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Santa Maria in Vallicella, la Chiesa Nuova

Santa Maria in Vallicella si affaccia su corso Vittorio Emanuele II, all’altezza di piazza della Chiesa Nuova, e quasi nessuno la chiama con il suo nome. A Roma è la Chiesa Nuova, e lo è da quattro secoli e mezzo, cioè da quando non era più nuova quasi per nessuno. Dentro ci sono tre tavole di ardesia dipinte da Rubens sull’altare maggiore, una lastra di rame che si solleva per scoprire un affresco trecentesco, la volta e la cupola affrescate da Pietro da Cortona, il corpo di san Filippo Neri in un’urna e, accanto, l’Oratorio dei Filippini di Borromini con la sua facciata curva in mattoni. Sul marciapiede davanti passano ogni giorno decine di migliaia di persone e la stragrande maggioranza tira dritto. Questa pagina spiega che cosa c’è davvero, che cosa si riesce a vedere e quando, dove le fonti divergono, e quali cose raccontate in giro su questa chiesa non reggono a una verifica.

Dove si trova la Chiesa Nuova e come ci si arriva

L’indirizzo è piazza della Chiesa Nuova 1, nel rione Parione, sul lato sud di corso Vittorio Emanuele II. La facciata guarda il corso e la piazzetta antistante, mentre il complesso oratoriano si sviluppa alle spalle e sul fianco sinistro, verso via dei Filippini e piazza dell’Orologio. Il telefono della Congregazione è 06 6875289.

Facciata di Santa Maria in Vallicella a Roma
La facciata della Chiesa Nuova su corso Vittorio Emanuele II. Foto di This Photo was taken by Wolfgang Moroder. Feel free to use my photos, but please mention me as the author and send me a message. This image is not in the public domain. Please respect the copyright protection. It may only be used according to the rules mentioned here. This specifically excludes use in social media, if applicable terms of the licenses listed here not appropriate. Please do not upload an updated image here without consultation with the Author. The author would like to make corrections only at his own source. This ensures that the changes are preserved.Please if you think that any changes should be required, please inform the author.Otherwise you can upload a new image with a new name. Please use one of the templates derivative or extract., licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

Con i mezzi pubblici

Corso Vittorio Emanuele II è uno degli assi più serviti del centro storico: le linee di superficie che lo percorrono fermano a poche decine di metri dalla facciata, in entrambe le direzioni. Non esiste una fermata di metropolitana vicina, e questo è il punto che molti sottovalutano. La più prossima è quella di piazza Venezia o di via Nazionale a seconda del percorso scelto, con una camminata che non scende sotto i quindici minuti. I tracciati dei bus romani cambiano spesso per cantieri e deviazioni: la verifica va fatta il giorno stesso sull’applicazione dell’azienda di trasporto. Per il quadro generale abbiamo una pagina su come muoversi a Roma.

A piedi, che è il modo giusto

Chi arriva da piazza Navona impiega cinque minuti scarsi passando davanti a Pasquino e imboccando via del Governo Vecchio. Da campo de’ Fiori ne bastano sei o sette, attraversando il corso all’altezza della basilica di Sant’Andrea della Valle. Da Castel Sant’Angelo sono dieci minuti lungo il Tevere e poi dentro nel tessuto dei vicoli. La Chiesa Nuova funziona come nodo di passaggio, non come meta isolata, ed è così che conviene trattarla.

Perché la chiamano Chiesa Nuova

Il soprannome nasce da un cantiere, e la data è precisa. Il 15 luglio 1575 papa Gregorio XIII approvò con la bolla Copiosus in misericordia Deus la Congregazione dell’Oratorio fondata da Filippo Neri e le assegnò una piccola chiesa medievale che si trovava qui, dedicata a Santa Maria in Vallicella. Gli oratoriani la trovarono in cattivo stato e troppo piccola per quello che facevano, e decisero di rifarla da capo. La prima pietra della ricostruzione è dello stesso 1575. I romani cominciarono a chiamarla la chiesa nuova per distinguerla da quella vecchia, e il nome è rimasto.

Che cosa vuol dire Vallicella

Il toponimo indica un avvallamento, una piccola valle. La zona del Campo Marzio meridionale, prima delle bonifiche e degli sventramenti, aveva un abbassamento naturale del terreno proprio qui, e il nome della chiesa medievale lo registrava. La documentazione della Biblioteca Vallicelliana ricorda che l’edificio era noto anche come Santa Maria al Pozzo Bianco, per un antico pozzo di marmo che si trovava nei pressi. Sono due nomi che descrivono il posto, non la devozione, ed è un buon indizio di quanto fosse modesta quella chiesetta.

Filippo Neri, gli oratoriani e che cosa facevano davvero

Filippo Neri nasce a Firenze il 21 luglio 1515 e muore a Roma il 26 maggio 1595. Arriva in città attorno ai diciotto anni, ci resta sessant’anni e non se ne muove quasi mai. Viene ordinato sacerdote il 23 maggio 1551, piuttosto tardi e quasi controvoglia, e comincia a radunare gruppi di persone in una stanza sopra la chiesa di San Girolamo della Carità per parlare di argomenti spirituali, leggere, discutere e cantare. Quella stanza si chiamava oratorio, cioè luogo dove si prega, e da lì viene il nome della congregazione.

Il giro delle Sette Chiese

La devozione romana più duratura inventata da Neri è la visita in un solo giorno alle sette basiliche maggiori, istituita secondo la tradizione oratoriana nel giovedì grasso del 1552 come alternativa ai bagordi di carnevale. Il percorso tocca San Pietro, San Paolo fuori le mura, San Sebastiano, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo fuori le mura e Santa Maria Maggiore. Sono più di venti chilometri a piedi e la Congregazione della Vallicella lo organizza ancora oggi.

La dilatazione del cuore

La tradizione oratoriana colloca nella Pentecoste del 1544, alle catacombe di San Sebastiano, l’episodio che i biografi chiamano dilatazione del cuore: Neri avrebbe avuto un’esperienza mistica violenta che gli lasciò una deformazione toracica permanente. La ricognizione del corpo dopo la morte registrò effettivamente un’anomalia delle costole, e questo dato compare nelle fonti agiografiche e nella letteratura medica successiva. Il fatto anatomico è documentato, la spiegazione che se ne dà dipende da che cosa si crede: le due cose vanno tenute separate, e in giro si trovano quasi sempre saldate insieme.

Una curiosità su Santa Maria in Vallicella

Filippo Neri voleva questa chiesa bianca. La documentazione della Biblioteca Vallicelliana riferisce che il fondatore la immaginava grande, semplice, con le pareti intonacate di chiaro, in linea con la sobrietà che il Concilio di Trento raccomandava e che lui praticava per carattere. Oggi dentro non c’è un centimetro quadrato che non sia dipinto, dorato, intarsiato o rivestito di marmo. La chiesa è esattamente il contrario di quello che il suo fondatore aveva chiesto.

Come è successo

È successo che Neri è morto nel 1595 e la decorazione è arrivata dopo. La chiesa fu consacrata nel 1599, la facciata finita attorno al 1605, gli affreschi della volta e della cupola sono di Pietro da Cortona fra il 1647 e il 1666, cioè fra i cinquanta e i settant’anni dopo la morte del fondatore. Nel frattempo la Congregazione era diventata ricca, aveva committenti aristocratici e cardinalizi, e un santo canonizzato da esibire. La sobrietà non era più un programma: era diventata un ricordo.

Che cosa ne resta

Del progetto originario resta la pianta: tre navate larghe, cappelle laterali profonde, volta a botte, un’aula concepita per far sentire una predica a molte persone. L’impianto è funzionale, quasi un auditorio. La ricchezza è tutta di superficie, aggiunta sopra uno scheletro pensato per l’ascolto. Chi entra e guarda in alto vede il Seicento trionfale; chi guarda le proporzioni della pianta vede ancora l’idea di Neri.

Le tre ardesie di Rubens sull’altare maggiore

Pieter Paul Rubens arriva a Roma giovane, lavora in Italia fra il 1600 e il 1608 e la commissione della Vallicella è l’ultima e la più importante del suo soggiorno italiano. Le opere sono tre, tutte dipinte su lastre di ardesia, e occupano il presbiterio: la pala centrale sopra l’altare maggiore e due tavole sulle pareti laterali. Il finanziatore fu monsignor Giacomo Serra, genovese.

Che cosa raffigurano

La pala centrale mostra angeli e cherubini disposti in cerchi concentrici che adorano l’immagine della Madonna della Vallicella. Sulla parete sinistra del presbiterio ci sono i santi Gregorio Magno, Mauro e Papia; sulla destra santa Flavia Domitilla con Nereo e Achilleo. Sono i santi le cui reliquie erano legate a questa chiesa, e non una scelta iconografica libera dell’artista. Un particolare chiude il cerchio: la Congregazione della Vallicella officia ancora oggi la chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, sull’Appia: il legame dipinto da Rubens nel 1608 è tuttora operativo.

Perché l’ardesia

La prima versione della pala non era su ardesia ma su tela, e fu rifiutata. Il motivo che le fonti riportano concordemente è ottico: la superficie rifletteva la luce in modo tale da rendere il dipinto illeggibile da sotto, nella posizione e con l’illuminazione reali del presbiterio. Rubens rifece tutto su lastre di pietra lavagna, che assorbono la luce invece di rimandarla. È una delle poche volte documentate in cui un artista di quel livello rifà un’opera intera per un problema di visibilità e non di soggetto.

Dove è finita la prima versione

La tela rifiutata esiste ancora e si trova al Musée de Grenoble, catalogata come Saint Grégoire pape, entouré de saints et de saintes, vénérant l’image miraculeuse de la Vierge à l’Enfant, dite de Santa Maria in Vallicella. Rubens se la tenne. Chi confronta le due soluzioni capisce meglio il problema: nella versione di Grenoble tutti i santi e la Vergine sono in un solo campo, in quella romana la composizione è stata spezzata in tre parti per adattarsi all’architettura del presbiterio. Non fu solo una questione di riflessi, fu un ripensamento dell’intero impianto.

Il meccanismo che scopre la Madonna della Vallicella

Sopra l’altare maggiore, al centro della pala di Rubens, c’è una lastra di rame ovale dipinta dallo stesso Rubens con una Madonna col Bambino benedicente. Quella lastra è mobile. Si solleva con un sistema di corde e pulegge progettato all’epoca, e sotto compare l’immagine che la chiesa venera davvero: un affresco trecentesco, molto più piccolo e molto più rozzo, staccato da un muro e conservato qui come reliquia.

Che cos’è l’immagine sotto

L’affresco è del Trecento e in origine si trovava su un muro esterno, secondo la ricostruzione più diffusa nei pressi di un edificio termale o di un bagno pubblico della zona. Il fatto che ne fece un oggetto di culto è collocato nel 1535: colpita da una pietra, l’immagine avrebbe sanguinato. Da quel momento la Madonna della Vallicella diventa meta di devozione, e quarant’anni dopo è il motivo per cui questa chiesetta viene scelta come sede di una congregazione in crescita. L’intero complesso monumentale nasce attorno a un affresco di strada.

Come funziona e quando si apre

Il meccanismo è quello originale nel principio, corde e contrappesi, ma oggi viene azionato elettricamente e il sacrista lo comanda a distanza. Sulla frequenza di apertura le fonti divulgative concordano su un punto, cioè che l’immagine viene scoperta al termine della messa prefestiva del sabato sera e nelle solennità principali, in particolare il 26 maggio, festa di san Filippo Neri. Non abbiamo trovato questo calendario pubblicato sul sito ufficiale della Congregazione: chi ci tiene deve chiedere in sacrestia, che è anche il modo più rapido per sapere se quel giorno è previsto. Del meccanismo, della sua storia e di come lo si guarda abbiamo una pagina dedicata sul quadro motorizzato di Rubens, e lì il discorso è approfondito per bene.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Maria in Vallicella

La frase che si legge ovunque è che qui è nato l’oratorio come genere musicale, e che a inventarlo fu san Filippo Neri. Detta così è sbagliata in almeno tre punti, e il modo in cui è sbagliata è istruttivo, perché mostra come si costruisce una leggenda di fondazione partendo da fatti veri.

Primo punto: Neri non inventò un genere musicale

Quello che Filippo Neri organizzò furono incontri di preghiera in cui si cantavano laudi spirituali, cioè canzoni devote in volgare, spesso costruite su melodie profane e su madrigali già in circolazione. Le raccolte esistono e hanno autori documentati: il padre oratoriano Giovenale Ancina pubblicò il Tempio armonico, il padre Agostino Manni ne scrisse i testi. Sono repertori di lauda, non composizioni drammatiche. Neri era un organizzatore di incontri con musica, non un compositore né un teorico.

Secondo punto: la parola viene dal luogo

Oratorio, in origine, è solo il nome della stanza: l’ambiente dove ci si raduna a pregare. Il passaggio dal luogo al genere musicale avviene nel Seicento, gradualmente, perché si prese l’abitudine di indicare con il nome della sala il tipo di musica che lì si eseguiva. La Treccani lo descrive proprio così, come una transizione da designazione di spazio a designazione di forma. Nessuno, in vita di Filippo Neri, chiamava oratorio una composizione musicale.

Terzo punto: l’oratorio di Borromini non c’entra

Il punto che fa più danni. L’esecuzione considerata decisiva per la nascita del genere è la Rappresentatione di Anima et di Corpo di Emilio de’ Cavalieri, su testo di padre Agostino Manni, data nell’oratorio della Vallicella nel 1600, con il nuovo stile monodico accompagnato. Ma l’Oratorio dei Filippini che si vede oggi accanto alla chiesa, quello di Borromini con la facciata curva, fu cominciato nel 1637. Nel 1600 non esisteva. La sala in cui quella musica fu eseguita era un ambiente precedente del complesso oratoriano, e chi indica la sala borrominiana come luogo della prima esecuzione sbaglia di trentasette anni.

Che cosa regge, allora

Regge che il genere musicale prende il nome dalle sale di riunione degli oratoriani, che le pratiche musicali di quelle sale furono l’ambiente in cui il genere si formò, e che un’opera cardine di quel passaggio fu eseguita alla Vallicella nel 1600. È già moltissimo, e non ha bisogno di essere gonfiato. Chi vuole vedere come si suonava e con che strumenti in quegli anni trova materiale al Museo degli strumenti musicali, e chi vuole un confronto con un altro spazio romano dedicato alla musica sacra confraternale può guardare l’Oratorio del Gonfalone, che è una sala affrescata nata per lo stesso tipo di uso.

Pietro da Cortona: la volta, la cupola, l’abside

Pietro Berrettini da Cortona lavora in questa chiesa a più riprese, e il suo intervento qui è una delle imprese decorative maggiori del Seicento romano insieme al soffitto del salone di Palazzo Barberini. Le date che le fonti riportano per il ciclo della chiesa sono comprese fra il 1647 e il 1666, cioè quasi vent’anni di cantiere intermittente. Prima ancora, nel 1633 e 1634, aveva dipinto il soffitto della sacrestia con angeli che portano gli strumenti della Passione.

La volta della navata

Il soggetto è la visione che la tradizione oratoriana attribuisce a Filippo Neri nel 1576: la Madonna che sostiene con la mano la trave del tetto della chiesa in costruzione, impedendole di crollare sugli operai. È un episodio interno alla leggenda della fondazione, dipinto sopra la testa dei fedeli nel luogo stesso in cui sarebbe accaduto. Guardare quella volta senza conoscere il racconto significa vedere una gloria mariana qualunque.

La cupola e i pennacchi

Nella cupola Cortona dipinse il Trionfo della Trinità, con il Padre e il Figlio sulla calotta e lo Spirito Santo nella lanterna, così che il punto più alto e più luminoso dell’edificio coincidesse con il vertice teologico della scena. Nei pennacchi ci sono quattro profeti: Geremia, Ezechiele, Isaia e Daniele. Il catino absidale ospita l’Assunta fra angeli e santi. È un programma unitario, letto dal fondo della navata verso l’altare e poi verso l’alto.

L’intervento sulla luce, che è la cosa più interessante

Nel 1650 Pietro da Cortona mise mano alla cupola stessa, non solo alla sua superficie dipinta: le fonti registrano una modifica strutturale con l’aggiunta di una lanterna per portare più luce dentro. Un pittore che fa modificare l’architettura per far funzionare il proprio affresco è un caso che dice molto sul rapporto di forza fra le arti nella Roma di metà Seicento. La cupola è stata cambiata perché la pittura si vedesse meglio, e non il contrario.

La cappella e le stanze di san Filippo Neri

Il corpo di Filippo Neri si trova nella cappella a sinistra del presbiterio, costruita fra il 1600 e il 1606 su progetto di Onorio Longhi e finanziata da Neri Del Nero, un parente del santo. Il vestibolo che la precede, a pianta ovale, è opera di Luca Berrettini. La traslazione del corpo nella cappella è collocata dalle fonti nel 1602, sette anni dopo la morte e vent’anni prima della canonizzazione.

Che cosa c’è dentro

La cappella è rivestita di marmi, alabastri, diaspro, madreperla, lapislazzuli, corallo, onice, agata e ametista, in una stratificazione di materiali preziosi che è esattamente il contrario delle pareti bianche che Neri aveva chiesto. La cupoletta con lanterna è di Pietro da Cortona e si data al 1650. Le tele con scene della vita del santo sono di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, dipinte fra il 1596 e il 1599, cioè subito dopo la morte e prima ancora che il processo di canonizzazione arrivasse in porto.

Le stanze, che sono un’altra cosa

Sopra la sacrestia si conservano gli ambienti in cui Filippo Neri visse gli ultimi anni: la cosiddetta Camera Rossa con reliquiari e un ritratto attribuito al Guercino, una scala a chiocciola, la cappella privata dove celebrava messa, il letto, il confessionale. Sono ambienti piccoli, spogli, tenuti come erano, e non fanno parte del percorso libero della chiesa. Ci si arriva dal lato del transetto, accompagnati.

Come si visitano davvero

La visita alle stanze si fa su prenotazione. Il canale indicato dalla Congregazione sul proprio sito è un indirizzo di posta dedicato alle visite guidate, oratorioartefede chiocciola gmail punto com, oltre al telefono della casa, 06 6875289. Schede turistiche non ufficiali riportano fasce fisse di apertura, per esempio martedì, giovedì e sabato dalle 10 alle 12 con gruppi limitati a quindici o venti persone, ingresso gratuito e una quota per i gruppi organizzati; la stessa fonte segnala però che le visite sono state sospese per restauro. Queste informazioni non compaiono sul sito della Congregazione e vanno considerate indicative: prima di programmare qualcosa bisogna scrivere o telefonare e farsi confermare il giorno.

Il consiglio che ti do per visitare Santa Maria in Vallicella

Il consiglio è di non trattarla come una tappa da dieci minuti fra piazza Navona e Castel Sant’Angelo. La Chiesa Nuova è un complesso, non una chiesa: c’è l’aula con Rubens e Cortona, c’è la cappella del santo, ci sono le stanze che si visitano solo su appuntamento, c’è l’oratorio di Borromini accanto e c’è una biblioteca statale con una sala monumentale aperta al pubblico gratis. Quattro accessi diversi, quattro orari diversi, quattro enti diversi. Chi non se ne accorge vede un quarto del posto.

Il modo pratico di incastrare le cose

Il lunedì, il martedì o il venerdì mattina è la finestra in cui tutto è aperto insieme: la chiesa dalle prime ore del mattino, il Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana dalle 10 alle 13 con ingresso libero, l’Archivio Storico Capitolino con la sua sala studio. In due ore si vedono la chiesa, la sala borrominiana e il cortile del complesso. Il mercoledì e il giovedì il salone si visita nel pomeriggio ma solo su prenotazione, il sabato e la domenica la biblioteca è chiusa: chi viene nel fine settimana vede la chiesa e basta.

Quanto tempo mettere in conto

Per la sola chiesa, guardata bene, servono quaranta minuti: dieci per la navata e le cappelle laterali, dieci seduti a guardare la volta, dieci nel presbiterio davanti alle tavole di Rubens, dieci nella cappella del santo. Con il Salone Borromini si arriva a un’ora e mezza. Con le stanze di san Filippo, quando sono visitabili e su appuntamento, si sfiorano le due ore e mezza. Chi conta dieci minuti, come suggeriscono molti itinerari, ha già deciso di non vedere niente.

L’Oratorio dei Filippini di Borromini, accanto alla chiesa

A sinistra della facciata, guardandola dal corso, comincia un altro edificio: mattoni invece che travertino, superficie curva invece che piana, nessuna statua. È l’Oratorio dei Filippini. Francesco Borromini ottenne l’incarico vincendo un concorso interno alla Congregazione, battendo fra gli altri Paolo Marucelli, che al complesso aveva già lavorato. I lavori partono nel 1637.

La facciata a ali piegate

La facciata non è piana e non è curva in modo uniforme: è articolata su un andamento concavo e convesso che alterna rientranze e sporgenze, con le paraste impostate su una pianta curva. Borromini stesso, secondo la tradizione critica, la paragonò a un corpo umano con le braccia aperte che accoglie chi entra. La descrizione è calzante e spiega perché l’edificio, che non è alto né grande, sembri muoversi quando lo si costeggia camminando.

Il dettaglio dei mattoni, che è il vero capolavoro

Il committente impose il laterizio, materiale povero, perché la facciata dell’oratorio non facesse concorrenza a quella in travertino della chiesa. Borromini rispose con un lavoro di muratura che va guardato da vicino, con il naso a un metro dal muro: la zona centrale e le sue paraste sono in mattoni sottili posati con giunti di due o tre millimetri, di colore giallo paglierino, mentre le parti restanti hanno mattoni rosati. È una modulazione cromatica ottenuta con il solo impasto dell’argilla e la precisione della posa. Nessuna fotografia la restituisce, e passando sul marciapiede opposto non si vede.

La torre dell’orologio

Sul lato che dà su piazza dell’Orologio, Borromini costruì fra il 1647 e il 1649 la torre che dà il nome alla piazza, con il quadrante inquadrato da una struttura curva e una gabbia metallica sopra. È uno dei pezzi borrominiani più visibili di Roma e uno dei meno guardati, perché la piazza è piccola, chi ci passa ci passa di fretta e per vedere la torre bisogna fermarsi e alzare la testa. Chi vuole mettere in fila gli altri edifici del suo catalogo romano trova un percorso nella nostra pagina su Borromini a Roma, che comprende San Carlo alle Quattro Fontane e Sant’Ivo alla Sapienza.

Che cosa si visita e che cosa no

Questo è il punto che le guide risolvono male. La sala dell’oratorio vero e proprio, quella dove si faceva musica, non è aperta come monumento visitabile con orari fissi: si vede in occasione di concerti, conferenze e aperture straordinarie, e chi vuole entrarci deve seguire il calendario degli eventi. Il resto del complesso è stato acquisito dallo Stato dopo il 1870 e oggi ospita più enti: l’Archivio Storico Capitolino dal 1922, con sede in piazza dell’Orologio 4 e sala studio ad accesso libero; l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo dal 1924; la Casa delle Letterature dal 2000; e un teatro sul lato di via dei Filippini. Sono ingressi diversi, con regolamenti diversi, dentro lo stesso edificio.

La Biblioteca Vallicelliana e il Salone Borromini

La Biblioteca Vallicelliana è una biblioteca pubblica statale, con ingresso al numero 18 di piazza della Chiesa Nuova. Nasce dalla raccolta libraria degli oratoriani, ha circa centotrentamila volumi, tremila manoscritti, incunaboli, stampe e fotografie, ed è uno dei fondi più importanti d’Italia per la storia ecclesiastica. La sala che la ospita è quella progettata da Borromini e completata nel 1643. Ne abbiamo una scheda dedicata sulla Biblioteca Vallicelliana, con il dettaglio dei servizi e delle collezioni.

Che si può entrare a guardarla, gratis

Il dato che quasi nessuno conosce: il Salone Borromini si visita senza pagare niente. Gli orari pubblicati dalla biblioteca indicano lunedì, martedì e venerdì dalle 10 alle 13 con ingresso libero, mercoledì e giovedì dalle 15 alle 18 solo su prenotazione. Il martedì mattina è prevista un’accoglienza guidata dal personale, su prenotazione. I gruppi oltre le quindici persone devono sempre prenotare, con almeno quarantotto ore di anticipo, scrivendo all’indirizzo di didattica della biblioteca. Sabato e domenica è chiuso, come nei giorni festivi.

Se invece volete studiarci

La sala di lettura ha orari propri, più ampi: lunedì, martedì e venerdì dalle 8.15 alle 15, mercoledì e giovedì dalle 8.15 alle 19, chiusa nel fine settimana. L’accesso è consentito dai sedici anni con un documento di identità, le borse si lasciano all’ingresso e la consultazione dei manoscritti richiede una motivazione scritta della ricerca. La biblioteca chiude nella seconda decade di agosto, con un servizio ridotto per informazioni e restituzioni. Chi confronta questa con le altre grandi biblioteche storiche romane può guardare la Biblioteca Angelica, la Biblioteca Casanatense e la Biblioteca Nazionale Centrale.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

In una delle cappelle laterali c’è un Caravaggio, e non è un Caravaggio. La Deposizione che Michelangelo Merisi dipinse fra il 1602 e il 1604 fu commissionata da Girolamo Vittrice per la cappella di famiglia in questa chiesa, quella che era stata dello zio Pietro Vittrice. Il quadro sull’altare oggi è una copia dell’inizio dell’Ottocento, opera del pittore austriaco Michael Köck, e le fonti la giudicano modesta.

Perché il dettaglio conta

Fra tutti i Caravaggio delle chiese romane, questo è l’unico che fu effettivamente requisito in età napoleonica. Le tele di San Luigi dei Francesi, quelle di Sant’Agostino e quelle di Santa Maria del Popolo restarono al loro posto. Chi gira Roma inseguendo i Caravaggio in situ deve sapere che alla Chiesa Nuova la casella è vuota da oltre due secoli, e che l’originale va cercato in Vaticano.

Quello che invece è originale, e nessuno guarda

Nel transetto sinistro c’è la Presentazione della Vergine al Tempio di Federico Barocci, databile al 1593 e 1594, e in una delle cappelle di sinistra la sua Visitazione. Barocci è un pittore che la divulgazione tratta come minore e che nel Seicento romano contò moltissimo: la sua luce e i suoi colori pastello sono un passaggio obbligato per capire da dove viene Pietro da Cortona. La tradizione oratoriana racconta che Filippo Neri passasse ore in preghiera davanti alla Visitazione. È una notizia agiografica, non un documento, e va presa come tale, ma indica quanto quel quadro contasse per la casa.

La sacrestia, che è un pezzo a sé

La sacrestia fu iniziata nel 1621 su progetto di Mario Arconio e completata da Paolo Marucelli nel 1629. Dentro c’è un gruppo marmoreo di san Filippo con un angelo scolpito da Alessandro Algardi, uno dei due grandi scultori della Roma di Bernini, e il soffitto dipinto da Pietro da Cortona nel 1633 e 1634 con angeli che portano gli strumenti della Passione. La sacrestia non funziona come un locale di servizio, è un ambiente monumentale a sé, e l’accesso dipende dalle attività in corso. Chiedere prima.

La foto giusta da fare a Santa Maria in Vallicella

La foto che funziona davvero non è la facciata della chiesa. È la facciata in mattoni dell’Oratorio dei Filippini ripresa di sguincio, da sinistra, stando sul marciapiede all’imbocco di via dei Filippini, con la luce radente del tardo pomeriggio che entra da ovest lungo il corso. Radente, l’andamento concavo e convesso si stacca e si legge; di fronte e a mezzogiorno la superficie si appiattisce e la fotografia diventa illeggibile.

La piazza

Piazza della Chiesa Nuova, davanti alla facciata, ospita la fontana detta della Terrina, che i romani chiamano la zuppiera. È un soggetto fotografico più semplice e più simpatico della chiesa, con la sua forma coperta e l’iscrizione sul coperchio, e ha una storia di spostamenti che abbiamo raccontato nella scheda sulla zuppiera di corso Vittorio. Inquadrata bassa, con la facciata della chiesa sfocata dietro, è la foto che meglio racconta il posto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia della Chiesa Nuova si legge come un cantiere lunghissimo che parte da una chiesetta di quartiere e arriva a un complesso monumentale. Quello che segue è l’ossatura con le date riscontrate su più fonti, con l’indicazione esplicita dei punti su cui le fonti non concordano.

1535 e 1575: il culto e la bolla

Il culto della Madonna della Vallicella nasce nel 1535, quando un’immagine mariana dipinta a fresco su un muro esterno della zona viene colpita da una pietra e, secondo il racconto tramandato, sanguina. Quarant’anni dopo, con la bolla Copiosus in misericordia Deus il papa approva la Congregazione dell’Oratorio e assegna a Filippo Neri la chiesa di Santa Maria in Vallicella. Nello stesso anno viene posta la prima pietra della ricostruzione. Gli oratoriani avevano una comunità che si riuniva da oltre vent’anni e per la prima volta hanno una casa propria.

1577: la prima messa nel cantiere

La navata è praticabile e si celebra. La chiesa è ancora a corpo unico, senza il transetto e senza la cupola. Sulla direzione dei lavori in questa prima fase le fonti divergono: alcune indicano Matteo di Città di Castello, altre Pietro Bartolini. Non siamo in grado di dirimere e lo segnaliamo invece di scegliere.

Anni Ottanta del Cinquecento: entra Martino Longhi il Vecchio

Martino Longhi il Vecchio modifica il progetto in modo sostanziale, aggiungendo cappelle e trasformando l’impianto. Anche qui le date divergono: alcune fonti collocano il suo ingresso nel 1583, altre nel 1586. Nello stesso giro d’anni compaiono nella documentazione anche Giacomo Della Porta, con un progetto del 1585 per le navate, e Giovanni Antonio Dosio e Domenico Fontana per le decorazioni.

1591 1599: la chiesa prende forma e viene consacrata

Nel 1591 sono compiuti abside, transetto e cupola, e l’edificio assume in pianta la forma che ha oggi. Filippo Neri è ancora vivo e ha settantasei anni. Muore il 26 maggio 1595 nella casa accanto alla chiesa; nel 1602 il corpo viene traslato nella cappella a sinistra del presbiterio e il 12 marzo 1622 Gregorio XV lo proclama santo. La consacrazione della chiesa è del 1599, quando la struttura è completa e la decorazione deve ancora arrivare quasi per intero.

1594 1614: la facciata e la scalinata

Il progetto della facciata è di Fausto Rughesi, approvato nel 1594, e il cantiere si chiude attorno al 1605 e 1606. Il timpano è attribuito a Carlo Maderno, le statue di san Gregorio Magno e san Girolamo nelle nicchie a Giovanni Antonio Paracca. Le volute laterali riprendono lo schema messo a punto per la chiesa del Gesù. La scalinata davanti al portale è del 1614.

1602 1629: Rubens, Caravaggio, la sacrestia

La commissione delle tre ardesie del presbiterio, finanziata da monsignor Giacomo Serra, si chiude nel 1608 con la partenza di Rubens dall’Italia. Negli stessi anni, fra il 1602 e il 1604, Caravaggio dipinge la Deposizione per la cappella Vittrice. La sacrestia viene iniziata nel 1621 su progetto di Mario Arconio e completata da Paolo Marucelli nel 1629; nel 1633 e 1634 Pietro da Cortona ne dipinge il soffitto.

1637 1666: Borromini accanto, Cortona dentro

Francesco Borromini vince il concorso per l’oratorio e il complesso residenziale e apre il cantiere nel 1637. Nel 1640 l’oratorio è in uso, nel 1643 la biblioteca è completata, fra il 1647 e il 1649 costruisce la torre dell’orologio, nel 1650 lascia dopo il deterioramento dei rapporti con i padri e subentra Camillo Arcucci. Dentro la chiesa, fra il 1647 e il 1666, Pietro da Cortona dipinge volta, cupola, pennacchi e catino absidale, e nel 1650 fa aggiungere la lanterna alla cupola.

1666 1895: campanile, fianco, pavimento

Il campanile è alzato nel 1666 da Camillo Arcucci. Nel 1675 Carlo Rainaldi riveste il fianco destro della chiesa, quello che si vede percorrendo il corso verso piazza Venezia. Il pavimento marmoreo viene rifatto nel 1895, ed è il motivo per cui camminando nell’aula non si ha la sensazione di calpestare qualcosa di antico.

1797 1816: il Caravaggio va e non torna

La Deposizione viene requisita dopo il trattato di Tolentino e portata a Parigi, al Musée Napoléon. Rientra in Italia nel 1816 ma finisce nelle collezioni pontificie e non torna in chiesa. Al suo posto arriva la copia di Michael Köck, che è ancora sull’altare.

Dopo il 1870: lo Stato prende il complesso

Il complesso oratoriano viene acquisito dallo Stato e la biblioteca diventa statale. Dal 1922 ospita l’Archivio Storico Capitolino, dal 1924 l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, dal 2000 la Casa delle Letterature. La chiesa resta alla Congregazione, che è ancora qui e la officia tutti i giorni.

Chi è passato da Santa Maria in Vallicella

L’elenco delle persone legate a questo posto è corto e di peso altissimo. In meno di un secolo ci lavorano o ci vivono un santo, il maggiore pittore fiammingo della sua generazione, l’inventore del soffitto barocco romano e l’architetto più radicale del Seicento.

Filippo Neri

Non passò da qui: ci visse e ci morì. Ottenne la chiesa nel 1575, seguì il cantiere per vent’anni, abitò nella casa accanto e morì il 26 maggio 1595. Le stanze che si visitano su appuntamento sono le sue. È sepolto a una ventina di metri da dove dormiva.

Pieter Paul Rubens

Aveva poco più di trent’anni quando ottenne la commissione più prestigiosa del suo soggiorno italiano. Rifece la pala da capo cambiando supporto e composizione, progettò il dispositivo mobile che scopre l’immagine venerata e se ne andò da Roma nel 1608 per non tornarci più. Le tre ardesie della Vallicella sono l’ultimo atto della sua formazione italiana e il primo del Rubens maturo.

Francesco Borromini

Progettò l’oratorio, la biblioteca, i cortili e la torre dell’orologio, litigò con i committenti e se ne andò nel 1650. Il complesso della Vallicella è il suo unico grande intervento civile e residenziale a Roma, e per questo è meno noto delle sue chiese pur essendo altrettanto sperimentale.

Emilio de’ Cavalieri e Agostino Manni

Il compositore e il padre oratoriano che scrisse il testo della Rappresentatione di Anima et di Corpo, eseguita nell’oratorio della Vallicella nel 1600. Sono i due nomi che la frase nasconde, ripetuta ovunque in forma approssimativa, secondo cui qui sarebbe nato l’oratorio musicale.

Orari, ingresso e regime di apertura

La chiesa è una parrocchia della diocesi di Roma retta dalla Congregazione dell’Oratorio, non un monumento gestito da un ente turistico. L’ingresso è gratuito, non esiste biglietteria e non esiste prenotazione per l’aula. Gli orari li pubblica la Congregazione sul proprio sito e li cambia due volte l’anno, con un regime estivo e uno invernale: sono il dato che conviene ricontrollare prima di partire, perché una pagina scritta oggi invecchia in pochi mesi.

Gli orari pubblicati

L’orario estivo entrato in vigore da domenica 12 luglio 2026 indica l’apertura nei giorni feriali dalle 7.30 alle 12 e dalle 17 alle 19.45, nei giorni festivi dalle 8 alle 12 e dalle 17 alle 20. Le messe feriali sono alle 8, alle 10 e alle 19; quelle festive e delle solennità alle 10, alle 11, alle 12 e alle 19. Per le confessioni ci si rivolge in sacrestia. La chiusura di mezzogiorno è lunga e ferma: chi arriva alle 13 trova il portone chiuso e non c’è modo di aggirarlo.

I quattro accessi, in chiaro

La chiesa si visita liberamente negli orari di apertura. La cappella di san Filippo Neri fa parte del percorso libero. Le stanze di san Filippo si visitano solo su prenotazione, scrivendo all’indirizzo di posta indicato dalla Congregazione per le visite guidate o telefonando allo 06 6875289, e possono essere sospese per restauro. Il Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana ha ingresso da piazza della Chiesa Nuova 18 e orari propri, con visita gratuita il lunedì, il martedì e il venerdì mattina. Sono quattro regimi distinti nello stesso isolato.

Che cosa non si vede

Non si vede la sala dell’oratorio borrominiano se non in occasione di eventi. Non si vede il Caravaggio, perché è in Vaticano. Non si vede l’affresco della Madonna della Vallicella se non nei momenti in cui il rame viene sollevato. Non si vedono gli ambienti conventuali e residenziali della casa. Chi arriva sapendo queste quattro esclusioni non resta deluso; chi arriva credendo di trovare tutto aperto esce scontento e dà la colpa al posto.

Accessibilità della chiesa

La facciata è preceduta da una scalinata, costruita nel 1614, che rende problematico l’ingresso principale a chi si muove in carrozzina. Non abbiamo riscontrato la pubblicazione di un percorso accessibile dichiarato per l’aula né l’indicazione di un ingresso alternativo a raso: la cosa va chiesta telefonando, perché in molte chiese romane esiste una porta laterale utilizzabile che non compare da nessuna parte. Per il quadro generale della città rimandiamo alla nostra pagina su Roma accessibile.

Che cosa vedere intorno

La Chiesa Nuova si trova nel punto in cui corso Vittorio Emanuele II taglia il tessuto medievale e rinascimentale del rione Parione. Lo sventramento ottocentesco ha spezzato in due un quartiere fittissimo, e il risultato è che a nord e a sud del corso ci sono due Rome diverse, entrambe raggiungibili in pochi minuti a piedi.

A nord, verso Navona

Via del Governo Vecchio parte proprio dalla piazza della Chiesa Nuova e porta a Pasquino e a piazza Navona, con la fontana dei Quattro Fiumi e, sotto, lo stadio di Domiziano. Sul lato del corso c’è il Museo di Roma a Palazzo Braschi, che è il posto giusto per capire come era fatta la città prima degli sventramenti, e poco oltre il Museo Barracco. Continuando verso est si arriva a San Luigi dei Francesi, alla basilica di Sant’Agostino, a Sant’Eustachio e a Sant’Ivo alla Sapienza.

A sud, verso il Tevere

Scendendo dalla parte opposta si entra nel reticolo che porta a via Giulia: San Giovanni dei Fiorentini, Sant’Eligio degli Orefici, la chiesa dell’Orazione e Morte con il suo cimitero sotterraneo, l’Oratorio del Gonfalone e la Santissima Trinità dei Pellegrini, che è la chiesa della confraternita fondata da Filippo Neri per assistere i pellegrini. Poco più in là, campo de’ Fiori e la Galleria Spada, con la prospettiva di Borromini nel cortile.

Lungo il corso

Camminando verso piazza Venezia si incontra la basilica di Sant’Andrea della Valle, con una delle cupole più alte della città, e più avanti la chiesa del Gesù, la basilica di Santa Maria sopra Minerva e Sant’Ignazio di Loyola. Nella direzione opposta, verso il Tevere, si arriva a Castel Sant’Angelo e poi a San Pietro.

Due deviazioni meno ovvie

A dieci minuti verso Campo Marzio c’è Sant’Antonio dei Portoghesi, chiesa nazionale piccola e pochissimo frequentata. Nello stesso isolato della Chiesa Nuova, su piazza dell’Orologio, la sala studio dell’Archivio Storico Capitolino è ad accesso libero. Per sapere quando si entra gratis nei musei c’è la nostra pagina sui musei gratis, e per le rassegne estive quella sull’Estate Romana.

Mangiare in zona: corso Vittorio, Governo Vecchio, campo de’ Fiori

Attorno alla Chiesa Nuova si concentrano tre situazioni diverse e tutte difficili. Corso Vittorio Emanuele II è un asse di transito con locali che vivono di passaggio e di pullman. Via del Governo Vecchio, che parte dalla piazza, è una delle strade più battute del centro. Campo de’ Fiori, a sette minuti, è il caso di scuola romano di piazza che ha smesso di servire il quartiere. Chi si ferma a caso in questo triangolo, nove volte su dieci, paga molto e mangia male.

I segnali che qui funzionano, e sono sempre gli stessi

Il menu con le fotografie dei piatti resta il segnale più affidabile: chi deve mostrare la fotografia di una carbonara la vende a qualcuno che non sa che cosa sia. La signora che tira la pasta fresca in vetrina o su un tavolino sul marciapiede è una scenografia: serve a fermare chi passa, non racconta niente della cucina che c’è dietro. La persona sulla soglia che invita a sedersi e recita i piatti in tre lingue è un cartellone pubblicitario che cammina. Un locale che resta aperto senza interruzione dalla colazione alla notte non ha una brigata che lavora su servizi definiti, ha una cucina che riscalda.

Il prezzo che cambia in base a chi sei

Nelle piazze e lungo gli assi turistici del centro capita che il listino sia elastico. I segnali da controllare sono tre e si vedono prima di sedersi: voci non prezzate sul menu, formule generiche come pesce del giorno senza cifra accanto, e listini diversi fra il tavolo all’interno e quello all’esterno. Se il prezzo di una portata non c’è scritto, la cifra la deciderà qualcuno dopo, guardandovi in faccia. Il coperto e il servizio vanno letti prima, non alla fine.

Le catene a insegna ripetuta

Nel centro di Roma è cresciuta negli ultimi anni una ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu in più punti della città, il personale in divisa e spesso la fila fuori. Funziona benissimo come attrazione, ed è del tutto legittima: il problema è che quel modello vende un prodotto standardizzato e i romani non ci vanno. Non è snobismo, è che chi abita in città non fa la fila per mangiare una cosa che troverà identica in un altro quartiere. Vale lo stesso per i locali attorno alla Chiesa Nuova che replicano un format: sono prodotti turistici, e va bene sapere che cosa si compra.

Il criterio, uno solo

Guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano, non guardano il menu e chiamano il cameriere per nome, il posto regge. Se ci sono solo zaini, cartine e traduzioni simultanee, si passa oltre. È un criterio grezzo e funziona meglio di qualunque recensione, perché misura chi torna e non chi passa una volta sola.

Dove si allarga il campo

Uscendo dal triangolo si respira. Verso Regola, il Portico d’Ottavia e i vicoli a sud di corso Vittorio la densità di turisti cala e la proporzione fra prezzo e piatto migliora. Sono deviazioni di dieci minuti a piedi che cambiano la giornata. Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata. Il ragionamento completo su come si sceglie a Roma è nella nostra pagina su dove mangiare a Roma, e per i locali storici c’è quella sui caffè e le botteghe storiche di Roma.

Domande frequenti su Santa Maria in Vallicella

Quanto costa entrare alla Chiesa Nuova?

L’ingresso a Santa Maria in Vallicella è gratuito, come in tutte le chiese romane aperte al culto, e non esiste biglietteria né prenotazione per l’aula. Anche la visita al Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana, nell’edificio accanto, è gratuita negli orari pubblicati. Se trovate online un biglietto riferito alla Chiesa Nuova, si tratta del pacchetto di un operatore terzo e non di una tariffa della chiesa.

Quali sono gli orari della Chiesa Nuova?

Gli orari di Santa Maria in Vallicella pubblicati dalla Congregazione per il regime estivo in vigore dal 12 luglio 2026 indicano apertura nei giorni feriali dalle 7.30 alle 12 e dalle 17 alle 19.45, nei festivi dalle 8 alle 12 e dalle 17 alle 20. Gli orari cambiano due volte l’anno con il passaggio fra regime estivo e invernale: prima di partire conviene ricontrollarli sul sito della Congregazione o telefonare allo 06 6875289.

Quando si vede la Madonna della Vallicella sotto il quadro di Rubens?

La lastra di rame dipinta da Rubens che copre l’affresco trecentesco viene sollevata in occasioni determinate, non di continuo. Le fonti divulgative concordano nell’indicare il termine della messa prefestiva del sabato sera e le solennità principali, fra cui il 26 maggio, festa di san Filippo Neri. Questo calendario non risulta pubblicato dalla Congregazione: il modo sicuro di saperlo è chiedere in sacrestia.

Si possono visitare le stanze di san Filippo Neri?

Le stanze di san Filippo Neri sopra la sacrestia si visitano solo su prenotazione, tramite l’indirizzo di posta che la Congregazione indica per le visite guidate o telefonando allo 06 6875289. Alcune schede turistiche riportano fasce fisse il martedì, il giovedì e il sabato mattina con gruppi limitati, e segnalano sospensioni per restauro. Prima di programmare qualcosa bisogna farsi confermare il giorno.

C’è un Caravaggio alla Chiesa Nuova?

Alla Chiesa Nuova non c’è più il Caravaggio. La Deposizione dipinta fra il 1602 e il 1604 per la cappella Vittrice fu requisita nel 1797 dopo il trattato di Tolentino, portata a Parigi e non restituita alla chiesa al rientro in Italia nel 1816: oggi si trova nella Pinacoteca Vaticana. Sull’altare c’è una copia ottocentesca del pittore austriaco Michael Köck.

L’Oratorio dei Filippini di Borromini si visita?

La sala dell’Oratorio dei Filippini non ha un regime di apertura come monumento: si vede in occasione di concerti, conferenze e aperture straordinarie. Del complesso borrominiano si visitano invece il Salone della Biblioteca Vallicelliana, con ingresso libero il lunedì, il martedì e il venerdì dalle 10 alle 13, e la sala studio dell’Archivio Storico Capitolino in piazza dell’Orologio. La facciata curva in mattoni si guarda da fuori, gratis.

Quanto tempo serve per visitare la Chiesa Nuova?

Per visitare Santa Maria in Vallicella con attenzione servono circa quaranta minuti: la navata e le cappelle, gli affreschi di Pietro da Cortona guardati da seduti, le tre ardesie di Rubens nel presbiterio e la cappella con il corpo del santo. Aggiungendo il Salone Borromini si arriva a un’ora e mezza, e con le stanze di san Filippo su appuntamento si supera comodamente il paio d’ore.

La Chiesa Nuova è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

L’ingresso principale di Santa Maria in Vallicella è preceduto dalla scalinata costruita nel 1614 e non risulta pubblicata l’indicazione di un percorso accessibile alternativo. Molte chiese romane hanno una porta laterale utilizzabile che non compare da nessuna parte: conviene telefonare e chiedere. La Biblioteca Vallicelliana accanto dichiara un ascensore su richiesta e l’installazione di un servoscala.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, recapiti e condizioni di accesso riportati qui sono verificati alla data di pubblicazione sulle fonti ufficiali citate nel testo, cioè il sito della Congregazione dell’Oratorio e quello della Biblioteca Vallicelliana. Cambiano spesso, e due volte l’anno cambiano di sicuro: ricontrollateli prima di partire e segnalateci quello che trovate diverso.

Chi deve costruire un itinerario romano tenendo insieme orari di chiese che chiudono a mezzogiorno, sale monumentali dentro biblioteche statali con calendari propri, ambienti che si aprono solo su prenotazione e distanze a piedi che sulla carta sembrano nulla e nel traffico del corso non lo sono, per sé o per un gruppo, trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, che raccoglie materiali pensati per chi accompagna visite e per chi organizza da solo.

Per il quadro più largo, cioè collegamenti ferroviari, aeroporti, noleggi e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi fino alla costa, una risorsa utile è Italy Planner.

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