distanza fra la strega dei poeti e la donna che sigillava scatole di piombo ai Parioli è la distanza fra la propaganda e il mestiere.

C'è un secondo elemento che rende la storia ancora più concreta. Le figurine chiuse nei contenitori sono state realizzate con impasti organici, cera, farina, latte, erbe, e in alcuni casi hanno un piccolo scheletro interno ricavato da un osso, talvolta inciso con lettere. Vuol dire che chi le fabbricava aveva una tecnica trasmessa, un repertorio di gesti e materiali ripetuti, esattamente come un artigiano. Non improvvisava. Preparava.

La cosa che dico sempre ai gruppi davanti alla vetrina delle Terme di Diocleziano è che questo non è folclore. È economia. Qualcuno pagava, qualcuno eseguiva, qualcuno consegnava il prodotto finito alla divinità gettandolo in acqua. Un mercato, con i suoi prezzi e i suoi tempi di lavorazione, funzionante nella Roma cristiana del quarto e quinto secolo, a due passi dalle basiliche imperiali. Chi immagina una città convertita in blocco dopo l'editto di Costantino dovrebbe passare mezz'ora davanti a queste scatole di piombo.

Anna Perenna, chi era la dea a cui la fonte è dedicata

Il nome dice quasi tutto, e i Romani lo sapevano bene. Anna Perenna è la divinità dell'anno che ritorna, del ciclo che si chiude e ricomincia. Il suo culto cade alle Idi di marzo, il quindici del mese, che nel calendario arcaico romano segnava il primo plenilunio del nuovo anno: marzo apriva l'anno, e il quindici di marzo si festeggiava il passaggio. Macrobio, nei Saturnalia, registra la formula con cui si sacrificava alla dea, un augurio di poter passare comodamente l'anno e continuare a passarne. Una divinità della durata, insomma, che è cosa diversa dalla divinità della fertilità o della guerra: qui si chiede tempo.

Le versioni del mito raccolte da Ovidio

La fonte letteraria principale è il terzo libro dei Fasti di Ovidio, il poema calendariale che il poeta di Sulmona lasciò incompiuto. Ovidio scrive dentro il progetto augusteo di restaurazione religiosa, e il suo lavoro consiste anche nel recuperare culti antichissimi di cui gli stessi celebranti avevano perso la spiegazione. Quando arriva ad Anna Perenna, il poeta fa una cosa insolita e preziosa: invece di scegliere una versione, le elenca tutte. Ammette cioè che nemmeno a Roma, in età augustea, si sapeva più con certezza chi fosse questa dea.

Nel testo latino la rassegna è esplicita: c'è chi identifica Anna con la Luna, perché con i suoi mesi riempie l'anno; chi con Temi, la giustizia; chi con Io, la giovenca argiva; chi con una ninfa figlia di Atlante che avrebbe dato a Giove i suoi primi alimenti. Quattro identificazioni incompatibili, messe in fila senza imbarazzo. È il segno di una divinità arcaica sopravvissuta al proprio significato: il rito continuava, la spiegazione si era persa, e ognuno riempiva il vuoto come poteva.

La sorella di Didone

La versione che Ovidio sviluppa per esteso è quella che collega Anna al ciclo troiano. Anna sarebbe la sorella di Didone, la regina di Cartagine: dopo il suicidio della sorella, abbandonata da Enea, Anna fugge dalla città, approda a Malta, riparte, naufraga sulle coste del Lazio e viene accolta proprio da Enea, ormai stabilito sulla riva del Numicio. L'accoglienza le procura l'ostilità di Lavinia, moglie del troiano; avvertita in sogno dall'ombra di Didone, Anna fugge nella notte e sparisce nelle acque del fiume.

Il seguito è il passaggio più bello. Chi la cerca sente una voce che dice di essere la ninfa del placido Numicio e di chiamarsi Anna Perenna perché nascosta in un fiume perenne. È una etimologia poetica costruita sull'assonanza fra amne perenne e Anna Perenna, e per un romano colto valeva come una spiegazione. La dea nasce nel momento in cui una donna scompare nell'acqua: per un santuario costruito attorno a una sorgente non esiste mito fondativo più adatto.

La vecchia di Bovillae

Ovidio riporta anche una versione plebea, e questa in una città come Roma vale doppio. Nel 494 a.C., durante la prima secessione della plebe sul Monte Sacro, il popolo in rivolta rischiava la fame. Una vecchia dei sobborghi di Bovillae, di nome Anna, povera ma di molta operosità, si mise a impastare focacce rustiche con le mani tremanti e a distribuirle calde ogni mattina fra gli scioperanti. Ottenuti i tribuni della plebe e tornati in città, i plebei vollero erigere a proprie spese una statua alla vecchia che li aveva sfamati.

Questa versione ha una funzione politica evidente: fa di Anna Perenna una divinità della plebe, nata dal pane distribuito durante il primo sciopero della storia romana. E spiega perfettamente il carattere della festa del quindici marzo, che infatti non era una cerimonia di stato con sacerdoti e vittime, ma una scampagnata popolare. Il santuario ai piedi dei Parioli era fuori porta, in campagna, dove il popolo poteva stendersi sull'erba senza chiedere permesso a nessuno.

Anna e Marte, la beffa raccontata nei Fasti

Il terzo racconto ovidiano è una commedia. Marte, dio armato, si innamora della armata Minerva e chiede aiuto ad Anna, appena divenuta dea, perché faccia da intermediaria: sono divinità simili nelle inclinazioni, dice, e il mese di marzo li unisce. Anna prende tempo, poi annuncia che Minerva ha ceduto. Marte prepara il talamo. Arriva la sposa, velata. Nel momento in cui il dio si china per baciarla, riconosce sotto il velo la vecchia Anna. Vergogna e ira, e la risata di tutti gli dèi.

Ovidio aggiunge che da quell'episodio derivano i frizzi osceni e i canti spinti che le ragazze intonavano durante la festa. Il dato liturgico è quello che conta: la festa di Anna Perenna prevedeva canti espliciti, scherzi sessuali e una libertà di linguaggio che il resto del calendario romano non concedeva. La cornice mitologica serviva a legittimare una giornata di licenza collettiva, un meccanismo che le società conoscono bene, dal carnevale in giù.

Che cosa vuol dire davvero il nome Anna Perenna

Al di là dell'etimologia poetica sul fiume perenne, il nome contiene con ogni evidenza la radice di annus, l'anno, e l'idea di perennità. Anna Perenna significa qualcosa come l'anno che dura e ricomincia. La formula rituale registrata da Macrobio va nella stessa direzione: si chiede di poter attraversare l'anno e di continuare a farlo. È una divinità del tempo che scorre, e questo spiega la sopravvivenza tardissima del suo santuario. Quando un culto risponde a una domanda universale, durare, la teologia ufficiale può anche cambiare: la domanda resta.

Sulle letture che accostano il nome a radici sanscrite e a divinità del pantheon indiano, la mia posizione da divulgatore è netta e prudente: sono suggestioni comparative circolate nella pubblicistica, non risultati acquisiti dalla filologia. La forza di Anna Perenna non ha bisogno di parentele esotiche. Ha bisogno di essere raccontata per quello che è: una divinità italica del ciclo annuale, adorata da plebei ubriachi in un bosco fuori città.

Anna Perenna
Anna Perenna

Le Idi di marzo alla Fonte di Anna Perenna: la festa più allegra di Roma

Ovidio apre la scena con un verso che qualunque guida dovrebbe sapere a memoria: alle Idi cade la festa gioiosa di Anna Perenna, non lontano dalle tue rive, Tevere straniero. Poi descrive quello che succedeva, e la descrizione è una delle poche fotografie di vita popolare che l'antichità ci abbia lasciato.

Che cosa si faceva davvero il 15 marzo

La plebe usciva dalla città e si sparpagliava sull'erba verde. Si beveva sdraiati, ciascuno accanto alla propria compagna. Qualcuno restava sotto il cielo aperto, pochi piantavano tende vere, altri si costruivano capanne di frasche, altri ancora piantavano canne al posto delle colonne e ci stendevano sopra le toghe. Tenete a mente il dettaglio della toga usata come telo: l'abito civile per eccellenza, il simbolo del cittadino romano, trasformato in tessuto da picnic. Il quindici marzo la città sospendeva il proprio decoro.

I boccali e gli anni di vita

Il gioco della giornata era questo: scaldati dal sole e dal vino, si pregava di vivere tanti anni quanti erano i bicchieri bevuti, e li si contava bevendo. Ovidio annota con perfidia che si trovava lì chi si era scolato gli anni di Nestore e chi, di bicchiere in bicchiere, era diventata una Sibilla. Il vino era allungato con l'acqua della fonte, ed è qui che il santuario entra nel rito: si beveva l'acqua di Anna Perenna per prendersi in prestito la sua durata.

Poi si cantava tutto quello che si era imparato a teatro, si accompagnava il canto con le mani, si posava il cratere e si ballavano danze pesanti, e le ragazze danzavano con i capelli sciolti. Una donna romana per bene, in città, i capelli sciolti non li portava mai. Al ritorno, la comitiva rientrava barcollando ed era lo spettacolo della gente: chi la incontrava chiamava fortunati quegli ubriachi. Non era disapprovazione, era invidia rituale.

Perché la festa cadeva proprio alle Idi di marzo

Perché nel calendario romano arcaico marzo era il primo mese e le Idi cadevano con il plenilunio. Il quindici marzo era, in origine, il capodanno di fatto: la festa di Anna Perenna è una festa di capodanno popolare, con l'augurio di attraversare l'anno intero. Quando la riforma del calendario spostò l'inizio dell'anno a gennaio, il rito rimase dov'era, come succede quasi sempre alle feste: le date resistono più delle ragioni che le hanno prodotte.

Il 15 marzo del 44 a.C. e il rumore di fondo

La data più famosa della storia romana coincide con la giornata più allegra del calendario plebeo. Mentre nella Curia di Pompeo si consumava l'assassinio di Cesare, fuori porta, sulle rive del Tevere e su queste pendici, migliaia di romani bevevano sdraiati sull'erba. La coincidenza è documentata dalla semplice sovrapposizione dei calendari e non da un piano dei congiurati: sostenere che Bruto e Cassio scelsero quel giorno perché la città era mezza vuota è una ipotesi affascinante e priva di prove. Quello che si può dire con certezza è che il quindici marzo del 44 a.C. la festa era in corso, e che i romani tornarono in città ubriachi trovando il Foro in subbuglio.

Una cosa che non ti dice nessuno su Fonte di Anna Perenna

Che il posto sia chiuso quasi sempre lo scoprono tutti, prima o poi, con una scarpinata inutile. La cosa che invece non viene detta quasi mai è un'altra: la parte visitabile e la parte interessante non coincidono. Sotto piazza Euclide si vedono le murature, la vasca, le iscrizioni, il vuoto della cisterna e un allestimento di luci curato. Gli oggetti, cioè quello che ha reso questo sito famoso nella letteratura scientifica mondiale, sono altrove, alle Terme di Diocleziano. Chi organizza la giornata pensando di vedere i pupi di cera scendendo le scale del parcheggio resta a mani vuote.

Il corollario è che la visita giusta è doppia e va costruita al contrario di come la costruisce l'istinto. Prima si va alle Terme di Diocleziano a guardare i materiali, con calma, leggendo i cartellini; poi, se capita l'apertura straordinaria, si scende ai Parioli e si guarda il buco da cui quei materiali sono usciti. Fatta in questo ordine, la discesa sotto piazza Euclide diventa memorabile. Fatta al contrario, si rischia di guardare dei muri umidi senza capire perché valgano il viaggio.

Seconda informazione poco diffusa: la sorgente non è un ricordo archeologico. La falda che alimentava la fonte era ancora attiva quando gli archeologi hanno scavato, e l'acqua è uno dei problemi conservativi di quel vano interrato. Chi scende avverte l'umidità sulla pelle prima ancora di vedere le murature. Il santuario è stato costruito lì perché lì l'acqua usciva da sola, e continua a fare quello che faceva: è la ragione per cui il posto è stato sacro per nove secoli, e la ragione per cui oggi va tenuto sotto controllo costante.

Terza cosa, la più scomoda. In piazza Euclide, in superficie, non c'è quasi nulla che segnali che sotto i piedi dei passanti si trovi uno dei contesti magici più importanti del mondo antico. Nessun apparato monumentale, nessuna evidenza urbana. Ai Parioli vive gente che ci passa da vent'anni senza saperlo. Trovo che sia un difetto di comunicazione pubblica, e lo dico da professionista: un sito di questa portata meriterebbe almeno una segnaletica permanente sulla piazza, con una spiegazione leggibile e un rimando alle aperture. Chi arriva oggi deve sapere in anticipo che cosa cerca, altrimenti non lo trova.

Il bosco sacro di Anna Perenna e la topografia antica dei Parioli

Per capire dove siamo bisogna cancellare mentalmente il quartiere. Niente palazzi umbertini, niente viale Parioli, niente ambasciate. Al posto di tutto questo, una campagna ondulata a nord della città, chiusa dall'ansa del Tevere, attraversata dalle grandi strade consolari e punteggiata di ville suburbane, orti e sepolcri. Il santuario si trovava esattamente qui, in una piega tra le collinette, dove la vena d'acqua usciva dal terreno.

Il santuario di Anna Perenna fuori porta

Ovidio dice che la festa si celebrava non lontano dalle rive del Tevere. La formula è vaga e per secoli ha alimentato ricostruzioni contrastanti, con proposte sulla riva destra, verso il Gianicolo, o lungo il primo tratto della via Flaminia. La scoperta del 1999 ha dato una risposta materiale: l'area sacra era ai piedi dei Parioli, in posizione compatibile con la descrizione ovidiana, a meno di due chilometri in linea d'aria dal fiume e a poca distanza dal tracciato della Flaminia.

La collocazione fuori dal perimetro urbano non è un accidente. I culti che prevedevano assembramenti popolari, bevute e canti osceni trovavano posto fuori: la città lasciava la festa alla campagna, e la campagna la restituiva la sera sotto forma di cortei barcollanti che rientravano dalle porte. Lo stesso schema vale per altri santuari suburbani romani, e vale ancora oggi per le scampagnate fuori porta dell'ottobrata, che di quel modello sono l'erede diretta.

Le strade, l'acqua, il paesaggio

Il quadrante a nord di Roma era servito dalla via Flaminia, aperta nel 220 a.C. da Gaio Flaminio, e dalla via Salaria, la strada del sale, molto più antica. Fra le due, il terreno saliva verso i Monti Parioli e poi verso Monte Antenne, dove sorgeva l'abitato sabino di Antemnae, e verso il pianoro dell'Acqua Acetosa, celebre fino al Novecento per le sue acque minerali ferruginose. Tutta la zona è un sistema di sorgenti: il santuario di Anna Perenna appartiene a questo paesaggio idrico, e va letto insieme alle altre polle che i romani hanno frequentato e monumentalizzato.

Chi vuole farsi un'idea del contesto naturale a due passi dal sito può salire fino a Villa Ada, il grande parco che occupa la parte alta dello stesso versante, o affacciarsi su Forte Antenne, costruito proprio sulla collina dell'antica Antemnae. Dall'altra parte del Tevere, la riserva naturale della Valle dell'Aniene conserva la fisionomia fluviale che questo quadrante aveva prima dell'espansione edilizia.

La villa dell'Auditorium e il vicinato antico

A poche centinaia di metri di distanza, sotto il cantiere del Parco della Musica, negli anni Novanta è emerso un altro scavo importante, quello della cosiddetta villa dell'Auditorium, una fattoria arcaica trasformata in villa signorile e studiata in una monografia collettiva diretta da Andrea Carandini. I due ritrovamenti raccontano lo stesso paesaggio: campagna produttiva, ville, culti delle acque, tutto a ridosso della città. Chi visita l'Auditorium Parco della Musica oggi cammina sopra quella fattoria, e quasi nessuno lo sa.

Il consiglio che ti do per visitare Fonte di Anna Perenna

Il consiglio è uno solo e lo dico senza giri: mettetevi in lista prima, non dopo. Le aperture della Fonte di Anna Perenna sono poche, gratuite e a numero chiuso, e i posti si esauriscono nel giro di ore dal momento in cui il calendario viene pubblicato dalla Soprintendenza Speciale di Roma. Chi aspetta di essere a Roma per cercare il biglietto arriva sempre tardi. Chi tiene d'occhio il sito dell'ente e prenota il giorno stesso dell'annuncio entra. Non è una questione di fortuna, è una questione di tempismo.

Secondo consiglio, sull'ordine della giornata. Se avete la prenotazione, dedicate la mattina alle Terme di Diocleziano e il pomeriggio ai Parioli, oppure fate il museo il giorno prima. Arrivare sotto piazza Euclide sapendo già che cosa sono le laminette arrotolate e i contenitori di piombo cambia completamente il valore dei cinquanta minuti di visita: si guarda la cisterna e si vede il punto esatto in cui quelle cose sono state gettate, invece di guardare un muro.

Terzo, l'abbigliamento e le condizioni. Si scende sotto il livello stradale in un ambiente umido, con scale e pavimentazioni non sempre regolari: scarpe chiuse con suola che tenga, e una felpa anche in estate, perché sotto ci sono diversi gradi in meno e l'umidità si sente. Niente treppiedi ingombranti, niente passeggini: il percorso è stretto. Se viaggiate con bambini piccoli, valutate il portabebè.

Quarto, la data. Se potete scegliere, scegliete un'apertura vicina al quindici marzo. Visitare il santuario di una dea del capodanno arcaico nei giorni in cui i romani ci facevano baldoria è una di quelle coincidenze che rendono la giornata memorabile, e capita spesso che le Giornate Europee del Patrimonio o le iniziative di primavera producano aperture in quel periodo. Se invece il vostro viaggio cade in un mese qualunque e non trovate aperture, non ostinatevi: puntate sul museo e lasciate perdere il pellegrinaggio in piazza. Un cancello chiuso non insegna niente a nessuno.

Quinto, e vale come metodo generale per Roma: quando visitate un sito ad accesso limitato, portate con voi un piano B nel raggio di dieci minuti. Qui il piano B è ottimo: risalendo verso la Villa Ada o scendendo verso il MAXXI e il Foro Italico la giornata regge comunque, e nessuno torna a casa arrabbiato.

Fonte di Anna Perenna
Fonte di Anna Perenna

Il tesoro della cisterna: che cosa è uscito dal fango della Fonte di Anna Perenna

Adesso arriviamo al motivo per cui questo nome compare nei manuali. L'elenco dei materiali recuperati nella cisterna è lungo e va letto per categorie, perché ogni categoria racconta un gesto diverso.

Le 549 monete della Fonte di Anna Perenna

Il numero, studiato in sede numismatica da Fiorenzo Catalli, è di 549 monete, quasi tutte in bronzo, con un arco cronologico che va dall'ultimo secolo della Repubblica fino al VI secolo d.C. e una concentrazione fortissima nel periodo compreso fra Domiziano e Giuliano. Sono le offerte di chi passava: il gesto di lanciare una moneta nell'acqua sacra è documentato in decine di santuari e sopravvive intatto nella Roma di oggi, davanti alla Fontana di Trevi, con una continuità che non ha bisogno di commenti.

Il dato che fa discutere è l'assenza quasi totale di monete anteriori ad Augusto in un contesto che archeologicamente risale al IV secolo a.C. Le spiegazioni sul tavolo sono due, entrambe ragionevoli: una pulizia periodica della cisterna, che avrebbe rimosso i depositi più antichi, oppure un restauro di età imperiale che ha ripulito il fondo. Nessuna delle due è dimostrata in via definitiva, e chi vi racconta la faccenda come un fatto assodato vi sta semplificando la vita.

Le 74 lucerne e la magia della fiamma

Dalla cisterna sono uscite 74 lucerne in terracotta. Il dettaglio che le rende straordinarie riguarda il loro stato: cinquantaquattro erano nuove, mai accese, e venti mostravano segni di uso. Vuol dire che una parte era stata comprata e gettata senza essere mai adoperata, e che l'offerta della lampada aveva senso in sé, come oggetto. Le tipologie riconosciute vanno dalle lucerne cosiddette a perline, databili fra IV e inizio V secolo, alle lampade di tipo catacombale del V secolo.

Sei di queste lucerne contenevano al loro interno una defixio arrotolata. La pratica ha un nome nella letteratura specialistica, lampenzauber, magia delle lucerne, ed è largamente documentata nei papiri magici greci e nelle pagine di Apuleio: la lampada serviva a convogliare la richiesta, accesa o spenta a seconda del rito. Infilare una maledizione dentro una lampada e affidarla all'acqua significava mettere insieme i due elementi, fuoco e acqua, e consegnare il pacchetto alla divinità. Una tecnica, non un'improvvisazione.

Le pigne e i gusci d'uovo della Fonte di Anna Perenna

Dal fango sono venute fuori sette pigne, rametti, frammenti di legno lavorato, lamelle e tavolette ricavate da essenze diverse, e numerosi gusci d'uovo. Sono i materiali dei riti di prosperità e di rinascita: la pigna, con i suoi semi chiusi, e l'uovo sono simboli di vita potenziale in mezzo mondo antico, e la loro presenza in un santuario dedicato all'anno che ritorna ha una coerenza perfetta. Nessun bisogno di forzature esoteriche: chiedere di attraversare l'anno e gettare in acqua un uovo sono due modi di dire la stessa cosa.

Il caccabus della Fonte di Anna Perenna, il paiolo delle pozioni

L'oggetto che colpisce di più i visitatori è un calderone di rame, quello che le fonti latine chiamano caccabus, recuperato con evidenti tracce di bruciatura sul fondo. Insieme è stato trovato un mestolino rituale. La lettura degli scavatori è che sul posto si preparassero decotti e pozioni: si accendeva un fuoco, si scaldava un liquido, si mescolava. Non lo si può dimostrare al cento per cento, perché un paiolo bruciato in teoria può avere altre storie, ma il contesto in cui è stato trovato, in mezzo a laminette di maledizione e figurine di cera, rende l'ipotesi molto solida.

Le anfore e i contenitori ceramici

Completano il quadro tre grosse brocche di ceramica e una quantità notevole di frammenti di anfore, alcune delle quali gettate deliberatamente nella cisterna. Come detto, intorno al V secolo la vasca fu chiusa proprio con cocci di anfore vinarie. In un santuario dove il rito principale consisteva nel bere, il vaso da vino è tutto tranne che un dettaglio accessorio: è lo strumento della festa, e finisce nell'acqua insieme a tutto il resto.

Le defixiones della Fonte di Anna Perenna: le maledizioni scritte sul piombo

Qui si entra nel materiale che ha reso questo santuario un caso di studio internazionale. Le defixiones sono maledizioni scritte, di norma su sottili lamine di piombo, arrotolate o piegate, spesso trafitte da un chiodo e affidate a un luogo di passaggio verso il mondo sotterraneo: una tomba, un pozzo, una sorgente. Il verbo latino defigere significa inchiodare, fissare, bloccare, ed è esattamente quello che il testo si propone di fare con la vittima.

Che cosa è una defixio, in pratica

Il meccanismo è giuridico prima che magico. Chi scrive consegna una persona a una divinità, la nomina, la descrive, elenca le parti del corpo che vuole colpire e chiede l'esecuzione. La formula tipica somiglia a un atto notarile rovesciato: si affida un bene, in questo caso un nemico, e si specifica che cosa deve accadergli. Nel mondo romano le vittime più frequenti sono aurighi e cavalli da corsa, avversari in tribunale, rivali in amore e concorrenti in affari. La magia antica non è mai vaga: è dettagliata, ripetitiva, ossessiva sui nomi.

Le 22 laminette della Fonte di Anna Perenna

Dal deposito della cisterna sono state recuperate ventidue lamine di maledizione: sedici in piombo, due in rame conservate integre, quattro frammentarie. Sei erano arrotolate dentro altrettante lucerne. Il numero, in questo campo, è enorme: sono pochissimi i contesti al mondo che restituiscono una serie simile in un unico luogo, con l'unica eccezione dei grandi depositi di Bath in Britannia e del santuario di Iside e Mater Magna a Magonza, studiato proprio da Jürgen Blänsdorf, lo stesso filologo che ha lavorato alla decifrazione dei testi romani.

La lettura di questi documenti è un mestiere durissimo. Il piombo si ossida, le lettere sono incise con punte sottili in corsiva tardoantica, i testi mescolano latino e greco, alternano parole comprensibili e sequenze di lettere prive di senso apparente. Alla decifrazione della serie di Anna Perenna hanno lavorato specialisti di primo piano, fra cui lo stesso Blänsdorf e, sul versante della magia greca, Christopher Faraone dell'Università di Chicago.

I nomi incisi sulle laminette della Fonte di Anna Perenna

Il particolare che lascia il segno sui visitatori è che questi testi contengono nomi propri di persone realmente vissute nella Roma tardoantica. Su un contenitore compare il nome di Leontius. Una figurina reca inciso sul petto e sul dorso il nome di Petronius Cornigus. In un'altra serie compare il nome di una donna, Decentia, in un testo disposto su due colonne che chiama in causa il dio egiziano Seth. Altrove ricorre un Antonius, maledetto insieme alla madre secondo una formula che raddoppiava l'efficacia colpendo la discendenza.

Il tono di queste richieste non ammette equivoci. In una execratio si augura alla vittima di sciogliersi, di languire, di affondare, e che tutte le sue ossa si dissolvano. Non sono scherzi da bottega: sono documenti di odio, scritti da persone che pagavano perché quell'odio venisse messo in forma corretta e consegnato alla divinità giusta. Chi legge queste righe davanti a una vetrina smette di sorridere.

Abrasax, il palindromo e il demone dalla testa d'uccello

Sui contenitori e su alcune laminette compaiono immagini e formule che appartengono al repertorio magico mediterraneo di età imperiale. Ricorre il nome di Abrasax, o Abraxas, entità legata alla speculazione gnostica e alla religiosità solare, il cui nome vale numericamente 365 secondo il calcolo alfabetico greco: il numero dei giorni dell'anno, che in un santuario dedicato alla dea dell'anno che ritorna produce una coincidenza notevole. Ricorre il palindromo ablanathanalba, una delle sequenze più diffuse dell'intero corpus magico antico, scritta in modo da leggersi uguale nei due sensi, come un nodo che si chiude.

Su sei laminette compare il disegno di un demone dalla testa d'uccello e dal corpo tondeggiante, coperto di iscrizioni. L'identificazione con Abrasax, proposta all'inizio, è stata rimessa in discussione dagli studi successivi: in un lavoro del 2016 György Németh ha osservato che la figura romana ha piedi umani e non impugna mai lo scudo, a differenza dell'anguipede tradizionale, e ha proposto di leggere in tre righe di lettere incise sul ventre del demone una abbreviazione del nome di Gesù Cristo Nazareno. Se la lettura regge, siamo davanti a un praticante non cristiano che riusa formule cristiane come si riusa uno strumento che funziona. È l'immagine più esatta della religiosità tardoantica: un mercato di potenze, dove conta l'efficacia e non l'ortodossia.

Perché proprio il piombo

La scelta del materiale non è casuale. Il piombo è freddo, pesante, opaco, si lavora facilmente con una punta e non brucia. Nel pensiero magico antico queste qualità venivano trasferite alla vittima: come il piombo è freddo e inerte, così diventi la persona nominata. È lo stesso principio analogico che governa i pupi di cera, che si sciolgono, e i chiodi, che fissano. Aggiungete che il piombo era a portata di mano in una città percorsa da chilometri di fistule idriche, e capirete perché nell'antichità le maledizioni si scrivano quasi sempre su quel metallo.

Fonte di Anna Perenna
Fonte di Anna Perenna

I pupi di cera dentro i contenitori di piombo

Se le laminette sono il testo, i contenitori sono l'oggetto che ha reso la Fonte di Anna Perenna unica al mondo. Dalla cisterna sono usciti diciotto contenitori in lamina di piombo e tre in terracotta con coperchio di piombo, tutti sigillati ermeticamente con resine naturali. In nessun altro sito archeologico esiste una serie confrontabile.

Le matrioske di piombo

Alcuni contenitori erano costruiti come cilindri infilati uno dentro l'altro, tre livelli, come bambole russe. Uno degli esemplari studiati misura circa 7,5 centimetri di altezza per 6,5 di diametro nel cilindro esterno, 7 per 5,5 in quello intermedio e 6,2 per 4,8 nel più piccolo. Dentro il cilindro più interno, una sola figurina. La costruzione a scatole concentriche non era un vezzo: moltiplicava le barriere fra la vittima e il mondo, e ogni parete era a sua volta incisa con caratteri magici e simboli, così che il contenitore stesso funzionasse come una defixio.

Che cosa c'era dentro i contenitori della Fonte di Anna Perenna

Le figurine antropomorfe sono modellate in cera e in impasti organici: farina, latte, zuccheri, erbe. Alcune hanno un piccolo elemento osseo interno, una specie di scheletro, talvolta inciso con lettere. La conservazione di materiali del genere per sedici secoli è dovuta esclusivamente all'ambiente anaerobico creato dal limo e dalla chiusura ermetica: in condizioni normali di quei pupi non resterebbe nulla, e infatti nel resto dell'impero romano non ne conosciamo quasi.

Una figurina maschile è avvolta dalle spire di un mostro serpentiforme, con due chiodi conficcati, uno sui piedi e uno nello stomaco. Un'altra, come detto, porta il nome di Petronius Cornigus inciso sul petto e sulla schiena. Il linguaggio è trasparente: si immobilizza, si strozza, si colpisce l'organo che si vuole colpire. La figurina non rappresenta la vittima, nella logica antica la sostituisce.

L'impronta della mano femminile

Il dettaglio dell'impronta digitale merita di essere ripreso qui, dove il contesto tecnico lo rende più chiaro. Sulla resina di sigillatura di uno dei contenitori è stata individuata un'impronta digitale, e le verifiche condotte con la Polizia Scientifica hanno portato ad attribuirla a una mano femminile. In termini archeologici significa individuare l'operatore: non l'ideatore del rito, non il cliente, ma la persona che materialmente ha chiuso l'oggetto. In un contesto in cui gli specialisti dell'arte magica erano professionisti pagati, quella impronta rende ragionevole immaginare una maga di mestiere attiva ai Parioli nel IV secolo.

Che differenza c'è fra un pupo antico e una bambola voodoo

Domanda che arriva sempre, e la risposta va data con precisione. Il termine voodoo appartiene a una religione afroamericana moderna e non ha nulla a che vedere con Roma: usarlo è una scorciatoia giornalistica. Il nome tecnico corretto, nella letteratura specialistica, è poppet o figurina magica, e in italiano i restauratori romani parlano semplicemente di pupi. La tecnica antica è documentata nei papiri magici greci d'Egitto con istruzioni dettagliate su come modellare la figura, come nominarla e dove depositarla. Quello che rende eccezionale il caso romano non è la pratica, che conoscevamo dai testi, ma il fatto che qui le abbiamo in mano, con i contenitori ancora chiusi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che alle Idi di marzo fu ucciso Cesare. Molti sanno che alle Idi di marzo si festeggiava Anna Perenna. Quasi nessuno collega le due cose alla terza, che è la più interessante: il calendario romano arcaico faceva cominciare l'anno a marzo, e le Idi, cioè il plenilunio, erano la vera soglia dell'anno nuovo. Il quindici marzo non era una data qualunque abbellita da una festa contadina: era il capodanno del popolo, celebrato bevendo l'acqua di una sorgente e chiedendo alla dea di poter attraversare un altro giro completo di stagioni.

Questo spiega una serie di cose che di solito restano sospese. Spiega perché i nomi dei mesi da settembre a dicembre significhino settimo, ottavo, nono e decimo, cosa priva di senso in un anno che comincia a gennaio e perfettamente logica in un anno che comincia a marzo. Spiega perché il mese di marzo sia dedicato a Marte, il dio che apriva la stagione militare, e perché nei Fasti Marte e Anna finiscano in una storia comune. Spiega perché la festa fosse un rito di passaggio con tutti gli ingredienti classici del capodanno: eccesso di cibo e vino, inversione delle regole, licenza sessuale verbale, capelli sciolti, canti osceni.

E spiega la funzione della fonte. In un capodanno popolare l'acqua di sorgente non è un dettaglio pittoresco: è la sostanza che scorre e non finisce, la cosa più simile alla durata che un contadino romano potesse toccare con le mani. Bere quell'acqua allungando il vino significava incorporare la perennità della dea, e contare i boccali significava contrattare gli anni. Sotto la comicità delle scene descritte da Ovidio corre un'idea seria e antichissima del tempo.

Ultimo tassello, quello che di solito manca del tutto nei racconti divulgativi: la festa non si estinse con l'arrivo del cristianesimo. Il santuario continuò a essere frequentato per secoli dopo la fine ufficiale del paganesimo, e nel IV e V secolo la sua funzione cambiò di segno, da luogo di baldoria collettiva a luogo di operazioni magiche private. La cisterna documenta questo passaggio con una precisione che nessun testo letterario ci avrebbe dato: non la morte di un culto, ma la sua trasformazione clandestina.

Perché la magia alla Fonte di Anna Perenna arriva così tardi

È la domanda che qualsiasi persona attenta si pone dopo aver visto le vetrine: se il santuario esiste dal IV secolo a.C., perché il grosso del materiale magico si concentra fra IV e V secolo d.C., cioè settecento anni dopo, in piena epoca cristiana? La risposta obbliga a smontare un luogo comune scolastico.

Il quarto secolo non è un secolo di fede tranquilla

Dopo l'editto di Milano del 313 e per tutto il secolo successivo Roma vive una fase di convivenza confusa: templi che chiudono e templi che restano aperti, aristocrazie che si convertono e aristocrazie che resistono, culti orientali che continuano a funzionare, chiese che si costruiscono sui margini della città. In un quadro del genere la magia non è un residuo del passato, è uno strumento che chiunque può usare a prescindere dalla propria appartenenza religiosa. Il cliente della maga dei Parioli poteva benissimo andare in chiesa la domenica e far sigillare un pupo il lunedì.

La documentazione della Fonte di Anna Perenna è preziosa proprio per questo: fotografa il momento in cui il santuario cambia funzione. Nella fase antica raccoglie offerte pubbliche, monete, voti sciolti con iscrizioni firmate, come quella di Suetonius Germanus. Nella fase tarda raccoglie oggetti clandestini, scritti con nomi altrui e sigillati perché nessuno li apra. Da luogo di festa collettiva a laboratorio privato di ostilità.

Le leggi contro i maghi

Va detto con precisione: la magia dannosa era illegale già in età repubblicana. Le Dodici Tavole punivano chi incantava i raccolti altrui, la lex Cornelia de sicariis et veneficis di età sillana colpiva i venefici, e nel Basso Impero le costituzioni contro maghi e indovini si fanno durissime, con pene capitali. Praticare quello che è stato praticato dentro questa cisterna significava rischiare la testa. La clandestinità spiega la scelta del luogo: fuori città, sott'acqua, dentro contenitori sigillati, in un punto dove nessuno avrebbe cercato.

Spiega anche il silenzio delle fonti scritte. Nessun autore antico ci racconta che ai piedi dei Parioli si sigillavano pupi di cera: era attività illegale, e chi la esercitava non lasciava memorie. Senza la cisterna e senza il limo, questo capitolo di storia romana sarebbe rimasta invisibile per sempre.

La fine della Fonte di Anna Perenna, all'inizio del VI secolo

La frequentazione del sito si interrompe agli inizi del VI secolo d.C. La vasca era già stata chiusa nel secolo precedente con cocci di anfora. Sul perché, la spiegazione più diffusa collega l'abbandono all'inasprimento della legislazione contro i culti pagani in età giustinianea. È una lettura ragionevole, non una certezza documentata: nella Roma del VI secolo pesano anche le guerre gotiche, il crollo demografico, il taglio degli acquedotti, lo spopolamento della fascia suburbana. Un santuario fuori porta poteva morire semplicemente perché intorno non era rimasto nessuno.

La foto giusta da fare a Fonte di Anna Perenna

Comincio da una precisazione tecnica che risparmia delusioni: la fotografia da cartolina, qui, non esiste. Il monumento si trova in un vano interrato, senza luce naturale, con spazi stretti e un allestimento pensato per l'occhio e non per il sensore. Chi entra sperando in un colpo da social esce scontento. Chi entra sapendo che cosa cercare porta a casa due o tre immagini che valgono più di cento panoramiche del Colosseo.

La foto numero uno: le iscrizioni in luce radente

L'allestimento illumina le murature con una luce bianca radente, studiata proprio per rendere leggibili le iscrizioni. È la condizione ideale per fotografare l'epigrafe: mettetevi di lato rispetto alla fonte luminosa, non frontali, e lasciate che le ombre riempiano i solchi delle lettere. Una dedica alle ninfe consacrate ad Anna Perenna, letta nel punto in cui fu murata, è una immagine che racconta tutto il sito in un fotogramma. Con il telefono, disattivate il flash: appiattisce le lettere e rovina il lavoro della luce radente.

La foto numero due: il blu dell'acqua che non c'è più

Il progetto di illuminazione usa il blu per evocare la presenza dell'acqua nell'ambiente. Fotografata a mano libera, la scena richiede una posa lunga e una superficie d'appoggio: appoggiate il telefono su un parapetto o sul bordo di una muratura invece di alzare le braccia. Se l'apparecchio lo consente, abbassate la sensibilità e allungate il tempo. La resa è una immagine cupa, satura, con le murature che emergono dal blu. Non è la Roma dorata delle cartoline, ed è esattamente il motivo per cui funziona.

La foto numero tre, quella che nessuno pensa di fare

Uscite in superficie e fotografate la piazza: le auto, il traffico, la basilica di Brasini sullo sfondo, la vita normale di un quartiere borghese. Poi mettete quella fotografia accanto a quella della cisterna. Il dittico fra la banalità della superficie e l'eccezionalità di quello che vi corre sotto è la sintesi migliore di questo luogo, e vale come lezione su Roma intera: la città verticale, dove il livello che calpestiamo è sempre l'ultimo di una pila.

Le foto ai reperti, alle Terme di Diocleziano

Nel museo la fotografia senza flash e senza treppiede è normalmente ammessa nei luoghi della cultura statali, salvo indicazioni diverse in sala. I contenitori di piombo e le figurine sono oggetti piccoli, scuri, chiusi in vetrine con riflessi difficili: avvicinate l'obiettivo al vetro fino quasi a toccarlo, così eliminate i riflessi laterali, e fotografate leggermente di sbieco per evitare il vostro riflesso al centro. Le lucerne rendono meglio delle laminette, perché la terracotta riflette poco e la forma si legge subito.

Moneta d'argento raffigurante la Dea Anna Perenna
Moneta d'argento raffigurante la Dea Anna Perenna - Zecca del nord Italia o della Spagna 81-82 a.C.

Che cosa si vede oggi sotto piazza Euclide

Chi riesce a entrare trova un ambiente museale vero, non un cantiere. Nell'autunno del 2024 la Soprintendenza Speciale di Roma ha presentato il nuovo allestimento del sito, frutto di un lungo lavoro di pulitura, restauro murario e progettazione delle luci. Il soprintendente Daniela Porro ha parlato, in quell'occasione, della restituzione alla città di una delle scoperte più importanti avvenute a Roma alla fine del secolo scorso; l'archeologo responsabile del sito, Fabrizio Santi, ha spiegato la logica dell'impianto luminoso, con il blu che evoca la presenza dell'acqua e la luce bianca radente che rende leggibili le iscrizioni.

Il percorso della visita alla Fonte di Anna Perenna

Il turno dura circa cinquanta minuti e si svolge quasi interamente davanti alle strutture antiche, con la guida che ricostruisce la topografia dell'area in età romana partendo dalla cavità naturale alle pendici dei Parioli. Si vedono la vasca rettangolare, lunga oltre quattro metri, le murature in tufo e laterizio, le iscrizioni murate, il punto in cui si apriva la cisterna. La componente narrativa pesa quanto quella visiva: senza il racconto, un occhio non allenato vedrebbe soltanto muri bassi in un vano interrato.

Il video con il rilievo tridimensionale

All'allestimento è stato aggiunto un filmato costruito su un rilievo tridimensionale delle strutture e dei reperti. Serve a due cose: mostrare le caratteristiche costruttive che dal vivo restano invisibili, e far vedere gli oggetti che dal vivo non ci sono, perché conservati al museo. È la soluzione più onesta possibile per un sito diviso in due, e va guardato con attenzione anche da chi normalmente salta i video nei musei.

Che cosa non si vede alla Fonte di Anna Perenna

Diciamolo chiaramente, così nessuno resta deluso: non si vede acqua corrente, non si vedono mosaici, non si vedono statue. Non si vedono i pupi, né le laminette, né le lucerne. Si vede l'architettura di una sorgente monumentalizzata e si capisce, stando dentro il volume in cui è avvenuto tutto, la scala reale del santuario, che è sorprendentemente piccola. Questa piccolezza è essa stessa un'informazione: la storia più grande della magia romana è uscita da un locale delle dimensioni di un appartamento.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Un luogo usato per nove secoli e poi dimenticato per millecinquecento anni ha una cronologia densa. Provo a metterla in fila, distinguendo ciò che è documentato da ciò che resta ipotesi.

La monumentalizzazione della sorgente, IV secolo a.C.

Il primo avvenimento è la decisione, presa in età repubblicana, di murare la polla d'acqua e costruirci intorno una vasca in blocchi di tufo. È il momento in cui una sorgente di campagna diventa un santuario. Nella Roma di quel secolo, impegnata nelle guerre sannitiche e nella costruzione dei primi grandi acquedotti, monumentalizzare una vena d'acqua fuori città significa riconoscerle uno statuto sacro stabile.

Le Idi di marzo, ogni anno, per secoli

L'avvenimento più ripetuto della storia di questo posto è una festa. Ogni quindici marzo, per un numero imprecisato di generazioni, migliaia di romani uscivano dalla città e occupavano questo tratto di campagna per bere, cantare, ballare e chiedere anni di vita. Ovidio la descrive come un fatto ordinario del calendario. Chi visita il sito dovrebbe provare a immaginare quel campo pieno di tende improvvisate con le toghe: è il singolo evento storico che ha lasciato più tracce in questo luogo, e non ha lasciato una pietra.

Il voto sciolto nel 156 d.C.

Un giorno preciso del 156 d.C., sotto Antonino Pio, Suetonius Germanus e la moglie Licinia salgono al santuario e fanno incidere il proprio ringraziamento alle ninfe consacrate ad Anna Perenna per un voto legato a due vittorie. È il fatto meglio datato dell'intera storia del sito, l'unico episodio con nomi e anno. Sul giorno esatto le trascrizioni in circolazione non concordano, per cui mi limito all'anno, che è certo.

Il voto del liberto Eutichide

Una terza iscrizione documenta il voto di un liberto, Eutichide, sciolto per la vittoria del proprio patrono. Un liberto che ringrazia le ninfe per il successo dell'uomo che lo ha affrancato racconta in tre righe l'intero sistema sociale romano: la dipendenza personale continuava dopo la libertà, e passava anche attraverso il culto.

La stagione della magia, IV e V secolo d.C.

Fra il IV e il V secolo il sito diventa il centro di attività magiche continuative. Non un episodio, una stagione lunga decenni: ventidue laminette, ventuno contenitori sigillati, decine di lucerne. È l'avvenimento che ha reso questo luogo famoso nella ricerca internazionale, e paradossalmente è anche l'unico di cui nessuna fonte antica parla.

La chiusura della vasca e l'abbandono

Intorno al V secolo la vasca viene chiusa con cocci di anfore vinarie; agli inizi del VI il sito è abbandonato. Da quel momento la memoria si spegne. Il bosco sacro sparisce dalla topografia, il nome resta soltanto nei versi di Ovidio, e per millecinquecento anni nessuno sa più dove fosse.

Ottobre 1999: il ritrovamento

L'ultimo grande avvenimento è la riscoperta durante lo scavo di archeologia preventiva per il parcheggio di piazza Euclide, con la direzione scientifica di Marina Piranomonte. Nel giro di poche settimane un cantiere edilizio si trasforma in uno degli scavi più citati della archeologia romana contemporanea.

Autunno 2024: il nuovo allestimento

Il capitolo più recente è la presentazione del nuovo allestimento museale del sito da parte della Soprintendenza Speciale di Roma, con illuminazione dedicata, restauro delle murature, video con rilievo tridimensionale e un programma di visite guidate gratuite su prenotazione. Dopo venticinque anni dalla scoperta, il monumento è tornato accessibile, sia pure a intermittenza.

Chi è passato da Fonte di Anna Perenna

Non aspettatevi la solita sfilata di imperatori. Questo è un santuario popolare, e la sua lista di frequentatori è fatta di gente comune, di professionisti dell'occulto e, nel nostro tempo, di archeologi. È una lista molto più interessante di quella di certi monumenti blasonati.

La plebe di Roma

I primi a passare di qui sono le migliaia di romani senza nome che ogni quindici marzo occupavano il prato. Ovidio li descrive uno per categoria: le coppie sdraiate, quelli che dormivano sotto il cielo, quelli che tiravano su capanne di frasche, le ragazze che ballavano coi capelli sciolti, gli ubriachi che rientravano barcollando la sera. Non sappiamo un solo nome fra questi, e sono i veri protagonisti del luogo.

Ovidio

Il poeta di Sulmona è il testimone letterario del santuario: senza il terzo libro dei Fasti non sapremmo nulla della festa, e la fonte non sarebbe stata identificata con questa sicurezza. Ovidio scrive fra il 2 e l'8 d.C., prima dell'esilio a Tomi, e descrive la giornata con una precisione da cronista, dai canti da teatro alle toghe tese sulle canne. Che vi sia stato di persona non è documentato da nessuna riga: dal tono, io ci scommetterei, ma una scommessa non è una prova e va detto.

Suetonius Germanus e Licinia

Nel 156 d.C. questa coppia arriva al santuario per sciogliere un voto e lascia il proprio nome inciso nella pietra, insieme a una seconda dedica dello stesso uomo. Sono i due frequentatori con nome e data certi. Di loro non sappiamo altro: nessuna carriera, nessuna famiglia illustre, nessun sepolcro. Due romani qualunque del secondo secolo che avevano chiesto qualcosa e sono tornati a ringraziare.

Eutichide, il liberto

Terzo nome epigrafico, terzo spaccato sociale: un liberto che scioglie un voto per la vittoria del proprio patrono. Il suo nome greco dice l'origine servile, la formula dice la fedeltà, la pietra dice che poteva permettersi un'iscrizione.

Leontius, Petronius Cornigus, Decentia, Antonius

Sono i nomi che compaiono sui contenitori di piombo e sulle figurine, e vanno letti al contrario degli altri: non i devoti, ma i bersagli. Persone che qualcuno voleva bloccare, ammalare o distruggere, e che sono arrivate fino a noi per il motivo più amaro possibile, cioè perché qualcuno le odiava abbastanza da pagare per farle scrivere su una lamina. Fra tutte, la figura che mi resta in testa è quella della donna chiamata in causa in un testo su due colonne insieme al dio Seth.

La maga dei Parioli

Non ha un nome, ha un'impronta. La donna che ha sigillato con la resina uno dei contenitori è la sola operatrice materiale identificata in tutto il deposito, e la sua traccia è la cosa più vicina a un ritratto che possediamo di una professionista della magia romana. Nessuna fonte letteraria antica ci ha lasciato un documento simile.

Gli archeologi e gli studiosi

Il capitolo contemporaneo ha nomi precisi. Marina Piranomonte ha diretto lo scavo del 1999 e ha curato la pubblicazione dei materiali. Fiorenzo Catalli ha studiato le 549 monete. Jürgen Blänsdorf, filologo di Magonza, ha lavorato alla decifrazione delle defixiones; Christopher Faraone, dell'Università di Chicago, ha portato nel dossier la prospettiva comparativa sulla magia greca; György Németh ha riletto nel 2016 i disegni delle laminette. In laboratorio hanno lavorato Giovanna Bandini, Jarmila Polakova e Idana Rapinesi. Nel 2024 Daniela Porro, soprintendente speciale di Roma, e Fabrizio Santi, archeologo responsabile del sito, hanno riaperto il monumento con il nuovo allestimento. Sono passaggi che a Roma nessuno celebra, e che decidono se un luogo esiste o resta sepolto.

Che cosa c'è intorno alla Fonte di Anna Perenna

La visita dura meno di un'ora e il quartiere merita il resto della giornata. Ecco che cosa si raggiunge a piedi o con una fermata di distanza.

Piazza Euclide e la basilica di Armando Brasini

Il monumento che domina la piazza è la basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria, progettata da Armando Brasini e iniziata nel 1923. La cripta fu consacrata nel 1936, anno in cui la chiesa fu affidata ai Missionari figli del Sacro Cuore Immacolato di Maria, i clarettiani; nel 1951 fu completato il tamburo, ma la cupola prevista dal progetto non venne mai realizzata, e quello che oggi si vede è lo zoccolo del tamburo in mattoni con quattro piccole finestre quadrate. Giovanni XXIII la elevò a basilica minore nel maggio 1959 e Paolo VI ne fece titolo cardinalizio nel febbraio 1965. La pianta combina una croce greca inscritta in un cerchio con quattro cappelle laterali ottagonali; all'esterno corrono ventotto colonne tuscaniche e un pronao in travertino.

Brasini è l'architetto romano più teatrale del Novecento, uomo di grandi visioni e di poche opere concluse: questa chiesa incompiuta, con il suo troncone di tamburo, è il suo autoritratto più sincero. Guardatela dopo essere risaliti dalla fonte: sopra un santuario pagano incompiuto nella memoria, una basilica cristiana incompiuta nella pietra.

La stazione sotterranea di Piazza Euclide

Sotto la piazza corre anche la stazione della ferrovia Roma-Civita Castellana-Viterbo, l'unica fermata sotterranea dell'intera linea, aperta il 15 gennaio 1958 e oggi in capo ad ASTRAL, con il servizio operato da Cotral. Non è un monumento, ma è un pezzo di storia dei trasporti romani e spiega perché questo angolo di Parioli sia stato scavato in profondità più volte nel Novecento.

Villa Ada, Villa Glori, l'Acqua Acetosa

Salendo verso nord si entra in Villa Ada, il secondo parco pubblico di Roma per estensione, con i suoi boschi, il laghetto e il colle di Monte Antenne, dove sorgeva la città sabina di Antemnae e dove oggi si trova Forte Antenne. Poco più in là, verso il fiume, il parco della Rimembranza di Villa Glori conserva la memoria dei caduti del 1867, e il pianoro dell'Acqua Acetosa deve il nome alla sorgente ferruginosa che i romani frequentavano per motivi di salute fino al secolo scorso. Il tema dell'acqua, in questo quadrante, non finisce mai.

Coppedè, il MAXXI, l'Auditorium, il Foro Italico

A dieci minuti di autobus, verso piazza Buenos Aires, il quartiere Coppedè offre il contrappunto perfetto alla giornata: un'invenzione architettonica dei primi del Novecento piena di simboli, mostri e citazioni medievali, cioè magia di superficie sopra una città che la magia vera la teneva sottoterra. Verso il fiume si arriva al MAXXI di Zaha Hadid e all'Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano, mentre oltre il Tevere si aprono il Foro Italico e lo Stadio Olimpico. Chi vuole chiudere sul fiume scenda a Ponte Milvio, il ponte della battaglia del 312 fra Costantino e Massenzio: un altro luogo dove la storia religiosa di Roma ha girato l'angolo.

Le catacombe di Priscilla e la Salaria

Chi ha ancora energia e vuole restare sul tema della Roma sotterranea prenda la Salaria e visiti le catacombe di Priscilla, uno dei complessi cimiteriali cristiani più antichi della città. Nel giro di pochi chilometri si passa dal sottosuolo magico pagano al sottosuolo funerario cristiano, negli stessi secoli. È il modo migliore per capire che nel IV secolo a Roma coesistevano mondi che la scuola racconta come successivi.

Le Terme di Diocleziano: dove si conclude la visita alla Fonte di Anna Perenna

La seconda metà di questa storia si trova a cinque chilometri di distanza, nella sede del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, in via Enrico De Nicola 78, accanto a Termini. È lì che sono conservati e in larga parte esposti i materiali della cisterna.

Come organizzare la visita al museo

Apertura dal martedì alla domenica dalle 9 alle 19, ultimo ingresso alle 18, lunedì chiuso. Biglietto unico del Museo Nazionale Romano a 15 euro intero e 2 euro ridotto, valido una settimana su tutte le sedi del circuito; prima domenica del mese gratuita. Per un percorso mirato sui materiali della fonte bastano novanta minuti; per il complesso intero delle terme, con il chiostro michelangiolesco e la sezione epigrafica, serve mezza giornata. Chi vuole allargare il giro nello stesso biglietto ha a disposizione Palazzo Massimo, a duecento metri, e Palazzo Altemps vicino a piazza Navona.

Che cosa guardare per primo

Il mio ordine è questo: prima le lucerne, perché sono l'oggetto più comprensibile e mostrano subito la differenza fra quelle nuove e quelle usate; poi le laminette, che vanno guardate con calma per cogliere la sottigliezza dell'incisione; infine i contenitori di piombo con le figurine, che sono il pezzo forte e vanno tenuti per ultimi. Se andate di fretta e potete guardare una cosa sola, guardate un contenitore sigillato: quella scatoletta di piombo, grande come un bicchiere da caffè, contiene una storia personale di odio del quarto secolo che nessuno doveva più aprire.

La Fonte di Anna Perenna con i bambini

Domanda legittima, risposta articolata. Il sito ai Parioli è poco adatto ai bambini piccoli: ambiente interrato, scale, spazi stretti, poco da vedere per un occhio che non legge le murature, cinquanta minuti di racconto. Sotto gli otto anni sconsiglio. Fra gli otto e i tredici, invece, funziona benissimo a una condizione: raccontare prima la storia. Un ragazzino che sa che laggiù sono state trovate bambole di cera con i chiodi e maledizioni scritte sul piombo scende quelle scale con occhi diversi.

Al museo il discorso si ribalta: le vetrine delle Terme di Diocleziano sono un successo garantito con i ragazzi, perché gli oggetti sono piccoli, strani e immediatamente comprensibili. Suggerisco un gioco che uso spesso con le famiglie: far indovinare che cosa c'era dentro i contenitori prima di leggere il cartellino, e poi far scrivere a ognuno la propria defixio su un foglio, con la formula giusta, nome e richiesta. Si impara più latino in dieci minuti così che in una settimana di esercizi.

Accessibilità, sicurezza e condizioni della visita

Il sito è interrato e vi si accede tramite scale: chi ha difficoltà motorie deve segnalarlo al momento della prenotazione e verificare le condizioni del turno, perché la conformazione del vano non consente sempre soluzioni alternative. L'ambiente è umido e più fresco dell'esterno in ogni stagione. Gli spazi sono stretti e i gruppi sono contingentati proprio per questo. Non ci sono servizi igienici dedicati né guardaroba: si entra con quello che si ha addosso, e conviene averne poco.

Alle Terme di Diocleziano, invece, l'accessibilità è quella di un grande museo statale, con percorsi attrezzati e personale in sala. Chi viaggia con una sedia a rotelle troverà lì la parte della storia che conta di più, e in condizioni migliori.

Quando andare e quando lasciar perdere

Andate quando c'è un'apertura, punto. La stagionalità conta poco per un ambiente sotterraneo, salvo il fatto che d'estate la discesa è un sollievo e d'inverno serve una giacca. Il periodo più bello resta la metà di marzo, per ovvie ragioni di calendario antico. Le Giornate Europee del Patrimonio, in autunno, sono un'altra finestra tradizionale per le aperture straordinarie della Soprintendenza.

Lasciate perdere se siete a Roma per due giorni e non avete mai visto il Foro: questo è un luogo da secondo o terzo viaggio, da persone che hanno già fatto i conti con la città e vogliono capirla più a fondo. Lasciate perdere anche se cercate una esperienza spettacolare: qui non c'è spettacolo, c'è un documento. Il valore è tutto nella testa di chi guarda, ed è il motivo per cui vale la pena arrivarci preparati.

Anna Perenna fuori dalla fonte: monete, calendari, parole

Il culto ha lasciato tracce anche lontano dal santuario dei Parioli, e vale la pena raccoglierle perché aiutano a capire quanto fosse radicato.

La testa femminile sul denario di età sillana

Nella monetazione repubblicana degli anni ottanta del I secolo a.C. compare un denario, battuto per Caio Annio in zecche mobili fuori Roma, con al dritto una testa femminile diademata. Una lettura tradizionale, ripresa nella divulgazione, riconosce in quel volto Anna Perenna, per il gioco allusivo con il nome della gens Annia. È una identificazione plausibile e non unanime: altri vi leggono una personificazione diversa. Segnalo la questione perché la moneta circola spesso, anche nelle immagini che accompagnano gli articoli su questo santuario, e perché il modo corretto di raccontarla è dire che si tratta di una attribuzione discussa, non di un ritratto certificato della dea.

Il posto di Anna Perenna nel calendario romano

La festa compare nei calendari epigrafici romani alla data del quindici marzo, e Macrobio, nei Saturnalia, conserva la formula del sacrificio: si offriva alla dea perché fosse concesso di attraversare l'anno e di continuare a passarne. In una religione dove ogni divinità aveva una competenza precisa, la competenza di Anna Perenna era la durata. Non la fortuna, non la vittoria, non la salute: il proseguire.

Una dea senza tempio in città

Cosa che colpisce sempre chi conosce Roma: non risulta un tempio urbano di Anna Perenna. La dea non ha una cella sul Campidoglio, non ha un sacerdozio celebre, non compare nelle grandi cerimonie di stato. Ha un bosco e una sorgente fuori porta, una festa popolare e nessun apparato. È il profilo tipico delle divinità italiche più antiche, che precedono l'urbanizzazione del sacro e sopravvivono ai margini. Per questo la scoperta del 1999 vale doppio: ha restituito il santuario a una divinità che non ne aveva altri.

Che cosa resta del bosco sacro di Anna Perenna

Del nemus non resta nulla di visibile. Il paesaggio agrario che circondava la sorgente è stato cancellato dall'urbanizzazione novecentesca dei Parioli, e nemmeno un albero di quel bosco può essere indicato. Restano il terreno, la falda, la pendenza della collina e i nomi delle strade. Chi vuole farsi un'idea della vegetazione originaria salga a Villa Ada e guardi il bosco di lecci sul versante nord: non è il bosco di Anna Perenna, ma è il tipo di bosco che c'era.

Domande veloci su Fonte di Anna Perenna

Si può visitare la Fonte di Anna Perenna?

Non liberamente. Il sito è normalmente chiuso e si visita solo durante le aperture straordinarie con visita guidata gratuita organizzate dalla Soprintendenza Speciale di Roma, a turni contingentati e con prenotazione obbligatoria. Chi si presenta in piazza Euclide senza prenotazione non entra.

Quanto costa entrare alla Fonte di Anna Perenna?

Le visite guidate al sito sono gratuite. Il costo, semmai, è la fatica di trovare posto: i turni si esauriscono in fretta e la prenotazione è indispensabile.

Dove si trova esattamente la Fonte di Anna Perenna?

A Roma, quartiere Parioli, all'angolo fra piazza Euclide e via Guidubaldo del Monte, sei metri sotto il piano stradale, all'interno del volume interrato di un parcheggio.

Come si arriva alla Fonte di Anna Perenna con i mezzi?

Il modo più semplice è la metro A fino a Flaminio, poi la ferrovia Roma-Civita Castellana-Viterbo da piazzale Flaminio fino alla stazione Piazza Euclide, una sola fermata. In superficie fermano in piazza le linee 910, 168 e 982.

Quanto dura la visita alla Fonte di Anna Perenna?

I turni durano circa cinquanta minuti. Sommando l'attesa e il tempo di ingresso, conviene calcolare un'ora e un quarto sul posto.

Dove sono i reperti trovati nella Fonte di Anna Perenna?

Al Museo Nazionale Romano, sede delle Terme di Diocleziano, via Enrico De Nicola 78. Sono conservati lì e in buona parte esposti al pubblico.

Quanto costa il biglietto delle Terme di Diocleziano?

Il biglietto unico del Museo Nazionale Romano costa 15 euro intero e 2 euro ridotto, vale una settimana e comprende le altre sedi del circuito. La prima domenica del mese si entra gratis. Esiste una tessera annuale a 30 euro intero e 20 ridotto.

Che cosa si vede davvero sotto piazza Euclide?

La vasca rettangolare in blocchi di tufo e laterizio, le murature, le iscrizioni murate, il punto in cui si apriva la cisterna, il nuovo allestimento di luci e un video con rilievo tridimensionale. Non si vedono gli oggetti, che sono al museo.

Quanti oggetti sono stati trovati nella Fonte di Anna Perenna?

Il conteggio più citato riguarda le 549 monete e le 74 lucerne. A queste si aggiungono ventidue lamine di maledizione, diciotto contenitori di piombo e tre in terracotta con coperchio di piombo, un calderone di rame, un mestolino, tre grosse brocche, sette pigne, gusci d'uovo, legni lavorati e una grande quantità di frammenti ceramici.

Che cosa sono le defixiones della Fonte di Anna Perenna?

Maledizioni scritte, di solito su lamine di piombo, in cui si consegna una persona a una divinità chiedendo che venga bloccata, ammalata o distrutta. Il verbo defigere significa inchiodare. Erano una pratica diffusa in tutto il Mediterraneo antico e formalmente illegale.

È vero che nella Fonte di Anna Perenna sono state trovate bambole voodoo?

Il termine voodoo è improprio e appartiene a una religione moderna. Si tratta di figurine magiche, in italiano pupi, modellate in cera e impasti organici e chiuse dentro contenitori di piombo sigillati. La pratica è antica, mediterranea e documentata nei papiri magici greci.

Perché i reperti della Fonte di Anna Perenna si sono conservati così bene?

Per il limo depositato sul fondo della cisterna, che ha creato un ambiente privo di ossigeno, e per la sigillatura ermetica dei contenitori con resine. In condizioni normali cera, farina, legno e gusci d'uovo sarebbero spariti da secoli.

Di che epoca è la Fonte di Anna Perenna?

La fase muraria più antica risale almeno al IV secolo a.C. Il sito fu rimaneggiato in età imperiale e abbandonato agli inizi del VI secolo d.C., dopo che la vasca era già stata chiusa con cocci di anfore nel V secolo.

Chi era Anna Perenna?

Una divinità romana arcaica dell'anno che ritorna, festeggiata alle Idi di marzo. Ovidio raccoglie versioni diverse sulla sua identità: sorella di Didone, vecchia di Bovillae che sfamò la plebe, ninfa del fiume Numicio, e altre ancora. Il nome contiene l'idea dell'anno e della perennità.

Che cosa si faceva alla festa di Anna Perenna?

Si usciva dalla città, ci si sdraiava sull'erba, si beveva vino allungato con l'acqua della fonte chiedendo di vivere tanti anni quanti erano i bicchieri, si cantava, si ballava e si tornava in città ubriachi. Ovidio la descrive nel terzo libro dei Fasti.

Che rapporto c'è fra Anna Perenna e le Idi di marzo di Cesare?

Soltanto la data. Il quindici marzo era la festa della dea perché nel calendario arcaico marzo apriva l'anno; l'assassinio di Cesare del 44 a.C. cade nello stesso giorno. Che i congiurati abbiano scelto quella data per approfittare della città semivuota è una ipotesi priva di prove.

La Fonte di Anna Perenna è adatta ai bambini?

Sotto gli otto anni no: ambiente interrato, scale, spazi stretti e poco da vedere per un occhio inesperto. Dagli otto anni in su funziona, purché la storia venga raccontata prima. Al museo, invece, i reperti conquistano i ragazzi di qualsiasi età.

La Fonte di Anna Perenna è accessibile in sedia a rotelle?

L'accesso al sito avviene tramite scale e il percorso è stretto: chi ha difficoltà motorie deve verificare le condizioni al momento della prenotazione. Le Terme di Diocleziano, dove sono i reperti, offrono invece l'accessibilità di un grande museo statale.

Si possono fare foto alla Fonte di Anna Perenna?

Nelle visite guidate la fotografia senza flash è di norma consentita, ma l'ultima parola spetta al personale che conduce il turno. La luce è scarsa e il flash rovina la resa delle iscrizioni: conviene appoggiare l'apparecchio e allungare i tempi.

Serve una guida per capire la Fonte di Anna Perenna?

Le aperture prevedono già l'accompagnamento. Detto questo, arrivare avendo letto qualcosa cambia tutto: è un sito che offre pochissimo all'occhio e moltissimo alla testa.

Che differenza c'è fra la Fonte di Anna Perenna e un ninfeo qualsiasi?

Un ninfeo è un'architettura d'acqua, spesso ornamentale, legata a una villa o a un complesso pubblico. Qui siamo davanti a un santuario di sorgente con dedica esplicita alle ninfe consacrate a una divinità precisa e con un deposito rituale di nove secoli. La differenza non è formale, è funzionale: uno decora, l'altro riceve offerte.

Perché la Fonte di Anna Perenna è così importante per gli studiosi?

Perché restituisce un contesto magico completo, con testi, strumenti, contenitori e figurine trovati insieme nello stesso deposito. Nella ricerca internazionale sulla magia antica esistono pochi confronti, e nessuno con questa varietà di materiali organici conservati.

Si può bere l'acqua della Fonte di Anna Perenna?

No. La sorgente non alimenta più alcuna fontana pubblica e l'acqua presente nel sito è un problema conservativo, non una risorsa potabile.

Che cosa vuol dire il nome Anna Perenna?

Contiene la radice di annus, l'anno, e l'idea di perennità: l'anno che dura e ricomincia. Ovidio propone anche l'etimologia poetica che la lega a un fiume perenne, giocando sull'assonanza fra amne perenne e Anna Perenna.

Quanto tempo serve per vedere la Fonte di Anna Perenna e i suoi reperti?

Una giornata piena: cinquanta minuti ai Parioli, novanta minuti alle Terme di Diocleziano per la parte che riguarda il santuario, il resto per gli spostamenti e per il museo nel suo complesso.

Ci sono altri luoghi a Roma con maledizioni antiche come alla Fonte di Anna Perenna?

Defixiones sono state trovate in vari contesti romani, spesso in tombe e pozzi, ma nessun altro sito della città restituisce una serie paragonabile a questa per numero e per stato di conservazione.

Che cosa vedere vicino alla Fonte di Anna Perenna?

La basilica di Brasini sulla piazza, Villa Ada e Forte Antenne verso nord, il quartiere Coppedè verso piazza Buenos Aires, il MAXXI e l'Auditorium verso il fiume, il Foro Italico e Ponte Milvio oltre il Tevere.

La mia ultima parola sulla Fonte di Anna Perenna

Accompagno gruppi da vent'anni e ho imparato a riconoscere i luoghi che cambiano la testa alle persone. Questo è uno di quelli, e lo fa senza colonne, senza marmi e senza panorami. La lezione è tutta in una scatoletta di piombo grande come un bicchiere: dentro c'è una figurina di cera con un nome inciso, chiusa da una mano di donna nel quarto secolo, gettata nell'acqua di una dea che i romani pregavano per campare un anno in più. Fra quel gesto e le nostre paure private la distanza è molto minore di quanto ci faccia comodo credere.

Se posso lasciarvi un compito: tenete d'occhio il calendario delle aperture, prenotate il giorno stesso in cui escono e nel frattempo andate alle Terme di Diocleziano. Chi aspetta il momento perfetto per visitare Roma, di solito, la visita male. Chi prepara, entra.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoFonte di Anna Perenna - Via Guidobaldo del Monte 4B Roma
TagsAnna PerennaFonte di Anna Perenna

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