Caffè Rosati
Il Caffè Rosati si trova in piazza del Popolo 4/5a, all’angolo con via di Ripetta, ed è aperto: bar, pasticceria e ristorante con tavoli all’aperto sulla piazza, a gestione privata da quando la famiglia Rosati ha ceduto il locale. Non si paga un ingresso e al banco non si prenota niente. Per un tavolo al ristorante il locale indica il telefono 06 3225859 e una pagina di prenotazione sul proprio sito. Il listino del bar non risulta pubblicato online con una data.
Il motivo per venire qui è la storia del posto, non la tazzina. Il locale apre nel 1922, occupa uno dei due edifici gemelli che Giuseppe Valadier disegnò per chiudere la piazza verso sud, e fra il dopoguerra e la metà degli anni Sessanta diventa il salotto all’aperto di scrittori, sceneggiatori e pittori. Dall’altra parte del Corso, nell’edificio speculare, c’è il Canova, l’altro caffè storico della piazza, con cui il Rosati si è sempre diviso la clientela.
Indirizzo, telefoni e stato di apertura corrispondono alla verifica del 29 settembre 2026 sulle fonti richiamate più avanti nel testo, a partire dal portale turistico di Roma Capitale e dalla stampa di settore con la sua data. Gli orari del bar e del ristorante cambiano con la stagione e il gestore li comunica sul proprio sito e al telefono. Se vieni per una sera precisa, soprattutto nei festivi o in agosto, una chiamata prima di attraversare la città ti evita la sorpresa della serranda abbassata.

Dove si trova e che cosa si vede
Chi entra in piazza del Popolo dalla Porta del Popolo ha davanti l’Obelisco Flaminio e, in fondo, le chiese gemelle che aprono il Tridente. Il Rosati si trova sulla destra rispetto a chi guarda le chiese, nell’edificio che fa angolo fra la piazza e via di Ripetta. Il Canova si trova nella posizione simmetrica, sulla sinistra, all’imbocco di via del Babuino.
Dalla piazza il locale si legge come una fila di tavolini sotto le tende, allineati lungo la facciata e sul lastricato. È la parte che tutti fotografano e che dà il carattere al posto: la terrazza a livello di strada, esposta verso l’obelisco e verso il Pincio. Dentro ci sono il banco del bar, la vetrina della pasticceria e le sale del ristorante, su più ambienti. Il portale turistico del Comune descrive l’architettura del locale come liberty.
Che cosa non aspettarti. Il Rosati non è un museo e non ha pannelli, targhe commemorative leggibili da fuori o un percorso che racconti la sua storia. La memoria del posto si conserva nei libri e negli archivi fotografici, non sulle pareti. Chi arriva sperando di trovare le foto di Pasolini o di Moravia appese sopra il banco resta deluso. Si viene per stare in un angolo di piazza dove per vent’anni si è fatta una parte della cultura romana del Novecento.
La posizione conta più di qualunque arredo. Da qui, seduto, hai in un solo colpo d’occhio l’obelisco, le due chiese, le rampe del Pincio e la porta. Poche terrazze di bar a Roma hanno davanti una piazza intera, chiusa, senza traffico e disegnata con un progetto unitario. È esattamente il motivo per cui scrittori e pittori sceglievano questi tavoli: vedere passare la città senza doversi spostare, e farsi vedere da chi passava.
Com’è oggi: apertura, gestione, orari e prezzi
Il locale è in attività. Il portale turistico di Roma Capitale, nella versione del 31 luglio 2025, lo elenca in piazza del Popolo 4/5a con i telefoni 06 3225859 e 06 3227378 e con la posta info@ristoranterosati.net. Il sito del locale, barrosati.it, presenta bar, pasticceria, ristorante, aperitivi e dehors, con una pagina di prenotazione che riporta lo stesso numero principale. Il servizio è quello di un bar ristorante completo, dalla colazione alla cena.
Sulla gestione conviene essere precisi. Il nome è rimasto quello della famiglia che lo ha aperto, ma la proprietà è cambiata più volte. L’enciclopedia libera riporta la cessione del 1991 a Giuseppe Ciarrapico e passaggi successivi ad altri proprietari, e anche la stampa del 2020 ricorda la sua proprietà per un periodo. La società che gestisce oggi il locale non è indicata sulle pagine turistiche pubbliche consultate. Il nome Rosati è un marchio storico, non una famiglia dietro il banco.
Orari: il gestore li comunica sul sito e al telefono, e cambiano fra estate e inverno. La cronaca del 2020 ricorda che la chiusura ufficiale era storicamente all’una di notte, e la memorialistica sugli anni Sessanta parla di tavoli lasciati fuori fino a tardi. Oggi non contare su orari notturni di quel tipo senza averli chiesti. Per una colazione o un aperitivo nel pomeriggio, invece, il locale funziona con continuità come un bar di piazza.
Prezzi: il dato non è pubblicato in una forma datata che si possa riportare qui. Per legge il listino deve essere esposto nel locale, e conviene leggerlo prima di sederti, perché in tutti i bar di piazza il servizio al tavolo costa più del banco e la differenza, su una piazza come questa, si sente. Chiedi il prezzo se una voce ne è priva. Non è diffidenza, è l’abitudine di chiunque viva a Roma e prenda un caffè in centro.
Sull’accessibilità le informazioni pubbliche sono scarse. I tavoli all’aperto poggiano sul lastricato in piano della piazza e si raggiungono senza gradini, mentre per le sale interne, i servizi igienici e i collegamenti fra gli ambienti del ristorante il gestore non indica una dichiarazione di accessibilità sulle pagine consultate. Chi si muove in carrozzina o con un passeggino fa bene a chiederlo al telefono quando prenota, specificando se vuole stare dentro o fuori.
Una curiosità sul Caffè Rosati
Il Rosati nasce da una latteria. Secondo la ricostruzione pubblicata da Gambero Rosso il primo dicembre 2022, in occasione del centenario, i fratelli Rosati rilevarono nel 1922 una piccola latteria affacciata sulla piazza e la trasformarono in bar. Le latterie, nella Roma del primo Novecento, erano locali modesti dove si vendevano latte, uova e poco altro. Passare dal latte al caffè voleva dire cambiare pubblico, e scommettere sulla piazza come luogo di passeggio.
La scommessa aveva senso. Piazza del Popolo, fino a pochi decenni prima, era l’ingresso settentrionale della città per chi arrivava dalla via Flaminia, con la dogana, il passaggio delle carrozze e un traffico che di sera si trasformava in passeggio verso il Pincio. Un caffè in quell’angolo intercettava chi scendeva dai giardini, chi usciva dal Corso e chi arrivava dalla porta. La latteria serviva il rione, il bar serviva la città intera.
C’è un secondo dettaglio sulle origini, e qui le fonti non concordano. L’enciclopedia libera scrive che la famiglia Rosati gestiva già un locale in via Veneto dal 1911, mentre la ricostruzione del centenario parte direttamente dalla latteria di piazza del Popolo. Le due versioni non si escludono, ma nessuna delle fonti consultate documenta il legame fra i due esercizi con un atto o una data verificabile. Il nome in comune, da solo, non basta a ricostruire la genealogia.
Quello che si può dire con sicurezza è che il 1922 è la data che il locale rivendica, che compare nel suo marchio e nel nome della pagina social ufficiale, e che nel 2022 il centenario è stato celebrato pubblicamente. Tutto quello che viene prima, cioè da dove venissero i fratelli e che mestiere facessero, resta fuori dalle fonti accessibili. Per un locale che ha visto passare mezza cultura italiana, le sue origini sono sorprendentemente poco raccontate.
L’edificio di Valadier e il locale
La piazza che vedi oggi è un progetto dell’Ottocento. Giuseppe Valadier, architetto romano, la ridisegnò nei primi decenni del secolo dando la forma a esedra che la chiude ai due lati, con le rampe verso il Pincio a est e il fronte verso il Tevere a ovest. Il Rosati occupa uno dei due edifici simmetrici che chiudono la piazza sul lato delle chiese, quello verso il quartiere storicamente detto dell’Oca, fra via di Ripetta e il fiume.
La simmetria è il punto. Valadier aveva ereditato una piazza irregolare, con due chiese gemelle seicentesche che gemelle, in pianta, non sono, e l’obelisco al centro. Il suo lavoro fu mettere ordine: due emicicli, due fontane, due edifici uguali ai lati delle chiese. Il Rosati e il Canova abitano i due pezzi speculari di questa scenografia, e la loro rivalità nasce prima di tutto da un fatto architettonico: sono lo stesso edificio visto allo specchio.
Del locale interno il portale turistico del Comune parla di stile liberty, e la definizione regge per l’impianto del bar storico. Negli anni il ristorante è stato ampliato e riarredato, e oggi la parte più antica convive con sale di impronta più recente. Non esiste una scheda pubblica di tutela sugli arredi del Rosati che distingua il pezzo originale dal rifacimento. Chi ti dice che ogni lampada è del 1922 sta raccontando, non documentando.
Sul lato opposto, il Canova risulta riconosciuto come bottega storica con decreto di iscrizione del 24 aprile 2003, secondo il portale turistico di Roma Capitale. Per il Rosati la stessa pagina non riporta un decreto, e la cronaca del 2020 lo definisce locale storico senza citare l’atto. L’albo comunale delle botteghe storiche esiste ed è pubblico, ma l’iscrizione del Rosati non risulta dalle pagine consultate. Una differenza burocratica curiosa per due locali gemelli.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Caffè Rosati
Il Rosati ha chiuso. Non per sempre, ma ha chiuso. Il 27 ottobre 2020, nel pieno della seconda ondata della pandemia, la stampa locale riportava che lo storico caffè aveva abbassato la serranda per mancanza di clienti. Il direttore di sala, in servizio da trentaquattro anni, raccontava di aver ridotto i tavoli da cinquanta a ventidue e di aver rinunciato alle consegne a domicilio per non snaturare il locale. Era a un anno dal centenario.
Quella chiusura racconta più di tanti aneddoti sugli scrittori. Un caffè di piazza vive di passaggio, e il passaggio a piazza del Popolo, da decenni, è fatto soprattutto di visitatori. Quando i visitatori sono spariti, il locale non ha avuto un rione di clienti abituali su cui contare. È la condizione di quasi tutti i caffè storici del centro, e il Rosati l’ha resa visibile in modo brutale, davanti a una piazza vuota.
La riapertura è documentata. Nell’aprile 2022 è arrivato in cucina un nuovo executive chef, pasticcere e lievitista di origine siciliana, e nel dicembre dello stesso anno il centenario è stato celebrato con un panettone preparato apposta nei colori del locale, oro e rosso. La ricostruzione di Gambero Rosso lega il rilancio proprio al lavoro sulla pasticceria. Oggi il locale lavora a pieno regime, con bar, ristorante e dehors.
Perché conta saperlo. Perché la storia del Rosati, raccontata come un filo ininterrotto dal 1922 a oggi, è una semplificazione. Ci sono stati cambi di proprietà, una stagione di declino negli anni Settanta di cui parla la memorialistica, una chiusura nel 2020 e un rilancio. Chi si siede qui non entra in una capsula del tempo. Entra in un’attività commerciale che ha saputo tenere il nome e la posizione, e questo è già parecchio.
Rosati e Canova, i due caffè della piazza
Stato attuale, prima di tutto. Alla verifica di fine settembre 2026 entrambi i locali risultano in attività. Il portale turistico di Roma Capitale, nella versione del 31 luglio 2025, elenca il Rosati in piazza del Popolo 4/5a e il Canova in piazza del Popolo 16/17, telefono 06 3612231, come bar e ristorante con tavoli all’aperto e musica dal vivo. Il sito del Canova pubblica un listino del bar datato 2025. Nessuno dei due risulta chiuso o in ristrutturazione.
Sulla gestione le informazioni pubbliche sono diverse. Per il Rosati è documentata la lunga serie di passaggi di proprietà dopo la famiglia fondatrice, dalla cessione del 1991 in poi, la chiusura dell’ottobre 2020 e il rilancio del 2022. Per il Canova le fonti consultate non indicano cambi di gestione recenti né il nome della società che lo conduce: il dato non è pubblicato sulle pagine turistiche. Per saperlo con certezza bisogna chiedere direttamente al locale.
La rivalità ha una base di memorialistica. Il giornalista Giovanni Russo, nel libro pubblicato da Rubbettino nel 2006 sulla Roma della Dolce vita e dei suoi caffè, riprende i ricordi dello sceneggiatore Ugo Pirro e descrive il Rosati degli anni Cinquanta come l’erede di quello che erano stati i grandi caffè letterari del centro fino alla metà degli anni Quaranta. Il Canova, di fronte, compare come il posto preferito d’inverno, con angoli raccolti e interni più protetti.
Questo dettaglio smonta una leggenda molto diffusa. Nei racconti che si sentono in piazza la divisione fra i due caffè è politica, con la sinistra da una parte e la destra dall’altra. Nella memorialistica consultata la differenza è invece stagionale e di abitudine: d’estate si stava fuori al Rosati, d’inverno si cercava il riparo del Canova. Una divisione politica rigida non risulta documentata da fonti datate, e la gente, allora come oggi, attraversava la piazza.
Il Canova ha poi la sua memoria fotografica. Nell’archivio dell’agenzia Bridgeman è catalogata una fotografia di Mario Dondero che ritrae Federico Fellini seduto al Canova con la sua segretaria. È uno dei pochi documenti visivi che collocano con precisione un regista famoso a uno dei due tavoli, e per ironia riguarda il locale meno raccontato. La fama letteraria è andata al Rosati, la foto più nota a quello di fronte.
Il consiglio pratico è di guardarli insieme. Mettiti ai piedi dell’obelisco, voltato verso le chiese, e osserva i due edifici gemelli ai loro lati. Stessa altezza, stesse aperture, stesso ruolo nella piazza, due insegne diverse. È la lettura più corretta di tutta la faccenda: non due fazioni, ma due metà dello stesso progetto urbano di Valadier, occupate da due commercianti che si sono spartiti la stessa clientela per un secolo.
Il consiglio che ti do per visitare il Caffè Rosati
Vieni al mattino presto, prima delle nove, e prendi il caffè al banco. La piazza a quell’ora è quasi vuota, la luce arriva bassa dalle rampe del Pincio e allunga le ombre dell’obelisco sul lastricato, e dentro trovi i romani che lavorano in zona e fanno colazione in piedi. È il momento in cui il locale somiglia di più a un bar di rione e meno a una terrazza per visitatori.
Se vuoi il tavolo fuori, sceglilo al tramonto e mettilo in conto come un biglietto. Stai pagando un posto in prima fila su una delle piazze meglio disegnate d’Europa, e il caffè è il pretesto. Leggi il listino esposto prima di sederti, ordina con calma e resta. Il senso del tavolo al Rosati è restare, esattamente come facevano gli scrittori degli anni Cinquanta che ci passavano pomeriggi interi.
Porta con te qualcosa da leggere di chi ci veniva. Un romanzo di Moravia, una raccolta di Flaiano, le poesie romane di Pasolini. Non è una trovata turistica: è l’unico modo di dare contenuto a un posto che non espone la propria storia. Leggere Flaiano a un tavolo dove Flaiano risulta seduto nei ricordi dei suoi amici cambia la qualità della sosta più di qualunque dolce.
Per il ristorante prenota, soprattutto nel fine settimana e nelle sere d’estate. Il telefono indicato dal locale è lo 06 3225859, e sul sito c’è una pagina di prenotazione. Per il bar non serve niente. Con un gruppo numeroso chiama con anticipo e chiedi esplicitamente se i tavoli all’aperto sono disponibili, perché d’estate la terrazza si riempie presto e le sale interne sono un’altra cosa.
Un’ultima avvertenza sui giorni delle manifestazioni. Piazza del Popolo è il luogo dei grandi concerti, dei comizi e degli eventi del Comune, e in quelle giornate la piazza viene transennata, i tavoli possono ridursi e l’accesso diventa lento. Prima di organizzare un appuntamento qui, controlla sul sito di Roma Capitale se è in programma un evento. Il Rosati resta aperto, ma la piazza non è più quella.
D’inverno fai l’esperimento che suggerisce la memorialistica. Prendi il caffè al banco del Rosati, poi attraversa la piazza ed entra al Canova, e guarda come cambiano gli spazi. Era questa la ragione per cui gli stessi scrittori si spostavano da un lato all’altro secondo la stagione: fuori al Rosati con il sole, dentro al Canova con il freddo. Venti minuti e due tazzine bastano a capire la geografia sociale della piazza meglio di qualunque libro.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il Rosati è il caffè della Scuola di piazza del Popolo. Lo ricorda anche il portale turistico del Comune: negli anni Sessanta i tavoli del locale erano il punto di ritrovo dei pittori del gruppo che ha preso il nome dalla piazza, e fra questi il portale cita Franco Angeli, Tano Festa e Mario Schifano. Gambero Rosso aggiunge Giosetta Fioroni. È un pezzo di storia dell’arte italiana che si è svolto qui, non soltanto un giro di bevute.
Tutti lo sanno, pochi lo collegano a quello che si vede oggi. Le opere di quella generazione non sono appese al Rosati, ma sono conservate nei musei della città. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna, a valle di Villa Borghese, è il posto dove vedere il Novecento italiano, e il MAXXI lavora sugli anni successivi. Il percorso naturale è sedersi qui e poi salire a vedere i quadri.
Il secondo fatto poco citato riguarda la geografia del mestiere. I pittori della piazza abitavano e lavoravano nei dintorni, fra via Margutta, via del Babuino e le strade del Tridente, dove gli studi d’artista erano una tradizione ottocentesca. Il caffè era la loro sala d’attesa, il posto dove incontrare galleristi e critici. Senza quella rete di studi a pochi minuti a piedi, il Rosati sarebbe stato un bar come un altro.
Terzo fatto: il declino. La memorialistica di Russo colloca l’apogeo del Rosati fra gli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta, e parla di un cambiamento del pubblico negli anni Settanta. Non è una nostalgia di maniera. È il momento in cui il centro di Roma comincia a svuotarsi di residenti e a riempirsi di uffici e negozi, e i caffè letterari perdono la loro ragione sociale. Il Rosati ne esce come terrazza, non più come circolo.
La Dolce Vita e un equivoco da chiarire
Qui dico la cosa che molti non vogliono sentire. Il Rosati di piazza del Popolo viene venduto dappertutto come il caffè della Dolce Vita, e l’etichetta è sbagliata. La Dolce Vita, quella dei fotografi appostati e dei divi americani, è via Veneto, a un chilometro e mezzo da qui. Lo dice il titolo stesso del libro di Russo, che mette Flaiano e Fellini in via Veneto, e lo dice il film.
La stagione vera del Rosati è un’altra, e a nostro giudizio più interessante. È la stagione dei letterati del dopoguerra, di chi scriveva romanzi e sceneggiature, degli intellettuali che discutevano di cinema e politica ai tavoli all’aperto, e poi dei pittori della piazza negli anni Sessanta. Meno flash, più pagine scritte. Confondere questa storia con quella dei paparazzi significa impoverirla, non renderla più attraente.
L’equivoco ha una spiegazione. Gli stessi personaggi si muovevano fra le due zone, e alcuni nomi, Fellini e Flaiano per primi, compaiono in entrambe le geografie. In più l’enciclopedia libera ricorda che la famiglia Rosati aveva un locale anche in via Veneto, e il nome identico ha fatto il resto. Ma se cerchi il luogo dove si è fotografata la Dolce Vita, devi salire verso Porta Pinciana, non scendere qui.
Perché insisto. Perché capita spesso che chi arriva qui cerchi la fontana del film o il tavolo di Mastroianni, e la risposta onesta è che non ci sono. Quello che c’è è più sottile: il posto dove Moravia e la Morante passavano i pomeriggi, dove Pasolini veniva a sedersi, dove Schifano aspettava i galleristi. Chi viene con la Dolce Vita in testa esce deluso. Chi viene con i libri esce contento.
La foto giusta da fare al Caffè Rosati
La foto giusta non si fa al Rosati, si fa dal Pincio. Sali sulla terrazza sopra le rampe di Valadier, mettiti alla balaustra e cerca con lo sguardo l’angolo fra la piazza e via di Ripetta. Da lassù vedi i tavolini del Rosati come una fascia chiara lungo la facciata, l’obelisco al centro, le chiese gemelle e l’imbocco del Corso. È l’unica inquadratura che mette il caffè dentro il disegno della piazza.
La luce migliore è quella del pomeriggio tardo. Nelle ore centrali la piazza è piatta e abbagliante, mentre dal Pincio il controluce del tramonto dietro la cupola di San Pietro, visibile nelle giornate limpide, dà la profondità che manca alle ore centrali. Il panorama dal Pincio è uno dei punti panoramici di Roma più frequentati, quindi arriva prima del tramonto per trovare posto alla balaustra.
La seconda foto si fa dal centro della piazza. Mettiti vicino ai leoni della fontana ai piedi dell’obelisco e riprendi in orizzontale la facciata del Rosati con la cupola di Santa Maria dei Miracoli accanto. È l’immagine che racconta il rapporto fra il caffè e le chiese, e la simmetria di Valadier. Se riesci, fai lo stesso scatto verso il Canova e metti le due foto una accanto all’altra.
Da evitare la foto della tazzina sul tavolo con la piazza sfocata dietro. È quella che fanno tutti, dice poco e rischia di mettere in primo piano le persone ai tavoli accanto, che non hanno chiesto di finire nella tua foto. Se fotografi i tavoli, fallo da lontano e senza volti riconoscibili. Dentro il locale chiedi sempre al personale prima di scattare, soprattutto nelle sale del ristorante durante il servizio.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è antico e riguarda la piazza, non il caffè. Nel 1589 Sisto V fece innalzare al centro l’obelisco egizio portato a Roma da Augusto, che prima si trovava nel Circo Massimo. Da allora la piazza ha un fuoco visivo e un senso: è il punto dove si convergono le tre strade del Tridente. Il Rosati si affaccia su quell’obelisco da cento anni, e l’obelisco era lì da più di tre secoli prima.
Il secondo è il progetto di Valadier, che nei primi decenni dell’Ottocento dà alla piazza la forma attuale con le esedre, le fontane e gli edifici gemelli. Il terzo è il 1922, quando i fratelli Rosati trasformano la latteria in bar. Sono tre date che si leggono nello spazio: l’obelisco, l’architettura che lo circonda, il caffè che si installa dentro quell’architettura quando la piazza è già un luogo di passeggio.
Nei secoli fra l’obelisco e Valadier la piazza è stata anche il punto di partenza della corsa dei cavalli senza fantino del Carnevale romano, i barberi, che correvano lungo tutto il Corso fino a piazza Venezia, e fino all’Ottocento il luogo di alcune esecuzioni capitali pubbliche. Il Rosati si affaccia quindi su uno spazio che da sempre è teatro della città, prima delle feste e delle pene, poi dei passeggi, dei comizi e dei concerti.
Il dopoguerra è il momento d’oro. Fra la fine degli anni Quaranta e la metà dei Sessanta il Rosati diventa il punto d’incontro di scrittori, giornalisti, sceneggiatori e produttori cinematografici, secondo i ricordi raccolti da Russo. Qui, secondo la stessa memorialistica, si abbozzavano sceneggiature, si progettavano riviste, nascevano soprannomi. I camerieri lasciavano sedere i giovani artisti senza obbligarli a ordinare. Poi, negli anni Sessanta, arrivano i pittori della piazza.
Gli anni Settanta segnano il cambio di pubblico e il progressivo spostamento del locale verso una clientela di passaggio. Nel 1991, secondo l’enciclopedia libera, il Rosati viene ceduto a Giuseppe Ciarrapico, e seguono altri passaggi di proprietà. Il nome resta, la famiglia no. Nello stesso periodo la piazza viene progressivamente liberata dalle auto e restituita ai pedoni, e la terrazza del Rosati torna ad affacciarsi su uno spazio silenzioso.
La piazza intanto cambia funzione. Nel secondo Novecento diventa il luogo delle grandi manifestazioni politiche e sindacali, dei comizi di chiusura delle campagne elettorali, dei concerti gratuiti e delle feste di Capodanno organizzate dal Comune. Il Rosati si trova così seduto in prima fila davanti a mezzo secolo di storia pubblica italiana, e i suoi tavoli hanno visto passare cortei e palchi senza cambiare posto. Una funzione che nessun elenco di clienti famosi racconta.
Il 27 ottobre 2020 il locale chiude per la crisi della pandemia, con i tavoli ridotti e i clienti spariti. Nell’aprile 2022 arriva la nuova brigata di cucina e pasticceria, e nel dicembre 2022 il centenario viene celebrato pubblicamente. Il Canova, dall’altra parte, ottiene nel 2003 il decreto di riconoscimento come bottega storica. Sono le date della storia recente, meno romantiche di quelle degli scrittori ma altrettanto decisive per capire perché il Rosati esiste ancora.
Chi è passato dal Caffè Rosati
Alberto Moravia ed Elsa Morante, prima di tutto. Nei ricordi di Ugo Pirro ripresi da Russo sono indicati come frequentatori abitualissimi, e la loro presenza è la più citata in tutte le ricostruzioni. Due dei maggiori narratori italiani del Novecento, coppia fino ai primi anni Sessanta, abitavano in zona e facevano del Rosati il loro salotto pubblico. Chi vuole capire il posto parta da loro, non dai registi.
Pier Paolo Pasolini, che secondo la stessa memorialistica si incontrava qui con la Morante negli anni Cinquanta. Ennio Flaiano, sceneggiatore, scrittore e osservatore feroce della vita romana, che nel racconto di Russo è una presenza fissa. Renato Guttuso, il pittore più visibile della sinistra culturale del dopoguerra. Mario Pannunzio, direttore del Mondo, con i giornalisti della sua cerchia, fra cui Sandro De Feo ed Ercole Patti.
Poi i pittori della piazza negli anni Sessanta: Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano, citati dal portale turistico del Comune, e Giosetta Fioroni ricordata da Gambero Rosso. La stessa ricostruzione del centenario nomina Federico Fellini, il critico e politico Antonello Trombadori e Bernardo Bertolucci fra i frequentatori. Per questi nomi le fonti sono più generiche: dicono che passavano, non quando né con chi.
Una nota di metodo. Un nome che compare in un elenco di frequentatori non è un documento. È un documento il ricordo di un testimone che dice di averlo visto seduto a quel tavolo in una certa stagione, come quelli raccolti da Russo. È un documento una fotografia catalogata in un archivio con didascalia. Tutto il resto è tradizione, e la tradizione di un caffè famoso tende naturalmente ad allungare la lista.
Vale anche al contrario. Molti frequentatori veri non sono mai finiti negli elenchi perché non erano famosi: i camerieri che la memorialistica ricorda generosi con i giovani artisti senza soldi, i residenti del quartiere, gli impiegati degli uffici del Corso, i galleristi meno noti. Il Rosati degli anni Cinquanta era un locale di quartiere frequentato anche da gente celebre, non un club di celebrità. Chi lo racconta solo attraverso i nomi importanti perde metà della storia.
Clienti celebri: documenti, tradizione, leggenda
Quello che dicono i documenti. La memorialistica pubblicata, in particolare il libro di Giovanni Russo del 2006 che riporta i ricordi di Ugo Pirro, colloca al Rosati negli anni Cinquanta Pasolini, Morante, Moravia, Flaiano, Guttuso, Pannunzio, De Feo ed Ercole Patti, e poi i giovani pittori come Angeli e Festa. Per il Canova esiste la fotografia di Mario Dondero con Fellini seduto al tavolo. Sono presenze con un testimone o un’immagine alle spalle.
Quello che dice la tradizione. Le enciclopedie e la stampa aggiungono nomi senza episodi datati: Giorgio De Chirico, che abitava in piazza di Spagna, Carlo Levi, Roberto Rossellini, Bernardo Bertolucci, oltre a Fellini e Trombadori. Sono presenze plausibili, perché tutti vivevano o lavoravano in zona o passavano per Roma in quegli anni, ma nelle fonti consultate non c’è il racconto di un pomeriggio preciso.
Quello che è leggenda. Si legge in una cronaca del 2020 che Fellini avrebbe abitato nell’appartamento sopra il locale. Il regista, per quanto è noto, viveva in via Margutta, nel Tridente, e la notizia dell’appartamento sopra il Rosati non trova riscontro nelle biografie correnti. Leggenda è anche la divisione politica rigida fra i due caffè della piazza, che la memorialistica consultata non conferma e che descrive piuttosto come una preferenza di stagione.
Ci sono poi le frasi celebri. Nei racconti del Rosati circolano battute attribuite a Flaiano, a Moravia, a Pasolini, spesso senza fonte e spesso adattate da un libro all’altro. Qui non ne compare nessuna tra virgolette, perché nessuna risulta collocata a questo tavolo da un testo verificabile. Se qualcuno te ne racconta una, chiedigli dove l’ha letta. Spesso la risposta è un altro articolo che la ripeteva senza fonte.
Come si arriva
In metropolitana si scende a Flaminio, sulla linea A, e si entra in piazza passando sotto la Porta del Popolo. Dalla porta al Rosati sono pochi minuti a piedi attraversando la piazza in diagonale verso destra. È il percorso più semplice e più bello, perché ti fa entrare nella piazza dal suo ingresso storico, quello da cui arrivavano i viaggiatori del Grand Tour sulla via Flaminia.
A piedi dal centro il percorso è quello del Tridente. Da piazza di Spagna si risale via del Babuino e si arriva dall’altra parte della piazza, davanti al Canova. Dal Pantheon o da piazza Colonna si prende via del Corso e si sbuca fra le due chiese gemelle. Da via di Ripetta si arriva direttamente all’angolo del Rosati, passando vicino all’Ara Pacis.
In auto non ha senso. Il Tridente è zona a traffico limitato, la piazza è pedonale, e i parcheggi in zona sono pochi e cari. Chi arriva da fuori Roma fa meglio a lasciare l’auto in un parcheggio di scambio e prendere la metro. I taxi possono avvicinarsi agli accessi della piazza, ma nelle giornate di eventi le strade intorno vengono chiuse e l’avvicinamento diventa lento.
Dal Pincio si scende a piedi lungo le rampe di Valadier, ed è l’ingresso più scenografico: arrivi dall’alto, vedi la piazza intera e scendi verso l’obelisco. È una buona chiusura per chi ha passato la mattina a Villa Borghese e alla Galleria Borghese, che si trova a una ventina di minuti di passeggiata attraverso il parco. Le rampe sono ampie ma in discesa, con qualche tratto sterrato.
Che cosa abbinare nel Tridente
La prima tappa è sulla stessa piazza. La Basilica di Santa Maria del Popolo, accanto alla porta, conserva i due Caravaggio della Cappella Cerasi e la Cappella Chigi di Raffaello, ed è la ragione artistica più forte per venire in piazza. Le chiese gemelle, davanti al Rosati, si visitano negli orari delle funzioni. Il Museo Leonardo da Vinci, sulla piazza, è la proposta per le famiglie.
Scendendo lungo il Corso trovi la chiesa di Gesù e Maria al Corso, poi la Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo e, girando verso il fiume, il Mausoleo di Augusto con la chiesa di San Rocco all’Augusteo. Poco oltre la Basilica di San Lorenzo in Lucina apre una piazza tranquilla, e Palazzo Ruspoli ospita mostre temporanee.
Sul versante letterario il Tridente è una biblioteca a cielo aperto. La Casa di Goethe, sul Corso, racconta il viaggio in Italia del poeta tedesco. La Keats-Shelley House, ai piedi della scalinata, è dedicata ai romantici inglesi. Sono due tappe che danno profondità alla storia dei caffè letterari romani: prima dei romanzieri del Novecento, erano i viaggiatori stranieri a riempire i tavoli del centro.
Chi segue il filo dei caffè storici trova sul sito una guida generale ai caffè e alle botteghe storiche di Roma, con il quadro complessivo dei locali riconosciuti dal Comune. Il discorso qui si ferma alla piazza, perché il Rosati ha senso letto insieme al Canova e al disegno di Valadier più che dentro una classifica di bar. Per la stessa ragione conviene salire subito dopo al Pincio e guardare la piazza dall’alto.
Dal Pincio si prosegue a piedi lungo il viale che porta verso la scalinata. Trovi Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia, con i suoi giardini visitabili con guida, poi la Trinità dei Monti in cima alla scalinata di piazza di Spagna, e in fondo la Fontana della Barcaccia. È una passeggiata di mezz’ora che chiude il cerchio del Tridente dall’alto.
Per il cinema, il filo che lega il Rosati a Fellini e ai suoi sceneggiatori, la Casa del Cinema dentro Villa Borghese organizza rassegne e incontri, e Cinecittà, fuori dal centro, è il luogo dove quei film venivano girati. Per la Dolce Vita vera, quella dei fotografi, resta via Veneto, raggiungibile a piedi attraverso Villa Borghese.
Mangiare in zona
Il Tridente è la zona di Roma dove si mangia peggio a parità di prezzo, e lo dico con il rispetto dovuto a chi ci lavora onestamente. Il motivo è semplice: i residenti sono pochi, i visitatori moltissimi, e un locale che vive di passaggio non ha bisogno di fidelizzare nessuno. I romani non vengono a cena qui per scelta, ci capitano per lavoro o per un appuntamento. Questo non vuol dire che non esistano posti seri, vuol dire che vanno cercati.
Il primo segnale da guardare è il menù fotografico esposto fuori, con le immagini plastificate dei piatti e le traduzioni in cinque lingue. Un locale che deve mostrarti la foto della carbonara si rivolge a chi non sa che cosa sia. Il secondo segnale è la persona sulla porta che ti ferma per invitarti a entrare: un posto che deve procurarsi i clienti per strada non ha clienti abituali, e i clienti abituali sono l’unica garanzia.
Il terzo segnale è la signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede. È teatro, pensato per fermare chi passa. La pasta fresca fatta bene si prepara in cucina al mattino, non davanti alla polvere della strada. Il quarto segnale è la cucina aperta senza interruzione dalla mattina a notte fonda: una brigata vera ha una pausa, perché deve riposare e preparare il servizio successivo.
Il quinto riguarda i locali piazzati davanti ai monumenti. Tendono ad avere voci senza prezzo, come il pesce del giorno o il piatto dello chef, e a volte un listino diverso fra i tavoli fuori e la sala interna. Chiedi sempre il prezzo prima di ordinare. Vale anche per le catene con le insegne ripetute identiche in cinque piazze del centro: comode e prevedibili, ma i romani non ci vanno, semplicemente perché sanno dove andare altrove.
Il criterio è guardare chi è seduto. Se alle due del pomeriggio di un martedì vedi impiegati, commercianti del quartiere e qualche famiglia romana, sei nel posto giusto. Se vedi solo tavoli di visitatori e il cameriere passa all’inglese al primo sguardo, è un’informazione, non un giudizio. Allontanarsi di qualche strada dalle piazze principali, verso il fiume o verso i vicoli interni, cambia molto.
Un’avvertenza specifica per chi si siede ai tavoli delle piazze monumentali, compresa questa. Il prezzo di una consumazione all’aperto comprende la posizione, ed è legittimo che sia così. Quello che non è legittimo è scoprirlo alla fine. Leggi il listino esposto, chiedi se il servizio al tavolo ha un supplemento e decidi prima. Vale per qualunque locale del centro, storico o recente, e ti risparmia l’unica discussione che rovina davvero una serata romana.
Per non andare a tentativi teniamo aggiornato un elenco pubblico di indirizzi che frequentiamo davvero, a Roma e dintorni, senza sponsorizzazioni e con i locali che cambiano quando cambiano loro. Lo trovi qui: la nostra lista dei posti dove mangiamo noi. Per il Tridente vale la regola di sempre: prenota, telefona prima, e diffida di qualunque locale che non abbia bisogno di prenotazioni il sabato sera.
Domande frequenti
Il Caffè Rosati è ancora aperto?
Sì. Il locale è in attività in piazza del Popolo 4/5a, con bar, pasticceria, ristorante e tavoli all’aperto. Ha chiuso temporaneamente nell’ottobre 2020 durante la pandemia e ha ripreso il lavoro con una nuova brigata di cucina e pasticceria dal 2022, anno del centenario. Il portale turistico di Roma Capitale lo elenca con i telefoni 06 3225859 e 06 3227378. Per orari precisi conviene telefonare prima.
Quanto costa un caffè al Rosati?
Il listino non risulta pubblicato in una forma datata consultabile online, quindi non riporto cifre. Il listino è esposto nel locale per obbligo di legge e va letto prima di ordinare. Come in tutti i bar di piazza del centro, il servizio al tavolo costa più della consumazione al banco, e sulla terrazza affacciata su piazza del Popolo la differenza è sensibile. Chiedi il prezzo delle voci che ne sono prive.
Quando è stato aperto il Caffè Rosati?
Il locale rivendica il 1922 come anno di apertura. Secondo la ricostruzione pubblicata da Gambero Rosso nel dicembre 2022, i fratelli Rosati rilevarono quell’anno una latteria sulla piazza e la trasformarono in bar. L’enciclopedia libera riporta che la famiglia aveva già un locale in via Veneto dal 1911, ma il legame fra i due esercizi non è documentato con un atto nelle fonti consultate.
Che differenza c’è fra il Rosati e il Canova?
Sono i due caffè storici di piazza del Popolo, nei due edifici gemelli disegnati da Valadier ai lati delle chiese. Il Rosati si trova all’angolo con via di Ripetta, il Canova in piazza del Popolo 16/17, verso via del Babuino. Nella memorialistica degli anni Cinquanta il Rosati era il ritrovo estivo all’aperto, il Canova quello invernale, più raccolto. Entrambi risultano aperti.
Il Rosati era il caffè della Dolce Vita?
Non nel senso in cui lo si intende di solito. La Dolce Vita dei fotografi e dei divi era via Veneto. Il Rosati di piazza del Popolo ha avuto la sua stagione d’oro con gli scrittori e gli intellettuali del dopoguerra, come Moravia, Morante, Pasolini e Flaiano, e negli anni Sessanta con i pittori della Scuola di piazza del Popolo. Alcuni personaggi frequentavano entrambe le zone, da qui la confusione.
Chi frequentava il Rosati?
La memorialistica pubblicata, in particolare il libro di Giovanni Russo del 2006, ricorda al Rosati Alberto Moravia, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Ennio Flaiano, Renato Guttuso e Mario Pannunzio. Il portale del Comune cita i pittori Franco Angeli, Tano Festa e Mario Schifano. Altri nomi, come Fellini, De Chirico o Rossellini, compaiono negli elenchi della stampa senza episodi precisi e datati.
Serve prenotare al Rosati?
Per il bar e per un caffè al banco non serve. Per il ristorante e per i tavoli all’aperto nelle sere d’estate e nei fine settimana è consigliato, al numero 06 3225859 oppure con la pagina di prenotazione sul sito del locale. Con un gruppo numeroso conviene chiamare con alcuni giorni di anticipo e chiedere esplicitamente la disponibilità della terrazza, che si riempie per prima.
Come si arriva al Caffè Rosati con i mezzi?
La fermata più comoda è Flaminio, sulla linea A della metropolitana. Usciti dalla stazione si attraversa la Porta del Popolo e si raggiunge il locale in pochi minuti a piedi, sull’angolo destro della piazza guardando le chiese gemelle. Da piazza di Spagna si arriva a piedi lungo via del Babuino, dal centro lungo via del Corso o via di Ripetta. La piazza è pedonale e il Tridente è zona a traffico limitato.
Chi ha scritto la pagina
La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Indirizzo, telefoni e stato di apertura riportati qui risultano dalle fonti richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Trattandosi di un’attività commerciale privata, orari e servizi possono cambiare senza preavviso: ricontrollali prima di andare e segnalaci quello che trovi cambiato.
Costruire una passeggiata nel Tridente significa incastrare chiese che aprono solo negli orari delle funzioni, musei con prenotazione obbligatoria, piazze che vengono chiuse per i grandi eventi e caffè che cambiano orario con la stagione, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.
Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, aeroporti, noleggi, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.
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