Chiostro di Michelangelo
Il Chiostro di Michelangelo si trova dentro il complesso delle Terme di Diocleziano, sede del Museo Nazionale Romano, all’angolo nord orientale di piazza della Repubblica, a Roma, fra viale Enrico De Nicola, via Cernaia e la stazione Termini. È il chiostro grande dell’antica Certosa di Santa Maria degli Angeli, il monastero certosino ricavato nel Cinquecento dentro le rovine delle terme volute da Diocleziano fra il 298 e il 306 dopo Cristo. La tradizione ne attribuisce il disegno a Michelangelo Buonarroti, e il nome del luogo nasce da quella attribuzione; su quanto di michelangiolesco ci sia davvero in quelle quattro ali di portico gli studiosi discutono ancora, e più avanti si spiega perché. Quello che non si discute è la misura: quattro bracci lunghi circa cento metri, un centinaio di colonne monolitiche in travertino, una superficie stimata attorno ai diecimila metri quadrati, un giardino interno con fontana e cipressi, e lungo i portici una foresta di sarcofagi, are, stele funerarie e ritratti che fanno del chiostro la più grande sala espositiva a cielo aperto della città . Per chi entra dalle Terme di Diocleziano è la sorpresa che arriva dopo le sale chiuse, quando il percorso sbuca all’aperto e lo sguardo, invece di fermarsi a un muro, corre per cento metri di colonne.
Dove si trova Chiostro di Michelangelo e come ci si arriva
La geografia di questo posto conta più di quanto sembri, perché il Chiostro di Michelangelo si trova in uno dei punti più attraversati e meno guardati di Roma. Piazza della Repubblica è un nodo di traffico e di valigie trascinate verso la stazione: la gente ci passa in mezzo con la testa altrove. Il muro curvo dell’esedra, i portici gemelli, la fontana delle Naiadi, la facciata di laterizio antico della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri formano un insieme che moltissimi attraversano senza sapere che dietro quella cortina si apre un giardino di diecimila metri quadrati.
In metropolitana e in treno: la fermata Repubblica e la stazione Termini
La fermata di metropolitana più comoda è Repubblica, sulla linea A, che sbuca sulla piazza: dall’uscita all’ingresso del museo si cammina due o tre minuti. La seconda opzione è Termini, nodo di scambio fra le linee A e B, dove arrivano i treni regionali, l’alta velocità e il collegamento con l’aeroporto di Fiumicino. Da Termini all’ingresso delle Terme di Diocleziano si cammina cinque o sei minuti: il museo confina con il piazzale della stazione, e parte del muro perimetrale antico si vede dai binari. Chi arriva in treno ha davanti il monumento, e può trovarsi dentro un edificio del quarto secolo in meno di dieci minuti di cammino.
Nello stesso quadrilatero si concentrano più sedi del Museo Nazionale Romano: oltre alle terme e al chiostro ci sono Palazzo Massimo alle Terme, su largo di Villa Peretti, e poco più lontano Palazzo Altemps e Crypta Balbi. La presenza più dimenticata è l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, su via Giuseppe Romita, parte dello stesso corpo di fabbrica antico.
In autobus e in auto
Piazza della Repubblica e piazza dei Cinquecento sono servite da decine di linee urbane: qualunque autobus diretto a Termini passa a distanza utile, e via Nazionale, che parte dalla piazza, è percorsa dalle linee che scendono verso il centro storico.
Arrivare in auto è la scelta peggiore. L’area rientra nella fascia più congestionata del centro, i parcheggi di superficie sono pochissimi e quasi sempre riservati ai residenti, e il parcheggio interrato sotto piazza dei Cinquecento ha tariffe da stazione ferroviaria. Chi arriva da fuori città fa prima a lasciare la macchina a un nodo di scambio periferico. Le fasce orarie della zona a traffico limitato vanno controllate sul sito del Comune di Roma il giorno stesso.
A piedi, dentro un quartiere che si legge male
Il quartiere attorno al chiostro si chiama Castro Pretorio, dall’accampamento della guardia pretoriana che qui aveva la caserma fin dall’età di Tiberio. Girare attorno all’isolato del museo serve a capire la scala dell’edificio antico: le terme occupavano circa tredici ettari, e quel perimetro oggi è disegnato dalle strade. Il muro lungo via Cernaia, con le nicchie semicircolari, è antico; le case che ci si appoggiano contro sono ottocentesche. Il gioco di incastri fra i due strati è la cosa più romana del quartiere.
Che cosa è davvero il Chiostro di Michelangelo: un chiostro dentro le terme
Per capire il Chiostro di Michelangelo bisogna tenere insieme due edifici che appartengono a mondi diversi e che qui si sovrappongono fisicamente. Il primo è il complesso termale voluto da Diocleziano e inaugurato all’inizio del quarto secolo, il più vasto impianto di questo tipo mai costruito a Roma, dimensionato per accogliere alcune migliaia di persone contemporaneamente. Il secondo è la Certosa cinquecentesca, cioè un monastero dell’ordine certosino fondato da san Bruno di Colonia, un ordine che vive in clausura quasi eremitica e che ha bisogno di una struttura architettonica precisa: una chiesa, un chiostro piccolo per la vita comune, e un chiostro grande attorno al quale si dispongono le celle individuali dei monaci, ciascuna con il proprio orticello.
Perché un ordine di eremiti costruisce il chiostro più grande della cittÃ
Questo è il punto che quasi tutti sbagliano. Un chiostro benedettino o domenicano è un luogo di raccoglimento comune: piccolo, misurato sul numero dei frati che ci camminano attorno. Il chiostro grande di una certosa funziona in modo opposto: è un corridoio di distribuzione fra le celle dove i padri passano quasi tutta la giornata in solitudine. Ogni cella ha una porta sul portico e una finestrella laterale, il ruotino, attraverso la quale il converso passava il cibo senza incontrare il monaco. Più celle servono, più lungo diventa il portico: ecco perché quello romano, con i quattro lati da cento metri, risulta fra i più ampi d’Italia.
Chi arriva qui dopo avere visto il Chiostro del Bramante percepisce subito la differenza di logica: quello è un capolavoro di proporzione urbana, compatto, pensato per essere abbracciato con lo sguardo; questo è un recinto monastico e agricolo insieme, dove il vuoto centrale conta quanto il portico.
I numeri del Chiostro di Michelangelo
I dati che circolano nelle guide e nei pannelli museali sono abbastanza costanti: quattro ali di circa cento metri, un centinaio di colonne monolitiche in travertino sormontate da archi a tutto sesto, una superficie indicata attorno ai diecimila metri quadrati fra portici e giardino. Il piano superiore, aggiunto in un secondo momento, è chiuso e ospita sale del museo. Il giardino centrale è diviso in aiuole da vialetti incrociati, con la fontana al centro e quattro cipressi agli angoli.
Su queste cifre va detta una cosa onesta: cento metri e cento colonne sono numeri tondi che la divulgazione ripete da molto tempo e che vanno presi come ordini di grandezza. Il conteggio delle colonne cambia a seconda di come si considerano i pilastri d’angolo, che sono elementi quadrangolari, e la superficie varia a seconda che si includano o meno gli ambienti coperti affacciati sui portici. Imprecisione innocua, ma vale la pena saperlo prima di ripetere il numero a qualcun altro.
Che cosa si vede oggi sotto i portici
Il chiostro non è un giardino vuoto. Le quattro ali funzionano come una galleria di scultura antica: lungo i muri e fra le colonne sono allineati sarcofagi, are funerarie, cippi, stele con ritratti di liberti, frammenti architettonici, teste ritratto e torsi, in gran parte raccolti negli scavi urbani fra Ottocento e primo Novecento. Vederli all’aperto, senza vetrine, è una esperienza diversa da quella di una sala museale: si capisce come dovevano apparire allineati lungo le strade consolari fuori porta.
Al centro del giardino si trovano le sette teste colossali di animali, il gruppo scultoreo che più di ogni altro si imprime nella memoria di chi visita il chiostro. Sono musi di grandi dimensioni, scolpiti in marmo, che la tradizione erudita dice rinvenuti nel 1586 nell’area dei Fori, dalle parti della Colonna Traiana e del complesso dei Mercati di Traiano. Sull’interpretazione di questi pezzi si tornerà più avanti, perché è uno dei punti dove la vulgata turistica e la ricerca archeologica non vanno d’accordo.
Il Chiostro di Michelangelo e l’attribuzione discussa
Qui serve precisione, perché il nome del monumento contiene una affermazione che non è pacifica. Il chiostro si chiama di Michelangelo e la guidistica lo dà quasi sempre per opera sua; la ricerca storico artistica, invece, usa formule più prudenti, e chi visita il posto ha diritto di sapere qual è lo stato del dibattito.
La cronologia, che è il primo problema
I fatti documentari sono questi. Con una bolla del 27 luglio 1561 papa Pio IV Medici dispose la trasformazione delle Terme di Diocleziano in chiesa e certosa, affidando l’impresa all’ordine certosino. Michelangelo Buonarroti, che allora aveva ottantasei anni e che era impegnato nel cantiere della Basilica di San Pietro in Vaticano, ricevette l’incarico per la chiesa, che ricavò dagli ambienti del tepidarium e del frigidarium delle terme. Michelangelo morì a Roma il 18 febbraio 1564. Sul primo pilastro d’angolo del chiostro è incisa la data 1565: l’anno successivo alla sua morte.
Questo basta a escludere che il maestro abbia diretto il cantiere del chiostro. Non basta a escludere che ne abbia lasciato il disegno, perché nei cantieri del Cinquecento era normale che un progetto grafico sopravvivesse all’autore e venisse eseguito da altri anche molti anni dopo. Il nodo è che di questo disegno non esiste un documento che lo attesti in modo diretto e incontrovertibile, e che i registri della Certosa, per quanto ricostruiti, non forniscono una prova conclusiva.
Che cosa dicono le fonti e che cosa non dicono
Sul versante favorevole all’attribuzione pesa la continuità del cantiere: chi progettò la chiesa lavorava sullo stesso complesso, negli stessi anni, per lo stesso committente, e la letteratura corrente afferma con una certa regolarità che Michelangelo pianificò anche il chiostro maggiore della certosa. Sul versante opposto pesano la cronologia, l’assenza di documentazione autografa e il linguaggio architettonico del portico, più regolare e meno drammatico di quanto Michelangelo faceva altrove: chi conosce il Campidoglio o la cupola di San Pietro riconosce in quelle opere una tensione plastica che qui non compare.
Da qui l’ipotesi, che ricorre in una parte della critica, che il disegno sia stato elaborato o comunque rielaborato in modo sostanziale dall’ambiente dei collaboratori del maestro, gli architetti che negli anni sessanta e settanta del Cinquecento ereditarono i suoi cantieri romani. Su quale nome fare, però, la letteratura non è concorde, e chi scrive preferisce non spacciare per certo un dato che certo non è. La formulazione onesta è questa: il chiostro nasce da un progetto di ambito michelangiolesco, la tradizione lo attribuisce direttamente al Buonarroti, la sua costruzione comincia dopo la morte dell’artista e la questione dell’autografia resta aperta. Chi vi racconterà con sicurezza che quelle colonne le ha disegnate Michelangelo di sua mano vi sta dando per acquisito qualcosa che gli specialisti discutono ancora.
Un cantiere lunghissimo
La costruzione non fu rapida. Cominciata attorno al 1565, procedette a strappi per mancanza di fondi e si prolungò per tutto il Seicento: il primo piano risulta concluso soltanto nel 1676, centoundici anni dopo la data incisa sul pilastro d’angolo. Questa lentezza spiega le disomogeneità che si notano girando attorno al portico, dove capitelli e proporzioni degli archi rivelano più di una generazione di scalpellini.

Una curiosità sul Chiostro di Michelangelo
La curiosità riguarda un albero. Nel giardino interno, agli angoli del quadrato centrale, crescono quattro cipressi. Uno di essi è sorretto da una struttura metallica, perché è molto vecchio e non si regge più da solo: la tradizione romana lo chiama il cipresso di Michelangelo e vuole che sia stato piantato dall’artista in persona, oppure nell’anno della sua morte, come segno del passaggio dal cantiere del vivo a quello dei suoi eredi.
La leggenda va trattata con la stessa cautela riservata all’attribuzione del portico. Un cipresso comune può superare i quattrocento anni, quindi la cosa non è in sé impossibile; nessuna analisi pubblica ha però stabilito una datazione certa dell’esemplare, e la piantumazione a opera del Buonarroti appartiene alle tradizioni orali romane, non alla documentazione d’archivio. Si può dire che il cipresso risulta molto antico, che la sua sagoma compare nelle vedute e nelle fotografie storiche, e che la cura con cui viene mantenuto in piedi racconta qualcosa del rapporto fra i romani e le loro leggende: quando un albero diventa un personaggio, lo si sostiene con il ferro pur di non perderlo.
Il gesto ha comunque una logica precisa. I certosini piantavano cipressi nei chiostri per ragioni simboliche: il cipresso è albero funebre, e nel chiostro grande di una certosa il giardino centrale era anche il cimitero dei monaci, segnato da croci di legno senza nomi, perché la regola prescriveva l’anonimato anche dopo la morte. Chi cammina oggi in quel prato cammina su un cimitero senza lapidi.
La Certosa di Santa Maria degli Angeli e la sua fine
Il chiostro esiste perché è esistita la Certosa, e il modo in cui la Certosa è finita spiega l’aspetto attuale del complesso.
La fondazione e l’impianto
Con la bolla del 27 luglio 1561 papa Pio IV, al secolo Giovanni Angelo Medici, milanese, dispose la trasformazione delle terme in chiesa e monastero. L’operazione aveva una logica che oggi si direbbe di riuso: le murature romane erano ancora in piedi, gli ambienti erano enormi, la spesa di costruire dal nulla sarebbe stata insostenibile. Il lavoro fu affidato a Michelangelo, ottantaseienne, che realizzò la chiesa sfruttando gli spazi del tepidarium e del frigidarium e suggerendo, secondo la tradizione, l’impianto generale della Certosa e il disegno del chiostro grande.
L’organizzazione seguiva alla lettera la regola certosina: una zona comunitaria attorno al chiostro minore, con il refettorio dove i monaci mangiavano insieme soltanto nei giorni di festa e la sala capitolare, e la zona di clausura, con le celle dei padri lungo i lati del chiostro maggiore e la parte centrale lasciata a verde. Nella cella, che era un piccolo appartamento su due livelli con giardino privato, il certosino pregava, studiava, lavorava e dormiva. Il chiostro grande era la sua unica strada.
Il Seicento e il Settecento: aggiunte, fontane, decorazioni
Il complesso continuò a crescere per due secoli. Al 1695 risale la fontana con delfini al centro del giardino, circondata dai quattro cipressi. Una tradizione locale la riferisce a Giacomo Della Porta, e su questo bisogna essere chiari: Della Porta morì nel 1602 e non può avere costruito nel 1695 una fontana nuova. La spiegazione più sensata è che la vasca o alcuni elementi scultorei provengano da una fontana precedente, forse davvero di quell’ambito, rimontati qui alla fine del Seicento. Chi ripete la formula senza aggiungere altro trasmette una mezza verità .
Nel 1700, intanto, nella chiesa adiacente veniva realizzata la grande meridiana voluta da papa Clemente XI per il Giubileo, progettata da Francesco Bianchini con Giacomo Filippo Maraldi e Gian Domenico Cassini: una linea metallica incassata nel pavimento, tarata per segnare il mezzogiorno vero e per controllare la data della Pasqua. Verso il 1750 Luigi Vanvitelli intervenne sull’interno della basilica con decorazioni settecentesche che ne cambiarono la severità . Il chiostro rimase ai margini di quella stagione e conservò la sua nudità .
La soppressione e lo smantellamento
Nel 1884 la Certosa fu soppressa. Roma era capitale del Regno d’Italia da poco più di un decennio, gli ordini religiosi erano stati incamerati, e il complesso venne destinato ad altro. Parte degli spazi ospitò l’Ospizio Margherita di Savoia per i Poveri Ciechi, mentre altre zone delle terme, quelle meno controllate, erano da tempo occupate da botteghe, magazzini, depositi e osterie: un uso spontaneo e disordinato che aveva accompagnato le rovine per secoli e che nell’Ottocento aveva raggiunto dimensioni notevoli.
Nel 1889 lo Stato istituì qui il Museo Nazionale Romano, che nasce dunque proprio dentro il monastero soppresso: la sede storica dell’istituzione è questa, e le altre tre sedi cittadine sono aggiunte molto più tarde. Nel 1908 le terme furono scelte come sede della Grande Mostra Archeologica prevista nell’ambito dell’Esposizione Universale per il cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, che si tenne poi nel 1911. In quell’occasione il piano di recupero archeologico delle strutture romane portò alla demolizione della maggior parte degli spazi della Certosa: le celle dei monaci, i corpi di fabbrica secondari, gli annessi, tutto ciò che copriva il muro antico e ne impediva la lettura fu buttato giù.
È una vicenda esemplare del modo in cui l’Italia di quegli anni trattava il proprio passato recente: il monumento romano era il valore da salvare, la stratificazione successiva un ingombro. Oggi una scelta simile sarebbe impensabile, e la perdita del monastero cinquecentesco viene considerata un danno grave. Il chiostro grande sopravvisse perché era troppo ampio per essere demolito e perché serviva subito come spazio espositivo: per ragioni pratiche, non per un giudizio di valore.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Chiostro di Michelangelo
La cosa che quasi nessuno dice riguarda le sette teste colossali di animali che si trovano al centro del giardino, il pezzo forte di ogni fotografia scattata qui.
La versione corrente, ripetuta da decenni, dice che si tratta di teste provenienti dal Foro di Traiano, rinvenute nel 1586 e portate nel chiostro per volontà di Michelangelo, che avrebbe voluto ornare il giardino con quei musi enormi. Basta mettere le date in fila per vedere che non regge: Michelangelo morì nel 1564, il rinvenimento viene datato al 1586, ventidue anni dopo. Chiunque abbia scelto di collocare qui quelle sculture, non è stato lui. La frase che si legge in molte guide è cronologicamente impossibile: è una di quelle leggende che si formano quando il nome di un artista celebre attira a sé tutto ciò che si trova nel luogo che porta il suo nome.
Il secondo punto riguarda la provenienza. L’indicazione dell’area dei Fori, e in particolare della zona della Colonna Traiana, è quella che la tradizione erudita tramanda, ma va presa come tradizione. Nel Cinquecento gli scavi non producevano documentazione stratigrafica e le notizie di rinvenimento passavano attraverso avvisi, lettere e cronache, con tutte le imprecisioni del caso.
Il terzo punto interessa di più a chi guarda. Queste teste non sono decorazione da giardino: sono frammenti di un apparato di grandissime dimensioni, e la loro presenza in un contesto forense rimanda con ogni probabilità alla decorazione di un edificio pubblico monumentale. Oggi sono disposte come pezzi da collezione, allineate e ravvicinate, e questa sistemazione museale fa perdere il senso originario. Quando le guardate, provate a immaginarle non a terra ma in alto, su un fregio o su un coronamento: cambia tutto, e cambia anche la vostra idea della scala dell’architettura imperiale. Chi vuole vedere come funzionava un allestimento di scultura antica dentro un contenitore moderno può poi confrontare questa sistemazione con quella della Centrale Montemartini, dove le statue convivono con i motori diesel: due idee opposte di museo, entrambe romane.
Il consiglio che ti do per visitare il Chiostro di Michelangelo
Il consiglio è semplice e va contro il modo in cui quasi tutti visitano il posto: entrate dalle Terme di Diocleziano, attraversate rapidamente le prime sale, arrivate al chiostro e fatelo per primo, non per ultimo. La ragione è che il chiostro è la parte del complesso che chiede più tempo e più attenzione, ed è quella che di solito viene liquidata in dieci minuti perché il visitatore ci arriva stanco, dopo avere letto trenta pannelli di epigrafia e protostoria laziale.
Il percorso che funziona è questo. Prima il giro completo del portico lungo tutte e quattro le ali, senza fermarsi a leggere le didascalie: serve a capire la scala e il ritmo, e si impiegano venti minuti. Poi si torna indietro e ci si concentra su una sola categoria di oggetti, i sarcofagi oppure le stele dei liberti oppure le are con le iscrizioni: seguirne una sola è molto più produttivo che leggere tutto un poco, e alla fine avrete in testa venti pezzi collegati fra loro invece di duecento oggetti sconnessi. Infine si esce nel giardino e si guarda il portico dall’interno, che è il punto di vista per cui il chiostro fu costruito.
Secondo consiglio: il tempo. Con le sale delle terme, il chiostro e la sezione epigrafica servono almeno due ore e mezza. Chi ha soltanto un’ora faccia il chiostro e basta, senza rimpianti: è una visita coerente in sé.
Terzo: il biglietto del Museo Nazionale Romano funziona di norma come titolo valido su più sedi per un certo numero di giorni, ma formule e durate cambiano nel tempo e vanno verificate sul sito ufficiale al momento dell’acquisto. Lo stesso vale per orari, giorni di chiusura ed eventuali aperture serali, che è meglio non prendere per buoni da siti terzi. Anche le mostre temporanee nelle sale attorno al chiostro cambiano con frequenza.
Quarto, e forse il più utile: non venite con il sole alto di luglio. Il chiostro è quasi interamente scoperto e il giardino non offre ombra continua. Le ore migliori sono le prime del mattino o le ultime del pomeriggio, in qualunque stagione.
Le sculture, le stele e le teste colossali di animali
Vale la pena entrare nel dettaglio di quello che si vede, perché il chiostro non è soltanto un contenitore architettonico: è una delle raccolte di scultura antica più dense della città , e l’esposizione all’aperto la rende leggibile in un modo che le sale non permettono.
I sarcofagi
Lungo i portici si allineano sarcofagi di età imperiale, in gran parte fra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo, con scene mitologiche, cortei dionisiaci, battaglie, cacce al leone, eroti e ghirlande. La cassa marmorea era costosa, prodotta in serie ma personalizzabile: le officine lasciavano il volto del defunto sbozzato e il ritratto veniva finito al momento della vendita. Su parecchi esemplari si vedono ancora facce appena abbozzate. È un dettaglio che, una volta notato, non si smette più di cercare.
Le stele e le are dei liberti
La parte più commovente della raccolta sono i monumenti funerari dei liberti, gli schiavi affrancati: lastre e altari con ritratti frontali di coppie e famiglie, spesso maldestri, con nomi che mescolano il gentilizio del padrone e un cognome greco, la firma linguistica di una biografia intera. Appena usciti dalla condizione servile, mettevano tutto il denaro che avevano nella tomba lungo la strada consolare, prova pubblica di essere diventati qualcuno. Leggere quelle iscrizioni una dopo l’altra restituisce una società romana più realistica di quella delle statue imperiali.
Le teste colossali di animali e la fontana
Al centro del giardino si trovano le sette teste colossali di animali, il gruppo che dà al chiostro la sua immagine più riconoscibile, e accanto la fontana con i delfini del 1695 fra i quattro cipressi: vasca circolare, gioco d’acqua contenuto, nessuna scenografia barocca. Chi arriva qui dopo avere visto la Fontana di Trevi misura in un attimo la distanza fra due idee di acqua pubblica, quella della città spettacolare e quella del monastero.
La porta dipinta di Filippo Balbi
In prossimità dell’ingresso del chiostro si apre una porta che non è una porta. È un trompe l’oeil dipinto da Filippo Balbi nel 1885, cioè subito dopo la soppressione della Certosa, e rappresenta una apertura socchiusa da cui sembra affacciarsi un monaco certosino, circondato dagli oggetti della vita quotidiana della comunità : strumenti, libri, utensili, elementi di cucina e di lavoro. La tradizione identifica il religioso raffigurato con il certosino Fercoldo, che sarebbe stato padre di papa Clemente IV: una identificazione che circola in tutta la letteratura locale e che va riferita come tradizione, perché non è verificabile sulla base di documenti di prima mano e appartiene alla memoria interna del monastero.
Al di là del nome, il dipinto vale per quello che è: illusionismo tardo ottocentesco eseguito con grande abilità e collocato nel momento in cui la comunità che aveva abitato il luogo per tre secoli veniva sciolta. Questa porta finta ha il tono di un congedo: il monaco si affaccia un’ultima volta prima che la porta si chiuda davvero. Cercatela senza fretta, perché è facile passarle davanti senza vederla, che è l’effetto di ogni trompe l’oeil riuscito.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, la chiesa che confina con il chiostro e che ne è la ragione originaria, non ha una facciata. Ha un muro romano.
Chiunque arrivi in piazza della Repubblica lo vede e quasi nessuno ci fa caso. Il prospetto della chiesa è la parete curva in laterizio del calidarium antico, con la superficie scabra, le nicchie, i segni di crolli e restauri: niente marmo, niente timpano, niente colonne, niente statue. È una decisione di enorme radicalità per il Cinquecento romano, il secolo in cui ogni chiesa importante riceveva una facciata di apparato, e la scelta di lasciare in vista il muro antico dice sul rapporto di Michelangelo con l’antichità più di molte pagine di trattato.
Il collegamento con il chiostro è diretto. La stessa logica di riuso governa tutto il complesso: le murature romane non vengono nascoste ma incorporate, le volte antiche diventano volte di chiesa, le aule termali diventano navate, il recinto delle terme diventa recinto del monastero. Questo è il motivo per cui il Chiostro di Michelangelo produce nel visitatore una sensazione difficile da definire, una specie di doppia profondità : si cammina dentro un portico cinquecentesco sapendo che il muro che lo chiude è di dodici secoli più vecchio.
Un secondo aspetto poco citato riguarda la luce. Le quattro ali ricevono il sole in sequenza, e chi si ferma abbastanza a lungo vede il portico accendersi e spegnersi un lato per volta: le sculture cambiano aspetto, e un rilievo di sarcofago letto in controluce radente mostra dettagli che a mezzogiorno spariscono del tutto.
La foto giusta da fare al Chiostro di Michelangelo
La fotografia che tutti scattano è quella delle teste di animali in primo piano con il portico sullo sfondo. Funziona, ed è anche la meno interessante, perché la fanno in cinquemila all’anno nello stesso identico modo.
La foto che conviene fare davvero è un’altra: mettersi in un angolo del portico e inquadrare lungo il lato in diagonale, in modo che le colonne si sovrappongano in prospettiva e il portico si chiuda in una fuga che sembra non finire mai. Cento metri di colonne allineate producono, con un obiettivo leggermente tele, un effetto di compressione che restituisce la cosa più difficile da raccontare di questo posto, la sua lunghezza. Nella prima ora del mattino, con la luce radente che entra da sotto gli archi, sul pavimento compare una sequenza regolare di trapezi luminosi che dà il ritmo all’immagine.
La seconda inquadratura che vale la pena cercare è dall’interno del giardino verso un angolo, con il cipresso vecchio sostenuto dalla struttura in ferro in primo piano e il portico che si apre alle sue spalle su due lati. È una immagine che racconta insieme l’architettura e la leggenda, e che nessuno fa perché tutti guardano verso il centro invece che verso gli angoli.
Terza possibilità , per chi ha pazienza: i dettagli. Un muso di animale colossale ripreso dal basso, che riempie l’inquadratura senza contesto, diventa una immagine potente e straniante. Lo stesso vale per una mano di sarcofago, per un volto di liberto consumato dalla pioggia, per una iscrizione con le lettere ancora arrossate di minio: le sculture si trovano all’aperto da più di un secolo e la superficie racconta questa storia meteorologica.
Una avvertenza pratica: la fotografia amatoriale senza flash e senza cavalletto è normalmente ammessa nei musei statali, ma treppiedi, attrezzature professionali e usi commerciali richiedono una autorizzazione da chiedere alla biglietteria.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia del luogo è lunga perché tiene insieme due storie, quella delle terme e quella del monastero. Ecco i passaggi che contano.
Fra il 298 e il 306 dopo Cristo viene costruito il complesso termale, sotto la tetrarchia e intitolato a Diocleziano: il più grande impianto del genere mai realizzato a Roma, dimensionato per migliaia di utenti contemporanei.
Nel 537, durante la guerra gotica, il taglio degli acquedotti mette fuori uso gli impianti termali della città . Comincia il lungo periodo di abbandono, spoliazione e riuso parziale che dura più di mille anni.
Il 27 luglio 1561 papa Pio IV emana la bolla che dispone la trasformazione delle rovine in chiesa e certosa e affida il complesso ai certosini. L’incarico architettonico va a Michelangelo Buonarroti.
Il 18 febbraio 1564 Michelangelo muore a Roma, a ottantotto anni, mentre il cantiere è appena avviato.
Nel 1565, come ricorda la data incisa sul primo pilastro d’angolo, comincia la costruzione del chiostro grande, verosimilmente su un disegno di ambito michelangiolesco.
Nel 1586 la tradizione erudita colloca il rinvenimento delle teste colossali di animali nell’area dei Fori imperiali, dalle parti della Colonna Traiana.
Nel 1676 viene portato a termine il primo piano del chiostro, dopo oltre un secolo di lavori interrotti e ripresi per mancanza di fondi.
Nel 1695 viene collocata la fontana con delfini al centro del giardino, con elementi che una parte della tradizione riferisce a Giacomo Della Porta e che, vista la cronologia, devono essere di reimpiego.
Nel 1700, per il Giubileo di Clemente XI, Francesco Bianchini realizza nella chiesa adiacente la grande meridiana, uno degli strumenti astronomici monumentali più ambiziosi dell’epoca.
Attorno al 1750 Luigi Vanvitelli interviene sull’interno della basilica, ridisegnandone l’assetto decorativo.
Nel 1884 la Certosa viene soppressa. Parte degli spazi accoglie l’Ospizio Margherita di Savoia per i Poveri Ciechi.
Nel 1885 Filippo Balbi dipinge la porta a trompe l’oeil presso l’ingresso del chiostro.
Nel 1889 viene istituito qui il Museo Nazionale Romano, che ha in questo complesso la sua sede storica e originaria.
Fra il 1908 e il 1911 il complesso viene scelto come sede della Grande Mostra Archeologica per il cinquantenario dell’Unità d’Italia; il piano di recupero delle strutture romane comporta la demolizione della maggior parte degli ambienti della Certosa cinquecentesca.
Nel corso del Novecento il Museo Nazionale Romano si articola su più sedi, con Palazzo Massimo alle Terme, Palazzo Altemps e Crypta Balbi, mentre le Terme di Diocleziano restano la sede delle collezioni epigrafiche e protostoriche e il chiostro consolida la funzione di galleria all’aperto.

Chi è passato dal Chiostro di Michelangelo
Il primo nome è quello che dà il titolo al luogo. Michelangelo Buonarroti arrivò a questo cantiere alla fine di una vita lunghissima, mentre lavorava alla fabbrica di San Pietro, e accettò di trasformare una rovina imperiale in una chiesa. Aveva già firmato la volta e il Giudizio della Cappella Sistina, il Mosè di San Pietro in Vincoli e la sistemazione del Campidoglio. Che fra le sue ultime imprese romane ci sia il riuso di un edificio antico, e non la sua sostituzione, è un dato che merita attenzione.
Papa Pio IV, milanese, zio di Carlo Borromeo, è il committente: la bolla del 1561 porta la sua firma. Papa Clemente XI, due secoli dopo, fa della chiesa adiacente un osservatorio astronomico pavimentato, con Francesco Bianchini, Giacomo Filippo Maraldi e Gian Domenico Cassini come esecutori scientifici. Luigi Vanvitelli passa di qui verso la metà del Settecento, prima della reggia di Caserta, e lascia il segno sulla chiesa. Filippo Balbi arriva nel 1885 e dipinge la porta che non si apre.
Poi ci sono i monaci, che non hanno nomi. Per tre secoli i padri certosini hanno camminato lungo i quattro lati di questo portico, in silenzio, passando dalla cella alla chiesa e ritorno. Il loro anonimato è programmatico: la regola vuole che il certosino non lasci traccia, e le sepolture nel giardino non hanno iscrizione. In un luogo che porta il nome dell’artista più celebre del Rinascimento, le persone che lo hanno davvero abitato sono quelle di cui non si sa niente.
Nel Novecento il chiostro è stato attraversato da generazioni di archeologi ed epigrafisti, perché il Museo Nazionale Romano è stato per un secolo il centro degli studi sull’antichità romana in Italia. E ci sono passati i viaggiatori: chi scende a Termini e cerca un posto tranquillo in cui capire dove è arrivato ha davanti, a cinque minuti a piedi, uno dei silenzi migliori della città .
Quando andare al Chiostro di Michelangelo e quando evitarlo
Il chiostro è un luogo all’aperto e questo determina tutto.
Le stagioni
I mesi migliori sono aprile, maggio, ottobre e novembre. In primavera il giardino è vivo e la temperatura permette di restare fermi a guardare; in autunno la luce arriva più bassa anche a metà pomeriggio e il portico diventa più drammatico. Novembre, con il cielo coperto e i marmi bagnati, è una stagione sottovalutata.
Luglio e agosto sono difficili: il caldo di mezzogiorno in uno spazio scoperto e riflettente è una prova fisica seria. Chi capita a Roma in quei mesi entri alla prima apertura del mattino. L’inverno funziona meglio di quanto si pensi, purché non piova forte: il museo in quei mesi è quasi vuoto.
Gli orari della giornata e i giorni della settimana
La prima ora dopo l’apertura è la migliore in assoluto, per la luce e per l’assenza di gruppi; la seconda finestra buona è l’ultima ora prima della chiusura, tenendo conto che il personale raccoglie i visitatori in anticipo. Il fine settimana è più affollato, ma il complesso delle terme non registra quasi mai le code di altri musei romani. Le domeniche a ingresso gratuito promosse dal ministero della cultura cambiano il quadro: le date vanno controllate sul sito ufficiale, perché la formula è stata modificata più volte.
Con i bambini
Il chiostro funziona bene con i bambini, meglio delle sale chiuse: spazio ampio, aria aperta, teste di animali colossali che fanno effetto immediato su chiunque abbia meno di dieci anni, sarcofagi con scene di caccia e di battaglia che raccontano storie riconoscibili. Un suggerimento che funziona sempre: chiedete loro quanti animali diversi riescono a riconoscere fra le sculture e sui rilievi. Il gioco tiene venti minuti e li costringe a guardare davvero.
AccessibilitÃ
Il portico è pianeggiante e la pavimentazione regolare, quindi il giro delle quattro ali risulta praticabile anche a chi ha difficoltà motorie o spinge un passeggino; il giardino centrale ha vialetti meno compatti e qualche dislivello. Il passaggio fra le sale interne e il chiostro comporta soglie e, in alcuni punti, gradini: le condizioni dei singoli percorsi vanno chieste alla biglietteria, perché gli allestimenti cambiano con le mostre temporanee.
Cosa c’è intorno al Chiostro di Michelangelo
Pochi punti di Roma offrono, entro un raggio di dieci minuti a piedi, una densità simile.
Nello stesso complesso ci sono le Terme di Diocleziano con le sezioni epigrafica e protostorica, e l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, ambiente circolare coperto da una cupola fra i più impressionanti e meno visitati della città . La basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri si affaccia sulla stessa piazza e si visita negli orari di culto: la meridiana di Bianchini si percorre a piedi lungo il pavimento.
Verso Termini si trova Palazzo Massimo alle Terme, con gli affreschi della villa di Livia e i mosaici di età imperiale: se dovessi indicare una sola sede del Museo Nazionale Romano a chi ha poco tempo, indicherei quella. Verso il centro storico ci sono Palazzo Altemps, con le collezioni di scultura antica dei grandi casati romani, e Crypta Balbi, il museo giusto per capire il passaggio dalla città antica a quella medievale.
Scendendo via Nazionale si arriva alle Scuderie del Quirinale e, salendo, al Palazzo del Quirinale. Continuando verso i Fori si incontrano i Mercati di Traiano, dove si trova il Museo dei Fori Imperiali, e da lì il Colosseo è a pochi minuti. Sul versante opposto, verso l’Esquilino, chi ama le stranezze romane può cercare la Porta Alchemica di Piazza Vittorio, che è un’altra porta che non porta da nessuna parte.
Per chi vuole confrontare il chiostro con altri chiostri e altri silenzi urbani, il Chiostro del Bramante vicino a Piazza Navona è il termine di paragone obbligato, e a pochi passi da lì si trova la Basilica di Santa Maria sopra Minerva, che conserva un Cristo di Michelangelo e completa così, con il Mosè e con la Pietà vaticana, il triangolo michelangiolesco romano. Per un’altra idea di museo archeologico, radicalmente diversa, ci sono il Museo delle Civiltà all’Eur e la già citata Centrale Montemartini sull’Ostiense.
Domande veloci sul Chiostro di Michelangelo
Dove si trova esattamente il Chiostro di Michelangelo?
Dentro il complesso delle Terme di Diocleziano, sede del Museo Nazionale Romano, all’angolo fra piazza della Repubblica, via Cernaia e viale Enrico De Nicola, a Roma, a pochi minuti a piedi dalla stazione Termini e dalla fermata Repubblica della metropolitana linea A.
Il Chiostro di Michelangelo è davvero di Michelangelo?
La tradizione lo attribuisce a lui e il nome viene da quella tradizione. La costruzione però comincia nel 1565, un anno dopo la morte dell’artista, e non esiste una documentazione diretta che provi in modo definitivo l’autografia del disegno. La formulazione corretta è che si tratta di un progetto di ambito michelangiolesco, con una attribuzione tradizionale al Buonarroti che una parte degli studiosi discute.
Si può visitare gratuitamente?
Il chiostro fa parte del percorso museale delle Terme di Diocleziano e si visita con il biglietto del museo, salvo le giornate a ingresso gratuito stabilite periodicamente dal ministero della cultura. Tariffe, riduzioni e gratuità vanno controllate sul sito ufficiale del Museo Nazionale Romano.
Quanto tempo serve per visitarlo?
Il solo chiostro richiede fra i quaranta minuti e un’ora per essere visto con calma. L’intero complesso delle Terme di Diocleziano, comprese le sezioni epigrafica e protostorica, occupa fra le due e le tre ore.
Quanto è grande il Chiostro di Michelangelo?
Quattro ali di circa cento metri ciascuna, un centinaio di colonne monolitiche in travertino, una superficie complessiva indicata attorno ai diecimila metri quadrati fra portici e giardino. Sono cifre tonde, da intendere come ordini di grandezza.
È il chiostro più grande d’Italia?
Risulta fra i più grandi, e in molte fonti viene indicato come il maggiore. La classifica dipende però da come si misura, se cioè si considera soltanto il portico oppure anche il giardino interno, e da quali complessi si includono nel confronto. La formula prudente è che si tratta di uno dei chiostri più ampi del paese.
Perché un chiostro così grande?
Perché è il chiostro maggiore di una certosa, e in una certosa il portico grande serve a collegare le celle individuali dei monaci, che vivono in solitudine. Più celle ci sono, più lungo deve essere il portico.
Che cosa sono le teste di animali al centro del giardino?
Sette teste colossali di animali in marmo, che la tradizione erudita dice rinvenute nel 1586 nell’area dei Fori imperiali, verso la Colonna Traiana. Sono frammenti di un apparato decorativo monumentale, non oggetti nati come arredo da giardino.
È vero che le ha fatte collocare Michelangelo?
Non è possibile: Michelangelo morì nel 1564 e il rinvenimento viene datato al 1586. La frase circola in molte guide ma è cronologicamente insostenibile.
Che cos’è il cipresso di Michelangelo?
Uno dei quattro cipressi del giardino, molto vecchio e sorretto da una struttura in ferro, che la tradizione romana vuole piantato dall’artista o nell’anno della sua morte. Nessuna datazione scientifica pubblica conferma la leggenda; l’esemplare risulta comunque molto antico.
Che cos’è la porta dipinta vicino all’ingresso?
Un trompe l’oeil realizzato da Filippo Balbi nel 1885, che simula una porta socchiusa da cui si affaccia un monaco certosino circondato dagli oggetti della vita monastica. La tradizione identifica il religioso con il certosino Fercoldo, indicato come padre di papa Clemente IV: identificazione tramandata, non documentata.
Quando è stata soppressa la Certosa?
Nel 1884. Parte degli spazi ospitò poi l’Ospizio Margherita di Savoia per i Poveri Ciechi, e nel 1889 vi fu istituito il Museo Nazionale Romano.
Perché della Certosa resta così poco?
Perché fra il 1908 e il 1911, in vista della Grande Mostra Archeologica per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, il piano di recupero delle strutture romane portò alla demolizione della maggior parte degli ambienti monastici. Il chiostro grande si salvò per le sue dimensioni e per la sua utilità immediata come spazio espositivo.
Il chiostro è coperto in caso di pioggia?
Il portico è coperto sui quattro lati, il giardino centrale no: con la pioggia si gira sotto gli archi, e i marmi bagnati rendono i rilievi più leggibili.
Si può fotografare?
La fotografia amatoriale senza flash e senza treppiede è normalmente consentita nei musei statali italiani. Per attrezzature professionali, cavalletti e riprese a scopo commerciale serve una autorizzazione, da chiedere alla biglietteria.
È adatto ai bambini?
Sì, è una delle parti più adatte di tutto il complesso: spazio aperto, sculture di grandi dimensioni, scene narrative sui sarcofagi.
Quali sono le altre sedi del Museo Nazionale Romano?
Palazzo Massimo alle Terme, Palazzo Altemps e Crypta Balbi, oltre alle Terme di Diocleziano con il chiostro. L’Aula Ottagona fa parte dello stesso complesso termale.
Il biglietto vale per tutte le sedi?
Il museo adotta di norma formule di biglietto integrato valide su più sedi per un numero limitato di giorni, ma le condizioni sono cambiate più volte: vanno verificate sul sito ufficiale al momento dell’acquisto.
Qual è la differenza fra il chiostro grande e il chiostro minore?
Il chiostro grande, quello detto di Michelangelo, serviva la zona di clausura con le celle dei monaci. Il chiostro minore apparteneva alla zona comunitaria, insieme al refettorio e alla sala capitolare. Di quest’ultima parte resta molto meno.
Perché la chiesa accanto non ha una facciata?
Perché la facciata è il muro romano del calidarium delle terme, lasciato a vista e non rivestito. È una scelta di progetto legata al riuso dell’edificio antico.
Che rapporto c’è fra il chiostro e la stazione Termini?
Il nome della stazione deriva proprio dalle terme, e il complesso confina con l’area ferroviaria: parte del muro perimetrale antico si vede dai binari e da piazza dei Cinquecento.
Ci sono mostre temporanee?
Le sale attorno al chiostro ospitano con regolarità esposizioni temporanee, che cambiano nel corso dell’anno. Il calendario aggiornato si legge sul sito del Museo Nazionale Romano.
Qual è il momento migliore per la luce?
La prima ora dopo l’apertura, quando il sole radente entra sotto gli archi di uno dei lati e disegna sul pavimento una sequenza regolare di rettangoli luminosi.
Il nostro giudizio è che il Chiostro di Michelangelo sia il luogo romano che meglio insegna una cosa difficile da spiegare a parole: la città non conserva il passato, lo abita. Un impianto termale del quarto secolo è diventato monastero cinquecentesco, il monastero è diventato museo dell’Ottocento, il museo ha riempito il chiostro di pezzi raccolti negli sventramenti del Novecento, e nessuno degli strati ha cancellato del tutto quello precedente. Se cercate un capolavoro firmato resterete perplessi, perché la firma è incerta e il portico non fa nulla per stupirvi. Se cercate un luogo in cui stare fermi mezz’ora a capire come è fatta Roma, ne uscirete con qualcosa che vale più di una fotografia.
Domande frequenti sul Chiostro di Michelangelo
Dove si trova esattamente il Chiostro di Michelangelo?
Il Chiostro di Michelangelo si trova dentro il complesso delle Terme di Diocleziano, sede del Museo Nazionale Romano, all'angolo fra piazza della Repubblica, via Cernaia e viale Enrico De Nicola a Roma, a pochi minuti a piedi dalla stazione Termini e dalla fermata Repubblica della metropolitana linea A.
Il Chiostro di Michelangelo e davvero opera di Michelangelo?
La tradizione e la guidistica attribuiscono il chiostro a Michelangelo, ma la ricerca storico artistica usa formule piu prudenti sull'attribuzione. La cronologia dei fatti documentari, a partire dalla bolla di papa Pio IV del 27 luglio 1561, apre infatti margini di dibattito che restano aperti fra gli studiosi.
Le teste di animali nel Chiostro di Michelangelo sono davvero del Foro di Traiano?
La versione corrente, ripetuta da decenni, racconta che le sette teste colossali di animali al centro del giardino provengano dal Foro di Traiano, rinvenute nel 1586 e portate qui per volonta di Michelangelo. Le date pero non coincidono con la vita dell'artista, quindi questa attribuzione popolare va presa con cautela.
Cosa si vede dentro il Chiostro di Michelangelo?
Il Chiostro di Michelangelo ospita una delle raccolte di scultura antica piu dense di Roma, esposta all'aperto lungo i portici: sarcofagi di eta imperiale, in gran parte fra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo, insieme a stele e alle celebri teste colossali di animali al centro del giardino.
Quando conviene visitare il Chiostro di Michelangelo?
I mesi migliori per il Chiostro di Michelangelo sono aprile, maggio, ottobre e novembre: in primavera il giardino e vivo e la temperatura permette di restare fermi a guardare, in autunno la luce arriva piu bassa anche a meta pomeriggio rendendo il portico piu suggestivo. Luglio e agosto sono sconsigliati.
Cosa c'e vicino al Chiostro di Michelangelo da visitare nella stessa giornata?
Nello stesso complesso del Chiostro di Michelangelo si trovano le Terme di Diocleziano con le sezioni epigrafica e protostorica e l'Aula Ottagona, una sala circolare coperta da cupola fra le piu impressionanti e meno visitate della citta. Sulla stessa piazza si affaccia anche la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.
C'e un albero particolare da notare nel Chiostro di Michelangelo?
Si, nel giardino interno del Chiostro di Michelangelo crescono quattro cipressi agli angoli del quadrato centrale, e uno di essi e sorretto da una struttura metallica perche molto vecchio. La tradizione romana lo chiama il cipresso di Michelangelo, legandolo al passaggio dell'artista in questo cantiere.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una visita guidata al Museo Nazionale Romano e alle Terme di Diocleziano, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari archeologici su Roma trovano invece il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com, dove si trovano gli itinerari pensati per chi ha pochi giorni e vuole capire in che ordine mettere le cose.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.




