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Babington’s Tea Room

Babington’s Tea Room si trova in piazza di Spagna 23-25, sul lato sinistro della scalinata guardandola dal basso, ed è una sala da tè privata gestita oggi dagli eredi della famiglia fondatrice: il sito della casa nomina Chiara e Rory, che la stampa romana identifica come Chiara Bedini e Rory Bruce. Non si paga un ingresso ma è richiesta almeno una consumazione a persona seduta. Si prenota il tavolo per telefono al numero 06 6786027, la posta del locale è tea@babingtons.com.

Aperta nel 1893 da due donne venute da lontano, una neozelandese e una inglese, è la sala da tè più antica di Roma ancora in attività con la stessa famiglia al comando. Il motivo per venirci non è una tazza di tè, che a casa costa meno. È sedersi in due stanze che hanno attraversato due guerre mondiali, il fascismo e la Dolce Vita senza cambiare mestiere, con la scalinata di Trinità dei Monti fuori dalla porta.

Orari, prezzi e canali di prenotazione riportati qui corrispondono alla verifica del 28 settembre 2026 sul sito ufficiale del locale, sui menu che il locale stesso pubblica e sulle altre fonti richiamate più avanti nel testo. I listini cambiano con le stagioni e il locale li aggiorna nei file del menu, quindi se venite con un budget preciso aprite il menu sul sito la mattina stessa, oppure chiedetelo al telefono prima di sedervi.

Sala del Babington's Tea Room a piazza di Spagna
Il Babington's Tea Room a piazza di Spagna. Foto di Orlando1312, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede

L’ingresso si trova al piano terra di un palazzo settecentesco color arancio che chiude il lato sinistro della Piazza di Spagna, proprio dove partono i primi gradini della Trinità dei Monti. Dall’altra parte della scalinata, sul lato opposto, c’è la Keats-Shelley House, la casa dove morì il poeta John Keats. Davanti, al centro della piazza, la Fontana della Barcaccia.

Da fuori si riconosce per l’insegna in lettere inglesi e per le vetrine basse sulla piazza. Dentro, gli ambienti sono due, uno di fronte all’altro, collegati da pochi gradini. Il locale racconta che quegli spazi erano le stalle del palazzo, ristrutturate da Francesco De Sanctis, lo stesso architetto a cui si deve la scalinata. È un’attribuzione che il gestore riporta nella propria storia e che conviene prendere per quello che è, cioè il racconto della casa.

L’arredo è quello che vi aspettate da un salotto britannico di fine Ottocento trapiantato a Roma: tavoli in legno scuro, sedie imbottite, cuscini, tende pesanti, porcellane, teiere placcate in argento. La stampa romana in lingua inglese, per esempio Wanted in Rome nel 2019, descrive proprio il servizio con le teiere d’argento. Le fondatrici volevano che tutto fosse britannico, dal cibo all’arredamento, e molti oggetti arrivavano via mare dall’Inghilterra, secondo quanto riporta la stampa specializzata del settore del tè.

Accanto alla sala c’è un piccolo negozio con le miscele della casa, le teiere, gli accessori e le confezioni regalo. Il locale vende anche online e dichiara spedizioni in tutto il mondo, e sul sito si trovano le linee di tè bianco, verde, nero, oolong, freddo e le tisane, oltre a una collezione che il gestore chiama I sette tè di Roma. Chi non ha tempo di sedersi può fermarsi al banco del negozio e basta.

Che cosa non si vede: non ci sono visite guidate, non c’è un museo interno, non ci sono pannelli che raccontino la storia. Il locale è un esercizio commerciale che lavora tutto il giorno, dalla colazione alla cena, e la storia la trovate nei muri e nei racconti del personale, se trovate un momento tranquillo per chiedere. Nelle ore di punta nessuno ha tempo per fare da guida, ed è giusto così.

Orari, prezzi e come si prenota

Il sito ufficiale indica questi orari: dal lunedì al giovedì dalle 9 alle 22.30, venerdì e sabato dalle 9 alle 23, domenica dalle 9 alle 22.30. Per le feste il locale pubblica chiusure precise: il 24 dicembre chiude in anticipo alle 18, il 25 dicembre resta chiuso, il 31 dicembre chiude in anticipo alle 18, mentre il 26 dicembre e il primo gennaio è aperto. Altri giorni di chiusura straordinaria non risultano pubblicati.

Non c’è un biglietto e non esiste una prevendita. La prenotazione del tavolo si fa per telefono al numero 06 6786027, che il sito indica accanto alla scritta prenota un tavolo. Il locale non pubblica un sistema di prenotazione online, e nemmeno regole per i gruppi o per le sale private: chi arriva con una comitiva deve chiamare e concordare. L’indirizzo di posta elettronica pubblicato è tea@babingtons.com, utile per le richieste che non hanno urgenza.

I prezzi li prendo dai due menu che il locale pubblica sul proprio sito, nei file dell’estate 2026 caricati a giugno di quest’anno. Una teiera di tè delle miscele classiche va da 13,50 a 14,50 euro. Due scones con i loro accompagnamenti costano 16 euro, il cream tea per due persone 52 euro. L’high tea costa 41 euro per una persona e 74 euro per due. Le torte e le crostate vanno da 11 a 15,50 euro.

Sul menu del cibo e delle bevande l’espresso è a 5,50 euro, il cappuccino a 9 euro, la cioccolata calda all’ottanta per cento a 14 euro. La colazione all’inglese completa costa 33 euro, le uova alla Benedict 29, il french toast 16,50. I club sandwich vanno da 20,50 a 26,50 euro. L’acqua minerale da tre quarti di litro costa 5,50 euro. Sui menu pubblicati non compaiono voci di coperto o di servizio.

Una regola va letta con attenzione, perché il locale la scrive in chiaro su entrambi i menu: è richiesta almeno una consumazione per ciascuna persona seduta. Tradotto, non si entra in quattro per ordinare due teiere. Se una persona del gruppo non ha fame, ordini comunque qualcosa, anche solo un’acqua. Sui tempi di permanenza al tavolo invece il gestore non indica limiti, e nella pratica nessuno vi mette fretta nelle ore tranquille.

Una curiosità sulla Babington’s Tea Room

Il nome sull’insegna porta con sé una storia di tradimento. Anna Maria Babington, la cofondatrice inglese, viene presentata dal locale come discendente di Anthony Babington, il giovane gentiluomo cattolico giustiziato nel 1586 per la congiura contro Elisabetta I. Fu proprio quella congiura, scoperta attraverso le lettere cifrate intercettate dai servizi della regina, a portare alla condanna di Maria Stuarda l’anno successivo. Un cognome pesante per una sala da tè.

Il paradosso si chiude tre secoli dopo. Fra le miscele della casa c’è una Royal Blend che Turismo Roma, il portale turistico del Comune, descrive come regalata alla regina Elisabetta II. Sul piano dei documenti c’è soltanto la presenza della miscela nel catalogo del locale. Il dono alla sovrana è un racconto che circola e che il portale riporta con prudenza, e va tenuto sullo stesso piano: tradizione della casa, non fatto provato.

Una seconda curiosità riguarda Isabel Cargill, l’altra fondatrice. Nata a Dunedin, in Nuova Zelanda, nel 1864, nipote del fondatore di quella città, per anni scrisse una rubrica intitolata Letters from Rome per un giornale neozelandese, l’Otago Witness. Mentre serviva il tè agli inglesi in piazza di Spagna, raccontava Roma ai lettori dall’altra parte del mondo. Una corrispondente dall’Italia prima ancora che una imprenditrice.

Terza e ultima. Il locale racconta che nel 1893 in Italia il tè si vendeva soltanto in farmacia. È un dettaglio che fa capire il rischio dell’impresa: due donne straniere, cento sterline di risparmi, un prodotto che gli italiani consideravano un rimedio. Il pubblico iniziale era la comunità anglosassone della città, non i romani, e ci vollero decenni perché il pomeriggio del tè diventasse un’abitudine anche per le famiglie locali.

Le due fondatrici e le cento sterline

Isabel Cargill e Anna Maria Babington erano due giovani donne, una neozelandese e una inglese, arrivate a Roma negli anni in cui la città diventava capitale di un regno giovane e si riempiva di stranieri. Il sito del locale dice che misero insieme cento sterline di risparmi per aprire una sala da tè e da lettura destinata alla comunità anglosassone. La parola lettura conta: era anche un luogo dove trovare i giornali di casa.

Il primo locale aprì in via dei Due Macelli, la strada che scende dalla piazza verso il Tritone. Il gestore racconta che il successo fu rapido e che dopo circa un anno la sala si trasferì in piazza di Spagna, nel palazzo accanto alla scalinata. La stampa e l’enciclopedia collegano quel primo successo alle celebrazioni romane del 1893 e 1894, fra giubileo episcopale di Leone XIII e nozze d’argento dei sovrani Umberto e Margherita.

Sulla divisione dei compiti fra le due donne le fonti dicono poco. Un racconto riportato da World Tea News nel 2020 descrive le fondatrici sedute a turno dietro il banco in cima ai tre gradini che separano la prima dalla seconda sala, con il loro cagnolino ai piedi, in una posizione da cui controllavano entrambe le stanze e la cucina. È un quadretto di famiglia, non un documento, ma spiega bene la pianta del locale.

Le due strade poi si separarono. Isabel sposò nel 1902 il pittore Giuseppe da Pozzo e nel 1904 nacque la figlia Dorothy. Anna Maria, secondo il racconto del locale, si trasferì in Svizzera per motivi di salute e vi morì nel 1929. In quegli anni difficili fu Annie, sorella di Isabel, a salvare l’attività investendo i propri capitali e rinnovando arredi, tende e cuscini. Senza di lei la storia si sarebbe fermata lì.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Babington’s Tea Room

Quasi tutti entrano, si siedono nella prima sala e non si accorgono che ce n’è una seconda. Il locale è fatto di due ambienti separati da pochi gradini, e la seconda sala è più raccolta, meno esposta al via vai della porta e alla luce della piazza. Se al telefono chiedete un tavolo, chiedete anche in quale sala. Non sempre sarà possibile scegliere, ma la domanda non costa niente.

La seconda cosa riguarda la miscela di punta. Il locale racconta che la sua Special Blend fu studiata su misura per l’acqua della Barcaccia, cioè per l’acqua che arriva in piazza di Spagna. È un dettaglio tecnico sensato, perché la durezza dell’acqua cambia il sapore del tè in modo evidente, e un tè tarato per un’acqua morbida a Roma rende diverso a Milano o a Londra. Resta però un racconto della casa, senza analisi pubblicate.

La terza cosa è che la sala da tè non è un bar. Chi arriva abituato al caffè al banco romano rimane spiazzato: qui ci si siede, si ordina al tavolo, si aspetta la teiera, si resta seduti. Il cameriere non vi porterà il conto dopo cinque minuti. È esattamente il contrario del caffè veloce, e chi lo capisce prima di entrare si gode l’ora che passa senza guardare l’orologio.

Ultima cosa che non vi dicono le guide. Il gatto disegnato sul logo ha un nome e una storia. Si chiamava Mascherino, era un randagio della piazza adottato dalle cameriere, che secondo il racconto del locale di notte girava per piazza di Spagna e di giorno dormiva sui cuscini delle sale. Fu Valerio, nipote della fondatrice, a disegnarlo. Da allora il gattino compare su teiere, scatole e sacchetti.

Il consiglio che ti do per visitare la Babington’s Tea Room

Venite di mattina presto, appena apre alle 9, oppure nel tardo pomeriggio di un giorno feriale fuori stagione. La piazza a quell’ora è ancora vivibile, la sala è tranquilla e il personale ha il tempo per spiegarvi le miscele. A metà pomeriggio di un sabato di primavera l’esperienza cambia completamente, e la stessa teiera, allo stesso prezzo, vale la metà perché la godete la metà.

Ordinate il tè, non il caffè. Sembra ovvio, ma è la scelta che separa chi esce contento da chi esce arrabbiato. Un espresso a 5,50 euro in piedi davanti alla scalinata è un cattivo affare ovunque, mentre una teiera da condividere, con gli scones e la panna, seduti per un’ora, ha un senso. Se volete il caffè romano, ci sono i banchi storici della città per quello.

Leggete il menu sul sito prima di entrare. Il locale pubblica i due listini completi in formato scaricabile e questo è un segno di trasparenza che nella zona non è scontato. Con il menu già letto non avete sorprese al conto, sapete che la consumazione minima è obbligatoria per ogni persona seduta e potete decidere se il cream tea per due a 52 euro vale la vostra giornata.

Telefonate per prenotare se venite in un fine settimana, nei giorni di festa o durante i ponti. Il numero pubblicato è lo 06 6786027. Non promette un tavolo sicuro, ma riduce le probabilità di restare in piedi fuori dalla porta. Nei giorni feriali di bassa stagione, al mattino, di solito si entra senza problemi, però il locale non pubblica dati sull’affluenza e conviene non fare conti precisi.

Un ultimo consiglio. Non entrate con i sacchetti degli acquisti di via dei Condotti ammucchiati sotto il tavolo e lo zaino sulla sedia accanto. Le sale sono piccole, i tavoli vicini, e l’ingombro rovina l’esperienza a voi e ai vicini. Fate prima la pausa del tè e dopo lo shopping, oppure lasciate le borse in albergo.

Che cosa si ordina: tè, scones e cucina all’inglese

La proposta segue il calendario di una giornata britannica. La mattina ci sono la colazione all’inglese, le uova in varie preparazioni, il bacon irlandese, il french toast, le brioche con burro e marmellate. Il locale dichiara che i dolci sono fatti in casa ogni mattina e che le ricette si tramandano in famiglia. A pranzo arrivano club sandwich, piatti con il salmone affumicato scozzese, e a seconda della stagione qualche piatto caldo.

Il pomeriggio è il momento per cui il locale è nato. Gli scones scozzesi arrivano in coppia con panna e marmellata, il cream tea mette insieme tè e scones, l’high tea aggiunge tramezzini e dolci su più livelli. Chi non vuole un pasto può limitarsi a una fetta di torta, per esempio la Victoria sponge che la stampa cita spesso, e a una teiera. È l’ordine più equilibrato fra spesa e resa.

Sul tè il catalogo è ampio. Ci sono le miscele classiche inglesi, come English Breakfast ed Earl Grey, i tè verdi, gli oolong, i bianchi, le tisane, e soprattutto le miscele della casa, la Special Blend e la Royal Blend. Se non sapete che cosa scegliere, chiedete la miscela della casa: è la ragione per cui il locale è ancora aperto, e l’unica cosa che non trovate uguale altrove.

Una nota per chi ha esigenze alimentari particolari. I menu pubblicati riportano le indicazioni sugli ingredienti, ma per allergie e intolleranze la cosa seria è chiedere al personale prima di ordinare, come in qualsiasi locale. Il gestore non pubblica una politica specifica sulle cucine separate, quindi chi ha una celiachia importante deve chiedere informazioni dettagliate e decidere di conseguenza, senza affidarsi a una sola parola del menu.

Due parole sul rito, per chi non è cresciuto con la teiera in tavola. Il tè in foglia va lasciato in infusione il tempo giusto, e il tempo giusto dipende dalla miscela: pochi minuti per i neri, meno per i verdi, che diventano amari se dimenticati. Se il personale vi porta la teiera con il filtro, chiedete quanto lasciarlo. È una domanda normale e nessuno vi guarderà storto per averla fatta.

Latte o limone? La tradizione britannica mette il latte nei tè neri robusti, come la colazione inglese, e il limone o niente nei tè più delicati. Il latte nel tè verde o nell’oolong è un errore che copre il sapore che state pagando. Lo zucchero è una scelta personale, ma assaggiate prima senza. Una miscela costruita per l’acqua di Roma merita almeno un primo sorso così come è.

Sugli scones esiste una piccola guerra che divide l’Inghilterra: prima la panna e poi la marmellata, oppure il contrario? Le due contee del sud ovest si contendono la risposta da generazioni, e il dibattito non ha un vincitore. A tavola da Babington’s nessuno vi controlla. Tagliate lo scone a metà con le mani o con il coltello, spalmate come preferite e mangiatelo a pezzi, non come un panino.

L’high tea, infine, non è una merenda leggera. Con tramezzini, scones e dolci su più piani, per molte persone sostituisce il pranzo o la cena. Se lo prendete alle cinque del pomeriggio, rinunciate alla cena, oppure dividetelo in due. È il modo più sensato per usare quei 74 euro: una sola ordinazione ben scelta al posto di tre consumazioni sparse durante la giornata.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Piazza di Spagna era il quartiere degli inglesi ben prima che arrivasse Babington’s. Fra Settecento e Ottocento la zona del Tridente ospitava viaggiatori del Grand Tour, artisti, scrittori e residenti britannici, tanto che i romani la chiamavano il ghetto degli inglesi. Il sito del locale usa proprio questa espressione per descrivere il contesto in cui le due fondatrici scelsero di aprire. Non fu un caso, fu una scelta di mercato.

Le tracce di quella comunità sono ancora tutte qui intorno. La casa di Keats dall’altra parte della scalinata, la chiesa anglicana di All Saints in fondo a via del Babuino, la Casa di Goethe sul Corso per il versante tedesco. E più lontano il Cimitero acattolico, dove sono sepolti Keats e Shelley.

Il secondo fatto noto e poco raccontato riguarda il riconoscimento pubblico. Turismo Roma, il portale del Comune, inserisce il locale fra le botteghe storiche di eccellenza della città, la categoria dedicata agli esercizi commerciali con una lunga continuità di attività e di arredi. Per un quadro di tutti i locali storici del centro, con i loro pregi e i loro limiti, si può partire dalla nostra pagina su caffè e botteghe storiche di Roma.

Il terzo fatto: a pochi metri si trova l’Antico Caffè Greco di via dei Condotti, l’altro grande locale storico della zona, frequentato dagli stranieri del Grand Tour molto prima che nascesse la sala da tè. Babington’s arrivò più di un secolo dopo e si prese una clientela diversa, quella che il caffè non lo beveva o non lo digeriva. Due mondi paralleli nella stessa manciata di strade.

La piazza fuori dalla porta

Uscendo dalla sala avete davanti uno degli spazi più famosi di Roma, e conviene sapere che cosa si guarda. La scalinata fu costruita fra il 1723 e il 1726 su progetto di Francesco De Sanctis per collegare la piazza alla chiesa della Trinità in cima al colle. I gradini si aprono e si chiudono in rampe e terrazzi, e da ogni pianerottolo la vista sulla piazza cambia. È un’architettura pensata per essere percorsa lentamente.

La fontana al centro è la Barcaccia, attribuita a Pietro Bernini con l’intervento del figlio Gian Lorenzo, a forma di barca che affonda. È alimentata dall’Acqua Vergine, la stessa che arriva alla Fontana di Trevi, e la bassa pressione dell’acquedotto spiega la vasca quasi a livello del suolo. La Special Blend della casa, secondo il racconto della famiglia, è tarata proprio su quest’acqua.

In fondo alla piazza, dalla parte opposta alla scalinata, inizia via dei Condotti, la strada dei negozi di moda che punta dritta verso il Corso. Sulla destra, guardando la scalinata, si apre il lato della piazza che porta verso il palazzo dell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, da cui la piazza prende il nome. Verso sud est si arriva in piazza Barberini, con la Fontana del Tritone, e al Palazzo Barberini.

Un’osservazione. La piazza è bella nelle prime ore del mattino e dopo il tramonto, e quasi impraticabile a metà pomeriggio nei mesi di alta stagione. Chi viene per la sala da tè può sfruttarlo: entrare quando fuori la folla è al massimo, e uscire quando la piazza si svuota. Un’ora seduti al tavolo è anche il modo migliore per lasciar passare il picco dei gruppi organizzati.

La foto giusta da fare alla Babington’s Tea Room

La foto da fare è quella dell’insegna, da fuori. Mettetevi sul primo gradino della scalinata, spostati verso sinistra, e inquadrate l’ingresso con le lettere inglesi in alto e l’angolo della scalinata che entra nel fotogramma. Quella composizione racconta tutto in un colpo: la sala da tè inglese, il travertino romano, i gradini di Trinità dei Monti. Al mattino presto, prima delle 9, la piazza è quasi vuota e la luce è morbida.

La seconda inquadratura è dalla fontana. Dalla Barcaccia guardate verso la scalinata e tenete il palazzo arancione sulla sinistra: il locale diventa un dettaglio del paesaggio della piazza, con la chiesa in cima. Funziona in verticale, con il campanile della Trinità che chiude il fotogramma in alto. Nel pomeriggio il sole arriva da ovest e illumina di taglio le facciate.

Dentro, la foto giusta è la tavola apparecchiata: la teiera, la tazza, gli scones con la panna, il gattino sulla porcellana. Scattatela dall’alto, appena vi servono, e poi mettete via il telefono. Evitate di fotografare le altre persone sedute, che sono clienti come voi e non fanno parte dell’arredamento. Se volete riprendere le sale vuote, chiedete al personale se è possibile in un momento tranquillo.

Evitate la foto frontale con il flash nella seconda sala. La luce è bassa, i legni scuri assorbono tutto e il flash appiattisce l’ambiente, restituendo un salotto qualsiasi. Meglio alzare la sensibilità e accettare un po’ di grana, oppure cercare la luce che entra dalle finestre sulla piazza. In una sala da tè la penombra fa parte del racconto e non va cancellata.

Gli anni della guerra: documenti, tradizione, leggenda

Quello che dicono le fonti più solide. Il locale scrive nella propria storia che la sala rimase aperta durante la prima guerra mondiale, pur con un brusco arresto degli affari, e che rimase aperta anche durante il fascismo e la seconda guerra mondiale, malgrado la politica anti inglese del regime, con l’insegna in inglese ben visibile. Isabel Cargill morì nel 1944 a Stra, in Veneto, e la gestione passò alla figlia Dorothy.

Sul mese della morte di Isabel le fonti non concordano. L’enciclopedia la colloca in aprile, la storia pubblicata anni fa dal locale parla di gennaio. Poco cambia per la sostanza: nel 1944, l’anno della liberazione di Roma, la sala da tè passò alla seconda generazione. Chi voglia fissare la data con precisione deve cercare nei registri di stato civile, e le fonti aperte al pubblico non bastano.

Quello che dice la tradizione. Il racconto della casa vuole che nelle sale sedessero, in stanze separate, sia gerarchi del regime sia esponenti dell’intellettualità antifascista. Un articolo del 2018 aggiunge che durante la guerra il personale mandava avanti la sala da solo, portando le proprie razioni per preparare da mangiare. World Tea News nel 2020 scrive che il locale chiuse soltanto per un breve periodo nei giorni della Liberazione.

Quello che è leggenda, o almeno racconto non verificabile. L’immagine del fascista e dell’antifascista che bevono il tè a pochi metri di distanza è perfetta per un romanzo, e per questo va presa con cautela. Nessuna fonte pubblica fa nomi, date o episodi precisi. Può essere vero, può essere una storia di famiglia arrotondata dagli anni. La lascio dove sta: piacevole da ascoltare, fragile come prova.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Nel 1893 Isabel Cargill e Anna Maria Babington aprono la sala in via dei Due Macelli. Circa un anno dopo si trasferiscono in piazza di Spagna 23, al piano terra del palazzo settecentesco accanto alla scalinata. Nel 1899, racconta il locale, la Guida Monaci, l’annuario commerciale della città, indica già la sala come l’indirizzo alla moda per una clientela scelta. In sei anni la scommessa era vinta.

Nel 1914 la guerra ferma gli affari ma non la sala. Nel 1929 muore in Svizzera Anna Maria Babington, e la sorella di Isabel, Annie, rimette in piedi il locale con i propri risparmi. Nel 1944 muore Isabel e la figlia Dorothy prende in mano la gestione. Nello stesso anno, a giugno, Roma viene liberata, e secondo la stampa di settore la sala chiude soltanto per pochi giorni.

Negli anni Cinquanta, con il successo di Cinecittà e la stagione della Dolce Vita, piazza di Spagna diventa una vetrina internazionale e la sala da tè ne approfitta. Alla fine degli anni Cinquanta viene adottato il gatto Mascherino. Valerio, figlio di Dorothy, disegna il logo con il gattino e crea a Londra la Special Blend che ancora oggi è la miscela della casa.

Nel 1993 la sala compie cento anni e il giornalista Beniamino Placido ne scrive la storia, che il locale cita ancora oggi. Nel 2018 arrivano i centoventicinque anni, festeggiati con articoli sulla stampa internazionale. Nel 2020, durante la pandemia, la sala chiude temporaneamente e punta sulla vendita online, con nuove linee di tisane. Oggi la guidano Chiara Bedini e Rory Bruce, che la stampa indica come la quarta generazione a partire da Isabel.

Chi è passato dalla Babington’s Tea Room

Le fondatrici, prima di tutto. Isabel Cargill, nata in Nuova Zelanda nel 1864, nipote del fondatore di Dunedin, moglie di un pittore, madre di Dorothy, corrispondente da Roma per un giornale del suo paese. Anna Maria Babington, inglese, che il racconto della casa lega alla famiglia di Anthony Babington, giustiziato per la congiura contro Elisabetta I. Due donne sole che nel 1893 aprirono un esercizio commerciale in una città straniera, cosa che allora nessuno dava per scontata.

Poi le generazioni della famiglia. Annie, la sorella di Isabel, che salvò l’attività negli anni della crisi. Dorothy, che la guidò dal 1944. Valerio, il figlio di Dorothy, che secondo il racconto della casa inventò il logo e la miscela di punta. Infine Chiara Bedini e Rory Bruce, che il sito presenta semplicemente come Chiara e Rory e che la stampa romana indica come gestori attuali ed eredi della famiglia.

Sui clienti celebri distinguo tre livelli. Documentato: il locale scrive di aver accolto famiglie reali e personaggi della cultura e dello spettacolo, senza fare nomi, e Turismo Roma aggiunge politici, giornalisti e imprenditori. Tradizione riportata dalla stampa: negli anni del cinema americano a Roma passavano di qui divi come Audrey Hepburn, Charlton Heston, Peter Ustinov e registi come Federico Fellini.

Leggenda: il racconto più ripetuto vuole che Richard Burton ed Elizabeth Taylor si incontrassero di nascosto in queste sale durante le riprese di Cleopatra, a Cinecittà, all’inizio degli anni Sessanta. Lo scrive un blog di viaggi nel 2018, lo ripetono molti altri, ma nessuna fonte porta una data, una fotografia o un racconto di prima mano. È una storia che il luogo si merita e che non si può dimostrare.

E poi c’è Mascherino, il gatto randagio della piazza che alla fine degli anni Cinquanta divenne la mascotte del locale. Non firmava autografi, ma è l’unico cliente abituale di cui la casa conosca il nome con certezza e che sia finito su ogni tazza. Chi passa da Babington’s oggi lo porta a casa stampato su una scatola di tè, ed è forse la presenza più documentata di tutte.

Il prezzo e l’esperienza: il giudizio della redazione

La posizione controcorrente è questa: Babington’s è caro, e per molti visitatori il rapporto fra quello che si spende e quello che si porta a casa non torna. Un cappuccino a 9 euro e un espresso a 5,50 sono prezzi che nessun romano paga volentieri. Chi entra per una colazione veloce prima di salire la scalinata esce con un conto da ristorante e la sensazione di essere stato spennato.

Non lo dico per scoraggiare, lo dico per indirizzare. Il prezzo qui non paga la bevanda, paga la sala, la posizione, la storia e il tempo. Se state seduti un’ora, con una teiera da condividere e gli scones, il conto ha una sua logica, come l’ha il biglietto di un piccolo museo. Se state dieci minuti, pagate la stessa cornice senza goderne, ed è lì che nasce la delusione.

Aggiungo una critica che faccio da professionista. La sala vive in parte sul racconto dei clienti famosi e degli anni della Dolce Vita, che però restano quasi tutti al livello della tradizione. Chi entra aspettandosi le foto con le dive alle pareti o un piccolo museo della memoria rimane deluso. È un locale di famiglia che lavora, non un luogo della memoria allestito, e va giudicato per quello che offre oggi.

Detto questo, un punto a favore va riconosciuto. Il locale pubblica i menu completi con i prezzi sul proprio sito, dichiara la consumazione minima in chiaro e non risulta applicare coperto o servizio nei listini. Nella piazza più turistica di Roma, dove le sorprese al conto sono frequenti, questa trasparenza è rara. Si paga molto, ma si sa prima quanto si paga. È già una forma di rispetto.

Quando andarci e che cosa non aspettarsi

I mesi più affollati in piazza di Spagna sono quelli della primavera e dell’inizio dell’estate, più i ponti e le feste. Il locale non pubblica dati sull’affluenza, ma la folla sulla scalinata è un buon termometro: se fuori è pieno, anche dentro sarà difficile trovare posto senza prenotazione. Novembre, gennaio e febbraio, nei giorni feriali, sono i periodi in cui la sala da tè torna a essere un salotto e non una sala d’attesa.

Non aspettatevi un bar veloce. Il servizio è al tavolo, i tempi sono quelli di una sala, e chi ha un treno fra mezz’ora deve scegliere un altro posto. Non aspettatevi nemmeno un luogo silenzioso nelle ore piene: le sale sono piccole, i tavoli vicini, e le voci si sommano. Il gestore non pubblica un codice di abbigliamento, e nella pratica si entra vestiti come per una passeggiata in centro.

Non aspettatevi prezzi da pasticceria di quartiere. I listini pubblicati sono quelli di un locale storico nella piazza più cara della città, e vanno letti prima di sedersi. Non aspettatevi neppure un museo: la storia della casa si racconta nei menu, sul sito e nelle parole di chi ci lavora, non su pannelli o vetrine. Chi arriva sapendo queste cose di solito esce contento, chi non le sa esce perplesso.

Aspettatevi invece un posto rimasto coerente con sé stesso per oltre centotrent’anni. Stessa piazza, stessa famiglia, stesso mestiere, stesso gatto sul logo. A Roma molti locali storici hanno cambiato proprietà, nome o funzione, oppure hanno chiuso. Questo ha tenuto la rotta con una ostinazione che si respira appena si entra, ed è la vera ragione per cui vale una sosta, prezzo compreso.

Come si arriva

La fermata della metropolitana è Spagna, sulla linea A. ATAC ha inaugurato il restyling della stazione nel dicembre 2024, e gli accessi pubblicati sono quello su piazza di Spagna, il corridoio di vicolo del Bottino e il collegamento con Villa Borghese. Dall’uscita su vicolo del Bottino alla sala da tè sono pochi minuti a piedi. Per orientarsi fra metro, biglietti e app si può leggere la guida su come muoversi a Roma.

A piedi la sala è raggiungibile da quasi tutto il centro storico. Dalla Fontana di Trevi si attraversa via del Tritone e si risale via dei Due Macelli, la strada della prima sede. Da piazza del Popolo si scende lungo via del Babuino. Da via del Corso basta imboccare via dei Condotti e andare dritti fino alla piazza.

Dall’alto, cioè da Trinità dei Monti e dal Pincio, si scende direttamente la scalinata e ci si trova davanti all’ingresso, sulla destra guardando la piazza dall’alto. È il percorso più piacevole se venite da Villa Borghese o dalla Villa Medici. Chi ha difficoltà con i gradini fa meglio ad arrivare dal basso, dalla metro o da via dei Condotti.

In automobile non ha senso. La piazza si trova dentro la zona a traffico limitato del centro, i parcheggi sono rari e costosi, e il taxi può lasciarvi solo nelle strade vicine. Se arrivate da fuori, lasciate l’auto in un parcheggio di scambio alla periferia e prendete la metro A. Sul fronte dell’accessibilità interna il gestore non pubblica indicazioni, e i gradini fra le due sale vanno considerati.

Che cosa abbinare nel Tridente

La combinazione più naturale è la mattina di arte e la pausa del tè nel pomeriggio. Si può partire da Santa Maria del Popolo, con i Caravaggio della cappella Cerasi, oppure dalle chiese gemelle della piazza, salire al Pincio, attraversare il viale fino a Trinità dei Monti e scendere la scalinata per la teiera. Tutto a piedi, senza fretta, in mezza giornata.

Chi ama la letteratura inglese ha un percorso già scritto: la Keats-Shelley House di fronte, la chiesa di All Saints in via del Babuino, e poi la sala da tè per chiudere. Chi preferisce l’architettura può salire in via Gregoriana per la Casa dei Mostri, con il portale a bocca spalancata, e fermarsi a Sant’Andrea delle Fratte con gli angeli di Bernini.

Sul versante degli altri locali storici, il confronto più istruttivo è con l’Antico Caffè Greco, poco lontano, e con i due grandi banchi del caffè dietro il Pantheon, il Caffè Sant’Eustachio e il Caffè Tazza d’Oro. Sono modelli opposti: al banco in piedi e in fretta i caffè, seduti e con calma la sala da tè. Vederli tutti nella stessa giornata spiega Roma meglio di molti libri.

Per chi ha tempo, vicino alla piazza ci sono due chiese legate a comunità straniere che pochi visitano. Sant’Atanasio dei Greci, in via del Babuino, è la chiesa di rito bizantino della comunità greca, e fa da contrappunto orientale alla chiesa anglicana della stessa strada. Più giù, verso il Corso, c’è la Basilica di San Lorenzo in Lucina, con la sua piazza tranquilla.

Se invece cercate le viste dall’alto, dalla terrazza del Pincio, dal sagrato di Trinità dei Monti e dall’obelisco del Pincio Roma si apre fino a San Pietro. La nostra pagina sui punti panoramici di Roma li raccoglie con orari e limiti. In direzione opposta, verso il Tevere, l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto sono a un quarto d’ora a piedi.

Mangiare in zona

Piazza di Spagna e le strade intorno sono uno dei punti di Roma dove è più facile mangiare male e pagare tanto. Non per colpa della zona, ma per il tipo di pubblico: milioni di visitatori di passaggio, che non torneranno e che non conoscono i prezzi della città. Per chi vive a Roma la regola è semplice: più ci si avvicina a un monumento famoso, più bisogna stare attenti a quello che si ordina.

Il primo segnale è il menu con le fotografie dei piatti, spesso plastificato e tradotto in cinque lingue. Un locale che deve mostrare l’immagine della carbonara parla a chi non sa che cosa sia, e sta costruendo la cucina su un pubblico che non tornerà. Il secondo segnale è la persona sulla porta che invita a entrare. Chi ha una clientela abituale non ha bisogno di fermare i passanti sul marciapiede.

Il terzo segnale è la signora che tira la sfoglia in vetrina, o addirittura sul marciapiede. È una scena studiata per fermare lo sguardo, non una garanzia. La pasta fresca fatta bene si prepara in cucina, al mattino, lontano dalla polvere della strada. Il quarto segnale sono i locali aperti di continuo, dalla mattina alla notte, senza una pausa della cucina: una brigata vera ha bisogno di riposare e di preparare.

Il quinto segnale riguarda i prezzi. I locali piazzati davanti ai monumenti tendono ad adattare il conto al cliente: voci senza prezzo sul menu, pesce del giorno a peso senza indicazione, menu diversi fra la carta esposta fuori e quella che vi portano al tavolo. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare, e se la risposta è vaga, alzatevi. Non è maleducazione, è l’unico modo per non pagare sorprese.

Perché i romani non mangiano in questi posti? Non per snobismo. Semplicemente conoscono i prezzi della città e sanno che a dieci minuti a piedi si mangia meglio e si spende meno. Il criterio è guardare chi è seduto: se a pranzo di un giorno feriale ci sono impiegati, commercianti e famiglie che parlano romanesco, si può entrare. Se ci sono solo turisti con la mappa in mano, meglio proseguire.

Per non andare a tentativi, tengo aggiornata una lista pubblica degli indirizzi che frequento davvero, a Roma e dintorni: la nostra lista dei posti dove mangiamo noi. Non è sponsorizzata e cambia quando cambiano i posti. Se volete restare alla sala da tè anche per il pranzo, il menu del locale propone piatti salati e club sandwich, con i prezzi pubblicati sul sito.

Domande frequenti

Dove si trova esattamente Babington’s Tea Room?

Babington’s Tea Room si trova in piazza di Spagna 23-25, 00187 Roma, al piano terra del palazzo settecentesco sul lato sinistro della scalinata di Trinità dei Monti guardandola dalla piazza. Dall’altra parte della scalinata c’è la Keats-Shelley House. La fermata della metropolitana più vicina è Spagna, sulla linea A, a pochi minuti a piedi dall’ingresso del locale.

Quali sono gli orari di apertura?

Secondo il sito ufficiale il locale apre tutti i giorni alle 9. Chiude alle 22.30 dal lunedì al giovedì e la domenica, alle 23 il venerdì e il sabato. Il 24 e il 31 dicembre chiude in anticipo alle 18, il 25 dicembre resta chiuso, il 26 dicembre e il primo gennaio è aperto. Altre chiusure straordinarie non risultano pubblicate dal gestore.

Bisogna prenotare?

Non è obbligatorio, ma il locale accetta prenotazioni per telefono al numero 06 6786027. Nei fine settimana, nei giorni di festa e nei periodi di alta stagione chiamare prima riduce il rischio di aspettare fuori. Il gestore non pubblica un sistema di prenotazione online né regole specifiche per i gruppi, che vanno concordate direttamente al telefono o per posta elettronica.

Quanto costa un tè da Babington’s?

Nel menu estate 2026 pubblicato dal locale sul proprio sito, una teiera delle miscele classiche costa fra 13,50 e 14,50 euro. Due scones con accompagnamenti costano 16 euro, il cream tea per due 52 euro, l’high tea 41 euro per una persona e 74 per due. È richiesta almeno una consumazione per ciascuna persona seduta, e nei listini non compaiono coperto o servizio.

Chi ha fondato la sala da tè e chi la gestisce oggi?

La sala fu fondata nel 1893 da Isabel Cargill, neozelandese, e Anna Maria Babington, inglese, con cento sterline di risparmi. Il primo locale aprì in via dei Due Macelli, e circa un anno dopo si spostò in piazza di Spagna. Oggi la gestiscono Chiara Bedini e Rory Bruce, che la stampa indica come eredi della famiglia fondatrice.

È vero che durante la guerra rimase aperta?

Il locale scrive nella propria storia di essere rimasto aperto durante entrambe le guerre mondiali e durante il fascismo, con l’insegna in inglese ben visibile nonostante la politica anti inglese del regime. La stampa di settore aggiunge che chiuse soltanto per un breve periodo nei giorni della Liberazione di Roma, nel giugno 1944. I racconti sui clienti di quegli anni restano al livello della tradizione.

Si può comprare il tè senza sedersi?

Sì. Accanto alla sala c’è un negozio con le miscele della casa, le teiere e gli accessori, dove si può acquistare senza consumare al tavolo. Il locale vende anche online sul proprio sito e dichiara spedizioni in tutto il mondo. Le miscele più richieste sono la Special Blend e la Royal Blend, oltre a una collezione dedicata ai sette tè di Roma.

Si può venire con i bambini?

Il locale non pubblica restrizioni sull’età dei clienti. Le sale però sono piccole, i tavoli vicini e l’ambiente è tranquillo, quindi funziona meglio con bambini che sanno stare seduti per il tempo di una merenda. Gli scones e le torte sono in genere graditi ai più piccoli. Ricordate che anche per i bambini seduti vale la regola della consumazione minima.

Chi ha scritto la pagina

La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, prezzi e modalità di prenotazione riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Trattandosi di un esercizio commerciale che aggiorna i listini con le stagioni, ricontrollateli prima di andare, e segnalateci quello che trovate cambiato.

Costruire una giornata nel Tridente significa incastrare i musei con gli orari che cambiano, le chiese che chiudono a pranzo, la folla sulla scalinata nelle ore centrali e una pausa che non vi rovini il budget, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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IndirizzoPiazza di Spagna 23 Roma Centro storico, Roma, Roma Città 00187

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