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Obelisco di Montecitorio

L’obelisco di Montecitorio è il monolite di granito rosso che si alza al centro della piazza davanti alla Camera dei deputati, fra il Pantheon e piazza Colonna. È un obelisco egizio autentico, tagliato nelle cave di Assuan e innalzato a Eliopoli sotto il faraone Psammetico II fra il 595 e il 589 a.C., portato a Roma da Augusto nel 10 a.C. insieme all’obelisco che oggi si trova in piazza del Popolo. Quello che lo rende diverso da tutti gli altri obelischi romani è il mestiere che gli fu dato: non ornamento e non insegna di un circo, ma ago di uno strumento scientifico. Augusto lo piantò nel Campo Marzio come gnomone, cioè come asta che proietta l’ombra, di un enorme orologio solare tracciato sul terreno, l’Horologium o Solarium Augusti. Un pavimento di lastre di travertino con linee e lettere di bronzo dorato, grande quanto un isolato, su cui l’ombra della punta scriveva ogni giorno dell’anno la propria lunghezza. Poi l’obelisco cadde, si interrò, venne ritrovato a pezzi, rimase per secoli una promessa non mantenuta di papi e antiquari, e solo alla fine del Settecento tornò in piedi dove lo vediamo adesso. Su come funzionasse davvero quello strumento gli studiosi non sono affatto d’accordo, e le righe che seguono raccontano anche questo: la storia del monumento, la sua funzione astronomica, il rapporto discusso con l’Ara Pacis e con il Mausoleo di Augusto, i geroglifici che porta incisi, la caduta medievale, il ritrovamento settecentesco e la linea meridiana che oggi corre sull’acciottolato della piazza.

Una precisazione utile prima di cominciare: qui si parla dell’obelisco, non del palazzo. Chi cerca la storia dell’edificio, l’aula, il Transatlantico e le modalità delle visite alla sede parlamentare la trova nella scheda dedicata a Montecitorio e la Camera dei Deputati, che affronta il palazzo di Bernini e Carlo Fontana e il suo uso istituzionale. Qui si parla del monolite egizio, di quello che c’era intorno duemila anni fa e di quello che si vede oggi sulla pavimentazione della piazza.

Dove si trova l’obelisco di Montecitorio e come arrivare

L’obelisco di Montecitorio si trova in piazza di Monte Citorio, nel rione Colonna, davanti alla facciata convessa di Palazzo Montecitorio, a poche decine di metri da piazza Colonna e da via del Corso. La piazza è pedonale, all’aperto e liberamente accessibile in ogni momento della giornata: non c’è biglietto, non c’è orario, non c’è una porta da varcare.

L'obelisco di Montecitorio davanti al palazzo del parlamento
L'obelisco di Psammetico II, gnomone della meridiana di Augusto, oggi al centro di piazza di Montecitorio. Foto di jimmyweee, licenza CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

A piedi dal centro di Roma

Quasi tutti arrivano qui per caso, camminando. Dalla Fontana di Trevi bastano una decina di minuti scendendo verso via del Corso e infilando via dei Bergamaschi o via delle Muratte in direzione ovest. Dal Pantheon il percorso è ancora più breve, cinque o sei minuti passando per via della Maddalena e piazza Capranica. Da piazza Navona si cammina un quarto d’ora abbondante attraversando corso del Rinascimento e la zona di Sant’Eustachio. Da piazza di Spagna si scende per via dei Condotti fino al Corso e poi si gira a sinistra: una quindicina di minuti senza fretta.

Con i mezzi pubblici

La stazione della metropolitana più vicina all’obelisco di Montecitorio è Barberini, sulla linea A, da cui servono circa dieci minuti di cammino in discesa; poco più lontane, sempre sulla linea A, Spagna e Repubblica. Non esiste una fermata della metro sotto la piazza, e non c’è da aspettarsela: tutto il quadrante fra il Corso e il Tevere è privo di stazioni. Per gli autobus il riferimento naturale è il capolinea di piazza San Silvestro, a cinque minuti a piedi, e le linee che percorrono via del Corso e largo Chigi. I numeri delle linee romane cambiano con una certa frequenza per deviazioni e cantieri, quindi conviene controllare il percorso aggiornato sull’applicazione dell’azienda di trasporto il giorno stesso, anziché fidarsi di un elenco letto altrove.

Che cosa aspettarsi trovando la piazza

Piazza di Monte Citorio non è una piazza turistica nel senso abituale del termine. È lo spiazzo davanti a una sede parlamentare, e questo si vede: presidi delle forze dell’ordine, transenne che compaiono e scompaiono a seconda dei lavori dell’aula, furgoni delle televisioni con le antenne alzate, giornalisti che aspettano dichiarazioni sui gradini. Nei giorni di sedute delicate lo spazio intorno all’obelisco può essere parzialmente interdetto: non è un problema per guardare il monumento, che resta sempre visibile, ma lo è per chi conta di fotografarlo senza nessuno intorno.

Che cos’è l’obelisco di Montecitorio: un monolite egizio con due vite

L’obelisco di Montecitorio è un monolite di granito rosso di Assuan alto 21,79 metri, che raggiunge i 33,97 metri contando il basamento moderno e il globo di bronzo che lo sormonta. Fu fatto tagliare e incidere dal faraone Psammetico II, della XXVI dinastia saitica, che regnò fra il 595 e il 589 a.C., e fu innalzato nel santuario del dio solare Ra a Eliopoli, la città sacra a nord est dell’attuale Cairo. Ha quindi avuto due vite separate da quasi sei secoli: una egizia e una romana, e la seconda gli ha dato un mestiere che la prima non prevedeva.

Le misure e il perché delle cifre che non tornano

Chi confronta più fonti trova numeri diversi e vale la pena spiegare perché. La misura del solo fusto di granito, quella che conta dal punto di vista archeologico, è di 21,79 metri. L’altezza complessiva del monumento come lo vediamo oggi, comprensiva del piedistallo settecentesco e della sfera bronzea, è di 33,97 metri. Alcune schede divulgative, compresa la voce dell’enciclopedia libera in italiano, danno una cifra tonda di 30 metri, che non corrisponde né all’una né all’altra e sembra un arrotondamento di comodo: conviene diffidarne. Sul peso le stime correnti si aggirano intorno alle duecento tonnellate abbondanti, ma sono calcoli su volume e densità del granito, non una pesata: vanno presi come ordine di grandezza.

I geroglifici di Psammetico II

Sui quattro lati del fusto corrono colonne di geroglifici incise per Psammetico II, e sul piramidione ce ne sono altre. I testi sono formule di dedica regale del tipo consueto nella tradizione egizia: il sovrano vi compare con il suo nome di incoronazione, Neferibra, e con il nome di nascita, Psammetico, ed è detto amato da Ra Harakhti, il dio solare nella forma del falco dell’orizzonte, e da Atum signore di Eliopoli. Il piramidione porta formule di augurio di vita, salute e dominio eterni. Sono iscrizioni che parlano di sole, e questo è un punto tutt’altro che secondario: quando Augusto scelse proprio questo monolite per farne l’ago del suo strumento solare, prese un oggetto già dedicato al sole e lo consacrò di nuovo al sole, con una continuità che i contemporanei colti erano perfettamente in grado di leggere.

Le traduzioni dei geroglifici che circolano in rete sono spesso tentativi di appassionati e non edizioni scientifiche: il senso generale è concorde, la resa parola per parola no. Per un testo affidabile occorrono le edizioni epigrafiche specialistiche.

L’iscrizione latina di Augusto

Sulla base, su due lati, corre l’iscrizione fatta incidere da Augusto, registrata nel Corpus Inscriptionum Latinarum come CIL VI 702. Il testo latino, sciolto dalle abbreviazioni, dice che l’imperatore Cesare Augusto, figlio del divo Giulio, pontefice massimo, acclamato imperatore per la dodicesima volta, console per l’undicesima, investito della potestà tribunizia per la quattordicesima, avendo ridotto l’Egitto in potere del popolo romano, diede questo dono al Sole. Sono poche righe, ma dicono tre cose contemporaneamente: che l’Egitto è stato conquistato, che il monumento è bottino di guerra trasformato in offerta religiosa, e che il destinatario dell’offerta è il Sole. La stessa formula compare sul gemello di piazza del Popolo.

L’Horologium Augusti: un orologio solare grande quanto un quartiere

L’obelisco di Montecitorio fu innalzato nel Campo Marzio nel 10 a.C. come gnomone del Solarium Augusti, chiamato anche Horologium Augusti, uno strumento solare tracciato sul terreno le cui dimensioni sono state stimate, nella ricostruzione più diffusa, in circa 160 metri per 75. La superficie era lastricata di travertino, e sulle lastre correvano linee e lettere di bronzo dorato che segnavano i giorni, i mesi, le stagioni e i segni dello zodiaco. L’idea era semplice e monumentale insieme: l’ombra della punta dell’obelisco, scorrendo sul pavimento, indicava a chiunque passasse a che punto dell’anno si trovava la città.

Come funzionava, in linea di principio

Il principio è quello di ogni gnomone. Un’asta verticale proietta un’ombra la cui lunghezza a mezzogiorno cambia giorno per giorno: minima al solstizio d’estate, massima a quello d’inverno. Se si segna a terra una linea diretta da sud a nord e la si gradua, l’estremità dell’ombra a mezzogiorno cade ogni giorno in un punto diverso, e quel punto dice la data. È il funzionamento di una linea meridiana, strumento che i secoli successivi avrebbero usato nelle cattedrali europee per fissare la data della Pasqua.

La differenza fra una linea meridiana e un orologio solare completo è sostanziale. La prima misura una sola cosa, il mezzogiorno vero e la posizione stagionale del sole. Il secondo richiede un reticolo di linee orarie che permetta di leggere l’ora anche lontano da mezzogiorno. La domanda su quale dei due fosse il monumento di Augusto è esattamente il punto su cui gli studiosi non concordano, e ci torneremo.

La sfera dorata sulla punta

Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, scrive che sulla punta dell’obelisco fu aggiunta una sfera dorata perché l’ombra si raccogliesse su sé stessa invece di sfrangiarsi in modo confuso, e aggiunge che l’idea sarebbe venuta osservando l’ombra prodotta da una testa umana. È un dettaglio tecnico corretto: la punta acuta di un obelisco alto più di venti metri produce a terra un’ombra sfumata e illeggibile, mentre un corpo sferico dà un’ombra la cui parte centrale resta definita. È la stessa ragione per cui le meridiane monumentali moderne usano un foro gnomonico anziché una punta. Sempre Plinio attribuisce l’ingegno del progetto a un matematico chiamato Facondo Novo, nella forma latina Facundus Novus, figura di cui non sappiamo praticamente nient’altro: chi lo descrive come astronomo di corte o come greco alessandrino aggiunge qualcosa che il testo antico non dice.

A che cosa serviva davvero

Una delle spiegazioni più concrete della funzione dello strumento è di ordine calendariale. La riforma del calendario voluta da Giulio Cesare nel 46 a.C. era stata applicata male dai pontefici nei decenni successivi, inserendo il giorno bisestile ogni tre anni anziché ogni quattro, con un accumulo progressivo di errore che Augusto corresse attorno al 9 a.C. sospendendo per qualche ciclo gli anni bisestili. Uno strumento capace di fissare con precisione il giorno degli equinozi e dei solstizi serviva a verificare pubblicamente che il calendario fosse tornato in fase con il cielo. Questa lettura, sostenuta fra gli altri dallo studioso di gnomonica Paolo Albèri Auber nei Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, dà al monumento un significato molto meno esoterico e molto più amministrativo di quanto la vulgata suggerisca: l’imperatore che rimette a posto il tempo della città.

Uno strumento che smise presto di funzionare

Sempre Plinio, poche righe dopo, annota che da circa trent’anni le osservazioni non corrispondevano più, e propone varie spiegazioni: un mutamento nel corso del sole, uno spostamento della terra, i terremoti che avevano storto lo gnomone, le inondazioni del Tevere che avevano fatto assestare il terreno sotto il peso del monolite. Considerando che Plinio scriveva negli anni Settanta del primo secolo, lo strumento avrebbe cominciato a sballare già intorno agli anni Quaranta, cioè meno di cinquant’anni dopo l’inaugurazione. È una delle informazioni più preziose che abbiamo, perché apre la strada a tutte le domande sul rifacimento successivo del pavimento.

Meridiana o orologio? Il dibattito che gli studiosi non hanno chiuso

Sul funzionamento reale dell’Horologium Augusti la comunità scientifica è divisa da oltre quarant’anni, e chiunque racconti la vicenda come se fosse risolta sta semplificando. La ricostruzione che ha reso celebre il monumento, quella dell’archeologo tedesco Edmund Buchner pubblicata fra gli anni Settanta e Ottanta, è stata contestata in quasi tutti i suoi punti principali, ma non è stata sostituita da un’altra ricostruzione altrettanto condivisa. Quello che segue è il quadro delle posizioni, non una conclusione.

Gli scavi di Buchner e la sua ricostruzione

Edmund Buchner, direttore dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, condusse fra il 1979 e il 1980 uno scavo in condizioni difficilissime nelle cantine di uno stabile di via di Campo Marzio, al numero 48, scendendo a una profondità di parecchi metri sotto il livello stradale attuale. Ne emerse un tratto di pavimentazione in lastre di travertino con una linea di bronzo incassata e lettere greche in bronzo che indicano i nomi dei segni zodiacali, fra cui il Leone e la Vergine, e formule stagionali come l’indicazione dell’inizio dell’estate. È il ritrovamento chiave: senza quel lacerto di pavimento, dell’Horologium avremmo solo le righe di Plinio.

Buchner ricostruì su queste basi un impianto enorme, articolato non solo in una linea meridiana ma in un reticolo di linee orarie, e propose che lo strumento fosse concepito in rapporto figurato con l’altare della Pace e con il Mausoleo dinastico, come parte di un unico programma augusteo del Campo Marzio settentrionale. La sua tesi più celebre, e più contestata, riguarda l’allineamento con l’Ara Pacis: il 23 settembre, giorno del compleanno di Augusto, l’ombra dell’obelisco sarebbe penetrata fin dentro l’altare, congiungendo simbolicamente il sole, il princeps e la pace.

Le obiezioni: Schütz, Heslin e la questione della quota

La prima grande obiezione arrivò dalla fisica. Negli anni Novanta Michael Schütz mostrò con i conti alla mano che l’ombra dell’obelisco, alla latitudine di Roma e in quel giorno dell’anno, si sarebbe esaurita ben prima di arrivare all’Ara Pacis, e che l’allineamento descritto da Buchner non poteva verificarsi nella forma proposta. Schütz avanzò inoltre una data alternativa di interesse simbolico, il 21 aprile, giorno dei Parilia e anniversario tradizionale della fondazione di Roma.

L’obiezione più radicale è quella di Peter Heslin, in un articolo del 2007 sul Journal of Roman Studies dal titolo eloquente: sul cosiddetto Horologium Augusti. Heslin sostiene due tesi. La prima è che il monumento di Augusto non fosse un orologio ma una semplice linea meridiana: Plinio, osserva, descrive uno strumento fatto per seguire il cammino del sole da solstizio a solstizio, cioè per misurare la lunghezza dei giorni, non per leggere le ore. La seconda riguarda la quota. Il pavimento scavato da Buchner si trova a un livello troppo alto per essere quello augusteo, e i materiali ceramici trovati al di sotto lo datano in età flavia: sarebbe quindi un rifacimento di Domiziano, coerente con la notizia pliniana che l’impianto originale aveva smesso di funzionare. Se Heslin ha ragione, il pavimento che tutti citano come prova dell’orologio di Augusto è di quasi un secolo più tardi, e ricostruire da quello l’impianto augusteo è un salto logico.

Su questo punto la voce enciclopedica italiana registra che l’ipotesi di un horologium capace di segnare tutte le ore non è più sostenuta da nessuno, il che è forse una formula troppo netta per una questione ancora aperta, ma rende l’idea di quanto la ricostruzione di Buchner sia stata ridimensionata.

La simulazione digitale di Frischer

Il capitolo più recente della vicenda è tecnologico. Bernard Frischer, archeologo virtuale dell’Università dell’Indiana, ha ricostruito in tre dimensioni il Campo Marzio augusteo e vi ha applicato le effemeridi del sistema Horizons del Jet Propulsion Laboratory della NASA, che permette di calcolare la posizione degli astri in qualunque data del passato. Il risultato, pubblicato nel 2017 su Studies in Digital Heritage, conferma che Buchner sbagliava sul punto centrale: l’ombra non arrivava al centro dell’altare. Frischer però non liquida l’intenzionalità del rapporto fra i due monumenti: la sua simulazione individua, il 23 settembre, l’ombra della sfera che cade sui gradini della fronte occidentale dell’Ara Pacis, e il fenomeno si ripete per alcuni giorni consecutivi. Lo stesso lavoro segnala oltre duecento allineamenti solari e d’ombra mai notati prima, distribuiti su gran parte dell’anno.

Il 9 ottobre e il sole sulla punta

Fra questi allineamenti ce n’è uno che ha attirato particolare attenzione: guardando l’obelisco da un punto preciso della via Flaminia, in corrispondenza dell’Ara Pacis, il disco del sole andava a posarsi esattamente sulla cuspide il 9 ottobre, giorno della festa annuale di Apollo Palatino. Il dettaglio si concilia bene con la dedica incisa sulla base, che è al Sole e non alla Pace, e con la devozione personale di Augusto ad Apollo, al cui tempio sul Palatino il principe aveva annesso la propria casa e trasferito i Libri Sibillini. È una lettura suggestiva, e va detto che dipende interamente dalla correttezza del modello tridimensionale: cambiando anche di poco la quota del suolo antico o la posizione dell’obelisco, le date cambiano.

Perché la questione non si chiude

Il nodo è che quasi tutti gli elementi decisivi mancano. Non sappiamo con certezza la quota esatta del piano di calpestio augusteo, non conosciamo la posizione precisa dell’obelisco antico se non per approssimazione, non abbiamo che un frammento della pavimentazione, e l’Ara Pacis non si trova più dove sorgeva: fu smontata e ricomposta nel 1938 accanto al Mausoleo di Augusto, a qualche centinaio di metri dal luogo originario e con un orientamento diverso. Ogni ricostruzione dell’allineamento deve quindi ricollocare mentalmente l’altare al suo posto, e il risultato dipende da come lo si ricolloca. Le ricerche condotte nelle fondamenta della basilica di San Lorenzo in Lucina, dove si sperava di trovare altri tratti del pavimento, non hanno dato esiti risolutivi. Finché non si scava altro, e sotto il centro di Roma scavare significa mettere in discussione interi isolati abitati, il dibattito resta quello che è: aperto.

Una curiosità sull'Obelisco di Montecitorio

Nel 2021, il 21 aprile, giorno in cui si celebra il Natale di Roma, il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale annunciò il recupero di un frammento appartenente all’obelisco di Montecitorio: un blocco di granito rosa con inciso il cartiglio di Psammetico II, alto circa mezzo metro e pesante oltre trenta chili. Il pezzo si trovava in un’abitazione privata romana, custodito dalla famiglia Fallani, antiquari che lo avevano acquisito all’inizio del Novecento, e fu riconosciuto come parte del monolite grazie all’iscrizione geroglifica e alle caratteristiche della pietra. Carlo Maria Fallani decise di donarlo spontaneamente, e la destinazione definitiva del reperto fu affidata alle valutazioni del Ministero della Cultura.

La vicenda dice più di quanto sembri sulla storia del monumento. Quando l’obelisco cadde e si frantumò, i pezzi rimasero per secoli dispersi nelle cantine e nelle fondamenta del quartiere; quando fu rimesso in piedi alla fine del Settecento, le lacune vennero colmate con granito di recupero, e nessuno si preoccupò di inseguire le schegge minori. Alcune finirono nel mercato antiquario romano, che fra Ottocento e primo Novecento trattava frammenti archeologici con una disinvoltura oggi impensabile. Che un pezzo riconoscibile sia rispuntato dopo mille anni dalla caduta, e oltre due secoli dal rialzamento, è la dimostrazione che il monumento che vediamo è un’opera ricomposta, e che non tutto quello che gli apparteneva è tornato al suo posto.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Obelisco di Montecitorio

L’obelisco di Montecitorio non si trova dove si trovava in antico, e la distanza non è trascurabile: l’Horologium Augusti si estendeva nello spazio alle spalle dell’attuale Palazzo Montecitorio, verso piazza del Parlamento e via di Campo Marzio, mentre il monolite oggi è davanti alla facciata del palazzo. È una differenza di orientamento e di posizione che rende impossibile qualunque lettura astronomica del monumento attuale.

La linea del 1998 è un omaggio, non uno strumento

Sull’acciottolato della piazza corre una linea rettilinea che punta verso il portone della Camera dei deputati e che moltissimi visitatori scambiano per la meridiana di Augusto sopravvissuta o restaurata. Non lo è. È un tracciato moderno, disegnato nel progetto di riqualificazione della piazza inaugurato il 7 giugno 1998, pensato come memoria e citazione dell’antico. L’ombra dell’obelisco non segue quella linea, e la funzione gnomonica del monumento è definitivamente perduta. Chi si mette ad aspettare mezzogiorno per vedere l’ombra incolonnarsi sul tracciato aspetterà invano.

Quello che resta dell’originale è sotto una cantina

Il tratto autentico della pavimentazione antica, con la linea di bronzo e le lettere greche, si trova sotto il livello stradale in via di Campo Marzio, in uno spazio interrato di proprietà privata. Non è un sito museale con biglietteria e orari: l’accesso è possibile soltanto in occasione di visite guidate organizzate da associazioni speleo archeologiche o in giornate di apertura straordinaria, quando vengono concesse. Chi volesse vederlo deve informarsi sui calendari di queste iniziative e mettere in conto che le date sono poche e i posti pochissimi.

Il nome della collina è un mistero irrisolto

Monte Citorio è una piccola altura artificiale, e sull’origine del suo nome le spiegazioni proposte sono almeno due e nessuna è dimostrata. La prima lo fa derivare da mons citatorius, il monte della chiamata, in riferimento alle assemblee elettorali che si tenevano nel Campo Marzio. La seconda da mons acceptorius, cioè monte che riceve, per via degli scarichi e dei materiali di risulta accumulati durante le bonifiche della zona paludosa. È una di quelle etimologie su cui la tradizione erudita romana ha costruito molto e la linguistica ha concluso poco: chi la racconta come certa, in un senso o nell’altro, va oltre le prove.

Il consiglio che ti do per visitare l'Obelisco di Montecitorio

L’obelisco di Montecitorio si visita in pochi minuti, perché è un monumento all’aperto in una piazza pedonale, e proprio per questo il consiglio che conta non riguarda come vederlo ma quando andarci e con che cosa abbinarlo. Da solo è una tappa di cinque minuti; inserito in un percorso è il perno di una delle passeggiate più dense del centro di Roma.

L’ora giusta e i giorni da evitare

La luce migliore è quella di metà mattina o del tardo pomeriggio, quando il sole radente mette in risalto le incisioni dei geroglifici sulle facce del fusto: a mezzogiorno, con il sole alto, il granito appiattisce e le colonne di segni diventano quasi invisibili. Dal punto di vista pratico, il momento peggiore è quello delle sedute parlamentari di maggiore interesse politico, quando la piazza si riempie di postazioni televisive, cavi, tende e transenne. Non c’è un calendario consultabile con settimane di anticipo, ma un’indicazione semplice funziona: la domenica e nei giorni festivi la piazza è tranquilla, e in agosto lo è ancora di più.

Girare intorno al monumento, e guardare la base

Il consiglio più concreto è di fare il giro completo del basamento, cosa che quasi nessuno fa. Le quattro facce non sono uguali: due portano l’iscrizione latina di Augusto, incisa in lettere capitali di età augustea, e le altre le aggiunte settecentesche che ricordano l’intervento di Pio VI. Riconoscere a occhio la differenza fra le due epigrafi, la romana e quella papale, è un esercizio alla portata di chiunque e cambia completamente il modo di guardare il monumento: si smette di vedere un obelisco e si comincia a vedere la stratificazione di tre culture, egizia, romana e pontificia, sovrapposte sullo stesso oggetto.

Che cosa abbinare nella stessa passeggiata

La combinazione più sensata è un anello breve che tiene insieme il tema dei monumenti augustei e quello degli obelischi romani. Dall’obelisco si raggiunge in due minuti piazza Colonna con la Colonna di Marco Aurelio, altro monumento verticale a lettura narrativa; da lì si scende verso l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto, cioè i due termini del rapporto discusso in questa pagina, e si chiude in piazza del Popolo davanti al gemello Flaminio, l’obelisco arrivato a Roma sulla stessa flotta nello stesso anno. È un itinerario di un paio d’ore camminando piano, tutto in piano, tutto all’aperto, che si può fare anche a monumenti chiusi. Chi ha meno tempo può limitarsi al tratto fino al Pantheon, che dista pochi minuti a piedi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

L’obelisco di Montecitorio fu rimesso in piedi da papa Pio VI fra il 1789 e il 1792, e per completarlo si utilizzò granito ricavato dalla colonna di Antonino Pio, un monumento antico smembrato per riparare un altro monumento antico. È una pratica che oggi risulterebbe inaccettabile e che allora era normale amministrazione: il cantiere pontificio considerava il granito egizio una materia prima rara e costosa, e la colonna antonina, ormai spezzata e sepolta anch’essa nel Campo Marzio, era la fonte più vicina di materiale compatibile.

La colonna di Antonino Pio e la sua base

Della colonna di Antonino Pio, eretta intorno alla metà del secondo secolo, resta oggi la base decorata a rilievi, conservata nei Musei Vaticani. Su uno dei lati compare la personificazione del Campo Marzio, un genio semisdraiato che tiene fra le braccia proprio un obelisco. Quell’obelisco scolpito è il nostro: in età antonina il monolite di Augusto era già così identificato con il quartiere da valere come suo emblema figurato. Vedere il rilievo dopo il monumento è uno di quei cortocircuiti che la Roma stratificata regala di continuo.

I tentativi falliti prima di Pio VI

Il rialzamento del 1792 arrivò dopo quasi tre secoli di tentativi andati male. Alcuni pezzi dell’obelisco erano stati trovati già nel 1502 in una cantina del Largo dell’Impresa, l’attuale piazza del Parlamento. Papa Sisto V, il pontefice che fra il 1585 e il 1590 rimise in piedi gli obelischi Vaticano, Esquilino, Lateranense e Flaminio con le macchine di Domenico Fontana, tentò di recuperare anche questo e non ci riuscì. Nel 1748, sotto Benedetto XIV, furono ritrovate tracce della meridiana antica in corrispondenza di piazza del Parlamento 3, dove una lapide affissa sul portone ricorda l’episodio citando la descrizione di Plinio. Solo con Pio VI e con l’architetto Giovanni Antinori l’operazione andò in porto.

Una data che le fonti danno in modo diverso

Sull’anno esatto del rialzamento le fonti non concordano del tutto. La maggior parte indica il 1792 come conclusione dei lavori avviati nel 1789, ed è la datazione più accreditata; alcune pagine divulgative in lingua inglese danno il 1789 come anno dell’erezione, altre il 1794. La discrepanza nasce probabilmente dalla differenza fra l’inizio del cantiere, la messa in verticale del monolite e il completamento delle finiture e del basamento. Qui si riporta l’arco 1789 e 1792 perché è quello su cui convergono le fonti più solide, segnalando però che la variante 1794 circola.

La foto giusta da fare all'Obelisco di Montecitorio

La foto giusta all’obelisco di Montecitorio non è quella frontale che fanno tutti, con il monolite al centro e il palazzo dietro, perché è un’immagine schiacciata in cui i due soggetti si disturbano a vicenda. Il monumento rende molto meglio quando lo si isola contro il cielo o quando lo si mette in relazione con un solo elemento per volta.

Il taglio dal basso contro il cielo

Avvicinandosi alla base e inquadrando verso l’alto con un grandangolo si ottiene l’effetto che il monumento cerca da sempre: le linee del fusto convergono, il piramidione e la sfera si stagliano contro il cielo aperto, e la piazza scompare. È il taglio che restituisce l’altezza reale, che dal vivo si sottovaluta sempre. Funziona meglio con cielo nuvoloso uniforme o all’ora blu.

Il dettaglio dei geroglifici

La seconda immagine da portare a casa è ravvicinata: una porzione di fusto con le colonne di geroglifici in luce radente. Serve un teleobiettivo modesto o lo zoom di un telefono recente, e serve soprattutto l’ora giusta, perché con il sole a picco l’incisione sparisce. In controluce parziale, con il sole basso di lato, i segni escono in rilievo e si legge distintamente il cartiglio reale. È la fotografia che spiega meglio di qualunque didascalia che quella pietra ha duemilaseicento anni ed è arrivata dall’Egitto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia dell’obelisco di Montecitorio si può riassumere in una manciata di date che segnano altrettante rotture: la dedica del 10 a.C., la caduta fra il nono e l’undicesimo secolo, il ritrovamento del 1502, la riscoperta della meridiana nel 1748, il rialzamento fra 1789 e 1792, gli scavi di Buchner nel 1979 e 1980 e la riqualificazione della piazza nel 1998.

10 a.C.: la dedica al Sole

L’anno della consacrazione è certo e documentato dall’iscrizione stessa, che indica la quattordicesima potestà tribunizia di Augusto. Nello stesso torno d’anni il Campo Marzio settentrionale si stava riempiendo di monumenti del principe: il Mausoleo dinastico era già in piedi dagli anni Venti, l’Ara Pacis sarebbe stata consacrata nel 9 a.C., e lo strumento solare arrivava a completare un paesaggio urbano progettato per essere letto come un discorso unitario sul potere, sulla pace e sul tempo. Che quel discorso fosse organizzato in allineamenti geometrici precisi o piuttosto in accostamenti simbolici più liberi è, come si è visto, la questione ancora aperta.

Fra il IX e l’XI secolo: la caduta

Non sappiamo quando esattamente l’obelisco cadde né perché. Le ipotesi in campo sono un incendio, un terremoto, e il candidato più citato è il sisma che colpì Roma nell’849, oppure le devastazioni connesse al sacco del 1084 da parte delle truppe normanne di Roberto il Guiscardo. Quello che è certo è l’esito: il monolite si spezzò in più tronconi e il terreno del Campo Marzio, soggetto alle piene del Tevere e all’accumulo di detriti, lo seppellì progressivamente. Per secoli il quartiere gli crebbe sopra, e quando riaffiorò lo fece dentro le cantine delle case costruite nel frattempo.

1502 e 1748: due riaffioramenti

Il primo riaffioramento documentato è del 1502, quando alcuni pezzi furono individuati in una cantina del Largo dell’Impresa, oggi piazza del Parlamento. Fu il momento in cui la Roma dei papi capì di avere sotto i piedi un obelisco intero, e cominciò una lunghissima attesa. Il secondo momento decisivo è il 1748, quando sotto il pontificato di Benedetto XIV vennero in luce tratti della pavimentazione della meridiana antica, con una corrispondenza puntuale con la descrizione lasciata da Plinio il Vecchio. La lapide affissa sul portone di piazza del Parlamento 3 ricorda ancora oggi quel ritrovamento, e vale la pena cercarla: è a due passi dalla piazza dell’obelisco e quasi nessuno la nota.

1789 e 1792: il cantiere di Pio VI

Il rialzamento fu uno dei grandi cantieri urbani della Roma di fine Settecento, negli anni immediatamente precedenti alle guerre rivoluzionarie che avrebbero travolto lo Stato pontificio. Giovanni Antinori, architetto marchigiano che lavorò per Pio VI anche agli obelischi del Quirinale e di Trinità dei Monti, diresse l’operazione: ricomposizione dei tronconi, integrazione delle parti mancanti con granito della colonna di Antonino Pio, costruzione del basamento, messa in verticale. Il monumento fu concepito come strumento solare anche nella nuova sistemazione, con la sfera di bronzo alla sommità dotata di un foro, ma la posizione nella piazza non permetteva precisione astronomica reale.

1979 e 1980: lo scavo nelle cantine

Gli scavi diretti da Edmund Buchner nelle cantine di via di Campo Marzio sono il momento in cui l’Horologium smette di essere una notizia libresca e torna a essere una superficie che si può toccare. Lavorare a quella profondità, sotto un edificio abitato e in presenza di falda, spiega perché l’operazione non sia stata ripetuta su larga scala. Il lacerto emerso, con la linea di bronzo e le lettere greche, resta il documento archeologico centrale dell’intera questione, ed è anche, paradossalmente, il pezzo che ha alimentato tutte le contestazioni successive, perché la sua quota e la sua datazione sono diventate l’argomento principale di chi nega la ricostruzione tradizionale.

7 giugno 1998: la piazza nuova

La sistemazione attuale di piazza Montecitorio fu inaugurata il 7 giugno 1998, al termine di un intervento di riqualificazione progettato da Franco Zagari e realizzato su impulso della Camera dei deputati e del Comune dal 1996. Il progetto ha pedonalizzato lo spazio, ripulito la piazza dagli elementi accessori, rifatto la pavimentazione in sanpietrini con un disegno policromo di composizioni semicircolari attraversate da una guida rettilinea, sostituito l’illuminazione e introdotto arredi in titanio, dai paletti alle catene alle borchie a forma di stella. Il tracciato rettilineo che attraversa il disegno curvo è la citazione della meridiana augustea, e il progetto ha recuperato anche la pendenza a coda di pavone risalente all’impianto di Carlo Fontana, con un dislivello di alcuni metri dal fondo della piazza al portone del palazzo.

Chi è passato dall'Obelisco di Montecitorio

Elencare chi è passato dall’obelisco di Montecitorio significa mettere in fila ventisei secoli di committenti, sovrani, papi, incisori e studiosi, perché questo monolite è stato oggetto di attenzione continua da parte di chiunque contasse qualcosa nella città in cui si trovava.

Psammetico II e Augusto

I due committenti sono il faraone saitico Psammetico II, che regnò pochi anni ma abbastanza da lasciare monumenti in tutto l’Egitto, e Augusto, che quel monumento se lo portò via. Il gesto di Augusto non fu soltanto un trasporto: fu una risemantizzazione. Un oggetto religioso egizio dedicato al dio solare fu ridedicato al Sole romano e trasformato in strumento scientifico, con un’iscrizione latina che ricorda la conquista dell’Egitto incisa proprio sulla base. Difficile immaginare una dichiarazione più chiara di chi comandasse adesso.

Plinio il Vecchio, testimone quasi contemporaneo

Il testimone antico decisivo è Gaio Plinio Secondo, che nella Naturalis Historia dedica al monumento un passo del trentaseiesimo libro. Plinio scrive poche decine d’anni dopo la costruzione, conosce l’oggetto di persona, e ne descrive il funzionamento, l’aggiunta della sfera dorata, il nome del progettista e il fatto che lo strumento avesse smesso di funzionare correttamente. Senza quel passo non sapremmo praticamente nulla dell’Horologium, e tutta la discussione moderna è in fondo una discussione su come interpretare le parole di Plinio.

I papi e gli architetti

Sisto V tentò e fallì; Benedetto XIV riportò in luce la meridiana; Pio VI portò a termine l’impresa. Gli architetti sono altrettanto identificabili: Domenico Fontana, che con le sue macchine aveva rialzato gli altri obelischi della Roma sistina, e Giovanni Antinori, che nel cantiere di fine Settecento gestì un monolite spezzato e sepolto. Nel Settecento il monumento fu anche materia di erudizione: Angelo Maria Bandini gli dedicò nel 1750 un trattato latino, e Giuseppe Vasi lo raffigurò in una stampa del 1738 mentre giaceva ancora fra le macerie.

Incisori, archeologi e studiosi contemporanei

Giovanni Battista Piranesi inserì l’Horologium nelle sue tavole di ricostruzione del Campo Marzio antico, con la libertà immaginativa che gli era propria e che ha influenzato generazioni di lettori. Nel Novecento e nel nostro secolo i nomi da ricordare sono quelli degli studiosi che si sono confrontati sul monumento: Edmund Buchner con gli scavi e la ricostruzione, Michael Schütz con le obiezioni di calcolo, Peter Heslin con la revisione del 2007, Paolo Albèri Auber con gli studi gnomonici pubblicati dalla Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Bernard Frischer con la simulazione digitale. È una lista che racconta come un monumento apparentemente muto continui a produrre conoscenza e disaccordo.

La piazza intorno all’obelisco e che cosa c’è a due passi

Piazza di Monte Citorio è chiusa a nord dalla facciata convessa di Palazzo Montecitorio e si apre sugli altri lati verso un tessuto di vicoli e piazzette che conservano il disegno del Campo Marzio moderno. Conoscere che cosa c’è intorno cambia molto l’esperienza, perché l’obelisco è il centro di un’area in cui l’antico affiora a intermittenza sotto il livello del Settecento e dell’Ottocento.

Il palazzo alle spalle dell’obelisco

L’edificio davanti a cui si trova l’obelisco nacque come palazzo privato progettato da Gian Lorenzo Bernini per la famiglia Ludovisi sotto Innocenzo X, con i lavori interrotti alla morte del pontefice nel 1655. Ripreso oltre trent’anni dopo da Innocenzo XII con una destinazione completamente diversa, quella di sede dei tribunali pontifici, fu completato da Carlo Fontana, che mantenne la caratteristica facciata curva e aggiunse il campanile a vela. La Curia Innocenziana aprì nel 1696. Dopo l’annessione di Roma allo Stato italiano l’edificio divenne sede della Camera dei deputati, con la prima aula realizzata rapidamente nel cortile e inaugurata il 27 novembre 1871, e fu poi ampliato all’inizio del Novecento con il corpo di fabbrica progettato da Ernesto Basile, completato nel 1918. La storia dettagliata dell’edificio e delle sue sale è raccontata nella scheda su Montecitorio e la Camera dei Deputati.

Piazza del Parlamento e via di Campo Marzio

Uscendo dalla piazza sul retro del palazzo si arriva a piazza del Parlamento, che è il Largo dell’Impresa dei documenti antichi, cioè il luogo in cui nel 1502 furono trovati i primi pezzi dell’obelisco, e dove nel 1748 riaffiorò la meridiana. Da lì parte via di Campo Marzio, sotto le cui cantine si conserva il tratto autentico di pavimentazione antica. È un percorso di cinque minuti che attraversa fisicamente tutta la storia raccontata in questa pagina, senza nessun cartello che lo segnali: chi non lo sa ci cammina sopra senza accorgersene.

Le mete a breve distanza

Nel raggio di un quarto d’ora a piedi si arriva al Pantheon, alla Fontana di Trevi, alla basilica di San Lorenzo in Lucina, all’Ara Pacis e al Mausoleo di Augusto. Poco più lontano, verso sud ovest, l’area sacra di Largo Argentina mostra il livello di calpestio repubblicano del Campo Marzio meridionale, diversi metri sotto la strada attuale: è il modo più immediato per capire a occhio quanto si sia alzato il terreno da quando l’obelisco proiettava la sua ombra sul travertino. Chi si interessa specificamente di obelischi troverà interessante anche la scheda sugli obelischi di Villa Torlonia, che raccontano un capitolo ottocentesco completamente diverso della stessa passione romana.

Domande frequenti sull'Obelisco di Montecitorio

Quanto costa vedere l’obelisco di Montecitorio?

Vedere l’obelisco di Montecitorio è gratuito, perché il monumento si trova al centro di una piazza pubblica pedonale e all’aperto, senza recinzione, biglietteria né controllo agli accessi. Non esistono visite a pagamento del monumento in quanto tale. Un costo può esserci soltanto per le visite guidate del centro storico organizzate da operatori privati, che lo includono come tappa insieme ad altri monumenti della zona.

Quali sono gli orari dell’obelisco di Montecitorio?

L’obelisco di Montecitorio è visibile a qualunque ora del giorno e della notte, perché piazza di Monte Citorio è uno spazio urbano aperto e non ha orari di apertura o chiusura. L’unica limitazione possibile riguarda transenne e delimitazioni temporanee installate per ragioni di sicurezza, per manifestazioni o per le postazioni televisive nei giorni di attività parlamentare intensa, che possono restringere lo spazio percorribile intorno alla base.

Come si arriva all’obelisco di Montecitorio con i mezzi pubblici?

All’obelisco di Montecitorio si arriva più comodamente a piedi dalla fermata della metropolitana Barberini della linea A, distante circa dieci minuti, oppure dal nodo di autobus di piazza San Silvestro, a cinque minuti. Non esiste una stazione della metropolitana nelle immediate vicinanze della piazza. Poiché i percorsi delle linee di superficie romane cambiano spesso per cantieri e deviazioni, conviene verificare il tragitto aggiornato il giorno stesso.

Quanto tempo serve per visitare l’obelisco di Montecitorio?

Per l’obelisco di Montecitorio bastano dieci o quindici minuti: il tempo di girare intorno al basamento, leggere le iscrizioni e osservare i geroglifici. Inserito in una passeggiata più ampia che tocchi piazza Colonna, il Pantheon, l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto, diventa la tappa di un percorso da due o tre ore. Da solo non giustifica uno spostamento dedicato.

Si può fotografare l’obelisco di Montecitorio?

Sì, fotografare l’obelisco di Montecitorio è consentito senza alcuna autorizzazione, trattandosi di un monumento all’aperto in uno spazio pubblico. È però opportuno evitare di inquadrare deliberatamente varchi, controlli e dispositivi di sicurezza della sede parlamentare, e va tenuto presente che l’uso di droni nel centro di Roma e sopra le aree istituzionali è soggetto a divieti e limitazioni severe.

L’obelisco di Montecitorio funziona ancora come meridiana?

No, l’obelisco di Montecitorio non funziona più come strumento solare e la sua funzione gnomonica è considerata definitivamente perduta. La linea tracciata sull’acciottolato della piazza nel 1998 è una citazione commemorativa della meridiana augustea, non uno strumento calibrato, e l’ombra dell’obelisco non la segue. Il monolite inoltre non si trova nella posizione che aveva in antico, che era alle spalle dell’attuale palazzo.

La visita all’obelisco di Montecitorio è adatta ai bambini e accessibile?

L’obelisco di Montecitorio è adatto ai bambini e accessibile alle persone con difficoltà motorie, perché si trova in una piazza pedonale senza gradini da superare per avvicinarsi al monumento. La pavimentazione è però in sanpietrini e la piazza presenta un dislivello in salita verso il portone del palazzo, due elementi che rendono meno agevole la spinta di una carrozzina o di una sedia a ruote.

Si può visitare la meridiana di Augusto sotto via di Campo Marzio?

Il tratto conservato della meridiana di Augusto si trova in uno spazio interrato privato di via di Campo Marzio e non è un sito museale con apertura ordinaria. L’accesso avviene solo attraverso visite guidate organizzate da associazioni specializzate o in occasione di aperture straordinarie concesse dai proprietari, con posti molto limitati. Chi vuole vederlo deve seguire i calendari di queste iniziative e prenotare in anticipo.

Che differenza c’è fra l’obelisco di Montecitorio e quello di piazza del Popolo?

L’obelisco di Montecitorio e quello Flaminio di piazza del Popolo furono portati a Roma dall’Egitto da Augusto nello stesso anno, il 10 a.C., ma hanno origine e destinazione diverse: il primo è di Psammetico II e fu usato come gnomone dell’orologio solare del Campo Marzio, il secondo è più antico, risale all’età di Seti I e Ramesse II, e fu collocato nel Circo Massimo prima di essere spostato in piazza del Popolo da Sisto V.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario: l’obelisco di Montecitorio rende molto più di quanto prometta se lo si affronta con una domanda in testa anziché come fotografia da spuntare. La domanda giusta è come si facesse, duemila anni fa, a misurare il tempo di una città intera con un’ombra, e perché il potere avesse bisogno di farlo in pubblico e in marmo. Con quella domanda addosso, una piazza che si attraversa distrattamente in trenta secondi diventa il punto di osservazione migliore su un’idea romana di ordine che qui è ancora leggibile, per quanto discussa.

Chi mette in fila più tappe del centro storico, incrociando questa sosta con i monumenti augustei del Campo Marzio e con il quadrante fra il Corso e il Tevere, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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IndirizzoPiazza di Monte Citorio Roma Roma Città 00186

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