Porta Pia
Porta Pia è la porta delle Mura Aureliane che papa Pio IV fece costruire fra il 1561 e il 1565 su progetto di Michelangelo Buonarroti, e fu l’ultimo incarico architettonico della sua vita: l’artista aveva ottantacinque anni quando presentò i disegni al pontefice e morì nel 1564, prima che il cantiere fosse concluso. Chi arriva oggi in piazzale di Porta Pia si trova davanti due monumenti sovrapposti che raccontano due storie diverse e distanti trecento anni: da un lato la porta cinquecentesca, con il suo fronte rivolto verso la città e quel linguaggio architettonico stravagante e tesissimo che nessuno prima di Michelangelo aveva osato mettere su una porta urbana; dall’altro il ricordo del 20 settembre 1870, quando l’artiglieria del Regno d’Italia aprì un varco nelle mura e i bersaglieri entrarono in Roma mettendo fine al potere temporale dei papi. Le due storie si sono fuse in un unico nome, al punto che l’espressione breccia di Porta Pia è entrata nella lingua italiana come sinonimo di svolta storica irreversibile. E proprio qui nasce l’equivoco più diffuso su questo luogo, quello che le righe che seguono si propongono di chiarire una volta per tutte: la breccia non fu aperta sulla porta, e nemmeno accanto alla porta, ma su un tratto di cortina muraria a una cinquantina di metri di distanza, dove oggi non c’è nessun arco ma soltanto un muro rifatto e una lapide.
Dove si trova Porta Pia e come raggiungerla
Porta Pia chiude il capo orientale di via XX Settembre, nel punto in cui la strada sbocca nel piazzale omonimo, e segna il confine fra il rione Castro Pretorio e i quartieri ottocenteschi che si aprono oltre le mura, verso via Nomentana e il Salario. È un nodo di traffico intensissimo: il piazzale è un grande anello attraversato ogni giorno da migliaia di veicoli, con la porta al centro come un’isola di travertino circondata da corsie. Questa condizione è parte del problema e parte del fascino del luogo, perché Porta Pia è uno dei pochi monumenti romani che quasi nessuno guarda per scelta: la maggior parte delle persone che le passano accanto lo fa in automobile o in autobus, diretta altrove.
A piedi dal centro di Roma
Il percorso a piedi più bello parte dal Palazzo del Quirinale e segue via del Quirinale, poi via XX Settembre, in una passeggiata rettilinea di circa venti minuti che ricalca esattamente il tracciato voluto da Pio IV nel Cinquecento. È il modo giusto di arrivarci, perché la porta fu pensata proprio come fondale di quella strada: percorrendola si capisce in pochi passi che cosa significa un asse urbano progettato per culminare in un monumento. Da piazza della Repubblica e dalle Terme di Diocleziano la distanza si riduce a un quarto d’ora scarso, mentre da via Veneto e da Porta Pinciana si arriva costeggiando corso d’Italia, cioè camminando lungo il tracciato delle mura, in una ventina di minuti.
Con i mezzi pubblici
La stazione della metropolitana più vicina a Porta Pia è Castro Pretorio, sulla linea B, da cui si cammina per circa dieci minuti lungo viale Castro Pretorio e viale del Policlinico. Anche la stazione Termini, servita dalle linee A e B e da tutti i treni regionali e nazionali, è raggiungibile a piedi in poco più di un quarto d’ora. In superficie il piazzale è servito da diverse linee di autobus che percorrono via Nomentana, corso d’Italia e via XX Settembre, e la fermata porta il nome del piazzale stesso: chi arriva dai quartieri a nord est della città passa quasi certamente di qui, perché Porta Pia resta il varco naturale fra la Nomentana e il centro.
Chi arriva in automobile deve mettere in conto che il piazzale è un grande anello di traffico senza parcheggi dedicati e che la sosta nelle vie circostanti è a pagamento nelle fasce diurne dal lunedì al sabato, con posti rari in tutte le ore di punta. La soluzione più pratica per chi viene da fuori Roma è lasciare l’auto in un parcheggio di scambio collegato alla metropolitana e completare il percorso con la linea B fino a Castro Pretorio o a Termini: in una zona così densa di ministeri, ambasciate e ospedali, cercare posto in superficie è quasi sempre una perdita di tempo.
Punti di riferimento per orientarsi nel piazzale
Il piazzale è ampio e disorientante per chi arriva la prima volta, ma tre riferimenti bastano a capire dove ci si trova. Il primo è la porta stessa, riconoscibile perché è l’unico edificio isolato al centro dell’anello stradale. Il secondo è il Monumento al Bersagliere, la statua bronzea di un trombettiere in corsa che si trova sul lato esterno rispetto alla città, rivolta verso la porta. Il terzo è il tratto di mura che si allunga verso sud est in direzione del Policlinico e dei Castra Praetoria: seguendolo con lo sguardo per una cinquantina di metri si arriva al punto della breccia, segnalato dal monumento marmoreo con le lapidi e dalla colonna sormontata dalla Vittoria alata. Chi tiene a mente questi tre elementi non sbaglia lato e, soprattutto, non confonde la porta con la breccia.

Che cos’è Porta Pia: una porta nuova al posto di una antica
Porta Pia nacque per sostituire la vicina Porta Nomentana, murata nel 1564 per volontà dello stesso Pio IV, che si trovava a poco meno di cento metri di distanza verso sud est, lungo l’attuale viale del Policlinico. Non fu quindi l’apertura di un varco nuovo in un tratto cieco di mura, ma lo spostamento di un varco esistente in un punto giudicato più adatto al disegno urbanistico che il papa stava realizzando. È una distinzione che conta, perché spiega la posizione apparentemente strana della porta e il modo in cui si aggancia alla cortina muraria.
La sostituzione di Porta Nomentana
Della vecchia Porta Nomentana resta oggi molto poco e quel poco è difficile da vedere: il varco fu tamponato e il fronte inglobato nel muro di recinzione di quella che oggi è l’ambasciata britannica, con la torre semicircolare di destra ancora riconoscibile e quella di sinistra demolita nel 1827 per recuperare un sepolcro di età imperiale che vi era stato inglobato durante la costruzione delle mura. Chi percorre viale del Policlinico può individuare il punto guardando attentamente la cortina laterizia, ma senza sapere che cosa cercare è quasi impossibile accorgersene. È uno di quegli angoli di Roma in cui un monumento intero si nasconde dentro un muro di cinta.
Una porta arretrata rispetto alle mura
La scelta progettuale più singolare di Michelangelo riguarda la collocazione: Porta Pia non è allineata alla cortina delle mura, ma leggermente arretrata verso l’interno della città, e si collega al circuito murario attraverso due brevi tratti obliqui sormontati dalla stessa merlatura. Il risultato è che la porta forma una specie di piccola piazza rientrante, una quinta scenografica pensata per chi la guarda arrivando da via Pia, cioè dall’interno. L’interesse di Michelangelo, come hanno osservato gli studiosi, andò molto più all’aspetto teatrale e pittorico della porta che alla sua funzione difensiva o doganale: è una porta urbana che pensa come un fondale di scena, non come un’opera di fortificazione.
Due fronti, due epoche, due linguaggi
Chi visita Porta Pia deve tenere presente che i due lati del monumento non sono coetanei e non parlano la stessa lingua architettonica. Il fronte rivolto verso la città, quello che si vede arrivando da via XX Settembre, è il fronte cinquecentesco michelangiolesco, per quanto rimaneggiato nell’attico dopo i danni ottocenteschi. Il fronte rivolto verso l’esterno, quello che si vede arrivando da via Nomentana, fu completato soltanto nel 1869 su progetto di Virginio Vespignani in un linguaggio neoclassico che tenta un dialogo con il Cinquecento senza però imitarlo. Confondere i due fronti è l’errore più comune di chi fotografa la porta e poi la descrive: sono due facce che raccontano due secoli lontanissimi fra loro.
Il progetto di Michelangelo: tre disegni e una scelta economica
Michelangelo presentò a Pio IV tre progetti diversi per Porta Pia, e secondo il racconto di Giorgio Vasari il papa scelse fra questi quello di minore spesa. È una delle informazioni più citate e insieme più fraintese sulla porta: non fu scelto il disegno più bello o più ambizioso, ma quello che costava meno. Il fatto che l’opera che vediamo sia il risultato di una scelta economica, e non di una scelta estetica, cambia completamente il modo in cui la si guarda.
Tre disegni perduti e alcuni schizzi superstiti
I tre disegni originali non ci sono arrivati. Restano alcuni schizzi michelangioleschi relativi a dettagli specifici della porta, conservati fra i fogli del maestro, ma nessuno di essi corrisponde a un progetto complessivo e nessuno permette di ricostruire con certezza quale fosse l’aspetto delle tre alternative presentate al papa. Gli studiosi concordano nel ritenere che quanto fu effettivamente costruito potrebbe non corrispondere perfettamente nemmeno al progetto scelto, perché il cantiere si protrasse per anni e conobbe modifiche in corso d’opera. Chiunque racconti nel dettaglio come erano i tre disegni sta andando molto oltre quello che le fonti permettono di affermare.
Ottantacinque anni e un cantiere difficile da seguire
Quando Pio IV gli affidò l’incarico, nel 1561, Michelangelo aveva ottantacinque anni. Era all’apice della sua autorità, impegnato contemporaneamente sulla fabbrica di San Pietro, ma non era più nelle condizioni di seguire il cantiere con la meticolosità che aveva caratterizzato le sue opere precedenti. Gli assistenti ebbero perciò un ruolo rilevante nella definizione concreta del progetto, e questa circostanza spiega alcune incoerenze e alcune parti rimaste palesemente incompiute nella decorazione. Michelangelo morì nel febbraio del 1564, con il cantiere ancora aperto.
Giacomo del Duca e la conclusione dei lavori
L’esecuzione materiale dell’opera fu affidata a Giacomo del Duca, architetto e scultore siciliano formatosi nella cerchia michelangiolesca, che avrebbe poi realizzato anche Porta San Giovanni. Fu lui a portare a termine il cantiere dopo la morte del maestro. La collaborazione fra il progetto di un artista ormai anziano e la mano di un esecutore molto più giovane è probabilmente all’origine di quella tensione stilistica che rende Porta Pia un oggetto architettonico difficile da classificare, sospeso fra il manierismo più cerebrale e una certa ruvidezza di esecuzione.
La medaglia del 1561 e l’incisione del 1568
Due documenti figurativi permettono di farsi un’idea di come la porta doveva apparire nelle intenzioni iniziali. Il primo è una medaglia commemorativa coniata nel 1561, all’avvio dei lavori, attribuita a Gian Federico Bonzagna: mostra una porta diversa da quella realizzata e riflette con ogni probabilità l’aspetto previsto all’inizio del cantiere. Il secondo è un’incisione di Bartolomeo Faleti del 1568, considerata dagli studiosi la testimonianza più diretta del progetto michelangiolesco. Entrambe le immagini divergono dall’edificio attuale, e il confronto fra loro e la porta che vediamo oggi è uno degli esercizi più istruttivi che si possano fare su questo monumento.
Il bacile, l’asciugamano e i Medici di Marignano
Fra le decorazioni della facciata interna compaiono due elementi che a prima vista sembrano incomprensibili: un bacile circolare circondato da un panno che ricorda un asciugamano. Non sono ornamenti astratti ma un’allusione araldica alla famiglia del committente. Pio IV, al secolo Giovanni Angelo Medici, apparteneva ai Medici di Marignano, una famiglia milanese senza rapporti di parentela con i Medici di Firenze, e la tradizione voleva che l’origine di quella casata fosse legata al mestiere di barbiere. Il bacile e il panno sarebbero dunque un riferimento ironico, o quantomeno allusivo, a quell’origine. Se sia stata un’idea di Michelangelo o una richiesta della committenza non è accertabile.
Il mascherone ghignante e il masso abbozzato
Sotto la finestra di destra della facciata interna è scolpito un mascherone ghignante con ali uncinate, lasciato palesemente incompiuto. La tradizione popolare romana ha voluto vedervi il volto dello stesso Michelangelo, ma si tratta appunto di una tradizione, non di un dato documentato. Sotto l’altra finestra c’è invece un masso appena sbozzato, che potrebbe essere la prova della fretta con cui vennero conclusi i lavori dopo la morte dell’artista. Quel blocco incompiuto è forse il dettaglio più michelangiolesco dell’intera porta, perché rimanda a quella condizione di non finito che accompagna tanta parte della scultura del maestro, anche se qui l’incompiutezza è quasi certamente involontaria.
L’iscrizione sul fornice
Sul fornice centrale corre l’iscrizione dedicatoria: PIVS IIII PONT MAX PORTAM PIAM SVBLATA NOMENTANA EXTRVXIT VIAM PIAM AEQVATA ALTA SEMITA DVXIT. Tradotta liberamente: Pio IV, pontefice massimo, costruì Porta Pia dopo aver soppresso la Nomentana, e condusse la via Pia livellando l’Alta Semita. In due righe di latino lapidario c’è tutto il programma dell’operazione: una porta nuova al posto di una vecchia, e una strada nuova ricavata spianando il tracciato di una via romana antica. L’iscrizione è anche la prova che porta e strada furono concepite come un’opera sola, non come due interventi separati.
La facciata esterna e il cantiere di Virginio Vespignani
La facciata di Porta Pia rivolta verso l’esterno della città, quella che oggi tutti fotografano arrivando da via Nomentana, non è opera di Michelangelo ma dell’architetto Virginio Vespignani e fu completata nel 1869, appena un anno prima della breccia. È un dato che spiazza quasi tutti i visitatori e che vale la pena tenere a mente: il fronte più visibile e più fotografato della porta michelangiolesca ha poco più di centocinquant’anni.
Il fulmine, l’attico rovinato e due secoli di attesa
Circa quarant’anni dopo la conclusione del cantiere cinquecentesco, l’attico della porta subì un danno grave, attribuito con ogni probabilità alla caduta di un fulmine. Da quel momento il coronamento rimase rovinato e sostanzialmente abbandonato per oltre due secoli, fino al 1853, quando venne ricostruito su progetto di Vespignani. Il monumento che oggi consideriamo un capolavoro cinquecentesco ha dunque attraversato un lunghissimo periodo di degrado, nel quale la sua parte alta era ridotta a un rudere. Alcune fonti collocano al 1851 l’episodio che rese urgente l’intervento, altre insistono sul danno antico: il dato sicuro è che il rifacimento dell’attico fu opera di Vespignani e si colloca a metà dell’Ottocento.
Il cantiere ottocentesco e il ruolo di Pio IX
I lavori avviati nel 1853 non riguardarono soltanto l’attico ma anche gli edifici laterali e il cortile interno, cioè tutto il corpo di fabbrica che unisce le due facciate. Il committente fu Pio IX, l’ultimo papa re, che in questo modo completava dopo tre secoli un’opera rimasta in sospeso. Per la facciata esterna Vespignani si ispirò all’incisione di Faleti del 1568, cercando di recuperare qualcosa del progetto michelangiolesco perduto, ma tradusse quel modello in un linguaggio neoclassico che risponde al gusto del proprio tempo. Il risultato è un fronte solenne, simmetrico e composto, esattamente l’opposto della tensione manierista che caratterizza il fronte interno.
Sant’Agnese e Sant’Alessandro nelle nicchie
Vespignani collocò nelle nicchie della facciata esterna due statue di santi martiri legati alla via Nomentana: Sant’Agnese vergine e Sant’Alessandro papa. La scelta non fu casuale, perché entrambe le figure hanno il proprio luogo di culto lungo quella direttrice, a cominciare dal complesso di Sant’Agnese fuori le mura. Le due statue furono gravemente danneggiate durante il cannoneggiamento del 20 settembre 1870, cioè pochissimi mesi dopo essere state messe in opera, e vennero ricollocate soltanto nel 1929 dopo un restauro. Poche opere d’arte romane hanno avuto una vita iniziale altrettanto sfortunata: inaugurate nel 1869, colpite dall’artiglieria nel 1870, rimesse al loro posto sessant’anni dopo.
Via XX Settembre, l’asse pio e l’Alta Semita
Via XX Settembre collega via delle Quattro Fontane al piazzale di Porta Pia e ricalca il tracciato dell’Alta Semita, l’antica strada romana che percorreva per intero la dorsale del colle Quirinale. Non è quindi una strada inventata nel Cinquecento ma un tracciato antichissimo che Pio IV fece livellare e riqualificare, come dichiara esplicitamente l’iscrizione sul fornice della porta. Capire questo doppio strato, romano e cinquecentesco, è indispensabile per capire perché Porta Pia si trova dove si trova.
La strada Pia, un’operazione urbanistica
Il papa aprì la nuova arteria in continuità con il colle del Quirinale e le diede il proprio nome, strada Pia, e con essa un fondale monumentale: la porta. Era una delle grandi operazioni di regia urbana della Roma del Cinquecento, nella stessa logica che aveva prodotto la sistemazione del Campidoglio, anch’essa michelangiolesca, e che avrebbe poi trovato il proprio compimento negli assi rettilinei di Sisto V. La strada Pia doveva legare la residenza papale del Quirinale al margine orientale della città e insieme rendere più comodo l’accesso alla via Nomentana e alle vigne suburbane.
Il cambio di nome del 1871
La strada perse il nome di strada Pia con una delibera comunale del 30 novembre 1871, quando fu intitolata al XX settembre in ricordo della breccia dell’anno precedente. Il gesto ha un valore simbolico difficile da sopravvalutare: l’asse voluto da un papa per collegare la propria residenza alla propria porta prese il nome del giorno in cui quel potere era finito, e fu ribattezzato appena quattordici mesi dopo l’evento. Lo stesso nome fu poi adottato in centinaia di comuni italiani, tanto che via XX Settembre è ancora oggi uno dei toponimi più diffusi del paese.
Una curiosità sulla Porta Pia
Porta Pia è l’ultimo progetto architettonico di Michelangelo Buonarroti e fu commissionato quando l’artista aveva ottantacinque anni: morì nel febbraio 1564, con il cantiere ancora in corso, e non vide mai l’opera finita. La curiosità però riguarda un aspetto meno noto: la porta che vediamo non è quella che lui aveva disegnato, e lo sappiamo con certezza.
Una porta che nessuno ha mai visto come doveva essere
Le due immagini più antiche del monumento, la medaglia del 1561 e l’incisione di Faleti del 1568, mostrano un edificio diverso da quello attuale, e differiscono anche fra loro. Alle modifiche di cantiere si sono poi sommati il danno all’attico, il rifacimento ottocentesco e il completamento della facciata esterna. Il risultato è che Porta Pia è simultaneamente l’ultima opera di Michelangelo e un edificio in cui la mano di Michelangelo è filtrata da almeno tre stratificazioni successive. Nessuno, in nessun momento della storia, ha visto la Porta Pia progettata dal Buonarroti nella forma in cui lui l’aveva immaginata.
Il paradosso di un monumento famoso per altro
C’è poi un secondo paradosso. Porta Pia è probabilmente la porta più famosa d’Italia, ma la sua notorietà non deriva dall’architettura: deriva da un episodio militare che si svolse a una cinquantina di metri di distanza e che con la porta non ebbe quasi nulla a che fare. Nella memoria collettiva italiana il nome Porta Pia significa 20 settembre 1870, non Michelangelo. È uno dei casi più clamorosi in cui un fatto storico ha letteralmente coperto un capolavoro, al punto che moltissime persone che conoscono benissimo l’espressione breccia di Porta Pia non hanno la più pallida idea di chi abbia disegnato la porta.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Porta Pia
La breccia del 20 settembre 1870 non fu aperta su Porta Pia: fu aperta in un tratto di cortina delle Mura Aureliane a circa cinquanta metri dalla porta, all’altezza di villa Bonaparte, e i bersaglieri entrarono in Roma da quel varco nel muro, non dal fornice michelangiolesco. È l’equivoco più diffuso della storia romana recente, e va detto con chiarezza perché la quasi totalità dei racconti divulgativi lo lascia intendere al contrario.
Dove fu davvero aperto il varco
Il cannoneggiamento italiano iniziò alle 5:10 del mattino del 20 settembre 1870 e si concentrò sul tratto di mura compreso fra Porta Salaria e Porta Pia. Poco dopo le nove cominciò ad aprirsi una vasta breccia a una cinquantina di metri dalla porta, in corrispondenza della villa un tempo appartenuta a Paolina Bonaparte, oggi sede dell’ambasciata di Francia presso la Santa Sede. Alle 9:35 i comandanti d’artiglieria concentrarono il tiro su quel punto preciso e dopo una decina di minuti di fuoco intensissimo il varco raggiunse una larghezza di circa trenta metri, sufficiente al passaggio delle truppe. Le fonti divergono su un dettaglio secondario, cioè se il punto vada descritto come a destra o a sinistra della porta, e la ragione è semplice: dipende dal punto di osservazione, perché chi guarda da fuori e chi guarda da dentro le mura ha la destra e la sinistra invertite.
Perché l’equivoco si è consolidato
L’espressione breccia di Porta Pia si affermò immediatamente perché la porta era il riferimento topografico più riconoscibile di quel tratto di mura, e nessuno avrebbe potuto chiamare l’evento breccia della cortina muraria fra il civico tale e villa Bonaparte. La sineddoche era inevitabile. Il problema è che con il tempo la formula ha smesso di essere un’approssimazione geografica ed è diventata una descrizione presa alla lettera, al punto che nell’iconografia risorgimentale, nei quadri e poi nel cinema si vedono spesso bersaglieri che irrompono attraverso l’arco della porta. Non andò così: la porta era sbarrata e presidiata, e il varco fu aperto nel muro accanto.
Che cosa si vede oggi nel punto della breccia
Il varco fu richiuso già nel 1871 e nello stesso punto fu affissa una prima lapide commemorativa. Nel 1895, per il venticinquesimo anniversario, lo scultore Ettore Ferrari sovrintese alla collocazione di due ulteriori lapidi ai lati di quella originaria e alla realizzazione, di fronte, di una colonna celebrativa sormontata da una Vittoria alata in bronzo. Nel 1920, per il cinquantenario, il Governatorato di Roma affidò a Giovanni Battista Giovenale una risistemazione monumentale complessiva che inglobò le tre lapidi in una struttura di marmo bianco con fregi bronzei. Chi vuole vedere il punto esatto deve quindi allontanarsi dalla porta e camminare lungo il muro fino a trovare quel complesso marmoreo: è lì, non sotto l’arco, che finì lo Stato Pontificio.
Il consiglio che ti do per visitare la Porta Pia
Il consiglio pratico più utile per visitare Porta Pia è arrivarci a piedi da via XX Settembre e non dal piazzale, perché soltanto percorrendo l’asse di Pio IV si capisce il senso architettonico della porta, che fu progettata come fondale prospettico di quella strada e non come oggetto isolato in mezzo al traffico.
Il percorso giusto, in ordine
La sequenza che funziona meglio è questa: partire dal Quirinale, imboccare via del Quirinale e poi via XX Settembre, fermarsi all’incrocio delle Quattro Fontane per guardare i fondali, proseguire fino al piazzale tenendo la porta davanti a sé, attraversare il fornice, uscire sul lato esterno per vedere la facciata di Vespignani e il Monumento al Bersagliere, e soltanto a quel punto camminare lungo le mura fino al monumento della breccia. In questo modo si segue l’ordine cronologico degli eventi, dal Cinquecento al 1870, e ogni pezzo arriva al momento giusto. In tutto servono una quarantina di minuti dal Quirinale, escluse le soste.
Quanto tempo dedicare alla visita
La porta in sé si osserva in venti o trenta minuti, girandole intorno e confrontando i due fronti. Chi aggiunge il monumento della breccia arriva a quaranta minuti. Chi riesce a entrare al Museo Storico dei Bersaglieri deve mettere in conto un’ora in più. È una visita che si combina bene con una mattinata dedicata alla Roma umbertina e risorgimentale, e che difficilmente giustifica uno spostamento apposito se si è a Roma per due o tre giorni soltanto: in quel caso è meglio inserirla in un percorso che comprenda anche il Quirinale, le Terme di Diocleziano e il quadrante di Termini.
Il momento migliore della giornata
La facciata esterna, rivolta a nord est, riceve la luce migliore nelle prime ore del mattino; la facciata interna, rivolta verso la città, è illuminata meglio nel pomeriggio. Chi vuole fotografare entrambi i fronti in condizioni decenti deve quindi scegliere, oppure mettere in conto due passaggi in momenti diversi. Sul piano del traffico, il piazzale è più vivibile la domenica mattina presto e nelle settimane centrali di agosto, mentre nelle ore di punta dei giorni feriali il rumore e la densità dei veicoli rendono difficile anche solo fermarsi a guardare.
Il 20 settembre di ogni anno
Chi capita a Roma il 20 settembre trova il luogo in condizioni completamente diverse: la ricorrenza della breccia è celebrata ogni anno con cerimonie istituzionali al monumento e la presenza dei bersaglieri, e in quell’occasione la zona assume un carattere che negli altri giorni dell’anno non ha. Modalità e orari cambiano di anno in anno e vengono comunicati dalle istituzioni e dalle associazioni d’arma nei giorni precedenti: conviene verificarli prima, perché non esiste un programma fisso.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Dentro Porta Pia, nei corpi di fabbrica che uniscono le due facciate e che in origine ospitavano l’ufficio doganale, si trova il Museo Storico dei Bersaglieri: la porta non è soltanto un monumento da guardare da fuori, ma un edificio abitato da un museo militare dello Stato. È un fatto noto agli addetti ai lavori e ai romani della zona, eppure quasi mai citato nelle guide generaliste.
Il cortile, i busti e la bicicletta di Enrico Toti
Nel cortile interno si trovano un monumento dedicato a Enrico Toti e i busti di quattro bersaglieri illustri: Alessandro La Marmora, fondatore del Corpo, Luciano Manara e Goffredo Mameli, entrambi caduti nella difesa della Repubblica Romana del 1849, e Giacomo Pagliari, caduto proprio qui il 20 settembre 1870 nell’assalto alla breccia. All’interno il pezzo più celebre delle collezioni è la bicicletta di Enrico Toti, il bersagliere ciclista con una gamba sola caduto nella prima guerra mondiale, una delle reliquie più note della memoria militare italiana. La vicenda di Mameli e Manara collega direttamente questo luogo a quella del 1849, raccontata al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina sul Gianicolo.
La foto giusta da fare alla Porta Pia
La foto giusta da fare a Porta Pia non è il ritratto frontale della facciata esterna, che è quella che scattano tutti e che per di più non è di Michelangelo: è lo scatto preso da via XX Settembre, in asse con la strada, che mostra la porta come fondale prospettico dell’arteria cinquecentesca.
Lo scatto in asse da via XX Settembre
Mettendosi al centro della carreggiata di via XX Settembre, nei momenti in cui il semaforo ferma il traffico, e inquadrando in direzione est, si ottiene l’immagine per cui la porta è stata progettata: il rettifilo della strada che si stringe verso il fondo e la mole della porta che lo chiude. Una focale leggermente tele, intorno ai cinquanta o settanta millimetri equivalenti, comprime la prospettiva e rende l’effetto ancora più forte, avvicinando la porta e facendo sembrare la strada più breve. È lo stesso principio che regola le vedute prospettiche del Cinquecento e del Seicento romano, e funziona ancora perfettamente.
Il dettaglio del mascherone
Il secondo scatto da non perdere è un dettaglio: il mascherone ghignante con le ali uncinate sotto la finestra destra della facciata interna, lasciato incompiuto. Serve un teleobiettivo, perché si trova in alto e non è raggiungibile da vicino, e conviene una luce radente che faccia emergere il rilievo. È un’immagine molto più interessante della classica cartolina della porta, perché racconta l’incompiutezza del cantiere e quel gusto per il grottesco che appartiene profondamente al linguaggio michelangiolesco tardo, lo stesso che si ritrova nel Chiostro di Michelangelo alle Terme di Diocleziano.
Il monumento della breccia, senza la porta
Il terzo scatto è quello che quasi nessuno fa: il monumento della breccia inquadrato da solo, lungo la cortina delle mura, senza Porta Pia nell’immagine. È la fotografia più onesta che si possa scattare in questo luogo, perché documenta il punto reale in cui accaddero i fatti e non il monumento che ne ha ereditato il nome. Se si riesce a includere nella stessa inquadratura la cortina laterizia antica e il marmo bianco novecentesco del monumento, l’immagine diventa anche un piccolo saggio sulla stratificazione della memoria.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
L’avvenimento decisivo accaduto in questo luogo è la presa di Roma del 20 settembre 1870, che pose fine al potere temporale dei papi e portò all’annessione della città al Regno d’Italia: le truppe italiane erano circa cinquantamila uomini su cinque divisioni, l’esercito pontificio contava 13.624 militari fra regolari e volontari.
La giornata del 20 settembre 1870, ora per ora
Il bombardamento cominciò alle cinque del mattino e le batterie del 7º reggimento di artiglieria aprirono il fuoco alle 5:10 sul tratto fra Porta Salaria e Porta Pia. Poco dopo le nove la breccia cominciò ad aprirsi all’altezza di villa Bonaparte; alle 9:35 il tiro fu concentrato su quel punto e verso le 9:45 il varco era largo una trentina di metri. Furono organizzate tre colonne d’attacco: la prima con il 12º battaglione bersaglieri e un battaglione del 41º fanteria Modena, in movimento da villa Falzacappa; la seconda con il 34º battaglione bersaglieri e i battaglioni del 19º fanteria Brescia, da villa Albani; la terza con il 35º battaglione bersaglieri e i battaglioni del 39º e 40º fanteria Bologna, da villa Patrizi. Verso le dieci dal campo pontificio fu esposta la bandiera bianca.
La morte di Giacomo Pagliari
Pochi minuti dopo l’esposizione della bandiera bianca, un gruppo di difensori pontifici che non era stato informato della capitolazione aprì il fuoco da villa Bonaparte e uccise il maggiore Giacomo Pagliari, comandante del 34º battaglione bersaglieri. Il bersagliere Niccolò Scatoli, gravemente ferito, continuò a suonare la carica. Il 12º battaglione irruppe quindi nella breccia seguito dalle altre unità, senza incontrare ulteriore resistenza. Le perdite complessive della giornata furono contenute rispetto alla portata storica dell’evento: le fonti italiane riportano 32 morti e 143 feriti secondo i dati iniziali, mentre altre ricostruzioni indicano 49 morti e 141 feriti, e da parte pontificia si contarono 15 morti e 68 feriti. La capitolazione fu firmata alle 17:30 dello stesso giorno fra il generale Raffaele Cadorna e il generale Hermann Kanzler a villa Albani.
Il plebiscito del 2 ottobre 1870
Dodici giorni dopo, domenica 2 ottobre 1870, si tenne il plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia. A Roma i voti favorevoli furono 40.785 contro 46 contrari, e nel territorio annesso 133.681 sì contro 1.507 no. Sono numeri che vanno letti tenendo presente il contesto di un voto pubblico e non segreto secondo gli standard odierni, ma che comunque fotografano un esito privo di ambiguità. Da quel momento cominciò la trasformazione di Roma in capitale, un processo che avrebbe cambiato radicalmente la città nei trent’anni successivi e di cui via XX Settembre e i suoi ministeri sono la testimonianza più diretta.
La chiusura della breccia e le celebrazioni
Il varco fu chiuso già nel 1871 e nello stesso anno la strada fu ribattezzata. Nel 1895, per il venticinquesimo anniversario, arrivarono le due lapidi laterali e la colonna con la Vittoria alata; nel 1920, per il cinquantenario, la sistemazione monumentale di Giovanni Battista Giovenale; nel 1932 il Monumento al Bersagliere e il trasferimento del museo. In sessant’anni il luogo passò da campo di battaglia a santuario laico del Risorgimento, con una stratificazione di monumenti commemorativi che è essa stessa un documento sul modo in cui l’Italia unita ha costruito la propria memoria. Chi vuole seguire questo filo può proseguire al Museo Centrale del Risorgimento e all’Altare della Patria, oltre che all’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Chi è passato dalla Porta Pia
Da Porta Pia sono passati, in senso letterale o progettuale, Michelangelo Buonarroti che la disegnò, papa Pio IV che la commissionò, Giacomo del Duca che la costruì, Virginio Vespignani che la completò e i bersaglieri del 12º e del 34º battaglione che il 20 settembre 1870 entrarono in Roma dalla breccia aperta a pochi metri.
Michelangelo, Pio IV e la corte papale
Michelangelo trascorse a Roma gli ultimi trent’anni della sua vita e Porta Pia chiude quella stagione. Il suo committente, Giovanni Angelo Medici divenuto papa con il nome di Pio IV, fu il pontefice che riaprì e concluse il Concilio di Trento e che promosse a Roma una politica di opere pubbliche di cui la strada Pia e la porta sono l’esempio più visibile. Fu lo stesso pontefice a incaricare Michelangelo della trasformazione delle Terme di Diocleziano nella basilica di Santa Maria degli Angeli, un’opera contemporanea a questa e distante meno di un chilometro: due cantieri michelangioleschi tardi che si guardano a distanza lungo lo stesso settore della città.
I protagonisti del 1870
Nel 1870 passarono da qui il luogotenente generale Raffaele Cadorna, comandante supremo delle truppe italiane, e sul fronte opposto il generale Hermann Kanzler, comandante dell’esercito pontificio, che firmò la capitolazione a villa Albani nel pomeriggio dello stesso giorno. Fra i caduti il nome che il luogo ha conservato è quello del maggiore Giacomo Pagliari, il cui busto si trova oggi nel cortile della porta. Gli altri tre busti del cortile ricordano figure che a Roma erano già passate vent’anni prima: Luciano Manara e Goffredo Mameli, caduti nella difesa della Repubblica Romana del 1849, e Alessandro La Marmora, fondatore del Corpo dei bersaglieri.
I bersaglieri, prima e dopo
Il legame fra i bersaglieri e questo luogo non si è mai interrotto dal 1870 in poi. Il museo del Corpo fu trasferito qui nel 1932, il Monumento al Bersagliere fu eretto nello stesso anno e ogni 20 settembre le associazioni d’arma tornano al monumento della breccia. Enrico Toti, il bersagliere ciclista caduto nel 1916, è presente nel cortile con un monumento e nelle sale con la sua bicicletta: una figura che appartiene a una guerra completamente diversa ma che in questo luogo è diventata parte della stessa memoria.
Il Museo Storico dei Bersaglieri dentro la porta
Il Museo Storico dei Bersaglieri ha sede dentro Porta Pia dal 18 settembre 1932, quando vi fu trasferito e reinaugurato: era stato fondato e inaugurato una prima volta il 18 giugno 1904 nella caserma La Marmora di Trastevere. È un museo dell’Esercito Italiano, non un museo civico, e questa differenza istituzionale si riflette direttamente sulle modalità di visita.
Le collezioni e le sale
Il percorso comprende la saletta La Marmora, con due modelli di carabine ideate dal fondatore del Corpo, il salone d’onore, dove è conservata la proposta storica di istituzione dei bersaglieri, e un sacrario che custodisce la spada di Alessandro La Marmora e le medaglie al valore. Le altre sale raccolgono armi, uniformi, ritratti e cimeli relativi alle campagne militari in cui il Corpo fu impegnato, dal Risorgimento alle due guerre mondiali. Il museo conserva inoltre una biblioteca e un archivio storico, strumenti destinati soprattutto agli studiosi. Il pezzo più noto resta la bicicletta di Enrico Toti.
Orari e accesso: quello che non si riesce a confermare
Sugli orari di apertura del Museo Storico dei Bersaglieri non è possibile fornire in questa sede un dato attendibile e aggiornato. Le fonti consultabili descrivono le collezioni e la storia dell’istituto ma non riportano un calendario di apertura verificabile, e le pagine istituzionali dell’Esercito non sono risultate consultabili al momento della stesura. Trattandosi di un museo militare ospitato in un edificio demaniale, l’accesso avviene con ogni probabilità in giorni e fasce orarie limitate e può richiedere prenotazione, come accade per gli altri poli museali dell’Esercito. Chi vuole visitarlo deve contattare preventivamente il museo o l’Esercito Italiano per farsi confermare giorni, orari e modalità di ingresso: qualunque orario trovato su siti terzi va considerato indicativo finché non viene confermato dalla struttura. Non riportiamo orari né prezzi perché non è stato possibile verificarli.
Il Monumento al Bersagliere nel piazzale
Il Monumento al Bersagliere fu eretto nel 1932 dall’Associazione Nazionale Bersaglieri al centro del piazzale di Porta Pia, di fronte alla porta: è una statua bronzea alta sei metri, opera dello scultore Publio Morbiducci, che raffigura un trombettiere dei bersaglieri in corsa, armato di fucile.
La statua e il basamento
La figura è colta nell’atto di correre suonando, con il tipico cappello piumato, e poggia su un imponente basamento in travertino realizzato dallo scultore Italo Mancini. Il basamento è decorato con sei bassorilievi in pietra di Trani che rappresentano episodi salienti della storia del Corpo. La scelta del trombettiere non è casuale: rimanda al bersagliere ferito che il 20 settembre 1870 continuò a suonare la carica dopo la morte del maggiore Pagliari.
Le Mura Aureliane intorno a Porta Pia
Il tratto di mura in cui si inserisce Porta Pia fa parte delle Mura Aureliane, il circuito difensivo iniziato nel 271 sotto l’imperatore Aureliano e completato entro il 279 sotto Probo, lungo in origine circa diciannove chilometri, di cui restano oggi circa dodici chilometri e mezzo.
Come erano fatte le mura
Nella loro configurazione originaria le mura avevano un’altezza compresa fra sei e otto metri, più circa due metri di fondazione, e uno spessore di circa 3,30 metri fra paramento e camminamento. L’intera struttura si componeva di 378 tratti di muro merlato intervallati ogni trenta metri da 381 torri a pianta rettangolare, con quattordici porte principali. L’intervento più importante fu quello di Onorio, fra il 402 e il 403, che quasi raddoppiò l’altezza portandola fra i dieci metri e mezzo e i quindici metri, creò un doppio sistema di percorsi sovrapposti e rinforzò torri e porte. È questa configurazione tardoantica, non quella di Aureliano, che vediamo oggi nella maggior parte dei tratti superstiti.
I Castra Praetoria, poco più a sud
Poco a sud di Porta Pia il circuito murario ingloba il perimetro dei Castra Praetoria, l’accampamento della guardia pretoriana costruito sotto Tiberio, il cui muro esterno fu rialzato di circa cinque metri quando venne incorporato nella cinta. È uno dei tratti più imponenti e meglio leggibili di tutte le Mura Aureliane e si trova a pochi minuti di cammino dal piazzale, lungo viale Castro Pretorio: chi visita Porta Pia farebbe bene a dedicargli una deviazione, perché mostra con grande chiarezza come le mura abbiano inglobato strutture preesistenti invece di aggirarle.
Il restauro di Pio IV e i papi costruttori
Le mura furono oggetto di manutenzioni e restauri per tutto il Medioevo e l’età moderna, e fra i pontefici che vi intervennero c’è proprio Pio IV nel Cinquecento. L’apertura di Porta Pia va letta dentro questa cornice: non un intervento isolato su un monumento antico, ma un tassello di una politica continuativa di cura e adattamento del circuito murario alle esigenze della città moderna. Per chi vuole approfondire il tema delle mura in generale e visitarne un tratto percorribile, il riferimento è il Museo delle Mura a Porta San Sebastiano, dove si cammina dentro il camminamento di ronda.
Che cosa vedere nei dintorni
Uscendo da Porta Pia verso l’esterno si imbocca via Nomentana, che conduce in pochi minuti a Villa Torlonia e, proseguendo, al complesso di Sant’Agnese fuori le mura. Verso l’interno, in direzione opposta, si arriva rapidamente alle Terme di Diocleziano e, con una passeggiata più lunga lungo via XX Settembre, al Quirinale. Sono mete che si combinano bene con Porta Pia in una giornata dedicata a questo quadrante della città.
Domande frequenti sulla Porta Pia
Chi ha progettato Porta Pia?
Porta Pia fu progettata da Michelangelo Buonarroti su incarico di papa Pio IV e costruita fra il 1561 e il 1565. Fu l’ultimo progetto architettonico dell’artista, che aveva ottantacinque anni al momento dell’incarico e morì nel febbraio 1564, prima della conclusione dei lavori. L’esecuzione materiale fu affidata a Giacomo del Duca, mentre la facciata esterna, neoclassica, fu completata soltanto nel 1869 da Virginio Vespignani.
Dove fu aperta esattamente la breccia di Porta Pia?
La breccia del 20 settembre 1870 non fu aperta su Porta Pia ma in un tratto di cortina delle Mura Aureliane a circa cinquanta metri dalla porta, all’altezza di villa Bonaparte, oggi sede dell’ambasciata di Francia presso la Santa Sede. Il varco, largo una trentina di metri, fu richiuso nel 1871 e il punto è oggi segnalato da un monumento marmoreo con tre lapidi e da una colonna sormontata da una Vittoria alata.
Si può visitare Porta Pia e quanto costa?
Porta Pia si osserva liberamente e gratuitamente dall’esterno in qualsiasi momento, perché si trova al centro di un piazzale pubblico ed è attraversata dal traffico. Non esiste un biglietto per vedere la porta. Un biglietto o una procedura di accesso possono invece riguardare il Museo Storico dei Bersaglieri ospitato al suo interno, le cui condizioni di visita vanno verificate direttamente con la struttura.
Quali sono gli orari del Museo Storico dei Bersaglieri a Porta Pia?
Gli orari del Museo Storico dei Bersaglieri non sono stati confermati da fonti verificabili e affidabili, e per questo non vengono indicati qui. Si tratta di un museo dell’Esercito Italiano, non di un museo civico, e l’accesso avviene con ogni probabilità in giorni e fasce limitate, eventualmente su prenotazione. Chi vuole visitarlo deve contattare direttamente il museo o l’Esercito Italiano prima di presentarsi in loco.
Come si arriva a Porta Pia con i mezzi pubblici?
Porta Pia si raggiunge con la metropolitana linea B scendendo alla fermata Castro Pretorio, da cui si cammina per circa dieci minuti, oppure da Termini a piedi in poco più di un quarto d’ora. In superficie il piazzale è servito da diverse linee di autobus che percorrono via Nomentana, via XX Settembre e corso d’Italia. Non ci sono parcheggi dedicati e la sosta nelle vie vicine è a pagamento nelle fasce diurne feriali.
Perché Porta Pia si chiama così?
Porta Pia prende il nome da papa Pio IV, al secolo Giovanni Angelo Medici, che la fece costruire fra il 1561 e il 1565 in sostituzione della vicina Porta Nomentana, murata nel 1564. Lo stesso pontefice diede il proprio nome anche alla strada che vi conduce, la strada Pia, ribattezzata via XX Settembre con delibera comunale del 30 novembre 1871 in ricordo della breccia.
Quanto tempo serve per visitare Porta Pia?
Per visitare Porta Pia bastano venti o trenta minuti, il tempo di girare intorno al monumento e confrontare la facciata interna michelangiolesca con quella esterna ottocentesca di Vespignani. Aggiungendo la camminata lungo le mura fino al monumento della breccia si arriva a una quarantina di minuti. Chi riesce a entrare al Museo Storico dei Bersaglieri deve mettere in conto almeno un’ora in più.
Porta Pia è adatta ai bambini e accessibile?
Porta Pia si trova al centro di un anello stradale molto trafficato e raggiungibile solo tramite attraversamenti pedonali semaforizzati, quindi richiede attenzione con bambini piccoli e non offre spazi pedonali protetti. I marciapiedi e gli attraversamenti del piazzale sono percorribili, ma il rumore e la densità del traffico rendono la sosta poco confortevole nelle ore di punta: meglio scegliere la domenica mattina presto.
Che differenza c’è fra Porta Pia e Porta Nomentana?
Porta Pia e Porta Nomentana sono due porte distinte delle Mura Aureliane a meno di cento metri di distanza: la seconda è quella antica, murata nel 1564 per volontà di Pio IV, oggi ridotta a muro di recinzione dell’ambasciata britannica lungo viale del Policlinico, mentre la prima è la porta cinquecentesca costruita per sostituirla e collegata alla nuova strada Pia voluta dallo stesso pontefice.
Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario
Porta Pia funziona molto meglio come tappa di un percorso che come meta a sé stante. Il modo più sensato di inserirla in una giornata romana è collegarla al Quirinale e alle Scuderie da un lato e alle Terme di Diocleziano e al quadrante di Termini dall’altro, con l’eventuale prosecuzione verso Villa Torlonia lungo la Nomentana: in questo modo la porta diventa il fulcro di un itinerario coerente sulla Roma del Cinquecento e su quella postunitaria, invece di essere una sosta isolata in mezzo al traffico. Le Scuderie del Quirinale ospitano spesso grandi mostre e possono essere l’aggancio giusto per costruire la giornata intorno a un’esposizione temporanea.
Chi organizza un itinerario più ampio in questo quadrante di Roma, incrociando questa tappa con le mura, i musei risorgimentali e le mete della via Nomentana, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.
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