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Porta del Popolo

La Porta del Popolo è la porta settentrionale delle Mura Aureliane, l’antica Porta Flaminia: per quasi milleottocento anni è stata l’ingresso a Roma di chiunque arrivasse da nord, cioè della quasi totalità dei pellegrini diretti alle basiliche, dei viaggiatori del Grand Tour, delle ambascerie straniere e degli eserciti che scendevano lungo la via Flaminia. Chi la attraversa oggi passando da piazzale Flaminio a piazza del Popolo lo fa spesso senza rallentare, convinto di stare varcando un semplice arco ornamentale fra due grandi spazi urbani. In realtà si tratta di un monumento stratificato in modo quasi vertiginoso: un impianto romano del III secolo dopo Cristo, una facciata esterna cinquecentesca voluta da Pio IV, una facciata interna barocca messa in opera nel 1655 per l’arrivo di una regina, due statue seicentesche che hanno alle spalle una storia di rifiuti e di traslochi, e due fornici laterali aperti nell’Ottocento per lasciare passare le carrozze. Le righe che seguono raccontano che cosa si vede davvero passando sotto questo arco, chi lo ha costruito e rifatto, quali attribuzioni reggono e quali sono discusse, e soprattutto che cosa provava chi, arrivando da nord dopo settimane di viaggio, si trovava per la prima volta davanti a Roma.

Dove si trova Porta del Popolo e come raggiungerla

La Porta del Popolo si apre sul lato settentrionale di piazza del Popolo e guarda, dall’altra parte, verso piazzale Flaminio: è il punto esatto in cui il tessuto del centro storico si interrompe contro la cortina delle Mura Aureliane, con la via Flaminia che prosegue verso nord e il Pincio che sale alle spalle sul lato orientale. Non serve alcun biglietto per vederla: i tre fornici sono percorribili liberamente a ogni ora, perché fanno parte della viabilità pedonale della città.

La fermata della metropolitana

La fermata più comoda in assoluto è Flaminio, sulla linea A della metropolitana, la cui uscita dà direttamente su piazzale Flaminio, cioè sul lato esterno della porta. Chi esce dai tornelli si trova la Porta del Popolo davanti a sé nel giro di una trentina di metri, e la attraversa per entrare in piazza. Piazzale Flaminio è servito anche da diverse linee di autobus e dal capolinea del tram 2.

A piedi dal centro

Dal centro storico la Porta del Popolo si raggiunge senza fatica a piedi. Da piazza di Spagna bastano dieci minuti percorrendo per intero via del Babuino, che sbocca in piazza del Popolo accanto a una delle due chiese gemelle. Da piazza Venezia il percorso è ancora più lineare: si imbocca via del Corso e la si segue dritta per circa un chilometro e mezzo, arrivando in piazza esattamente sull’asse che punta verso la porta. Chi scende dal Pincio arriva invece dall’alto, lungo le rampe ottocentesche che collegano la terrazza panoramica al livello della piazza.

La Porta del Popolo nelle mura Aureliane
I fornici della Porta del Popolo, ingresso nord di Roma nelle mura Aureliane. Foto di Albarubescens, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

La Porta Flaminia romana: la porta settentrionale delle Mura Aureliane

La Porta del Popolo nasce come Porta Flaminia, uno dei varchi principali delle Mura Aureliane, il circuito difensivo fatto costruire dall’imperatore Aureliano fra il 271 e il 275 dopo Cristo e completato sotto Probo. Il nome deriva dalla via Flaminia, la grande consolare aperta nel III secolo avanti Cristo dal censore Gaio Flaminio, che da Roma risaliva l’Italia centrale fino ad Ariminum, l’odierna Rimini, sull’Adriatico. Era la strada del nord per eccellenza, e questa era la porta che la faceva entrare in città.

Il circuito aureliano in cifre

Le Mura Aureliane si sviluppavano per circa diciannove chilometri, di cui oggi ne restano in piedi poco più di dodici, ed erano scandite da diciotto porte principali oltre a numerose posterule. Nella prima fase le cortine erano alte fra i sei e gli otto metri, con torri quadrangolari a intervalli di una trentina di metri.

Come era fatta la porta in origine

Secondo la ricostruzione oggi accolta dalla Sovrintendenza Capitolina, la Porta Flaminia aureliana aveva due fornici affiancati, uno per ciascun senso di marcia, inquadrati da due torri di pianta semicircolare. Al livello superiore correva una fila di finestre ad arco, e sopra ancora un camminamento di ronda scoperto e merlato. Era lo schema delle porte maggiori del circuito, lo stesso che si riconosce ancora, in forma più integra, a Porta San Sebastiano sul lato opposto della città.

Il rifacimento di Onorio e la riduzione a un solo fornice

Fra il 401 e il 403 dopo Cristo, sotto l’imperatore Onorio e per iniziativa del generale Stilicone, l’intero circuito fu profondamente rimaneggiato in funzione difensiva: l’altezza delle mura venne quasi raddoppiata, passando dai sei o otto metri iniziali ad almeno dieci metri e mezzo e in alcuni tratti a quindici, e le porte furono trasformate in veri e propri fortini. Alla Porta Flaminia questo significò la chiusura di uno dei due fornici, il rivestimento in travertino della fronte, l’aggiunta di una cornice a dentelli e la sostituzione delle torri semicircolari con due torri a pianta quadrangolare che inglobavano le precedenti. Da quel momento e per oltre mille anni la porta ebbe un solo passaggio.

Da Porta Flaminia a Porta San Valentino

Nel corso dell’alto Medioevo la porta cambiò nome e divenne Porta San Valentino, dal santuario e dalla catacomba di San Valentino che si trovavano poco fuori, lungo il primo tratto della via Flaminia alle pendici dei Parioli. È un passaggio tipico della Roma altomedievale, in cui la toponomastica di origine pagana o semplicemente amministrativa venne progressivamente sostituita da riferimenti cristiani legati ai luoghi di culto suburbani. Per il pellegrino che arrivava da nord, del resto, il primo punto di riferimento non era la strada consolare ma il santuario dove si fermava a pregare prima di entrare.

Perché oggi si chiama Porta del Popolo

Il nome attuale deriva dalla vicina basilica di Santa Maria del Popolo, la chiesa che sorge sul lato destro della piazza guardando verso sud, fondata secondo la tradizione nel 1099 per volontà di papa Pasquale II. Sull’origine del termine popolo le spiegazioni sono due e non si escludono a vicenda. La prima lo fa derivare dal latino populus nel senso di pioppo, con riferimento a un bosco di pioppi che avrebbe occupato la zona. La seconda lo collega al fatto che la costruzione della chiesa sarebbe stata finanziata dal popolo romano. Va detto con chiarezza che la narrazione più famosa legata a questo luogo, quella del noce infestato dal fantasma di Nerone che Pasquale II avrebbe fatto abbattere, appartiene alla tradizione popolare medievale e non a una ricostruzione storica documentata: è una leggenda di fondazione, e come tale va presa.

Il restauro di Sisto IV per il Giubileo del 1475

Alla fine del Quattrocento la porta era in cattive condizioni e in parte interrata, come accadeva a molti monumenti romani per il progressivo innalzamento del piano stradale. In occasione del Giubileo del 1475 papa Sisto IV fece intervenire sulla struttura, con un consolidamento che le fonti descrivono come piuttosto sommario, e la porta restò affiancata dalle due torri quadrangolari. È lo stesso pontefice che fece ricostruire la basilica di Santa Maria del Popolo nella forma che ancora oggi in buona parte si vede: il nesso fra la porta e la chiesa, in quel momento, diventa un programma urbanistico unico, pensato per accogliere i pellegrini giubilari nel punto esatto in cui mettevano piede in città.

Il rifacimento di Pio IV: la facciata esterna del Cinquecento

La facciata esterna della Porta del Popolo, quella che si vede arrivando da piazzale Flaminio, è un’opera del pieno Cinquecento voluta da papa Pio IV, al secolo Giovanni Angelo Medici, e realizzata fra il 1562 e il 1565. La committenza è certa e documentata: il papa volle una porta monumentale che facesse da biglietto da visita della città per chi arrivava da nord, e non un semplice varco difensivo. È esattamente in questi anni che a Roma si consolida l’idea moderna di porta urbana come apparato scenografico, la stessa che avrebbe prodotto pochi anni prima, nel 1561, la Porta Pia, commissionata dallo stesso pontefice a Michelangelo.

Il modello: l’Arco di Tito

Il riferimento formale scelto per la nuova facciata è dichiarato e riconoscibile: l’Arco di Tito nel Foro Romano, con il suo fornice unico inquadrato da colonne addossate e sormontato da un attico. È una scelta che dice molto sul clima culturale del momento. Nella Roma della metà del Cinquecento gli archi trionfali antichi non erano soltanto oggetto di studio antiquario ma repertorio operativo, e progettare una porta di città sul modello di un arco romano significava affermare una continuità diretta fra Roma imperiale e Roma papale. Chi arriva dal Foro Romano e poi guarda questa facciata riconosce lo schema senza bisogno di spiegazioni.

Le quattro colonne dal vecchio San Pietro

Il dettaglio materialmente più interessante della facciata sono le quattro colonne che inquadrano il fornice centrale, provenienti dalla basilica costantiniana di San Pietro, cioè dall’antico San Pietro demolito per fare posto alla basilica di San Pietro attuale. Il cantiere della nuova basilica, che andava avanti da decenni, produsse una quantità enorme di materiale di reimpiego, e parte di questo materiale finì nei cantieri pontifici della città. Le fonti descrivono colonne in granito, con alcune varianti nella descrizione dei materiali fra un autore e l’altro. Sapere che quelle colonne hanno visto l’interno della basilica di Costantino cambia decisamente il modo in cui si guarda questa facciata.

Lo stemma di Pio IV

Sull’attico campeggia lo stemma di Pio IV con le palle medicee. Qui serve una precisazione che quasi nessuna guida fa: Giovanni Angelo Medici apparteneva a una famiglia milanese, i Medici di Marignano, che non ha legami di discendenza accertati con i Medici di Firenze, pur avendone adottato l’arme. Il fatto che sulla porta principale di Roma campeggino le palle medicee non significa quindi, come molti visitatori deducono, che qui ci sia lo zampino della Firenze granducale: significa soltanto che quel papa usava quello stemma.

Una curiosità sulla Porta del Popolo

L’attribuzione del progetto della facciata esterna è uno dei punti più interessanti e insieme più maltrattati della bibliografia su questo monumento, e vale la pena ricostruirlo per intero perché la versione che si legge quasi ovunque è, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione.

La versione corrente: Michelangelo ideatore, Nanni esecutore

La formula ripetuta dalla quasi totalità delle fonti divulgative, compresi i portali turistici istituzionali, è che Pio IV affidò l’incarico a Michelangelo Buonarroti, il quale, ormai molto anziano, lo avrebbe girato a Nanni di Baccio Bigio, che eseguì i lavori fra il 1562 e il 1565. Alcune versioni aggiungono che la facciata interna sarebbe stata realizzata dal Vignola su disegni michelangioleschi. È una ricostruzione elegante, che ha il vantaggio di collegare il monumento a un nome di prima grandezza.

Perché la versione corrente non regge del tutto

Il problema è che Nanni di Baccio Bigio, il cui vero nome era Giovanni di Bartolomeo Lippi, fiorentino nato attorno al 1513 e morto a Roma nel 1568, non era un collaboratore di Michelangelo: ne era l’avversario dichiarato. Il Dizionario Biografico degli Italiani ricostruisce un conflitto che comincia nel 1547 e dura per anni, con Nanni portavoce del gruppo sangallesco che contestava sistematicamente le scelte di Michelangelo nella fabbrica di San Pietro. Nel 1563, quando Nanni riuscì per un momento a farsi nominare soprintendente di quel cantiere al posto di Daniele da Volterra, Michelangelo reagì minacciando di abbandonare l’opera, e Nanni fu rimosso dopo circa un mese. Immaginare che negli stessi mesi Michelangelo gli passasse spontaneamente un incarico papale di prestigio richiede una buona dose di ottimismo.

Che cosa dice la fonte biografica più solida

La voce del Dizionario Biografico degli Italiani dedicata a Giovanni Lippi registra semplicemente che nel 1561 Pio IV incaricò Nanni di rifare la facciata esterna della porta, senza alcuna mediazione michelangiolesca. Questo non esclude che l’idea generale del monumento circolasse nell’ambiente della corte pontificia, dove Michelangelo era ancora la figura di riferimento e dove lo schema dell’arco antico era patrimonio comune, ma sposta il peso della prova: l’attribuzione a Michelangelo è una tradizione, non un dato documentario.

Come conviene raccontarla

La formulazione onesta è questa: la facciata esterna della Porta del Popolo fu commissionata da Pio IV a Nanni di Baccio Bigio e realizzata negli anni fra il 1561 e il 1565; una tradizione consolidata, accolta da gran parte della letteratura e dai portali turistici, la riconduce a un’idea di Michelangelo, ma il rapporto apertamente ostile fra i due architetti e il silenzio delle fonti biografiche più rigorose consigliano prudenza. Chi accompagna visitatori e vuole essere corretto può dire che il progetto guarda a Michelangelo, non che sia di Michelangelo.

Immagine: dettaglio delle colonne e dell’attico della facciata cinquecentesca, con lo stemma papale al centro.

Le statue di San Pietro e San Paolo: una storia di rifiuti e di traslochi

Ai lati del fornice centrale, sulla facciata esterna, stanno due grandi statue che raffigurano San Pietro e San Paolo. Sono opera dello scultore toscano Francesco Mochi, uno dei protagonisti della scultura barocca fra Roma e Piacenza, ed è probabilmente il pezzo con la biografia più movimentata dell’intero monumento.

Nate per un’altra chiesa e rifiutate

I due gruppi non furono pensati per la porta. Erano stati commissionati a Mochi dai monaci benedettini di San Paolo fuori le Mura, che li volevano ai lati del ciborio di Arnolfo di Cambio nella loro basilica. Le sculture, di dimensioni colossali, furono portate a termine attorno al 1652, ma i committenti le rifiutarono e si rifiutarono anche di pagarle. Ne nacque una causa davanti ai tribunali ecclesiastici che si trascinò a lungo, con le due statue ferme nello studio dello scultore.

La vedova, il papa e la Camera Apostolica

Mochi morì nel 1654 senza avere incassato nulla, e le due sculture comparvero nell’inventario dei suoi beni come opere non pagate. Fu la vedova a portare avanti la questione per via pontificia: con l’intervento del cardinale Girolamo Farnese e di papa Alessandro VII Chigi si arrivò a una soluzione, la Camera Apostolica acquistò i due gruppi saldando i debiti dell’artista, e nel 1658 le statue vennero collocate all’esterno della Porta del Popolo, ai lati del fornice, dove sono rimaste per più di tre secoli.

Attenzione alla data: 1638 oppure 1658

Su questo punto le fonti divulgative si dividono, e vale la pena segnalarlo. Numerosi siti, compresi alcuni portali turistici istituzionali e l’enciclopedia libera, indicano il 1638 come anno della collocazione delle statue alla porta. Quella data è però incompatibile con la biografia di Mochi, che completò i due gruppi attorno al 1652 e morì nel 1654: se le statue furono acquistate dalla Camera Apostolica dopo la morte dello scultore, con l’intervento di Alessandro VII, eletto nel 1655, la collocazione non può che essere successiva. Il 1658 indicato dal Museo Virtuale delle Mura di Roma e dalla scheda della Sovrintendenza è l’unica data coerente con il resto della vicenda, e il 1638 sembra un refuso propagatosi da una fonte all’altra.

Gli originali oggi non sono più qui

C’è un ultimo capitolo che quasi nessuno racconta e che cambia il modo di guardare la facciata. Per proteggere i marmi dall’inquinamento atmosferico e dal dilavamento, i due gruppi originali furono rimossi dalla porta e ricoverati al Museo di Roma a Palazzo Braschi, con un’operazione che le fonti collocano fra la metà del Novecento e il 1980. Al loro posto, sulla porta, furono installate delle copie. Dal febbraio 2016, dopo un restauro e nell’ambito di un’iniziativa legata al Giubileo della Misericordia, gli originali di Mochi si trovano nella basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, dove sono visibili gratuitamente. Chi vuole vedere i marmi veri di Mochi, quindi, non deve cercarli alla porta ma in via Giulia.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Porta del Popolo

La Porta del Popolo non è un fondale pieno: è un edificio con un interno, e quell’interno oggi ospita il Centro di documentazione del sito UNESCO di Roma, con ambienti di servizio e una terrazza panoramica sulla sommità. Praticamente nessuno dei milioni di persone che ogni anno attraversano il fornice sa di avere sopra la testa delle stanze visitabili.

Che cosa si vede dalla terrazza

Dalla terrazza in cima alla porta lo sguardo abbraccia due panorami opposti e complementari: verso sud l’intera piazza del Popolo con l’Obelisco Flaminio al centro e la partenza delle tre strade del Tridente, verso nord il piazzale Flaminio e la via Flaminia che risale verso il quartiere omonimo. È un punto di vista rialzato che non esiste da nessun’altra parte e che permette di capire in un colpo solo la geometria della piazza, cosa che dal livello stradale riesce molto meno.

Come si entra

L’accesso non è libero: la visita è organizzata dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in occasioni specifiche, in genere gratuita, con prenotazione obbligatoria attraverso il servizio informativo del Comune di Roma al numero 060608, gruppi di massimo quindici persone e durata di circa novanta minuti. Il punto di ritrovo indicato negli avvisi ufficiali è piazza del Popolo 11D, accanto al fornice di sinistra guardando la porta dalla piazza. Il calendario delle aperture cambia di anno in anno e le visite si esauriscono in fretta, quindi conviene controllare periodicamente le pagine della Sovrintendenza e di Turismo Roma e prenotare appena escono le date.

Un avvertimento sull’accessibilità

La salita alla terrazza avviene per scale interne, con un numero di gradini che gli avvisi della Sovrintendenza quantificano attorno al centoventi, e il percorso è esplicitamente segnalato come non adatto a persone con difficoltà motorie. Non esiste ascensore. In alcune edizioni la visita è stata offerta anche con interpretariato in lingua dei segni italiana, segnalando la disponibilità in fase di prenotazione: chi ne ha bisogno deve chiedere al momento della richiesta, perché il servizio non è automatico.

La facciata interna e l’ingresso di Cristina di Svezia nel 1655

Girandosi verso la piazza si vede l’altra faccia del monumento, e cambia tutto. La facciata interna della Porta del Popolo fu ridisegnata nel 1655 da Gian Lorenzo Bernini per incarico di papa Alessandro VII Chigi, in vista di un evento preciso e datato: l’ingresso solenne a Roma di Cristina di Svezia.

Chi era Cristina di Svezia e perché il suo arrivo contava tanto

Cristina, figlia di Gustavo Adolfo, era stata regina di Svezia, cioè sovrana di uno dei paesi guida della Riforma protestante in Europa. Nel 1654 abdicò e si convertì al cattolicesimo, una scelta che per la Santa Sede rappresentò il colpo propagandistico più clamoroso del secolo, in un’Europa uscita da poco dalla guerra dei Trent’anni. Il suo arrivo a Roma non poteva essere trattato come una visita di cortesia: doveva essere un trionfo, e doveva vedersi.

Le date esatte

Cristina arrivò a Roma in forma privata il 20 dicembre 1655, alloggiando in Vaticano, e fece il suo ingresso solenne il 23 dicembre 1655. Il corteo entrò dalla Porta del Popolo e percorse via del Corso, e poi la sequenza di strade che attraverso San Marco, il Gesù, la Valle, Pasquino, Parione e Banchi portava a Borgo e a San Pietro. Le cronache dell’epoca descrivono carrozze, centinaia di partecipanti fra clero e nobiltà, arazzi appesi alle facciate, squilli di tromba e salve di cannone. Dal 26 dicembre la regina si stabilì a Palazzo Farnese, che il duca di Parma aveva fatto riadattare per riceverla.

L’iscrizione di benvenuto

Bernini collocò sulla facciata interna, sopra il fornice, l’iscrizione che ancora si legge: FELICI FAVSTOQVE INGRESSVI, con la data ANNO DOM MDCLV. Il senso è quello di un augurio solenne per un ingresso felice e di buon auspicio, nell’anno del Signore 1655. È una formula latina volutamente breve, pensata per essere letta al volo da chi passava sotto l’arco, e ha una caratteristica che la rende unica fra le iscrizioni romane: non celebra un papa, non celebra una vittoria militare e non commemora un restauro, ma saluta una persona che in quel momento stava attraversando la porta.

Gli stemmi e la decorazione

La decorazione berniniana della facciata interna è costruita attorno all’araldica di Alessandro VII, cioè i monti sormontati dalla stella che sono l’emblema della famiglia Chigi, accompagnati da elementi vegetali e da riferimenti alla casa reale svedese, in modo che il visitatore leggesse nello stesso colpo d’occhio il papa che accoglieva e la sovrana accolta. Alcune descrizioni parlano di rami di quercia associati allo stemma: è un elemento araldico ricorrente nella Roma barocca e conviene verificarlo dal vivo guardando con attenzione i rilievi, perché le trascrizioni divulgative non sempre concordano sui dettagli.

Che cosa fece esattamente Bernini

Un punto da maneggiare con cura è l’entità dell’intervento. Le fonti parlano genericamente di un ridisegno della facciata interna, ma alcune ricostruzioni sostengono che il prospetto verso la piazza esistesse già in forma cinquecentesca, attribuito al Vignola, e che nel 1655 Bernini sia intervenuto soprattutto con l’apparato decorativo, gli stemmi e l’iscrizione, in tempi rapidissimi dettati dalla scadenza del 23 dicembre. Le due letture non si escludono: un apparato berniniano innestato su una struttura preesistente resta comunque un intervento berniniano, ma la formula più prudente è dire che Bernini diede alla facciata interna l’aspetto che ha oggi.

Il consiglio che ti do per visitare la Porta del Popolo

Il consiglio pratico più utile è semplice e quasi nessuno lo segue: attraversa la porta due volte, in tutte e due le direzioni, fermandoti ogni volta a guardare la facciata che ti sta di fronte. Il monumento è progettato come un dispositivo a due tempi, e chi lo percorre in un senso solo ne vede metà.

Il percorso giusto, nell’ordine giusto

La sequenza che consiglio a chi porta gruppi è questa: uscire dalla metropolitana a Flaminio, mettersi al centro di piazzale Flaminio e guardare la facciata cinquecentesca dal punto in cui la vedeva chi arrivava da nord, cioè frontalmente e da lontano; poi attraversare il fornice centrale camminando lentamente; poi fermarsi subito dopo l’arco, voltarsi e leggere l’iscrizione di Bernini; e solo a quel punto girarsi di nuovo verso la piazza, che si apre tutta insieme. Fatta in questo ordine, la passeggiata dura dieci minuti e restituisce esattamente l’effetto per cui la porta è stata costruita.

L’orario migliore della giornata

La facciata esterna guarda a nord, quindi resta in ombra per buona parte della giornata e rende meglio con la luce diffusa del mattino o nelle giornate leggermente velate, quando i rilievi non vengono schiacciati dal contrasto. La facciata interna guarda invece verso la piazza e riceve il sole del pomeriggio: verso il tramonto il travertino prende un colore caldo che è il momento più bello per osservarla. Chi ha tempo per una sola visita e vuole il compromesso migliore scelga il tardo pomeriggio, perché coincide anche con il momento in cui il Pincio sopra la piazza offre la luce più bella.

Che cosa abbinare nella stessa passeggiata

La porta da sola vale venti minuti. Ha molto più senso costruirci attorno un itinerario di mezza giornata che sfrutti la densità straordinaria di questo angolo di Roma: la basilica di Santa Maria del Popolo con le sue tele caravaggesche, l’Obelisco Flaminio al centro della piazza, la salita al Pincio con l’Obelisco del Pincio e l’affaccio sulla piazza dall’alto, e poi eventualmente Villa Borghese con la Galleria Borghese, che però richiede prenotazione obbligatoria con fascia oraria. In alternativa si può scendere verso il Tevere e raggiungere l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto, a dieci minuti di cammino.

Un dettaglio da non perdere sul lato sinistro

Sul fianco sinistro della porta, guardandola dalla piazza, si trova una lapide collocata nel 1909, opera dello scultore Lorenzo Cozza, dedicata ai carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari, decapitati in piazza del Popolo il 23 novembre 1825. È un piccolo monumento risorgimentale che quasi tutti superano senza vederlo e che apre una finestra su un capitolo della storia della piazza di cui si parla poco.

L’arrivo a Roma: che cosa vedeva chi entrava da qui

Questo è il capitolo per cui vale la pena occuparsi della Porta del Popolo. Fino all’arrivo della ferrovia, cioè fino alla metà dell’Ottocento, chi veniva a Roma da nord entrava di qui: non per scelta, ma perché era l’unica strada. E quello che vedeva nei trenta secondi successivi era stato costruito, papa dopo papa, per fare esattamente un certo effetto.

L’avvicinamento: la via Flaminia e Ponte Milvio

Il viaggiatore che scendeva dall’Europa settentrionale, dalla Toscana o dalle Marche arrivava a Roma lungo la via Flaminia. L’ultimo ostacolo era il Tevere, che si attraversava a Ponte Milvio, il ponte dove nel 312 dopo Cristo si era combattuta la battaglia decisiva fra Costantino e Massenzio. Superato il ponte, restavano circa tre chilometri di strada dritta, fiancheggiata da vigne e casali, prima di vedere le mura. Erano gli ultimi tre chilometri di viaggi che potevano essere durati settimane, ed è documentato che moltissimi viaggiatori li percorressero in uno stato di eccitazione crescente.

Il momento della soglia

La facciata cinquecentesca appariva frontalmente, isolata contro la cortina delle mura, affiancata dalle due torri quadrangolari che allora esistevano ancora. Non era un arco elegante in mezzo a un largo, come appare oggi: era un fortino con un varco solo, presidiato, e lo si vedeva arrivare da lontano lungo la strada dritta. Le due statue dei santi apostoli, dopo il 1658, inquadravano il passaggio. Poi c’era il buio dell’arco, una manciata di metri, e subito dopo la piazza.

Perché la piazza è disegnata per fare impressione

Piazza del Popolo funziona come una macchina prospettica, e i pezzi di quella macchina sono stati montati nell’arco di tre secoli. Il primo elemento è il Tridente: tre strade che partono dalla piazza e si aprono a ventaglio verso il cuore della città. Via di Ripetta fu aperta nel 1518 da papa Leone X, via del Babuino nel 1525 sotto Clemente VII, mentre l’asse centrale è l’antica via Lata, poi via del Corso, che ricalca il tracciato urbano della Flaminia. Il risultato è che chi entra dalla porta si trova davanti non una strada ma tre, tutte e tre in fuga, e coglie immediatamente che la città continua ben oltre quello che l’occhio può misurare.

L’obelisco messo sull’asse

Il secondo elemento è l’Obelisco Flaminio, il monolite egizio che Augusto aveva portato a Roma e fatto erigere nel Circo Massimo, e che papa Sisto V fece trasportare qui nel 1589 con la regia dell’architetto Domenico Fontana. Il fusto misura circa ventiquattro metri e supera i trenta considerando basamento e croce sommitale. La collocazione non è decorativa: Sisto V usò gli obelischi come segnali urbani, piantandoli nei punti in cui strade importanti convergevano o si diramavano, in modo che fossero visibili da lontano e orientassero i pellegrini. Piantare un obelisco esattamente sull’asse della porta significa dare a chi entra un bersaglio visivo immediato, e insieme un messaggio: il monolite pagano è sormontato dalla croce.

Le due chiese gemelle come quinte

Il terzo elemento sono le chiese gemelle di Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, che inquadrano l’imbocco di via del Corso come due quinte teatrali. Furono volute da Alessandro VII, iniziate da Carlo Rainaldi e portate a termine con il contributo di Gian Lorenzo Bernini e di Carlo Fontana nella seconda metà del Seicento: sulle date esatte di completamento le fonti divergono, indicando per l’una il 1675 o il 1679 e per l’altra il 1678 o il 1681. La vera finezza è che le due chiese sembrano identiche ma non lo sono: i lotti disponibili avevano forma diversa, e gli architetti risolsero il problema con cupole di pianta differente, ottenendo un’apparente simmetria che a occhio nudo non si smentisce. È uno dei più eleganti trucchi prospettici del barocco romano.

Il quarto elemento: Valadier e la forma ovale

La piazza che si vede oggi non è quella che vedevano Goethe o Cristina di Svezia. Fino al primo Ottocento lo spazio era di forma trapezoidale e molto meno monumentale. Fu l’architetto Giuseppe Valadier a trasformarlo, con un intervento neoclassico che le fonti collocano fra il 1811 e il 1822, e che secondo altre ricostruzioni si prolungò fino agli anni Trenta dell’Ottocento, quando furono completate le rampe di collegamento con il Pincio. Valadier chiuse la piazza in una forma ovale con due grandi emicicli laterali, aggiunse fontane, sfingi e gruppi scultorei, e soprattutto la agganciò alla collina del Pincio, creando la terrazza panoramica che ancora oggi è uno dei punti di vista più fotografati di Roma. La superficie complessiva della piazza è di circa sedicimila metri quadrati.

La dogana, il passaporto e la burocrazia dell’arrivo

Il lato meno romantico dell’arrivo a Roma era quello burocratico. Una porta di città in età pontificia era prima di tutto un posto di controllo: si pagavano i dazi sulle merci introdotte, si esibivano i documenti di viaggio, si sottoponevano i bagagli all’ispezione doganale. La porta veniva aperta all’alba e chiusa al tramonto, e chi arrivava dopo la chiusura doveva pernottare fuori le mura, in una delle locande del suburbio, aspettando il mattino. La formalità dell’ingresso, con le sue attese e i suoi controlli, è uno dei temi ricorrenti della memorialistica di viaggio di età moderna, e va tenuta presente per non immaginare un arrivo puramente estetico.

Dove si andava ad alloggiare

Appena dentro la porta, il viaggiatore straniero si trovava già nel proprio quartiere. La zona compresa fra via del Babuino, piazza di Spagna e via Margutta era il cuore della colonia straniera a Roma, tanto densa di inglesi, tedeschi e francesi da essere conosciuta con soprannomi ironici dai romani. Gli alberghi, le pensioni, gli studi degli artisti, i mercanti di antichità, i cambiavalute e i ciceroni che offrivano visite guidate erano concentrati in quelle poche strade. Goethe alloggiò in via del Corso al numero 18, a pochi minuti a piedi dalla porta: l’appartamento ospita oggi la Casa di Goethe, museo aperto al pubblico dal 1997, e le fonti documentano la sua permanenza dall’ottobre 1786 al febbraio 1787 e poi dal giugno 1787 all’aprile 1788.

Perché oggi l’effetto si è indebolito

Va detto con onestà che l’effetto scenografico progettato nei secoli funziona oggi molto meno di allora, e le ragioni sono tre. La prima è che l’apertura dei due fornici laterali ha trasformato la porta da diaframma stretto in triplice passaggio, riducendo drasticamente il contrasto fra il buio dell’arco e la luce della piazza. La seconda è che la demolizione delle torri ha tolto alla facciata esterna la sua massa difensiva, facendola somigliare a un arco isolato. La terza, la più banale, è che quasi nessuno arriva più da nord dopo giorni di viaggio: si esce dalla metropolitana, e la sorpresa non ha il tempo di formarsi. Chi vuole recuperarne almeno un’eco può provare a percorrere a piedi l’ultimo tratto di via Flaminia da Ponte Milvio verso la porta, magari la mattina presto.

Immagine: la piazza vista da sotto il fornice centrale, con l’obelisco sull’asse e le due chiese gemelle che inquadrano l’imbocco della strada centrale.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

I due fornici laterali che oggi tutti attraversano senza pensarci non sono antichi e nemmeno cinquecenteschi: furono aperti nell’ultimo quarto dell’Ottocento, dopo la fine dello Stato pontificio, per far passare il traffico dei veicoli. Per aprirli fu necessario demolire le due torri quadrangolari che affiancavano il passaggio unico, cioè la parte più antica ancora in piedi dell’involucro medievale della porta.

L’intervento di Agostino Mercandetti

L’operazione è attribuita all’architetto Agostino Mercandetti. Sulle date esatte le fonti non concordano: il Museo Virtuale delle Mura di Roma colloca l’intervento fra il 1877 e il 1879, la scheda della Sovrintendenza Capitolina indica una forbice fra il 1879 e il 1887, e altre ricostruzioni datano la demolizione delle torri al 1879 e l’apertura dei fornici al 1887. La lettura più probabile è che si sia trattato di un cantiere articolato in fasi, avviato alla fine degli anni Settanta e concluso negli anni Ottanta dell’Ottocento. Una fonte indica un costo complessivo dell’ordine delle trecentomila lire dell’epoca.

Che cosa venne fuori demolendo

La demolizione delle torri quadrangolari ebbe un effetto imprevisto e prezioso: sotto il rivestimento tardoantico e medievale riemersero i resti delle torri semicircolari della prima fase aureliana, confermando l’impianto originario della porta a due fornici. Fu insomma un caso in cui un intervento di viabilità produsse, come effetto collaterale, un avanzamento della conoscenza archeologica. Alcune fonti segnalano inoltre il ritrovamento della soglia antica nel 1906.

La foto giusta da fare alla Porta del Popolo

La fotografia migliore della Porta del Popolo non è quella frontale che fanno tutti, ma quella scattata dall’alto della terrazza del Pincio, dove la porta appare come il tappo settentrionale della piazza ovale, con l’obelisco in primo piano e la via Flaminia che si allontana oltre le mura. È un’inquadratura che spiega il monumento invece di mostrarlo.

Lo scatto dalla terrazza del Pincio

Dalla terrazza sopra la piazza, raggiungibile a piedi dalle rampe di Valadier o da Villa Borghese, si abbraccia tutta la geometria: l’ovale, gli emicicli, l’obelisco sull’asse, la porta in fondo. La luce migliore è quella del tramonto, quando il sole arriva da destra e stacca i volumi. È anche l’ora di maggiore affollamento: conviene arrivare in anticipo per prendere posizione sul parapetto.

Lo scatto dal fornice

La seconda inquadratura che funziona sempre è quella fatta da sotto l’arco centrale, usando il fornice come cornice naturale: si punta verso la piazza, si tiene l’obelisco al centro e si lascia che il buio dell’arco incornici la scena luminosa. Serve pazienza per cogliere un momento senza passanti al centro, e conviene sottoesporre per non bruciare la piazza.

Il dettaglio che vale una foto a sé

Vale la pena dedicare uno scatto ravvicinato all’iscrizione berniniana della facciata interna, riempiendo l’inquadratura con le lettere capitali e lo stemma sovrastante. È il dettaglio che racconta la storia più bella del monumento e quasi nessuno lo fotografa da vicino. Un teleobiettivo modesto o lo zoom di un telefono recente bastano, perché la distanza non è eccessiva.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La Porta del Popolo e la piazza che si apre subito dopo hanno ospitato, nell’arco di diciassette secoli, ingressi trionfali, cerimonie giubilari, esecuzioni capitali e corse di cavalli. Elencarli serve a capire che questo non è stato soltanto un passaggio, ma il palcoscenico ufficiale dell’arrivo a Roma.

L’ingresso di Cristina di Svezia, 23 dicembre 1655

È l’evento che ha lasciato il segno più visibile, perché ha prodotto la facciata interna con l’iscrizione di benvenuto. Il corteo della regina entrò dalla porta e attraversò la città fino a San Pietro, in una giornata organizzata come una macchina propagandistica perfetta, con la città tappezzata di arazzi e le artiglierie che sparavano a salve. È l’unico caso in cui una porta di Roma è stata rifatta per una singola persona e per un singolo giorno.

Le esecuzioni capitali in piazza del Popolo

Per secoli la piazza appena dentro la porta è stata uno dei luoghi delle esecuzioni capitali dello Stato pontificio. La più ricordata è quella del 23 novembre 1825, quando il boia Giovanni Battista Bugatti, universalmente noto come Mastro Titta, decapitò i carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari, condannati per lesa maestà. Nel 1909 venne collocata sul fianco della porta una lapide in loro memoria, opera dello scultore Lorenzo Cozza. Secondo le ricostruzioni più diffuse l’ultima esecuzione in questa piazza risale al 1826, mentre la pratica proseguì altrove in città fino agli anni Sessanta dell’Ottocento.

La corsa dei barberi

Dal Quattrocento all’Ottocento il momento più chiassoso dell’anno in questo punto della città era la corsa dei barberi, la corsa di cavalli senza fantino che si disputava durante il Carnevale romano. I cavalli partivano da sotto l’obelisco di piazza del Popolo e venivano lanciati lungo via del Corso fino a piazza Venezia, dove un grande drappo sospeso segnava l’arrivo. La manifestazione, legata all’apertura della strada voluta da papa Paolo II nel 1462, venne soppressa nel 1874 dopo che un giovane spettatore fu travolto e ucciso.

Chi è passato dalla Porta del Popolo

Chiedersi chi sia passato da questa porta è quasi un esercizio inverso: fino all’età della ferrovia, chiunque arrivasse a Roma da nord è passato di qui, e quindi la domanda diventa piuttosto chi valga la pena ricordare fra le decine di migliaia di nomi possibili.

I viaggiatori del Grand Tour

Fra il Seicento e l’Ottocento la Porta del Popolo fu la soglia del Grand Tour, il viaggio di formazione che portava a Roma aristocratici, artisti, architetti, scrittori e studiosi da tutta Europa. Chi arrivava dalla Francia, dalla Germania, dai Paesi Bassi o dall’Inghilterra, e cioè la stragrande maggioranza, entrava obbligatoriamente da questa porta. È per questo che le raccolte di vedute settecentesche dedicano alla Porta del Popolo e alla piazza un numero sproporzionato di tavole: era l’immagine che il viaggiatore associava all’arrivo.

Johann Wolfgang Goethe

Il caso più celebre è quello di Goethe, arrivato a Roma alla fine di ottobre del 1786 dopo un viaggio compiuto sotto falso nome, e autore del resoconto che ha dato forma all’immaginario del viaggio in Italia per generazioni di lettori. Si stabilì in via del Corso al numero 18, cioè a poche centinaia di metri dalla porta, e vi soggiornò in due periodi documentati, dall’ottobre 1786 al febbraio 1787 e dal giugno 1787 all’aprile 1788. L’appartamento è oggi la Casa di Goethe, museo aperto dal 1997.

Cristina di Svezia

Della regina si è già detto, ma vale la pena sottolineare che è l’unica persona il cui passaggio abbia modificato fisicamente il monumento. L’iscrizione che Bernini le dedicò nel 1655 è ancora lì, e continua ad augurare un ingresso felice a chiunque passi, senza che quasi nessuno sappia per chi fosse stata scritta.

I pellegrini, cioè quasi tutti gli altri

Sarebbe però un errore di prospettiva ricordare solo i nomi illustri. Il flusso dominante attraverso questa porta è stato per secoli quello dei pellegrini, gente comune arrivata a piedi o su carri da tutta l’Europa continentale, per la quale l’attraversamento della Porta Flaminia segnava la fine di un viaggio spesso pericoloso e l’inizio del percorso verso le basiliche. La sequenza che i papi avevano costruito, i due santi apostoli sulla facciata, l’obelisco con la croce, le due chiese, parlava esattamente a loro.

Alcune attribuzioni da prendere con le pinze

Diverse guide e diversi siti elencano ingressi illustri da questa porta, fra cui Costantino dopo la battaglia di Ponte Milvio nel 312, Carlo Magno nell’800, il cardinale Bessarione con la reliquia del capo di sant’Andrea nel 1462 e Vittorio Emanuele II nel 1870. Il primo è plausibile dal punto di vista topografico, perché chi veniva da Ponte Milvio aveva questa come porta naturale, ma non è documentato con certezza. Gli altri vanno presi con cautela, e l’ultimo è quasi sicuramente sbagliato: Vittorio Emanuele II arrivò a Roma per la prima volta il 31 dicembre 1870 in treno, per una visita lampo durante l’alluvione del Tevere, e fece il suo ingresso ufficiale il 2 luglio 1871, in carrozza. La porta simbolo dell’arrivo dei Savoia a Roma non è questa ma Porta Pia, dove il 20 settembre 1870 i bersaglieri aprirono la breccia.

Domande frequenti sulla Porta del Popolo

Quanto costa il biglietto per la Porta del Popolo?

La Porta del Popolo è un monumento all’aperto e vederla non costa nulla: si attraversa liberamente a piedi fra piazzale Flaminio e piazza del Popolo, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Anche le visite guidate agli ambienti interni e alla terrazza, organizzate dalla Sovrintendenza Capitolina in occasioni specifiche, sono state finora proposte a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria.

Si può salire sulla Porta del Popolo?

Si può salire sulla Porta del Popolo, ma solo durante le visite guidate organizzate dalla Sovrintendenza Capitolina, che ospita nella porta il Centro di documentazione del sito UNESCO di Roma. La prenotazione è obbligatoria al numero 060608, i gruppi sono di massimo quindici persone e la visita dura circa novanta minuti. Le date vengono pubblicate di volta in volta e si esauriscono rapidamente.

Come si arriva alla Porta del Popolo con i mezzi?

Alla Porta del Popolo si arriva con la metropolitana linea A, fermata Flaminio, la cui uscita dà direttamente su piazzale Flaminio a pochi metri dalla facciata esterna. Piazzale Flaminio è servito anche da diverse linee di autobus e dal capolinea del tram 2. Da piazza di Spagna sono dieci minuti a piedi lungo via del Babuino, da piazza Venezia circa venti lungo via del Corso.

Perché la Porta del Popolo si chiama così?

La Porta del Popolo prende il nome dalla vicina basilica di Santa Maria del Popolo, fondata secondo la tradizione nel 1099. Sull’origine del termine popolo esistono due spiegazioni: la prima lo fa derivare dal latino populus nel senso di pioppo, con riferimento a un bosco che avrebbe occupato la zona, la seconda dal finanziamento popolare della chiesa. Il nome antico della porta era Porta Flaminia.

Chi ha progettato la Porta del Popolo?

La facciata esterna della Porta del Popolo fu commissionata da papa Pio IV all’architetto Nanni di Baccio Bigio e realizzata fra il 1561 e il 1565, sul modello dell’Arco di Tito. Una tradizione molto diffusa attribuisce l’idea a Michelangelo, ma i due architetti erano avversari dichiarati e le fonti biografiche più rigorose non confermano quel passaggio. La facciata interna fu ridisegnata da Gian Lorenzo Bernini nel 1655.

Che cosa significa l’iscrizione sulla Porta del Popolo?

L’iscrizione FELICI FAVSTOQVE INGRESSVI sulla facciata interna della Porta del Popolo augura un ingresso felice e di buon auspicio, ed è datata all’anno del Signore 1655. Fu voluta da papa Alessandro VII e realizzata da Bernini per l’ingresso solenne a Roma di Cristina di Svezia, avvenuto il 23 dicembre di quell’anno dopo la sua abdicazione e la sua conversione al cattolicesimo.

Le statue della Porta del Popolo sono originali?

Le statue di San Pietro e San Paolo visibili oggi sulla Porta del Popolo sono copie: gli originali di Francesco Mochi, collocati qui nel 1658, furono rimossi per proteggerli dall’inquinamento e ricoverati al Museo di Roma a Palazzo Braschi, e dal febbraio 2016 si trovano nella basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini, in via Giulia, dove sono visibili gratuitamente.

Quanto tempo serve per visitare la Porta del Popolo?

Per visitare la Porta del Popolo bastano venti minuti, il tempo di guardare con calma entrambe le facciate, leggere l’iscrizione e notare la lapide dei carbonari sul fianco. Chi vuole sfruttare la zona conti mezza giornata, aggiungendo la basilica di Santa Maria del Popolo, l’obelisco al centro della piazza e la salita alla terrazza del Pincio, tutti a pochi minuti a piedi.

La Porta del Popolo è adatta ai bambini?

La Porta del Popolo è adatta ai bambini, perché si trova in un’area completamente pedonale e sicura, dove i più piccoli possono muoversi liberamente attorno all’obelisco e alle fontane della piazza. La visita guidata agli ambienti interni richiede invece di salire un centinaio di gradini e non è pensata per i bambini piccoli né per chi ha difficoltà motorie.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

La Porta del Popolo funziona benissimo come punto di partenza di una giornata romana anziché come tappa isolata: è servita da una fermata di metropolitana, si trova all’imbocco del Tridente e permette di scegliere tre direzioni completamente diverse a seconda di come si vuole impostare il percorso, verso il Pincio e Villa Borghese, verso il Tevere e l’Ara Pacis, oppure dritti lungo via del Corso verso il centro monumentale. Chi ha una sola giornata a disposizione e vuole capire come è fatta Roma farebbe bene a cominciare proprio da qui, nel punto in cui la città ha sempre accolto chi arrivava.

Chi organizza un itinerario più ampio nel centro di Roma, incrociando questa tappa con le altre soste del Tridente e della zona del Tevere, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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