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Gesù e Maria al Corso

La chiesa dei Santissimi Nomi di Gesù e Maria si trova in via del Corso 45, a Roma, nel rione Campo Marzio, ed è una rettoria affidata agli agostiniani scalzi, che nello stesso complesso hanno il convento e lo studentato internazionale dell’Ordine. L’ingresso è libero, non c’è biglietto e non si prenota niente. Orari delle messe e di apertura non sono pubblicati dal gestore: il numero da chiamare è quello del convento, 06 3613717.

Da fuori quasi nessuno la nota. Chi scende lungo il Corso da piazza del Popolo verso piazza Venezia passa davanti a una facciata stretta in travertino e mattoni, schiacciata fra vetrine e portoni, e tira dritto. Dentro invece si trova uno degli interni barocchi più compatti e più ricchi di marmi policromi del centro, con una galleria di monumenti di famiglia che sembrano affacciarsi sulla navata come spettatori dai palchi.

Le informazioni pratiche riportate qui sono state controllate il 29 settembre 2026 sul sito dell’Ordine degli agostiniani scalzi, sul portale turistico di Roma Capitale e sul settimanale diocesano. Una rettoria affidata a una comunità religiosa cambia orari con le stagioni, con le feste e con le esigenze del convento, quindi prima di attraversare la città solo per questa chiesa telefonate e fatevi dire quando la trovate aperta.

Interno della chiesa di Gesù e Maria al Corso
L'interno di Gesù e Maria in via del Corso. Foto di This Photo was taken by Wolfgang Moroder.

Feel free to us, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

Il civico è il 45 di via del Corso, nel tratto alto della strada, quello più vicino a piazza del Popolo. La chiesa occupa parte dell’isolato compreso fra il Corso, via di Gesù e Maria, via del Babuino e via di San Giacomo. Proprio di fronte, dall’altra parte della carreggiata, si alza la facciata di San Giacomo in Augusta, e le due fronti si guardano a pochi metri di distanza.

La facciata è di Carlo Rainaldi, che la completò fra il 1671 e il 1674. È costruita in travertino e laterizio, con un solo portale sormontato da un timpano a lunetta, un grande finestrone rettangolare, quattro lesene corinzie e una trabeazione su cui corre la scritta IESU ET MARIAE. Non ha statue in facciata e non ha la profondità delle grandi chiese romane. È pensata per una strada stretta, dove nessuno può fare dieci passi indietro per guardarla.

L’interno è un’aula unica lunga ventisette metri e larga una quindicina, coperta da una volta a botte, con tre cappelle per lato e una cappella maggiore quadrata di circa sette metri per sette. Le misure sono piccole per il barocco romano, e proprio per questo l’effetto è concentrato: marmi colorati su ogni superficie, stucchi sul cornicione, tele scure negli altari e una luce che arriva soprattutto dalle finestre alte.

Sul cornicione corre una serie di statue in stucco con profeti e personaggi dell’Antico Testamento, e nella volta una tela di Giacinto Brandi con la Glorificazione della Vergine insieme ai quattro evangelisti. Sull’altare maggiore c’è ancora Brandi, con l’Incoronazione di Maria. Le cappelle di sinistra sono dedicate a San Tommaso da Villanova, a San Giuseppe e alla Madonna del Divino Aiuto, quelle di destra al Crocifisso, a San Nicola da Tolentino e a Sant’Anna.

Che cosa non vi aspetta: una biglietteria, un bookshop, pannelli esplicativi, un percorso segnato, audioguide. È una chiesa officiata, non un museo. Entrate, fate il giro della navata in silenzio, guardate i monumenti funebri lungo le pareti e la tela dell’altare. Con calma servono venti minuti, mezz’ora se vi fermate a leggere le lapidi. Durante le celebrazioni la visita si sospende, e non c’è discussione su questo.

Una curiosità su Gesù e Maria al Corso

Il nome della chiesa, secondo il racconto tramandato dall’Ordine e ripreso da tutte le guide, nasce da una lite. Il 6 gennaio 1636, undici giorni prima di trasferirsi nella chiesa nuova, il capitolo degli agostiniani scalzi si riunì per scegliere la dedicazione. Le proposte erano diverse e nessuno cedeva. A un certo punto uno dei padri, esasperato, avrebbe invocato Gesù e Maria come si fa quando si perde la pazienza, e quell’invocazione divenne il titolo.

Conviene tenere distinti i livelli. Che i religiosi si trasferissero nella chiesa il 17 gennaio 1636 è un dato documentato. Che la dedicazione ai Santissimi Nomi di Gesù e Maria sia stata scelta in quei giorni è coerente con la cronologia. Che sia nata da uno sfogo in capitolo è racconto di tradizione, ripetuto senza un verbale pubblicato a sostegno. Bello e credibile, ma non ha lo stesso peso delle date di cantiere.

La seconda curiosità riguarda l’indirizzo. La strada laterale che collega il Corso a via del Babuino si chiama via di Gesù e Maria proprio per la chiesa, ed è uno dei tanti casi romani in cui un edificio religioso ha dato nome a una via. Il titolo cardinalizio istituito nel 1967 aggiunge invece in Via Lata, cioè il nome antico del Corso, lo stesso che sopravvive in Santa Maria in Via Lata, più a sud sulla stessa strada.

Terza curiosità, per chi ama le stratificazioni. Prima dei frati, all’inizio del Seicento, su questo terreno c’era una villa con giardino di Antonio Orsini, nipote del cardinale Flavio Orsini. Gli agostiniani scalzi la comprarono nel 1615 con i suoi fabbricati per farne la sede romana e la casa di formazione dei novizi. Il giardino di un nobile trasformato in convento è una storia che nel Tridente si ripete più volte.

Una cosa che non ti dice nessuno su Gesù e Maria al Corso

Nelle guide in circolazione e in molte pagine di informazione turistica trovate scritto che la chiesa è gestita dall’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote e che è la sede della messa in rito antico nel centro di Roma. È stato vero per molti anni, a partire dal 1992. Oggi non lo è più. L’Istituto indica sul proprio sito come chiesa romana di riferimento la Basilica dei Santi Celso e Giuliano, con funzioni temporaneamente trasferite altrove durante i restauri.

A gennaio del 2026 il settimanale della diocesi di Roma descriveva Gesù e Maria come chiesa rettoria affidata agli agostiniani scalzi, e il sito dell’Ordine indica al civico 45 del Corso il convento che ospita lo studentato internazionale intitolato a fra Luigi Chmel. In pratica, dopo quasi quattro secoli, la chiesa è di nuovo nelle mani della famiglia religiosa che l’ha costruita. Il dettaglio cambia quello che troverete entrando, a cominciare dalla liturgia.

Chi arriva qui cercando la messa tridentina sulla base di un’informazione vecchia rischia di trovare una celebrazione ordinaria in italiano, oppure la chiesa chiusa. Il consiglio è semplice: le pagine che ripetono la vecchia gestione non sono state rilette da anni. Se il rito vi interessa, chiedete al convento che cosa si celebra e a che ora, oppure cercate l’Istituto direttamente nella sua sede attuale, che è un’altra chiesa in un altro rione.

Il secondo dettaglio che nessuno racconta riguarda il committente dei marmi. Tutto il rivestimento interno fu pagato fra il 1678 e il 1690 da Giorgio Bolognetti, vescovo di Rieti, che in cambio ottenne il giuspatronato della chiesa per la propria famiglia. È per questo che l’interno sembra la cappella privata di un casato più che la chiesa di un convento: i Bolognetti hanno comprato la navata intera.

Il nome della famiglia sui monumenti è Bolognetti, e dal Settecento Cenci Bolognetti, dopo un matrimonio che racconto più avanti. Le lapidi in chiesa sono leggibili e i nomi sono scritti per intero: sono il modo più rapido per orientarsi fra i monumenti e per capire chi guarda chi, e valgono più di qualunque riassunto trovato in rete.

I monumenti Bolognetti e l’effetto dei palchetti

Lungo le pareti della navata, negli spazi fra una cappella e l’altra, si allineano i monumenti funebri dei Bolognetti. A sinistra quelli dei fratelli Ercole e Luigi, e quello di Giorgio, il vescovo committente, fra la cappella di San Giuseppe e quella della Madonna del Divino Aiuto. A destra i monumenti di Pietro e Francesco, datati 1681 e opera di Cavallini, e quello di fra Mario Bolognetti, scolpito da Francesco Aprile.

Le figure dei defunti sono collocate in alto, dentro nicchie e affacci incorniciati di marmo, rivolte verso la navata. La lettura più diffusa fra gli storici dell’arte le paragona agli spettatori affacciati dai palchetti di un teatro, che assistono in eterno alla messa celebrata sotto di loro. Il paragone regge: il marmo colorato fa da tappezzeria, le cornici fanno da parapetto, e le pose sono quelle di chi osserva una scena.

L’idea non nasce qui. Il modello più celebre è la cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria, dove Bernini mise i membri della famiglia in due palchi laterali a guardare l’estasi di Santa Teresa. A Gesù e Maria lo stesso principio viene esteso a tutta la navata, non a una sola cappella. Chi ha seguito un itinerario su Bernini a Roma riconosce la derivazione al primo sguardo.

Le fonti sulla paternità dei singoli pezzi non sono sempre allineate. Per i monumenti di Pietro e Francesco alcune schede indicano Francesco Cavallini, altre riportano un nome diverso, e sulle statue minori si incontrano attribuzioni a Paolo Naldini, a Giuseppe Mazzuoli, a Lorenzo Ottoni e a Michele Maglia. Sono tutti scultori della generazione cresciuta intorno a Bernini, e il risultato è coerente anche dove le carte non chiariscono chi ha scolpito che cosa.

Al centro del pavimento del presbiterio, davanti all’altare maggiore, c’è la lapide della sepoltura di famiglia dei Bolognetti e dei Cenci Bolognetti, usata fino al 1805, quando le norme napoleoniche sulle sepolture fuori dalle chiese misero fine all’uso. Guardatela prima di andare via: è il punto in cui la chiesa smette di essere una scenografia e torna a essere quello che era per quella famiglia, una tomba.

Il consiglio che ti do per visitare Gesù e Maria al Corso

Telefonate prima. Sembra un consiglio banale ed è l’unico che conta davvero, perché il gestore non pubblica online orari di apertura né orari delle messe, e le pagine di aggregatori che trovate in rete riportano spesso tabelle legate alla gestione precedente. Il numero del convento, indicato sia dall’Ordine sia dal portale turistico di Roma Capitale, è 06 3613717. Chiedete quando la chiesa è aperta alle visite fuori dalle funzioni.

Entrate e non fermatevi subito all’altare. Il gesto giusto è mettersi al centro della navata, a metà, e girarsi lentamente verso le pareti laterali, alzando gli occhi all’altezza dei monumenti. È da lì che l’effetto dei palchetti funziona: le figure dei Bolognetti sembrano guardarvi e guardarsi fra loro da una parte all’altra. Se restate sul fondo, vicino alla porta, vedete solo marmi colorati e non capite il progetto.

Dedicate un minuto anche alla porta, girandovi prima di uscire. La controfacciata e il tratto di navata vicino all’ingresso sono la parte che quasi tutti ignorano, perché si entra guardando avanti e si esce guardando la strada. Da lì si vede in un colpo solo la sequenza dei monumenti che corre verso l’altare, e si capisce che il progetto dei Bolognetti è costruito come un corridoio di sguardi convergenti.

Portate un binocolo piccolo o usate lo zoom del telefono per le statue sul cornicione e per la tela della volta. La navata è stretta ma alta, la luce è scarsa, e i dettagli di Brandi e degli stuccatori si perdono a occhio nudo. Lo stesso vale per le iscrizioni dei monumenti, che sono il modo più rapido per capire chi è chi. Un buon ingrandimento vale più di qualunque spiegazione.

Rispettate i tempi del convento. Una chiesa affidata a una comunità di religiosi in formazione non è un museo con il custode: se trovate la preghiera comune o una celebrazione, sedetevi in fondo o uscite e tornate più tardi. Niente flash, niente voce alta, spalle e gambe coperte come in qualunque chiesa romana. Con i gruppi, spiegate tutto fuori sul marciapiede prima di entrare e dentro fate solo guardare.

Legate la visita alla passeggiata sul Corso, non fatene una meta isolata. Gesù e Maria regge venti minuti di attenzione vera, poi ha dato quello che aveva da dare. Messa in fila con altre chiese barocche della stessa strada e delle strade parallele, invece, diventa il pezzo che spiega un intero modo di intendere la decorazione sacra nella Roma di fine Seicento.

Come si entra, quanto costa e chi la gestisce

L’ingresso è libero e gratuito, come in tutte le chiese officiate di Roma. Non esistono biglietti, visite guidate ufficiali a pagamento o prenotazioni online, e chi vi propone un biglietto per Gesù e Maria vi sta vendendo qualcosa che non esiste. La chiesa è una rettoria affidata agli agostiniani scalzi, che hanno qui il convento con lo studentato internazionale, e la proprietà risulta intestata a un ente religioso cattolico.

Il recapito pubblicato è quello del convento: via del Corso 45, 00186 Roma, telefono 06 3613717. Il sito dell’Ordine non indica un indirizzo di posta elettronica dedicato alla chiesa e non pubblica un calendario delle celebrazioni. Il portale turistico del Comune rimanda allo stesso numero e invita a contattare la chiesa per le messe e le condizioni di visita. Il dato sugli orari, insomma, si ottiene solo chiedendo.

Una precisazione sulle pagine che trovate in rete. Diversi portali di informazione turistica, compreso quello comunale, riportano ancora nel testo descrittivo la gestione dell’Istituto di Cristo Re. Il recapito telefonico indicato è però quello del convento degli agostiniani scalzi, lo stesso pubblicato dall’Ordine. Quando le fonti si contraddicono, il numero che risponde è la verifica più rapida.

Per chi guida un gruppo organizzato vale la regola delle chiese piccole: avvisate il convento in anticipo, dite quante persone siete e a che ora pensate di entrare, e siate pronti ad accettare un orario diverso. Con quaranta persone in una navata di ventisette metri si occupa tutto lo spazio, e se in quel momento c’è qualcuno in preghiera la visita diventa un disturbo. Meglio gruppi divisi in due turni da venti.

Sull’accessibilità il gestore non pubblica informazioni. L’ingresso è a livello della strada, ma lo spazio fra il portale e il marciapiede del Corso è ridotto e le porte storiche sono pesanti. Chi si muove in carrozzina o con un passeggino ingombrante fa bene a chiedere al telefono se c’è un accesso agevolato e se qualcuno può aprire il battente laterale.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

La chiesa è sede di un titolo cardinalizio. Paolo VI lo istituì il 7 giugno 1967 come diaconia dei Santissimi Nomi di Gesù e Maria in Via Lata, e da allora ha avuto titolari di peso: l’indonesiano Justinus Darmojuwono, il teologo gesuita statunitense Avery Dulles, il musicista Domenico Bartolucci, per decenni direttore della Cappella Sistina, Luigi De Magistris, e dal 2024 il domenicano inglese Timothy Radcliffe.

Lo sanno tutti quelli che seguono le cose vaticane, e quasi nessun visitatore. Eppure il titolo spiega perché una chiesa così piccola compaia negli annuari pontifici accanto alle grandi basiliche. Ogni cardinale creato riceve una chiesa romana di riferimento, e la scelta non segue la grandezza dell’edificio. Una chiesa di ventisette metri sul Corso vale, nel sistema dei titoli, quanto una basilica paleocristiana.

Il secondo fatto noto agli studiosi e poco raccontato è il passaggio del giuspatronato. Nel 1723 Marianna, ultima dei Bolognetti, sposò Virginio Cenci, e da quel matrimonio nacque il ramo dei Cenci Bolognetti che ereditò i diritti sulla chiesa. Il cognome Cenci, a Roma, fa pensare subito alla vicenda cinquecentesca di Beatrice, ma qui si parla di un ramo e di un secolo diversi. Nelle lapidi i due nomi convivono.

Il terzo riguarda le perdite. Durante la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, fra il 1810 e il 1815, dalla cappella di San Giuseppe sparirono due dipinti laterali. La pala centrale con la Natività, di Giacinto Brandi, rimase al suo posto. È una storia comune a molte chiese romane di quegli anni, e spiega perché certe cappelle hanno pareti che oggi sembrano un po’ vuote rispetto al resto dell’interno.

Il quarto fatto è di contesto e riguarda l’Ordine. Gli agostiniani scalzi sono un ramo riformato della famiglia agostiniana nato in Italia alla fine del Cinquecento, con una regola più austera e una forte vocazione alla formazione dei giovani religiosi. Che proprio qui abbiano oggi lo studentato internazionale non è un caso: il convento del Corso è nato fin dall’inizio come casa per i seminaristi dell’Ordine.

La foto giusta da fare a Gesù e Maria al Corso

La foto che racconta questa chiesa si fa dentro, dal centro della navata, puntando verso una delle pareti laterali con i monumenti Bolognetti. Inquadrate in orizzontale un affaccio intero con la figura del defunto, la cornice di marmo e un pezzo del cornicione sopra. Il senso della foto è mostrare che quelle persone stanno guardando la navata, quindi lasciate spazio vuoto davanti allo sguardo della statua.

Chiedete sempre prima se si può fotografare. In una chiesa officiata la regola la dà chi la custodisce, e le regole cambiano da un convento all’altro. Mai durante le celebrazioni, mai con il flash, mai puntando le persone in preghiera. Se vi dicono di no, ringraziate e uscite: le fotografie degli interni di questa chiesa pubblicate sotto licenza libera esistono, e il ricordo più utile è quello che vi portate a casa guardando.

Fuori la foto è difficile. Il Corso in quel tratto è stretto e la facciata di Rainaldi non si prende intera da vicino senza deformarla. Mettetevi sul marciapiede opposto, all’altezza di San Giacomo in Augusta, e usate il formato verticale, con il grande finestrone al centro e la scritta sulla trabeazione ben leggibile. Il momento migliore è la mattina presto, prima che la strada si riempia.

Una nota tecnica. L’interno è buio e i marmi policromi riflettono in modo irregolare, quindi le automatiche dei telefoni tendono a sovraesporre le parti chiare e a far sparire le tele. Toccate lo schermo sulla parte più luminosa per bloccare l’esposizione, poi recuperate le ombre dopo. Sulla tela della volta di Brandi, invece, lasciate lavorare la modalità notturna e appoggiate il telefono a una panca.

La chiesa dentro il Tridente

Gesù e Maria si capisce meglio se la si guarda come un pezzo del Tridente, il sistema di tre strade che parte da piazza del Popolo e si apre a ventaglio verso sud: via di Ripetta, via del Corso e via del Babuino. Fra Cinque e Seicento quelle strade si riempiono di chiese, conventi e palazzi, e l’isolato su cui sorge la chiesa diventa uno dei tanti tasselli di quella trasformazione urbana.

Il nome di Carlo Rainaldi lega questa facciata alle chiese gemelle di piazza del Popolo, Santa Maria dei Miracoli e Santa Maria in Montesanto, alle quali lavorò negli stessi decenni. Uscendo da Gesù e Maria e risalendo il Corso per qualche centinaio di metri si arriva proprio lì, alla testata del Tridente. È un percorso che fa capire in dieci minuti come ragionava un architetto romano del Seicento su una scala diversa.

Scendendo invece verso sud si incontrano Santi Ambrogio e Carlo al Corso, con la sua cupola enorme, e poco più giù, verso il Tevere, San Rocco all’Augusteo. Ancora oltre, lungo la stessa strada, San Lorenzo in Lucina, San Marcello al Corso e Santa Maria in Via Lata. Il Corso è una fila di chiese travestita da strada dello shopping.

Il giudizio controcorrente è questo. Tutti dicono che sul Corso non c’è niente da vedere, solo negozi, e che per il barocco bisogna andare a Navona o al Quirinale. È falso. In un chilometro di Corso ci sono almeno cinque interni che valgono una deviazione, e Gesù e Maria è quello in cui si capisce meglio che cosa comprava una famiglia ricca quando pagava una chiesa. Chi la salta per andare in un negozio sbaglia i conti.

Aggiungo la seconda metà del giudizio, perché l’onestà lo richiede. La chiesa non è un capolavoro assoluto e non va raccontata come tale. Le tele di Brandi sono buone ma non straordinarie, la facciata è corretta e poco più. Il valore sta nell’insieme, nella coerenza di un programma pagato da un solo committente e realizzato in una dozzina d’anni. Da questo punto di vista, dentro Roma, ha pochi rivali.

Un confronto utile, per chi ha tempo, è con la chiesa dei Banchi affidata oggi all’Istituto di Cristo Re, chiusa per restauro al momento del controllo. Due chiese di dimensioni simili, due storie di gestione che si sono incrociate, due modi diversi di intendere la decorazione. Metterle a confronto aiuta a capire che cosa significhi, a Roma, il passaggio di una chiesa da una comunità a un’altra.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Nel 1615 gli agostiniani scalzi, ramo riformato dell’Ordine agostiniano, comprano la villa e il giardino di Antonio Orsini tra il Corso e il Babuino per farne la loro sede romana e la casa di formazione. Per qualche anno i religiosi officiano in una piccola cappella dedicata a Sant’Antonio abate. Il progetto della chiesa vera arriva solo quasi vent’anni dopo, quando la comunità ha le risorse per cominciare il cantiere.

Il 3 aprile 1633 viene posta la prima pietra su progetto di Carlo Buzio, architetto di origine lombarda indicato anche come Carlo Milanese. I lavori della prima fase si chiudono alla fine del 1635, e il 17 gennaio 1636 la comunità lascia la cappella provvisoria e si trasferisce nella chiesa nuova. È di pochi giorni prima, il 6 gennaio, il capitolo in cui secondo la tradizione nasce la dedicazione.

Fra il 1671 e il 1674 il cantiere riprende sotto la direzione di Carlo Rainaldi, che completa la facciata e la parte terminale dell’edificio. Il 28 gennaio 1675 la chiesa viene consacrata solennemente. Subito dopo, fra il 1678 e il 1690, parte la grande campagna decorativa finanziata da Giorgio Bolognetti, con il rivestimento integrale in marmo, i monumenti di famiglia e le tele di Giacinto Brandi.

Nel 1723 il giuspatronato passa ai Cenci Bolognetti con il matrimonio fra Marianna Bolognetti e Virginio Cenci. Nel 1805 finiscono le sepolture di famiglia sotto il presbiterio, e fra il 1810 e il 1815 la soppressione napoleonica colpisce il convento e disperde due dipinti della cappella di San Giuseppe. Nel 1967 Paolo VI istituisce il titolo cardinalizio dei Santissimi Nomi di Gesù e Maria in Via Lata.

Dalla fine degli anni Ottanta la chiesa diventa uno dei luoghi romani della messa in rito antico, e dal 1992 viene affidata all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, che vi resta per molti anni. Oggi l’Istituto a Roma fa capo ai Santi Celso e Giuliano. La domenica 25 gennaio 2026, in mattinata, il presepe allestito dentro la chiesa prende fuoco e le fiamme vengono spente dai vigili del fuoco. Il settimanale diocesano riferisce che sull’episodio sono in corso indagini.

Chi è passato da Gesù e Maria al Corso

Carlo Rainaldi, prima di tutto. Architetto romano nato nel 1611 e morto nel 1691, figlio d’arte, lavorò a lungo accanto e talvolta contro i grandi nomi del barocco. Oltre alla facciata di Gesù e Maria ha lasciato Santa Maria in Campitelli, le chiese gemelle di piazza del Popolo e la facciata di Sant’Andrea della Valle. Chi fa un giro sulla Roma barocca lo incontra più spesso di quanto immagini.

Carlo Buzio, l’architetto della prima fase, è il nome che nessuno ricorda. Lombardo, indicato nei documenti anche come Carlo Milanese, disegnò l’impianto dell’aula unica con le tre cappelle per lato che Rainaldi trovò già costruito e che poté solo completare. La pianta semplice e compatta, che oggi fa sembrare la chiesa più raccolta di quanto sia, è merito suo, anche se la facciata porta un’altra firma.

Giorgio Bolognetti, vescovo di Rieti, il committente che ha trasformato la chiesa di un convento in un monumento di famiglia. Pagò il rivestimento in marmo, le decorazioni e i monumenti, e si fece ritrarre in uno di quegli affacci lungo la navata. La sua è una figura tipica della Roma di fine Seicento: un prelato con molti mezzi che usa l’arte sacra per fissare per sempre il nome del proprio casato.

Giacinto Brandi, pittore nato a Poli e formato a Roma, autore della tela della volta, della pala dell’altare maggiore e della Natività nella cappella di San Giuseppe. Sulla data dell’Incoronazione di Maria le fonti non concordano, 1679 o 1680. Brandi era molto richiesto nelle chiese del Corso, e chi entra dopo a Santi Ambrogio e Carlo può confrontare la sua mano su una scala più grande.

Gli scultori della generazione berniniana: Francesco Aprile, autore del monumento di fra Mario Bolognetti e del busto del committente, Cavallini per i monumenti di Pietro e Francesco, e, secondo le schede disponibili, Giuseppe Mazzuoli per le statue dei due San Giovanni nelle nicchie e Paolo Naldini per gli angeli. Nessuno di loro è un nome da cartolina, e tutti insieme hanno fatto uno degli interni scolpiti più coerenti del Tridente.

I religiosi, in blocco. Gli agostiniani scalzi, che hanno costruito la chiesa e che oggi ne sono di nuovo custodi con uno studentato internazionale intitolato a fra Luigi Chmel. I sacerdoti dell’Istituto di Cristo Re, che per anni ne hanno fatto un punto di riferimento per chi seguiva il rito antico. E in mezzo, per brevi stagioni, le comunità che hanno retto la chiesa durante le soppressioni e le crisi dell’Ottocento.

I cardinali titolari, infine, dal 1967 a oggi. Avery Dulles, figlio di un segretario di Stato americano, convertito e poi gesuita, fu il primo teologo statunitense creato cardinale senza essere vescovo. Domenico Bartolucci, per mezzo secolo alla guida del coro della Sistina. Timothy Radcliffe, già maestro generale dei domenicani. Un cardinale titolare prende possesso della sua chiesa con una cerimonia pubblica: è l’unico momento in cui qui arriva la stampa.

Le cappelle, una per una

Entrando a sinistra, la prima cappella è dedicata a San Tommaso da Villanova, vescovo agostiniano spagnolo del Cinquecento, figura cara all’Ordine per la sua fama di carità. Le fonti indicano Felice Ottini come autore della tela. La seconda è la cappella di San Giuseppe, con la Natività di Giacinto Brandi sull’altare e le pareti laterali che hanno perso i dipinti al tempo di Napoleone.

La terza a sinistra, vicino al presbiterio, è la cappella della Madonna del Divino Aiuto. Il titolo è legato a una devozione mariana diffusa a Roma fra Seicento e Settecento, e l’immagine è una di quelle a cui i fedeli del quartiere si rivolgevano per grazie particolari. Fra questa cappella e quella di San Giuseppe si trova il monumento del vescovo Giorgio, il più importante del ciclo per ragioni di committenza.

A destra, partendo dall’ingresso, la prima cappella è quella del Crocifisso, con un apparato scultoreo che le fonti attribuiscono a Francesco Aprile. La seconda è dedicata a San Nicola da Tolentino, santo agostiniano marchigiano, lo stesso a cui è intitolata un’altra chiesa romana legata alla storia dell’Ordine sulla salita verso via Veneto. La tela è attribuita dalle fonti in modi diversi.

La terza a destra è la cappella di Sant’Anna, con la pala d’altare di Ermenegildo Costantini datata 1765, l’opera più tarda dell’interno. Si riconosce a colpo d’occhio: colori più chiari, composizione più distesa, il gusto di un secolo dopo rispetto a Brandi. È utile guardarla alla fine, perché fa capire per contrasto quanto sia compatta la decorazione degli anni Ottanta del Seicento nel resto della chiesa.

La cappella maggiore, quadrata, chiude la navata con l’Incoronazione di Brandi e con le statue dei due San Giovanni nelle nicchie laterali. Davanti all’altare, sul pavimento, la lapide della tomba di famiglia. È il punto verso cui guardano tutte le figure dei palchetti, e da qui, voltandovi verso l’ingresso, vedete la chiesa come la vedeva il celebrante: una platea di marmo con i Bolognetti affacciati sopra i fedeli.

Come si arriva

A piedi, da piazza del Popolo, si scende lungo via del Corso per qualche centinaio di metri e la chiesa compare al civico 45. Da piazza di Spagna conviene prendere via del Babuino in direzione di piazza del Popolo e girare a sinistra in via di Gesù e Maria, che sbuca sul Corso proprio accanto alla chiesa. In entrambi i casi sono meno di dieci minuti.

Con la metropolitana la linea A ha due fermate utili, Flaminio a nord della porta del Popolo e Spagna sotto la scalinata. Da tutte e due si arriva a piedi in un quarto d’ora abbondante. Il tratto alto del Corso è pedonale in gran parte della giornata e rientra nella zona a traffico limitato del centro storico, quindi l’auto non ha alcun senso e il taxi vi lascia comunque a qualche isolato.

Per chi arriva in bicicletta o monopattino vale la stessa regola del centro: si lascia il mezzo in una delle rastrelliere della zona e si prosegue a piedi, perché sul marciapiede davanti alla chiesa non c’è spazio. Nei fine settimana, fra il pomeriggio e la sera, il Corso diventa un fiume di gente e la velocità di camminata scende parecchio. Mettetelo in conto se avete un appuntamento al convento.

Una nota per chi viene da fuori Roma in treno. La stazione più comoda è Flaminio, capolinea di alcune linee regionali, oppure Termini con la metropolitana A fino a Spagna o a Flaminio. Verificate gli orari sul sito del gestore del trasporto il giorno prima, soprattutto nei festivi, quando le frequenze si riducono. La chiesa non è una meta da gita in giornata, è una sosta dentro una passeggiata più lunga.

Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi

Il gestore non pubblica un orario di apertura, e questo va detto chiaramente. Le rettorie affidate a comunità religiose in centro aprono in genere intorno alle celebrazioni e restano chiuse in alcune fasce della giornata, soprattutto a metà pomeriggio. Presentarsi alla porta all’ora di pranzo significa con buona probabilità trovarla chiusa. L’unico modo per non sbagliare è telefonare al convento.

Non aspettatevi informazioni sul posto. Non ci sono pannelli, schede plastificate, cartelli con gli orari in più lingue. La chiesa parla attraverso le lapidi e le opere, e chi entra senza sapere niente vede un bell’interno barocco e basta. Leggete prima quello che serve, oppure entrate con qualcuno che sappia raccontarvi i Bolognetti e il senso dei palchetti. Cambia tutto.

Non aspettatevi più la messa in rito antico come regola. Le informazioni che circolano da anni sulle celebrazioni tradizionali in questa chiesa si riferiscono alla gestione dell’Istituto di Cristo Re, che oggi celebra altrove. Se qualche celebrazione particolare è prevista, lo sa solo il convento. Allo stesso modo non fidatevi delle tabelle di orari pubblicate da siti aggregatori: in questo caso sono il posto più facile per trovare un dato superato.

Dopo l’incendio del presepe di gennaio 2026 il settimanale diocesano ha dato notizia dell’intervento dei vigili del fuoco e delle indagini, senza riportare chiusure prolungate o danni gravi alle opere. Non risultano comunicazioni pubbliche di lavori in corso nell’interno. Se però trovate un’impalcatura o una cappella transennata, chiedete in convento: nelle chiese romane i restauri si aprono e si chiudono spesso senza annunci.

Mangiare in zona

Il tratto di Corso fra piazza del Popolo e via Condotti è una delle zone di Roma dove si mangia peggio in rapporto a quanto si spende, e non per colpa di chi ci lavora. È una strada di passaggio, piena di persone che hanno fame una volta sola e non tornano. I locali lo sanno e si organizzano di conseguenza. Conviene riconoscere i segnali e spostarsi di un paio di isolati.

Primo segnale: il menù con le fotografie dei piatti, tradotto in cinque lingue e appeso fuori sotto una luce gialla. Un locale che vi mostra l’immagine della carbonara sta parlando a chi non l’ha mai vista, e il cuoco cucina per quel pubblico. Secondo segnale: la persona sulla porta che vi ferma per strada e vi invita a entrare. Chi deve procurarsi i clienti così non ha clienti abituali, e i clienti abituali sono l’unica garanzia.

Terzo segnale: la signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede. È una messa in scena che funziona benissimo sui passanti, ma la pasta fresca fatta bene si prepara al mattino in cucina, lontano dalla polvere. Quarto segnale: la cucina aperta senza interruzione dalla mattina a notte fonda. Una brigata vera ha bisogno di una pausa per riposare e preparare, e dove la pausa non c’è si lavora di rigenerazione.

Quinto segnale, tipico delle piazze monumentali qui intorno: i tavoli davanti a una fontana o a una chiesa famosa, con voci senza prezzo sul menù, pesce a peso non indicato e carta diversa fra la sala e il dehors. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare, e se non ve lo dicono alzatevi. Non è un giudizio morale su chi ci lavora, è il modello economico di un posto che vive di passaggio e non di ritorni.

I romani, in queste strade, mangiano poco e in piedi, oppure si spostano verso via di Ripetta e le traverse verso il Tevere, dove i prezzi scendono e la clientela cambia. Il criterio è semplice: guardate chi è seduto e in che lingua ordina, soprattutto all’ora di pranzo di un giorno feriale. Se ci sono impiegati degli uffici della zona, avete trovato un posto dove tornare.

Per non andare a tentativi tengo aggiornata una lista pubblica di indirizzi che frequento davvero, a Roma e nei dintorni, senza sponsorizzazioni: la nostra lista dei posti dove mangiamo noi. Cambia quando cambiano i posti. Nel Tridente conviene prenotare, soprattutto la sera del venerdì e del sabato, quando i tavoli buoni spariscono presto.

Che cosa abbinare in giornata

Il giro più sensato è una mezza giornata sul Tridente. Si parte da piazza del Popolo con Porta del Popolo e Santa Maria del Popolo, si scende lungo il Corso fino a Gesù e Maria, si passa davanti alla Casa di Goethe, poi si entra a Santi Ambrogio e Carlo e si chiude sul Mausoleo di Augusto e sull’Ara Pacis, verso il fiume.

Chi preferisce il lato della scalinata risale via del Babuino verso la piazza e la Keats-Shelley House, sale a Trinità dei Monti e prosegue verso Villa Medici e il Pincio, da cui si guarda tutto il Tridente dall’alto. Lungo via del Babuino merita una sosta l’Atelier Canova Tadolini.

Per chi vuole restare sul tema delle chiese barocche piccole e poco frequentate, ci sono anche San Giuseppe a Capo le Case, sopra Sant’Andrea delle Fratte, e San Bartolomeo dei Bergamaschi, verso piazza Colonna. Chi scende fino a San Silvestro in Capite chiude il giro al centro del Corso.

Se la giornata continua verso il Tevere e verso via Giulia, due chiese legate a confraternite e comunità completano bene il quadro: Santa Maria del Suffragio e, su piazza Farnese, Santa Brigida. Sono dall’altra parte del centro, a mezz’ora di cammino, e hanno senso solo se avete un pomeriggio intero a disposizione.

Chi ha interesse per la scultura barocca dopo i palchetti dei Bolognetti deve vedere l’originale da cui tutto discende, la cappella Cornaro, e poi confrontare i grandi interni della Chiesa del Gesù, dei gesuiti, e della Basilica di Sant’Agostino, casa madre degli agostiniani a Roma. Chi preferisce l’architettura trova in Borromini a Roma il contraltare più radicale di Rainaldi.

Domande frequenti

Si paga per entrare nella chiesa di Gesù e Maria al Corso?

No, l’ingresso è libero e gratuito come in tutte le chiese officiate di Roma. Non esistono biglietti né visite ufficiali a pagamento. La chiesa è una rettoria affidata agli agostiniani scalzi, che hanno il convento nello stesso complesso di via del Corso 45. Per sapere quando è aperta alle visite, fuori dall’orario delle celebrazioni, bisogna chiamare il convento al numero 06 3613717.

Quali sono gli orari delle messe?

Il gestore non pubblica online gli orari delle celebrazioni, e le tabelle diffuse da siti aggregatori spesso si riferiscono alla gestione precedente. Il recapito ufficiale indicato dall’Ordine degli agostiniani scalzi e dal portale turistico di Roma Capitale è il telefono del convento, 06 3613717. Conviene chiamare in orario d’ufficio e farsi dire le celebrazioni della settimana in cui si vuole andare.

Si celebra ancora la messa in latino secondo il rito antico?

Per molti anni, dal 1992, la chiesa è stata affidata all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote e ospitava la messa tradizionale. Oggi l’Istituto indica come propria chiesa romana i Santi Celso e Giuliano, mentre Gesù e Maria risulta affidata agli agostiniani scalzi. Se cercate il rito antico, rivolgetevi direttamente all’Istituto per la sede attuale delle celebrazioni.

Chi ha progettato la chiesa?

Il primo progetto è di Carlo Buzio, detto anche Carlo Milanese, che aprì il cantiere il 3 aprile 1633 e lo chiuse alla fine del 1635. La facciata in travertino e laterizio e la parte terminale dell’edificio sono invece di Carlo Rainaldi, che le completò fra il 1671 e il 1674. La chiesa fu consacrata il 28 gennaio 1675 e decorata in marmo negli anni successivi.

Chi sono le figure affacciate lungo la navata?

Sono i membri della famiglia Bolognetti, ritratti nei loro monumenti funebri collocati fra una cappella e l’altra. Il committente, il vescovo di Rieti Giorgio Bolognetti, pagò fra il 1678 e il 1690 il rivestimento in marmo della chiesa e ottenne il giuspatronato per il suo casato. La disposizione delle figure, rivolte verso la navata, viene comunemente paragonata ai palchetti di un teatro.

Quanto tempo serve per la visita?

Una ventina di minuti bastano per il giro della navata, delle sei cappelle e dei monumenti Bolognetti, mezz’ora se vi fermate a leggere le iscrizioni e a guardare la tela della volta con uno zoom. La chiesa si presta a essere una tappa dentro una passeggiata sul Corso e sul Tridente, insieme a piazza del Popolo, Santi Ambrogio e Carlo e il Mausoleo di Augusto.

Si possono fare fotografie all’interno?

Il gestore non pubblica un regolamento sulle fotografie. La regola di buon senso nelle chiese officiate è chiedere il permesso a chi custodisce la chiesa, non fotografare mai durante le celebrazioni, non usare il flash e non inquadrare le persone in preghiera. Se il permesso viene negato va rispettato senza discussione, perché la chiesa è prima di tutto un luogo di culto.

Che cosa è successo con l’incendio del gennaio 2026?

La mattina di domenica 25 gennaio 2026 ha preso fuoco il presepe allestito all’interno della chiesa, e le fiamme sono state spente dai vigili del fuoco. Il settimanale della diocesi di Roma ha dato notizia dell’episodio e delle indagini in corso, senza segnalare danni alle opere d’arte o chiusure prolungate. Per lo stato attuale conviene chiedere al convento.

Chi ha scritto la pagina

La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Gestione, recapiti e condizioni di accesso riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Trattandosi di una rettoria affidata a una comunità religiosa, gli orari cambiano spesso: telefonate prima di andare e segnalateci quello che trovate diverso.

Costruire una passeggiata sul Tridente che tenga insieme chiese con orari non pubblicati, conventi che aprono solo in certe fasce, strade pedonali affollate e gruppi da quaranta persone richiede un metodo, più che una lista di indirizzi. Chi deve organizzare giri di questo tipo, per sé o per altri, trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi pianifica da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra, periodi dell’anno e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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IndirizzoVia del Corso 45 Roma Centro storico, Roma, Roma Città 00187

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