Obelisco Sallustiano
L’Obelisco Sallustiano è il monolito di granito rosso che svetta in cima alla scalinata di piazza di Spagna, davanti alla facciata della chiesa di Trinità dei Monti, ed è uno dei monumenti più fotografati di Roma da parte di gente che non sa quasi nulla di lui. Misura 13,91 metri di fusto e appartiene alla famiglia dei tredici obelischi antichi che svettano nelle piazze della città, ma si distingue da quasi tutti gli altri per una ragione che lo rende un caso quasi comico nella storia dell’arte: non fu portato dall’Egitto. Fu fabbricato a Roma, in età imperiale, da maestranze romane, e poi fatto incidere con geroglifici copiati pari pari dall’Obelisco Flaminio di piazza del Popolo. Il risultato è una lunga iscrizione che non dice niente: segni copiati male, alcuni rovesciati, altri privi di senso sintattico, messi insieme da scalpellini che li trattavano come si tratta un motivo decorativo, non come si tratta un testo. Un monumento antico che cita un altro monumento antico standogli a poche centinaia di metri di distanza, e sbagliando la citazione. Le righe che seguono raccontano da dove viene questo obelisco, perché porta il nome di uno storico romano del primo secolo avanti Cristo, come è finito rotto in due pezzi per trecento anni, perché un papa lo tenne buttato a terra per sessant’anni accanto al Laterano e chi lo rialzò, nel 1789, nel punto esatto dove lo vediamo oggi.
Dove si trova l’Obelisco Sallustiano e come arrivarci
L’Obelisco Sallustiano si trova in piazza della Trinità dei Monti, nel rione Campo Marzio, esattamente in cima ai gradini della scalinata che sale da piazza di Spagna: è il punto in cui la salita finisce e si apre il panorama sui tetti del centro storico. La piazza è un terrazzo naturale sul fianco del Pincio, allo sbocco di via Sistina e a pochi passi dall’ingresso di Villa Medici. Non c’è biglietto, non c’è cancello e non c’è orario: l’obelisco si trova in uno spazio pubblico all’aperto, visibile ventiquattro ore su ventiquattro, illuminato la sera.
A piedi dal centro storico
Dalla Fontana di Trevi si arriva in una decina di minuti risalendo via della Stamperia e poi via Sistina, un percorso che evita del tutto la scalinata e permette di arrivare in piazza della Trinità dei Monti dall’alto, senza salire un gradino. Da piazza del Popolo la strada più bella è quella che sale al Pincio lungo la rampa progettata da Giuseppe Valadier e prosegue sul viale panoramico fino a viale della Trinità dei Monti: è una passeggiata di venti minuti scarsi, quasi tutta in piano una volta superata la salita iniziale, e ha il vantaggio di collegare in un colpo solo l’obelisco di piazza del Popolo e quello di Trinità dei Monti, cioè l’originale e la sua copia. Dal Pantheon servono circa quindici minuti.
Con i mezzi pubblici
La fermata della metropolitana più vicina è Spagna, sulla linea A, che sbuca a pochi metri dai piedi della scalinata: da lì si sale a piedi, oppure si prende l’ascensore interno della stazione che porta direttamente verso l’alto, sul lato del Pincio, evitando i gradini. Chi preferisce l’autobus può servirsi delle linee che percorrono via del Tritone e scendere in piazza Barberini, a circa dieci minuti a piedi lungo via Sistina, oppure delle linee che risalgono via Veneto verso Porta Pinciana. Da Termini la soluzione più rapida è la metro A in direzione Battistini con discesa a Spagna: sono poche fermate e si resta sottoterra fino a un passo dalla meta.

Che cos’è davvero l’Obelisco Sallustiano: una copia romana, non un monumento egizio
L’Obelisco Sallustiano non è un obelisco egizio portato a Roma dai vincitori, ma un obelisco fabbricato a Roma in età imperiale a imitazione di quelli egizi: è il punto che distingue questo monumento da quasi tutti i suoi colleghi romani e che conviene chiarire subito, perché la maggior parte delle guide lo dà per scontato o lo salta del tutto. Non esiste un faraone che lo abbia commissionato, non esiste un tempio egiziano davanti a cui sia stato eretto e non esiste una nave onerarie che lo abbia trasportato attraverso il Mediterraneo. È, a tutti gli effetti, un manufatto romano che vuole sembrare egiziano.
Le misure: quasi quattordici metri di fusto
Il fusto misura 13,91 metri, una cifra concorde nelle schede del portale turistico di Roma Capitale e nei repertori sugli obelischi della città. Sull’altezza complessiva del monumento, cioè fusto più basamento moderno più la croce di coronamento, le fonti non concordano: il portale Turismo Roma indica circa 15,20 metri, mentre alcuni elenchi in lingua inglese riportano una cifra superiore ai trenta metri, che non corrisponde a quanto si osserva in piazza e che va con ogni probabilità attribuita a un errore di compilazione ripetuto poi da altri siti. Il dato solido, quello su cui si può contare, è la misura del fusto: poco meno di quattordici metri di granito. Per avere un termine di paragone immediato, l’Obelisco Flaminio da cui vennero copiati i segni supera i ventiquattro metri, quindi il Sallustiano è poco più della metà del suo modello.
Il materiale: granito rosso di Assuan
Il monolito risulta lavorato in granito rosso, la pietra delle cave di Assuan nell’Alto Egitto che i faraoni usavano per gli obelischi veri e che i romani continuarono a importare in grandi quantità per colonne, vasche e rivestimenti. Questo significa che, pur essendo il monumento un prodotto romano, la materia prima è autenticamente egiziana: il blocco venne cavato in Egitto, dove le cave erano ormai da tempo sotto controllo imperiale, e trasportato a Roma allo stato grezzo o parzialmente sbozzato. La lavorazione finale e l’incisione furono romane. È una distinzione sottile ma importante, perché spiega perché il Sallustiano abbia lo stesso aspetto materico degli obelischi antichi: la pietra è quella, il colore è quello, la grana è quella. A cambiare è chi ha tenuto in mano lo scalpello e che cosa sapeva di quello che stava incidendo.
Quando fu fabbricato: una datazione discussa
Sulla data di fabbricazione gli studiosi non hanno un appiglio epigrafico, perché l’iscrizione geroglifica, essendo copiata, non contiene nomi di committenti romani utilizzabili per una datazione. Le schede del portale turistico comunale collocano il manufatto genericamente fra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo. Una tradizione erudita più precisa, ripresa da diverse pubblicazioni divulgative, lo attribuisce all’imperatore Aureliano, che regnò fra il 270 e il 275 e che intervenne effettivamente sugli Horti Sallustiani con lavori di ampliamento: in questa ricostruzione l’obelisco sarebbe stato eretto per ornare il circo o ippodromo che faceva parte del complesso dei giardini. Va detto con chiarezza che si tratta di un’ipotesi ragionevole, non di un dato documentato: chi indica un anno preciso o un imperatore preciso sta scegliendo fra ricostruzioni alternative, non citando una fonte antica che lo affermi.
Perché un romano avrebbe voluto un obelisco finto
La domanda che viene naturale è perché mai, in una città che aveva già decine di obelischi egizi autentici trascinati fin lì con enormi sforzi logistici, qualcuno avrebbe dovuto farsene fabbricare uno nuovo. La risposta risiede nella differenza fra un monumento pubblico e un arredo privato. Gli obelischi egizi autentici arrivavano a Roma come trofei di stato ed erano collocati in luoghi pubblici di massima visibilità: il Circo Massimo, il Campo Marzio, i circhi imperiali. Un privato, o un imperatore che volesse abbellire una residenza di campagna dentro le mura, non poteva certo ordinare lo smontaggio di un obelisco da un tempio egiziano per portarselo nel giardino di casa. Farne fabbricare uno su misura, con la stessa pietra e la stessa forma, era la soluzione pratica: costosa, certo, ma infinitamente più semplice. Il Sallustiano nasce come arredo di lusso per un parco, non come monumento civico, e questo spiega tutto il resto, comprese le scorciatoie prese sull’iscrizione.
I geroglifici copiati dall’Obelisco Flaminio: la citazione sbagliata
I geroglifici incisi sulle quattro facce dell’Obelisco Sallustiano sono la copia, eseguita in età romana, dell’iscrizione che corre sull’Obelisco Flaminio oggi in piazza del Popolo, il monolito fatto erigere in Egitto dai faraoni Sethi I e Ramesse II e portato a Roma da Augusto nel 10 avanti Cristo. È un fatto riportato dal portale turistico di Roma Capitale e ripreso concordemente dai repertori sugli obelischi romani, e resta uno dei dettagli più sorprendenti dell’intero patrimonio monumentale della città.
Che cosa c’è scritto sull’obelisco: praticamente niente
La copia non fu fedele. Gli scalpellini che eseguirono il lavoro riprodussero i segni con errori sistematici: alcuni geroglifici risultano incisi in modo scorretto, altri sono capovolti rispetto al verso di lettura corretto, altri ancora sono stati resi come forme decorative prive di corrispondenza con un segno reale. Il risultato complessivo, come segnalano concordemente le fonti divulgative che si sono occupate del caso, è che il lungo testo che corre sull’obelisco di Trinità dei Monti non ha alcun senso compiuto: non è una frase egiziana mal copiata, è una sequenza di segni che non costituisce un enunciato leggibile. Chi si fermasse davanti al monumento immaginando di avere sotto gli occhi una preghiera al dio Amon o la titolatura di un faraone si sbaglierebbe di grosso. Ha sotto gli occhi un motivo ornamentale composto con l’alfabeto sbagliato.
Perché i romani copiavano segni che non sapevano leggere
Qui serve un chiarimento che evita di trattare i romani come degli sprovveduti, perché non lo erano affatto. La scrittura geroglifica, nel momento in cui l’Egitto entrò nell’orbita di Roma dopo il 30 avanti Cristo, era già una competenza ristretta e in via di estinzione, padroneggiata da una minoranza sempre più piccola di sacerdoti egiziani legati ai grandi santuari. Un architetto o uno scalpellino romano di età imperiale poteva avere visto centinaia di obelischi e non avere la minima idea di come si legga un cartiglio: esattamente come oggi una persona istruita può riconoscere al primo sguardo una scrittura araba o cinese senza saperne decifrare una sola parola.
Per la mentalità romana, del resto, i geroglifici non erano primariamente un testo. Erano un segno di sacralità, la marca visiva di una sapienza antichissima e misteriosa che l’Egitto rappresentava nell’immaginario mediterraneo. Gli autori antichi che ne parlano tendono a descriverli come simboli allegorici, figure che alluderebbero a concetti astratti per via di immagini, non come una scrittura che registra suoni e parole. Questa interpretazione simbolica, del tutto sbagliata dal punto di vista linguistico, sopravvisse per secoli e influenzò pesantemente il Rinascimento e il Seicento, quando eruditi come Athanasius Kircher scrissero interi volumi di traduzioni immaginarie basate proprio su quel presupposto. Incidere geroglifici su un obelisco romano, in questa cornice mentale, non era un falso: era applicare al monumento il repertorio decorativo e simbolico che gli competeva, come si mette un fregio dorico su un tempio dorico.
La decifrazione arriva solo nel 1822
Va tenuto presente un dato cronologico che cambia la prospettiva su tutta la vicenda: nessuno al mondo fu in grado di leggere i geroglifici dalla tarda antichità fino al 1822, quando Jean-François Champollion annunciò la decifrazione partendo dal confronto fra i testi della Stele di Rosetta, rinvenuta nel 1799. Significa che per circa quattordici secoli, dal declino delle scuole sacerdotali egiziane fino al pieno Ottocento, l’iscrizione del Sallustiano è stata indistinguibile da un’iscrizione autentica per chiunque la guardasse. Papi, cardinali, antiquari, architetti, viaggiatori del Grand Tour: tutti hanno ammirato una scritta priva di senso credendola un messaggio venuto dal fondo dei millenni. Il carattere fasullo del testo è diventato accertabile solo quando il monumento stava già da una trentina d’anni in cima alla scalinata.
Non tutti gli obelischi romani sono così
Sarebbe però un errore generalizzare, e vale la pena dirlo perché è la parte della storia che quasi nessuno racconta. Esistono a Roma obelischi fabbricati in età romana i cui geroglifici sono perfettamente sensati, perché furono composti da persone che la scrittura egiziana la conoscevano davvero. L’Obelisco Agonale, quello che Gian Lorenzo Bernini collocò sopra la Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona, è di età domizianea e porta un’iscrizione redatta appositamente, un inno che celebra Domiziano e i divinizzati Vespasiano e Tito: un testo romano scritto in geroglifici corretti. Lo stesso vale per l’obelisco legato alla memoria di Antinoo, oggi sul Pincio, il cui testo geroglifico racconta effettivamente la vicenda del giovane favorito di Adriano. La differenza dipende dal committente e nel cantiere: quando l’imperatore commissionava un obelisco e disponeva di sacerdoti egiziani capaci di comporre il testo, il risultato era corretto. Quando il lavoro veniva eseguito a Roma da maestranze locali per ornare un parco, si copiava quello che c’era a disposizione. Il Sallustiano appartiene alla seconda categoria, ed è per questo che rappresenta un caso limite: non è un obelisco egizio, non è nemmeno un obelisco romano con testo proprio, è la fotocopia venuta male di un monumento che si trovava a un chilometro di distanza.
Gli Horti Sallustiani, il giardino perduto che dà il nome all’obelisco
Il nome Sallustiano non viene dal luogo dove l’obelisco si trova oggi, ma dal luogo dove stava in antico: gli Horti Sallustiani, l’immensa proprietà verde che occupava la conca fra il Pincio e il Quirinale, grosso modo l’area compresa oggi fra via Veneto, via Salaria, via XX Settembre e il tratto delle mura aureliane verso Porta Salaria e Porta Pinciana. È uno dei grandi giardini scomparsi di Roma, cancellato quasi del tutto dall’urbanizzazione ottocentesca del quartiere Ludovisi, e l’obelisco è fra i pochissimi pezzi del suo arredo arrivati fino a noi in piedi.
Chi era Sallustio Crispo
Gaio Sallustio Crispo fu uno dei maggiori storici latini, autore della Congiura di Catilina e della Guerra giugurtina, opere che ancora oggi si leggono nei licei e che gli hanno garantito un posto stabile nel canone della letteratura romana. Fu anche, e questa parte la si racconta molto meno volentieri, un amministratore provinciale che accumulò una fortuna enorme durante il governo della Numidia e che con quel denaro comprò, dopo la morte di Cesare, la proprietà destinata a portare il suo nome. Il paradosso non sfuggiva già ai contemporanei: lo storico che nelle sue pagine denuncia con toni severissimi la corruzione morale della classe dirigente romana costruì il proprio giardino con i proventi di un incarico di governo in una provincia appena pacificata. Il suo ritiro dalla politica attiva e la successiva dedizione alla storiografia avvennero proprio in quella villa.
Dal giardino privato alla proprietà degli imperatori
Gli Horti non rimasero a lungo in mano privata. Attraverso una serie di successioni familiari passarono nel 21 dopo Cristo al patrimonio imperiale, sotto Tiberio, e da quel momento in poi furono una delle residenze suburbane a disposizione della corte. Vespasiano vi soggiornava di frequente, preferendola ai palazzi del Palatino. Nerva vi morì. Adriano e poi Aureliano vi condussero lavori di ampliamento e restauro che ne modificarono l’assetto, ed è in questa fase tarda che si colloca, secondo l’ipotesi più diffusa, l’erezione dell’obelisco. Il complesso comprendeva padiglioni, ninfei, terme, un tempio di Venere Ericina e un circo o ippodromo, cioè una pista allungata usata per le corse e per le passeggiate a cavallo: era proprio la spina di questo circo, secondo la ricostruzione più accreditata, il luogo per cui l’obelisco venne pensato, in evidente imitazione degli obelischi che ornavano la spina del Circo Massimo.
Una curiosità sull'Obelisco Sallustiano
La curiosità più sorprendente riguarda la punta: sopra un obelisco nato come arredo di un giardino pagano, inciso con geroglifici senza senso a imitazione di un culto egiziano, si trova oggi una croce cristiana che secondo la documentazione del portale turistico comunale contiene un frammento della Croce e reliquie di santi, insieme agli emblemi araldici del pontefice che lo fece erigere. È la stessa formula applicata due secoli prima da Sisto V, quando fece rialzare l’Obelisco Lateranense e l’Obelisco Vaticano, e mettervi in cima la croce come segno visibile di una vittoria simbolica del cristianesimo sul paganesimo. È una stratificazione che concentra in tre metri verticali duemila anni di storia religiosa mediterranea: pietra egiziana, forma faraonica, esecuzione romana pagana, iscrizione finta, coronamento cristiano con reliquia.
Una copia che ha avuto più fortuna dell’originale
C’è un secondo aspetto curioso, che riguarda il rapporto fra i due monumenti. L’Obelisco Flaminio, l’originale egizio da cui vennero copiati i segni, è un monumento importantissimo e più antico di oltre mille anni, ma si trova al centro di una piazza vastissima dove lo sguardo si disperde fra due chiese gemelle, una porta monumentale e tre strade che si aprono a tridente. Il Sallustiano, la copia sbagliata, occupa invece il punto più fotografato d’Italia, in cima a una scalinata che compare in decine di film e in milioni di fotografie l’anno. Se si misurasse la notorietà dei due obelischi in numero di immagini scattate, vincerebbe di gran lunga la copia. È un rovesciamento che vale la pena tenere a mente la prossima volta che si passa da piazza del Popolo e si guarda l’originale, molto più antico e molto meno inquadrato.
Una cosa che non ti dice nessuno sull'Obelisco Sallustiano
Il basamento antico dell’obelisco esiste ancora, non è andato perduto, e non si trova a Trinità dei Monti: è un enorme blocco di granito rosso che oggi giace, privo di qualunque indicazione, in un angolo dei giardini del Campidoglio, dopo essere stato per vent’anni il nucleo di un monumento del regime fascista. È una delle storie più assurde del patrimonio romano, e praticamente nessuna guida la racconta.
Un blocco da trenta tonnellate ritrovato in un giardino
La ricostruzione più circostanziata, raccolta dalle ricerche condotte sull’archivio della famiglia Boncompagni Ludovisi, colloca nel 1843 il ritrovamento del blocco durante lavori nei giardini di Villa Ludovisi: un parallelepipedo di granito rosso orientale di dimensioni imponenti, valutato attorno alle trenta tonnellate, riconosciuto come la base su cui in antico poggiava l’obelisco. Il blocco rimase nella villa finché l’intera proprietà non venne lottizzata e distrutta nella febbre edilizia che alla fine dell’Ottocento trasformò gli antichi giardini nel quartiere Ludovisi. Da lì il basamento passò a un deposito comunale, secondo le fonti presso il serbatoio idrico di via Volturno, dove rimase parcheggiato per circa un trentennio senza che nessuno sapesse bene cosa farne.
Da base di obelisco ad altare del regime
Nel 1926 il blocco venne trasportato ai giardini del Campidoglio e riutilizzato come corpo principale dell’Ara dei Caduti Fascisti, inaugurata il 28 ottobre, data scelta per coincidere con l’anniversario della marcia su Roma. Per circa vent’anni la base dell’obelisco degli Horti Sallustiani fu quindi un monumento politico del regime, coperto di iscrizioni e simboli. Alla caduta del fascismo il manufatto venne spogliato degli apparati aggiunti e semplicemente abbandonato dove si trovava. Oggi quel blocco giace in un angolo dei giardini capitolini, secondo le ricostruzioni pubblicate anche rovesciato rispetto al verso originario e con la superficie iscritta rivolta verso un muro, in una condizione che nessuna targa spiega al passante. Il risultato è che l’Obelisco Sallustiano, come oggetto storico completo, non esiste in nessun posto: il fusto a Trinità dei Monti, la base antica a due chilometri di distanza in un giardino pubblico, e le due parti non si sono più viste dal Settecento.
Il consiglio che ti do per visitare l'Obelisco Sallustiano
Il consiglio più utile riguarda l’ora e la direzione di arrivo: l’Obelisco Sallustiano si vede meglio e si fotografa meglio arrivando dall’alto, da via Sistina o dal viale del Pincio, nelle prime ore del mattino, quando la piazza è vuota e il sole basso da est illumina di taglio la facciata della chiesa e il fusto del monolito. Salire la scalinata a metà giornata in alta stagione significa invece arrivare in cima accaldati, in mezzo alla folla, e trovarsi davanti un obelisco controluce.
Cosa è vietato fare sui gradini
Un punto pratico che sorprende molti visitatori: sedersi sui gradini della scalinata di Trinità dei Monti non è più consentito. Il regolamento comunale sul decoro urbano, entrato in vigore alla fine degli anni Dieci e applicato con controlli regolari da parte della polizia locale, vieta di stazionare seduti sui gradini, di consumarvi cibi e bevande e di danneggiare in qualunque modo il monumento, con sanzioni pecuniarie previste per i trasgressori. Trattandosi di una norma soggetta ad aggiornamenti, conviene informarsi sulle disposizioni in vigore al momento della visita.
Come inserirlo in un itinerario sensato
L’obelisco non è una meta che giustifichi uno spostamento dedicato: è una tappa di pochi minuti dentro un percorso più ampio. Il suggerimento è di costruire una passeggiata che parta da piazza del Popolo per vedere l’Obelisco Flaminio, cioè il modello, salga al Pincio lungo le rampe del Valadier, percorra il viale panoramico costeggiando Villa Borghese, arrivi a Villa Medici e sbocchi finalmente a Trinità dei Monti davanti alla copia. In meno di un’ora di cammino si vedono nell’ordine giusto l’originale e la sua imitazione, e il monumento acquista un senso che da solo non avrebbe. Da lì si scende la scalinata verso la Fontana della Barcaccia e via Condotti.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Prima di arrivare a Trinità dei Monti, l’obelisco passò circa sessant’anni buttato a terra accanto alla basilica di San Giovanni in Laterano, dove era stato trasportato nel 1736 da un papa che voleva erigerlo lì e che poi ci rinunciò. È un episodio documentato, riportato dalle schede storiche sul monumento, e racconta una Roma settecentesca molto meno efficiente di quella che immaginiamo.
Il progetto abbandonato di Clemente XII
Il pontefice in questione fu Clemente XII, che nel 1733 chiese formalmente l’obelisco alla principessa Ippolita Ludovisi, sul cui terreno il monolito giaceva spezzato. Alla morte della principessa, avvenuta nel dicembre dello stesso anno, il papa impose la consegna al nipote ed erede Gaetano Boncompagni Ludovisi, sostenendo che le antichità di quel rango appartenessero alla Camera Apostolica in quanto doni del principe supremo: una rivendicazione di prerogativa sovrana sul patrimonio archeologico che dice molto sui rapporti fra papato e aristocrazia romana nel Settecento. L’idea era di erigere l’obelisco nella piazza di San Giovanni in Laterano, in un’area che il papa stava riorganizzando. Gli architetti consultati, però, lo dissuasero dal progetto, e il monolito, già trasportato sul posto e diviso in tronconi, rimase semplicemente lì.
Sessant’anni a terra accanto al Laterano
Il dato che colpisce è la durata dell’attesa. Dal trasporto del 1736 all’erezione definitiva passarono poco più di cinquant’anni, che diventano sessanta se si conta dal momento in cui Clemente XII avviò la pratica. Per tutto quel periodo l’obelisco restò a terra, esposto alle intemperie e a chiunque passasse, in un’area urbana che allora era molto meno frequentata di oggi. La storia dei grandi monumenti romani è piena di questi tempi morti, periodi lunghissimi in cui un pezzo eccezionale resta in deposito perché il progetto per cui era stato spostato è stato abbandonato e nessuno ne ha formulato un altro.
Pio VI e Giovanni Antinori: il papa e l’architetto che rialzarono tre obelischi
L’Obelisco Sallustiano venne eretto nella posizione attuale sotto il pontificato di Pio VI, al secolo Giovanni Angelo Braschi, per mano dell’architetto Giovanni Antinori, che condusse i lavori fra il 1787 e il 1789. Le fonti presentano una piccola divergenza su quale anno indicare come data dell’evento: alcune riportano il 1787, altre, fra cui i repertori sugli obelischi romani, indicano il 20 aprile 1789 come giorno dell’inaugurazione. La spiegazione più economica è che il 1787 corrisponda all’avvio del cantiere e il 1789 alla conclusione, e che le fonti che citano un anno solo stiano scegliendo uno dei due estremi. La data più frequentemente riportata come conclusione dei lavori resta il 1789.
Tre obelischi in sei anni
Il Sallustiano non fu un episodio isolato ma un tassello di un programma. Pio VI incaricò lo stesso Antinori di rialzare, nell’arco di pochi anni, tre dei grandi monoliti che giacevano inutilizzati nei depositi e nei cantieri romani: nel 1786 l’obelisco collocato in piazza del Quirinale, fra i colossi dei Dioscuri davanti al Palazzo del Quirinale; nel 1787 e 1789 il Sallustiano a Trinità dei Monti; fra il 1790 e il 1792 l’Obelisco di Montecitorio, il grande gnomone che Augusto aveva fatto portare dall’Egitto per la meridiana del Campo Marzio. Tre cantieri difficili in sei anni, condotti dalla stessa mano, che completarono e chiusero il grande disegno urbanistico avviato due secoli prima da Sisto V e dal suo architetto Domenico Fontana.
Chi era Giovanni Antinori
Antinori, nato a Camerino nel 1734 e morto a Roma nel 1792, ebbe una carriera tutt’altro che lineare. Figlio di un agrimensore, studiò matematica con il padre e poi architettura a Roma, alla Sapienza e all’Accademia di San Luca. Nel 1755 andò a Lisbona, chiamato a partecipare alla ricostruzione della città dopo il terremoto, e lì lavorò a progetti di rilievo prima di finire in carcere per ragioni che le fonti attribuiscono a invidie professionali o a intrighi politici. Ne uscì, secondo il racconto tradizionale, grazie all’aiuto di una donna portoghese che poi sposò. Tornato a Roma, entrò nelle grazie della famiglia Doria Pamphilj e arrivò infine a diventare l’architetto di riferimento del pontefice. Morì mentre dirigeva ancora il cantiere di Montecitorio, che fu portato a termine dal suo collaboratore Pasquale Belli; la sua sepoltura andò perduta quando la chiesa che la ospitava venne demolita nel 1929.
Perché un papa di fine Settecento rialzava obelischi egizi
La logica dell’operazione non era archeologica nel senso moderno del termine, e conviene dirlo per non proiettare all’indietro sensibilità che non c’erano. Rialzare un obelisco significava innanzitutto dotare uno snodo urbano di un segnale verticale visibile da lontano, un punto di fuga per le prospettive stradali e un riferimento per chi si orientava nella città: era urbanistica, prima ancora che tutela. In secondo luogo era un’operazione di propaganda: ogni obelisco rialzato portava lo stemma del papa che lo aveva fatto erigere e la croce che ne sanciva la riconsacrazione, e ricordava a chiunque passasse chi governava Roma e con quali mezzi. In terzo luogo, e non ultimo, era una prova di forza tecnica. Sollevare e mettere in piedi un monolito di parecchie decine di tonnellate con i mezzi disponibili alla fine del Settecento era un’impresa ingegneristica di prim’ordine, e la sua riuscita si celebrava pubblicamente come si celebra oggi l’inaugurazione di un’opera infrastrutturale.
Il piedistallo settecentesco su cui poggia oggi
Poiché la base antica era rimasta a Villa Ludovisi e non venne mai recuperata per l’occasione, Antinori dovette progettare per l’obelisco un piedistallo nuovo, concepito in funzione della piazza e della quota di osservazione. È un elemento che passa quasi sempre inosservato e che invece è decisivo per come il monumento funziona: il basamento rialza il fusto quel tanto che basta perché la punta si stacchi nettamente dal profilo della facciata della chiesa quando si guarda dal basso della scalinata, e perché l’insieme non venga schiacciato dalla massa dei due campanili. Chi osserva il monumento con attenzione capisce che la collocazione non è casuale ma il risultato di un calcolo prospettico preciso, condotto su una piazza in pendenza e su un punto di vista privilegiato, quello di chi sale.
La foto giusta da fare all'Obelisco Sallustiano
La foto che funziona meglio non è quella scattata dalla piazza in alto, dove l’obelisco finisce schiacciato contro la facciata della chiesa, ma quella presa da metà scalinata guardando verso l’alto, in modo che il fusto si stagli contro il cielo e i gradini in primo piano diano la scala e la profondità. È l’inquadratura che restituisce meglio la funzione per cui il monumento fu collocato lì: un segnale verticale pensato per chi sale.
Dal basso della scalinata, al mattino presto
Lo scatto classico si prende dai piedi della scalinata, in asse, con l’obelisco e la chiesa inquadrati insieme in cima. È un’immagine vista mille volte, ma diventa un’altra cosa se la si scatta prima delle sette e mezza del mattino, quando i gradini sono liberi e la luce radente da est accende la facciata. In quelle condizioni il monumento non compete con nessuno nell’inquadratura e la geometria della composizione, che è il vero soggetto, si legge in modo pulito.
Il dettaglio dei geroglifici
Un soggetto molto meno praticato e molto più interessante è il primo piano dei segni incisi. Serve un obiettivo che avvicini bene, perché l’iscrizione comincia già a un’altezza superiore a quella dell’osservatore, ma il risultato ripaga: si vedono le figure di uccelli, le linee orizzontali, i simboli geometrici, e con un minimo di attenzione si comincia a notare che alcuni segni hanno un verso diverso dagli altri, il che è esattamente il difetto che rende quell’iscrizione illeggibile. È la fotografia che dimostra, senza bisogno di didascalie, tutta la storia della copia sbagliata. La luce migliore per questo dettaglio è quella laterale del primo mattino o del tardo pomeriggio, perché il sole a picco appiattisce l’incisione e la fa sparire.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia dell’Obelisco Sallustiano si divide in due tronconi che non comunicano quasi per niente fra loro: quella del monolito, che comincia in età imperiale negli Horti Sallustiani e prosegue per quindici secoli a poche centinaia di metri da dove si trova oggi, e quella della piazza, che comincia alla fine del Quattrocento con l’arrivo dei francesi sul Pincio. Le due linee si incrociano una sola volta, nel 1789, e da allora coincidono.
410: il saccheggio che pose fine agli Horti
Il primo evento databile che riguarda direttamente il contesto dell’obelisco è il sacco di Roma del 410 dopo Cristo da parte dei Visigoti guidati da Alarico. Gli Horti Sallustiani, per la loro posizione nel settore nordorientale della città a ridosso delle mura, subirono danni gravissimi e non furono più ricostruiti. Le fonti divulgative collegano proprio a quell’evento, o comunque al periodo immediatamente successivo, la caduta dell’obelisco, che da quel momento restò a terra. Va segnalato che la connessione diretta fra il saccheggio e la caduta del monolito è una ricostruzione plausibile e ricorrente, non un fatto attestato da una fonte antica che descriva l’episodio.
Il Quattrocento e il Seicento: un rudere nel canneto
Le ricerche condotte sulla documentazione della famiglia Boncompagni Ludovisi hanno ricostruito che all’inizio del Quattrocento l’obelisco giaceva spezzato presso la propria base, in un’area incolta, e che rimase in due pezzi per circa tre secoli. Nel 1621 il cardinale Ludovico Ludovisi acquistò la proprietà dando origine alla Villa Ludovisi, e l’obelisco entrò a far parte del suo parco senza però ricevere particolari attenzioni. Fra il 1652 e il 1654 il gesuita Athanasius Kircher, il maggiore studioso di cose egiziane del suo tempo, lo descrisse come quasi interamente interrato e spezzato in due parti. È una testimonianza preziosa perché fissa lo stato del monumento a metà Seicento e perché viene da chi allora era considerato il massimo esperto europeo di geroglifici, con l’ironia supplementare che proprio Kircher, autore di traduzioni geroglifiche interamente immaginarie, si trovò davanti un’iscrizione che era già di per sé un falso.
1733 e 1736: la requisizione e il trasporto al Laterano
Nel 1733 Clemente XII avviò la pratica per ottenere l’obelisco dai Ludovisi e alla morte della principessa Ippolita, nel dicembre dello stesso anno, ne impose la consegna all’erede. Nel 1736 il monolito venne trasportato a San Giovanni in Laterano in vista di una collocazione che non avvenne mai. È l’evento che sradica definitivamente l’obelisco dal luogo per cui era stato fatto e che apre il lungo intervallo di abbandono già raccontato.
20 aprile 1789: l’erezione a Trinità dei Monti
La data che i repertori indicano come conclusione dei lavori di Antinori è il 20 aprile 1789, con la precisazione già fatta che altre fonti riportano il 1787, verosimilmente riferendosi all’avvio del cantiere. È il momento in cui l’obelisco assume la forma e la posizione che ha ancora oggi, con la croce e gli emblemi pontifici in cima e il piedistallo nuovo alla base. Vale la pena notare la coincidenza cronologica: pochi mesi dopo, il 14 luglio dello stesso anno, a Parigi sarebbe caduta la Bastiglia, e nel giro di un decennio Pio VI sarebbe morto prigioniero dei francesi a Valence. L’obelisco di Trinità dei Monti è, in senso stretto, una delle ultime grandi imprese monumentali della Roma papale di antico regime.
Chi è passato dall'Obelisco Sallustiano
Elencare chi è passato sotto l’Obelisco Sallustiano è impossibile, perché dal 1789 quel punto è uno dei più attraversati d’Europa. Si possono però ricostruire con precisione alcune categorie di persone che hanno avuto a che fare con il monumento in modo non casuale, e il risultato è una galleria che copre storici latini, gesuiti seicenteschi, papi, architetti, poeti inglesi e registi.
Sallustio, che non lo vide mai
Il primo nome della lista è paradossale: Gaio Sallustio Crispo, che dà il nome al monumento, morì nel 35 o 34 avanti Cristo, cioè prima che l’Egitto entrasse nell’orbita romana e almeno due secoli prima che l’obelisco venisse fabbricato. Lo storico non vide mai il monolito che porta il suo nome: lo devono alla sua proprietà, non alla sua committenza. È un caso interessante di come funzionano i nomi dei monumenti romani, che spesso registrano il proprietario del terreno e non l’autore dell’opera.
I viaggiatori del Grand Tour e i poeti inglesi
Dal Settecento in avanti l’area ai piedi della scalinata divenne il quartiere degli stranieri a Roma, in particolare degli inglesi, tanto che la zona veniva chiamata il ghetto degli inglesi. Il poeta John Keats morì nel 1821 in una stanza affacciata sulla scalinata, nell’edificio che oggi ospita la Keats-Shelley House: l’obelisco era già al suo posto da oltre trent’anni e chiunque salisse o scendesse quei gradini in quel periodo lo aveva davanti agli occhi. La generazione dei poeti romantici inglesi che frequentò Roma in quegli anni, e quella dei pittori e degli architetti nordeuropei che venivano a formarsi sui monumenti antichi, conobbe quindi il monumento nella sua veste definitiva, senza sapere che l’iscrizione che stavano ammirando non significava nulla.
Il cinema e i romani di oggi
Nel Novecento la scalinata e la piazza sono entrate stabilmente nell’immaginario cinematografico internazionale, fino a diventare uno degli sfondi riconoscibili a colpo d’occhio di qualunque film ambientato a Roma. Per i romani, invece, l’obelisco è soprattutto un punto di riferimento pratico: si dice su all’obelisco per indicare la sommità della scalinata, e il monumento funziona da luogo di appuntamento, da punto di orientamento e da confine mentale fra il centro dello shopping in basso e il quartiere residenziale del Pincio in alto. È una funzione modesta ma continua, che dura da oltre duecento anni.
Intorno all’obelisco: la chiesa, la scalinata, la piazza
L’Obelisco Sallustiano non si capisce isolato dal suo contesto, perché la sua collocazione attuale è il risultato di un progetto scenografico che coinvolge la chiesa alle sue spalle, la scalinata ai suoi piedi e la piazza in basso. Tutti e tre questi elementi hanno una storia propria, e tutti e tre sono più recenti del monolito.
La chiesa di Trinità dei Monti
La chiesa di Trinità dei Monti nacque come fondazione francese: nel 1495 il re Carlo VIII acquistò il terreno e finanziò l’insediamento dei religiosi dell’ordine dei Minimi di san Francesco di Paola, e i lavori di costruzione partirono nel 1502 sotto Luigi XII. L’edificio subì danni durante il sacco di Roma del 1527 e venne largamente rifatto a partire dagli anni Trenta del Cinquecento. La facciata con i due campanili simmetrici, elemento che caratterizza il profilo della piazza, fu completata nel 1584 e viene attribuita a Giacomo della Porta con la collaborazione di Carlo Maderno; la consacrazione avvenne nel 1585 sotto Sisto V. All’interno si conserva la Deposizione di Daniele da Volterra, dipinta attorno alla metà del Cinquecento e considerata uno dei capolavori della pittura romana del periodo, oltre ad affreschi di Perin del Vaga, degli Zuccari e di Cesare Nebbia. Dal 2016 la chiesa è officiata dalla Comunità dell’Emmanuele e mantiene il proprio legame istituzionale con la Francia.
La scalinata di piazza di Spagna
La scalinata attuale venne realizzata fra il 1723 e il 1726 su progetto dell’architetto romano Francesco De Sanctis, al termine di una vicenda lunghissima. Un lascito francese del 1660 aveva avviato i primi studi, fra cui un progetto riferito all’ambito di Gian Lorenzo Bernini, ma una controversia fra la Santa Sede e la Francia sulla titolarità dell’area bloccò tutto per decenni. Clemente XI bandì un concorso nel 1717, i lavori partirono sotto Innocenzo XIII e si conclusero sotto Benedetto XIII nel 1726. L’opera è comunemente descritta come composta da centotrentacinque gradini distribuiti su rampe che si allargano e si restringono alternativamente, con terrazze intermedie: una macchina scenografica barocca pensata per essere percorsa più che guardata. La scalinata è stata restaurata nel 1995 e di nuovo con un intervento avviato nell’ottobre 2015 e concluso con l’inaugurazione del 22 settembre 2016, finanziato da uno sponsor privato. Quando l’obelisco arrivò in cima, nel 1789, la scalinata era già lì da oltre sessant’anni, e il monolito venne collocato proprio per darle il fuoco verticale che le mancava.
Piazza di Spagna e la Barcaccia
Ai piedi dei gradini si apre piazza di Spagna, che prende il nome dal palazzo dell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, e al centro della piazza si trova la Fontana della Barcaccia, la fontana a forma di barca semiaffondata realizzata nel primo Seicento e attribuita a Pietro Bernini con la collaborazione del figlio Gian Lorenzo. Il complesso formato da fontana, scalinata, chiesa e obelisco costituisce una delle sequenze urbane più studiate nella storia dell’architettura, perché mostra come quattro interventi distribuiti su quasi due secoli, realizzati da committenti diversi e con obiettivi diversi, possano comporsi in un insieme che appare progettato in una volta sola.
Domande frequenti sull'Obelisco Sallustiano
Che cos’è l’Obelisco Sallustiano?
L’Obelisco Sallustiano è un obelisco di granito rosso alto 13,91 metri che si trova in cima alla scalinata di piazza di Spagna, davanti alla chiesa di Trinità dei Monti a Roma. A differenza della maggior parte degli obelischi romani non proviene dall’Egitto faraonico: fu fabbricato in età imperiale romana per ornare gli Horti Sallustiani, i giardini fra Pincio e Quirinale da cui prende il nome.
Perché i geroglifici dell’Obelisco Sallustiano non hanno senso?
I geroglifici dell’Obelisco Sallustiano non hanno senso perché furono incisi in età romana copiando l’iscrizione dell’Obelisco Flaminio di piazza del Popolo, e la copia venne eseguita male: alcuni segni risultano errati, altri capovolti. Gli scalpellini romani non sapevano leggere la scrittura egiziana e trattavano i segni come un motivo decorativo sacro, non come un testo da riprodurre correttamente.
Quanto è alto l’Obelisco Sallustiano?
L’Obelisco Sallustiano misura 13,91 metri di fusto, poco più della metà dell’Obelisco Flaminio da cui furono copiati i suoi geroglifici, che supera i ventiquattro metri. Sull’altezza complessiva comprensiva di piedistallo e croce le fonti non concordano: il portale turistico di Roma Capitale indica circa 15,20 metri, mentre alcuni elenchi riportano una cifra molto superiore che non corrisponde a quanto si osserva in piazza.
Si paga per vedere l’Obelisco Sallustiano?
Vedere l’Obelisco Sallustiano è completamente gratuito e possibile a qualsiasi ora del giorno e della notte, perché il monumento si trova in uno spazio pubblico all’aperto in piazza della Trinità dei Monti, senza recinzioni né biglietteria. L’unica cosa che richiede un controllo preventivo sono eventuali chiusure temporanee della piazza per lavori, manifestazioni o riprese, che il Comune comunica di volta in volta.
Come si arriva all’Obelisco Sallustiano con i mezzi pubblici?
All’Obelisco Sallustiano si arriva con la metropolitana linea A, fermata Spagna, che sbuca ai piedi della scalinata: da lì si salgono i gradini oppure si usa il collegamento verticale interno alla stazione verso l’uscita alta sul lato del Pincio. In alternativa si scende a piazza Barberini dagli autobus di via del Tritone e si percorre via Sistina, circa dieci minuti in piano.
L’Obelisco Sallustiano è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
L’Obelisco Sallustiano si può raggiungere senza affrontare la scalinata arrivando dall’alto, da via Sistina o dal viale del Pincio, dove il percorso è sostanzialmente in piano, oppure usando il collegamento verticale interno alla stazione Spagna della metropolitana. Gli impianti di risalita delle stazioni romane possono essere fermi per manutenzione senza preavviso, quindi conviene verificarne lo stato prima di partire.
Si può salire o toccare l’Obelisco Sallustiano?
Non si può salire sull’Obelisco Sallustiano né arrampicarsi sul suo basamento, e il regolamento comunale sul decoro urbano vieta anche di sedersi sui gradini della scalinata sottostante, di consumarvi cibi e bevande e di danneggiare il monumento, con sanzioni per i trasgressori. Fotografarlo è invece libero, sia di giorno sia di notte, trattandosi di uno spazio pubblico all’aperto.
Quanto tempo serve per visitare l’Obelisco Sallustiano?
Per l’Obelisco Sallustiano bastano dieci minuti, il tempo di girargli intorno e osservare da vicino i segni incisi sulle quattro facce. Aggiungendo la visita della chiesa di Trinità dei Monti si arriva a circa quaranta minuti, e includendo la discesa della scalinata con sosta a piazza di Spagna e alla Fontana della Barcaccia si completa comodamente in un’ora e mezza.
Dove si trovava l’Obelisco Sallustiano prima del 1789?
Prima del 1789 l’Obelisco Sallustiano giaceva a terra spezzato: rimase per secoli nei terreni degli antichi Horti Sallustiani, poi inglobati nella Villa Ludovisi, e nel 1736 venne trasportato a San Giovanni in Laterano da Clemente XII, che voleva erigerlo in quella piazza ma vi rinunciò. Restò lì abbandonato per circa sessant’anni, finché Pio VI non incaricò Giovanni Antinori di rialzarlo a Trinità dei Monti.
Un ultimo appunto per chi organizza la visita
L’Obelisco Sallustiano è una tappa breve che però cambia completamente di significato a seconda di come la si inserisce. Visto da solo, in mezzo alla folla di mezzogiorno, è un pezzo di granito in cima a una scalinata famosa. Visto dopo l’Obelisco Flaminio, nella stessa passeggiata, diventa il documento di un modo di guardare all’Egitto che ha attraversato duemila anni di cultura europea, fatto di fascinazione, fraintendimento e imitazione. È il tipo di monumento che non chiede tempo ma chiede contesto, e vale la pena darglielo.
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