Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza
La Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza si trova in Corso del Rinascimento 40, nel rione Sant'Eustachio, in pieno centro storico di Roma: non si affaccia sulla strada, ma occupa il fondo del cortile del palazzo della Sapienza, e per vederla bisogna varcare il portone e attraversare il porticato. L'ingresso è libero e non esiste alcun biglietto, perché non è un museo: è una chiesa rettoria dentro un palazzo che oggi ospita l'Archivio di Stato di Roma. Le aperture al pubblico sono limitate e concentrate, di regola, nella mattina della domenica, in prossimità della messa; fuori da quelle finestre il cortile resta accessibile negli orari dell'Archivio ma la chiesa è chiusa, e conviene verificare la disponibilità presso la rettoria prima di muoversi, perché il calendario cambia con le stagioni e con le esigenze del palazzo. Ci si arriva a piedi: la zona è a traffico limitato e non ha parcheggi. Le linee di superficie che percorrono Corso del Rinascimento e Corso Vittorio Emanuele II lasciano a poche decine di metri; dalla stazione Barberini o dalla fermata di Piazza Venezia si cammina fra i dieci e i quindici minuti, e chi arriva dal Pantheon impiega tre minuti scarsi.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa guida si affianca alle altre pagine dedicate al centro storico e ai musei statali di Roma, dove trovate le sedi dello Stato in città e i complessi monumentali che si visitano nello stesso quadrante.
Dove si trova Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza e come orientarsi
Il primo ostacolo alla Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza non è il biglietto e non è la coda: è il fatto che quasi nessuno sa dove sia la porta. Migliaia di persone al giorno risalgono Corso del Rinascimento fra Piazza Navona e il Pantheon passando esattamente davanti al portone giusto, e non alzano lo sguardo. Il palazzo della Sapienza presenta su quel lato una facciata sobria, quasi severa, con un portale sormontato da timpano triangolare; nulla, dalla strada, annuncia che dietro ci sia uno dei tre o quattro interni più radicali dell'architettura europea.
Il punto di riferimento più efficace è Piazza Sant'Eustachio, con la sua chiesa e il suo bar del caffè: il palazzo occupa l'isolato immediatamente a est di Corso del Rinascimento, chiuso fra la piazza, via dei Canestrari e la strada. Se avete la cupola di Sant'Ivo davanti agli occhi, la state guardando dall'esterno, e questo è già un buon inizio, perché la lanterna a spirale si legge molto meglio da lontano che da sotto. I punti di vista migliori dell'esterno non sono in Corso del Rinascimento, dove la prospettiva schiaccia tutto: sono da Piazza Sant'Eustachio, dalla terrazza del Vittoriano, dal Pincio e da qualunque punto alto della città. Da laggiù la spirale si stacca dal profilo dei tetti come un cavatappi bianco, e non la si confonde con nient'altro.
L'accesso avviene dal portone di Corso del Rinascimento 40. Si entra in un androne, si sbuca nel cortile lungo e stretto disegnato da Giacomo della Porta, e la facciata concava della chiesa chiude la prospettiva in fondo, come il fondale di un teatro. Questa è la sequenza che Borromini ha calcolato: non si vede la chiesa finché non si è dentro, e quando la si vede la si vede tutta insieme. Chi entra distratto se ne accorge dopo due passi, quando l'occhio registra che il muro in fondo non è dritto.
Come arrivare a Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza con i mezzi
Roma centro non ha metropolitana utile in questo quadrante, e va detto senza giri di parole: la fermata di metropolitana più vicina è comunque a quindici minuti a piedi. Le linee di superficie che risalgono Corso Vittorio Emanuele II e quelle che percorrono Corso del Rinascimento sono la soluzione ragionevole; scendendo a Largo di Torre Argentina si cammina sette o otto minuti passando per Piazza Sant'Andrea della Valle. Chi arriva dalla stazione Termini farebbe bene a valutare il tram o l'autobus fino ad Argentina invece di tentare percorsi creativi.
Il consiglio pratico che do sempre: arrivate a piedi dal Pantheon, non da Corso Vittorio. Il percorso via Piazza Sant'Eustachio vi mette la cupola davanti agli occhi mentre camminate, e vi consente di capire la macchina architettonica dall'esterno prima di entrare nel cortile. Fare il contrario significa vedere l'interno senza aver mai visto la spirale, e mezza intelligenza dell'opera si perde per strada.
Quanto tempo serve per Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Poco, se contate i metri quadrati; molto, se contate quello che c'è da guardare. L'interno della Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è un ambiente unico, senza navate laterali, senza cappelle da percorrere, senza percorso museale. Un visitatore frettoloso lo attraversa in quattro minuti. Un visitatore serio ci resta quaranta, e per metà del tempo tiene la testa all'insù. La mia raccomandazione è mettere in conto almeno mezz'ora dentro la chiesa e altri dieci minuti nel cortile, e considerarli tempo speso bene.
Che cosa è Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
La Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è la cappella dell'antica Università di Roma, costruita da Francesco Borromini fra il 1642 e il 1660 in fondo al cortile del palazzo che ospitava lo Studium Urbis. È dedicata a sant'Ivo Hélory di Kermartin, giurista bretone del Duecento e patrono degli avvocati: la dedicazione non è un dettaglio devozionale, è la dichiarazione di identità di un ateneo nato come scuola di diritto.
Detta così sembra una notizia da schedario. Nei fatti, questo edificio è uno dei tre o quattro luoghi in cui l'architettura occidentale ha cambiato direzione. Fino a Borromini, una chiesa a pianta centrale si progettava componendo figure regolari: un cerchio, un quadrato, una croce greca, magari un ottagono. Qui la figura di partenza non è una forma chiusa ma una regola generativa, e il risultato è un ambiente che non si lascia riassumere in nessuna delle categorie che si insegnavano nelle accademie. Non è un cerchio, non è un esagono, non è una stella: è tutte e tre le cose contemporaneamente, in punti diversi della stessa parete.
La seconda ragione per cui questo interno conta è la cupola. Nella tradizione che va da Brunelleschi a Michelangelo, la cupola è un oggetto autonomo appoggiato su un tamburo: prima si costruisce il basamento circolare, poi ci si posa sopra la calotta. Borromini elimina il tamburo. La pianta stellata sale dal pavimento fino alla trabeazione senza cambiare, e da lì continua a salire, deformandosi lentamente, fino a diventare un cerchio perfetto alla base della lanterna. Non c'è un punto in cui l'edificio smetta di essere una cosa e cominci a esserne un'altra: la trasformazione è continua. È questo, tecnicamente, il colpo di genio della Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, ed è il motivo per cui architetti che di Roma non gliene importa nulla vengono qui in pellegrinaggio.
La terza ragione è quella che si vede da lontano ed è la più celebre: la lanterna a spirale, coronata da fiaccole di travertino e chiusa da una struttura in ferro battuto con sfera, croce e colomba. Non esiste, in tutta l'architettura sacra europea del Seicento, un altro coronamento simile. È un oggetto talmente riconoscibile da essere diventato il logo mentale del barocco romano, e talmente strano che i contemporanei non seppero bene che cosa dirne.
Perché si chiama Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Il titolo si legge in due tempi. "Sant'Ivo" è il santo giurista bretone; "alla Sapienza" è il nome del palazzo, e per estensione dell'università che vi aveva sede. La Sapienza, a sua volta, prende il nome da un'iscrizione: sul prospetto occidentale del palazzo, sopra la finestra centrale del secondo ordine, corre la massima Initium sapientiae timor Domini, "principio della sapienza è il timore del Signore", che viene dal libro dei Proverbi. Da quella frase deriva il nome del palazzo, e da quel nome deriva il nome che l'Università di Roma porta ancora oggi, anche adesso che i suoi edifici sono altrove.
Vale la pena fissarlo, perché genera confusione: la Sapienza di oggi, l'ateneo con i suoi centomila iscritti, non è più qui da quasi novant'anni. Qui c'è il palazzo che le ha dato il nome, e la chiesa che ne era la cappella. Chi cerca l'università trova invece un archivio; chi cerca il barocco trova esattamente quello che sperava.
Il palazzo della Sapienza prima di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Per capire perché la chiesa ha quella forma, bisogna sapere che Borromini è arrivato in un cantiere già mezzo costruito, con le regole già scritte da altri. La storia comincia nel 1303, quando Bonifacio VIII istituisce lo Studium Urbis, la scuola superiore della città di Roma, con l'insegnamento in utroque iure, cioè in diritto canonico e in diritto civile. Non è una data qualsiasi per questa pagina: il 1303 è anche l'anno in cui muore, in Bretagna, il giurista Ivo Hélory a cui la chiesa sarà dedicata tre secoli e mezzo dopo. La coincidenza è casuale, ma è la coincidenza più elegante che questo luogo possa offrire.
Per due secoli la scuola non ha una sede unica: le lezioni si tengono in edifici sparsi nei pressi della chiesa di Sant'Eustachio, e già sotto Eugenio IV, nel Quattrocento, risultano tre fabbricati destinati all'insegnamento. L'idea di dare all'ateneo un palazzo suo, con un cortile suo, matura nel Cinquecento. Nel 1562 e nel 1563 Guidetto Guidetti costruisce parte delle aule dell'ala destra; Pirro Ligorio presenta un progetto che resta sulla carta.
Il salto avviene nel 1577, quando Gregorio XIII affida la direzione della fabbrica a Giacomo della Porta. Della Porta è l'architetto che sta chiudendo la cupola di San Pietro e che ha già segnato mezza Roma: qui progetta un edificio a pianta rettangolare, quattro corpi di fabbrica attorno a un unico grande cortile, secondo un modello di ascendenza brunelleschiana. Il portale principale sul lato occidentale, coronato dal timpano triangolare, viene realizzato nel 1586, secondo anno del pontificato di Sisto V. L'ala meridionale viene ristrutturata fra il 1595 e il 1605. Della Porta muore nel 1602 e altri proseguono il lavoro fino al 1632.
Il 1632 è la data che cambia tutto: è l'anno in cui Francesco Borromini viene nominato architetto della Sapienza. Trova un cortile praticamente finito, un'esedra terminale già impostata sul lato orientale, e un programma che prevedeva una chiesa a pianta circolare con piccole cappelle. Ha a disposizione uno spazio quadrangolare stretto, incastrato fra strutture esistenti, con la forma e l'ampiezza decise da un altro architetto morto trent'anni prima. La maggior parte dei progettisti avrebbe considerato quei vincoli una condanna. Borromini li ha usati come materiale di partenza, e da quella prigione geometrica ha ricavato la sua libertà più spettacolare.
Lo Studium Urbis e le facoltà del palazzo
Il palazzo ha ospitato per secoli l'insegnamento romano, e ha cambiato pelle insieme all'idea stessa di università. All'inizio le discipline sono Teologia e Giurisprudenza, coerentemente con la vocazione giuridica dello Studium; poi si aggiungono Medicina e Chimica, e con loro laboratori, gabinetti scientifici, collezioni. La Facoltà di Lettere e Filosofia resta qui fino al 1909, poi si trasferisce a palazzo Carpegna dove rimane fino al 1926. La Facoltà di Giurisprudenza è invece l'ultima ad andarsene, nel 1935, ed è quella che dà al luogo la sua identità più forte: qui hanno insegnato giuristi come Vittorio Scialoja, Giuseppe Chiovenda, Pietro Bonfante, cioè i nomi su cui si è formata la scienza giuridica italiana moderna.
C'è un episodio del cortile che racconta meglio di qualunque descrizione che cosa fosse la Sapienza. Il 16 febbraio 1900 Antonio Labriola, titolare della cattedra di Filosofia morale, inizia un ciclo di conferenze su Giordano Bruno. L'affluenza è tale che nessuna aula del palazzo la contiene: il professore parla in piedi su una sedia, al centro del cortile interno, con gli studenti stipati sotto il porticato. A pochi metri, chiusa, c'è la chiesa di Borromini. L'immagine di un filosofo positivista che arringa la folla su Giordano Bruno sotto la cupola di Sant'Ivo vale da sola il prezzo del biglietto, che poi qui non c'è.
Il trasferimento del 1935 e la fine dell'università
Fra il 1935 e il 1936 l'intero ateneo si sposta alla Città Universitaria costruita da Marcello Piacentini presso il Castro Pretorio. È un trasloco totale: aule, biblioteche, laboratori, perfino il monumento ai caduti della Sapienza della prima guerra mondiale, opera di Amleto Cataldi, viene smontato e trasferito nel 1936. Il palazzo che aveva dato il nome all'università resta improvvisamente vuoto, con la sua chiesa in fondo al cortile e nessuno studente a passarci davanti.
La destinazione successiva arriva subito, ed è quella che regge ancora oggi: l'Archivio di Stato di Roma. Non è un ripiego, è una scelta coerente. Un palazzo costruito per conservare e trasmettere sapere diventa il luogo in cui si conserva e si trasmette la memoria documentaria della città. Cambia il tipo di carta, non la funzione.
Il cortile di Giacomo della Porta che ospita Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Il cortile è la sala d'attesa della Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, e va guardato con attenzione perché è il termine di paragone contro cui Borromini gioca la sua partita. Della Porta lo ha impostato secondo la grammatica più ortodossa del tardo Cinquecento romano: un rettangolo lungo, due ordini di arcate su pilastri, ritmo costante, cornici nette, superfici piane. È architettura sicura di sé, misurata, senza sorprese. Camminandoci dentro si conta il ritmo delle campate come si conta il battito di un metronomo.
Poi si arriva in fondo, e il metronomo si rompe. La facciata della chiesa non è un muro piatto con una porta: è una superficie concava che rientra, che si incurva verso l'interno come se qualcuno l'avesse premuta con un pollice gigantesco. Le arcate del portico di della Porta non si interrompono: proseguono, girano, e vengono raccolte dalla curva. Borromini non ha aggiunto un edificio al cortile, ha chiuso il cortile con un edificio che finge di essere la conclusione naturale di quello che c'era prima.
Questo è, a mio parere, il gesto più sottile dell'intera opera, e quello che il novantacinque per cento dei visitatori non registra. Tutti fotografano la spirale. Pochissimi si accorgono che la vera prodezza è aver fatto entrare una geometria impossibile dentro un contenitore rigido senza che sembri un innesto. Chi vuole capire Borromini deve fermarsi a metà cortile, girarsi indietro a guardare le arcate regolari, e poi rigirarsi in avanti. La differenza di temperatura fra i due sguardi è tutta la storia del Seicento romano.
Le due logge sovrapposte e l'esedra terminale
Il cortile si sviluppa su due ordini: il portico terreno con le arcate e, sopra, una loggia. Il disegno di della Porta prevedeva già un'esedra a chiudere il lato orientale, una nicchia grande in cui la chiesa doveva incastrarsi. Borromini eredita questa condizione e la trasforma: la sua facciata concava non è una scelta libera, è la risposta obbligata a un vincolo che qualcun altro gli aveva imposto. Sopra la concavità imposta l'attico, e sull'attico appoggia il tamburo lobato e la lanterna.
La conseguenza pratica è che la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza non ha una facciata nel senso normale del termine. Non c'è un prospetto autonomo con colonne, timpano, nicchie e statue, come vorrebbe la tradizione delle chiese romane; c'è una superficie curva che appartiene tanto alla chiesa quanto al cortile, e sopra di essa comincia direttamente la macchina verticale. Chi si aspetta il fronte scenografico di Sant'Andrea della Valle o del Gesù resta spiazzato. Qui l'effetto non è frontale, è verticale.
Gli stemmi araldici del cortile della Sapienza
Alzando gli occhi lungo il porticato si incontra una galleria araldica che è, in sostanza, la firma dei papi che hanno pagato il palazzo. Nelle nicchie circolari del prospetto interno compaiono, uno dopo l'altro, il drago dei Boncompagni per Gregorio XIII, il leone dei Peretti per Sisto V, il drago e l'aquila dei Borghese per Paolo V, le api dei Barberini per Urbano VIII, i monti sormontati dalla stella dei Chigi per Alessandro VII.
Leggere questa sequenza è come leggere l'estratto conto del cantiere. Ogni pontefice che ha messo mano al palazzo ha lasciato il proprio emblema, e la cronologia degli stemmi coincide con la cronologia dei finanziamenti. Quando arriverete alla chiesa e vedrete le api e i monti con la stella ripetuti anche là dentro, saprete che non sono decorazione generica: sono il seguito di un discorso cominciato nel cortile.
Un dettaglio che diverte sempre i gruppi: guardando bene, il bestiario è quasi completo. Draghi, aquile, leoni, api. Manca solo l'elefante, e per quello bisogna spostarsi di duecento metri fino alla Minerva, dove Bernini ne ha piazzato uno con un obelisco sulla schiena. Il centro di Roma, in quel quadrante, è un giardino zoologico araldico.
Francesco Borromini prima di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Francesco Castelli nasce a Bissone, sul lago di Lugano, il 27 settembre 1599, in una terra che a Roma esportava scalpellini da generazioni. A nove anni viene mandato a Milano a imparare il mestiere di intagliatore in pietra, e lavora nel cantiere del Duomo. È un dettaglio biografico che spiega più di mille pagine di critica: prima di essere un architetto, Borromini è stato un uomo che scolpiva pietra con le mani, dentro il cantiere gotico più complicato d'Italia. Le guglie del Duomo di Milano, le loro trafilature verticali, la loro ossessione per il dettaglio ripetuto: tutto questo gli resta addosso e riemergerà, quarant'anni dopo, nella lanterna della Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza.
Arriva a Roma nel 1619, accolto dal parente Leone Garove, e quando questi muore nel 1620 passa a lavorare con Carlo Maderno, l'architetto di Paolo V. Con Maderno partecipa a cantieri di primo livello, fra cui Sant'Andrea della Valle e Palazzo Barberini. Dal 1628 adotta il cognome Borromini, con cui distinguersi dalla folla di maestranze Castelli attive a Roma; l'ipotesi più accreditata lega la scelta alla devozione per Carlo Borromeo.
Alla morte di Maderno, nel 1629, Borromini continua alla fabbrica di San Pietro sotto Gian Lorenzo Bernini. È il periodo del baldacchino, dove si riconosce la sua mano nelle volute a dorso di delfino. È anche il periodo in cui nasce la frattura: due uomini con temperamenti opposti, un capo brillante e mondano e un collaboratore geniale e spigoloso, in un cantiere dove i meriti si distribuiscono in modo asimmetrico. La rivalità fra Bernini e Borromini è stata romanzata fino alla caricatura, ma alla base c'è un fatto vero: il secondo ha dovuto aspettare a lungo prima di firmare qualcosa di suo.
San Carlo alle Quattro Fontane e la strada verso Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
La prima opera pienamente sua è San Carlo alle Quattro Fontane, realizzata fra il 1634 e il 1641 per i Trinitari scalzi. Il cantiere del San Carlino è il laboratorio in cui Borromini scopre il proprio linguaggio: un'aula ovale con pareti ondulate, un ordine gigante di colonne che accompagna la curva, una cupola ovale a cassettoni che sembra alleggerirsi verso l'alto, materiali poveri, intonaco bianco, stucco, nessun marmo prezioso. Con un budget da ordine religioso mendicante ottiene un capolavoro.
Sant'Ivo comincia poco dopo, e la parentela è dichiarata. In entrambi i casi la parete è mistilinea, cioè composta da tratti retti e tratti curvi che si susseguono senza soluzione di continuità; in entrambi i casi la copertura riprende l'andamento della pianta; in entrambi i casi il colore dominante è il bianco. Ma il salto è enorme. Al San Carlino l'ovale resta una figura riconoscibile e la cupola è un oggetto separato appoggiato su pennacchi; a Sant'Ivo la figura di partenza non ha nome e la cupola non è separata da nulla. Se il San Carlino è la dimostrazione che si può piegare il muro, la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è la dimostrazione che si può piegare lo spazio.
L'Oratorio dei Filippini, San Giovanni in Laterano, Propaganda Fide
Negli stessi anni Borromini lavora all'Oratorio dei Filippini, fra il 1637 e il 1650, dove costruisce un complesso articolato su più cortili con la biblioteca annessa, quella che oggi conosciamo come Biblioteca Vallicelliana. Dal 1646, sotto Innocenzo X, riceve l'incarico più delicato della sua carriera: il rinnovamento della Basilica di San Giovanni in Laterano per il Giubileo del 1650, cioè la ristrutturazione della cattedrale di Roma, un edificio paleocristiano che non si poteva demolire e non si poteva lasciare com'era. Sempre nel 1646 avvia il Palazzo di Propaganda Fide, dove demolisce le preesistenze berniniane e realizza la Cappella dei Re Magi e una facciata che è fra i vertici assoluti del barocco romano. Dal 1652 subentra ai Rainaldi a Sant'Agnese in Agone, in Piazza Navona.
Questa mole di lavoro spiega perché il cantiere di Sant'Ivo si trascini per quasi vent'anni: Borromini non ci lavora a tempo pieno, ci torna a ondate, fra un incarico e l'altro, e nel frattempo il quadro politico romano gli cambia sotto i piedi tre volte.
Il cantiere di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza: dal 1642 al 1660
La cronologia del cantiere merita di essere seguita con attenzione, perché quasi tutto quello che si vede oggi ha una data e un committente diversi.
Nel 1632, come si è detto, Borromini è nominato architetto della Sapienza. La progettazione della chiesa comincia con ogni probabilità prima dell'apertura del cantiere e attraversa varie fasi, compresa la realizzazione di modelli lignei. I lavori veri e propri partono nel 1643, e la data d'inizio comunemente indicata per l'edificio è il 1642. La prima fase costruttiva va dal 1643 al 1655: alla fine di quel periodo la chiesa è ancora al grezzo, con edifici estranei addossati, e non è utilizzabile.
Segue un'interruzione. I lavori riprendono nel 1659 e si concludono con il completamento della chiesa, la realizzazione della Sala Alessandrina destinata alla biblioteca universitaria e delle facciate su Piazza Sant'Eustachio e via dei Canestrari. Nel 1660 la chiesa viene consacrata, ma le rifiniture proseguono ancora per qualche anno; la biblioteca sarà completata dopo la morte dell'architetto.
Diciassette anni di cantiere per un ambiente unico di dimensioni contenute sono tanti, e non si spiegano solo con la complessità tecnica. Si spiegano con la politica. Fra il 1642 e il 1660 sul soglio di Pietro si succedono tre papi, e ognuno dei tre ha un rapporto diverso con Borromini e con la famiglia che aveva avviato l'opera.
Urbano VIII Barberini e l'avvio del cantiere
L'incarico iniziale viene da Urbano VIII, il papa Barberini che regna dal 1623 al 1644 e che è, per definizione, il pontefice del barocco romano: quello del baldacchino di San Pietro, del palazzo alle Quattro Fontane, di una politica culturale che ha riempito Roma di api di pietra. È lui che nel 1632 nomina Borromini architetto della Sapienza e che gli affida il completamento del complesso.
Le api dei Barberini sono ovunque, nel cortile e nella chiesa, ed è a questa presenza che si aggancia una delle letture simboliche più diffuse della pianta, quella che vi riconosce tre api stilizzate. È una lettura affascinante e va presa per quello che è: un'ipotesi interpretativa, non un dato documentato. Il fatto certo è che il committente iniziale era un Barberini e che il suo emblema compare nell'edificio; il passaggio dal fatto araldico alla geometria della pianta è un'inferenza dei commentatori, non una dichiarazione dell'architetto.
Innocenzo X Pamphilj e gli anni centrali
Urbano VIII muore nel 1644 e gli succede Innocenzo X Pamphilj, che avvia una vera e propria operazione di smontaggio del potere barberiniano. Per Borromini è, paradossalmente, la stagione migliore: il nuovo papa lo favorisce proprio in quanto alternativa a Bernini, che era l'architetto dei Barberini, e gli affida il Laterano, Propaganda Fide, Sant'Agnese in Agone. Sono gli anni del suo massimo fervore creativo.
Per la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, però, il cambio di pontificato significa un problema di continuità: l'opera era nata sotto un'insegna araldica che il nuovo regime non aveva alcun interesse a esaltare. È in questa fase che il cantiere procede lentamente e poi si ferma, lasciando l'edificio al grezzo fino al 1655.
Alessandro VII Chigi e il completamento
Nel 1655 sale al soglio Alessandro VII Chigi, il papa di Bernini per eccellenza, quello del colonnato di San Pietro e della Cattedra. Per Borromini è l'inizio del declino professionale e della crisi personale; per Sant'Ivo, curiosamente, è la salvezza. È sotto Alessandro VII che i lavori riprendono nel 1659 e arrivano in porto, ed è per questo che nella chiesa e sull'attico compaiono in abbondanza gli emblemi Chigi: i sei monti sormontati dalla stella a otto raggi.
Il risultato è che la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza racconta araldicamente due famiglie e due pontificati diversi, a quindici anni di distanza l'uno dall'altro. Le api dicono chi ha aperto il cantiere, i monti con la stella dicono chi lo ha chiuso. Se un giorno vi troverete a spiegare la chiesa a qualcuno, questo è il modo più rapido per rendere leggibile un edificio che a prima vista sembra un'astrazione pura: seguite gli stemmi e avrete la cronologia.
La pianta a stella a sei punte di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Arriviamo al cuore della faccenda. La pianta della Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è centralizzata e mistilinea, e disegna quella che si descrive comunemente come una stella a sei punte; le murature ne ricalcano fedelmente il perimetro, senza scarti e senza spessori nascosti.
Il procedimento generativo, per come lo si ricostruisce, parte da un triangolo. Il triangolo viene raddoppiato e capovolto, in modo da ottenere una figura a sei punte che sfrutti al massimo lo spazio quadrangolare disponibile. A questa figura Borromini sottrae e aggiunge porzioni di cerchio, concave e convesse, secondo uno schema rigoroso: le tre punte di un triangolo vengono smussate e sostituite da absidi semicircolari convesse, mentre le tre punte dell'altro triangolo restano acute ma vengono raccordate da tratti concavi. Il risultato è un perimetro in cui si alternano sei nicchie di forma diversa: tre più aperte e arrotondate, tre più strette e appuntite.
Detta a parole sembra un rebus. Vista dal vero è di una chiarezza sconcertante. Il visitatore che entra non percepisce un rebus geometrico: percepisce un ambiente in cui, girando lentamente su sé stesso, il muro non fa mai due volte la stessa cosa e tuttavia non lo sorprende mai. C'è ritmo, e il ritmo è ternario: uno, due, tre, uno, due, tre.
Perché quella forma e non un'altra
Le ragioni sono tre, e vanno tenute insieme.
La prima è pratica: il lotto disponibile era quasi quadrato e molto stretto, delimitato da fabbriche esistenti che non si potevano toccare. Una pianta circolare, come prevedeva il programma precedente, avrebbe lasciato quattro angoli morti e avrebbe sprecato superficie. Una stella a sei punte inscritta in quel quadrato la occupa quasi tutta, spingendo le punte negli angoli. Quello che sembra un capriccio geometrico è, prima di tutto, un problema di ottimizzazione risolto benissimo.
La seconda è di poetica personale: Borromini veniva dall'esperienza del San Carlino e voleva proseguire la ricerca sull'involucro mistilineo, sulla parete che non è più un piano ma una superficie continua che si flette. La Sapienza gli offre l'occasione di portare quella ricerca all'estremo, in un ambiente più grande e con un committente più prestigioso.
La terza è simbolica: l'idea di far derivare l'edificio da forme cariche di significato, in modo che la geometria stessa dica qualcosa. Qui però bisogna procedere con cautela, e distinguere le cose che si sanno da quelle che si raccontano.
Le misure e i vincoli del sito
Un dettaglio che spesso sfugge: l'altezza dell'ambiente rispetto alla sua larghezza è sproporzionata in favore della verticale, e lo è deliberatamente. Borromini non poteva allargarsi, quindi è salito. L'effetto, per chi entra, è quello di trovarsi dentro un pozzo di luce: l'occhio scivola sulle lesene, incontra la trabeazione, e da lì viene aspirato verso l'alto senza trovare appigli orizzontali che lo fermino.
Questa è la vera ragione per cui la gente, dentro Sant'Ivo, resta immobile con la testa all'insù. Non è ammirazione generica: è che l'edificio è costruito per costringere lo sguardo a fare esattamente quel movimento. Provate a resistere e guardare in basso per due minuti: vi accorgerete che è faticoso, e che l'architettura vi rimanda su. Poche costruzioni al mondo pilotano il collo del visitatore con questa precisione.
Le letture simboliche di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza: ipotesi, non dogmi
Su nessun altro edificio romano si è scritto tanto in chiave simbolica quanto sulla Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, e su nessun altro è così facile trovare pubblicato come certezza quello che è, al massimo, una proposta di lettura. Provo a mettere ordine, distinguendo i piani.
L'ipotesi delle tre api Barberini
È la lettura più diffusa e la più antica. Il ragionamento è questo: la figura di partenza è il triangolo, simbolo della Trinità; combinato con il triangolo rovesciato e con le porzioni di cerchio concave e convesse, il disegno risultante somiglierebbe a tre api stilizzate disposte a raggiera, e l'ape è l'emblema araldico dei Barberini, la famiglia di Urbano VIII che commissionò l'opera. L'ape, per di più, porta con sé un pacchetto di significati morali già codificati: carità, prudenza, laboriosità.
La lettura è elegante e ha dalla sua un fatto oggettivo, cioè l'identità del committente. Ha però un problema serio: per vedere le api bisogna sapere in anticipo che ci devono essere. Chi guarda la pianta senza suggerimenti vede una stella, non un insetto. La mia posizione, che è quella prudente, è che si tratti di un'ipotesi interpretativa affascinante e storicamente plausibile, non di un dato accertato. Nessun documento dell'architetto la enuncia.
L'ipotesi del Sigillo di Salomone e della stella di Davide
La seconda lettura punta sulla figura a sei punte come tale. La stella esagrammatica è nota nella tradizione come Sigillo di Salomone, e Salomone è il re sapiente per antonomasia: dedicare la sua figura a un edificio che si chiama "della Sapienza" e che è la cappella di un'università sarebbe un gioco intellettuale perfettamente nelle corde del Seicento romano, dove le imprese e i concetti erano una forma d'arte.
Anche qui, tuttavia, la coincidenza va maneggiata con misura. La forma esagrammatica può derivare semplicemente dal raddoppio del triangolo, cioè da un'operazione geometrica interna al progetto; il fatto che quella forma abbia anche un nome simbolico non prova che il nome sia venuto prima della forma. È possibile che Borromini abbia scelto la geometria e poi si sia compiaciuto delle risonanze; è possibile il contrario; ed è possibile che le due cose siano nate insieme, come spesso accade quando un progettista colto lavora per un committente colto.
L'ipotesi della corona della Sapienza
Una terza lettura, meno nota ma bella, vede nella pianta una corona: le sei punte come i denti di un diadema, in omaggio alla Sapienza intesa come regina delle scienze. È coerente con l'iscrizione del palazzo, Initium sapientiae timor Domini, e con l'idea rinascimentale e barocca del sapere come dignità regale. Anche questa resta una proposta di lettura, non una certezza documentaria.
La numerologia della cupola
Nel repertorio delle letture simboliche entra anche la conta degli elementi decorativi: il tre della Trinità, il sei come numero biblico che media fra il principio e la creazione, l'otto dell'equilibrio cosmico e della risurrezione, il dodici come prodotto di tre per quattro, cioè del divino per il mondo. Chi ha contato le stelle della cupola ha proposto totali che si prestano a ulteriori giochi aritmetici.
Su questo dico la mia senza mezzi termini: la numerologia barocca è un genere letterario reale, praticato davvero nel Seicento, e non va liquidata come fantasia moderna; ma applicata a posteriori è uno strumento che dimostra tutto e quindi non dimostra niente. Il modo onesto di presentarla è dire che quelle letture esistono, che alcune sono antiche e altre recenti, e che nessuna sostituisce l'esperienza diretta dell'ambiente. La Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza funziona anche se non si crede a una sola di queste interpretazioni, e questo è il segno che l'architettura regge da sola.
Che cosa si sa per certo
Si sa che il committente iniziale fu un Barberini e che il completamento avvenne sotto un Chigi; si sa che gli emblemi delle due famiglie compaiono nell'edificio; si sa che la pianta si genera per raddoppio di un triangolo con addizioni e sottrazioni circolari; si sa che la dedicazione è a un santo giurista e che l'edificio è la cappella di un'università. Tutto il resto è interpretazione, più o meno raffinata. Chi vi racconta l'ape come un fatto acquisito vi sta raccontando una tradizione, e le tradizioni vanno amate senza confonderle con i documenti.
La facciata di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza e l'attico dei Chigi
La superficie concava che chiude il cortile è, come si è detto, la risposta obbligata all'esedra prevista da Giacomo della Porta. Borromini la accetta e la rilancia: la curva non è una rientranza passiva, è una presa. Il cortile viene raccolto, incanalato, e il visitatore viene spinto verso la porta senza che nessun elemento glielo ordini esplicitamente.
Sopra la concavità corre l'attico, aggiunto da Borromini sulla struttura preesistente, decorato con i simboli araldici dei Chigi: le stelle a otto raggi e i sei monti, in onore di Alessandro VII, il papa sotto cui l'opera venne portata a termine. È il livello di raccordo fra il piano orizzontale del cortile e la macchina verticale che comincia sopra: senza l'attico la cupola sembrerebbe posata sul portico, con l'attico esiste un gradino visivo che la giustifica.
Vale la pena fermarsi due minuti su questo passaggio, perché è la chiave della composizione esterna. Guardando dal cortile si legge una progressione di stati: prima il piano, cioè le arcate regolari di della Porta; poi la curva, cioè la facciata concava; poi la fascia dell'attico con gli emblemi; poi il tamburo lobato che ondula; poi la calotta a gradoni; poi la lanterna; poi la spirale; poi le fiamme; poi il ferro battuto; poi il cielo. Nove stati, uno sopra l'altro, ciascuno più leggero del precedente. La materia si sfarina man mano che sale.
La cupola senza tamburo di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Qui la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza fa una cosa che, nel Seicento, era quasi un'eresia progettuale.
Nella tradizione consolidata la cupola poggia su un tamburo circolare, che a sua volta poggia su quattro arconi strutturali raccordati da pennacchi. Il meccanismo è chiaro e didattico: uno spazio quadrato o poligonale si trasforma in un cerchio attraverso elementi intermedi ben riconoscibili, e sopra il cerchio si appoggia la calotta. Ogni pezzo ha il suo nome, la sua funzione, il suo confine.
Borromini elimina i confini. A Sant'Ivo non ci sono arconi che generino unità secondarie confluenti in un'unità primaria: la fascia di parete, scandita da lesene scanalate e da cornici orizzontali, è coronata da una trabeazione poco aggettante, e sopra la trabeazione la copertura comincia direttamente dal contorno mistilineo, ricalcandolo punto per punto. Le sei nicchie della pianta diventano sei spicchi della volta. Poi, salendo, gli spicchi si assottigliano, i tratti rientranti si riducono, i tratti sporgenti si allargano, e la sezione orizzontale della cupola si avvicina progressivamente al cerchio, che raggiunge esatto alla base della lanterna.
La lettura simbolica corrente di questo processo è che la forma complessa e terrena si trasformi lentamente nel cerchio perfetto, immagine di Dio. Anche questa è un'interpretazione, ma è un'interpretazione che nasce dall'esperienza fisica dell'ambiente, non da un'erudizione applicata dall'esterno: chiunque entri percepisce che qualcosa, salendo, si semplifica e si risolve. Non serve un corso di teologia per sentirlo.
Le costolature e gli spicchi
Le costolature della cupola sono sottili, quasi grafiche, e convergono verso la lanterna. Non hanno il peso plastico dei costoloni michelangioleschi di San Pietro: sembrano piuttosto linee tracciate su una superficie continua. Questa scelta è coerente con tutta la poetica borrominiana: la struttura non viene esibita come forza, viene ridotta a disegno. Il muro, in Sant'Ivo, non pesa. Sembra piegato, non costruito.
Il sesto acuto interno degli spicchi, cioè il loro profilo, è un altro dei prestiti che Borromini fa alla tradizione gotica che aveva imparato da ragazzo nel cantiere del Duomo di Milano. Nella Roma del Seicento il gotico era considerato barbaro e fuori moda: usarne le forme, sia pure travestite, era una posizione intellettuale, non un vezzo.
Il bianco e la luce
L'interno è tutto a tinte chiare, e questa è la seconda decisione controcorrente. Le chiese romane di metà Seicento erano macchine policrome: marmi colorati, dorature, affreschi illusionistici a sfondare le volte. A Sant'Ivo non c'è nulla di tutto questo. C'è stucco bianco, ci sono rilievi bianchi, c'è la luce che entra dalle finestre della cupola e dalla lanterna e che, non trovando colori con cui competere, diventa essa stessa il materiale principale.
Il risultato lo si capisce solo dal vero, ed è la ragione per cui insisto sull'orario: nella tarda mattinata di una giornata limpida l'interno cambia di continuo, perché le superfici curve raccolgono e restituiscono la luce in modo diverso a seconda dell'inclinazione. Fotografato, l'ambiente sembra freddo. Vissuto, è una delle esperienze luministiche più raffinate della città. Chi conosce l'interno chiaro di San Luigi dei Francesi ripiene di marmi capirà subito la differenza di temperatura.
La lanterna a spirale di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
È l'elemento per cui questo edificio è entrato nell'immaginario mondiale, ed è anche quello meno comprensibile a chi lo guardi solo in cartolina.
All'esterno, sopra l'attico, si eleva un tamburo articolato su linee convesse, che ondula seguendo un andamento sinusoidale sottolineato dalla cornice superiore. Sopra il tamburo la copertura sale a gradoni verso la lanterna. La lanterna vera e propria è composta all'esterno da sei parti concave con doppie colonne binate, terminanti in pinnacoli altissimi. E sopra la lanterna comincia la spirale: un elemento elicoidale che si avvita verso l'alto, ritmato da fiaccole di travertino, e che culmina in una corona fiammata su cui poggiano una sfera, una croce e una colomba con il ramoscello d'ulivo nel becco, realizzate in ferro battuto.
Bisogna insistere su un punto che quasi nessuno spiega: quella spirale non corrisponde a niente all'interno. La lanterna, vista da sotto, è completamente rotonda e finisce molto prima. La struttura elicoidale è pura architettura esterna, un oggetto pensato per essere visto dai tetti di Roma e non da dentro la chiesa. Fra interno ed esterno, a Sant'Ivo, non c'è corrispondenza: la diversità dei sei lobi interni non traspare all'esterno, il sesto acuto interno è nascosto dal tamburo e dal tetto a gradoni, e la spirale non ha alcun riflesso nella percezione dello spazio interno.
Da un punto di vista strutturale rigoroso, la cupola di Sant'Ivo è quindi un falso: non dichiara all'esterno quello che è all'interno. Borromini lo sapeva benissimo. La sua coerenza non è meccanica, è espressiva: interno ed esterno raccontano la stessa idea di ascensione con mezzi diversi, ciascuno adeguato al proprio pubblico. Dentro, la salita si compie nella trasformazione della pianta in cerchio; fuori, si compie nell'avvitamento dell'elica. È la stessa frase detta in due lingue.
I globi di travertino e i pinnacoli
Un dettaglio bellissimo, che si vede solo con il binocolo o con un buon teleobiettivo: i globi di travertino della parte alta sono tenuti sollevati da una piccola asta di ferro sopra i merli che fungono da pinnacoli, i quali a loro volta hanno la funzione di appesantire i contrafforti, esattamente come accade nelle cattedrali gotiche.
Il senso di questo espediente è dichiaratamente antigravitazionale. Un globo di pietra appoggiato direttamente su un merlo sarebbe un peso; un globo di pietra sospeso su un'asta sottile è un peso che nega sé stesso. Borromini usa la pietra per dimostrare che la materia, se lavorata con abbastanza intelligenza, può comportarsi come un'entità incorporea, senza peso, dentro la luce. Nella Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza il rapporto fra la muratura e l'atmosfera è più serrato che in qualunque altra sua opera: non c'è un confine netto fra ciò che è costruito e ciò che è aria.
La gabbia di ferro e la colomba
Il coronamento in ferro battuto, con la gabbia, la sfera, la croce e la colomba, è l'ultimo grado di questa smaterializzazione. Dopo il travertino viene il metallo, dopo il pieno viene il traforo, dopo la massa viene il disegno nell'aria. La colomba con il ramoscello d'ulivo è insieme simbolo dello Spirito Santo e riferimento alla pace; la sfera e la croce sono il repertorio classico del coronamento delle cupole, ma qui sono trattati come oggetti leggerissimi.
L'aspirazione all'infinito è affidata all'elica, che per sua natura non ha un punto d'arrivo: una spirale può sempre continuare. La leggerezza trova compimento nella gabbia metallica e nel globo posti sopra le fiamme che, come la luce di un faro, devono illuminare il cammino del fedele. Se dovessi indicare un solo dettaglio in tutta Roma capace di riassumere che cosa fu il barocco quando fu grande, indicherei quello.
Da dove viene la spirale di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
La domanda che tutti fanno, prima o poi, è la stessa: a Borromini dove è venuta in mente una cosa del genere. Le risposte che la critica ha proposto sono tre, e non si escludono a vicenda.
La Torre di Babele
La prima è la rappresentazione mitica della Torre di Babele. Nell'iconografia europea, da Bruegel in poi, la torre babelica è quasi sempre raffigurata come una costruzione a rampa elicoidale che sale avvolgendosi su sé stessa. Era un'immagine notissima, riprodotta in incisioni e in libri illustrati, e un architetto colto del Seicento la conosceva a memoria.
L'uso di quell'immagine in una chiesa cristiana è però tutt'altro che ovvio, perché Babele è nella Bibbia il simbolo dell'orgoglio umano punito. Chi propone questa derivazione la interpreta come un rovesciamento: la torre della confusione diventa la torre della sapienza, l'ascesa punita diventa l'ascesa consentita perché fondata sul timore di Dio. È una lettura affascinante, ancora una volta da presentare come ipotesi.
Il faro di Alessandria e i fari antichi
La seconda derivazione è quella del faro. La lanterna spiraliforme rimanda, per struttura e per funzione simbolica, ai fari dell'antichità e in primo luogo al Faro di Alessandria, una delle sette meraviglie, noto nel Seicento attraverso descrizioni letterarie e ricostruzioni fantasiose. L'idea è che la chiesa debba fungere da faro per i fedeli, e le fiamme di pietra sul colmo della lanterna indicano proprio il fuoco che illumina il percorso dei cristiani.
Questa lettura ha il vantaggio di spiegare le fiamme, che altrimenti resterebbero un ornamento gratuito. Un faro senza fuoco non è un faro; le fiamme di travertino sono il fuoco pietrificato, e la gabbia di ferro con il globo che le sovrasta è la lanterna vera, quella che nel faro conteneva la luce.
Il gotico fiorito e le guglie del Duomo di Milano
La terza derivazione è la più personale e, a mio avviso, la più solida: il gotico fiorito, e in particolare quello del Duomo di Milano dove Borromini aveva lavorato da ragazzo come intagliatore in pietra. I pinnacoli altissimi, i merli che appesantiscono i contrafforti, i globi sospesi su aste sottili, la moltiplicazione dei dettagli verticali: sono tutti procedimenti gotici, tradotti in un vocabolario secentesco.
Nella Roma di metà Seicento questa era una posizione quasi provocatoria. Il gotico era la barbarie dei secoli bui, l'opposto della norma classica; recuperarne i meccanismi significava rifiutare l'idea che l'unica architettura legittima fosse quella derivata dall'antico. Borromini non lo dichiara mai apertamente, ma la sua opera lo dice a voce alta.
Un quarto riferimento che il visitatore romano coglie subito riguarda l'opera dello stesso architetto: il percorso ascensionale della parte terminale trova un precedente nel tiburio e nel campanile di Sant'Andrea delle Fratte, altro cantiere borrominiano, dove la torre campanaria si scompone in gradi sempre più leggeri fino a sciogliersi in corone di angeli e fiaccole. Chi vuole capire Sant'Ivo dovrebbe dedicare mezz'ora anche a quel campanile: sono lo stesso pensiero in due formati diversi.
L'interno di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza: il primo sguardo
Entrare a Sant'Ivo produce, nella grande maggioranza delle persone, una reazione fisica prima che intellettuale. Si fanno due passi, ci si ferma, si alza la testa. Non c'è nulla che catturi lo sguardo all'altezza degli occhi: niente marmi colorati, niente pale laterali che chiamino, niente arredi vistosi. Tutta l'informazione è sopra.
La prima cosa da fare, e questo è un consiglio da guida che accompagna gruppi, è resistere all'impulso di guardare in alto e restare per un minuto con lo sguardo basso, seguendo il perimetro. Camminate lungo la parete e contate le nicchie: tre convesse e arrotondate, tre rientranti e più strette, alternate. Registrate che i pilastri fra l'una e l'altra sono trattati con lesene scanalate, cioè con una scanalatura verticale che accentua la salita. Osservate che la cornice orizzontale corre continua e senza interruzioni, girando su tutte le curve senza mai spezzarsi.
Fatta questa ricognizione, alzate lo sguardo. A quel punto la trasformazione della pianta in cerchio, che senza la ricognizione preliminare sarebbe un'impressione vaga, diventa un fatto leggibile: si vede il punto in cui gli spicchi cominciano a cedere, si vede il momento in cui il perimetro smette di essere stellato, si vede il cerchio della lanterna che chiude tutto. È la differenza fra dire "che bello" e capire.
Le lesene, la trabeazione e il soffitto concavo
La fascia della parete è caratterizzata da lesene scanalate e da cornici orizzontali, sormontate da una cornice non eccessivamente aggettante con funzione di trabeazione. In quella cornice ritorna il motivo del soffitto leggermente concavo che Borromini aveva già sperimentato al San Carlino: la superficie non fa un angolo netto con la parete, la incurva.
Sembra un dettaglio da manuale, e invece è decisivo. Una trabeazione molto sporgente avrebbe creato un'ombra netta e avrebbe separato la parete dalla volta in due zone distinte; una trabeazione ridotta e curva le tiene insieme. È questo che consente alla cupola di poggiare direttamente sul contorno mistilineo senza sembrare un cappello appoggiato su una testa: non c'è nessun cappello, c'è una superficie continua che a un certo punto smette di essere verticale.
Il pavimento a intarsi marmorei
Il pavimento, il cui disegno viene ricondotto a Borromini stesso, presenta un articolato schema a intarsi marmorei bianchi e neri di grande eleganza. È l'unico elemento cromatico forte dell'ambiente e ha una funzione precisa: dare all'occhio, in basso, la traccia della geometria che in alto si trasforma. Il disegno del pavimento è la pianta resa visibile.
Consiglio pratico per chi fotografa: il pavimento è il pretesto migliore per una fotografia che non sia la solita cupola vista da sotto. Un'inquadratura che tenga insieme un tratto di intarsio in primo piano e la costolatura della volta sullo sfondo racconta l'edificio molto meglio di mille scatti verticali tutti uguali.
Stelle, cherubini e fiamme: la decorazione di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
La decorazione interna di Sant'Ivo è, in apparenza, minima; in realtà è un programma iconografico fitto, semplicemente eseguito tutto nello stesso colore e quindi poco appariscente in fotografia.
Nelle porzioni arrotondate della volta compaiono, ripetuti, gli emblemi Chigi: i sei monti sormontati dalla stella, resi in stucco. Nelle porzioni angolate compaiono mazzi floreali. Lungo le nervature salgono stelle, che si diradano man mano che si guadagna quota. E ai vertici delle membrature compaiono teste di cherubini alate, volti di angeli bambini con le ali, che accompagnano l'ascesa.
Il senso complessivo è chiaro anche senza esegesi: si sale dalla terra, con i fiori, verso il cielo stellato, popolato di angeli, fino alla luce della lanterna. Le fiamme che compaiono all'esterno sul colmo, e i motivi fiammeggianti che ricorrono nell'apparato, rimandano alle lingue di fuoco della Pentecoste, cioè alla discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. In una cappella universitaria è un riferimento perfetto: lo Spirito Santo è il donatore della sapienza, e il fuoco è insieme conoscenza e illuminazione.
Le letture numerologiche di cui si è detto si appoggiano proprio a questi elementi: la conta delle stelle, il numero dei livelli su cui si distribuiscono, l'alternanza fra stelle a sei e a otto punte, il numero dei gradini che sovrastano il tamburo. Sono osservazioni interessanti e vanno riportate come tali, cioè come proposte di lettura elaborate dai commentatori, non come chiavi di volta certe del progetto.
Come guardare la decorazione senza binocolo
La difficoltà pratica è che gran parte di questi dettagli è molto in alto e in stucco bianco su fondo bianco, quindi a occhio nudo si perde. Due trucchi che uso sempre: il primo è arrivare quando la luce è alta e laterale, perché le ombre radenti fanno emergere i rilievi che con la luce piatta scompaiono; il secondo è usare lo zoom del telefono non per fotografare ma per guardare, ingrandendo un settore alla volta e leggendo gli emblemi come si leggerebbe una pagina.
Chi ha con sé un binocolo da teatro, e qualcuno dei miei clienti abituali ce l'ha, qui lo usa nel modo migliore possibile. Nella Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza un binocolo rende più di una guida audio.
L'altare maggiore di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza e la pala di Pietro da Cortona
L'unico fuoco figurativo dell'ambiente è l'altare maggiore, collocato nell'abside di fondo. La macchina d'altare, con le sue colonne e la sua cornice, viene ricondotta dalla critica a Giovanni Battista Contini e datata agli anni Ottanta del Seicento: si tratta dunque di un intervento successivo di oltre vent'anni alla consacrazione, e successivo alla morte di Borromini. Chi entra pensando di vedere un altare disegnato dall'architetto della chiesa deve rassegnarsi: quello che si vede è un innesto posteriore, per quanto rispettoso.
La pala raffigura sant'Ivo in gloria fra angeli, accompagnato da altri santi, e fu iniziata da Pietro da Cortona negli anni Sessanta del secolo. Cortona muore nel 1669 lasciando il dipinto incompiuto, e l'opera viene portata a termine dal suo allievo Giovanni Ventura Borghesi; la conclusione è collocata nel 1683.
Vale la pena fermarsi un momento su chi era Pietro da Cortona, perché il suo nome in questa chiesa produce un cortocircuito delizioso. Cortona è il pittore della volta del salone di Palazzo Barberini, cioè del massimo esempio romano di illusionismo barocco: cieli sfondati, nuvole, figure che sembrano cadere addosso allo spettatore, colore trionfale. È l'esatto contrario della poetica di Borromini, tutta bianca, tutta geometrica, tutta trattenuta. Dentro l'edificio più astratto del barocco romano l'unico quadro è di uno dei suoi maggiori decoratori illusionisti. La chiesa e la pala convivono, ma non si somigliano, e questa tensione fa parte del carattere del luogo.
Perché la pala conta più di quanto sembri
Il visitatore distratto liquida la pala in dieci secondi e torna a guardare la cupola. È un errore, per due motivi. Il primo è che quel dipinto è l'unico luogo dell'edificio in cui la dedicazione viene resa esplicita: senza la pala, la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza non direbbe da nessuna parte a chi è intitolata, perché l'architettura è muta sul piano narrativo. Il secondo è che l'esistenza stessa della pala documenta un fatto storico: nel 1669 il cantiere non era finito, e la chiesa continuava a ricevere arredi decenni dopo la consacrazione.
Aggiungo un'osservazione personale. Trovo che la scelta di lasciare un solo quadro in tutto l'ambiente sia una delle decisioni più intelligenti che siano state prese qui dentro, indipendentemente da chi l'abbia presa. In una chiesa dove ogni superficie racconta una geometria, un secondo dipinto avrebbe fatto rumore. Uno solo, in fondo, funziona come punto di arrivo dello sguardo dopo che si è finito di girarlo per aria.
Sant'Ivo di Bretagna, il patrono dei giuristi
La dedicazione della chiesa non è un dettaglio: è la ragione per cui esiste. Vale quindi la pena raccontare chi fosse questo santo bretone, perché in Italia lo conoscono in pochi e perché la sua figura spiega l'intero programma del luogo.
Ivo Hélory nasce il 17 ottobre 1253 a Minihy-Tréguier, in Bretagna, da una famiglia agiata. Studia filosofia e teologia a Parigi, poi diritto romano e canonico a Orléans, cioè fa il percorso formativo di un giurista di alto livello del pieno Duecento. Esercita la professione a Rennes e a Tréguier, dove è ufficiale, cioè giudice del tribunale ecclesiastico. Nel 1284 riceve l'ordinazione sacerdotale.
Quello che lo rende un santo, e un santo particolare, è ciò che fa della sua competenza. Come giudice si guadagna fama di incorruttibilità in un'epoca in cui la giustizia si comprava; come avvocato difende gratuitamente i poveri nei processi, esercitando quello che oggi chiameremmo patrocinio a spese proprie. Da parroco a Trédrez e a Louannec spinge la cosa oltre: fa costruire un ospedale a Louannec e vi accoglie i malati. Muore il 19 maggio 1303 ed è canonizzato da Clemente VI nel 1347; la memoria liturgica cade il 19 maggio.
La tradizione popolare gli ha appiccicato addosso un distico latino che gira in decine di versioni e che va citato come detto proverbiale, non come documento: l'idea è che si trattasse di un avvocato che, contro ogni aspettativa, non era un ladro. Il fatto che questa battuta abbia attraversato sette secoli dice qualcosa di poco lusinghiero sulla reputazione storica della categoria, e molto di lusinghiero su Ivo.
Perché sant'Ivo dentro l'università di Roma
Lo Studium Urbis nasce nel 1303 come scuola di diritto canonico e civile: la Facoltà di Giurisprudenza è la sua ragione sociale originaria e resterà nel palazzo fino al 1935, ultima ad andarsene. Intitolare la cappella dell'ateneo al patrono degli avvocati e dei giuristi significa quindi dichiarare l'identità dell'istituzione: qui si insegna il diritto, e il modello proposto agli studenti è quello di un giurista che difendeva i poveri gratis.
La coincidenza cronologica di cui parlavo prima diventa a questo punto quasi commovente: Ivo muore nel maggio del 1303, l'anno in cui Bonifacio VIII istituisce lo Studium Urbis. Il santo e la scuola sono coetanei. Nessuna fonte dice che la dedicazione sia stata scelta per questo motivo, e non ho intenzione di sostenerlo; ma è il genere di simmetria che il Seicento romano amava e che, se qualcuno se ne accorse allora, avrà procurato più di una soddisfazione.
Sant'Ivo dei Bretoni e le due chiese romane
A Roma esiste anche una seconda chiesa dedicata allo stesso santo, Sant'Ivo dei Bretoni, legata alla comunità nazionale bretone e non al mondo universitario. Le due dedicazioni rispondono a due patronati diversi dello stesso personaggio: da un lato il patrono della Bretagna, dall'altro il patrono degli avvocati. È un caso interessante di come le chiese nazionali e le chiese corporative di Roma si distribuissero i santi secondo il criterio dell'utilità.
Il paragone più utile per il visitatore è però un altro: la Chiesa di San Luigi dei Francesi, a due passi da qui, è la chiesa nazionale francese e conserva la Cappella Contarelli con i Caravaggio. Fra Sant'Ivo e San Luigi ci sono meno di trecento metri e ci sono due mondi: uno è l'astrazione geometrica, l'altro è il realismo drammatico. Vederli nella stessa mattinata è uno degli esercizi più istruttivi che si possano fare a Roma.
Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza e San Carlino: due modi di piegare il muro
Se avete tempo per una sola comparazione, fatela con San Carlo alle Quattro Fontane. Sono le due opere in cui Borromini ha lavorato con maggiore libertà, e le differenze raccontano l'evoluzione di un pensiero.
Al San Carlino la pianta è un ovale deformato, ottenuto da una composizione di triangoli e cerchi, e le pareti ondulano con un ordine gigante di colonne libere. Lo spazio è compresso, quasi claustrofobico, e la cupola ovale a cassettoni sembra sollevarsi grazie a un artificio prospettico: i cassettoni rimpiccioliscono verso l'alto e la volta appare più profonda di quanto sia. È un capolavoro di illusione.
A Sant'Ivo l'illusione sparisce. Non ci sono colonne libere ma lesene aderenti alla parete; non ci sono cassettoni che ingannano ma costolature che dichiarano la geometria; non c'è compressione ma dilatazione verticale. La differenza fondamentale è che al San Carlino la parete si muove dentro uno spazio, mentre a Sant'Ivo la parete è lo spazio: non c'è distinzione fra il contenitore e il contenuto.
Chi vuole fare il percorso completo dovrebbe aggiungere una terza tappa, la Cappella dei Re Magi in Propaganda Fide, dove Borromini rinuncia perfino alla curva e ottiene lo stesso effetto con nervature che scendono dalla volta come rami. Tre edifici, tre soluzioni diverse allo stesso problema: come si fa a costruire uno spazio che non sia la somma di parti riconoscibili.
Borromini e Bernini: la rivalità e i due centri storici
Non si può raccontare la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza senza dire due parole sulla rivalità che ha segnato la vita del suo autore, perché quella rivalità si tocca con mano a duecento metri da qui.
Uscendo dal cortile e camminando fino a Piazza Navona si trovano, affiancate, la Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini e la facciata di Sant'Agnese in Agone di Borromini. Le leggende sulla fontana che si ritrae inorridita davanti alla chiesa, o sulla statua che si copre gli occhi, sono aneddotica ottocentesca priva di fondamento cronologico, perché la fontana fu realizzata prima che Borromini subentrasse nel cantiere della chiesa. Ma il fatto che quelle storie siano nate e abbiano prosperato dice quanto la contrapposizione fosse percepita come reale già dai contemporanei.
La differenza vera non è caratteriale, è concettuale. Bernini pensa per masse plastiche e per effetti teatrali rivolti a un pubblico vasto: il colonnato di San Pietro abbraccia, la Cattedra travolge, la fontana stupisce chiunque passi. Borromini pensa per superfici e per relazioni geometriche, e si rivolge a chi ha strumenti per capirlo. Baldinucci scrive di lui che era uomo di grande e bello aspetto ma di umore malinconico, che fuggiva quanto possibile la conversazione degli uomini restandosene solo in casa; e le sue opere hanno la stessa qualità, chiedono di essere frequentate, non consumate.
Il gusto del secolo diede ragione a Bernini. Sotto Alessandro VII, dal 1655, Borromini perde progressivamente terreno e cade in una crisi profonda. Il Seicento e il Settecento lo giudicarono spesso bizzarro e licenzioso, un architetto che aveva violato le regole; ci vollero il Novecento e la sensibilità moderna per riconoscerlo come uno dei più grandi mai esistiti. Oggi, davanti alla cupola di Sant'Ivo, la questione è chiusa da un pezzo.
La morte di Borromini e la sua tomba
La fine è nota e resta impressionante. Nell'estate del 1667, provato da febbri ripetute e da un'insonnia cronica, e caduto da giorni in un profondo stato ipocondriaco, Borromini si ferisce mortalmente con una spada nella notte fra il primo e il due agosto, dopo che un servitore gli aveva rifiutato un lume. Muore la mattina seguente, avendo avuto il tempo di dettare le proprie disposizioni testamentarie. Dispose di essere sepolto presso Carlo Maderno, il suo primo maestro, nella Basilica di San Giovanni dei Fiorentini. Si racconta che prima di morire abbia consegnato alle fiamme i propri disegni, perché non finissero nelle mani dei rivali.
Quando visitate San Giovanni dei Fiorentini, che è a un quarto d'ora a piedi da qui, cercate la lapide: è di una sobrietà quasi imbarazzante per l'uomo che ha costruito la lanterna di Sant'Ivo. La sproporzione fra l'invenzione e il monumento funebre è, a suo modo, l'ultimo dato di carattere che l'architetto ci ha lasciato.
La Sala Alessandrina e la biblioteca accanto a Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Nella seconda fase del cantiere, quella riaperta nel 1659, Borromini non lavora soltanto alla chiesa. Completa il lato settentrionale del palazzo costruendo la Sala Alessandrina, un'aula rettangolare suddivisa in tre campate con volte a vela, destinata ad accogliere la biblioteca universitaria voluta da Alessandro VII. È un ambiente magnifico e pochissimo noto, perché fa parte del complesso archivistico e non è accessibile con la stessa facilità della chiesa.
La Biblioteca Alessandrina viene fondata nel 1667, l'anno stesso della morte di Borromini, che quindi non la vide funzionante: il completamento avvenne dopo la sua scomparsa. Il nucleo antico si formò aggregando raccolte importanti, fra cui quella dei duchi di Urbino. Nel 1815 la biblioteca fu designata conservatoria delle opere dello Stato pontificio; nel 1870, con la fine del potere temporale, accolse i fondi provenienti dalle soppressioni nella provincia romana.
Nel 1935, insieme all'università, anche la biblioteca traslocò alla Città Universitaria, dove si trova ancora alle spalle del rettorato, con un patrimonio che supera il milione fra volumi e opuscoli a stampa, comprensivo di seicentosettantaquattro incunaboli e di circa quindicimila edizioni del Cinquecento. Il palazzo della Sapienza perse così, nello stesso anno, gli studenti e i libri.
Resta la sala. E resta un fatto che mi piace far notare: nello stesso lotto, nello stesso decennio, per volontà dello stesso pontefice e per mano dello stesso architetto, furono costruiti il luogo in cui si conservava il sapere scritto e il luogo in cui si celebrava la Sapienza divina. Non è un accostamento casuale: è il programma culturale della Roma di Alessandro VII, tradotto in muratura.
L'Archivio di Stato di Roma nel palazzo di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Dal 1936 il palazzo della Sapienza è la sede dell'Archivio di Stato di Roma, e questo spiega buona parte delle limitazioni pratiche che il visitatore incontra.
L'operazione di trasferimento fu imponente. Nel palazzo confluirono fondi documentari dispersi in vari depositi della capitale: oltre ventottomila pergamene e circa cinquecentomila fra antichi volumi, registri e altre unità, con una copertura cronologica che va dal IX al XIX secolo. Per farli entrare furono costruiti nove livelli di scaffalature metalliche, sacrificando le volte delle aule dei tre piani del corpo di destra. Detto in modo brutale: per conservare la memoria scritta di Roma si è dovuto smontare l'interno di un'ala del palazzo che quella memoria aveva prodotto.
La conseguenza per chi visita è semplice. La Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza non è un monumento con un suo ingresso, una sua biglietteria e un suo orario: è un edificio di culto incastonato dentro un istituto archivistico dello Stato, con tutte le esigenze di sicurezza e di riservatezza che questo comporta. Il cortile è attraversabile negli orari di apertura dell'Archivio, la chiesa apre secondo il calendario della rettoria. Nessuno dei due orari dipende dal turismo, ed è giusto saperlo prima di presentarsi.
Il palazzo dopo la guerra
Il Novecento ha usato queste stanze anche in modi che nessuno avrebbe previsto. Nel secondo dopoguerra il palazzo ospitò le udienze del tribunale militare britannico, fra cui i procedimenti relativi all'eccidio delle Fosse Ardeatine, e sedute della Corte d'assise. Più tardi il Senato della Repubblica vi insediò la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari.
Fermiamoci un attimo sul primo dato, perché è pesante. In un palazzo intitolato alla Sapienza, con in fondo al cortile una chiesa dedicata al patrono dei giuristi, si celebrarono i processi per una delle stragi più atroci della storia di Roma. Se esistesse una regia della storia, difficilmente avrebbe potuto scegliere una sede più coerente. La Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza ha visto passare, sotto la sua cupola, esattamente il tipo di giustizia che il suo titolare aveva praticato per mestiere.
Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza fra Ottocento e Novecento
La storia della chiesa dopo il Seicento è meno gloriosa e più istruttiva di quanto si pensi.
Con la fine dello Stato pontificio e il passaggio dell'università al Regno d'Italia, la cappella perde la sua funzione istituzionale. Viene chiusa al pubblico e utilizzata come archivio universitario: dentro l'invenzione spaziale più radicale del barocco romano si accatastano scaffali e faldoni. È l'immagine perfetta di che cosa succede a un capolavoro quando smette di servire a qualcosa: nessuno lo demolisce, semplicemente lo si riempie di carta.
La svolta arriva nel 1926, quando il giovane Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, allora impegnato nell'assistenza spirituale agli universitari romani, si adopera con successo per la riapertura al culto, esercitando pressione sul rettore Giorgio Del Vecchio e sul ministro Pietro Fedele. Non è un dettaglio devoto: è l'atto che riporta la chiesa alla vita. Negli anni successivi, fra il 1928 e il 1935, la cappellania universitaria di Sant'Ivo lega il proprio nome a Montini e ad Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII, entrambi presenti a vario titolo in quella stagione.
Due futuri pontefici che frequentano la stessa cappella universitaria negli stessi anni sono una circostanza che, se non fosse documentata, sembrerebbe inventata. E rende ancora più singolare che, a distanza di pochi anni, l'università se ne andasse per sempre.
Il cortile durante la guerra
Durante la Seconda guerra mondiale il cortile del palazzo divenne, secondo quanto tramandato, luogo di riunioni clandestine per disertori e antifascisti. Un cortile chiuso, sorvegliato solo formalmente, in pieno centro, dentro un edificio che le autorità consideravano innocuo, era una copertura eccellente.
Nel raccontarlo va usata la prudenza che il tema richiede: sono vicende di clandestinità, per definizione poco documentate, e i dettagli variano nelle diverse ricostruzioni. Il nucleo, però, regge, ed è coerente con quanto sappiamo di come funzionava la resistenza romana negli spazi istituzionali. Attraversando quel cortile vale la pena ricordarsene.
Come si visita davvero Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Passiamo alla pratica, che è la parte in cui la maggior parte dei visitatori si arena.
La Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è, fra i capolavori assoluti di Roma, quello con l'accessibilità più capricciosa. Non ha un biglietto, non ha una biglietteria, non ha un orario da museo. Apre in modo limitato, di norma la domenica mattina, in relazione alla celebrazione della messa, e resta chiusa nel resto della settimana. Non fisso orari precisi perché il calendario è soggetto a variazioni e perché non ha senso far viaggiare qualcuno sulla base di un dato che può cambiare: la cosa sensata è contattare la rettoria o consultare i riferimenti della chiesa prima di programmare la visita.
Questo significa una cosa sola, ma va detta con chiarezza: la visita a Sant'Ivo non si improvvisa e non si incastra a caso in un pomeriggio romano. Va pianificata, e va pianificata di domenica. Chi passa di qui un martedì pomeriggio troverà, nella migliore delle ipotesi, il cortile aperto e la chiesa chiusa. Non è un fallimento: il cortile da solo vale la deviazione, e la cupola dall'esterno si gode benissimo. Ma non è la stessa cosa.
Il piano B: guardarla da fuori
Quando la chiesa è chiusa, il programma alternativo è questo. Entrate nel cortile negli orari di apertura dell'Archivio, guardate la facciata concava, leggete gli stemmi araldici sul porticato, studiate l'attico con i monti e la stella dei Chigi, e poi uscite e cercate i punti panoramici. La lanterna a spirale si legge molto meglio da lontano: provate da Piazza Sant'Eustachio, e poi da un punto alto della città.
Questo è il consiglio che nessuno dà e che invece salva la giornata a molti: la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è, dei grandi monumenti romani, uno dei pochi il cui elemento più celebre sia visibile senza entrare. La spirale è un oggetto urbano, non un interno. Chi non riesce a entrare non ha perso la cosa più famosa, ha perso la cosa più profonda: la trasformazione della pianta in cerchio, che si vede solo da dentro.
Regole di comportamento
Trattandosi di una chiesa aperta in occasione delle celebrazioni, valgono le regole del luogo di culto: abbigliamento decoroso con spalle e ginocchia coperte, silenzio, telefoni in modalità silenziosa. Se l'apertura coincide con la messa, la cosa civile è assistere o attendere la fine prima di girare per l'ambiente con la macchina fotografica. Non sono formalità: qui il visitatore è ospite di una comunità, non cliente di un museo.
Sul fronte fotografico non risultano divieti generali, ma il buon senso impone niente flash, niente treppiedi ingombranti, niente riprese durante la liturgia. Aggiungo che il flash, in un ambiente bianco e alto come questo, produce risultati orrendi: appiattisce tutto e cancella esattamente i rilievi che si vorrebbero mostrare.
Accessibilità di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
L'accesso avviene dal portone su Corso del Rinascimento e attraverso il cortile, che è pianeggiante e pavimentato. La chiesa si trova al livello del cortile con un dislivello contenuto in corrispondenza dell'ingresso. Le condizioni specifiche per chi si muove in sedia a rotelle vanno verificate direttamente, perché si tratta di un edificio storico dentro un istituto archivistico e le soluzioni possono variare. Chi ha esigenze particolari faccia una telefonata prima: è l'unico modo per non trovarsi davanti a una sorpresa.
Per chi ha difficoltà a mantenere a lungo la testa reclinata all'indietro, e succede più spesso di quanto si creda, il suggerimento è di sedersi. Ci sono panche; guardare la cupola da seduti è molto più comodo e, dovendo scegliere, anche più efficace, perché il punto di vista basso allunga la prospettiva verticale.
Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza con i bambini
Sulla carta, un ambiente unico bianco senza oggetti sembra il posto meno adatto del mondo per un bambino. In pratica, funziona meglio di molti musei, a patto di impostarlo come un gioco.
Il gioco che uso è la caccia agli emblemi. Nel cortile si cercano gli animali: il drago, l'aquila, il leone, le api. In chiesa si cercano i monti con la stella, i cherubini, le stelle sulle nervature. Un bambino di sette o otto anni, con l'obiettivo di trovare cinque cherubini prima dell'adulto, tiene la testa all'insù per venti minuti e alla fine ha guardato l'architettura molto più attentamente del genitore.
Il secondo gioco è il conto delle nicchie: tre tonde e tre a punta, e bisogna capire l'alternanza camminando lungo il muro. È un esercizio di geometria elementare che i bambini fanno benissimo e gli adulti sbagliano. Il terzo, all'esterno, è trovare la spirale nello skyline: si esce, si va in Piazza Sant'Eustachio, e vince chi la individua per primo.
La durata contenuta gioca a favore: qui non c'è un percorso di due ore da sostenere. Venti minuti dentro, dieci nel cortile, e si esce prima che la soglia dell'attenzione crolli. Se poi si prosegue verso Piazza Navona con la prospettiva di un gelato, la giornata è salva.
Cosa vedere intorno a Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Il palazzo della Sapienza si trova nel punto più denso del centro storico romano: nel raggio di dieci minuti a piedi ci sono più capolavori che in intere città europee. Ecco come li metterei in fila.
A due minuti da Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Il Pantheon è a poco più di duecento metri, e il confronto con Sant'Ivo è il più illuminante che si possa fare a Roma. Da una parte la cupola emisferica romana, perfetta, chiusa, con l'oculo che porta il cielo dentro l'edificio; dall'altra la cupola borrominiana, deformata, che diventa cerchio solo alla fine e che porta la luce dall'alto attraverso una lanterna. Sono milleseicento anni di distanza e due idee opposte di che cosa significhi coprire uno spazio.
Piazza Navona è a trecento metri: la Fontana dei Quattro Fiumi, Sant'Agnese in Agone con la facciata di Borromini, e sotto la piazza i sotterranei dello Stadio di Domiziano, che spiegano perché la piazza ha quella forma allungata. La Chiesa di San Luigi dei Francesi, con la Cappella Contarelli, è a centocinquanta metri.
La Basilica di Santa Maria sopra Minerva, unica chiesa gotica del centro di Roma, è dietro il Pantheon: dopo aver visto quanto gotico Borromini avesse in testa, vedere il gotico vero a duecento metri è un esercizio salutare. Accanto c'è l'elefantino berniniano con l'obelisco.
A cinque minuti
Palazzo Madama, sede del Senato, è sull'altro lato di Corso del Rinascimento. Palazzo Altemps, con le collezioni di scultura antica del Museo Nazionale Romano, è oltre Piazza Navona. Il Museo di Roma a Palazzo Braschi e il Museo Barracco sono su Corso Vittorio Emanuele II, e il secondo è uno dei musei più sottovalutati della città.
Campo de' Fiori, con il mercato al mattino e la statua di Giordano Bruno, è a otto minuti; la Galleria Spada, con la celebre prospettiva borrominiana del colonnato, è nello stesso isolato di Palazzo Spada e completa il percorso borrominiano meglio di qualunque altra tappa: là dentro l'architetto ha costruito un corridoio che sembra lungo il quadruplo di quello che è.
Un itinerario borrominiano di mezza giornata
Se il barocco vi interessa davvero, questo è l'ordine che consiglio. Si comincia dalla prospettiva della Galleria Spada, che è un gioco e prepara l'occhio; si prosegue con la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, che è il vertice teorico; si passa a Sant'Agnese in Agone in Piazza Navona; si chiude alla Basilica di San Giovanni dei Fiorentini, dove Borromini è sepolto.
Chi ha una giornata intera aggiunga San Carlo alle Quattro Fontane e Sant'Andrea delle Fratte nella zona del Quirinale, e concluda con la Fontana di Trevi per capire, per contrasto, che cosa fosse il barocco quando smetteva di pensare e cominciava a stupire. Non è una critica: sono due modi diversi di essere grandi.
Quando andare a Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Il momento è dettato dal calendario di apertura, che si concentra nella mattina della domenica. Dentro quel vincolo, però, ci sono scelte migliori e peggiori.
La stagione ideale, per la luce, è quella in cui il sole è alto ma non a picco: la tarda primavera e l'inizio dell'autunno. In pieno inverno la luce che entra dalla lanterna è debole e l'interno bianco diventa grigio; in piena estate, verso mezzogiorno, la luce zenitale appiattisce i rilievi. La finestra buona è la mattinata inoltrata di una giornata limpida di maggio o di ottobre.
Il momento peggiore in assoluto è la giornata coperta. Non perché non si veda: si vede benissimo. Ma un edificio la cui materia principale è la luce, in una giornata grigia, perde metà del suo argomento. Se avete una sola occasione e il cielo è plumbeo, considerate di rimandare.
Quanto all'affluenza, il problema qui non esiste. La Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza non ha code, non ha gruppi organizzati con le bandierine, non ha il sovraffollamento che rende faticosa la visita ad altri monumenti del centro. Il prezzo di questa tranquillità è la difficoltà di entrare. Mi sembra uno scambio accettabile.
Perché Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza conta nella storia dell'architettura
Chiudo la parte descrittiva con una valutazione, perché il lettore ha diritto di sapere qual è il giudizio di chi scrive e non solo l'elenco dei fatti.
Ci sono a Roma edifici più grandi, più ricchi, più celebri e più fotografati. Non ce ne sono molti più importanti. Sant'Ivo è il punto in cui l'architettura europea smette di essere composizione di parti e diventa trasformazione continua: da qui parte una linea che passa per il barocco dell'Europa centrale, arriva a Guarino Guarini a Torino, tocca il rococò bavarese e, per vie carsiche, riemerge nel Novecento ogni volta che un progettista prova a costruire uno spazio che non si lasci scomporre in elementi.
La lanterna a spirale, poi, ha avuto una fortuna iconografica autonoma: è stata copiata, citata, evocata in mezza Europa, e il celebre campanile a spirale della chiesa del Redentore a Copenaghen è il caso più noto della sua discendenza. Un architetto ticinese malinconico, chiuso in un cortile di Roma, ha inventato una forma che è finita in Scandinavia.
La mia opinione netta, e la dico senza attenuanti: se un visitatore ha una sola mattina a Roma e vuole capire che cosa sia stato il Seicento, deve venire qui e non altrove. Le grandi macchine berniniane si spiegano in un minuto e si ammirano in cinque. Sant'Ivo chiede mezz'ora e restituisce un modo diverso di guardare qualunque edificio si incontri dopo. È una scuola, non uno spettacolo. E il fatto che sia difficile da visitare la rende, se possibile, ancora più interessante: è l'unico capolavoro romano di questo livello che si conquisti invece di consumarsi.
Domande veloci su Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Dove si trova Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
In Corso del Rinascimento 40, nel rione Sant'Eustachio, nel centro storico di Roma. La chiesa non si affaccia sulla strada: occupa il fondo del cortile del palazzo della Sapienza, e vi si accede attraversando il portone e il porticato.
Quanto costa il biglietto per Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Non esiste un biglietto. È una chiesa e l'accesso è libero. L'unico costo è quello di organizzarsi per trovarla aperta.
Quali sono gli orari di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Le aperture sono limitate e concentrate di regola nella mattina della domenica, in relazione alla messa. Il calendario può variare: conviene verificare presso la rettoria prima di programmare la visita, perché il palazzo ospita l'Archivio di Stato e gli accessi seguono le esigenze dell'istituto.
Serve prenotare per visitare Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Per l'ingresso ordinario negli orari di apertura non è prevista prenotazione. Per visite di gruppo o per accessi in giorni diversi da quelli consueti conviene invece contattare la rettoria in anticipo.
Chi ha costruito Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Francesco Borromini, nominato architetto della Sapienza nel 1632. Il cantiere della chiesa si sviluppa fra il 1642 e il 1660, con una prima fase dal 1643 al 1655 e una ripresa dal 1659.
In che anno è stata consacrata Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Nel 1660, anche se le rifiniture proseguirono ancora per alcuni anni e l'altare maggiore risale a due decenni più tardi.
Chi ha commissionato Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
L'incarico iniziale venne da Urbano VIII Barberini, che nel 1632 affidò a Borromini il completamento del complesso della Sapienza. Il completamento avvenne invece sotto Alessandro VII Chigi, il cui stemma compare sull'attico e nella cupola.
Perché la pianta di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza ha sei punte
Perché deriva dal raddoppio di un triangolo, con addizione e sottrazione di porzioni circolari. La scelta risolve un problema pratico, cioè sfruttare al massimo un lotto quasi quadrato, e apre a una serie di letture simboliche che restano ipotesi interpretative.
È vero che la pianta rappresenta un'ape dei Barberini
È una lettura tradizionale e molto diffusa, basata sul fatto che il committente iniziale fu un Barberini e che l'ape è il suo emblema. Nessun documento dell'architetto la conferma: va presa come ipotesi affascinante, non come dato accertato.
La pianta è la stella di David o il Sigillo di Salomone
La figura a sei punte richiama l'esagramma noto come Sigillo di Salomone, e l'accostamento con il re sapiente si presta bene a una cappella universitaria intitolata alla Sapienza. Anche questa, però, è una proposta di lettura: la forma può derivare semplicemente dalla geometria generativa del progetto.
Perché la cupola di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza non ha il tamburo
Perché Borromini ha voluto che la pianta stellata salisse senza interruzioni fino alla lanterna, trasformandosi gradualmente in cerchio. Un tamburo avrebbe imposto un cerchio già alla base della calotta e avrebbe spezzato la continuità che è il senso stesso dell'edificio.
Che cosa rappresenta la lanterna a spirale
Le derivazioni proposte sono tre e convivono: la Torre di Babele nella sua raffigurazione elicoidale, i fari dell'antichità e in primo luogo quello di Alessandria, e il gotico fiorito che Borromini conosceva dal cantiere del Duomo di Milano. Le fiamme di travertino sul colmo rimandano al fuoco che illumina il cammino dei fedeli.
Che cosa c'è in cima alla lanterna
Sopra la corona fiammata si trovano una sfera, una croce e una colomba con il ramoscello d'ulivo nel becco, realizzate in ferro battuto.
La spirale si vede anche dall'interno di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
No, e questa è una delle sorprese del luogo. All'interno la lanterna è completamente rotonda e si chiude molto prima: la struttura elicoidale è pura architettura esterna, senza corrispondenza con lo spazio interno.
Chi ha dipinto la pala dell'altare di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Pietro da Cortona, che la lasciò incompiuta alla sua morte nel 1669; il dipinto fu portato a termine dall'allievo Giovanni Ventura Borghesi e la conclusione è collocata nel 1683. La macchina d'altare è ricondotta a Giovanni Battista Contini, in anni successivi.
Chi era sant'Ivo
Ivo Hélory di Kermartin, giurista bretone nato nel 1253 e morto il 19 maggio 1303, giudice ecclesiastico e sacerdote, noto per aver difeso gratuitamente i poveri nei processi. Fu canonizzato da Clemente VI nel 1347 ed è patrono della Bretagna e degli avvocati.
Perché la chiesa è dedicata al patrono degli avvocati
Perché era la cappella dell'Università di Roma, nata nel 1303 come scuola di diritto canonico e civile. La Facoltà di Giurisprudenza rimase nel palazzo fino al 1935, ed è la ragione per cui l'ateneo si intitola ancora oggi alla Sapienza.
Che cosa c'è oggi nel palazzo della Sapienza
L'Archivio di Stato di Roma, insediato dal 1936 dopo il trasferimento dell'università alla Città Universitaria. Il palazzo conserva fondi documentari che coprono un arco cronologico dal IX al XIX secolo.
Si può visitare l'Archivio di Stato insieme a Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
L'Archivio ha una propria sala di studio e un proprio calendario di iniziative, distinti dagli orari della chiesa. Chi è interessato deve informarsi separatamente presso l'istituto: la visita alla chiesa non comprende l'accesso ai depositi.
Si possono fare fotografie a Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Non risultano divieti generali, ma valgono le regole del luogo di culto: niente flash, niente treppiedi ingombranti, niente riprese durante le celebrazioni. Il flash, oltretutto, appiattisce i rilievi bianchi e rovina il risultato.
Quanto tempo serve per visitare Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Fra venti e quaranta minuti per l'interno, più dieci minuti per il cortile. È un ambiente unico, senza percorso museale: il tempo si spende guardando in alto, non camminando.
Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è accessibile in sedia a rotelle
Il cortile è pianeggiante e l'ingresso avviene da Corso del Rinascimento, ma si tratta di un edificio storico dentro un istituto archivistico: chi ha esigenze specifiche faccia una verifica preventiva, perché le soluzioni possono variare.
Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è adatta ai bambini
Sì, se la si imposta come una caccia agli emblemi: draghi, aquile, leoni e api nel cortile, monti con la stella e cherubini in chiesa. La visita è breve e non richiede la resistenza di un percorso museale.
Che differenza c'è fra Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza e San Carlo alle Quattro Fontane
Sono le due opere più libere di Borromini. Al San Carlino la pianta è un ovale deformato e la cupola ovale a cassettoni gioca su un effetto prospettico; a Sant'Ivo la pianta è stellata e sale senza interruzioni fino alla lanterna. Il San Carlino è compresso, Sant'Ivo è dilatato in verticale.
Dove si vede meglio la cupola di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza dall'esterno
Da Piazza Sant'Eustachio, e poi da qualunque punto alto della città: la terrazza del Vittoriano, il Pincio, il Gianicolo. Da Corso del Rinascimento la prospettiva è troppo ravvicinata e schiaccia la spirale.
C'è un parcheggio vicino a Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
No. La zona è a traffico limitato e non esistono parcheggi dedicati. Ci si arriva a piedi o con le linee di superficie che percorrono Corso del Rinascimento e Corso Vittorio Emanuele II.
Che cosa si visita nelle vicinanze di Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Il Pantheon a duecento metri, Piazza Navona e Sant'Agnese in Agone a trecento, San Luigi dei Francesi con i Caravaggio a centocinquanta, Santa Maria sopra Minerva dietro il Pantheon, Palazzo Madama sull'altro lato della strada e Palazzo Altemps oltre Piazza Navona.
Perché Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è considerata un capolavoro
Perché è il punto in cui l'architettura smette di comporre parti riconoscibili e comincia a trasformare una forma in un'altra senza soluzione di continuità. La pianta stellata che diventa cerchio salendo verso la lanterna non ha precedenti, e la lanterna a spirale non ha eguali.
Una curiosità su Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
La curiosità che preferisco riguarda un'assenza, non una presenza: la Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza non ha una facciata. Non nel senso che sia rimasta incompiuta, come capita a mezza Firenze; nel senso che non ne ha mai avuta una e non poteva averla. L'edificio è incastrato nel fondo di un cortile progettato da un altro architetto, dentro un lotto delimitato da fabbriche preesistenti, con la posizione e la forma della testata già decise da Giacomo della Porta trent'anni prima. Borromini non ha ricevuto un terreno: ha ricevuto un buco.
La conseguenza è che l'unica superficie visibile dal basso è quella concava che chiude il porticato, e quella superficie non appartiene interamente alla chiesa. È allo stesso tempo la parete di fondo del cortile universitario e il fronte dell'edificio sacro, e non è possibile stabilire dove finisca l'uno e cominci l'altro. Non esiste, in tutta Roma, un'altra chiesa importante in cui il confine fra sé stessa e l'edificio che la ospita sia così deliberatamente cancellato.
Il corollario è ancora più curioso. Poiché non c'era spazio per costruire una facciata, tutta la potenza rappresentativa dell'edificio si è spostata in verticale, verso l'unica direzione libera. La lanterna a spirale che tutto il mondo conosce esiste perché non c'era posto a terra. La forma più originale dell'architettura barocca è nata da un vincolo urbanistico, non da un'illuminazione: se il cortile fosse stato più largo, molto probabilmente avremmo una bella chiesa con il timpano e nessuna spirale.
C'è poi un piccolo dettaglio che completa il quadro e che quasi nessuno racconta: il Duomo di Milano, dove Borromini aveva lavorato da ragazzo, ha esattamente la stessa caratteristica al contrario. Là la facciata è il problema irrisolto di quattro secoli e la potenza dell'edificio sta nella selva verticale delle guglie. A Roma, dentro un cortile, l'ex intagliatore di quel cantiere ha rifatto la stessa scelta in scala ridotta: rinunciare al fronte e puntare tutto sul cielo.
Una cosa che non ti dice nessuno su Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
La cosa che nessuno vi dice è che questa chiesa, per una lunga stagione, non è stata una chiesa: è stata un magazzino di carta. Dopo la fine dello Stato pontificio e il passaggio dell'università al Regno d'Italia, la cappella perse la propria funzione, fu chiusa al culto e venne adibita ad archivio universitario. Dentro l'ambiente che gli storici dell'architettura considerano fra i tre o quattro momenti decisivi dell'architettura europea si accatastavano scaffali, faldoni, registri.
Non fu un episodio breve. Ci volle l'iniziativa del giovane Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, che nel 1926 si adoperò con successo perché la chiesa tornasse al culto, facendo pressione sul rettore Giorgio Del Vecchio e sul ministro Pietro Fedele. Fra il 1928 e il 1935, negli anni in cui la cappellania universitaria tornò a funzionare, la chiesa vide passare Montini e Angelo Roncalli, cioè due futuri pontefici nello stesso piccolo ambiente e negli stessi anni.
Il dettaglio che rende la vicenda quasi comica, se non fosse istruttiva, è la tempistica. La chiesa viene riaperta al culto nel 1926; nove anni dopo, nel 1935, l'università trasloca in blocco alla Città Universitaria e la cappella universitaria si ritrova senza università. Il palazzo diventa Archivio di Stato, e dentro il palazzo torna la carta, stavolta in quantità industriali: oltre ventottomila pergamene e circa cinquecentomila fra volumi e registri, sistemati su nove livelli di scaffalature metalliche costruite sacrificando le volte di un'intera ala.
Morale, e la dico come la penso: questo edificio ha passato più tempo a convivere con gli archivi che a fare la cappella di un ateneo. La sua difficoltà di accesso di oggi non è un capriccio burocratico, è la coda di un secolo e mezzo in cui il capolavoro di Borromini è stato, agli occhi di chi lo amministrava, prima di tutto uno spazio disponibile.
Il consiglio che ti do per visitare Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Il consiglio numero uno è banale e nessuno lo segue: non venite senza aver verificato l'apertura. Questo non è il Colosseo, non è una basilica sempre aperta, non è un museo con l'orario stampato. Le aperture sono limitate e ruotano attorno alla mattina della domenica; presentarsi a caso significa, nove volte su dieci, guardare un portone. Una telefonata o un controllo dei riferimenti della rettoria vi risparmiano un viaggio inutile.
Il consiglio numero due riguarda la sequenza, e questo lo do a tutti i gruppi che accompagno. Non entrate subito. Prima andate in Piazza Sant'Eustachio e guardate la cupola e la spirale dall'esterno, con calma, individuando i gradi della composizione: il tamburo che ondula, la calotta a gradoni, la lanterna con le colonne binate, l'elica, le fiaccole, la corona fiammata, il ferro battuto in cima. Poi entrate nel cortile e guardate la facciata concava. Solo dopo entrate in chiesa. Chi fa il percorso inverso vede l'interno senza avere in testa l'esterno, e perde metà del significato, perché l'edificio è costruito proprio sulla non corrispondenza fra i due.
Il consiglio numero tre è di metodo. Una volta dentro, resistete trenta secondi all'impulso di alzare la testa. Camminate lungo il perimetro con lo sguardo all'altezza degli occhi e contate le nicchie: tre convesse, tre concave, alternate. Toccate con lo sguardo le lesene scanalate e la cornice continua. Poi, e solo poi, alzate la testa. La trasformazione della pianta stellata in cerchio, che senza questa preparazione è un'impressione confusa, diventa un fatto leggibile a occhio nudo. È la differenza fra visitare e capire, e costa mezzo minuto.
Il consiglio numero quattro è sulla luce: mattinata inoltrata, cielo limpido, primavera o autunno. In una giornata grigia questo edificio perde il suo materiale principale. Il consiglio numero cinque è di sedersi: guardare la cupola in piedi con il collo piegato è faticoso e dopo cinque minuti si smette; seduti si resiste venti minuti e si vede il triplo. Il consiglio numero sei, infine: portate un binocolo da teatro se ne avete uno. Qui rende più di qualunque audioguida, perché tutto quello che conta è a quindici metri di altezza e in stucco bianco su fondo bianco.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: la cupola di Sant'Ivo, giudicata con i criteri della trattatistica classica, è un falso strutturale. Lo si legge in ogni buon manuale, tutti gli storici dell'architettura lo sanno, e quasi nessuno lo dice al visitatore, forse per timore che suoni come un'accusa.
Il punto è preciso. All'interno la copertura è divisa in sei spicchi che ricalcano il perimetro mistilineo, con un profilo a sesto acuto; all'esterno non se ne vede traccia, perché la diversità dei sei lobi è nascosta dal tamburo ondulato e dal tetto a gradoni. La lanterna, che dentro è un cerchio perfetto e si chiude a un'altezza precisa, fuori è composta da sei parti concave con colonne binate e prosegue verso l'alto con una spirale che dentro non esiste. Fra la forma percepita da chi prega e la forma percepita da chi guarda i tetti di Roma non c'è alcuna corrispondenza.
Per l'architettura rinascimentale questo sarebbe stato un peccato mortale. La regola albertiana e vitruviana voleva che l'edificio dicesse la verità su sé stesso, che la struttura fosse leggibile e che l'ornamento derivasse dalla costruzione. Borromini rompe questo patto deliberatamente, e non per pigrizia: ogni singola scelta è calcolata. La sua coerenza non è meccanica ma espressiva. Interno ed esterno raccontano la stessa idea di ascensione con strumenti diversi, ciascuno adeguato a un pubblico diverso: dentro la salita si compie nella trasformazione della geometria, fuori nell'avvitamento dell'elica.
Il motivo per cui questo dato dovrebbe circolare di più è che spiega perché i contemporanei ebbero un rapporto complicato con Borromini e perché il Settecento lo giudicò licenzioso e bizzarro. Non fu incompreso per stravaganza formale: fu contestato perché aveva infranto una regola deontologica dell'architettura. Ci sono voluti tre secoli perché quella infrazione venisse riconosciuta come l'apertura di una strada nuova, e ancora oggi c'è chi, entrando qui, prova un disagio che non sa spiegarsi. Il disagio ha un nome, ed è questo.
La foto giusta da fare a Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Le fotografie che si vedono in giro sono sempre le stesse due: la cupola vista da sotto in perfetta simmetria, e la spirale ritagliata contro il cielo. Sono entrambe corrette ed entrambe inutili, perché esistono già in diecimila esemplari e nessuna delle due dice qualcosa di questo edificio.
La foto che consiglio è un'altra e si fa nel cortile, non in chiesa. Ci si mette a circa due terzi della lunghezza del porticato, sul lato lungo, e si inquadra in modo da tenere nella stessa immagine le arcate regolari di Giacomo della Porta in primo piano, sulla destra o sulla sinistra, e la facciata concava con l'attico e la cupola sul fondo. Quella singola inquadratura racconta l'intera vicenda: la norma cinquecentesca e la sua deformazione secentesca, nella stessa fotografia, con la prospettiva a fare da dimostrazione. È l'immagine che uso quando devo spiegare Borromini a qualcuno che non ha tempo.
La seconda foto che vale la pena fare è dentro, ma non è quella ovvia. Invece di puntare l'obiettivo dritto verso l'alto, cercate un'inquadratura obliqua che tenga insieme un tratto del pavimento a intarsi marmorei bianchi e neri in primo piano e le costolature della volta sullo sfondo. Il pavimento è la pianta resa visibile, la volta è la pianta in trasformazione: metterli nello stesso fotogramma significa fotografare il concetto, non l'oggetto. Serve una focale abbastanza larga e una mano ferma, perché la luce interna non è mai abbondante.
La terza è quella dell'esterno, e va fatta da lontano. La spirale è un oggetto urbano e vive nello skyline: da Piazza Sant'Eustachio, da un punto alto della città, o da una qualunque terrazza che guardi verso il centro. Il taglio giusto non è il primo piano della lanterna, che la trasforma in un ninnolo, ma l'inquadratura che tiene la spirale insieme ai tetti e alle altre cupole del centro. Solo così si capisce quanto quell'oggetto sia estraneo a tutto ciò che lo circonda.
Un'ultima raccomandazione tecnica, valida per tutte e tre: niente flash. In un ambiente bianco a luce zenitale il flash appiattisce i rilievi in stucco e cancella esattamente le ombre che li rendono leggibili. Se la luce è scarsa, alzate la sensibilità e appoggiatevi a una panca o a uno stipite. Una foto leggermente rumorosa che mostra i cherubini vale infinitamente più di una foto pulita in cui la volta è una superficie liscia e bianca.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la fondazione stessa dello Studium Urbis, nel 1303, per volontà di Bonifacio VIII: la scuola superiore della città di Roma, con l'insegnamento in utroque iure, cioè in diritto canonico e civile. Non nacque in questo palazzo, che non esisteva, ma nacque come istituzione i cui edifici sarebbero poi confluiti qui. Da quella data discende tutto il resto: il nome del palazzo, la dedicazione della chiesa, la presenza dei giuristi per sei secoli.
Il secondo è l'affidamento della fabbrica a Giacomo della Porta nel 1577, sotto Gregorio XIII, con la costruzione del cortile rettangolare e la realizzazione del portale coronato da timpano nel 1586, secondo anno di pontificato di Sisto V. Il terzo è la nomina di Francesco Borromini ad architetto della Sapienza nel 1632, che dà inizio alla vicenda della chiesa.
Il quarto è il cantiere stesso, con le sue due fasi: dal 1643 al 1655, che lascia l'edificio al grezzo con costruzioni estranee addossate, e dal 1659 in poi, che porta al completamento della chiesa, della Sala Alessandrina e delle facciate su Piazza Sant'Eustachio e via dei Canestrari. Il quinto è la consacrazione del 1660. Il sesto è la fondazione della Biblioteca Alessandrina nel 1667 per volontà di Alessandro VII, nello stesso anno in cui Borromini muore.
Il settimo avvenimento è del 16 febbraio 1900 ed è il mio preferito. Antonio Labriola, titolare della cattedra di Filosofia morale, apre un ciclo di conferenze su Giordano Bruno. L'affluenza supera la capienza di qualunque aula del palazzo, e il professore finisce per parlare in piedi su una sedia, al centro del cortile interno, con gli studenti stipati sotto il porticato e la cupola di Borromini che chiude la prospettiva alle sue spalle. Un filosofo materialista che tiene lezione su un eretico bruciato in Campo de' Fiori, all'aperto, sotto la cappella dell'università pontificia: non credo esista una scena che riassuma meglio l'Italia di quel momento.
L'ottavo è il trasferimento del 1935 e 1936: l'intero ateneo si sposta alla Città Universitaria costruita da Marcello Piacentini presso il Castro Pretorio, e viene traslocato perfino il monumento ai caduti della prima guerra mondiale realizzato da Amleto Cataldi. Contestualmente il palazzo diventa sede dell'Archivio di Stato di Roma, con l'arrivo di oltre ventottomila pergamene e circa cinquecentomila fra volumi e registri, dal IX al XIX secolo, e la costruzione di nove livelli di scaffalature metalliche.
Il nono riguarda gli anni della Seconda guerra mondiale, quando il cortile del palazzo divenne, secondo quanto tramandato, luogo di riunioni clandestine per disertori e antifascisti: un cortile chiuso in pieno centro, dentro un edificio ritenuto innocuo, era una copertura eccellente. Il decimo è del secondo dopoguerra, e chiude il cerchio in modo quasi letterario: nel palazzo si tennero le udienze del tribunale militare britannico, fra cui i procedimenti relativi all'eccidio delle Fosse Ardeatine, e sedute della Corte d'assise; più tardi il Senato della Repubblica vi insediò la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari. Nel palazzo della Sapienza, con in fondo al cortile la chiesa del patrono dei giuristi, si è amministrata giustizia per davvero.
Chi è passato da Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Il primo nome è ovvio ed è Francesco Borromini, che qui ha lavorato dal 1632 alla fine degli anni Cinquanta del Seicento, cioè per un quarto di secolo, tornandoci a ondate fra un incarico e l'altro. Non è passato: ci ha abitato con la testa. Insieme a lui vanno ricordati i tre pontefici che scandiscono il cantiere: Urbano VIII Barberini, che nel 1632 lo nomina architetto della Sapienza; Innocenzo X Pamphilj, sotto il cui pontificato il cantiere rallenta fino a fermarsi; Alessandro VII Chigi, che nel 1659 lo fa riprendere e ne vede la conclusione, lasciando i propri monti e la propria stella sull'attico e nella cupola.
Prima di loro, la Sapienza era passata per le mani di Giacomo della Porta, che dal 1577 al 1602 ne disegna il cortile e il portale, e prima ancora di Guidetto Guidetti, che nel 1562 e 1563 costruisce parte delle aule dell'ala destra, e di Pirro Ligorio, il cui progetto rimase sulla carta. Sul fronte pittorico è passato Pietro da Cortona, che lascia la pala incompiuta alla morte nel 1669, e il suo allievo Giovanni Ventura Borghesi, che la porta a termine nel 1683; la macchina d'altare viene ricondotta a Giovanni Battista Contini.
Poi ci sono gli uomini dell'università, che sono la ragione per cui questo posto esiste. Nella Facoltà di Giurisprudenza, rimasta qui fino al 1935, hanno insegnato giuristi del calibro di Vittorio Scialoja, Giuseppe Chiovenda e Pietro Bonfante, cioè i nomi su cui si è formata la scienza giuridica italiana contemporanea: chiunque abbia studiato diritto romano o procedura civile in Italia ha studiato, senza saperlo, su libri scritti da uomini che attraversavano ogni giorno questo cortile. Nella Facoltà di Lettere e Filosofia, qui fino al 1909, ha insegnato Antonio Labriola, il filosofo che il 16 febbraio 1900 arringò gli studenti su Giordano Bruno stando in piedi su una sedia in mezzo al cortile.
La pagina più sorprendente riguarda però due futuri papi. Giovanni Battista Montini, che sarebbe diventato Paolo VI, si adoperò nel 1926 perché la chiesa tornasse al culto dopo il lungo periodo in cui era stata usata come archivio universitario, facendo pressione sul rettore Giorgio Del Vecchio e sul ministro Pietro Fedele; negli anni della cappellania universitaria, fra il 1928 e il 1935, la chiesa vede legarsi al proprio nome anche quello di Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII. Due pontefici del Novecento, quello del Concilio e quello che lo portò a termine, hanno entrambi frequentato questa piccola cappella barocca negli stessi anni.
Infine, gli anonimi. Per sei secoli sono passati da qui decine di migliaia di studenti che hanno preso una laurea in diritto e sono andati a fare i giudici, gli avvocati, i notai, i funzionari dello Stato pontificio e poi del Regno. Sono passati i disertori e gli antifascisti che durante la guerra usarono il cortile per incontrarsi. Sono passati, nel dopoguerra, gli imputati e i testimoni dei processi del tribunale militare britannico. E passano ancora oggi, ogni giorno, gli archivisti e i ricercatori che lavorano sui fondi dell'Archivio di Stato. Di tutti costoro non resta nessun nome sui muri: resta l'edificio che li ha visti, e che continua a fare la stessa cosa che faceva nel 1660, cioè stupire chiunque alzi la testa.
Il mio giudizio finale su Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza
Accompagno persone a Roma da molti anni e ho una regola personale: quando qualcuno mi chiede di scegliere un solo luogo che spieghi il Seicento, non porto nessuno a San Pietro. Porto qui. San Pietro impressiona, e l'impressione dura quanto lo stupore; Sant'Ivo insegna, e l'insegnamento resta addosso. Dopo mezz'ora sotto questa cupola si guardano tutti gli altri edifici con un occhio diverso, perché si è capito che una forma può trasformarsi in un'altra senza che ci sia un punto di passaggio.
Non nascondo il difetto, che è grosso: è difficile da visitare, e le aperture limitate escludono la maggioranza dei viaggiatori che passano di qui. Ma non lo considero un vero difetto. Un edificio così denso non regge il transito di massa, e la sua sopravvivenza in queste condizioni è probabilmente il motivo per cui, entrando, ci si trova in silenzio e non in coda. Chi riesce a organizzarsi ottiene una cosa che a Roma è quasi introvabile: un capolavoro assoluto, vuoto, e trenta minuti per sé.
Se posso lasciarvi una sola indicazione, è questa: quando siete dentro, a un certo punto smettete di analizzare. Avete contato le nicchie, avete letto gli emblemi, avete seguito la trasformazione della stella in cerchio. Bene. Adesso sedetevi, guardate la lanterna e non pensate a nulla per due minuti. Quello che succede lì, nel silenzio, è la parte che nessuna guida può spiegare e per cui Borromini ha lavorato vent'anni.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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