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San Bartolomeo dei Bergamaschi

San Bartolomeo dei Bergamaschi, il cui titolo completo è Santi Bartolomeo e Alessandro dei Bergamaschi, si trova in piazza Colonna 360, con la sede della confraternita alle spalle in via di Pietra 70, e apre di fatto solo per la messa: domenica alle 10 e mercoledì alle 13.15. L’ingresso è libero e gratuito, non si prenota niente. La gestisce l’Arciconfraternita dei Bergamaschi in Roma, che risponde allo 06 69920723 e a segreteria@arciconfraternitabergamaschi.it.

È la chiesa che quasi tutti fotografano senza saperlo, perché la facciata chiude un lato della piazza della colonna di Marco Aurelio, a pochi metri da Palazzo Chigi. Nata nel Cinquecento come cappella dell’ospedale dei pazzi, con il nome di Santa Maria della Pietà, è passata nel 1725 alla comunità bergamasca di Roma, che ci ha aggiunto i suoi due santi: Bartolomeo apostolo e Alessandro, il martire patrono di Bergamo.

Orari delle messe, indirizzo e recapiti sono stati controllati il 29 settembre 2026 sul sito dell’Arciconfraternita, sul portale turistico di Roma Capitale e sulle altre fonti istituzionali citate più avanti. La stessa confraternita avverte che gli orari possono variare, e d’estate e nelle feste è normale che cambino: se attraversate Roma apposta per entrare, telefonate alla segreteria in orario d’ufficio e fatevi confermare la celebrazione del giorno.

Illustrazione di una piccola piazza romana con chiesa barocca color ocra
Illustrazione generata con intelligenza artificiale: non è una fotografia di San Bartolomeo dei Bergamaschi. Serve solo a evocare il contesto.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

Chi cerca la chiesa in piazza di Pietra sbaglia lato. La facciata si apre su piazza Colonna, dalla parte dei palazzi, non su via del Corso, e il complesso della confraternita si allunga all’indietro fino a via di Pietra, la strada che porta alla piazza del Tempio di Adriano. Le schede enciclopediche lo descrivono proprio così: un isolato compreso fra le due piazze.

La facciata è piccola, a un solo ordine, stretta fra edifici più alti che le rubano la scena. Si riconosce dal timpano mosso, curvo e spezzato, che la confraternita stessa definisce triangolare e ondulato, e dal portale con la Pietà in rilievo dentro un ovale, il segno della vecchia intitolazione. Sulla trabeazione corre la dedica alla Vergine e ai due santi bergamaschi. Da lontano sembra un ingresso di palazzo, e molti la scambiano per questo.

Dentro c’è un’aula unica, lunga e raccolta, con tre cappelle per lato e un presbiterio profondo. La volta è affrescata all’inizio del Novecento, quando l’architetto Giuseppe Sacconi, lo stesso del Vittoriano, diede alla chiesa l’assetto che vedete, e il pittore Emilio Retrosi dipinse la Madonna della Pietà fra i santi. Il colpo d’occhio è ottocentesco e primo novecentesco, non barocco, e conviene saperlo prima di entrare.

Che cosa non si vede: l’oratorio settecentesco della confraternita, la parte più bella del complesso, che non è aperto al pubblico nelle ore di messa, l’archivio storico, consultabile solo su richiesta scritta, e qualunque traccia visibile dell’ospedale dei pazzi. Chi arriva sperando di trovare corsie, celle o lapidi dell’antico ricovero resta a mani vuote. Quello che resta del manicomio cinquecentesco è un nome sulla facciata e una storia negli archivi.

Come si entra, orari e messe

Si entra durante la messa, e in pratica solo allora. Il sito dell’Arciconfraternita pubblica due celebrazioni settimanali, la domenica alle 10 e il mercoledì alle 13.15, e il portale turistico di Roma Capitale riporta gli stessi orari con l’avvertenza che possono cambiare. Le schede di censimento delle chiese romane scrivono chiaramente che la chiesa oggi apre soltanto per queste messe. Nel resto della settimana il portone resta chiuso.

Non c’è biglietto, non c’è offerta obbligatoria, non c’è prenotazione. È una chiesa di confraternita, non un sito museale, e per questo non trovate servizi di accoglienza, guide o pannelli. Chi vuole vedere l’interno con calma arriva dieci minuti prima della messa della domenica, si siede in fondo e aspetta la fine della celebrazione per fare un giro discreto delle cappelle, sempre che il sacrestano non stia già chiudendo.

La messa del mercoledì alle 13.15 è la più interessante da osservare. L’orario la rende adatta a chi lavora in zona, fra uffici di governo, redazioni, banche e studi professionali, e si incastra in una pausa pranzo. È un pezzo di Roma feriale che il visitatore non vede quasi mai, e che spiega bene che cosa sia oggi una chiesa di comunità in pieno centro.

Per richieste diverse dalla messa, cioè visite di gruppo, consultazione dell’archivio, ricerche genealogiche sulla presenza bergamasca a Roma, il canale è la segreteria: telefono 06 69920723, posta segreteria@arciconfraternitabergamaschi.it, sede in via di Pietra 70. Il gestore non indica una tariffa né un calendario di aperture straordinarie. Scrivete con anticipo, spiegate chi siete e che cosa vi interessa, e accettate la data che vi propongono.

Una curiosità su San Bartolomeo dei Bergamaschi

Il santo di Bergamo, dentro la chiesa di Bergamo, forse non è lui. Nella prima cappella a sinistra c’è un piccolo dipinto circolare di Sant’Alessandro, montato nel 1904 dentro una gloria di bronzo dorato. Le schede di censimento delle chiese romane segnalano che sul retro della tela un’epigrafe identifica il soggetto come San Floriano, il soldato martire venerato nel mondo tedesco. Un santo militare è stato riciclato in un altro santo militare.

La cosa ha una logica. Alessandro di Bergamo, secondo la tradizione della sua città, era un soldato della legione tebea, e nella pittura devozionale si presenta come un giovane in armatura con la palma del martirio. San Floriano ha la stessa iconografia. Per una confraternita che nel Novecento cercava un’immagine del patrono da mettere sull’altare, un Floriano ben dipinto andava benissimo. Bastava non girare il quadro.

Il dato viene da una fonte seria ma non ufficiale, e la confraternita non lo menziona nelle sue pagine. Per il visitatore cambia poco: il dipinto resta lì, dietro il vetro e dentro la sua gloria. Per chi fa questo mestiere, invece, è un promemoria utile. Nelle chiese romane molte immagini sono state reintitolate, adattate, ridipinte, e la targhetta sotto un quadro dice che cosa rappresenta oggi, non che cosa fosse ieri.

C’è una seconda curiosità, più semplice e più romana. Il nome con cui tutti chiamano la chiesa, San Bartolomeo dei Bergamaschi, taglia via il santo che conta di più per la comunità. Alessandro è il patrono di Bergamo, Bartolomeo era il titolare della vecchia chiesa di San Macuto e arriva per eredità. A Roma l’uso corto ha vinto, come succede quasi sempre con i titoli doppi, e nessuno ci fa più caso.

Una cosa che non ti dice nessuno su San Bartolomeo dei Bergamaschi

Questa è una delle poche chiese di Roma legate personalmente a un papa santo del Novecento, e quasi nessuno lo sa. Angelo Giuseppe Roncalli, bergamasco di Sotto il Monte, studiò al Seminario Romano dal 1901 grazie a una borsa del Collegio Cerasoli, la fondazione che la confraternita amministrava per i figli dei suoi soci. Il sito dell’Arciconfraternita racconta che il futuro Giovanni XXIII conservò per tutta la vita un grande affetto per il sodalizio.

Da papa ricevette i confratelli in udienza il 13 gennaio 1963, pochi mesi prima di morire. Oggi la prima cappella a destra è dedicata a lui, con un ritratto dipinto nel 1960 dal pittore bergamasco Natale Bertuletti, quando Roncalli era ancora vivo e regnante. Sotto l’altare, secondo le schede di censimento delle chiese romane, un reliquiario dorato conserva uno zucchetto del papa, arrivato alla chiesa nel 2007.

Il dettaglio che merita più attenzione è un altro. Il Collegio Cerasoli fu al centro di una lite giudiziaria a fine Ottocento fra la confraternita e il vescovo di Bergamo su chi dovesse gestirlo, e la Cassazione diede ragione al vescovo. La borsa che portò Roncalli a Roma passava quindi per una fondazione contesa fra la comunità emigrata e la diocesi di origine. Una storia molto italiana, raccontata dalla confraternita stessa senza reticenze.

Chi arriva qui per il papa buono trova quindi più di un ritratto. Trova il luogo che ha tenuto il filo fra Bergamo e Roma per un ragazzo di campagna diventato pontefice. Se vi interessa questo lato della visita, la domenica mattina è il momento giusto: dopo la messa è il momento in cui è più probabile trovare qualcuno della confraternita a cui chiedere.

L’ospedale dei pazzi di piazza Colonna

La storia comincia nel 1548, quando nasce a Roma la Confraternita di Santa Maria della Pietà per assistere i poveri malati di mente. Secondo la ricostruzione pubblicata dalla Regione Lazio, la prima sede era un piccolo spazio presso il monastero di Santa Caterina dei Funari, e nel 1550 l’opera si trasferì in una casa a piazza Colonna. Il portale turistico di Roma Capitale lo definisce il primo ospedale per malati di mente nato in città.

I fondatori, secondo le schede di censimento delle chiese romane, erano spagnoli: il sacerdote Ferrante Ruiz e due nobili navarresi, Diego e Angelo Bruno. È un dettaglio che torna con la Roma del Cinquecento, dove le comunità iberiche avevano chiese, ospedali e confraternite proprie, come si vede ancora a Santa Maria in Monserrato. I nomi non compaiono sulle pagine istituzionali consultate, e li prendo come dato probabile.

La chiesa venne costruita accanto al ricovero. L’Arciconfraternita data l’edificio fra il 1569 e il 1573, come cappella dell’ospedale intitolata a Santa Maria della Pietà, mentre altre schede spostano la prima cappella al 1591: le fonti non concordano. Il Cristo alla colonna in legno che si vede nella navata porta la data 1569, e questo fa pendere la bilancia verso la versione della confraternita, che conserva l’archivio.

Nel 1725 papa Benedetto XIII decise che l’ospedale andava spostato. La Regione Lazio riporta il trasferimento in via della Lungara, in un edificio progettato da Filippo Raguzzini, a pochi passi dall’ospedale di Santo Spirito in Sassia. Da lì, alla fine dell’Ottocento, i malati passarono a Monte Mario, nel grande complesso di Santa Maria della Pietà, oggi sede di servizi sanitari, archivi e del Museo Laboratorio della Mente.

Quindi il nome che molti romani associano al manicomio, Santa Maria della Pietà, viene da qui, da questa piazza e da questa chiesa. È l’unico filo materiale che lega il complesso di Monte Mario al centro storico. Chi visita il museo della mente e poi passa da piazza Colonna chiude un cerchio di quasi cinque secoli, e capisce perché la Pietà sul portale di questa facciata non è una scelta decorativa ma un’eredità.

Il consiglio che ti do per visitare San Bartolomeo dei Bergamaschi

Andate il mercoledì alle 13.15, non la domenica. La domenica mattina piazza Colonna è piena di gruppi, la chiesa ha i suoi fedeli abituali e voi siete l’estraneo in fondo. Il mercoledì la messa è breve, la piazza è quella dei giorni di lavoro, con i palazzi del governo aperti e il via vai degli uffici, e la chiesa si vede nel suo uso reale. Uscite alle due con un’idea precisa del posto.

Arrivate con qualche minuto di anticipo e guardate prima la facciata dall’altra parte della piazza, vicino alla colonna. È l’unico punto da cui si capisce il rapporto fra il piccolo prospetto e i palazzi che lo schiacciano. Poi entrate, sedetevi a metà navata sul lato destro: da lì avete davanti il Cristo alla colonna e, in fondo, la Madonna della Pietà sull’altare maggiore dentro la sua raggiera dorata.

Rispettate la celebrazione. Sembra ovvio e non lo è: in una chiesa che apre un’ora alla settimana, chi gira con il telefono durante la consacrazione si fa notare subito, e la volta dopo trova meno disponibilità. Le foto si fanno alla fine, senza flash, chiedendo con un cenno a chi chiude. A Roma una domanda gentile apre più porte di qualunque permesso scritto.

Se vi interessa l’oratorio, non sperate di vederlo con la messa. Scrivete alla segreteria spiegando il motivo, meglio se siete un piccolo gruppo con un interesse preciso, storico o architettonico. Il gestore non indica visite programmate né condizioni, quindi non posso darvi una garanzia. Posso dirvi che le confraternite romane rispondono meglio a chi si presenta con un nome, un’associazione e una data flessibile.

L’interno, cappella per cappella

Entrando, sulla parete di controfacciata, c’è il monumento funebre neoclassico della contessa Caterina Negroni, morta nel 1840 a ventitré anni, con il ritratto a cammeo scolpito da Pietro Tenerani, allievo di Thorvaldsen. È il pezzo di scultura più raffinato della chiesa e quasi tutti gli passano davanti senza girarsi, perché si trova alle spalle di chi entra. Voltatevi prima di avanzare.

A destra, dopo la cappella di Giovanni XXIII, la seconda è dedicata ai santi Fermo e Rustico, martiri molto venerati nel territorio bergamasco, con una pala attribuita a Giovanni Antonio Valtellina che mostra i due santi davanti all’idolo che si rifiutano di onorare. La terza custodisce un crocifisso ligneo anonimo che il portale di Roma Capitale data intorno al 1570, protetto da vecchie lastre di vetro.

Sul lato sinistro, partendo dal fondo, c’è la cappella del Sacro Cuore, con un gruppo di dipinti settecenteschi fra cui un’opera giovanile di Marco Benefial con Sant’Anna e la Vergine bambina. Poi la cappella di San Giovanni Battista, con il martirio del santo dipinto nel 1732 dal bolognese Aureliano Milani, colto nel momento dell’esecuzione. Infine il piccolo tondo di Sant’Alessandro di cui si è già raccontata la doppia identità.

Nella navata si impone la grande statua lignea del Cristo alla colonna, scolpita nel 1569 da Filippo del Borgo e dipinta, secondo le schede di censimento, da Girolamo da Sermoneta. È un’opera del tempo dell’ospedale, e per me è il pezzo più forte dell’intera chiesa: un Cristo flagellato messo lì per chi soffriva nel corpo e nella testa, in una cappella di malati.

Sull’altare maggiore c’è la Madonna della Pietà, olio su tavola che la confraternita e il portale di Roma Capitale descrivono come ispirato a Guido Reni, dentro una grande raggiera di bronzo dorato con putti, fra i busti dei santi Bartolomeo e Alessandro. Sulla parete destra del presbiterio c’è il monumento del cardinale Furietti. L’altare rivolto al popolo, in bronzo, è stato aggiunto negli anni Novanta.

Guardate anche la volta, con calma. Retrosi dipinse al centro la Madonna della Pietà con i santi Bartolomeo, Alessandro e Agnese, e nelle lunette laterali mise medaglioni con le invocazioni mariane delle litanie. Dove un tempo c’erano finestre, poi murate, compaiono finte aperture su giardini dipinti. È un trucco decorativo di inizio Novecento che rende meno opprimente un’aula chiusa su tre lati da edifici più alti.

San Macuto, la prima casa dei bergamaschi

Prima di piazza Colonna c’era San Macuto, una chiesetta dedicata a un santo bretone, sulla piazza omonima fra il Pantheon e Sant’Ignazio. Il capitolo di San Pietro in Vaticano la affidò ai bergamaschi nell’agosto del 1539, pochi mesi dopo la fondazione della confraternita. Nel 1544 i confratelli la restaurarono e le affiancarono un oratorio e un piccolo ospedale per i conterranei malati o senza lavoro. Per quasi due secoli la comunità visse lì.

La perdita arrivò nel 1725, quando Benedetto XIII ordinò di cedere San Macuto ai gesuiti, che avevano accanto il Collegio Romano e cercavano spazio. La confraternita resistette, trattò e alla fine accettò lo scambio con la chiesa dell’ospedale dei pazzi. Si portò dietro quello che poteva: arredi, memorie, e soprattutto la boiserie lignea di fine Cinquecento che oggi riveste l’oratorio di via di Pietra.

Il nome di San Macuto sopravvive in un posto che tutti vedono. L’obelisco egizio che si alza davanti al Pantheon, sulla fontana di piazza della Rotonda, viene chiamato Macuteo perché fu ritrovato nei pressi di quella chiesa. Ogni giorno migliaia di persone lo fotografano senza sapere che il suo soprannome è legato alla prima casa romana dei bergamaschi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Senza un cardinale archeologo questa chiesa non sarebbe dei bergamaschi. Nel 1725, quando Benedetto XIII ordinò di cedere San Macuto ai gesuiti, la confraternita resistette, e secondo la sua stessa ricostruzione fu l’intervento del sacerdote bergamasco Alessandro Furietti, futuro cardinale, a ottenere in cambio la chiesa di Santa Maria della Pietà con l’ospedale che si stava svuotando. Lo scambio conviene a tutti: i pazzi vanno alla Lungara, i bergamaschi a piazza Colonna.

Giuseppe Alessandro Furietti è noto agli storici dell’arte per un altro motivo. Scavò a Villa Adriana, a Tivoli, e da quegli scavi vennero fuori due pezzi che oggi si vedono ai Musei Capitolini: i due centauri in marmo scuro che portano il suo nome e il mosaico delle colombe che bevono da una coppa. Chi ha fatto la visita del Campidoglio li ha visti, senza sapere che il loro scopritore è sepolto qui.

Il monumento del cardinale, morto nel 1764, si trova sulla parete destra del presbiterio con il suo ritratto. È il collegamento più diretto fra una piccola chiesa di confraternita e le grandi collezioni pubbliche romane. Se portate un gruppo ai Capitolini, raccontate i centauri e poi, passando dal Corso, fermatevi un minuto davanti a questa facciata. Il racconto si chiude da solo.

Aggiungo un secondo fatto che le guide conoscono e tacciono. La confraternita, fondata nel 1539 per assistere i bergamaschi poveri a Roma, dal 1915 è anche una società di mutua assistenza e beneficenza, e dal 1985 il suo statuto ammette le donne a pieno titolo. Non è un relitto devozionale. È un’associazione di emigrati che ha cambiato forma per restare in vita, e ci è riuscita.

La foto giusta da fare a San Bartolomeo dei Bergamaschi

La foto giusta si fa dalla parte opposta della piazza, con la colonna di Marco Aurelio in primo piano e la facciata della chiesa sullo sfondo, piccola, stretta fra i palazzi. È il rapporto di scala che racconta il posto: una colonna imperiale istoriata di marmo e una chiesa di comunità che si fa largo a gomitate. In verticale, perché la colonna non entra di taglio.

La luce buona è quella del primo pomeriggio, quando il sole gira e colpisce la facciata di lato, facendo lavorare il timpano mosso e gli stucchi del portale. Al mattino il fronte è in ombra, alla sera la piazza si riempie di auto di servizio e transenne davanti a Palazzo Chigi. La domenica, prima delle 10, la piazza è quasi vuota e potete comporre senza persone davanti.

Dentro, se vi è concesso dopo la messa, la foto è il Cristo alla colonna ripreso di tre quarti, con la navata che scappa verso l’altare dorato. Niente flash, niente treppiede, e chiedete prima. La volta di Retrosi rende poco in foto perché le finestre sono state murate e la luce è scarsa, e le finte vedute di giardino dipinte nelle aperture chiuse si leggono meglio a occhio nudo.

Evitate la foto frontale ravvicinata della facciata dal marciapiede. Il prospetto è troppo schiacciato dai vicini, la prospettiva lo deforma verso l’alto e il risultato sembra un portone con un cappello. Se volete il dettaglio, fotografate soltanto il portale con l’ovale della Pietà, a mezza altezza, e lasciate perdere il resto. Un particolare ben preso dice di più di una facciata storta.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 1539 è l’anno di nascita della comunità. Un gruppo di bergamaschi residenti a Roma, spinto dal canonico Giovanni Giacomo Tasso, fonda la Venerabile Arciconfraternita dei Santi Bartolomeo e Alessandro della Nazione Bergamasca. Nell’agosto dello stesso anno il capitolo di San Pietro in Vaticano le affida la chiesetta di San Macuto, vicino all’attuale Sant’Ignazio, dove nel 1544 la confraternita apre un oratorio e un piccolo ospedale per i conterranei.

Fra il 1548 e il 1550 nasce e si installa a piazza Colonna l’ospedale dei pazzi, e fra il 1569 e il 1573 si costruisce la sua chiesa, intitolata a Santa Maria della Pietà. Per più di un secolo e mezzo, in questo angolo della città, convivono il ricovero dei malati di mente, il passaggio del Corso e i palazzi delle grandi famiglie. Nel 1725 Benedetto XIII fa spostare l’ospedale alla Lungara.

Nello stesso 1725 la confraternita perde San Macuto, ceduta ai gesuiti del Collegio Romano, e ottiene la chiesa di piazza Colonna. Qui le fonti sulla facciata non concordano: la confraternita scrive che fu eseguita nel 1719 dall’architetto romano Carlo De Dominicis, il portale di Roma Capitale aggiunge Giovan Battista Contini, altre schede parlano di lavori fra il 1728 e il 1735. L’oratorio di Gabriele Valvassori viene inaugurato nel 1733.

Nel 1809 le truppe napoleoniche sequestrano i beni della confraternita, che dopo il ritorno del governo pontificio nel 1814 ne recupera solo una parte. Fra il 1836 e il 1839 Giuseppe Valadier restaura la chiesa, ed è uno degli ultimi lavori della sua vita. Nel 1847 il cardinale Fabio Asquini, nominato protettore, riporta ordine e disciplina in un sodalizio che le cronache interne descrivono come provato dai decenni difficili.

Nel 1890 la legge Crispi sulle opere pie obbliga a riscrivere lo statuto, e il nuovo testo del 1915 trasforma l’ente in società di mutua assistenza. All’inizio del Novecento, la confraternita indica il 1902, Giuseppe Sacconi ridisegna l’interno e allunga il presbiterio, ed Emilio Retrosi affresca la volta. Le date di questa fase oscillano di un paio d’anni fra le fonti, ma l’aspetto che vedete oggi nasce qui.

Il Novecento chiude la storia con il legame papale. Nel 1960 arriva il ritratto di Giovanni XXIII, il 13 gennaio 1963 l’udienza dei confratelli in Vaticano, nel 1985 lo statuto che apre alle donne. Fra il 1986 e il 2006 la chiesa viene consolidata e restaurata, con l’ultimo intervento sulla facciata. Da allora la vita del posto è quella di sempre: due messe alla settimana e una comunità che non si è sciolta.

Chi è passato da San Bartolomeo dei Bergamaschi

Giovanni Giacomo Tasso, canonico bergamasco, fondatore della confraternita nel 1539. Le enciclopedie lo indicano come zio del poeta Torquato, parentela che le pagine della confraternita non precisano. È certo invece che la famiglia Tasso fosse di origine bergamasca, e che il nome del poeta torni due volte nella storia di questo isolato. Il canonico non conobbe la sede di piazza Colonna: il suo mondo era San Macuto.

Torquato Tasso, appunto. Il portale turistico di Roma Capitale scrive che il poeta fu ospitato nell’ospedale dei Pazzarelli fra la fine del 1589 e l’inizio del 1590. A quella data Tasso aveva alle spalle i sette anni di reclusione nell’ospedale di Sant’Anna a Ferrara e girava l’Italia fra protettori, malattie e liti editoriali. Dedico al suo passaggio un capitolo a parte, perché intorno a questo episodio si è formata molta leggenda.

Alessandro Furietti, il sacerdote bergamasco che nel 1725 ottenne la chiesa per la confraternita e che più tardi divenne cardinale. Uomo di curia, erudito, archeologo dilettante con un fiuto eccezionale. Qui è sepolto, e il suo monumento si trova nel presbiterio. Ai Capitolini c’è il resto della sua storia, con i centauri e le colombe che il pubblico fotografa ogni giorno senza leggere la didascalia.

Gabriele Valvassori e Carlo De Dominicis, due architetti romani del primo Settecento, il primo noto per la facciata di Palazzo Doria Pamphilj sul Corso, il secondo per i Santi Celso e Giuliano in Banchi. La confraternita attribuisce a Valvassori la ricostruzione della chiesa e l’oratorio, e a De Dominicis la facciata. Sulla divisione esatta dei compiti le fonti non concordano, e con i documenti oggi pubblicati la questione resta aperta.

Giuseppe Valadier, l’architetto di piazza del Popolo e del Pincio, che negli ultimi anni di vita, fra il 1836 e il 1839, restaurò questa chiesa. È un lavoro minore nella sua carriera, e non se ne accorge nessuno. Vale la pena ricordarlo perché dimostra che a Roma anche le chiese più piccole passavano per le mani dei nomi migliori della loro epoca.

Giuseppe Sacconi, l’architetto del Vittoriano, che all’inizio del Novecento diede all’interno la forma attuale. Accanto a lui il pittore Emilio Retrosi per la volta. Poi Pietro Tenerani, che scolpì il monumento Negroni, e il bergamasco Natale Bertuletti con il ritratto di Giovanni XXIII. Una sequenza di artisti che copre due secoli e che, messa in fila, racconta il gusto romano dall’Ottocento al dopoguerra.

Angelo Giuseppe Roncalli, infine, che da seminarista visse a Roma grazie alla borsa del Collegio Cerasoli e da papa ricevette i confratelli in udienza. Non ci sono documenti pubblicati che attestino una sua celebrazione in questa chiesa, e per questo qui non viene raccontata. Basta il legame documentato dalla confraternita: un ragazzo di Sotto il Monte arrivato a Roma con i soldi degli emigrati bergamaschi, diventato papa.

Torquato Tasso ai Pazzarelli: fatti, tradizione, leggenda

Quello che dicono le fonti istituzionali è preciso e limitato: secondo il portale turistico di Roma Capitale, e secondo la voce enciclopedica sulla chiesa, Torquato Tasso fu ospitato nell’ospedale dei Pazzarelli di piazza Colonna fra la fine del 1589 e l’inizio del 1590. Ospitato, non rinchiuso. Il verbo conta, perché le parole cambiano la storia che raccontate a un gruppo davanti alla facciata.

Quello che dice la tradizione è un’altra cosa. Tasso è per tutti il poeta pazzo, e il racconto popolare mette insieme la reclusione documentata a Sant’Anna di Ferrara, dal 1579 al 1586, con il passaggio romano. Il risultato è l’immagine del poeta incatenato fra i matti di piazza Colonna, che si sente ripetere nelle visite serali. Le due vicende sono separate da anni e da centinaia di chilometri.

Quello che è leggenda, infine, è il dettaglio romanzesco: celle, catene, versi scritti sui muri. Le schede di censimento delle chiese romane ricordano anzi che le prime regole della confraternita vietavano catene e camicie di forza, divieto poi revocato nel 1635. Tasso morì nel 1595 nel convento di Sant’Onofrio al Gianicolo, dove si trovano la sua tomba e la quercia che porta il suo nome. Quella è la tappa romana documentata.

La posizione è netta e controcorrente: la chiesa del manicomio con dentro il poeta pazzo è un racconto sopravvalutato, buono per un’ora di visita teatrale e povero di contenuto. Dell’ospedale non resta nulla di visibile, di Tasso qui non resta nulla. Il motivo vero per entrare è un altro: il Cristo del 1569, i centauri del cardinale Furietti e la storia di un papa arrivato a Roma con una borsa di studio degli emigrati.

Piazza Colonna, piazza di Pietra e come si arriva

La chiesa vive fra due piazze che raccontano due Rome diverse. Davanti c’è piazza Colonna, con la colonna di Marco Aurelio e i suoi rilievi delle guerre contro i Marcomanni, Palazzo Chigi sede del governo, Palazzo Wedekind con il portico di colonne antiche e, dall’altra parte del Corso, la galleria commerciale di inizio Novecento. È la piazza della politica, delle dirette televisive e dei cortei.

Dietro, a pochi minuti per via di Pietra, c’è piazza di Pietra con il Tempio di Adriano, dedicato all’imperatore divinizzato dal suo successore Antonino Pio. Le undici colonne corinzie superstiti sono state inglobate nel Seicento nella dogana pontificia, poi sede della Borsa e oggi della Camera di Commercio. È una delle piazze più belle del centro, e la sera, con le colonne illuminate, è anche una delle più tranquille.

La confraternita ha l’ingresso della sede e dell’archivio proprio su via di Pietra, al civico 70, ed è per questo che capita di vedere la chiesa collocata in piazza di Pietra. Non è così: la chiesa si apre su piazza Colonna. Ma chi vuole capire l’isolato deve girarci intorno, entrare dal Corso, passare per via di Pietra e uscire davanti al tempio. In dieci minuti si vede il blocco edilizio dove per due secoli abitarono i pazzi e poi i bergamaschi.

La storia dell’isolato si riassume in un passaggio: dalla compagnia di Santa Maria della Pietà dei pazzi all’arciconfraternita dei Bergamaschi, fra Cinquecento e Settecento, mentre la zona passava da margine del centro a quartiere di palazzi. Il dato che interessa al visitatore è semplice: l’edificio che vedete è stato ricostruito e ampliato più volte sopra lo stesso lotto.

Piazza Colonna si trova a metà di via del Corso, fra piazza Venezia e piazza del Popolo, dentro la zona a traffico limitato. In auto non ha senso arrivarci, e davanti a Palazzo Chigi la sosta è comunque impossibile per ragioni di sicurezza. La via più semplice è a piedi: dalla Fontana di Trevi si arriva in pochi minuti, attraversando il Corso all’altezza della Galleria Alberto Sordi.

Con i mezzi, le fermate delle linee di superficie che percorrono via del Corso e le strade vicine sono le più comode, ma i percorsi cambiano spesso per cantieri, manifestazioni e deviazioni legate ai palazzi istituzionali. Prima di muovervi controllate il calcolatore di percorso di ATAC indicando piazza Colonna come destinazione. Le stazioni della metropolitana della linea A più vicine sono a una passeggiata di distanza, non davanti alla chiesa.

Tenete conto di una cosa pratica: la piazza è presidiata per la presenza della sede del governo, e in certe giornate transenne e controlli restringono i passaggi. Non vi impediscono di arrivare alla chiesa, ma possono farvi fare il giro largo da via di Pietra o dal Corso. Chi arriva di corsa per la messa del mercoledì mette in conto cinque minuti in più.

Le chiese delle comunità regionali e nazionali nei dintorni

La Roma del Cinquecento e del Seicento era una città di comunità, e ognuna aveva la sua chiesa, il suo ospedale e la sua confraternita. I bergamaschi a piazza Colonna, i lombardi a Santi Ambrogio e Carlo al Corso, i fiorentini a San Giovanni dei Fiorentini, i napoletani a Santo Spirito dei Napoletani, i tedeschi a Santa Maria dell’Anima. Metterle in fila è il modo migliore per leggere la città degli emigrati.

Il confronto con San Carlo al Corso è istruttivo. I lombardi, gente di Milano e del ducato, costruirono una delle più grandi chiese di via del Corso, con cupola e reliquie di San Carlo Borromeo. I bergamaschi, che politicamente appartenevano alla Repubblica di Venezia, restarono con una chiesa piccola e una confraternita propria. Due comunità vicine per lingua e lontane per bandiera, a meno di un chilometro l’una dall’altra.

Chi ama il tema trova altre tappe a poca distanza: San Biagio degli Armeni in via Giulia, Sant’Atanasio dei Greci in via del Babuino, Santo Stefano degli Abissini dentro il Vaticano. Molte condividono con questa chiesa lo stesso problema pratico: aprono poco, per le funzioni della comunità, e vanno cercate con il calendario in mano.

Fra le altre chiese di confraternita e di comunità del centro ci sono Santa Brigida a piazza Farnese, la chiesa degli svedesi, Santi Celso e Giuliano in via del Banco di Santo Spirito, oggi chiusa per restauro, e Santa Maria del Suffragio in via Giulia, sede di una confraternita dedicata ai defunti. Il tema delle confraternite romane è il filo rosso.

Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi

La chiesa è chiusa in tutte le ore in cui non si celebra, cioè quasi sempre. Non ci sono orari di visita, non c’è un custode fisso, e il portone di piazza Colonna non ha nemmeno un cartello con gli orari che si legga bene da lontano. Presentarsi un martedì pomeriggio significa trovare la porta sbarrata. D’estate e nei giorni di festa le messe possono cambiare, e il gestore lo scrive chiaramente.

Non aspettatevi un grande edificio barocco. L’interno è un’aula piccola, rifatta fra Ottocento e Novecento, con pezzi interessanti ma senza un capolavoro che giustifichi da solo il viaggio. Non aspettatevi nemmeno i resti dell’ospedale dei pazzi, che non esistono in forma visibile. Chi entra sapendo che cosa cercare, il Cristo del 1569, il monumento Negroni, il ritratto di Roncalli, esce soddisfatto.

Le feste dei due titolari cadono a fine agosto, il 24 per San Bartolomeo apostolo e il 26 per Sant’Alessandro, patrono di Bergamo. Il gestore non indica sul proprio sito un programma pubblico per queste date, e a Roma a fine agosto le confraternite lavorano a ranghi ridotti. Se volete assistere a una celebrazione solenne della comunità, chiedete alla segreteria con largo anticipo se e quando è prevista.

Sull’accessibilità il gestore non indica niente di specifico. La chiesa si trova al livello della piazza, ma l’ingresso storico, le cappelle laterali e il presbiterio hanno i dislivelli tipici degli edifici di questo tipo. Chi si muove in carrozzina o con difficoltà conviene che telefoni alla segreteria prima della messa, così qualcuno della confraternita può essere avvisato e dare una mano all’ingresso, che di solito è la parte più delicata.

Mangiare in zona

La zona fra piazza Colonna, il Pantheon e Montecitorio è la più difficile di Roma per mangiare bene a un prezzo onesto. Ci lavorano parlamentari, funzionari e giornalisti, ci passa buona parte dei visitatori della città, e i locali si dividono fra quelli che servono chi lavora qui tutti i giorni e quelli che servono chi passa una volta sola. I segnali per distinguerli ci sono, e sono sempre gli stessi.

Primo segnale, il menù con le fotografie dei piatti, plastificato e tradotto in cinque lingue. Secondo, la persona sulla porta che vi ferma sul marciapiede e vi invita a entrare. Terzo, la signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede: è un richiamo scenico, la pasta seria si prepara in cucina al mattino. Tutti e tre parlano a un pubblico di passaggio, e il conto lo sa.

Quarto segnale, i tavoli piazzati davanti ai monumenti, dove il prezzo tende ad adattarsi al cliente. Voci senza prezzo, pesce a peso senza indicazione del peso, un listino all’interno e uno diverso ai tavoli fuori. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare. Quinto segnale, la cucina aperta senza pausa dalla mattina a notte: una brigata vera si ferma nel pomeriggio, perché deve preparare la sera.

I romani non evitano questi posti per snobismo. Li evitano perché conoscono l’alternativa, spesso nella strada accanto, dove all’una siedono impiegati dei ministeri, commessi e giornalisti che pranzano in quaranta minuti e non tornerebbero mai in un posto che li tratta male. Guardate chi è seduto dentro all’ora di pranzo di un giorno feriale, e in che lingua ordina: è il criterio più affidabile che conosca.

Per non andare a tentativi, tengo una lista pubblica dei posti dove mangio davvero in centro e nei dintorni, senza sponsor e aggiornata quando i posti cambiano: la nostra lista dei posti dove mangiamo noi. Se venite per la messa del mercoledì alle 13.15, prenotate il pranzo per le due meno un quarto: a quell’ora in zona i tavoli si liberano e le cucine sono ancora aperte.

Che cosa abbinare in giornata

L’abbinamento naturale è il giro delle piazze del potere. Da piazza Colonna si passa a piazza di Montecitorio con il suo obelisco e il palazzo della Camera dei Deputati, poi si scende per via di Pietra verso il Tempio di Adriano, con le sue colonne corinzie inglobate nel palazzo della Borsa. Da lì Sant’Ignazio e il Pantheon sono a pochi minuti.

Chi preferisce restare sul tema delle chiese trova sul Corso un rosario di tappe: San Marcello al Corso, Santa Maria in via Lata, San Lorenzo in Lucina, San Silvestro in Capite. Poco lontano ci sono Gesù e Maria al Corso, San Giuseppe a Capo le Case e San Nicola da Tolentino verso Barberini.

Per chi vuole seguire il filo del cardinale Furietti, la mattina ai Musei Capitolini con i centauri e il mosaico delle colombe e il pomeriggio a Villa Adriana, dove quei pezzi sono stati trovati, sono una giornata piena ma sensata. Chi invece segue il filo dell’ospedale dei pazzi può andare a Monte Mario, all’ex complesso di Santa Maria della Pietà, e visitare il museo della mente su prenotazione.

Per una sosta di passaggio restano la Galleria Alberto Sordi, dall’altra parte del Corso, e il cortile della Galleria Sciarra con le sue pitture liberty, a pochi minuti. Chi ha ancora gambe prosegue verso Palazzo Doria Pamphilj o chiude la giornata con un itinerario di Roma barocca fra chiese, piazze e fontane.

Domande frequenti

San Bartolomeo dei Bergamaschi è aperta tutti i giorni?

No. La chiesa apre in pratica solo per le messe pubblicate dall’Arciconfraternita dei Bergamaschi in Roma, la domenica alle 10 e il mercoledì alle 13.15, con la precisazione che gli orari possono variare. Nel resto della settimana è chiusa e non esiste un orario di visita. Per conferme la segreteria risponde allo 06 69920723 e a segreteria@arciconfraternitabergamaschi.it.

Dove si trova esattamente la chiesa?

La facciata si apre su piazza Colonna, al civico 360 secondo il portale turistico di Roma Capitale, nel rione Colonna, di fronte alla colonna di Marco Aurelio e sulla stessa piazza della sede del governo. La sede della confraternita e l’archivio si trovano sul retro, in via di Pietra 70, la strada che conduce alla piazza del Tempio di Adriano.

Si paga per entrare?

No, l’ingresso è libero e gratuito, come in tutte le chiese durante le funzioni. Non esiste biglietto, non ci sono visite guidate a pagamento proposte dal gestore e nessun portale vende l’accesso. Se qualcuno vi propone un biglietto per questa chiesa, sta vendendo altro. Un’offerta volontaria alla confraternita, che vive di contributi dei soci, è sempre gradita.

Perché si chiama dei Bergamaschi se è a Roma?

Perché appartiene alla confraternita della comunità bergamasca di Roma, fondata nel 1539 per aiutare i conterranei emigrati in città. Nel 1725 la confraternita lasciò la vecchia sede di San Macuto e ottenne questa chiesa, che si chiamava Santa Maria della Pietà, aggiungendo i suoi patroni: Bartolomeo apostolo e Alessandro, martire e patrono di Bergamo.

È vero che qui c’era un manicomio?

Sì, la chiesa nacque come cappella dell’ospedale dei pazzi della Confraternita di Santa Maria della Pietà, arrivato a piazza Colonna nel 1550 e trasferito alla Lungara nel 1725 per volontà di Benedetto XIII. Più tardi l’ospedale si spostò a Monte Mario, nel complesso che ancora porta quel nome. A piazza Colonna non ne resta traccia visibile.

Torquato Tasso fu davvero ricoverato qui?

Il portale turistico di Roma Capitale scrive che il poeta fu ospitato nell’ospedale dei Pazzarelli fra la fine del 1589 e l’inizio del 1590. La reclusione per follia che tutti ricordano avvenne invece a Ferrara, nell’ospedale di Sant’Anna, fra il 1579 e il 1586. Le immagini di catene e celle a piazza Colonna sono racconto popolare, non documenti.

Che legame ha la chiesa con Giovanni XXIII?

Angelo Roncalli, bergamasco, studiò al Seminario Romano dal 1901 grazie a una borsa del Collegio Cerasoli, amministrato dalla confraternita, e da papa ricevette i confratelli in udienza il 13 gennaio 1963. Nella chiesa una cappella è dedicata a lui, con un ritratto del 1960 del pittore bergamasco Natale Bertuletti e, secondo le schede di censimento, un suo zucchetto.

Si può visitare l’oratorio settecentesco?

L’oratorio, progettato da Gabriele Valvassori e inaugurato nel 1733, ha stucchi dorati, tele con papi e santi legati alla nazione bergamasca e una boiserie di fine Cinquecento arrivata da San Macuto. Il gestore non pubblica aperture o visite programmate. L’unica strada è una richiesta motivata alla segreteria della confraternita, con anticipo e date flessibili.

Chi ha scritto la pagina

La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari delle messe, indirizzi e recapiti riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Trattandosi di una chiesa di confraternita che apre solo per le funzioni, ricontrollate prima di muovervi e segnalateci quello che trovate cambiato.

Costruire una mattina nel centro storico intorno a chiese che aprono un’ora alla settimana, palazzi istituzionali presidiati, deviazioni del traffico e musei con fasce di ingresso significa lavorare di incastri, che si viaggi da soli o con un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali, aeroporti, noleggi, spostamenti fra una città e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, da Tivoli e Villa Adriana ai Castelli fino alla costa e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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IndirizzoPiazza Colonna 360 Roma Centro storico, Roma, Roma Città 00187

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