Oratorio dei Filippini
All’Oratorio dei Filippini oggi si entra in tre punti diversi e per tre motivi diversi, e nessuno dei tre è la sala dell’oratorio vera e propria. Si visita il Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana, a piazza della Chiesa Nuova 18. Si entra all’Archivio Storico Capitolino, a piazza dell’Orologio 4. Si consulta la Casa delle Letterature, a piazza dell’Orologio 3. La sala dell’oratorio, quella dietro la facciata curva, è chiusa per lavori.
La facciata che tutti fotografano appartiene a un edificio che in gran parte non si apre ai visitatori. Dentro ci sono uffici, depositi, sale di studio e un cantiere. Chi arriva pensando di comprare un biglietto e fare il giro del complesso resta a bocca asciutta. Non esiste un biglietto: gli accessi che funzionano sono gratuiti, hanno orari da biblioteca e regole da biblioteca, e vanno presi per quello che sono.
Che cosa si visita davvero oggi, ambiente per ambiente
Il complesso dei Filippini ospita quattro istituzioni diverse sotto lo stesso tetto: la Biblioteca Vallicelliana, che dipende dal Ministero della cultura, l’Archivio Storico Capitolino di Roma Capitale, l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e la Casa delle Letterature del sistema Biblioteche di Roma. Ognuna ha un ingresso, un orario e un regolamento suo. Chi non lo sa gira intorno all’isolato per venti minuti.
Il Salone Borromini è la vecchia biblioteca dei padri oratoriani e resta l’ambiente più bello aperto al pubblico. La Biblioteca Vallicelliana lo dichiara visitabile lunedì, martedì e venerdì dalle 10.00 alle 13.00 a ingresso libero, mercoledì e giovedì dalle 15.00 alle 18.00 solo su prenotazione, chiuso nei giorni festivi. I gruppi oltre le quindici persone devono prenotare sempre, con almeno quarantotto ore di anticipo. Orari letti sul sito ufficiale il 28 settembre 2026.
La prenotazione per il Salone si fa scrivendo a b-vall.didattica@cultura.gov.it. Il martedì mattina, sempre prenotando, il personale della biblioteca accompagna i visitatori con un’accoglienza guidata. Il numero della biblioteca è 06 68802671. Nessuna di queste voci passa per 060608, che è il canale di Roma Capitale e non tocca gli istituti del Ministero: confondere i due canali è l’errore più comune su questo indirizzo.
L’Archivio Storico Capitolino apre la sala studio dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 16.00, ingresso libero, previo documento di identità, diciotto anni compiuti e tessera da richiedere con modulo. Borse e libri personali vanno negli armadietti, i telefoni spenti. Le prese del materiale avvengono alle 9.45, alle 11.15 e alle 13.00, due pezzi per volta. Telefono 06 67 10 81 00, posta archivio.capitolino@comune.roma.it.
Le visite guidate all’Archivio esistono e sono la via più diretta per vedere gli ambienti borrominiani senza essere ricercatori. Per il pubblico non scolastico la prenotazione è obbligatoria via posta elettronica ad archivio.capitolino@comune.roma.it, per singoli o gruppi fino a venti persone, il martedì e il mercoledì pomeriggio in tre turni: 15.30, 16.00, 16.30. La mattina, dal lunedì al giovedì fra le 9.00 e le 12.00, si accettano gruppi fino a cinque persone.
Le scolaresche seguono un canale diverso: per le visite didattiche dei gruppi scolastici l’Archivio indica il numero 060608, quindi qui il canale comunale torna in gioco. Durante la visita si possono scattare fotografie senza flash, non si tocca la documentazione, non si entra con cibo e bevande. La referente indicata dall’Archivio è la dottoressa Rosalia Raineri, al numero 06 67 01 08 132.
La Casa delle Letterature occupa piazza dell’Orologio 3, telefono 06 45460581, posta casadelleletterature@bibliotechediroma.it, e il catalogo delle Biblioteche di Roma la dichiara ad accesso totale per chi ha difficoltà motorie. Gli orari del servizio cambiano spesso e vanno controllati sul sito del sistema bibliotecario: non li riporto qui perché non risultano pubblicati in forma stabile.
La sala dell’oratorio, quella che oggi porta il nome di Sala Borromini, è un caso a parte. Il sito dell’Archivio Storico Capitolino la dà in ristrutturazione per tornare sede di convegni, spettacoli e concerti. Il nome crea confusione continua con il Salone Borromini della Vallicelliana, che è la libreria al piano superiore e non ha niente a che vedere con l’aula sotto. Due ambienti, due enti, un solo nome.
Dove si trova e come ci si arriva
Il complesso occupa l’isolato fra piazza della Chiesa Nuova, piazza dell’Orologio, via dei Filippini e via del Governo Vecchio, nel rione Parione, a ridosso di corso Vittorio Emanuele II. I due civici che servono sono piazza della Chiesa Nuova 18 per la Biblioteca Vallicelliana e piazza dell’Orologio 4 per l’Archivio Storico Capitolino. Il codice di avviamento postale per entrambi è 00186.
In autobus si arriva su corso Vittorio Emanuele II con le linee 40, 46, 62 e 64. Le fermate utili sono quella intitolata Chiesa Nuova e quella di corso Vittorio Emanuele all’altezza di via Tassoni, entrambe a pochi passi dalla piazza. Le linee sono quelle rilevate sui servizi di orario il 28 settembre 2026: a Roma cambiano per lavori e deviazioni, quindi la mattina stessa conviene ricontrollare.
La metropolitana qui non arriva e non ci arriverà a breve. Chi scende a largo di Torre Argentina cammina dieci minuti buoni lungo corso Vittorio, marciapiedi stretti e traffico rumoroso. Da ponte Sant’Angelo si arriva in otto minuti passando per via dei Banchi Nuovi e via del Governo Vecchio, che è la strada più bella e la più utile per capire dove ci si trova.
In macchina non si viene. La zona è in area a traffico limitato per gran parte della giornata, i parcheggi in superficie non esistono e i garage privati intorno a corso Vittorio applicano tariffe orarie che rendono il taxi più conveniente. Chi accompagna un gruppo scarica in fondo a corso Vittorio, all’altezza di piazza San Pantaleo, e fa gli ultimi duecento metri a piedi.
Il punto di ritrovo migliore per un gruppo è il sagrato di Santa Maria in Vallicella, la Chiesa Nuova, che è accanto e ha un piano rialzato dove si sta larghi. La piazza davanti alla facciata dell’Oratorio è invece un imbuto di passaggio: gli autobus turistici scaricano sul corso e la gente taglia in diagonale. Fermarsi lì in venti persone significa bloccare il traffico pedonale.
La facciata concava, i mattoni e l’errore che fanno tutti
La facciata dell’Oratorio è di mattoni, non di travertino, e la scelta fu deliberata. Borromini volle materiale povero per non mettere in concorrenza il fronte dell’oratorio con quello della chiesa accanto, e il Dizionario Biografico degli Italiani registra proprio questo punto: laterizio al posto della pietra, con una modanatura ottenuta cuocendo mattoni sagomati apposta. Roma barocca non ha altri fronti così.
L’errore più frequente riguarda che cosa c’è dietro quella curva. La facciata sembra il fronte di una chiesa e non lo è: dietro c’è la sala dell’oratorio, cioè un auditorium per la preghiera cantata e la predicazione, e l’asse della facciata non coincide con l’asse della sala. Borromini piegò il muro per far dialogare due edifici diversi su una piazza storta, non per centrare una navata.
La lettura antropomorfa della facciata, il corpo umano con le braccia aperte, gira su tutte le guide e non è un’invenzione turistica: il concetto di un fronte che abbraccia chi entra risale alla documentazione secentesca sull’opera. Resta però una metafora di progetto, non una descrizione geometrica. Chi la racconta come se Borromini avesse disegnato spalle e braccia in pianta sta esagerando di parecchio.
Il registro superiore della facciata corrisponde alla vecchia libreria. Questo dettaglio spiega perché dal Salone Borromini si affacci un balcone su piazza della Chiesa Nuova: il fronte, diviso in cinque interassi concavi e chiuso ai lati da due ali più basse con volute, era calibrato sull’ampiezza originaria della sala dei libri. Poi la sala fu allungata e la corrispondenza saltò.
Guardare la facciata da vicino non serve. Il disegno si legge solo mettendosi dall’altra parte della piazza, verso corso Vittorio, con il sole del pomeriggio che taglia di lato e fa uscire la curva. Al mattino la facciata è in ombra piatta e il mattone diventa una superficie grigia senza profondità. Chi ci va in comitiva alle nove di mattina perde metà del motivo per esserci.
Chi ha fatto che cosa: Maruscelli, Borromini, Arcucci
Il cantiere non nasce con Borromini. Paolo Maruscelli aveva già impostato la planimetria del complesso e realizzato la sagrestia quando, nel 1637, la Congregazione dei Filippini bandì il concorso per gli edifici della nuova sede, e Borromini lo vinse. È l’Archivio Storico Capitolino, che nel complesso ha sede dal 1922, a riassumere così la successione dei due architetti sul proprio sito istituzionale.
A Borromini vanno la facciata dell’oratorio, il primo e il secondo cortile, il refettorio, la sala di ricreazione, la libreria, la torre dell’orologio e gli ambienti sul cortile di servizio. Tredici anni di lavoro, con Virgilio Spada come interlocutore interno alla Congregazione. Spada non era un committente qualsiasi: fu lui a mettere per iscritto, insieme all’architetto, la relazione che spiega il progetto.
Sul nome di chi subentra le fonti divergono, e vale la pena dirlo invece di sceglierne una. Il sito dell’Archivio Storico Capitolino scrive Camillo Artucci; il sito della Biblioteca Vallicelliana, parlando dell’ampliamento del Salone a partire dall’ottobre del 1665, scrive Camillo Arcucci. Si tratta della stessa persona con due grafie diverse, e la forma corrente nella bibliografia architettonica è Arcucci.
Divergono anche le date di uscita di scena di Borromini e di completamento della libreria. L’Archivio Capitolino colloca dopo il 1650 la rottura con la Congregazione; le schede divulgative di riferimento indicano il 1650 come fine lavori del suo intervento, il 1640 per l’entrata in funzione dell’oratorio e il 1643 per la libreria. La Vallicelliana invece dichiara la libreria inaugurata da Borromini nel 1644.
Un anno di scarto sulla libreria non è un dettaglio da pignoli. Segnala che l’ambiente ebbe più consegne successive e che la data dipende da quale atto si prende come inaugurazione. La stessa Vallicelliana precisa che il Salone acquisì la veste definitiva solo nel 1667, dopo l’ampliamento di Arcucci. Chi cerca una data unica su questo edificio cerca una cosa che non esiste.
Le fasi del progetto si conoscono perché furono scritte. La relazione a quattro mani di Borromini e Spada, corredata di sessantasette tavole, è l’Opus Architectonicum, redatto nella seconda metà degli anni Quaranta e nel decennio successivo e stampato nel 1725. La Biblioteca Vallicelliana ne conserva due esemplari dell’edizione a stampa. Pochi cantieri barocchi hanno una documentazione d’autore paragonabile.
Il Salone Borromini, cioè la vecchia libreria dei padri
Il Salone Borromini è una sala rettangolare con soffitto ligneo a cassettoni rivestito di stucco color travertino e pavimento in cotto bicromo. Sedici finestre, compreso il balcone su piazza della Chiesa Nuova, la rendono luminosa in modo anomalo per una biblioteca antica. La descrizione è quella che la Biblioteca Vallicelliana pubblica sulla propria pagina dedicata alla sede.
Le scaffalature sono in noce, disposte su due piani, con colonne sottili che reggono il ballatoio e balaustre intagliate a stelle, gigli e cuori fiammeggianti, simboli della devozione filippina. Ai quattro angoli ci sono scale a chiocciola nascoste dietro scaffali semiesagonali rivestiti di dorsi finti in pelle di capra bianca, messi lì perché la fila dei libri non si interrompesse mai all’occhio.
Il soffitto merita il collo storto. In origine i cassettoni erano quindici, diventati ventuno dopo l’ampliamento, decorati alternando stelle a otto punte, che rimandano agli Evangelisti e ai Dottori della Chiesa, e tele a grisaille con coppie di angioletti dentro cornici circolari a festoni. Nei due riquadri maggiori, con cornici ovoidali, ci sono due tele monocrome allegoriche.
Le due allegorie hanno nome, autore e data: la Divina Sapienza di Giovanni Francesco Romanelli, 1643, e la Mediocritas di Lazzaro Baldi, 1667. Le date raccontano da sole la storia della sala: ventiquattro anni fra il primo e il secondo dipinto, cioè fra la libreria borrominiana e la libreria allungata da Arcucci. Un soffitto con due epoche dentro, se si sa dove guardare.
L’ampliamento del 1665 sacrificò la simmetria originaria. Arcucci inglobò nel Salone i piccoli vani verso l’attuale via dei Filippini, allineando la parete occidentale a quella della sala dell’oratorio sottostante, per risolvere problemi di statica e fare posto ai libri che continuavano ad arrivare. La sala ci guadagnò in metri quadri e ci perse in proporzioni: il registro della facciata non le corrisponde più.
La Biblioteca Vallicelliana conta circa centotrentamila volumi, tremila manoscritti, incunaboli, incisioni e fotografie. La sala lettura ha orari propri, diversi da quelli del Salone: dal 23 agosto 2026 il sito dichiara lunedì, martedì e venerdì dalle 8.15 alle 15.00, mercoledì e giovedì dalle 8.15 alle 19.00, chiuso sabato e domenica. Serve un documento di identità valido e sedici anni compiuti.
L’Archivio Storico Capitolino e la Sala Ovale
L’Archivio Storico Capitolino conserva la documentazione prodotta dall’amministrazione comunale di Roma, più gli archivi notarili, gli archivi di famiglie romane, la Biblioteca Romana e l’Emeroteca. Arrivò qui nel 1922, dopo che il complesso, espropriato dal Demanio nel 1873 e passato al Comune, aveva ospitato per una trentina d’anni la Corte d’Assise e uffici giudiziari.
La Sala Ovale è il pezzo forte, ed è aperta al pubblico come sala di consultazione dopo i restauri conservativi degli anni Duemila. Ha un camino monumentale in marmo e una geometria che si capisce solo entrandoci. Non è una sala espositiva: chi entra trova gente che studia, quindi si sta zitti e si guarda, come in qualsiasi sala di lettura del mondo.
Chi fa ricerca edilizia deve sapere una cosa prima di presentarsi. L’Archivio conserva i fascicoli dei progetti realizzati a Roma fra il 1848 e il 1930, con estensione al 1931 per le licenze di abitabilità e per i verbali della Commissione Edilizia. Per trovarli servono anno, indirizzo storico e, se possibile, costruttore o proprietario dell’epoca: foglio e particella catastali non servono a niente.
Il sito dellArchivio Storico Capitolino segnala anche i tempi reali dei servizi, cosa rara per un ente pubblico. La fotoriproduzione viaggia sui trenta giorni lavorativi, allungabili per i formati grandi. L’Emeroteca Romana è in fase di revisione e non garantisce la disponibilità di tutti i titoli a catalogo. Meglio leggerlo prima di prendere un aereo per venire a consultare un giornale.
La Torre dell’Orologio, il campanile che non è un campanile
La Torre dell’Orologio chiude l’angolo del complesso verso via dei Banchi Nuovi e dà il nome alla piazzetta. Borromini la realizzò fra il 1647 e il 1649, e il portale turistico di Roma Capitale riporta questa forcella di date. Sotto il quadrante c’è un mosaico con la Madonna della Vallicella su disegno di Pietro da Cortona.
La torre è coronata da un castello di ferro a volute che regge le campane e imita la sagoma di un campanile senza esserlo. Un oratorio non ha diritto a un campanile: quello spetta alla chiesa. Borromini aggirò la regola costruendo una macchina civile, un orologio pubblico per il quartiere, che dal basso legge come torre campanaria e sul piano canonico non lo è.
Il meccanismo originale dell’orologio non è più lassù. È conservato al Museo di Roma in Palazzo Braschi, a cinque minuti a piedi da qui, ed è un gioco divertente: si guarda la torre da fuori e poi si va a vedere la sua pancia dentro una vetrina, in un palazzo che affaccia su piazza Navona.
Piazza dell’Orologio è il posto dove fermarsi con un gruppo, non la piazza grande. Ci passa poca gente, c’è spazio per stare in venti senza intralciare e la torre si vede intera alzando gli occhi. Da lì partono due strade che raccontano la Roma dei banchieri, via dei Banchi Nuovi e via del Governo Vecchio, e nessuna delle due prende autobus.
Una parola che significa due cose: oratorio come sala e oratorio come musica
La parola oratorio indica sia questa sala sia una forma musicale, e le due cose nacquero nello stesso ambiente. Filippo Neri aveva fatto della musica uno strumento di richiamo, e considerava il canto un modo per portare la gente alla preghiera. Dalle riunioni con laudi e dialoghi cantati che si tenevano in queste stanze uscì un genere che poi conquistò mezza Europa.
La Congregazione dell’Oratorio fu istituita nel 1565 e riconosciuta da Gregorio XIII nel 1575 con la bolla Copiosus in misericordia. La regola prevedeva che i pasti fossero accompagnati dalla lettura e dalla discussione di un testo religioso: da qui l’attenzione ossessiva dei padri ai libri, e da qui una biblioteca che nel Seicento era fra le più ricche di Roma.
La raccolta libraria parte dai volumi di Filippo Neri, passati alla Congregazione alla sua morte nel 1595, e cresce con il lascito di Achille Stazio, documentato già nel 1581: millesettecento volumi a stampa e trecento manoscritti. Poi arrivano i fondi di Cesare Baronio nel 1607, di Virgilio Spada nel 1662, i manoscritti di Leone Allacci nel 1669. Una biblioteca costruita per donazioni successive.
Il Seicento oratoriano non produsse solo musica. Da questa casa uscirono gli Annales Ecclesiastici di Cesare Baronio e la Roma sotterranea di Antonio Bosio, cioè il libro che inventa l’archeologia cristiana. Chi oggi scende in una catacomba romana cammina dentro una disciplina nata in queste stanze, e nessuno glielo dice mai alla biglietteria.
Una curiosità su Oratorio dei Filippini
Le scaffalature del Salone nascondono quattro scale a chiocciola. Sono agli angoli e portano al ballatoio superiore, ma dalla sala non si vedono: gli scaffali semiesagonali che le mascherano sono rivestiti di dorsi finti in pelle di capra bianca, imitazione delle coperte dei libri antichi, perché la fila dei volumi lungo le pareti non avesse interruzioni. Un trompe l’oeil fatto di finti libri.
Il trucco dice tutto di come Borromini pensava gli interni. Non decorava una stanza: risolveva un problema funzionale, la salita al ballatoio, facendolo sparire dentro l’arredo. Nello stesso complesso ci sono soluzioni analoghe nei cortili, dove le logge sono disegnate per correggere la percezione della profondità. Chi conosce Sant’Ivo alla Sapienza ritrova la stessa testa al lavoro.
Nel fondo librario dei padri finirono anche cose che con i libri c’entrano poco. Il fondo di Virgilio Spada, arrivato nel 1662, comprendeva monete, minerali, maioliche e curiosità naturali, e nei camerini laterali della vecchia libreria trovavano posto collezioni di antiquaria e naturalia. La biblioteca dei filippini era anche un piccolo museo, secondo un’idea di sapere che il Seicento dava per scontata.
Una cosa che non ti dice nessuno su Oratorio dei Filippini
Il nome Sala Borromini indica due ambienti diversi gestiti da due enti diversi, e nessuno lo scrive in chiaro all’ingresso. La Vallicelliana chiama Salone Borromini la vecchia libreria al piano superiore. L’Archivio Capitolino chiama Sala Borromini l’interno dell’oratorio al piano terra, oggi in ristrutturazione. Due porte, due orari, due canali di prenotazione, un nome solo.
Il risultato pratico si vede subito. Arrivano persone che hanno letto di un concerto in Sala Borromini e si presentano alla biblioteca al primo piano, o viceversa gente che voleva vedere la libreria e finisce in coda a un ingresso che quel giorno serve un convegno. Chiedere sempre quale delle due si intende, prima di muoversi.
Il secondo equivoco riguarda gli orari pubblicati. Sul sito della Vallicelliana convivono pagine di epoche diverse: una vecchia comunicazione del 2021, legata alle riaperture dopo le chiusure sanitarie, indica orari della sala lettura che non coincidono con quelli attuali in vigore dal 23 agosto 2026. Fanno fede gli avvisi più recenti, non la prima pagina che esce dal motore di ricerca.
Il Salone chiude anche per motivi di cantiere. Ad agosto 2026 la biblioteca ha comunicato la sospensione delle visite per una giornata, il 14 settembre, per consentire rilievi nell’ambito dei lavori in corso. Sospensioni di questo tipo escono con pochi giorni di preavviso e non finiscono sui portali turistici: chi organizza una visita di gruppo deve guardare la home page della biblioteca il giorno prima.
Il consiglio che ti do per visitare Oratorio dei Filippini
Il giorno giusto è il martedì mattina, e il motivo è preciso. Il Salone Borromini apre a ingresso libero dalle 10.00 alle 13.00 e il martedì mattina, su prenotazione, il personale della Vallicelliana offre l’accoglienza guidata. Nello stesso pomeriggio l’Archivio Capitolino ha i suoi turni di visita alle 15.30, alle 16.00 e alle 16.30. In un giorno si vede tutto quello che si può vedere.
Le due prenotazioni vanno fatte separatamente e con anticipo diverso. Alla Vallicelliana si scrive a b-vall.didattica@cultura.gov.it con almeno quarantotto ore di margine, e per i gruppi sopra le quindici persone la prenotazione è obbligatoria. All’Archivio si scrive ad archivio.capitolino@comune.roma.it e il tetto è venti persone. Due mail, due enti, nessun portale unico che le raccolga.
Chi accompagna un gruppo scolastico usa un terzo canale ancora, il numero 060608 di Roma Capitale, che vale per le visite didattiche dell’Archivio e non per la biblioteca ministeriale. Il fatto che tre uffici nello stesso edificio abbiano tre canali diversi sembra assurdo, e lo è, ma è così che funziona e non serve arrabbiarsi allo sportello.
Mettete in conto quaranta minuti per il Salone e un’ora per la visita all’Archivio. Sommando la Chiesa Nuova accanto, con il quadro motorizzato di Rubens sull’altare maggiore, si arriva a due ore e mezza abbondanti. È abbastanza per una mattinata intera, non abbastanza per infilarci anche piazza Navona e il Pantheon senza correre.
Portate un documento di identità, sempre. Serve alla Vallicelliana per la sala lettura, serve all’Archivio per la tessera, e allo sportello non fanno eccezioni. Borse grandi e zaini finiscono negli armadietti. I telefoni in sala studio vanno spenti, non silenziati. Sono regole da biblioteca applicate sul serio, non formule stampate su un cartello.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il complesso fu espropriato dallo Stato nel 1873, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, e assegnato al Comune. Per una trentina d’anni ci stettero dentro la Corte d’Assise e uffici di tribunale. La casa dei padri oratoriani diventò un palazzo di giustizia, e solo nel 1922 l’Archivio Storico Capitolino vi trovò la sede definitiva.
La Vallicelliana seguì un percorso parallelo. Nel 1874, con la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose, diventò biblioteca di diritto pubblico; nel 1876 la Giunta liquidatrice dell’Asse ecclesiastico spartì i documenti della Congregazione fra l’Archivio di Stato di Roma, la Congregazione stessa e la biblioteca. Nel 1883 entrò negli stessi locali la Società Romana di Storia Patria.
Le perdite più gravi sono più antiche. Durante l’occupazione francese di Roma, fra il 1797 e il 1799, la biblioteca subì un saccheggio pesante; nel 1810 risultano perduti quarantanove cimeli, in parte recuperati fra il 1837 e il 1838. Un fondo librario di questa età porta addosso le cicatrici di ogni cambio di regime che Roma ha attraversato.
L’esito è un edificio unico sotto il profilo amministrativo. Sotto lo stesso tetto convivono un istituto del Ministero della cultura, un archivio di Roma Capitale, un ente storico nazionale e una biblioteca comunale. Nessuno dei quattro risponde agli altri, e la manutenzione del monumento passa per tavoli diversi. Molte delle stranezze di accesso che vivete lì dentro nascono da qui.
La foto giusta da fare a Oratorio dei Filippini
La foto della facciata si fa dal marciapiede nord di corso Vittorio Emanuele II, all’altezza del civico di fronte, nel pomeriggio. La luce radente fa uscire la curva del mattone e le due ali basse con le volute, che di mattina spariscono in un grigio uniforme. Serve un grandangolo moderato, intorno ai ventiquattro millimetri in formato pieno: la piazza non dà arretramento.
La seconda foto è il balcone sopra il portale, quello che affaccia dal Salone. Inquadratelo da sotto in diagonale, non frontale, così la curva della facciata entra nel fotogramma e si capisce che il balcone appartiene alla libreria e non a una chiesa. È l’unica immagine che spiega in un colpo solo il rapporto fra dentro e fuori.
Dentro il Salone si fotografa il soffitto, non le scaffalature. Le sedici finestre creano un controluce che brucia le pareti e appiattisce il noce, mentre il rivestimento chiaro in stucco dei cassettoni tiene bene e restituisce le stelle a otto punte e i tondi a grisaille. Mettete la macchina sul petto, puntate in alto, non alzate le braccia in sala.
All’Archivio Storico Capitolino le fotografie durante le visite sono consentite senza flash, e il regolamento lo dice per iscritto. Vale per la Sala Ovale e per gli ambienti del percorso. In sala studio invece si fotografa la documentazione solo con permesso dell’archivista: la regola non è una formalità, riguarda materiale che ha vincoli di tutela.
La foto della Torre dell’Orologio va fatta da piazza dell’Orologio guardando verso via dei Banchi Nuovi, tenendo dentro il mosaico di Pietro da Cortona sotto il quadrante. Con un teleobiettivo corto, sui cento millimetri, si isola la coronazione in ferro a volute con le campane. È il dettaglio che distingue questa torre da un campanile vero, e in campo lungo non si legge.
La mia posizione controcorrente: questo è un edificio da leggere da fuori
Sostengo una cosa che agli appassionati di Borromini non piace: all’Oratorio dei Filippini la parte migliore si vede senza entrare. Le guide spingono per il Salone, che è bellissimo e va visto, ma il capolavoro è urbanistico. È la facciata piegata su una piazza storta, il rapporto con il fronte della chiesa accanto, la torre che gira l’angolo e ricuce l’isolato.
La conseguenza pratica è che vale di più mezz’ora passata a girare intorno all’isolato, da piazza della Chiesa Nuova a via dei Filippini a piazza dell’Orologio e giù per via dei Banchi Nuovi, che venti minuti dentro una sala con un gruppo di quindici persone e la voce bassa. Dico questo dopo aver portato qui gente per vent’anni.
La seconda parte della posizione controcorrente riguarda i confronti. Chi arriva qui dopo San Carlo alle Quattro Fontane resta spesso deluso, perché cerca lo stesso tipo di vertigine geometrica e non la trova. È un errore di attesa: qui Borromini lavora su un isolato intero e su materiali poveri, e l’effetto non arriva in dieci secondi. Serve pazienza e serve camminare.
Terza affermazione, la più impopolare. Se avete una mattina sola a Roma e il barocco vi interessa davvero, Sant’Ivo alla Sapienza rende di più, perché è un’aula compatta, si capisce in quindici minuti e non richiede prenotazioni incrociate. I Filippini sono un edificio per chi torna a Roma una seconda volta, non per chi la vede la prima.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Nel 1637 la Congregazione dei Filippini bandì il concorso per gli edifici della nuova sede e Borromini lo vinse. La Congregazione stava lasciando la sistemazione originaria lungo l’attuale via della Chiesa Nuova e voleva un complesso unitario. La scelta dell’architetto segnò il cantiere per tredici anni e produsse il primo grande blocco conventuale barocco pensato come organismo urbano.
Nel 1640 l’oratorio entrò in funzione come sala, e la vita della Congregazione si trasferì dentro il nuovo edificio. Le riunioni con laudi e dialoghi cantati, che avevano dato il nome alla forma musicale dell’oratorio, si spostarono in un ambiente progettato per quella funzione. Poche sale romane del Seicento hanno una destinazione d’uso così esplicita nel disegno.
Fra il 1643 e il 1644 fu consegnata la libreria, con lo scarto di date che le fonti non risolvono. Nel 1643 Giovanni Francesco Romanelli firmò la Divina Sapienza per il soffitto. Fra il 1647 e il 1649 salì la Torre dell’Orologio. Attorno al 1650 Borromini uscì di scena per attriti con la Congregazione e il lavoro passò ad Arcucci.
Nell’ottobre del 1665 cominciò l’ampliamento del Salone, concluso nel 1667, anno della Mediocritas di Lazzaro Baldi. Nel 1725 uscì a stampa l’Opus Architectonicum con le sessantasette tavole. Nel 1873 arrivò l’esproprio statale e il passaggio al Comune, con l’insediamento della Corte d’Assise. Nel 1922 entrò l’Archivio Storico Capitolino, che non se ne è più andato.
Negli anni Duemila una campagna di restauri conservativi ha rimesso in uso diversi ambienti, fra cui la Sala Ovale, aperta come sala di consultazione. Il cantiere sulla sala dell’oratorio, destinata a tornare sede di convegni, spettacoli e concerti, è il capitolo ancora aperto: finché non chiude, la parte più famosa del complesso resta la meno visitabile.
Chi è passato da Oratorio dei Filippini
Filippo Neri è il punto di partenza, anche se morì nel 1595 e non vide questo edificio. Fiorentino del 1515, arrivato a Roma poco più che ventenne, fondò una comunità che faceva della conversazione, della musica e della lettura gli strumenti della predicazione. I suoi libri, passati alla Congregazione alla sua morte, sono il primo nucleo della Vallicelliana.
Cesare Baronio è l’altro nome pesante. Oratoriano, cardinale, autore degli Annales Ecclesiastici, alla sua morte nel 1607 lasciò alla biblioteca della Congregazione una parte della raccolta libraria. Con lui la casa dei filippini smise di essere solo un luogo di devozione e diventò un centro di ricerca storica con ambizioni europee, cosa piuttosto rara per un ordine religioso.
Virgilio Spada fu l’uomo che tenne insieme il cantiere. Oratoriano, consigliere e amico di Borromini, mise per iscritto con lui la relazione che divenne l’Opus Architectonicum; il suo fondo di monete, minerali e maioliche arrivò alla biblioteca nel 1662. Senza Spada, del progetto borrominiano avremmo i muri e non le ragioni, che nell’architettura del Seicento è una differenza enorme.
Achille Stazio, umanista portoghese, lasciò nel 1581 millesettecento volumi a stampa e trecento manoscritti a Filippo Neri e alla Congregazione, e la Biblioteca Vallicelliana gli ha intitolato un progetto di valorizzazione. Leone Allacci, erudito greco e custode della Biblioteca Vaticana, ci fece arrivare nel 1669 circa duecentotrentasette manoscritti latini e greci. Antonio Gallonio, primo biografo di Filippo Neri, portò la sua raccolta nel 1605.
Pietro da Cortona e Giovanni Francesco Romanelli passarono di qui come pittori, il primo per il mosaico della torre, il secondo per la Divina Sapienza del soffitto. Camillo Arcucci ci lavorò da architetto dopo il 1650. Paolo Maruscelli ci aveva lavorato prima di tutti. Il cantiere dei Filippini attraversa mezzo secolo di storia dell’arte romana senza soluzione di continuità.
Cosa vedere nei dintorni, senza prendere mezzi
La prima tappa è accanto e si chiama Santa Maria in Vallicella, la Chiesa Nuova, con tre tele di Rubens sull’altare maggiore e il meccanismo che scopre l’immagine mariana durante le funzioni. Da lì si scende in cinque minuti a Campo de’Fiori o si risale verso piazza Navona passando per il vicolo del Governo Vecchio.
Via del Governo Vecchio porta dritta a Pasquino e alla piazza. Sul percorso si incontrano il Museo di Roma in Palazzo Braschi, dove è conservato il meccanismo originale della Torre dell’Orologio, e i sotterranei dello Stadio di Domiziano sotto piazza Navona, che spiegano perché la piazza abbia quella forma allungata e nessun edificio dritto intorno.
Sul versante opposto, verso il Tevere, si arriva a via Giulia e allOratorio del Gonfalone, che è l’altro oratorio romano da vedere e ha cicli cinquecenteschi di prim’ordine. Poco più giù ci sono la Santissima Trinità dei Pellegrini e ponte Sisto, che porta a Trastevere in quattro minuti di passeggiata.
Chi vuole restare sul barocco ha Sant’Andrea della Valle e la chiesa del Gesù su corso Vittorio, più Santa Maria della Pace con il Chiostro del Bramante a cento metri da piazza Navona. Per un percorso ragionato c’è l’itinerario su Borromini a Roma e quello su Roma barocca.
Chi insegue Caravaggio va a San Luigi dei Francesi per la Cappella Contarelli, a otto minuti a piedi, e trova la mappa completa nella pagina su Caravaggio a Roma. Per Bernini il riferimento è la Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona e l’itinerario su Bernini a Roma.
Chi ha la passione delle biblioteche storiche fa il giro completo. La Biblioteca Vallicelliana è qui, la Biblioteca Angelica è a Sant’Agostino, la Biblioteca Casanatense è dietro il Pantheon, e la Biblioteca Nazionale Centrale è al Castro Pretorio. Quattro sale di lettura, quattro epoche, tutte a ingresso gratuito con documento.
Tre passi di cornice completano la giornata. Palazzo Altemps e Palazzo Madama chiudono il lato di piazza Navona; Palazzo della Cancelleria e San Salvatore in Lauro chiudono il lato opposto dell’isolato; il santuario dei gatti di largo Argentina è la sosta che funziona sempre con i bambini.
Se la giornata si allunga verso il Quirinale, i riferimenti borrominiani e berniniani sono San Carlo alle Quattro Fontane e Sant’Andrea al Quirinale, con le Quattro Fontane all’incrocio. Sulla strada ci sono Palazzo Barberini e, scendendo verso il centro, Palazzo Doria Pamphilj con la sua galleria.
Mangiare intorno a piazza della Chiesa Nuova senza farsi spennare
La zona fra corso Vittorio, via del Governo Vecchio e piazza Navona è una delle più difficili di Roma per mangiare bene. Non perché manchino le cucine serie, ma perché il rapporto fra locali che lavorano sul passaggio e locali che lavorano sul quartiere è sbilanciato dalla parte sbagliata. Chi si siede al primo tavolo libero paga il doppio e mangia la metà.
Il primo segnale d’allarme è il menu con le fotografie dei piatti. Quando la cucina si fida di quello che manda in sala non ha bisogno di mostrare l’immagine della carbonara accanto al prezzo. Il secondo segnale è la signora che tira la sfoglia in vetrina o direttamente sul marciapiede: è un numero di richiamo studiato per chi passa, non un indizio di quello che poi arriva nel piatto.
Il terzo segnale è la persona all’ingresso che invita a sedersi. Un locale che deve fermare i passanti sulla porta è un locale che non ha clienti abituali, e qui la matematica è semplice. Il quarto segnale è la cucina aperta senza interruzione dalla mattina a notte fonda: nessuna brigata regge quattordici ore, quindi o si scaldano preparazioni pronte o si cambia personale a metà giornata.
Il quinto segnale riguarda i listini. Davanti ai monumenti più fotografati capita di trovare voci senza prezzo, la dicitura che rimanda al peso, e prezzi diversi fra la carta esposta fuori e quella che arriva al tavolo. Chiedete sempre il costo del pesce, del coperto e del servizio prima di ordinare, e se la risposta è vaga alzatevi. Non è maleducazione, è il minimo sindacale.
Le catene con insegna ripetuta, quelle che nel centro storico trovate tre volte nello stesso chilometro, funzionano come attrazioni turistiche a sé. Servono un prodotto standard, spesso decoroso, a un pubblico che le riconosce dal marchio. Non le demonizzo: hanno un ruolo e lo svolgono. Dico solo che i romani non ci vanno, e che chi viene a Roma per mangiare romano ha altre opzioni a duecento metri.
Il criterio è uno solo e non sbaglia quasi mai: guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se alle due del pomeriggio ai tavoli ci sono impiegati degli uffici della zona che parlano italiano, siete nel posto giusto. Se ci sono solo valigie e zaini, camminate ancora cinque minuti verso il Tevere o verso via dei Banchi Nuovi.
Le vie che rendono di più qui sono quelle laterali, dove il passaggio turistico cala di colpo: via dei Banchi Nuovi, via dei Cappellari, le traverse verso via Giulia. A pranzo in questi isolati si mangia ancora un primo a prezzo umano. La mia lista personale dei posti a Roma e nel Lazio, aggiornata negli anni di mestiere, è questa raccolta su Google Maps.
Un’ultima cosa sul caffè. Al banco, in piedi, costa una frazione di quello che pagate seduti a un tavolino con vista sulla facciata di Borromini, e la differenza sul conto finale di una giornata romana è consistente. Il tavolino ha un suo senso se volete stare mezz’ora a guardare la piazza. Sapendo che state pagando la piazza, non il caffè.
Domande frequenti su Oratorio dei Filippini
Si può entrare nella sala dell’oratorio di Borromini?
La sala dell’oratorio, oggi chiamata Sala Borromini, risulta in ristrutturazione secondo quanto dichiara l’Archivio Storico Capitolino sulla propria pagina dedicata alla sede, in vista di un ritorno alla funzione di sede di convegni, spettacoli e concerti. Non esiste al momento un accesso turistico ordinario a quell’ambiente. Quello che si visita è il Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana, che è la vecchia libreria al piano superiore.
Quanto costa visitare l’Oratorio dei Filippini?
Il Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana è a ingresso libero negli orari di apertura del mattino, e la biblioteca non pubblica alcuna tariffa per la visita. L’Archivio Storico Capitolino dichiara apertura al pubblico a ingresso libero. Non esiste un biglietto unico per il complesso e nessun listino risulta pubblicato: chi vi chiede un pagamento per entrare non rappresenta gli istituti.
Come si prenota la visita al Salone Borromini?
La prenotazione si fa scrivendo a b-vall.didattica@cultura.gov.it, con almeno quarantotto ore di anticipo. È obbligatoria per i gruppi superiori a quindici persone, per le visite del mercoledì e del giovedì pomeriggio dalle 15.00 alle 18.00 e per l’accoglienza guidata del martedì mattina. Lunedì, martedì e venerdì dalle 10.00 alle 13.00 l’ingresso è libero. Dati letti sul sito ufficiale il 28 settembre 2026.
Qual è l’indirizzo esatto e che autobus ci passa?
Gli indirizzi sono due: piazza della Chiesa Nuova 18, 00186 Roma, per la Biblioteca Vallicelliana, e piazza dell’Orologio 4, 00186 Roma, per l’Archivio Storico Capitolino. Le linee di autobus che servono corso Vittorio Emanuele II in questo tratto sono 40, 46, 62 e 64, con fermate Chiesa Nuova e corso Vittorio Emanuele all’altezza di via Tassoni. La metropolitana non serve il rione Parione.
Che differenza c’è fra Sala Borromini e Salone Borromini?
Sono due ambienti distinti con nomi quasi identici. Il Salone Borromini è l’antica biblioteca dei padri oratoriani, al piano superiore, gestita dalla Biblioteca Vallicelliana e visitabile. La Sala Borromini è l’interno dell’oratorio al piano terra, sotto la facciata curva, ed è l’ambiente in ristrutturazione. La confusione fra i due nomi produce il maggior numero di viaggi a vuoto su questo indirizzo.
Chi ha costruito l’Oratorio dei Filippini?
Francesco Borromini vinse nel 1637 il concorso bandito dalla Congregazione dei Filippini, dopo che Paolo Maruscelli aveva già impostato la planimetria e realizzato la sagrestia. Borromini firmò facciata, cortili, refettorio, sala di ricreazione, libreria e torre dell’orologio. Dopo il 1650, per attriti con la Congregazione, il lavoro passò a Camillo Arcucci, nome che alcune fonti istituzionali riportano nella grafia Artucci.
La visita è adatta ai bambini?
Il Salone Borromini e l’Archivio Capitolino sono ambienti di studio senza percorsi didattici per i piccoli, quindi rendono poco sotto i dieci anni. Le visite didattiche per gruppi scolastici esistono e si prenotano al numero 060608 di Roma Capitale. Per una famiglia la soluzione migliore è la facciata da fuori, la torre dell’orologio e poi piazza Navona a cinque minuti.
Il complesso è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
La Biblioteca Vallicelliana segnala la disponibilità di un montascale su richiesta a partire da aprile 2026, quindi l’accesso al Salone va concordato in fase di prenotazione. La Casa delle Letterature, a piazza dell’Orologio 3, è indicata ad accesso totale nel catalogo delle Biblioteche di Roma. Per l’Archivio Capitolino conviene segnalare le esigenze quando si scrive per prenotare la visita.
Quanto tempo serve per la visita?
Per il solo Salone Borromini bastano quaranta minuti, compreso il tempo di guardare il soffitto con calma. Aggiungendo la visita guidata all’Archivio Storico Capitolino, che dura circa un’ora, si arriva a metà giornata. Con la Chiesa Nuova accanto e il giro intorno all’isolato fino alla torre dell’orologio si occupa comodamente una mattinata intera.
Chi ha scritto questa pagina
La pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, struttura romana che progetta e accompagna visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, indirizzi, canali di prenotazione e condizioni di accesso riportati qui provengono dalle fonti istituzionali citate nel testo e sono stati controllati il 28 settembre 2026. Cambiano spesso: prima di partire ricontrollateli, e se trovate un dato superato segnalatecelo.
Costruire un itinerario su questo isolato significa incrociare quattro enti diversi con quattro regolamenti diversi, orari di biblioteca che non coincidono con quelli dei musei, cantieri che sospendono le visite con pochi giorni di preavviso e prenotazioni che viaggiano per posta elettronica e non per portale. Chi organizza per sé o per un gruppo trova strumenti di pianificazione e materiali di lavoro su Tour Leader Pro.
Per il quadro largo su come muoversi in Italia serve un altro tipo di strumento: collegamenti ferroviari fra le città, noleggi, aeroporti, tempi reali di trasferimento e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici fino al litorale. Chi costruisce un viaggio di più giorni, e non una mattinata in centro storico, trova quel tipo di pianificazione su Italy Planner.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in città e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.