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Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

Santa Maria della Concezione dei Cappuccini si trova in via Vittorio Veneto 27, a una cinquantina di metri da piazza Barberini, e quasi nessuno ci entra. Chi sale la scalinata a forbice lo fa quasi sempre per comprare il biglietto della cripta, che però ha un altro ingresso, una porta a vetri sotto la scalinata stessa. La chiesa è sopra, è gratuita, è aperta quasi tutto il giorno, e contiene una delle raccolte di pittura seicentesca più dense di Roma in un edificio che i cappuccini costruirono con la consegna esplicita di non fare bella figura. Questa pagina parla della chiesa: chi la volle, come è fatta, che cosa c’è appeso alle pareti, che cosa dicono e che cosa non dicono le fonti sulle storie che le girano intorno. Della cripta ossario e del museo si parla altrove, perché sono un percorso a pagamento con regole proprie.

Chiesa, cripta e museo: tre cose diverse allo stesso numero civico

Al civico 27 di via Veneto convivono tre realtà che i visitatori confondono in continuazione. La chiesa di Santa Maria della Concezione è un luogo di culto, si entra dalla scalinata, non si paga niente e non serve prenotare. Il Museo dei Frati Cappuccini e la Cripta ossario sono un percorso museale a pagamento con biglietteria, audioguida e orari propri, e ci si arriva da una porta a vetri sotto la scalinata.

Chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini a Roma
La chiesa dei Cappuccini in via Veneto, con la scalinata che porta all'ingresso. Foto di Croberto68, licenza Public domain, via Wikimedia Commons.

La distinzione conta più di quanto sembri, perché cambia il modo in cui si organizza la giornata. Chi vuole vedere solo le pale seicentesche entra in chiesa, resta mezz’ora e se ne va senza spendere. Chi vuole vedere le ossa deve mettere in conto biglietto, coda e almeno un’ora. Il percorso museale e la sua cripta li abbiamo raccontati per intero nella pagina dedicata al Museo dei Frati Cappuccini e Cripta ossario, con tariffe, riduzioni e regole fotografiche.

Esiste poi una terza istituzione cappuccina a Roma che porta un nome simile e che nessuno collega a questa: il Museo francescano dell’Istituto Storico dei Cappuccini, che si trova in tutt’altro quadrante della città, sulla Circonvallazione Occidentale, e conserva il materiale di studio dell’ordine. Chi cerca i cappuccini per ragioni di ricerca finisce lì, non in via Veneto.

Dove si trova e come arrivare

L’indirizzo è via Vittorio Veneto 27, rione Ludovisi, nel primo tratto della strada, quello che sale da piazza Barberini verso la prima curva. La chiesa si riconosce da lontano per un motivo semplice: è l’unico edificio della via che non sia un palazzo umbertino o un albergo, e la sua facciata di mattoni rossi sta mezzo piano più in alto del marciapiede.

Con la metropolitana

La fermata è Barberini, sulla linea A, e l’uscita porta direttamente su piazza Barberini davanti alla Fontana del Tritone. Da lì si imbocca via Veneto sul lato destro e si cammina tre minuti scarsi in leggera salita. È uno dei pochi monumenti romani in cui il tragitto dalla metropolitana non riserva sorprese, senza scale, senza attraversamenti complicati, senza deviazioni.

Chi arriva da Termini prende la linea A in direzione Battistini e scende alla seconda fermata. Chi viene da San Giovanni o dal quadrante sud fa lo stesso percorso in senso inverso. Per il quadro generale dei mezzi romani, con le cose che funzionano e quelle che non funzionano, abbiamo una pagina dedicata su come muoversi a Roma.

A piedi

La camminata che rende meglio parte da piazza di Spagna e sale per via Sistina fino a piazza Barberini, oppure scende dal Pincio passando per Porta Pinciana e imboccando via Veneto dall’alto. La seconda opzione è la migliore in assoluto: si arriva alla chiesa dalla parte opposta rispetto al flusso turistico, si vede la via svuotarsi progressivamente e si capisce che la strada scende verso la città vecchia invece di salirci.

Dal centro storico servono venti minuti a passo normale dalla Fontana di Trevi, meno di quindici da piazza di Spagna. Il tratto finale di via Veneto non ha ombra nelle ore centrali e in estate si sente. Chi cammina d’agosto faccia il percorso la mattina presto o dopo le sei del pomeriggio.

Orari, messe e ingresso in chiesa

L’ingresso in chiesa è libero e gratuito, come in tutte le chiese romane aperte al culto. Non c’è biglietteria, non c’è tornello, non c’è controllo. Il sito dei frati cappuccini di via Veneto indica un’apertura dal lunedì al sabato dalle 7.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00, mentre la domenica e nei giorni festivi l’orario si riduce alle fasce 9.30 12.00 e 15.30 18.00, con l’avvertenza esplicita che dipende dalla disponibilità dei frati.

Le messe indicate sono alle 7.30 nei giorni feriali e alle 11.00 nei festivi. Durante le celebrazioni girare per le cappelle con la testa all’insù è fuori luogo, e in una chiesa piccola come questa si nota subito. La finestra migliore è la tarda mattinata feriale, dopo la messa delle 7.30 e prima della chiusura di pranzo. Gli orari vanno ricontrollati sul sito della comunità cappuccina di via Veneto prima di partire, perché una casa religiosa non è un museo civico e cambia le aperture senza preavviso.

La differenza rispetto al biglietto del museo

Il biglietto del percorso museale non serve per entrare in chiesa e non comprende nulla di quello che si vede sopra. Vale il contrario: chi compra il biglietto del museo e non sale in chiesa si perde la parte gratuita, che dal punto di vista della storia dell’arte è la più importante delle due. Le tariffe, le riduzioni e le condizioni del percorso a pagamento sono riportate sul sito ufficiale del Museo e Cripta dei Cappuccini e nella nostra scheda dedicata.

Il cardinale Antonio Barberini e la fondazione

La chiesa nasce da una famiglia che in quel momento possiede Roma. Antonio Marcello Barberini, vissuto fra il 1569 e il 1646, era il fratello minore di Maffeo Barberini, cioè di papa Urbano VIII. Era entrato fra i cappuccini nel 1585 da giovanissimo, e quando il fratello divenne papa nel 1623 lo fece cardinale l’anno successivo. Nella Roma del tempo lo chiamavano il cardinale di Sant’Onofrio, dal suo titolo cardinalizio.

Le date, e quali reggono

La prima pietra fu benedetta da Urbano VIII il 4 ottobre 1626, festa di san Francesco, e la data compare concorde nelle fonti cappuccine, nella scheda della diocesi di Roma e nella letteratura corrente. La prima messa si celebrò l’8 settembre 1630, festa della Natività di Maria, e il cantiere si concluse nel 1631. Chi legge da qualche parte che la chiesa è del 1624 sta leggendo un dato impreciso, probabilmente riferito alla creazione cardinalizia di Antonio Barberini.

Perché proprio qui

I cappuccini stavano prima in un altro punto della città, presso la chiesa di San Niccolò de Portiis, in una casa ormai troppo piccola per una comunità cresciuta in fretta. Urbano VIII mise a disposizione un terreno di sua proprietà in quella che allora era aperta campagna suburbana, ai piedi del Pincio, fuori dal tessuto urbano compatto. La scelta non fu casuale: un ordine mendicante voleva stare ai margini, non in mezzo al traffico di corte.

La prima chiesa romana dedicata all’Immacolata

La dedicazione all’Immacolata Concezione della Vergine è il dato che i frati mettono per primo quando raccontano la loro chiesa, e ha un peso che oggi sfugge. Nel 1626 l’Immacolata Concezione non era ancora dogma, e lo sarebbe diventata soltanto nel 1854 con la bolla di Pio IX. Costruire a Roma la prima chiesa intitolata a quel mistero, due secoli prima della definizione dogmatica, era una presa di posizione teologica dichiarata.

Chi la costruì materialmente

Le fonti attribuiscono il progetto a fra Michele da Bergamo, cappuccino e architetto, morto nel 1641, che diresse personalmente il cantiere e ne lasciò documentazione. Una parte della letteratura affianca il nome di Antonio Casoni, vissuto fra il 1559 e il 1634, come progettista dell’impianto. Le due versioni non si escludono e convivono nei repertori: alcuni danno Casoni progettista e Michele da Bergamo direttore dei lavori, altri assegnano tutto al frate. Il punto resta aperto.

L’architettura dei cappuccini: una regola prima che uno stile

Capire questa chiesa significa capire una cosa sola: l’austerità che si vede non è mancanza di soldi, è una norma scritta. I cappuccini nascono nel 1525 come riforma rigorista dei francescani, e la povertà degli edifici fa parte del loro impianto costituzionale. Le costruzioni dell’ordine seguono regole precise su dimensioni, materiali e decorazione, e chi le confronta fra loro le riconosce da Roma alla Sicilia.

La facciata

La facciata è in mattoni a vista, con lesene in pietra chiara, ordinata su due registri sovrapposti. In basso un portale centrale con timpano triangolare, in alto un grande finestrone arcuato fra coppie di lesene e un timpano di coronamento con la croce. Nessuna statua, nessun ornamento di marmo, nessuna teatralità: chi arriva dal barocco delle chiese del centro la trova quasi anonima, ed è esattamente l’effetto voluto.

Davanti alla facciata corre la scalinata a forbice, che porta al sagrato rialzato e sotto la quale si apre l’ingresso del percorso museale. Quella scalinata non è un elemento originale della composizione seicentesca: nasce dal fatto che l’apertura di via Veneto, a fine Ottocento, abbassò il piano stradale e lasciò la chiesa sospesa rispetto alla nuova quota. Il rapporto fra edificio e strada oggi è il risultato di un incidente urbanistico.

L’aula

L’interno è a navata unica rettangolare con volta a botte e dieci cappelle laterali rialzate di qualche gradino, cinque per lato, comunicanti fra loro. Non c’è cupola, non c’è transetto, non c’è abside curva: dietro l’altare maggiore si apre un coro quadrangolare profondo, separato dall’aula, secondo lo schema che gli studiosi dell’architettura cappuccina descrivono come standard dell’ordine.

La decorazione originale era bianca e spoglia. Gli stucchi dorati che si vedono oggi sono aggiunte ottocentesche, e questo spiega la stranezza che molti avvertono senza saperla nominare: una chiesa progettata per essere nuda e poi rivestita, due secoli dopo, con un gusto che non era il suo. Guardando le pareti fra una cappella e l’altra la sovrapposizione si legge bene.

Perché non c’è un campanile monumentale

La domanda è giusta e la risposta ha due strati. Il primo riguarda la regola: l’edilizia cappuccina esclude i campanili monumentali, perché una torre costa, si vede da lontano e dichiara una presenza che l’ordine non vuole dichiarare. Le chiese dell’ordine, quando hanno una campana, la mettono in una struttura minima sul tetto o sul fianco, non in un campanile alla romana come quelli medievali di Santa Maria Maggiore o delle basiliche titolari.

Il secondo strato riguarda la storia urbana. Le fonti riferiscono che un campanile esisteva e fu abbattuto alla fine dell’Ottocento per fare posto a via Veneto. Il dato ricorre nella letteratura corrente, compresa la voce enciclopedica italiana, ma non l’abbiamo trovato confermato da una fonte archivistica o istituzionale diretta, quindi lo riportiamo per quello che è: una notizia diffusa e plausibile, non una acquisizione documentata.

Che cosa c’era intorno e non c’è più

La chiesa che si visita oggi è un frammento di un complesso molto più grande. Intorno c’erano il convento seicentesco e l’orto dei frati, in aperta campagna, con uno spiazzo davanti alla facciata. La lottizzazione di Villa Ludovisi, avviata negli anni ottanta dell’Ottocento, cancellò quel paesaggio in pochi anni e trasformò la zona nel rione Ludovisi, con via Veneto come arteria di rappresentanza.

Il convento originale fu demolito nel Novecento per fare posto a un edificio ministeriale, e la comunità venne ricollocata in una fabbrica nuova addossata alla chiesa. Delle strutture seicentesche restano intatte due cose soltanto: l’aula della chiesa e il cimitero sotterraneo. Vista così, la sopravvivenza di quella cripta smette di essere macabra e diventa una questione di fortuna edilizia.

Il San Michele arcangelo di Guido Reni

La prima cappella di destra entrando contiene il dipinto per cui questa chiesa compare in tutti i manuali di storia dell’arte del Seicento: il San Michele arcangelo che sconfigge Satana di Guido Reni, databile intorno al 1635 e commissionato dal cardinale Antonio Barberini, il fondatore. È una delle immagini più riprodotte della pittura italiana, e la sua fortuna iconografica ha oltrepassato di gran lunga il luogo che la conserva.

Un dato tecnico che quasi nessuno conosce

Non è dipinto su tela. Reni lo eseguì a olio su seta di ermisino, un tessuto leggero, e le fonti riferiscono che la scelta rispose a una convinzione del pittore sulla maggiore durata del supporto. Il dato è verificabile sulle schede di catalogo ed è il genere di informazione che cambia il modo di guardare un quadro: la luce fredda e quasi metallica della corazza dell’arcangelo dipende anche da come quel supporto restituisce il colore.

La leggenda del volto del demonio

Sul volto del demonio schiacciato sotto il piede dell’arcangelo corre da secoli una storia che le guide romane ripetono come se fosse accertata: Reni avrebbe prestato al diavolo i tratti del cardinale Giovanni Battista Pamphilj, divenuto poi papa Innocenzo X nel 1644, per vendicarsi di una critica ricevuta. La fronte spaziosa, la calvizie, la barba rada del personaggio schiacciato somiglierebbero al ritratto del futuro pontefice.

Bisogna dire con chiarezza dove sta il confine. La notizia risale alla tradizione erudita, con Carlo Cesare Malvasia fra i primi a riferirla, e viene ripetuta da allora in avanti; le fonti aggiungono però che Reni negò di avere avuto quell’intenzione, sostenendo di avere semplicemente cercato il volto più orribile che potesse immaginare. Non esiste documento contemporaneo che provi il proposito satirico.

Il resto della cappella

Nella stessa cappella si trova un Cristo deriso di Gerard van Honthorst, il pittore olandese che a Roma chiamavano Gherardo delle Notti per la sua ossessione per le scene rischiarate da una candela. La datazione corrente lo colloca intorno al 1620, quindi è anteriore alla chiesa e arrivò qui in un secondo momento. La volta conserva pitture a tempera riferite a Niccolò Martinelli. Sempre in questa cappella è ricordato padre Mariano da Torino, morto nel 1972.

Le cappelle del lato destro

Le cappelle vanno percorse partendo dall’ingresso e tenendo la destra. La sequenza si copre in un quarto d’ora, ma conviene sapere prima che cosa si guarda, perché le didascalie in chiesa sono minime e la luce non aiuta. Sono ambienti rialzati di due o tre gradini, comunicanti fra loro.

La seconda cappella

La seconda cappella accosta due opere di provenienza diversa. La pala è una Trasfigurazione di Mario Balassi, pittore fiorentino, e le fonti la datano al 1667. Sulla parete si trova una Natività di Giovanni Lanfranco databile intorno al 1632, opera di un artista che in quegli stessi anni stava lavorando alle grandi volte illusionistiche romane. In questa cappella è conservato inoltre un sarcofago romano di età imperiale riutilizzato per le spoglie del venerabile padre Francesco da Bergamo.

La terza cappella

La terza custodisce l’opera del Domenichino, e qui le fonti divergono sul titolo e sulla data. Alcune parlano di Stimmate di san Francesco, altre di Estasi di san Francesco con datazione al 1641. La discrepanza riguarda la denominazione più che l’attribuzione, che non è in discussione. Nella stessa cappella compaiono un dipinto su san Crispino da Viterbo riferito all’ambito del Domenichino e una tela ottocentesca di frate Luigi da Crema.

La quarta cappella

La quarta cappella è dedicata a Cristo nell’orto degli ulivi e la pala è assegnata a Baccio Ciarpi, maestro toscano nella cui bottega si formò Pietro da Cortona, con datazione intorno al 1632. Completano l’ambiente un rilievo neoclassico di Antonio Biset del 1853 e una tela ottocentesca di Peter Herzog.

La quinta cappella

La quinta cappella di destra è dedicata a sant’Antonio da Padova e la pala è di Andrea Sacchi, protagonista del classicismo romano del Seicento, con datazione riferita al 1661 e soggetto il santo che risuscita un morto. Ci sono poi un Fedele da Sigmaringa seicentesco e una statua devozionale settecentesca del Bambino Gesù.

Le cappelle del lato sinistro

Il lato sinistro si percorre tornando verso l’ingresso dall’altare, ed è quello che contiene il pezzo più sorprendente per chi segue la pittura romana del primo Seicento. Anche qui gli ambienti sono rialzati e comunicanti, e anche qui la luce è quella che passa dalle finestre alte, cioè poca nelle giornate coperte e molta nel pomeriggio di primavera.

La cappella di san Paolo

La prima cappella a sinistra dell’altare conserva Anania che restituisce la vista a san Paolo di Pietro da Cortona, databile intorno al 1631. È un dipinto che vale il viaggio da solo: siamo agli esordi romani del maestro cortonese, prima delle grandi macchine decorative, e la pittura è ancora tesa e costruita per masse. Chi conosce il Pietro da Cortona delle volte fatica a riconoscerlo, ed è proprio questo che la rende interessante.

Nella stessa cappella si trovano un affresco di volta assegnato a Jean François Courtois e un crocifisso ligneo di fine Cinquecento la cui impostazione richiama modelli michelangioleschi. Chi vuole ricostruire il percorso romano del pittore cortonese, dalle chiese ai palazzi, trova il quadro generale nella nostra pagina su Roma barocca.

La cappella di san Felice da Cantalice

La seconda cappella è dedicata a san Felice da Cantalice, il questuante analfabeta che girava Roma con la bisaccia e a cui i romani del Cinquecento rispondevano Deo gratias, tanto che lo soprannominarono frate Deo gratias. Fu il primo cappuccino elevato agli altari. La pala è riferita ad Alessandro Turchi detto l’Orbetto e raffigura il santo che riceve il Bambino dalla Vergine. Sotto l’altare un sarcofago romano ne conserva le spoglie.

La cappella del Redentore

La terza cappella accosta una Deposizione di Andrea Camassei, datata dalle fonti fra il 1630 e il 1631, e delle Stimmate di san Francesco di Girolamo Muziano databili intorno al 1570 o 1575. Il Muziano è quindi più antico della chiesa di mezzo secolo e arrivò qui da un’altra sede: è il meccanismo abituale delle chiese conventuali, che ereditano quadri dalle case soppresse o dai lasciti. Nella stessa cappella è il monumento funebre del cardinale Gabriele Ferretti, del 1860.

La quarta e la quinta cappella

La quarta cappella, dedicata alla Vergine, ha un’edicola in pietra con colonne corinzie e un altare marmoreo rifatto nel Novecento, indicato dalle fonti al 1931. La quinta conserva l’Apparizione della Vergine a san Bonaventura di Andrea Sacchi, datata 1645, insieme a una Comunione di san Lorenzo da Brindisi e a un San Giuseppe da Leonessa settecentesco di frate Serafino da Belluno.

L’altare maggiore e la volta

L’altare maggiore è in marmo, e per una chiesa cappuccina è un’anomalia vistosa. La regola dell’ordine prescriveva altari di legno e suppellettili poverissime, e qui invece si trovano colonne corinzie scanalate, un timpano spezzato e scudi con le api della famiglia Barberini alla base. La spiegazione corrente è che l’altare fu voluto da Urbano VIII, e un papa che paga vince su una consuetudine di ordine.

La pala e il quadro che non c’è più

La pala attuale è un’Immacolata Concezione di Gioacchino Bombelli, datata dalle fonti al 1813 o al 1814, e non è un’opera originale: è la copia di un dipinto di Giovanni Lanfranco andato distrutto in un incendio. Su questo punto le fonti divergono in modo netto, perché almeno un repertorio cattolico attribuisce invece la pala dell’altare maggiore a Terenzio Terenzi con data 1578, cioè prima che la chiesa esistesse. La versione Bombelli su modello Lanfranco è quella che ricorre nel maggior numero di fonti indipendenti.

La volta

La volta a botte della navata porta al centro un affresco con l’Assunzione della Vergine eseguito nel 1796 da Liborio Coccetti, pittore di gusto neoclassico. La freddezza chiara di quella scena contrasta apertamente con il calore delle pale seicentesche sottostanti, e il contrasto vale come lezione: due secoli separano il soffitto dalle pareti, e nessuno dei due ha provato a somigliare all’altro. Ai lati dell’arco presbiteriale i frati segnalano dipinti di san Francesco e santa Chiara del cappuccino Paolo Piazza.

La lapide del cardinale Barberini

Davanti all’altare maggiore, sul pavimento, c’è una lastra di marmo semplice che la maggior parte dei visitatori calpesta senza abbassare lo sguardo. Sotto quella lastra riposa Antonio Marcello Barberini, il fondatore, cardinale, fratello di un papa, membro della famiglia più potente della Roma del Seicento. Sulla pietra non ci sono nome, titoli, date, stemmi. C’è una frase sola.

La frase è Hic iacet pulvis, cinis et nihil, cioè qui giace polvere, cenere e nulla. È l’iscrizione più citata dell’intero complesso, la riportano concordemente le fonti cappuccine, la scheda della diocesi di Roma e i repertori sulle chiese romane, e la conoscono anche persone che in via Veneto non hanno mai messo piede. Vale più di qualunque monumento funebre barocco della città.

Conviene fermarsi trenta secondi su quella lastra prima di andare avanti, perché contiene la chiave dell’intero edificio. La cripta ossario che sta sotto, con le ossa disposte a decorazione, non è un’invenzione macabra fine a se stessa: è la stessa frase tradotta in materia. Un ordine che costruisce una chiesa senza campanile e seppellisce un cardinale sotto una pietra anonima poi decora un cimitero con i propri morti per dire la medesima cosa.

Le altre sepolture della chiesa

In chiesa sono sepolti diversi personaggi che valgono una sosta. San Felice da Cantalice, primo cappuccino canonizzato, morto nel 1587, riposa in un sarcofago romano sotto l’altare della cappella a lui dedicata. Riposa qui anche san Crispino da Viterbo. Padre Mariano da Torino, morto nel 1972, fu il frate che negli anni cinquanta e sessanta parlava agli italiani dal video della televisione nazionale.

Il principe Sobieski

A sinistra dell’altare maggiore si trova il monumento marmoreo del principe polacco Aleksander Benedykt Sobieski, morto a Roma nel 1714, figlio di quel Giovanni III Sobieski che nel 1683 aveva sbaragliato l’esercito ottomano sotto Vienna. L’opera è di Camillo Rusconi, fra i maggiori scultori del tardo barocco romano, che risulta a sua volta sepolto in questa chiesa. La presenza di un principe straniero in una chiesa mendicante è una stranezza che si spiega con i rapporti fra la famiglia Sobieski e la Roma papale.

Il San Francesco in meditazione e la questione Caravaggio

Questa è la faccenda più delicata dell’intero complesso e va riportata con precisione, perché in giro si legge di tutto. Esistono due tele quasi identiche del San Francesco in meditazione, entrambe riferite agli anni 1605 e 1606. Una appartiene ai cappuccini di via Veneto ed è oggi esposta nel percorso museale, non in chiesa. L’altra proviene da Carpineto Romano ed è confluita a Palazzo Barberini.

La cronologia della questione

Fino al Novecento inoltrato l’unica versione conosciuta era quella romana dei cappuccini, rinvenuta in sagrestia all’inizio dell’Ottocento. Nel 1967 Maurizio Marini individuò a Carpineto Romano un dipinto identico, pubblicato l’anno successivo da Maria Vittoria Brugnoli, e da quel momento la critica si è divisa. La versione carpinetana risulta commissionata dal cardinale Pietro Aldobrandini intorno al 1606 e donata alla chiesa locale nel 1609.

Le posizioni in campo

La maggioranza della critica propende oggi per l’autografia della versione di Carpineto, portando come argomenti i pentimenti visibili alle indagini radiografiche e assenti nella tela romana, e riscontri materiali sui pigmenti. Rossella Vodret e lo stesso Marini stanno su questa linea. Fabio Scaletti ha proposto che la tela dei cappuccini sia una replica di bottega eseguita sotto la supervisione del maestro.

Ferdinando Bologna ha sostenuto una tesi più radicale: il prototipo originale non sarebbe stato ancora ritrovato e le due tele note sarebbero entrambe copie, per quanto di qualità. Nel 2010, per il quarto centenario della morte di Caravaggio, una mostra a Carpineto Romano mise le due versioni a confronto diretto senza chiudere la questione. Chi dichiara risolta la faccenda in un senso o nell’altro sta semplificando.

Che cosa farne, in pratica

Il modo più onesto di godersi la cosa è trasformarla in un itinerario. Si vede la tela dei cappuccini nel percorso museale, si scende a piedi a Palazzo Barberini, che dista pochi minuti, e si cerca l’altra. In mezzo si prova a decidere da soli. Chi vuole poi misurare che cosa sia un Caravaggio incontestato prosegue verso la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, e per il quadro completo abbiamo una pagina su dove vedere Caravaggio a Roma.

La cripta ossario, in due parole

Sotto la chiesa si trova il cimitero storico dei cappuccini, un corridoio con una serie di ambienti in cui le ossa dei frati sono state disposte a decorazione delle pareti e delle volte. Le fonti parlano di resti raccolti fra il Cinquecento e il 1870 e di un numero di frati che oscilla, a seconda del repertorio, fra le tremilasettecento e le quattromila unità.

Non ci dilunghiamo qui perché quel percorso è a pagamento, ha regole proprie sulle fotografie e merita una trattazione a parte, che abbiamo già scritto: tutto il dettaglio ambiente per ambiente, con tariffe, riduzioni, orari e visite serali, si trova nella scheda del Museo dei Frati Cappuccini e Cripta ossario. Chi invece vuole inquadrare il tema nel contesto cittadino trova il panorama generale in Roma sotterranea e nella pagina sulle catacombe di Roma.

La chiesa e via Veneto: dalla campagna alla Dolce Vita

Nel Seicento questa chiesa stava in campagna. Oggi si affaccia sul principio della strada più cinematografica d’Italia, e il salto è avvenuto in poco più di un secolo. Via Veneto nasce dalla lottizzazione della Villa Ludovisi negli anni ottanta dell’Ottocento, dopo che Roma è diventata capitale del Regno, e prende il nome attuale dopo la prima guerra mondiale, in ricordo della battaglia di Vittorio Veneto.

Gli anni cinquanta e sessanta

Fra gli anni cinquanta e sessanta la strada diventa il salotto internazionale della città: alberghi di lusso, caffè con i tavolini sul marciapiede, attori americani in trasferta a Cinecittà, fotografi appostati. La parola paparazzo nasce proprio da lì, dal cognome di un personaggio del film di Federico Fellini uscito nel 1960, ispirato a un fotoreporter romano realmente esistito. Il termine è poi entrato in decine di lingue.

Il dettaglio che ribalta la cartolina

La via Veneto che tutti hanno in mente dalle immagini del film non è quasi mai la strada vera. Le sequenze della via furono girate in gran parte su una ricostruzione allestita nel Teatro 5 di Cinecittà, con la scenografia di Piero Gherardi. La strada più fotografata di Roma deve la propria immagine a un set. Chi arriva oggi in via Veneto cercando quell’atmosfera cerca qualcosa che, in quella forma, non è mai esistito sul posto.

Una curiosità su Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

La chiesa è dedicata all’Immacolata Concezione ed è, secondo i frati e secondo la scheda della diocesi di Roma, la prima costruita a Roma in onore di quel mistero. La cosa curiosa è la data: 1626. Il dogma dell’Immacolata Concezione sarebbe stato proclamato soltanto nel 1854, duecentoventotto anni dopo. I cappuccini hanno costruito una chiesa intitolata a una verità di fede che la Chiesa non aveva ancora definito come tale.

Non era un azzardo isolato: la devozione immacolista era antica, molto sentita nel mondo francescano, e ferocemente discussa nei secoli precedenti. Intitolarle la propria chiesa romana, con un papa in famiglia che benedice la prima pietra, era un modo di mettere il proprio peso su un piatto della bilancia teologica. La chiesa, in quel senso, è un documento più che un edificio.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

Le pareti di questa chiesa contengono una piccola pinacoteca del Seicento romano: Guido Reni, Domenichino, Pietro da Cortona, Andrea Sacchi, Lanfranco, Honthorst, Alessandro Turchi, Camassei, Muziano. In una chiesa costruita da un ordine che aveva fatto della povertà una norma costituzionale. La contraddizione è solo apparente, e la spiegazione è semplice quanto poco raccontata.

I cappuccini quei quadri non li ordinavano: li ricevevano. Erano doni di cardinali, di famiglie nobili, di devoti, e in qualche caso eredità di case religiose soppresse. La regola vietava di spendere, non di accettare. Il risultato è che la chiesa architettonicamente più spoglia del quadrante è anche quella con la densità di firme più alta per metro quadro di parete.

Il corollario pratico è che le opere non sono disposte secondo un programma iconografico coerente, come accade nelle chiese progettate con una committenza unica. Sono sedimentate. Alcune sono più antiche dell’edificio, come il Muziano del 1570 circa, altre sono ottocentesche. Guardare le cappelle come un deposito stratificato invece che come un progetto rende la visita molto più leggibile.

Il consiglio che ti do per visitare Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

Entrate in chiesa prima di comprare il biglietto della cripta, non dopo. Chi fa il percorso museale per primo esce con le ossa negli occhi e sale in chiesa svogliato, guardando le pale come un contorno. Chi fa il contrario arriva sotto avendo già letto la lapide del cardinale e capisce che cosa sta guardando invece di limitarsi a fotografarlo.

Sulla luce

La chiesa non ha illuminazione artistica degna di questo nome e vive di luce naturale dalle finestre alte. Le cappelle di sinistra rendono meglio nel primo pomeriggio, quelle di destra la mattina. Nelle giornate coperte il Domenichino e il Muziano diventano quasi illeggibili. Chi viene apposta per i dipinti scelga una giornata serena e un orario centrale, e metta in conto che il confronto con una riproduzione stampata sarà impietoso in entrambe le direzioni.

Sul tempo

Trenta minuti per la sola chiesa, fatti bene, bastano e avanzano. Un’ora e mezza se si aggiunge il percorso museale. Mezza giornata se si mette in fila la discesa a Palazzo Barberini per il confronto fra i due San Francesco. Chi ha un pomeriggio libero e vuole una giornata sensata parta da qui, scenda a piazza Barberini e prosegua verso le Quattro Fontane.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che via Veneto ha cancellato il convento dei cappuccini. Quasi nessuno dice la conseguenza più concreta, che si vede a occhio nudo ogni volta che si passa: la scalinata a forbice davanti alla chiesa esiste perché la strada ottocentesca è stata tracciata a una quota più bassa di quella su cui l’edificio era stato costruito.

Quel dislivello racconta tutto il rapporto fra Roma papale e Roma capitale meglio di qualunque targa commemorativa. La chiesa non è stata alzata: è la città che le è scesa intorno. Il risultato è un edificio del Seicento che galleggia mezzo piano sopra il marciapiede di una strada del 1890, con una scalinata di raccordo che non era nei disegni di nessuno.

La foto giusta da fare a Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

Dentro la cripta le fotografie sono vietate, e la regola vale sempre. In chiesa la situazione è diversa, non c’è divieto generale, ma il flash è da escludere per rispetto e per conservazione, e durante le celebrazioni si mette via l’apparecchio. Detto questo, la fotografia buona di questo posto non è quella che tutti provano a fare.

La foto che vale

La fotografia che racconta questo luogo è la lastra sul pavimento davanti all’altare, ripresa dall’alto, con l’iscrizione leggibile e magari la punta delle proprie scarpe nell’inquadratura. Polvere, cenere e nulla, sotto i piedi di chi passa. È una foto che non richiede attrezzatura, non disturba nessuno, e dice della chiesa più di qualunque panoramica della navata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 4 ottobre 1626, festa di san Francesco, papa Urbano VIII benedisse la prima pietra della chiesa voluta dal fratello cardinale. È la data di nascita del complesso e la fonte cappuccina la riporta con precisione, insieme al dettaglio che la scelta del giorno non era casuale ma dichiarava l’appartenenza francescana dell’impresa.

La prima messa

L’8 settembre 1630, festa della Natività di Maria, si celebrò la prima messa nella chiesa nuova, con il papa presente secondo le fonti dell’ordine. Il cantiere si sarebbe concluso l’anno successivo. Quattro anni fra la prima pietra e la prima messa sono un tempo breve per una fabbrica romana del Seicento, e dicono quanto peso avesse la committenza dietro l’operazione.

La morte del fondatore

Antonio Marcello Barberini morì a Roma nel 1646, a settantasei anni, due anni dopo la morte del fratello papa e nel pieno della caduta politica della sua famiglia sotto Innocenzo X. Fu sepolto sotto la lastra anonima davanti all’altare della chiesa che aveva voluto. La coincidenza fra il declino dei Barberini e quell’epigrafe di totale spoliazione è di quelle che fanno riflettere.

Chi è passato da Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

Da qui è passato prima di tutto chi la fece: Urbano VIII, che benedisse la prima pietra e celebrò la prima messa, e il cardinale Antonio Marcello Barberini, che la volle e ci riposa. Nella Roma del Seicento un cantiere benedetto dal papa regnante e diretto dal fratello cardinale era un fatto politico oltre che religioso, e tutta la corte lo sapeva.

I pittori

Guido Reni, Domenichino, Pietro da Cortona, Andrea Sacchi, Giovanni Lanfranco, Gerard van Honthorst, Alessandro Turchi, Andrea Camassei, Mario Balassi, Baccio Ciarpi, Girolamo Muziano, Liborio Coccetti. Questo elenco è un campione della pittura romana fra il tardo Cinquecento e il Settecento, e sta tutto in un edificio largo quanto una casa. Chi segue la pittura seicentesca romana ritrova gli stessi nomi in chiesa del Gesù, in Santa Maria della Vittoria e in Santa Maria del Popolo.

Gli scultori

Camillo Rusconi lavorò qui al monumento del principe Sobieski e in questa chiesa risulta sepolto. Fu uno dei protagonisti della scultura romana a cavallo fra Sei e Settecento, nella generazione che raccolse l’eredità di Bernini e di Borromini senza avere il loro peso storiografico.

I santi e i frati

San Felice da Cantalice, che aveva girato Roma per quarant’anni con la bisaccia, riposa sotto un altare di questa chiesa. Con lui san Crispino da Viterbo. E poi padre Mariano da Torino, il cappuccino televisivo degli anni cinquanta e sessanta, che portò il saio in prima serata quando la televisione italiana era una sola. Sono tre modi diversi di essere cappuccini a Roma, distanti quattro secoli.

Accessibilità

La chiesa si raggiunge salendo la scalinata a forbice dal marciapiede di via Veneto, e questo è il primo ostacolo per chi si muove in carrozzina o con difficoltà motorie. Non risulta dichiarato pubblicamente un accesso alternativo alla sola chiesa, mentre il percorso museale ha una gestione propria e va contattato direttamente per sapere quali ambienti siano raggiungibili.

Chi ha bisogno di certezze scriva o telefoni prima, spiegando la situazione. È il consiglio che diamo per qualunque chiesa romana retta da una comunità religiosa: la risposta non è mai scontata e vale molto più di qualunque informazione trovata su un aggregatore. L’interno, superata la scalinata, è su un unico livello a parte i gradini di accesso alle cappelle.

Quanto tempo serve e quando andare

Il momento migliore è la tarda mattinata di un giorno feriale, dopo la messa delle 7.30 e prima della pausa di pranzo. Il pomeriggio funziona per le cappelle di sinistra, che prendono luce meglio. La domenica l’apertura è più corta e legata alla disponibilità dei frati, quindi è il giorno da evitare per chi viene apposta.

Le stagioni

In estate via Veneto è calda e senza ombra nelle ore centrali, e l’interno della chiesa è uno dei pochi ripari freschi del tratto. In inverno la luce cala presto e dopo le quattro le pale diventano difficili. Nelle giornate di pioggia questa è una delle soste romane che funzionano meglio, e abbiamo una pagina apposta su cosa fare a Roma quando piove.

Con i bambini

La chiesa da sola offre poco ai bambini piccoli: niente percorsi didattici, niente pannelli, quadri alti e scuri. La cripta è un’altra faccenda e va valutata caso per caso conoscendo il proprio figlio, perché su alcuni fa impressione. Per idee romane più adatte ai più piccoli abbiamo una pagina dedicata su Roma con i bambini.

Che cosa vedere intorno

Il quadrante attorno a piazza Barberini è uno dei più densi della città e si copre a piedi senza mai prendere un mezzo. Scendendo dalla chiesa si arriva in due minuti alla Fontana del Tritone e in cinque a Palazzo Barberini, che ospita la Galleria Nazionale d’Arte Antica.

Dentro e sotto Palazzo Barberini

Nello stesso complesso si trovano due cose che quasi nessuno collega al palazzo: il Mitreo Barberini, un santuario mitraico di età imperiale con visite contingentate, e la Cappella di Santa Rosalia. Sono due visite brevi che pochissimi mettono in programma e che alzano molto il valore di una giornata in questo quadrante.

Verso il Quirinale

Risalendo via delle Quattro Fontane si arriva all’incrocio delle Quattro Fontane, con San Carlo alle Quattro Fontane di Borromini e, poco più giù, Sant’Andrea al Quirinale di Bernini, due chiese piccolissime che insieme spiegano il Seicento romano meglio di una basilica. Da lì si prosegue verso il Palazzo del Quirinale.

Verso il Pincio

Salendo via Veneto fino in fondo si esce a Porta Pinciana ed entra nel verde: Galleria Borghese, i Giardini segreti, la Casa del Cinema, e poi il Pincio con l’obelisco, Villa Medici, Trinità dei Monti e la discesa su piazza di Spagna con la Barcaccia.

Mangiare in zona

Qui il discorso va fatto con franchezza, perché via Veneto e il rione Ludovisi sono uno dei contesti romani in cui il prezzo dipende meno dalla cucina e più dall’indirizzo. Una strada di alberghi a cinque stelle, ambasciate e uffici di rappresentanza produce una ristorazione tarata su clientela che non torna e che non confronta. La rendita di posizione è vecchia di settant’anni e nessuno ha interesse a smontarla.

I segnali da leggere prima di sedersi

Il primo segnale è il menu con le fotografie dei piatti. In una città dove la cucina si tramanda in famiglia, illustrare il piatto significa parlare a chi non sa che cosa sta ordinando, e chi non sa è anche chi non torna. Vale anche per i menu tradotti in sei lingue con la bandierina accanto: non è ospitalità, è un imbuto.

Il secondo segnale è la scena: la signora che tira la sfoglia dietro una vetrina o direttamente sul marciapiede è un richiamo visivo studiato, non un indizio di cucina. La pasta fresca fatta bene si prepara in cucina, non in vetrina. Quando la lavorazione è in scena il messaggio è rivolto a chi passa, e il costo di quella scenografia finisce nel conto.

Il terzo segnale è la persona all’ingresso che invita a sedersi, magari con il listino in mano e un sorriso professionale. Un posto che deve fermarti per strada è un posto che non ha abbastanza clienti che ci vanno di proposito. A Roma i locali che funzionano hanno il problema opposto e quasi sempre chiedono di aspettare.

Gli orari dicono la verità

Un locale aperto ininterrottamente dalla mattina alla notte, senza pausa fra pranzo e cena, non ha una cucina che lavora a turni: ha un servizio continuo pensato per intercettare chiunque passi in qualunque momento. La pausa pomeridiana è scomoda e costa incassi, e per questo la tengono solo i posti che campano sul cibo e non sul passaggio.

I prezzi adeguati al cliente

Nei tratti più esposti della zona, soprattutto ai tavolini esterni, circolano listini diversi fra la sala interna e il dehors, voci non prezzate come il pesce o il coperto per servizio, supplementi che compaiono solo al conto. La regola di autodifesa è una sola: se il prezzo di quello che si ordina non è scritto, si chiede prima. Chiedere non è scortese, è normale, e chi si offende ha appena risposto alla domanda.

Le catene a insegna ripetuta

Nel centro di Roma esistono catene di ristorazione con più sedi e la stessa insegna ripetuta a poche centinaia di metri di distanza, spesso nei punti di massimo passaggio. Funzionano come attrazioni turistiche: offrono prevedibilità, orari lunghi, personale multilingue e una carta identica ovunque. Non c’è niente di scandaloso, ed è un modello legittimo che risponde a una domanda reale.

Il punto è un altro, ed è di ordine statistico: i romani in quei locali non ci vanno, e quindi quei locali non sono sottoposti alla verifica quotidiana di una clientela che torna. Chi viaggia per mangiare bene ha semplicemente bisogno di saperlo. Chi viaggia con bambini stanchi e vuole prevedibilità ha invece tutto il diritto di sceglierli senza sentirsi giudicato.

Il criterio, uno solo

Guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano, ordinano senza aprire il menu e discutono con chi serve, il posto regge. Se ci sono soltanto avventori con la cartina e lo zaino si prosegue. In questo quadrante conviene allontanarsi dall’asse principale e scendere verso le strade laterali, dove i prezzi cambiano di parecchio nel giro di duecento metri.

Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata. Il ragionamento completo sul come si sceglie a Roma resta nella nostra pagina su dove mangiare a Roma, e per i locali storici quella sui caffè e le botteghe storiche di Roma. Per il pernottamento in zona, che qui costa parecchio, abbiamo una pagina su dove dormire a Roma.

Domande frequenti su Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

Quanto costa entrare nella chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini?

L’ingresso alla chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini è libero e gratuito, come in tutte le chiese romane aperte al culto. Non esiste biglietteria e non serve prenotare. Il biglietto a pagamento riguarda soltanto il Museo dei Frati Cappuccini e la Cripta ossario, che hanno ingresso separato sotto la scalinata e orari propri.

Quali sono gli orari della chiesa dei Cappuccini di via Veneto?

Il sito della comunità cappuccina di via Veneto indica un’apertura dal lunedì al sabato dalle 7.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00, e la domenica e nei festivi dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 15.30 alle 18.00, a seconda della disponibilità. Le messe sono alle 7.30 nei feriali e alle 11.00 nei festivi. Gli orari di una casa religiosa cambiano senza preavviso: conviene ricontrollarli prima di partire.

La chiesa dei Cappuccini e la cripta sono la stessa cosa?

Chiesa e cripta sono due visite distinte allo stesso indirizzo. La chiesa è sopra, gratuita, con ingresso dalla scalinata su via Veneto. La Cripta ossario fa parte di un percorso museale a pagamento, con ingresso da una porta a vetri sotto la scalinata, biglietteria, audioguida e regole proprie sulle fotografie. Si possono fare entrambe o una sola.

Chi ha fondato Santa Maria della Concezione dei Cappuccini?

La chiesa fu voluta dal cardinale Antonio Marcello Barberini, cappuccino, vissuto fra il 1569 e il 1646 e fratello di papa Urbano VIII. Il papa benedisse la prima pietra il 4 ottobre 1626 e celebrò la prima messa l’8 settembre 1630; i lavori si conclusero nel 1631. Il progetto è riferito al frate architetto Michele da Bergamo, con il nome di Antonio Casoni che compare in parte della letteratura.

È vero che il diavolo del quadro di Guido Reni ha il volto di un papa?

La storia secondo cui Guido Reni avrebbe dato al demonio del suo San Michele arcangelo i tratti del cardinale Giovanni Battista Pamphilj, poi papa Innocenzo X, è una tradizione erudita ripetuta da secoli, non un fatto documentato. Le fonti riferiscono che Reni negò quell’intenzione, dicendo di avere cercato semplicemente il volto più orribile possibile. Va raccontata come racconto, non come notizia.

Il San Francesco in meditazione dei Cappuccini è un Caravaggio autentico?

L’attribuzione del San Francesco in meditazione è discussa e non risolta. Esistono due versioni quasi identiche: quella dei cappuccini di via Veneto e quella proveniente da Carpineto Romano, oggi a Palazzo Barberini. La maggioranza della critica propende oggi per l’autografia della versione carpinetana sulla base delle indagini radiografiche; Ferdinando Bologna ha sostenuto che il prototipo non sia ancora stato ritrovato e che entrambe siano copie.

Perché la chiesa dei Cappuccini non ha un campanile?

L’edilizia cappuccina esclude per regola i campanili monumentali, perché una torre costa, si vede da lontano e dichiara una presenza che l’ordine non intende dichiarare. Le fonti correnti riferiscono inoltre che un campanile esisteva e fu abbattuto alla fine dell’Ottocento per l’apertura di via Veneto: è una notizia diffusa che non abbiamo trovato confermata da fonte archivistica diretta.

Che cosa è scritto sulla tomba del cardinale Barberini?

Sulla lastra di pavimento davanti all’altare maggiore, priva di nome, titoli e date, è incisa la frase Hic iacet pulvis, cinis et nihil, cioè qui giace polvere, cenere e nulla. È l’iscrizione più citata del complesso e la riportano concordemente le fonti cappuccine, la scheda della diocesi di Roma e i repertori sulle chiese romane.

Quanto tempo serve per visitare la chiesa?

Per la sola chiesa bastano trenta minuti fatti con calma, sufficienti a percorrere le dieci cappelle, guardare il Reni e fermarsi sulla lapide del fondatore. Con il percorso museale e la cripta si arriva a un’ora e mezza. Aggiungendo la discesa a Palazzo Barberini per confrontare le due versioni del San Francesco si occupa una mezza giornata.

Si possono fare fotografie dentro la chiesa?

Nella chiesa non risulta un divieto generale di fotografia, ma il flash va escluso per rispetto e per conservazione e durante le celebrazioni l’apparecchio si mette via. Nella cripta ossario le fotografie sono invece vietate e la regola viene fatta rispettare. Chi vuole certezze chieda in sagrestia o al personale del museo prima di scattare.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui sono controllati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali citate nel testo: prima di partire conviene ricontrollarli, perché cambiano spesso e senza avviso. Le segnalazioni di dati non aggiornati sono benvenute.

Mettere in fila una giornata romana fatta di chiese rette da comunità religiose e non da enti turistici, percorsi museali con biglietteria separata allo stesso civico, aperture legate alla disponibilità dei frati e distanze che sulla carta sembrano nulla e in salita non lo sono, per sé o per un gruppo, richiede strumenti di pianificazione che su Tour Leader Pro raccogliamo per chi accompagna visite e per chi organizza da solo.

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