Sant’Atanasio dei Greci
Sant’Atanasio dei Greci si trova in via del Babuino 149, sulla strada che collega piazza del Popolo a piazza di Spagna, ed è la chiesa del Pontificio Collegio Greco, che la officia in rito bizantino e in lingua greca. L’ingresso è libero, senza biglietto. Il gestore però non pubblica un orario di visita: la porta si apre di regola per la divina liturgia della domenica mattina, e per tutto il resto si chiede al Collegio, al telefono 06 36001261 o scrivendo a rettore@collegiogreco.com.
È una chiesa cattolica, non ortodossa, ed è il primo equivoco da togliere di mezzo. La volle Gregorio XIII per il collegio che aveva fondato nel 1577 per formare il clero cattolico di rito orientale, la disegnò Giacomo Della Porta e fu consacrata il 2 maggio 1583. Da fuori la riconoscete per i due campanili gemelli ai lati del frontone, dentro per l’iconostasi che chiude il presbiterio, una parete di immagini che nel centro di Roma si vede pochissimo.
Le informazioni pratiche riportate qui sono state controllate il 28 settembre 2026 sul portale turistico di Roma Capitale, sulla pagina storica del Pontificio Collegio Greco e sulle altre fonti citate nel testo. Il Collegio non mette in rete un calendario stabile e gli orari cambiano con l’anno liturgico, con la Quaresima e con le feste: prima di attraversare la città per la liturgia domenicale, telefonate e fatevi confermare l’ora.

Dove si trova e che cosa si vede davvero
La chiesa occupa un tratto di via del Babuino dove la strada, dritta e stretta, corre fra negozi di antiquariato e vetrine di moda. Accanto alla facciata, sulla sinistra, c’è la statua parlante del Babuino con la sua fontana, e il palazzo del Collegio Greco si allunga al fianco dell’edificio sacro, con la facciata rinnovata nel 1769 sotto Clemente XIII. Quasi di fronte si apre l’Atelier Canova Tadolini.
La facciata è su due ordini, con lesene doriche in basso e ioniche in alto, un unico portale con timpano triangolare e sopra un grande finestrone ad arco. Ai lati del finestrone corrono le iscrizioni di dedica ad Atanasio, in latino e in greco, che dichiarano già dalla strada per chi è stata costruita la chiesa. I due campanili chiudono la composizione, e su quello di sinistra c’è l’orologio donato da Clemente XIV nel 1771.
Dentro la sorpresa è la pianta. Una navata rettangolare da cui si aprono tre absidi semicircolari, al fondo e ai lati, una disposizione che il portale turistico del Comune definisce uno dei rari esempi romani di ispirazione orientale diretta. Non è una basilica a tre navate e non è la solita aula controriformata con le cappelle in fila. È uno spazio raccolto, pensato per un rito che si svolge davanti a una parete di icone.
Quello che si vede fermandosi in navata: l’iconostasi del 1876, opera di Andrea Busiri Vici con decorazioni di Pietro Gagliardi e dorature di Anselmo Coacci, le due tele di Francesco Trabaldese del 1584 nelle cappelle laterali, un’Annunciazione e un Gesù fra i dottori, e nelle absidi del transetto la Crocifissione e l’Assunzione attribuite al Cavalier d’Arpino, dipinte fra il 1585 e il 1590. Poche opere, di buona mano, in uno spazio che si legge in dieci minuti.
Quello che non si vede: gli ambienti del Collegio, la cappella interna dedicata a San Benedetto con l’iconostasi completata nel 1921 dal pittore Aristide Varaclas, il refettorio dove si conservano frammenti della vecchia iconostasi cinquecentesca. È una casa di formazione di seminaristi e monaci, non un museo, e nessun percorso di visita di quegli spazi risulta pubblicato. Chi vi promette di entrare nel Collegio durante una passeggiata in via del Babuino sta vendendo aria.
Come si entra: orari, liturgia e contatti
L’ingresso è gratuito e la chiesa è gestita dal Pontificio Collegio Greco di Sant’Atanasio, istituzione pontificia che dal 1897 è affidata ai benedettini e dal 1956 ai monaci del monastero belga di Chevetogne, comunità nota per il lavoro sull’unità fra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. Il portale turistico di Roma Capitale non riporta orari e rimanda direttamente al Collegio per gli orari delle celebrazioni e le condizioni di visita. È la situazione tipica delle chiese di collegio.
Dal punto di vista della diocesi di Roma la chiesa è una rettoria, non una parrocchia: non ha un territorio proprio e vive in funzione della comunità del Collegio e dei fedeli di rito bizantino che la frequentano. Gli annuari ecclesiastici la collegano, per l’organizzazione diocesana, alla vicina parrocchia di San Giacomo in Augusta. È un dettaglio amministrativo che spiega molto: nessun parroco, nessun orario pensato per il quartiere, un calendario deciso dal Collegio.
Non esiste un biglietto e non esiste un canale di prevendita, quindi non c’è niente da comprare in anticipo. Il canale ufficiale unico è il Collegio: telefono 06 36001261, posta rettore@collegiogreco.com, sito collegiogreco.com, più una pagina Facebook dell’istituzione. Nessuna piattaforma di visite vende un ingresso a Sant’Atanasio, e se ne trovate uno state pagando una passeggiata di quartiere con una sosta davanti alla facciata.
Sulla liturgia domenicale i dati disponibili convergono sulle 10.30. È l’ora che il Collegio indicava per la divina liturgia della domenica nei calendari pubblicati sul proprio blog, e la stessa ora compare negli aggregatori degli orari delle messe, che danno la chiesa aperta la domenica fra le 9.30 e le 12.15 circa. Il gestore non pubblica oggi un orario ufficiale sul sito, e per questo la telefonata del sabato resta obbligatoria.
Nei giorni feriali la chiesa si apre soprattutto per le celebrazioni dei tempi forti. Nei calendari della Grande Quaresima diffusi dal Collegio negli anni passati comparivano la Liturgia dei Presantificati il mercoledì e il venerdì sera alle 19, l’Ufficio dell’Akathistos, e la domenica la divina liturgia di San Basilio al posto di quella di San Giovanni Crisostomo. Gli orari cambiano da un anno all’altro e vanno chiesti ogni volta.
Sulle lingue il portale del Comune indica celebrazioni in greco, albanese, romeno, ungherese e arabo, che è la fotografia della comunità che ruota intorno al Collegio: seminaristi e sacerdoti delle Chiese cattoliche orientali, italo-albanesi, melchiti, romeni, ucraini, ungheresi. La lingua di base della liturgia principale resta il greco. Chi entra non deve capire le parole per seguire la struttura, che si impara guardando.
Una curiosità su Sant’Atanasio dei Greci
L’orologio del campanile di sinistra è un regalo papale: lo donò Clemente XIV nel 1771. Per una casa di seminaristi che vivevano a orari fissi di studio e di preghiera, un quadrante sul campanile era insieme un omaggio e uno strumento pratico, cosa molto romana. Per un collegio di ragazzi arrivati dal Levante, l’ora era quella di Roma.
La seconda curiosità riguarda la data della consacrazione. La chiesa fu consacrata il 2 maggio 1583, giorno che il calendario latino dedica proprio a sant’Atanasio, il vescovo di Alessandria che nel quarto secolo aveva combattuto l’arianesimo e aveva passato anni di esilio anche in Occidente, Roma compresa. Il titolare non è scelto a caso: è il Padre greco più amato dai latini, il ponte ideale per un collegio nato per riavvicinare le due Chiese.
A consacrarla non fu un cardinale di curia ma un vescovo greco, Germano Kuskonaris, vescovo di Amatunte nell’isola di Cipro. La scelta aveva un senso preciso: la chiesa doveva nascere con un rito e con un clero orientali, e la presenza di un vescovo cipriota dichiarava che il progetto di Gregorio XIII voleva essere credibile agli occhi dei greci, non solo dei romani.
C’è infine la faccenda della pietra. La prima fu posata il 23 novembre 1580 dal cardinale Giulio Antonio Santori, l’uomo che aveva ispirato la fondazione del Collegio, un mese dopo che il papa aveva autorizzato i lavori il 20 ottobre. In due anni e mezzo la chiesa era consacrata. Per la Roma di fine Cinquecento, dove i cantieri duravano decenni, è un ritmo che dice quanta urgenza politica ci fosse dietro.
Chi era Atanasio, per chi non lo ricorda: vescovo di Alessandria d’Egitto nel quarto secolo, presente al Concilio di Nicea da giovane diacono e poi difensore di quella formula di fede contro gli ariani per tutta la vita, al prezzo di cinque esili. È venerato come Padre della Chiesa da cattolici e ortodossi, e per questo la sua figura funzionava come bandiera di un collegio che voleva parlare a entrambi.
Una cosa che non ti dice nessuno su Sant’Atanasio dei Greci
L’iconostasi che fotografano tutti non è antica. È del 1876, costruita in mattoni e stucco su progetto di Andrea Busiri Vici, e per farle posto venne demolita quella originale in legno che Francesco Trabaldese aveva dipinto intorno al 1584. Chi entra convinto di trovarsi davanti a un pezzo bizantino, o almeno cinquecentesco, guarda in realtà un lavoro dell’Ottocento romano, fatto bene, ma di un’epoca e di un gusto completamente diversi.
La vecchia iconostasi aveva un programma preciso. Le fonti che la descrivono parlano dei dodici apostoli in tondi, della Vergine e del Battista, di quattro Padri della Chiesa greca. La targa storica apposta sulla chiesa ricorda che frammenti di quell’opera si conservano ancora nel refettorio del Collegio, dove il pubblico non entra. È la parte più antica e più interessante dell’arredo liturgico, ed è anche quella che nessun visitatore vedrà.
Poi c’è il livello del racconto. Secondo una tradizione riferita dagli studi sulla chiesa, fra i volti dipinti da Trabaldese ci sarebbero stati anche i lineamenti di Gregorio XIII, prestati a una delle figure della parete. I documenti dicono che l’iconostasi esisteva, chi l’ha dipinta e quando. La tradizione aggiunge il ritratto del papa. Che si potesse riconoscere il pontefice fra i Padri greci, oggi, è impossibile da controllare, perché la parete non c’è più.
Il giudizio controcorrente è questo: l’iconostasi è la parte più sopravvalutata della chiesa, e chi ci passa davanti con il telefono in mano perde l’essenziale. La cosa rara è la pianta a tre absidi disegnata da Della Porta, un’architettura romana che accetta di piegarsi a un rito straniero. Guardate le absidi, contate i passi dalla porta al presbiterio, e capirete perché questo edificio non somiglia a nessun’altra chiesa del Tridente.
Una seconda cosa che si dice poco riguarda la paternità dell’edificio. Le fonti convergono su Giacomo Della Porta per il progetto, ma alcune affiancano Martino Longhi il Vecchio con ruoli diversi: architetto esecutore per alcune, semplice perito incaricato delle stime dei lavori per altre. Le fonti non concordano e la targa sulla chiesa cita soltanto Della Porta. Vi basta sapere che dietro il cantiere c’erano i due nomi più richiesti della Roma di Gregorio XIII.
Il rito bizantino, spiegato a chi entra la prima volta
Chi arriva da una messa latina deve dimenticare quasi tutto. L’altare non si vede, o si vede a tratti, perché sta dietro l’iconostasi e il sacerdote celebra al di là della parete, aprendo e chiudendo le porte centrali nei momenti stabiliti. Il coro canta quasi senza pause, il celebrante e il diacono si alternano con il popolo, e l’incenso accompagna tutta la celebrazione. Non c’è organo: la liturgia bizantina si canta a voce sola.
L’iconostasi, in questo quadro, non è un muro ma una soglia. Le porte centrali, dette regali, si aprono per il Vangelo, per la processione con i doni e per la comunione, e poi si richiudono. Le icone seguono di norma un ordine fisso: Cristo a destra della porta, la Madre di Dio a sinistra, poi il Battista, il santo titolare e, sulle porte laterali, arcangeli o diaconi. Riconoscere quell’ordine è il primo passo per leggere qualunque chiesa bizantina.
La liturgia ordinaria è quella di San Giovanni Crisostomo, la più diffusa nelle Chiese di tradizione bizantina. In alcune domeniche dell’anno, in particolare quelle di Quaresima, si celebra quella di San Basilio, più lunga nelle preghiere del sacerdote. I calendari del Collegio hanno indicato negli anni anche la Liturgia dei Presantificati, celebrata nei giorni feriali di Quaresima, quando nella tradizione bizantina non si celebra la liturgia completa.
Calcolate più tempo di una messa domenicale latina, e mettete in conto che la gente si muove: si accendono candele, si baciano le icone, si entra durante i canti. Non è disordine, è il modo in cui il rito coinvolge lo spazio. Il consiglio pratico è restare in piedi ai lati della navata nei primi minuti, guardare che cosa fanno gli altri e adeguarsi senza fretta. Nessuno vi chiederà nulla.
Sulla comunione vale una regola di rispetto semplice. La celebrazione è cattolica, e nella tradizione bizantina la comunione si riceve sotto le due specie. Chi non è abituato, o non è cattolico, può restare al proprio posto e avvicinarsi alla fine, quando in molte comunità orientali si distribuisce il pane benedetto. Se non sapete come comportarvi, chiedete dopo la liturgia a uno dei seminaristi: sono abituati a spiegarlo, e spesso lo fanno volentieri.
Il consiglio che ti do per visitare Sant’Atanasio dei Greci
Andateci la domenica mattina per la liturgia e restate fino alla fine. È l’unico momento in cui la chiesa è certamente aperta, ed è anche l’unico in cui ha senso: un edificio disegnato per un rito si capisce solo con il rito dentro. Arrivate dieci minuti prima, sedetevi o fermatevi in fondo sul lato, e lasciate che la struttura della celebrazione vi mostri a che cosa servono le tre absidi e la parete di icone.
Telefonate il sabato. Il numero pubblicato dal Comune è 06 36001261, e la domanda da fare è semplice: a che ora è la liturgia di domani e la chiesa resta aperta dopo. Nei periodi di vacanza del Collegio, nelle feste orientali che cadono in date diverse dal calendario latino e nelle settimane della Pasqua ortodossa gli orari possono spostarsi, e il sito non lo segnala.
Durante la liturgia niente fotografie e niente telefono in vista. Non è una regola scritta che abbia trovato pubblicata dal gestore, è buon senso, e in una comunità piccola si nota subito chi usa la celebrazione come sfondo. Se volete le foto dell’interno, aspettate che la chiesa si svuoti e chiedete a chi è rimasto se si può. La risposta dipende da chi trovate, ma chiedere è l’unico modo corretto.
Vestitevi come per una chiesa, spalle e gambe coperte, e tenete la voce bassa anche prima dell’inizio, perché i cantori spesso provano. Portate qualche moneta se volete accendere una candela davanti a un’icona. Non esiste una biglietteria e non esiste un bookshop: l’offerta è libera, e il Collegio vive anche di quelle. È un luogo di preghiera che accoglie chi passa, non un monumento con servizio al pubblico.
Chi non riesce a organizzarsi per la domenica ha una seconda possibilità: le celebrazioni serali dei tempi forti, in particolare in Quaresima, quando i calendari del Collegio hanno previsto negli anni funzioni feriali alle 19. Le date vanno chieste ogni volta. Non passate in via del Babuino in un martedì pomeriggio qualunque sperando di trovare aperto: il più delle volte vedrete solo il portone, e la delusione è garantita.
Dopo la liturgia fermatevi qualche minuto sul marciapiede davanti al portone. È il momento in cui la comunità si ritrova, si sentono greco, romeno, ucraino, arabo, e si capisce che questa chiesa non è un reperto ma il punto di incontro di persone arrivate da mezzo Oriente cristiano per studiare a Roma. È la parte più istruttiva della mattinata, più delle tele del Cavalier d’Arpino.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
La strada prende il nome da una statua che si trova accanto alla chiesa. La fontana del Babuino fu costruita intorno al 1576 da Alessandro Grandi, mercante ferrarese, come fontana semipubblica, finanziata da un privato ma aperta all’uso di tutti. Sopra, un Sileno sdraiato su uno scoglio, in pietra, così brutto secondo i romani da sembrare una scimmia. Il soprannome divenne talmente comune da sostituire il nome ufficiale della strada.
Il dettaglio poco citato è la coincidenza delle date. La fontana nasce intorno al 1576, il Collegio Greco apre i battenti nel novembre dello stesso anno e si trasferisce sulla strada nel 1577. Il Babuino e i greci sono arrivati quasi insieme, e da allora abitano lo stesso marciapiede. La Sovrintendenza Capitolina ricorda che la via si chiamava prima Clementina, e il Collegio la indica come strada Paolina.
La posizione attuale della statua è recente. Nel 1877 la fontana venne smontata per i lavori delle fogne e il Sileno finì nel cortile di palazzo Boncompagni. Tornò in strada soltanto nel 1957, rimontato vicino al punto originario ma sul lato opposto della via, a sinistra della chiesa di Sant’Atanasio dei Greci. Per ottant’anni la strada ha portato il nome di una statua che non c’era più.
Il Babuino era una delle statue parlanti della città, insieme a Pasquino e agli altri, e sul suo muro i romani attaccavano versi satirici anonimi contro il potere. Il muro dietro la statua, ancora oggi, viene imbrattato di scritte e pulito a intervalli. Che la voce più sguaiata del quartiere sia la vicina di casa di una chiesa di seminaristi orientali è un accostamento che Roma produce senza nessuno sforzo.
La foto giusta da fare a Sant’Atanasio dei Greci
La foto da fare è dalla parte opposta della strada, in verticale, con i due campanili dentro l’inquadratura e il Babuino in basso a sinistra. Via del Babuino è stretta, quindi il grandangolo serve, ma non esagerate: le linee della facciata cadono subito all’indietro e il risultato sembra una chiesa che si sta ribaltando. Meglio perdere un pezzo di marciapiede e tenere dritte le lesene, correggendo dopo se serve.
La luce buona è quella della tarda mattinata, quando il sole entra nella via e toglie la facciata dall’ombra dei palazzi di fronte. Il pomeriggio la strada è quasi sempre in ombra e il travertino diventa grigio. La domenica alle 9.30, prima della liturgia, avete la strada semivuota: negozi chiusi, poche macchine, niente furgoni in scarico davanti al portone. È il momento per l’immagine pulita.
Il dettaglio da non tralasciare è l’orologio di Clemente XIV sul campanile di sinistra. Salite con lo zoom fino al quadrante e prendetelo insieme alle iscrizioni in greco del finestrone: due elementi che in una sola immagine raccontano di chi è la chiesa e chi l’ha voluta proteggere. Sul Babuino, invece, evitate il flash e l’ultima luce, perché la pietra scura non restituisce niente.
Dentro, se vi è permesso a chiesa vuota, la foto giusta è dalla porta verso l’iconostasi, centrata, con le due absidi laterali che si aprono ai margini. È l’unica inquadratura che fa capire la pianta. Le foto ravvicinate delle icone vengono tutte uguali e non dicono nulla dell’edificio. Durante la liturgia, ripeto, niente scatti: la chiesa è piccola e il rumore dell’otturatore si sente.
L’iconostasi, gli affreschi e la pianta a tre absidi
La pianta è il documento più importante. Una navata unica rettangolare, un transetto, tre absidi semicircolari, una al fondo e due alle estremità del transetto. Nelle chiese bizantine le absidi laterali ospitano gli spazi di preparazione dei doni e di servizio, e qui Della Porta costruisce qualcosa di compatibile con quel funzionamento senza rinunciare al linguaggio romano. È un compromesso architettonico che raramente trovate spiegato, e che vale da solo la visita.
Le decorazioni cinquecentesche proseguirono fino al 1591. Francesco Trabaldese, pittore della seconda metà del secolo, firma nel 1584 le tele delle due cappelle laterali: a destra l’Annunciazione, a sinistra Gesù fra i dottori. A Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino, vengono attribuite le scene delle absidi del transetto, la Crocifissione e l’Assunzione, eseguite fra il 1585 e il 1590, negli anni in cui stava diventando uno dei pittori più richiesti di Roma.
L’iconostasi attuale è del 1876. Andrea Busiri Vici, architetto romano che lavorò molto per edifici religiosi nella seconda metà dell’Ottocento, la costruisce in muratura e stucco, Pietro Gagliardi ne cura le decorazioni pittoriche e Anselmo Coacci le dorature. È un’opera coerente con il gusto del tempo, ricca e composta. Chi conosce le iconostasi delle chiese greche noterà la differenza di linguaggio: qui l’impostazione resta accademica, italiana.
Il confronto utile, se volete capire la differenza fra un ambiente romano adattato al rito greco e un luogo che al rito greco appartiene da mille anni, è con l’Abbazia greca di San Nilo a Grottaferrata, dove i monaci celebrano in rito bizantino da secoli. Sant’Atanasio è l’Oriente visto da Roma nel Cinquecento. Grottaferrata è l’Italia greca rimasta tale. Messi uno accanto all’altro si spiegano a vicenda.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Nel 1573 Gregorio XIII istituisce una Congregazione dei Greci, su spinta del cardinale Giulio Antonio Santori, protettore dei monaci basiliani, per occuparsi delle comunità di rito bizantino in Italia e nel Mediterraneo. Il contesto è quello del dopo Lepanto: l’avanzata ottomana ha disperso il clero orientale e Roma vuole formarne uno proprio, cattolico, capace di tornare nei territori d’origine e di tenere aperto il dialogo con le Chiese separate.
Il senso politico della fondazione va detto chiaramente. Il Collegio parla di accogliere e formare il clero delle comunità orientali dopo la conquista ottomana, e altre ricostruzioni aggiungono l’obiettivo di arginare la diffusione della Riforma protestante fra i cristiani d’Oriente e di favorire il ritorno delle Chiese orientali alla comunione con Roma. Non era un’opera di carità neutrale: era una scuola di diplomazia religiosa, e i suoi alunni lo sapevano bene.
Nel novembre del 1576 il Collegio apre in alcune casette di via di Ripetta. Il 13 gennaio 1577 la bolla In Apostolicae Sedis Specula lo istituisce ufficialmente, e nello stesso anno si trasferisce sulla strada Paolina, l’attuale via del Babuino, dove si trova ancora. Nell’ottobre 1580 il papa autorizza la costruzione della chiesa, il 23 novembre Santori posa la prima pietra, il 2 maggio 1583 l’edificio viene consacrato.
La direzione del Collegio cambia molte volte. Secondo il Collegio stesso i gesuiti lo guidano dal 1591 al 1602, poi il cardinale Benedetto Giustiniani fino al 1622, di nuovo i gesuiti fino alla soppressione della Compagnia nel 1773. Altre ricostruzioni assegnano gli anni fra il 1591 e il 1604 ai domenicani: le fonti non concordano. Dal 1773 al 1886 il Collegio dipende dalla Congregazione di Propaganda Fide, poi passa brevemente ai resurrezionisti e ancora ai gesuiti.
Nel Settecento arrivano i due segni esterni che vediamo oggi: il palazzo del Collegio riceve la facciata rinnovata nel 1769 sotto Clemente XIII, e nel 1771 Clemente XIV dona l’orologio del campanile. Nel 1876 Busiri Vici sostituisce l’iconostasi di legno di Trabaldese con quella attuale in muratura, e la chiesa assume l’aspetto interno che conosciamo. Le trasformazioni successive riguardano soprattutto la vita del Collegio.
Dal 1897 la direzione passa ai benedettini, e dal 1956 al monastero di Chevetogne, in Belgio, una comunità che celebra in rito latino e bizantino. Il 22 febbraio 1962 Giovanni XXIII fa della chiesa un titolo cardinalizio. Nel frattempo il Collegio ha accolto alunni greci, italo-albanesi, melchiti, romeni, bulgari, serbi, ungheresi, ucraini, ruteni e, negli ultimi decenni, anche studenti ortodossi e della diaspora.
Chi è passato da Sant’Atanasio dei Greci
Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni, il papa del calendario e dei collegi. Oltre al Collegio Greco ne fondò o sostenne molti altri a Roma, per inglesi, tedeschi, ungheresi, maroniti, con un’idea precisa: formare in città il clero che doveva tornare nei paesi di confine della cattolicità. Sant’Atanasio è una tessera di quel mosaico, e forse quella che meglio ne mostra l’ambizione.
Giulio Antonio Santori, il cardinale che ispirò il progetto, posò la prima pietra della chiesa e dettò nel 1583 e 1584 le regole del Collegio. Uomo di curia rigido, inquisitore, grande organizzatore. Accanto a lui i costruttori: Giacomo Della Porta, l’architetto che negli stessi anni lavorava alla Basilica di San Pietro, e i pittori Francesco Trabaldese e Cavalier d’Arpino.
Pietro Arcudio, nato a Corfù intorno al 1563, entrò nel Collegio nel 1578 e ci restò dodici anni. Fu il primo alunno a conseguire il dottorato, il 24 gennaio 1591, e fu mandato subito nelle terre polacco-lituane a lavorare per l’unione delle Chiese ucraina e bielorussa con Roma. Scrisse i sette libri sulla concordia fra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente. Morì nel 1633 ed è sepolto in questa chiesa.
Leone Allacci, nato a Chio nel 1586, fu ammesso al Collegio alla fine del 1599 e ci si laureò in filosofia e teologia nel 1610. Insegnò retorica agli alunni, lavorò alla Biblioteca Vaticana da copista greco fino a diventarne primo custode nel 1661, e nel 1622 fu lui a organizzare il trasferimento a Roma della Biblioteca Palatina di Heidelberg. Morì a Roma il 19 gennaio 1669.
Nella chiesa riposano anche il professore Demetrio Falareo, morto nel 1764, e il cardinale Acacio Coussa, morto nel 1962, figura della curia per le Chiese orientali. Andrea Busiri Vici, Pietro Gagliardi e Anselmo Coacci hanno lasciato qui la loro iconostasi ottocentesca. E poi generazioni di seminaristi arrivati dal Levante, dai Balcani, dall’Ucraina, che hanno visto Roma per la prima volta da questo tratto di via del Babuino.
Infine i benedettini, che dal 1897 guidano il Collegio e dal 1956 lo fanno attraverso i monaci di Chevetogne. È una scelta che dice molto sulla Chiesa del Novecento: affidare la formazione del clero cattolico orientale a una comunità nata per il dialogo con l’Ortodossia, invece che a un ordine missionario, significava rinunciare all’idea di convertire e scommettere su quella di incontrare. La chiesa di oggi riflette quella scelta.
Roma e i greci: le altre chiese da mettere in rete
La presenza greca a Roma è più antica di Sant’Atanasio di mille anni. Nel Medioevo la comunità greca aveva il suo centro intorno a Santa Maria in Cosmedin, nella zona che le fonti chiamano Schola Graeca, vicino al porto fluviale. Il nome stesso, Cosmedin, viene dal greco e indica ornamento. Chi vuole ricostruire la storia dei greci in città deve partire da lì e arrivare qui, cinque secoli dopo.
Per i secoli bizantini di Roma la tappa da non saltare è Santa Maria Antiqua al Foro, con gli affreschi dell’epoca in cui la città guardava a Costantinopoli. Per i mosaici di tradizione orientale funziona la Basilica di Santa Prassede. Sono luoghi che mostrano il legame artistico con l’Oriente in modo molto più diretto di quanto faccia la chiesa di via del Babuino, che è un’operazione politica del Cinquecento.
Poi c’è la rete delle chiese delle comunità, che è il vero filo di questa visita. San Biagio degli Armeni per la liturgia armena, Santo Stefano degli Abissini in Vaticano per gli etiopi, la chiesa russa ortodossa di Santa Caterina per chi vuole confrontare un rito bizantino ortodosso con quello cattolico di Sant’Atanasio. Tre liturgie orientali diverse, tutte raggiungibili in una settimana romana.
Sul versante delle nazioni cattoliche il giro si allarga: San Girolamo dei Croati, Sant’Antonio dei Portoghesi, San Luigi dei Francesi, Santa Maria dell’Anima per i tedeschi, Santa Maria in Monserrato per gli spagnoli. E per gli italiani delle altre regioni, Santo Spirito dei Napoletani e Santa Maria Odigitria, la chiesa dei siciliani con un titolo mariano di origine bizantina.
Come si arriva
La fermata della metropolitana più comoda è Spagna, sulla linea A. Usciti su piazza di Spagna si prende via del Babuino verso piazza del Popolo e in pochi minuti a piedi si trova la chiesa, riconoscibile dai campanili e dalla statua del Babuino. In alternativa si scende a Flaminio, sempre linea A, si passa sotto la Porta del Popolo e si imbocca la via dal lato della piazza.
In superficie diverse linee di autobus toccano via del Corso, piazzale Flaminio e le strade intorno al Tridente, ma le percorrenze cambiano spesso per lavori e deviazioni: controllate il percorso sul sito dell’azienda di trasporto pubblico prima di uscire. La domenica mattina, con le frequenze ridotte, la metro resta la scelta più sicura per arrivare puntuali alla liturgia delle 10.30.
In auto non pensateci. Via del Babuino si trova dentro la zona a traffico limitato del centro storico, i parcheggi in zona sono pochi e cari, e i varchi elettronici non perdonano. Se arrivate da fuori Roma lasciate la macchina a un parcheggio di scambio della metro A e fate l’ultimo tratto sottoterra. È più veloce e costa meno di una multa.
A piedi la chiesa è una tappa naturale di qualunque passeggiata nel Tridente, il sistema di tre strade che si apre a ventaglio da piazza del Popolo: via del Corso al centro, via di Ripetta verso il fiume, via del Babuino verso Spagna. In mezz’ora di cammino tranquillo si collegano la chiesa, piazza di Spagna e piazza del Popolo, e ci si ferma dove si vuole.
Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi
La chiesa è chiusa per la maggior parte della settimana fuori dalle celebrazioni, e il gestore non pubblica un orario di apertura per la visita turistica. Presentarsi un pomeriggio feriale e trovare il portone sbarrato è l’esperienza più comune di chi ci passa senza essersi informato. Non è trascuratezza: è una chiesa di collegio, officiata da una comunità che ha i propri ritmi di studio e di preghiera.
Le festività del calendario orientale possono non coincidere con quelle latine. La Pasqua celebrata secondo il calendario giuliano cade in alcuni anni in una data diversa dalla Pasqua cattolica latina, e le settimane intorno alle grandi feste hanno orari propri. Il Collegio ha diffuso negli anni calendari specifici per la Quaresima e per la festa del titolare. Chiedete prima, sempre, anche se avete già visto la chiesa aperta.
D’estate il Collegio segue il ritmo accademico delle università pontificie, e nei mesi in cui molti seminaristi rientrano nei paesi d’origine le celebrazioni possono ridursi. Il calendario estivo non è pubblicato. Se contate di andarci fra luglio e settembre la telefonata diventa ancora più necessaria, e conviene chiedere espressamente se nelle settimane centrali di agosto la chiesa resta aperta la domenica mattina.
Non aspettatevi servizi. Non ci sono pannelli esplicativi, non ci sono audioguide, non c’è un custode incaricato di accogliere i visitatori, non ci sono bagni aperti al pubblico. Il gestore non indica visite guidate proprie. Tutto quello che capirete dipende da quello che avete letto prima e da quello che vi racconterà, eventualmente, un seminarista disponibile alla fine della liturgia.
Sull’accessibilità il gestore non indica nulla. La chiesa si apre direttamente sul marciapiede, ma la presenza di gradini all’ingresso e la disposizione interna vanno verificate al telefono prima di muoversi. Chi si sposta in carrozzina o con un passeggino deve chiedere al Collegio se l’accesso è possibile e da quale porta, perché una dichiarazione pubblica sull’accessibilità della chiesa non risulta pubblicata.
Mangiare in zona
Il Tridente è una delle zone di Roma dove si mangia peggio in rapporto a quello che si spende, e lo dico senza snobismo: è la conseguenza di un flusso turistico enorme, di affitti commerciali altissimi e di una clientela che passa una volta sola. Ci sono indirizzi seri anche qui, ma bisogna saperli riconoscere, e i segnali che distinguono una trappola da una cucina onesta sono sempre gli stessi.
Primo segnale: il menù con le fotografie dei piatti, plastificato, tradotto in cinque lingue e piazzato su un leggio sul marciapiede. Un locale che deve mostrarvi l’immagine della carbonara si rivolge a chi non sa che cosa sia, e costruisce la sua cucina su un pubblico di passaggio. Quando il menù è diverso fra quello esposto fuori e quello che vi portano al tavolo, alzatevi e uscite.
Secondo segnale: la signora che tira la sfoglia in vetrina, sotto gli occhi dei passanti. È una scenografia, non un indizio di qualità. La pasta fresca fatta bene si prepara in cucina, al mattino, e non ha bisogno di pubblico. Terzo segnale: il buttadentro sulla porta che vi ferma per invitarvi a sedere. Chi deve procurarsi i clienti per strada non ha clienti abituali, e i clienti abituali sono l’unica garanzia.
Quarto segnale: le cucine aperte senza interruzione dalla mattina a mezzanotte. Una brigata vera ha una pausa, perché deve preparare e riposare. Quinto: le voci senza prezzo, come il pesce del giorno o il vino della casa, e i locali davanti ai monumenti che adattano il prezzo al cliente. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare. I romani in queste strade vanno a lavorare, e a pranzo mangiano altrove.
Il criterio è guardare chi è seduto. Se all’una di un giorno feriale ci sono impiegati, commessi dei negozi vicini e gente che parla romanesco, avete trovato. Per non andare a tentativi potete consultare la nostra lista dei posti dove mangiamo noi, che non è sponsorizzata e cambia quando cambiano i posti. La domenica, dopo la liturgia, prenotate prima di uscire di casa.
Che cosa abbinare in giornata
La combinazione più naturale è la domenica mattina fatta così: liturgia delle 10.30 a Sant’Atanasio, poi piazza di Spagna con la Fontana della Barcaccia, la scalinata e Trinità dei Monti in cima. Ai piedi della scala si trovano la Keats-Shelley House e la sala da tè storica di Babington’s, due presenze inglesi che raccontano un’altra comunità straniera del quartiere.
Chi va nella direzione opposta arriva a piazza del Popolo, con la basilica di Santa Maria del Popolo e i suoi Caravaggio, le chiese gemelle all’imbocco del Tridente e l’Obelisco Flaminio al centro. Da lì si sale al Pincio, una delle terrazze pubbliche che trovate nella nostra pagina sui punti panoramici di Roma.
Dal Pincio si entra in Villa Borghese, oppure si prosegue lungo il viale fino a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia, altra istituzione straniera che vive in città da secoli. Sul lato del fiume, a poca distanza, l’Ara Pacis, il Mausoleo di Augusto e la chiesa di San Rocco all’Augusteo chiudono il giro dell’antico.
Nello stesso tratto di via del Babuino, a pochi passi dalla chiesa, c’è la chiesa anglicana di All Saints: due confessioni e due riti che convivono sulla stessa strada da più di un secolo. Chi ama le chiese può aggiungere Sant’Andrea delle Fratte e la Basilica di San Lorenzo in Lucina, entrambe a un quarto d’ora di cammino.
Per le vetrine c’è via dei Condotti, che taglia il Tridente verso via del Corso, e per un caffè storico l’Antico Caffè Greco, che nonostante il nome non ha niente a che vedere con il Collegio. Il consiglio è non mettere tutto nella stessa mattina: il Tridente si gira bene in tre ore, oltre diventa una sfilata di vetrine.
Domande frequenti
Sant’Atanasio dei Greci si può visitare liberamente?
L’ingresso è libero e senza biglietto, ma il gestore, il Pontificio Collegio Greco, non pubblica un orario di apertura per la visita. La chiesa si apre di regola la domenica mattina per la divina liturgia e in occasione delle celebrazioni del Collegio. Per sapere quando trovarla aperta conviene telefonare al numero 06 36001261 o scrivere a rettore@collegiogreco.com.
A che ora è la liturgia della domenica?
I calendari pubblicati dal Collegio negli anni e gli aggregatori degli orari delle messe indicano la divina liturgia domenicale alle 10.30, con la chiesa aperta indicativamente fra le 9.30 e mezzogiorno. Il gestore non pubblica oggi un orario ufficiale sul proprio sito, e in Quaresima e nelle feste gli orari cambiano. Conviene sempre chiedere conferma il giorno prima.
È una chiesa ortodossa?
No. Sant’Atanasio dei Greci è una chiesa cattolica di rito bizantino, officiata dal Pontificio Collegio Greco, che forma il clero delle Chiese cattoliche orientali. La liturgia segue la tradizione bizantina, principalmente quella di San Giovanni Crisostomo, in lingua greca, ma la comunità è in piena comunione con Roma. La confusione nasce dall’iconostasi e dalla lingua.
Chi ha progettato la chiesa?
Il progetto è attribuito a Giacomo Della Porta, e la targa storica sulla chiesa cita lui. Alcune fonti affiancano Martino Longhi il Vecchio, con un ruolo che secondo alcuni fu di architetto esecutore e secondo altri di semplice perito per le stime dei lavori. La prima pietra fu posata il 23 novembre 1580 e la consacrazione avvenne il 2 maggio 1583.
L’iconostasi è antica?
L’iconostasi attuale è del 1876, costruita in muratura e stucco su progetto di Andrea Busiri Vici, con decorazioni di Pietro Gagliardi e dorature di Anselmo Coacci. Sostituì quella originale in legno dipinta da Francesco Trabaldese intorno al 1584, di cui restano frammenti nel refettorio del Collegio, ambiente non aperto al pubblico.
Si possono fare fotografie all’interno?
Il gestore non pubblica un regolamento sulle fotografie. Durante la liturgia è buona norma non fotografare e non usare il telefono, anche perché la chiesa è piccola e ogni rumore si sente. A chiesa vuota, dopo la celebrazione, conviene chiedere il permesso a chi è presente prima di scattare. La facciata si fotografa liberamente dalla strada.
Come si arriva con i mezzi pubblici?
La soluzione più semplice è la metropolitana linea A fino alla fermata Spagna, poi pochi minuti a piedi lungo via del Babuino in direzione di piazza del Popolo. In alternativa si scende a Flaminio e si entra dalla Porta del Popolo. La zona è a traffico limitato, quindi l’auto privata è sconsigliata e i parcheggi scarseggiano.
Che cosa c’entra la statua del Babuino con la chiesa?
La fontana del Babuino, costruita intorno al 1576 dal mercante Alessandro Grandi, si trova oggi a sinistra della chiesa, dove fu rimontata nel 1957 dopo ottant’anni nel cortile di palazzo Boncompagni. Il Sileno sdraiato, giudicato così brutto da sembrare una scimmia, ha dato il nome alla strada ed era una delle statue parlanti di Roma.
Chi ha scritto la pagina
La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari delle celebrazioni, contatti e modalità di accesso riportati qui risultano dalle fonti richiamate nel testo alla data indicata in apertura: trattandosi di una chiesa di collegio con calendario liturgico variabile, ricontrollateli prima di muovervi. Segnalateci quello che trovate cambiato.
Costruire una mattinata romana intorno a una liturgia orientale significa incastrare orari che non sono pubblicati, chiese che aprono solo per le funzioni, zone a traffico limitato e musei con fasce di ingresso prenotate, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.
Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, aeroporti, spostamenti fra Roma e le altre città, itinerari di più giorni che uniscono il centro storico con i Castelli, il litorale e le città d’arte del resto d’Italia, una risorsa utile per montare un viaggio complesso è Italy Planner.
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