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Santi Celso e Giuliano

La basilica dei Santi Celso e Giuliano si trova in via del Banco di Santo Spirito 5, con indirizzo postale in vicolo del Curato 12, nel rione Ponte, ed è chiusa al pubblico per un cantiere di restauro finanziato dal programma PNRR Caput Mundi. È una rettoria della parrocchia di San Giovanni Battista dei Fiorentini, affidata dal 2019 all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote. L’ingresso, a lavori finiti, è libero e gratuito. Non si prenota niente.

Nel frattempo le celebrazioni dell’Istituto si tengono altrove: il sito romano dell’Istituto indica come sede temporanea la chiesa dell’Immacolata dei Miracoli, in via Sebastiano Veniero 3, con la Messa in rito romano antico. Chi arriva in via del Banco di Santo Spirito oggi trova la facciata, la strada dei banchieri, la vecchia Zecca e Ponte Sant’Angelo a cento passi. Sono già un buon motivo per deviare, anche a portone chiuso.

Lo stato del cantiere e gli orari delle celebrazioni sono stati controllati il 29 settembre 2026 sulle pagine dell’Istituto di Cristo Re, della parrocchia di San Giovanni Battista dei Fiorentini, del programma Cantieri Narranti e di Turismo Roma. La data di fine lavori indicata dal cantiere era giugno 2026, e a fine settembre le pagine consultate non annunciano ancora la riapertura. Prima di muovervi telefonate alla rettoria o scrivete all’Istituto.

Facciata dei Santi Celso e Giuliano
I Santi Celso e Giuliano in via del Banco di Santo Spirito. Foto di Udine2812, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede da fuori

Via del Banco di Santo Spirito è la strada che parte dalla testata di Ponte Sant’Angelo, sul lato del centro storico, e scende verso l’Arco dei Banchi e corso Vittorio. La chiesa si apre sul lato della strada a pochi metri dal fiume, con la facciata in travertino schiacciata fra le case. Chi viene da Castel Sant’Angelo attraversa il ponte, lascia alle spalle le statue degli angeli e ce l’ha davanti in un minuto.

La facciata è tardobarocca, su due ordini, e le guide la definiscono di gusto borrominiano per le superfici mosse e le teste di cherubino. In basso un solo portale fra due coppie di colonne, sopra una finestra ovale, ai lati due nicchie vuote pensate per statue che non sono mai arrivate. In alto un grande finestrone ad arco. La strada è stretta e la facciata si legge di scorcio: frontalmente non la vedrete mai per intero.

Sopra i tetti spunta il campanile, che le descrizioni storiche segnalano per la cuspide dal profilo inconsueto per Roma, più vicina al barocco di area austriaca che a quello romano. Dentro la torre, secondo le fonti locali, si conserva una campana datata 1268, fra le più antiche della città. È un dettaglio che non potrete verificare dal marciapiede, ma che spiega quanto sia vecchia questa parrocchia rispetto all’edificio che vedete.

Che cosa si vede in questi mesi: facciata, strada, e se i ponteggi sono ancora montati, i teli del cantiere. L’interno non è visitabile fino alla riapertura. Chi vuole capire la pianta può comunque girare intorno all’isolato: vicolo del Curato e vicolo di San Celso seguono il perimetro della chiesa, che all’esterno è un ottagono irregolare in mattoni costruito intorno a un’ellisse, e lì si trova anche l’ingresso dell’oratorio annesso di San Celsino.

L’oratorio di San Celsino, in vicolo di San Celso 31, nasce nel 1571 per la confraternita del Santissimo Sacramento della parrocchia e oggi la parrocchia di San Giovanni Battista dei Fiorentini lo elenca come chiesa annessa. È un ambiente piccolo, nato per le riunioni e le devozioni dei confratelli, e le sue aperture non sono pubblicate. Chi passa dal vicolo guardi almeno il portale: racconta la vita di quartiere che girava intorno alla parrocchia.

Stato attuale: cantiere, riapertura e dove si celebra oggi

Il cantiere è schedato dal portale Cantieri Narranti, collegato al Ministero della Cultura, fra gli interventi del programma Caput Mundi. Il finanziamento complessivo indicato è di 2.400.000 euro di fondi PNRR, di cui 1.667.000 per i lavori. Gli interventi dichiarati sono la verifica sismica con consolidamento strutturale, il restauro conservativo delle coloriture settecentesche e il descialbo degli stucchi, cioè la rimozione delle scialbature che nel tempo li hanno coperti.

Le date pubblicate dal portale danno l’inizio dei lavori a settembre 2024 e la fine a giugno 2026, con lo stato del cantiere indicato come attivo. Altre fonti di consultazione collocano la chiusura della chiesa dal 14 ottobre 2024 fino all’autunno 2026. Al 29 settembre 2026 il sito romano dell’Istituto di Cristo Re continua a descrivere la basilica come in restauro. Una data di riapertura non è pubblicata, e conviene diffidare di chi ne annuncia una.

Le celebrazioni si sono spostate. Il sito dell’Istituto indica come sede temporanea la chiesa dell’Immacolata dei Miracoli, via Sebastiano Veniero 3, nel quartiere Trionfale, con queste Messe: domenica e festivi alle 11, cantata, e alle 18, dal lunedì al venerdì alle 18, il sabato alle 11. L’adorazione eucaristica è indicata dal lunedì al venerdì alle 17, le confessioni dal martedì al venerdì dalle 15 alle 16 e dalle 17 alle 18.30.

Gli orari che trovate ancora in giro, con la chiesa aperta la mattina dalle 7 e il pomeriggio fino alle 19, sono quelli di prima del cantiere e riguardano la sede di via del Banco di Santo Spirito. Oggi non valgono. Per chiedere lo stato dei lavori i recapiti pubblicati sono il telefono della rettoria, 06 68892283, la parrocchia di San Giovanni Battista dei Fiorentini, 06 68892059, e la posta dell’Istituto, italia@icrsp.org.

Una curiosità su Santi Celso e Giuliano

La chiesa che vedete non è quella che il papa voleva. Nel 1509 Giulio II affidò a Donato Bramante il progetto di una chiesa nuova, parte del grande piano urbanistico che negli stessi anni stava tracciando via Giulia. La vecchia basilica fu in parte demolita per fare spazio, il cantiere partì e poi si fermò con la morte del papa nel 1513. Per oltre due secoli la parrocchia visse in un edificio mutilato.

Il progetto bramantesco era a pianta centrale, lo stesso ragionamento che l’architetto stava applicando alla nuova basilica di San Pietro. Non se ne fece niente, per mancanza di fondi secondo le fonti più citate. Il risultato curioso è che la ricostruzione settecentesca, arrivata duecento anni dopo, riprende a modo suo l’idea di uno spazio raccolto intorno al centro: l’ellisse trasversale di Carlo De Dominicis è la versione barocca di un sogno rinascimentale.

Il secondo dettaglio curioso riguarda i santi. Celso e Giuliano non sono i santi più noti del calendario, e nella pala dell’altare maggiore compaiono insieme a Basilissa e Marcionilla, figure legate alla stessa tradizione di martiri. Quello che dicono i documenti è poco: una dedicazione antica, attestata con certezza da una bolla di Onorio II del 1127 che nomina un prete di San Celso. Quello che dice la tradizione è molto di più, e va preso per quello che è.

La tradizione locale riportata anche da Wikipedia colloca la consacrazione della chiesa nel 432, sotto papa Celestino I. La prima menzione che gli studiosi considerano sicura è appunto quella del 1127, mentre un’attestazione del 1008 in un registro sublacense è discussa per la localizzazione. Tre date, tre livelli di certezza. Chi vi racconta una chiesa del quinto secolo dà per fatto quello che è tradizione, e conviene tenerlo a mente anche davanti alle targhe.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santi Celso e Giuliano

Questa era una parrocchia di potere. Nel 1198 Innocenzo III la dichiarò cappella papale, e per secoli il suo capitolo di canonici, un arciprete e sette canonici, ha avuto legami stretti con la corte pontificia. Il motivo è la posizione: la chiesa sorgeva all’inizio della via Papale, il percorso solenne con cui il papa appena eletto andava da San Pietro a San Giovanni in Laterano per prendere possesso della sua cattedrale.

Due arcipreti del primo Cinquecento lo dicono meglio di qualunque ragionamento. Paride de Grassis era maestro delle cerimonie pontificie sotto Giulio II e Leone X e insieme arciprete di questa piccola parrocchia, secondo quanto riporta Turismo Roma. Biagio da Cesena, nominato arciprete nel 1518, fu a sua volta maestro delle cerimonie. Chi organizzava i riti del papa aveva la sua chiesa proprio all’imbocco del percorso cerimoniale. Non è una coincidenza.

Poi la parrocchia sparì. Nel 1906 il capitolo canonicale e i diritti parrocchiali furono trasferiti a San Giovanni Battista dei Fiorentini, come ricorda la stessa parrocchia sul suo sito. Da allora Santi Celso e Giuliano è una rettoria, cioè una chiesa aperta al culto senza territorio proprio. Il censimento del 1625 le attribuiva più di tremila parrocchiani. Il rione intanto si è svuotato, e la chiesa ha perso la sua funzione originaria.

Il terzo passaggio, quello più recente, è la Messa antica. Dalla vigilia di Natale del 2019 la chiesa è affidata all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, una società di vita apostolica che celebra con il messale del 1962. Chi entrava qui prima del cantiere trovava canonici in abito tradizionale, canto gregoriano la domenica e un pubblico internazionale molto diverso da quello delle altre chiese del rione. È una fisionomia che la chiesa ritroverà alla riapertura.

C’è poi un dettaglio sul nome. Nelle guide trovate la chiesa come Santi Celso e Giuliano in Banchi, con il nome del quartiere dei banchieri aggiunto per distinguerla, e con il titolo di basilica minore. Il capitolo dei canonici, arrivato fino al Novecento, ottenne da Benedetto XV e da Pio XII titoli onorifici di curia. Sono onori formali, ma confermano quanto a lungo questa chiesetta sia rimasta nell’orbita del palazzo apostolico.

L’interno ellittico e le pale del Settecento

La ricostruzione la decise papa Clemente XII, il fiorentino Lorenzo Corsini, lo stesso che nei primi anni Trenta del Settecento mise mano alla facciata del Laterano e alla Fontana di Trevi. Il progetto fu affidato a Carlo De Dominicis e il cantiere si chiuse nel 1735, secondo la data più citata. Il 1868 porta un secondo restauro importante, voluto da Pio IX ed eseguito da Andrea Busiri Vici. Il cantiere in corso è il primo intervento di questa scala da allora.

La pianta è un’ellisse disposta di traverso, con l’asse lungo parallelo alla facciata, tre cappelle per lato e un presbiterio rettangolare. Fra una cappella e l’altra salgono paraste giganti, e sopra le cappelle più piccole si aprono le cantorie, i palchetti per i musicisti con le balaustre bombate. La volta è una cupola ellittica ribassata senza lanterna, con al centro la colomba dello Spirito Santo. Bianco, oro, stucchi a foglie e conchiglie.

L’opera che giustifica la visita è la pala dell’altare maggiore di Pompeo Batoni, il pittore lucchese che diventerà il ritrattista preferito dei viaggiatori del Grand Tour. Rappresenta Cristo in gloria con i santi Celso, Giuliano, Basilissa e Marcionilla. Sulla data le fonti non concordano: alcune indicano il 1736, altre il 1738 per l’altare che la contiene. Ai lati del presbiterio due tele di Francesco Caccianiga e Giacomo Triga raccontano episodi della vita dei due santi.

Nelle cappelle laterali le pale sono quasi tutte degli anni 1736 e 1737, un unico cantiere decorativo. La prima a destra, dedicata a San Cornelio, conserva l’unico altare sopravvissuto dall’edificio precedente, con reliquie del papa Cornelio e delle sante Artemia e Gianuaria e una tela di Gaetano Lapis. A sinistra dell’altare maggiore la cappella della Madonna delle Grazie custodisce la copia di un’immagine venerata, di cui parlo più avanti.

Il descialbo previsto dal restauro riguarda proprio questi stucchi. Ridipinture e scialbature successive ne hanno appiattito il disegno, e il progetto punta a restituire le coloriture del Settecento. Vuol dire che alla riapertura la chiesa potrebbe apparire diversa dalle fotografie che circolano oggi, forse meno bianca e più calda. Per chi l’ha vista prima del 2024 sarà una ragione per tornarci.

Due dettagli dell’arredo sono da cercare alla riapertura. Il coro ligneo del presbiterio risale agli anni della ricostruzione e porta lo stemma di Clemente XII, la firma del papa committente messa dove la vedono i canonici ogni giorno. L’altro sono le cantorie sopra le cappelle diagonali, che ricordano quanto contasse la musica in una chiesa capitolare. Quando ci entrerete, alzate lo sguardo prima di guardare le pale.

Il consiglio che ti do per visitare Santi Celso e Giuliano

Finché il cantiere è aperto, non organizzate una visita alla chiesa. Organizzate una passeggiata nella testata di ponte, con la chiesa come prima tappa vista da fuori. Il giro sensato parte da Ponte Sant’Angelo, prende via del Banco di Santo Spirito, passa sotto l’Arco dei Banchi, entra in via dei Banchi Nuovi e arriva a Santa Maria della Pace. Un’ora a passo lento, tutta gratuita, e si capisce il rione.

Se volete vedere l’interno appena riapre, non affidatevi ai portali di informazione generica: sono proprio quelli che oggi riportano ancora gli orari di prima della chiusura. Guardate la pagina romana dell’Istituto di Cristo Re, che segnala il ritorno delle celebrazioni, oppure chiamate la rettoria al numero pubblicato dalla parrocchia. Il giorno migliore sarà una domenica mattina, quando la Messa cantata restituisce alla chiesa la funzione per cui è stata disegnata.

Una regola di comportamento che vale qui più che altrove. È una chiesa dove si celebra con la liturgia tradizionale, e una parte dei fedeli è abituata a un silenzio e a un abbigliamento più formali di quelli di una basilica turistica. Spalle coperte, niente pantaloncini, telefono muto, niente fotografie durante le funzioni. Nessuno vi caccerà per un paio di bermuda, ma vi guarderanno male, e avranno ragione.

Se il vostro interesse è la Messa antica e non l’edificio, andate direttamente all’Immacolata dei Miracoli in via Sebastiano Veniero, dove l’Istituto celebra nel frattempo con gli stessi orari pubblicati. Se invece il vostro interesse è il Settecento romano e Batoni, aspettate la riapertura e intanto vedete altre chiese del rione dello stesso secolo. Sono due visite diverse e conviene non confonderle, perché la sede temporanea è in un altro quartiere.

Ultimo consiglio: guardate la facciata con il binocolo o con lo zoom del telefono. Le teste di cherubino dei capitelli superiori, le fronde d’ulivo a nastro sui lati del timpano, le conchiglie nelle nicchie vuote sono dettagli che dal basso si perdono. Il restauro riguarda anche l’esterno, e con i ponteggi rimossi la pietra pulita renderà leggibile quello che oggi è coperto dalla patina del traffico.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Pio XII è stato battezzato qui. Eugenio Pacelli, nato nel rione il 2 marzo 1876, ricevette il battesimo in questa parrocchia il 4 marzo, due giorni dopo. Una lapide nella prima cappella a sinistra, murata il 2 marzo 1939, giorno della sua elezione, lo ricorda. Nel 2020 accanto è stato aggiunto un dipinto di Giorgio Esposito con il ritratto del papa. È un fatto noto agli storici della Chiesa e quasi mai raccontato a chi attraversa il ponte.

Il fonte battesimale però non c’è più. Nel 1930 fu trasferito alla basilica di San Pancrazio al Gianicolo, secondo quanto riporta Wikipedia. Resta la cappella del Battesimo di Cristo, con la pala di Giuseppe Ranucci del 1736. Chi cerca il luogo fisico del sacramento dovrebbe quindi andare sull’altra collina. È il genere di spostamento che a Roma succede di continuo e che le targhe non dicono.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda la Madonna delle Grazie. L’immagine venerata nella cappella a sinistra dell’altare maggiore è la copia di un’icona conservata a Santa Maria della Consolazione, sotto il Campidoglio. Il capitolo di San Pietro la incoronò nel 1665. Secondo la tradizione ci pregavano Ignazio di Loyola, Filippo Neri e papa Alessandro VII. I documenti attestano l’incoronazione. Le visite dei santi sono racconto devoto.

Terzo fatto: la reliquia di Maria Maddalena. Turismo Roma riporta che dalla metà del Quattrocento la chiesa custodiva una reliquia del piede sinistro della santa, e nella chiesa attuale una cappella è dedicata alla Maddalena con una pala di Emmanuele Alfani del 1736. Sulla sorte della reliquia dopo la ricostruzione il gestore non indica nulla. La annoto perché spiega una devozione che nel rione Ponte, fra pellegrini e banchieri, aveva un senso preciso.

La foto giusta da fare a Santi Celso e Giuliano

La foto giusta è in verticale e di scorcio. Mettetevi sul marciapiede opposto, qualche metro più in là rispetto al portale, e riprendete la facciata inclinando leggermente il telefono verso l’alto, in modo che il finestrone ad arco del secondo ordine chiuda l’inquadratura. La strada è troppo stretta per la ripresa frontale, e il grandangolo spinto deforma le colonne. Meglio perdere un pezzo di facciata che piegarla.

La luce migliore è quella della mattina presto, quando la strada non è ancora piena di motorini e taxi e la pietra prende un riflesso uniforme. Nel pomeriggio le case di fronte mettono la facciata in ombra per metà, e il contrasto fra le due zone è difficile da gestire. La domenica mattina, prima delle nove, via del Banco di Santo Spirito è quasi vuota e potete lavorare senza nessuno nell’inquadratura.

La seconda foto, quella che racconta il posto, si fa dal ponte. Salite su Ponte Sant’Angelo verso la metà, giratevi verso il centro e riprendete la testata con le statue di San Pietro e San Paolo in primo piano e l’imbocco della strada dietro. È l’immagine del trivio di Ponte, il nodo da cui partivano le tre vie verso la città, e spiega meglio di qualunque parola perché questa chiesa era importante.

Se trovate ancora i ponteggi, non rinunciate. Una foto della facciata impacchettata, datata, ha valore documentario, e fra qualche anno vi servirà per il confronto con la pietra pulita. Evitate invece le foto dal lungotevere verso la chiesa: gli edifici della riva la coprono completamente e il risultato è un palazzo qualunque. La chiesa si fa vedere solo dalla sua strada.

La strada dei banchieri, la Zecca e il Banco di Santo Spirito

Il nome della via dice il mestiere del quartiere. Nel Quattrocento e nel Cinquecento questa strada, chiamata allora Canale di Ponte, e le vie vicine erano la piazza finanziaria della Roma papale: qui avevano i loro banchi le compagnie toscane, senesi e genovesi che prestavano denaro alla Camera Apostolica e cambiavano le monete dei pellegrini. Via dei Banchi Nuovi e via dei Banchi Vecchi, a pochi isolati, portano ancora quella memoria.

In fondo alla strada, dove si allarga verso via dei Banchi Nuovi, si trova il palazzo del Banco di Santo Spirito, con la facciata curva attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane e datata agli anni Venti del Cinquecento. Nasce come Zecca pontificia: qui si coniavano le monete del papa. Chi vuole vedere che cosa usciva da quei torchi trova la storia della monetazione romana al Museo della Zecca di Roma.

Nel 1605 Paolo V fondò il Banco di Santo Spirito, legato all’Ospedale di Santo Spirito in Sassia e considerato fra le prime banche pubbliche d’Europa. Il palazzo della vecchia Zecca ne divenne la sede e diede il nome alla strada. L’istituto ha attraversato quasi quattro secoli prima di confluire nei grandi gruppi bancari del Novecento. La chiesa di Santo Spirito in Sassia, dall’altra parte del fiume, chiude il cerchio.

A pochi metri dalla chiesa si apre l’Arco dei Banchi, un passaggio coperto che collega la strada a via Paola. Sotto l’arco è murata la lapide che ricorda la piena del Tevere del 1277, indicata spesso come la più antica targa di inondazione della città. Guardatela bene: il segno del livello dell’acqua è molto più in alto della vostra testa. Il quartiere dei banchieri era anche il quartiere più esposto alle piene.

Il motivo per cui i banchieri si erano concentrati qui è la geografia. Alla testata del ponte convergevano tre percorsi: la via Papale verso il Campidoglio e il Laterano, la via dei Pellegrini verso Campo de’ Fiori e la via Retta verso il Campo Marzio. Chiunque andasse a San Pietro o ne tornasse passava da questo imbuto, con denaro da cambiare, offerte da depositare e lettere di credito da riscuotere. La chiesa era il primo altare che incontrava.

Piazza di Ponte e le esecuzioni capitali

Lo slargo davanti al ponte, piazza di Ponte Sant’Angelo, è stato per secoli uno dei luoghi delle esecuzioni pubbliche nella Roma dei papi. Il più noto è quello dell’11 settembre 1599, quando qui furono giustiziati Beatrice Cenci, la matrigna Lucrezia Petroni e il fratello Giacomo, condannati per l’uccisione del padre Francesco. Il processo è documentato. Beatrice fu sepolta a San Pietro in Montorio, sul Gianicolo.

Quello che dice la tradizione si è depositato sopra i documenti. Il caso Cenci è diventato un racconto romantico, con tragedie, romanzi e un ritratto a lungo attribuito a Guido Reni, e la leggenda popolare vuole che la sua ombra torni sul ponte ogni anno nella notte fra il 10 e l’11 settembre. È leggenda, e va raccontata come tale. Il processo, le condanne e l’esecuzione sono invece storia documentata.

L’altro nome legato a questa piazza è quello di Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, boia dello Stato pontificio fra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento. Abitava in Borgo, sull’altra riva, e secondo il detto popolare quando Mastro Titta passava il ponte voleva dire che c’era un’esecuzione in città. Il detto è tradizione. L’elenco delle sue esecuzioni è un documento, mentre le memorie a lui attribuite e pubblicate a fine Ottocento vanno lette come racconto romanzato.

Ne parlo con misura, perché qui sono morte persone vere. In questa piazza si tende a caricare il racconto di dettagli macabri che non servono a niente. Quello che serve sapere è che la giustizia del papa voleva essere vista, e che la testata del ponte, passaggio obbligato fra la città e il Vaticano, era il palcoscenico più affollato di Roma. La chiesa di Santi Celso e Giuliano stava a guardare, letteralmente.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Nel 1198 Innocenzo III dichiara la chiesa cappella papale. Nel 1218 Onorio III le sottopone tre cappelle dipendenti del quartiere, San Salvatore de Inversis, Santi Angeli de Miccinello e San Pantaleo iuxta Flumen, oggi scomparse. La chiesa medievale aveva un portico che le fonti paragonano a quello di Santa Maria in Trastevere. È il periodo in cui la testata di ponte diventa il principale accesso dei pellegrini a San Pietro.

Il 19 dicembre 1450, durante il Giubileo indetto da Niccolò V, la folla dei pellegrini che tornava da San Pietro si schiacciò sul ponte e molte persone morirono calpestate o cadute nel Tevere. Sul numero delle vittime le fonti non concordano, e le cronache danno cifre che vanno da poco meno di duecento in su. Dopo la tragedia il papa fece liberare la testata del ponte dalle costruzioni che la ingombravano. La chiesa si trovava lì accanto.

Nel 1509 Giulio II avvia con Bramante il progetto di ricostruzione, che si interrompe nel 1513. Nel 1571 nasce accanto l’oratorio di San Celsino per la confraternita del Santissimo Sacramento, oggi chiesa annessa in vicolo di San Celso 31. Nel 1625 il censimento conta oltre tremila parrocchiani in più di settecento famiglie. Nel 1665 il capitolo di San Pietro incorona l’immagine della Madonna delle Grazie. Il Seicento è il secolo della parrocchia popolosa.

Negli anni Trenta del Settecento Clemente XII fa ricostruire la chiesa da Carlo De Dominicis, con lavori chiusi nel 1735, e Pompeo Batoni dipinge la pala dell’altare maggiore. Nel 1868 Pio IX promuove il restauro affidato ad Andrea Busiri Vici. Nel 1876 viene battezzato Eugenio Pacelli. Nel 1906 la parrocchia viene soppressa e i diritti passano a San Giovanni Battista dei Fiorentini. Nel 1939 la lapide del battesimo di Pio XII.

Dalla vigilia di Natale del 2019 la chiesa è affidata all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote. Nel settembre 2024 si apre il cantiere finanziato dal programma Caput Mundi, con verifica sismica e restauro delle superfici, e la chiesa chiude al pubblico. La fine dei lavori era prevista per giugno 2026. A fine settembre 2026 le fonti ufficiali consultate non registrano ancora la riapertura, e il prossimo avvenimento da segnare in calendario è proprio quello.

Chi è passato da Santi Celso e Giuliano

Donato Bramante, che qui ha disegnato una chiesa rimasta sulla carta. Negli stessi anni lavorava a San Pietro e al palazzo dei Tribunali di via Giulia, anche quello mai finito. Il suo nome è legato alla chiesa per un progetto, non per un muro. Vale la pena ricordarlo quando qualcuno vi presenta la facciata come opera bramantesca: la facciata che vedete è del Settecento e porta la firma di Carlo De Dominicis.

Biagio da Cesena, arciprete dal 1518 e maestro delle cerimonie pontificie. Giorgio Vasari racconta che criticò i nudi del Giudizio Universale e che Michelangelo lo ritrasse nei panni di Minosse, il giudice infernale con le orecchie d’asino, nell’angolo in basso a destra dell’affresco. È un racconto di fonte cinquecentesca, non una leggenda tarda, ed è il motivo per cui un funzionario della curia è diventato uno dei volti più noti dei Musei Vaticani.

Paride de Grassis, maestro delle cerimonie di Giulio II e Leone X e arciprete della chiesa. I suoi diari cerimoniali sono una delle fonti principali per la vita della corte papale del primo Cinquecento. Per lui questa parrocchia era una base a pochi minuti dal Vaticano, e la sua presenza spiega il legame fra la chiesa e il potere cerimoniale meglio di qualunque elenco di privilegi concessi dai papi.

Pompeo Batoni, lucchese arrivato a Roma giovane, che con questa pala firmò una delle sue prime grandi commissioni pubbliche. Dopo sarebbe diventato il pittore dei ritratti dei gentiluomini inglesi in viaggio, con le rovine sullo sfondo. Chi conosce solo quei ritratti troverà qui il Batoni religioso, più composto e meno mondano. Per il Settecento romano in pittura la Galleria Corsini è il confronto naturale.

Eugenio Pacelli, battezzato qui nel 1876 e diventato papa Pio XII nel 1939. Poi, in blocco, i banchieri toscani che avevano i loro banchi nella strada, i pellegrini di sette secoli di giubilei diretti a San Pietro, i condannati portati in piazza di Ponte. Secondo la tradizione, Ignazio di Loyola e Filippo Neri pregavano davanti alla Madonna delle Grazie. Filippo Neri aveva la sua casa alla Chiesa Nuova, a pochi minuti di cammino.

Come si arriva

A piedi è il modo giusto. Da Piazza Navona si prende via dei Coronari o via di Tor Millina e in dieci minuti si arriva alla testata del ponte. Da piazza San Pietro si percorre via della Conciliazione, si passa davanti a Castel Sant’Angelo e si attraversa il ponte: un quarto d’ora abbondante. Da Campo de’ Fiori si risale via dei Banchi Vecchi, ed è la strada più interessante.

In metropolitana la zona non è servita bene. La linea A passa nel quartiere Prati, sull’altra riva, e dalle fermate di Lepanto e Ottaviano bisogna mettere in conto una camminata di almeno venti minuti per arrivare al ponte. Le linee di autobus che passano su corso Vittorio Emanuele e sul lungotevere cambiano percorso con i cantieri e con i grandi eventi: controllate il giorno stesso con il calcolatore di percorso di ATAC.

In auto non ha senso. La strada si trova dentro la zona a traffico limitato del centro storico, i parcheggi sono pochi e cari, e il lungotevere nelle ore di punta è bloccato. Chi arriva in taxi può farsi lasciare in piazza di Ponte Sant’Angelo o sul lungotevere all’altezza del ponte. Con un gruppo in pullman la discesa si fa di solito sul lato di Castel Sant’Angelo, poi si attraversa a piedi.

Per la sede temporanea delle celebrazioni, la chiesa dell’Immacolata dei Miracoli in via Sebastiano Veniero 3, il discorso cambia: si trova nel quartiere Trionfale, dalla parte dei Musei Vaticani, ed è più comoda con la linea A che a piedi dal centro. Calcolate almeno mezz’ora di cammino da Ponte Sant’Angelo. Per chi vuole assistere alla Messa della domenica alle 11 è una scelta da fare prima, non all’ultimo momento.

Sull’accessibilità il gestore non indica nulla di specifico, né per la sede di via del Banco di Santo Spirito né per quella temporanea. I marciapiedi della strada sono stretti e il traffico di auto e motorini è continuo, quindi con un passeggino o una carrozzina conviene arrivare dal lato del ponte, dove lo spazio pedonale è più largo. Per le funzioni all’Immacolata dei Miracoli chiedete all’Istituto prima di muovervi.

Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi

Oggi è chiusa sempre, fino alla fine del cantiere. Non aspettatevi aperture straordinarie improvvisate, visite di cantiere su richiesta o custodi disponibili ad aprire il portone: le aperture di cantiere, se ci saranno, verranno comunicate dai canali ufficiali. Non aspettatevi neppure che la data di fine lavori indicata sia rispettata, perché nei restauri con verifica sismica le sorprese strutturali allungano i tempi quasi sempre.

Quando riaprirà, la chiesa tornerà probabilmente a un regime da rettoria con celebrazioni quotidiane, cioè aperta nelle ore delle funzioni e di preghiera, non in orario continuato da museo. Gli orari saranno quelli che pubblicherà l’Istituto, non quelli che trovate oggi sui portali di informazione turistica. Non aspettatevi una biglietteria, un bookshop, pannelli esplicativi o audioguide. Tutto quello che c’è da capire va capito prima di entrare.

Non aspettatevi neanche una chiesa grande. L’ellisse è raccolta, le cappelle sono poco profonde, e in dieci minuti si fa il giro. È una chiesa da guardare con calma in rapporto alla sua strada, non un grande contenitore di capolavori come le basiliche del centro. Chi arriva aspettandosi la scala di Sant’Agnese in Agone resta deluso. Chi arriva con la curiosità giusta trova il Settecento romano in formato tascabile.

La posizione controcorrente: la testata di ponte è sopravvalutata dal lato di Castel Sant’Angelo e sottovalutata dal lato della città. La maggior parte dei visitatori arriva al castello, fotografa gli angeli del ponte e torna indietro senza attraversare. È un errore di prospettiva. Il pezzo di Roma che spiega perché quel ponte contava si trova sulla riva opposta, fra questa chiesa, la Zecca e l’Arco dei Banchi.

Mangiare in zona

La testata del ponte e il tratto di Borgo verso San Pietro sono fra le zone di Roma dove si mangia peggio in rapporto a quanto si spende. La ragione è semplice: il flusso di visitatori è continuo, la maggior parte non tornerà mai, e alcuni locali lavorano di conseguenza. Il rione Ponte, spostandosi verso via dei Coronari e via del Governo Vecchio, migliora. Ma bisogna saper leggere i segnali, che sono sempre gli stessi.

Primo segnale: il menu con le fotografie dei piatti, spesso in cinque lingue e plastificato. Un locale che deve mostrarvi l’immagine di una carbonara si rivolge a chi non sa che cosa sia, e cucina per quel pubblico. Secondo segnale: la signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede. È una scena studiata per fermare il passante, non un indizio di qualità. La pasta fresca seria si fa in cucina, la mattina, lontano dalla strada.

Terzo segnale: il buttadentro, la persona sulla porta che vi ferma con il menu in mano. Un posto che deve procurarsi i clienti per strada non ha clienti abituali, e i clienti abituali sono l’unica garanzia. Quarto segnale: la cucina aperta senza interruzione dalla mattina a notte. Una cucina vera ha una pausa fra pranzo e cena, perché la brigata deve riposare e preparare. L’orario continuato di solito vuol dire piatti rigenerati.

Quinto segnale, tipico dei locali piazzati davanti ai monumenti: il prezzo che si adatta al cliente. Voci senza prezzo sul menu, pesce del giorno senza indicazione al chilo, listini diversi fra la sala interna e i tavoli all’aperto, o un menu esposto fuori che non corrisponde a quello che vi portano al tavolo. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare, e se la risposta è vaga alzatevi. Nessuno si offende davvero.

I romani in questi posti non ci vanno, e non per snobismo. Ci vanno poco perché conoscono l’alternativa a dieci minuti di cammino, perché non sopportano di pagare il panorama sul conto, e perché vogliono sedersi dove il cameriere li riconosce. Il criterio è guardare chi è seduto: se alle due di un giorno feriale ci sono impiegati e artigiani del quartiere, siete nel posto giusto.

Per non andare a tentativi, tengo aggiornata una lista pubblica di indirizzi che frequento davvero, in centro e fuori: la nostra lista dei posti dove mangiamo noi. Non è sponsorizzata e cambia quando cambiano i posti. Nella zona di Ponte e dei Banchi conviene prenotare per la cena, soprattutto nel fine settimana, perché i tavoli buoni del rione sono pochi e li conoscono tutti.

Che cosa abbinare in giornata

Il primo abbinamento è la riva di fronte. Castel Sant’Angelo con il Passetto di Borgo, poi il rione Borgo fino a San Pietro. Chi vuole un quadro complessivo della zona trova la guida a Prati e Borgo, utile per costruire una mezza giornata. La sera del 29 giugno, festa dei santi patroni, c’è la Girandola sul castello, e la testata del ponte è il punto da cui guardarla.

Il secondo abbinamento è via Giulia, a pochi minuti. Si comincia da San Giovanni dei Fiorentini, la parrocchia da cui oggi dipende la chiesa, e si scende verso San Biagio degli Armeni, Santa Maria del Suffragio, Santo Spirito dei Napoletani e l’Oratorio del Gonfalone. Sono tutte chiese della stessa parrocchia o della stessa strada, con orari brevi da verificare.

Il terzo abbinamento è il Barocco del rione Parione. Santa Maria della Pace con il chiostro, Santa Maria dell’Anima, la Chiesa Nuova con l’Oratorio dei Filippini e la Biblioteca Vallicelliana. Dentro la Chiesa Nuova non perdete di vista il quadro motorizzato di Rubens. Da lì si arriva a Pasquino e al Museo di Roma.

Chi preferisce restare nel rione Ponte trova San Salvatore in Lauro, poco a nord della strada, e scendendo verso il fiume a sud Campo de’ Fiori, il Palazzo della Cancelleria e piazza Farnese. Per restare sul tema delle chiese di comunità, Santa Brigida e San Girolamo della Carità sono sulla stessa direttrice.

Chi va alla Messa della domenica all’Immacolata dei Miracoli può unire la mattina a un giro al Mercato Trionfale, nello stesso quadrante, e ai Musei Vaticani se sono aperti. Per il resto della giornata, e per un pomeriggio di pioggia nella zona, la scelta è lunga. Il percorso di Caravaggio parte da San Luigi dei Francesi, a un quarto d’ora di cammino.

Domande frequenti

La basilica dei Santi Celso e Giuliano è aperta?

No. La basilica è chiusa per un cantiere di restauro e verifica sismica finanziato dal programma PNRR Caput Mundi, avviato nel settembre 2024 con fine prevista a giugno 2026. Al 29 settembre 2026 le pagine ufficiali dell’Istituto di Cristo Re la descrivono ancora in restauro e una data di riapertura non è pubblicata. Conviene telefonare alla rettoria, al numero 06 68892283, prima di andare.

Dove si celebra la Messa durante i lavori?

L’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote indica come sede temporanea la chiesa dell’Immacolata dei Miracoli, in via Sebastiano Veniero 3. Le Messe pubblicate sono la domenica e nei festivi alle 11, cantata, e alle 18, dal lunedì al venerdì alle 18, il sabato alle 11. L’adorazione è alle 17 dal lunedì al venerdì, le confessioni dal martedì al venerdì nel pomeriggio.

Si paga per entrare?

No. Come ogni chiesa aperta al culto, Santi Celso e Giuliano ha ingresso libero e gratuito, senza prenotazione, nelle ore di apertura che l’Istituto pubblicherà alla riapertura. Non esistono biglietti, visite guidate ufficiali a pagamento o circuiti di prevendita. Diffidate di qualunque offerta che proponga un accesso a pagamento o prioritario a questa chiesa, perché il gestore non ne prevede.

Chi gestisce oggi la chiesa?

La chiesa è una rettoria della parrocchia di San Giovanni Battista dei Fiorentini, che ne ha ereditato i diritti parrocchiali nel 1906. Dalla vigilia di Natale del 2019 è affidata all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, una società di vita apostolica che celebra con la liturgia romana antica. I recapiti pubblicati sono il telefono della rettoria, 06 68892283, e la posta italia@icrsp.org.

Che cosa c’è da vedere dentro?

L’interno è un’ellisse trasversale del Settecento, progettata da Carlo De Dominicis e chiusa nel 1735, con tre cappelle per lato e una cupola ellittica. L’opera principale è la pala dell’altare maggiore di Pompeo Batoni con Cristo in gloria e i santi Celso, Giuliano, Basilissa e Marcionilla. Ci sono poi pale di Gaetano Lapis, Giuseppe Ranucci ed Emmanuele Alfani e la cappella della Madonna delle Grazie.

È vero che Pio XII è stato battezzato qui?

Sì. Eugenio Pacelli, nato il 2 marzo 1876, fu battezzato in questa chiesa, allora parrocchia, il 4 marzo 1876. Una lapide nella prima cappella a sinistra lo ricorda ed è stata murata il 2 marzo 1939, giorno della sua elezione al pontificato. Il fonte battesimale originale fu però trasferito nel 1930 alla basilica di San Pancrazio al Gianicolo, secondo le fonti consultate.

Le esecuzioni di piazza di Ponte avvenivano davanti alla chiesa?

Le esecuzioni pubbliche si svolgevano nello slargo alla testata di Ponte Sant’Angelo, sul lato del centro, a pochi passi dall’imbocco di via del Banco di Santo Spirito dove si trova la chiesa. Il caso più documentato è quello di Beatrice Cenci e dei suoi familiari, giustiziati l’11 settembre 1599. La leggenda del suo fantasma sul ponte appartiene invece alla tradizione popolare, non ai documenti.

Si può fotografare l’interno?

Il gestore non indica una regola pubblicata sulle fotografie. Nella pratica delle chiese dove si celebra con la liturgia tradizionale le foto sono tollerate fuori dalle funzioni, senza flash e senza treppiede, e vietate durante le Messe. Alla riapertura chiedete in sacrestia, soprattutto se volete riprendere le cappelle restaurate. Oggi l’interno non è visitabile, quindi la domanda riguarda solo il dopo cantiere.

Chi ha scritto la pagina

La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Lo stato del cantiere, le sedi e gli orari delle celebrazioni riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Trattandosi di una chiesa in restauro con riapertura non ancora annunciata, ricontrollate prima di muovervi e segnalateci quello che trovate cambiato.

Mettere in fila una mattina fra le chiese del rione Ponte significa incastrare rettorie che aprono solo nelle ore delle funzioni, cantieri che chiudono senza preavviso, sedi temporanee in un altro quartiere e aperture straordinarie comunicate all’ultimo, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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