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Borromini a Roma: itinerario fra le sue architetture

Francesco Borromini ha costruito quasi soltanto a Roma, in poco più di trent’anni, e ha lasciato una dozzina di edifici che si riconoscono a colpo d’occhio anche da chi non sa il suo nome: muri che si piegano invece di stare dritti, cupole scavate a nido d’ape, una lanterna avvitata su se stessa sopra il cortile di un’università, un corridoio di otto metri che ne sembra trentacinque. Nato a Bissone, sul lago di Lugano, il 27 settembre 1599 (Britannica indica il 25) e morto a Roma il 2 agosto 1667, arrivò in città nel 1619 come scalpellino e ne ripartì mai più. Questo itinerario mette in fila le sue architetture romane nell’ordine in cui conviene visitarle, spiega la chiave di lettura che serve per capirle e distingue, edificio per edificio, quello che è suo da quello che gli viene attribuito per comodità. Su Gian Lorenzo Bernini esiste già una pagina dedicata, Bernini a Roma, e sul contesto generale del Seicento romano un’altra, Roma barocca: qui il soggetto è uno solo, e il taglio è tecnico prima che narrativo.

Chi era Francesco Borromini e come arrivò ai suoi cantieri

Borromini nacque Francesco Castelli e cominciò a firmarsi con il cognome materno intorno al 1628, per distinguersi dalle molte maestranze romane che si chiamavano Castelli. Il percorso è quello classico dei lapicidi del lago di Lugano: apprendistato a Milano dal 1608, lavoro alla Fabbrica del Duomo come intagliatore di pietra, poi Roma nel 1619. In città lo accolse un parente materno, Leone Garove, capomastro di una certa fama, che morì il 12 agosto 1620 precipitando dalle impalcature di San Pietro. Fu attraverso Garove che Borromini entrò nella bottega di Carlo Maderno, anch’egli bissonese e lontano parente, e da lì nei cantieri che contavano.

Sant'Ivo alla Sapienza di Borromini a Roma
La lanterna a spirale di Sant'Ivo alla Sapienza, il capolavoro di Borromini dietro corso del Rinascimento. Foto di Fred Romero from Paris, France, licenza CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

Gli anni da disegnatore: Sant’Andrea della Valle, San Pietro, Palazzo Barberini

I primi lavori romani non sono progetti autonomi ma disegni e dettagli dentro cantieri altrui. Fra il 1621 e il 1623 lavora a Sant’Andrea della Valle; fra il 1631 e il 1633 partecipa all’ultimazione del baldacchino di San Pietro, dove il coronamento con le volute a dorso di delfino è riconosciuto come suo; dal 1625 è nel cantiere di Palazzo Barberini al fianco di Maderno. Alla morte di Maderno, nel 1629, la direzione passa a Bernini, di un anno più anziano e già celebre, e Borromini resta come collaboratore. È in questa posizione subalterna, pagata meno e firmata da altri, che matura la frase che gli attribuisce il biografo: chi segue altri non gli va mai avanti.

Come si riconosce un Borromini: cinque cose da guardare

Un edificio di Borromini si riconosce senza leggere targhe applicando cinque criteri che ricorrono in tutte le sue opere romane, dal 1634 al 1667: una geometria generatrice dichiarata nella pianta, muri trattati come materia plastica, luce portata dentro da fonti che non si vedono, stucco e mattone al posto dei marmi colorati, e un repertorio di curve che non appartiene al vocabolario classico.

1. La geometria generatrice: la pianta prima della decorazione

Negli edifici classici la pianta nasce da un rettangolo, un cerchio o una croce, e la decorazione la veste. In Borromini la pianta nasce da una figura costruita con riga e compasso, e tutto il resto discende da quella. A San Carlino la pianta si ottiene dalla sovrapposizione di una croce greca allungata e di un’ellisse, generata a partire da due triangoli equilateri con la base in comune sull’asse trasversale. A Sant’Ivo si parte da un triangolo equilatero, lo si raddoppia rovesciandolo e si ottiene una stella a sei punte, alla quale vengono poi sottratti e aggiunti archi di cerchio. Non è un vezzo da matematico: è il modo in cui l’edificio tiene insieme spazi minuscoli senza sembrare stretto.

2. Il muro plastico: concavo, convesso, concavo

Il secondo segnale è il muro che si muove. L’ordine inferiore della facciata di San Carlino alterna una superficie concava, una convessa e un’altra concava; la facciata dell’Oratorio dei Filippini è impostata su un andamento concavo che abbraccia chi arriva; il prospetto di Propaganda Fide su via di Propaganda ha le finestre laterali concave e quella centrale convessa. Il muro non è più un piano forato ma una superficie che risponde alla strada. Bernini muove le masse e gli spazi; Borromini muove la parete, e spesso in spazi dove una massa non ci starebbe.

3. La luce indiretta e le camere di luce

Terzo criterio: nelle sue chiese la sorgente luminosa è quasi sempre nascosta. La cupola di San Carlino è illuminata da finestre alla base che dal basso non si vedono, così che i lacunari sembrino sospesi. Nelle navate minori del Laterano usa quelle che gli studiosi chiamano camere di luce, vani ricavati nello spessore murario che diffondono il chiarore senza mostrare la finestra. L’effetto opposto a quello berniniano della cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria, dove il fascio di luce dorata è esibito come un attore in scena.

4. Stucco, mattone e intonaco al posto del marmo colorato

Il quarto segnale è cromatico, e si nota entrando: dentro un Borromini manca il colore. Niente marmi mischi, niente bronzi dorati, niente diaspri. Bianco di stucco e di intonaco, con le sagome a fare il lavoro che altrove fanno le pietre pregiate. In parte è povertà dei committenti, in parte scelta: il mattone dell’Oratorio dei Filippini è lavorato con una perizia da orafo, con giunti da due o tre millimetri nella parte centrale e mattoni sottili color paglierino che si staccano dal rosato delle ali. Ai materiali di pregio preferiva materiali umili nobilitati dalla tecnica, e chi cerca il fasto barocco nei suoi interni resta spiazzato.

5. Curve non classiche: parabole, triangoli, spirali

Ultimo criterio: il repertorio delle curve. Nel vocabolario classico si usano cerchi e loro porzioni. Borromini introduce ovali fuori asse, andamenti mistilinei, profili che gli storici hanno descritto come parabolici, triangoli e stelle a sei punte, e la spirale, che compare come coronamento della lanterna di Sant’Ivo e non ha precedenti in un edificio sacro romano. Aggiunge un repertorio decorativo suo: volute, cartocci, erme, cherubini usati come colonne, capitelli rovesciati. Sono gli elementi che nel Settecento gli costeranno l’accusa di capriccio, e che dall’Ottocento in poi hanno rimesso in circolo il suo nome.

San Carlo alle Quattro Fontane: la chiesa grande come un pilastro di San Pietro

La chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, che i romani chiamano San Carlino, occupa l’angolo fra via del Quirinale e via delle Quattro Fontane e copre una superficie paragonabile a quella di uno solo dei quattro piloni che sostengono la cupola di San Pietro. Chiesa, chiostro e convento furono realizzati fra il 1634 e il 1644 per i Trinitari scalzi spagnoli, insediati a Roma dal 1609, con il patrocinio del cardinal nipote Francesco Barberini. È l’edificio da cui conviene cominciare qualunque itinerario borrominiano, perché contiene in nuce tutto quello che l’architetto svilupperà altrove.

Il chiostro, cioè la prima cosa che ha progettato

Il chiostro è la parte più antica del complesso: ideato nel 1635 e ultimato nel 1644. La pianta parte da un rettangolo e taglia i quattro angoli con linee convesse, ottenendo un ottagono irregolare; il loggiato inferiore è scandito da serliane che agli angoli diventano convesse, quello superiore da colonne, con una balaustra i cui pilastrini triangolari sono alternati dritti e rovesci.

La chiesa e la cupola a nido d’ape

La chiesa fu iniziata nel 1638. La pianta è mistilinea, con absidi semicircolari ai vertici dell’asse maggiore; sopra, un ovale scavato da croci, esagoni e ottagoni che si rimpiccioliscono salendo verso la lanterna, dove compare il triangolo della Trinità con la colomba dello Spirito Santo. La diminuzione progressiva dei cassettoni è un espediente prospettico che fa sembrare la cupola più alta di quanto sia. Ricorre ovunque il numero tre, per via della devozione trinitaria dei committenti: angeli nei pennacchi, nicchie, file di cassettoni, decorazioni delle finestre.

La facciata: metà sua, metà del nipote

Il dato che va detto con precisione è che la facciata su strada non è interamente di Borromini. Fu progettata e avviata a partire dal 1664, e alla morte dell’architetto, nel 1667, era completata solo nella metà inferiore. I lavori proseguirono dal 1670 al 1680 sotto il nipote Bernardo Borromini, sulla scorta dei disegni del maestro; il campanile attuale è del 1670, in sostituzione di quello quadrangolare demolito per sistemare il corpo convesso all’angolo. La statua di San Carlo Borromeo nella nicchia principale è di Antonio Raggi e fu posta nel 1680, tredici anni dopo la morte del progettista. Quando si legge che Borromini lavorò a questa facciata fino all’ultimo giorno, è vero; quando si legge che la vide finita, non lo è.

Che cosa sapere prima di andarci

San Carlino è una chiesa officiata, non un museo, e l’accesso segue gli orari della comunità religiosa, che negli anni sono cambiati più volte e che possono variare per celebrazioni e lavori. Non pubblichiamo un orario che non possiamo confermare oggi: conviene verificarlo per telefono o sul posto poco prima della visita, sapendo che nelle prime ore del pomeriggio molte chiese romane restano chiuse. L’ingresso alla chiesa è libero; l’accesso al chiostro e alla cripta dipende dalla presenza di chi apre. La fermata di metropolitana più vicina è Barberini, sulla linea A, a circa cinque minuti a piedi in salita lungo via delle Quattro Fontane.

Immagine: la facciata di San Carlo alle Quattro Fontane vista di scorcio dall’incrocio, con l’alternanza concava e convessa dell’ordine inferiore.

Sant’Ivo alla Sapienza e la lanterna a spirale

La chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza si trova in fondo al cortile del palazzo della Sapienza, fra corso del Rinascimento e piazza Sant’Eustachio, ed è considerata il capolavoro di Borromini. I lavori cominciarono nel 1643, dopo una progettazione iniziata molto prima, e proseguirono per oltre vent’anni: una prima fase fino al 1655, una ripresa nel 1659, la consacrazione nel 1660, il completamento della Biblioteca Alessandrina dopo la morte dell’architetto. Il vincolo era brutale: il cortile porticato e la sua esedra erano già stati fissati da Giacomo della Porta, e lo spazio disponibile era un quadrilatero ristretto.

La stella a sei punte e le tre api

La pianta si costruisce così: un triangolo equilatero, un secondo triangolo rovesciato sovrapposto al primo, una stella a sei punte che occupa tutta l’area disponibile, e poi sottrazioni e addizioni di porzioni circolari secondo uno schema rigoroso. Il risultato è un perimetro mistilineo che la cupola ricalca fedelmente, trasformandosi gradualmente in un cerchio perfetto al vertice. Il triangolo rimanda alla Trinità; la lettura più diffusa vede nella figura risultante anche tre api stilizzate, cioè l’emblema araldico dei Barberini, dato che la chiesa fu avviata sotto Urbano VIII. È una lettura tradizionale e plausibile, non un dato documentato dal progettista: la riportiamo come interpretazione, non come certezza.

La lanterna, il faro e la gabbia di ferro

All’esterno il tamburo è articolato su linee convesse, sopra sale una gradinata di dodici gradini e poi la lanterna, composta da sei parti concave con doppie colonne, sormontata da una spirale che si avvita verso l’alto e termina con fiamme di pietra, una gabbia di ferro e un globo. La spirale non ha corrispondenza all’interno: la lanterna, vista da sotto, è un cilindro rotondo che finisce molto prima. È un falso strutturale dichiarato, e va guardato per quello che è, un’immagine. Fra i riferimenti che gli studiosi propongono ci sono il faro di Alessandria (sui merli della lanterna sono scolpiti dei gabbiani di pietra, dettaglio che il visitatore attento riesce a cogliere da piazza Sant’Eustachio con un teleobiettivo) e la torre di Babele delle raffigurazioni antiche. Anche qui: ipotesi degli storici, non didascalie firmate dall’architetto.

Quando si entra, e perché spesso non si entra

Sant’Ivo alla Sapienza è il caso più frustrante dell’itinerario: si vede benissimo da fuori e si visita di rado. Dopo l’Unità la chiesa fu chiusa al culto e usata come archivio universitario per decenni; fu riaperta negli anni Venti del Novecento grazie all’insistenza di don Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, che ne fu parroco fra il 1928 e il 1935 insieme ad Angelo Roncalli. Oggi la chiesa ospita il Centro culturale Paolo VI e l’apertura tradizionale è la domenica mattina, nelle due ore che precedono la messa delle 11. È una consuetudine, non una garanzia: l’apertura salta per chiusure estive, lavori ed eventi universitari, e chi organizza la visita dovrebbe verificarla prima, senza dare per scontato che il cortile sia accessibile in settimana. Il cortile della Sapienza è comunque il punto migliore per vedere il tamburo e la lanterna per intero.

L’Oratorio dei Filippini: la facciata che abbraccia

L’Oratorio dei Filippini sorge a sinistra della chiesa di Santa Maria in Vallicella, la Chiesa Nuova, in piazza della Chiesa Nuova, e fu costruito da Borromini a partire dal 1637, quando vinse il concorso bandito dalla Congregazione di san Filippo Neri. Il complesso comprende l’oratorio vero e proprio, la sacrestia, la residenza dei padri, tre cortili e la biblioteca: la Biblioteca Vallicelliana, che è ancora oggi una biblioteca pubblica statale e si visita con le regole di una sala di lettura, non di un museo.

Perché la facciata è curva e di mattoni

La facciata è divisa in cinque settori da lesene impostate su una pianta concava; il timpano ha per la prima volta una sagoma mistilinea, che unisce curve e spigoli. L’architetto stesso descrisse l’oratorio come un corpo umano con le braccia aperte, che abbraccia chiunque entri: è una delle poche dichiarazioni di intenti che abbiamo di sua mano, ed è il motivo per cui questa facciata va guardata frontalmente, da metà piazza, non di sbieco. Il materiale è il mattone, imposto dalla committenza, e Borromini ne fa una questione di tecnica: laterizi sottili color paglierino nella zona centrale con giunti da due o tre millimetri, mattoni normali rosati con giunti da circa un centimetro nelle parti laterali, angolo annullato da una porzione muraria concava.

Sant’Agnese in Agone: quanto è davvero di Borromini

La chiesa di Sant’Agnese in Agone, su piazza Navona, è l’opera che viene attribuita a Borromini più spesso di quanto i documenti consentano. La successione dei fatti è questa: il primo progetto è del 1652 ed è di Girolamo Rainaldi, affiancato dal figlio Carlo, su commissione di Innocenzo X Pamphilj, che voleva una cappella gentilizia annessa al palazzo di famiglia. Borromini subentra nella direzione dei lavori e la tiene dal 1653 al 1657. Dopo la sua uscita il cantiere torna ai Rainaldi, e la costruzione viene completata da Carlo Rainaldi nel 1672, cinque anni dopo la morte di Borromini.

Che cosa cambiò Borromini nel progetto dei Rainaldi

Gli interventi documentati sono due, e sono decisivi per l’aspetto che la chiesa ha oggi. Il primo: soppresse il vestibolo previsto in origine, e da quella soppressione ricavò la facciata concava, che arretra al centro e si incurva ai lati. Il secondo: aumentò la distanza fra i due campanili inglobati nel prospetto, liberando la vista sulla cupola, che nel progetto Rainaldi restava schiacciata e che lui verticalizzò. In altre parole: la pianta a croce greca non è sua, l’idea della chiesa non è sua, ma il modo in cui la facciata funziona sulla piazza sì. Il tamburo della cupola è opera di Giovanni Maria Baratta, la lanterna di Carlo Rainaldi.

Gli interni, che sono di altri

Dentro, quasi nulla è borrominiano. La statua di Sant’Agnese nel transetto destro è di Ercole Ferrata, quella di San Sebastiano di Pier Paolo Campi; i pennacchi della cupola furono dipinti fra il 1667 e il 1671 da Giovan Battista Gaulli detto il Baciccia, l’affresco della cupola è di Ciro Ferri terminato da Sebastiano Corbellini. Nel sotterraneo, ricavato da un oratorio medievale, si trova il rilievo marmoreo con il miracolo dei capelli di Sant’Agnese di Alessandro Algardi. L’altare maggiore fu eseguito fra il 1720 e il 1724 su progetto di Carlo Rainaldi. Attribuire a Borromini l’insieme di Sant’Agnese è un errore diffuso anche in guide stampate: la chiesa è un’opera collettiva di cui lui ha disegnato il fronte.

Come si visita e cosa c’è sotto la piazza

La chiesa è aperta al culto e alla visita con orari propri, che il rettorato aggiorna sul sito ufficiale e che comprendono chiusure nelle prime ore del pomeriggio; negli ultimi anni ha ospitato anche attività concertistiche, e fra il 2017 e il 2026 la cripta è stata oggetto di un intervento di studio e restauro conservativo sotto la direzione della Soprintendenza. Prima di programmare una visita conviene controllare lo stato dei lavori. A pochi metri, sotto il lato nord della piazza, si visitano i resti dello stadio di Domiziano, che spiegano la forma allungata di piazza Navona meglio di qualsiasi ricostruzione.

La leggenda di piazza Navona, smontata con le date

Le due date che chiudono la questione

La storia che la statua del Rio de la Plata nella Fontana dei Quattro Fiumi alzi il braccio per paura che la facciata di Sant’Agnese le crolli addosso, e che il Nilo si copra il volto per non vederla, è cronologicamente impossibile. La fontana di Bernini fu realizzata fra il 1648 e il 1651. Borromini arrivò nel cantiere di Sant’Agnese nel 1653, e la facciata che quelle statue dovrebbero deridere non esisteva quando furono scolpite. Il Nilo ha il capo velato perché all’epoca le sorgenti del fiume erano sconosciute, ed è un motivo iconografico ricorrente, non una battuta.

La Galleria prospettica di Palazzo Spada: otto metri che ne sembrano trentacinque

La galleria prospettica di Palazzo Spada, in piazza Capo di Ferro, è lunga 8,82 metri e produce l’illusione di una colonnata di circa 35 metri: le fonti oscillano fra 35 e 37 metri di lunghezza apparente, e la differenza dipende dal punto di vista assunto nel calcolo. Fu costruita in un solo anno, fra il 1652 e il 1653, per il cardinale Bernardino Spada, che aveva comprato il palazzo nel luglio 1632 e che aveva un interesse personale per i giochi prospettici. Borromini fu affiancato dal matematico agostiniano padre Giovanni Maria da Bitonto.

Come funziona l’inganno

Il meccanismo è semplice da enunciare e difficile da costruire: tutti i piani convergono verso un unico punto di fuga. Il pavimento a mosaico sale, il soffitto scende, le colonne diminuiscono di altezza e le intercolumnie si stringono man mano che ci si allontana dall’ingresso. In fondo, oltre il cancello, una statuetta di guerriero di età romana, alta appena 60 centimetri, fatta collocare nel 1861 dal principe Clemente Spada, sembra a grandezza naturale.

Che cosa si vede oggi e quanto costa

La Galleria Spada è aperta dal lunedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30, con chiusura il martedì e biglietteria che chiude alle 19.00; il biglietto intero costa 6 euro e il ridotto 2 euro, con ingresso gratuito la prima domenica del mese, secondo il sito ufficiale della galleria. Sono in vigore agevolazioni e gratuità di legge, e per i gruppi superiori a sei persone la prenotazione è obbligatoria nei giorni feriali. Il palazzo ospita anche il Consiglio di Stato: le sale del piano nobile si visitano solo con visite guidate su prenotazione, in date stabilite. La prospettiva si guarda da dietro un cancello e non si percorre: chi la fotografa deve mettersi esattamente sull’asse.

Il quartiere intorno

Piazza Capo di Ferro è a due passi da Campo de’ Fiori e da via Giulia, dove si allineano Palazzo Falconieri, la chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte, la Santissima Trinità dei Pellegrini e, in fondo, la basilica di San Giovanni dei Fiorentini, dove l’itinerario si chiude.

San Giovanni in Laterano: il rifacimento innocenziano del 1646

La basilica di San Giovanni in Laterano è il cantiere più grande della carriera di Borromini, e il meno riconoscibile a prima vista, perché lavorava dentro una basilica costantiniana che non poteva demolire. Innocenzo X gli affidò dal 1646 il rinnovamento radicale dell’interno, con l’obiettivo di arrivare in ordine all’anno giubilare 1650. Il vincolo era doppio: conservare il soffitto cinquecentesco e il pavimento cosmatesco, che restaurò e integrò, e non perdere le colonne antiche della navata.

Le colonne nascoste dentro i pilastri

La soluzione è uno dei gesti più audaci del Seicento romano: Borromini racchiuse le colonne dell’antica navata centrale dentro nuovi pilastri, alternati ad archi e scanditi da un ordine colossale di paraste. Le colonne antiche non furono distrutte, furono inglobate: sono ancora lì dentro, invisibili. Sui pilastri ricavò nicchie a forma di tabernacolo, riutilizzando parte delle colonne di marmo verde antico che sostenevano le volte delle navate laterali. Nel secondo ordine alternò ai finestroni cornici ovali con motivi di palma, alloro e quercia, dentro le quali lasciò a vista, come reliquie, lacerti della muratura costantiniana.

Le statue degli apostoli non sono sue

Le dodici nicchie borrominiane rimasero vuote per decenni. Solo verso la fine del 1702 Clemente XI e il cardinale Benedetto Pamphilj, arciprete della basilica, annunciarono di volerle riempire con dodici sculture monumentali degli Apostoli, ciascuna finanziata da un principe diverso. Le statue che oggi si vedono, di Camillo Rusconi, Pierre Le Gros, Angelo de’ Rossi e altri, sono quindi di mezzo secolo posteriori al progetto architettonico: la maggior parte degli scultori lavorò su schizzi di Carlo Maratta, con l’eccezione di Le Gros, che rifiutò di seguirli. Chi guarda l’interno del Laterano come un’opera unitaria sbaglia epoca di due generazioni.

Come arrivare e che cosa aggiungere alla visita

La basilica si raggiunge con la metropolitana A, fermata San Giovanni, oltre che con tram e autobus. L’ingresso in basilica è gratuito, mentre chiostro e battistero hanno biglietti e orari propri, da verificare sui canali ufficiali della basilica papale; dall’altro lato della piazza la Scala Santa ha regole di accesso sue.

Sant’Andrea delle Fratte: il campanile bianco e il tiburio grezzo

La basilica di Sant’Andrea delle Fratte, in via di Sant’Andrea delle Fratte a pochi minuti da piazza di Spagna, conserva due elementi borrominiani che vanno guardati da fuori, dal vicolo, prima di entrare: il campanile e il tiburio della cupola, realizzati durante i lavori seicenteschi, fra il 1653 e il 1658. La facciata che si vede sulla strada non è sua: fu costruita soltanto nel 1862 su progetto di Pasquale Belli, finanziata da una donazione del cardinale Ercole Consalvi, in forme neoclassiche.

Erme di Giano, contrafforti a croce e i due angeli di Bernini

Il campanile è a due ordini e i capitelli del secondo sono erme di Giano bifronte, dettaglio che da terra si coglie male; il tiburio è rinforzato da contrafforti diagonali che disegnano la croce di Sant’Andrea, strumento del martirio del santo titolare. Il contrasto più istruttivo è fra il campanile, bianco e curatissimo, e il tiburio rimasto senza rivestimento, ancora in mattone grezzo: il complesso è incompiuto. Dentro, sui pilastri del presbiterio, si trovano due statue di Angeli con i simboli della Passione di Gian Lorenzo Bernini, scolpite per Ponte Sant’Angelo, giudicate troppo preziose per restare all’aperto e donate alla chiesa dagli eredi dello scultore nel 1729. La chiesa è parrocchia dei Minimi e santuario della Madonna del Miracolo: orari legati alle celebrazioni, ingresso libero.

Il palazzo di Propaganda Fide e la Cappella dei Re Magi

Il palazzo di Propaganda Fide, fra piazza di Spagna e via di Propaganda, è il luogo dove il confronto fra Bernini e Borromini si può vedere in pianta, girando l’angolo. Fra il 1642 e il 1644 Urbano VIII incaricò Bernini di progettare la facciata sul fronte di piazza di Spagna. Alcuni anni dopo, dal 1646 e per tutto il ventennio successivo, fu Borromini a occuparsi del palazzo, realizzando la facciata su via di Propaganda e demolendo le preesistenze berniniane all’interno.

La facciata di via di Propaganda

Il prospetto borrominiano è organizzato intorno a poderose paraste di ordine gigante; fra di esse le finestre delle ali laterali sono concave, mentre quella centrale è convessa, e il cornicione su mensole che separa il piano nobile dall’attico ha la porzione centrale a sua volta concava. È un muro in movimento continuo dentro una strada strettissima, che non permette di vederlo a distanza: bisogna arretrare fin dove si può e guardarlo di scorcio. Sulla stessa via si affaccia il fianco della sede della Congregazione, oggi Dicastero per l’evangelizzazione, che dal 1929 è possedimento extraterritoriale della Santa Sede.

La Cappella dei Re Magi, al posto di quella di Bernini

All’interno, Borromini demolì la piccola chiesa dedicata al culto dei Magi progettata da Bernini e la sostituì nel 1666 con un oratorio suo, la Cappella dei Re Magi, ultimo grande interno della sua carriera. Non è una cappella visitabile liberamente: il palazzo si visita su accordo, e all’interno si trova anche un museo con dipinti in gran parte poco noti. Chi vuole vederla deve muoversi in anticipo, contattando l’istituzione e chiedendo le condizioni di accesso del momento: non esiste un orario pubblico continuativo, e presentarsi all’ingresso sperando in un permesso a vista è tempo perso.

Palazzo Barberini: chi ha fatto che cosa, e dov’è la scala di Borromini

A Palazzo Barberini lavorarono tre architetti in successione, e attribuire l’edificio a uno solo di loro è sbagliato. Il progetto è dell’anziano Carlo Maderno, coadiuvato da Borromini, e il cantiere corre fra il 1625 e il 1633. Alla morte di Maderno, nel 1629, la direzione passa a Gian Lorenzo Bernini, sempre con la collaborazione di Borromini, al quale si devono numerosi particolari costruttivi e decorativi. È la fase in cui il rapporto fra i due si guasta: Bernini firma, Borromini esegue e viene pagato come collaboratore.

Le due scale, che è il confronto più utile di Roma

Il palazzo conserva due scale monumentali in due ali diverse, ed è il modo più rapido di capire la differenza fra i due architetti. Nell’ala nord lo scalone d’onore di Bernini, a pianta quadrata, largo e scenografico, pensato per una salita in corteo. Nell’ala sud la scala elicoidale di Borromini, ovale, a spirale continua, con colonne binate che accompagnano la salita e una vertigine che si apprezza guardando dal basso verso l’alto lungo l’occhio centrale. Sono contemporanee, sono nello stesso palazzo, e risolvono lo stesso problema in due modi opposti. Di Borromini nel palazzo sono anche alcune finestre e le porte del salone.

Come si visita

Il palazzo ospita la Galleria Nazionale d’Arte Antica, che ha biglietto, giorno di chiusura settimanale e orari pubblicati sul sito ufficiale del museo e che negli ultimi anni ha modificato più volte percorsi e tariffe, anche in occasione di mostre: il dato va verificato prima di partire, e non lo riportiamo qui per non fissare una cifra che cambia. L’accesso alla scala elicoidale dipende dal percorso di visita in vigore e non è sempre garantito. Nello stesso complesso, in via delle Quattro Fontane, si trova il Mitreo Barberini, visitabile solo su prenotazione con calendari ridotti, e poco più in là la cappella di Santa Rosalia.

Palazzo Falconieri, Santa Maria dei Sette Dolori e gli altri cantieri

Oltre alle grandi opere, Borromini ha lasciato a Roma una serie di interventi minori che completano il quadro e che nessun itinerario standard include, perché quasi nessuno di essi ha un orario di visita.

Palazzo Falconieri, su via Giulia

Palazzo Falconieri sorge su via Giulia, accanto alla chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte. L’edificio è cinquecentesco, appartenuto ai Ceci, poi agli Odescalchi e ai Farnese; nel 1638 Orazio Falconieri incaricò Borromini di ampliarlo, portandolo da otto a undici assi di finestre. Ai lati della facciata su via Giulia si vedono due grandi erme con busto femminile e testa di falco, allusione araldica al nome della famiglia, attribuite almeno in parte a Borromini. Sul prospetto verso il Tevere si apre la loggia a tre arcate del 1646, che si guarda bene dal lungotevere o dal ponte. Oggi il palazzo è sede dell’Accademia d’Ungheria, che vi si insediò nel 1927: le aperture al pubblico dipendono dal programma culturale dell’istituto e vanno cercate volta per volta.

Santa Maria dei Sette Dolori, alle pendici del Gianicolo

La chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori, in via Garibaldi, alle pendici del Gianicolo, fu progettata per il monastero delle oblate agostiniane fondato da Camilla Virginia Savelli Farnese, duchessa di Latera. I lavori cominciarono negli anni Quaranta del Seicento e si interruppero nel 1655 per mancanza di fondi, per riprendere poi con altri. La facciata è rimasta incompiuta, in mattoni grezzi, articolata su linee concave e convesse: è uno dei pochi luoghi dove si vede a nudo la struttura di un fronte borrominiano senza il rivestimento previsto. Il vestibolo interno ha una pianta centrale mistilinea che gli studiosi collegano ad alcuni ambienti di Villa Adriana. Parte del monastero è stata acquistata da privati e trasformata in struttura ricettiva: l’accesso alla chiesa non è continuativo e va verificato in loco.

Gli altri interventi sparsi per la città

Completano l’elenco: la cappella della Trinità in Santa Lucia in Selci, decorata fra il 1638 e il 1639; il vestibolo e lo scalone di palazzo di Spagna, fra il 1645 e il 1648; gli interventi in palazzo Giustiniani fra il 1650 e il 1652; la cappella Spada in San Girolamo della Carità, intorno al 1660, che imita in marmo un apparato funebre provvisorio; gli ampliamenti del convento annesso alla basilica di Sant’Agostino fra il 1659 e il 1662; e i lavori a palazzo Carpegna per il cardinale Ulderico Carpegna, vicino alla Fontana di Trevi. Nessuno di questi luoghi ha un orario turistico: vanno considerati approfondimenti per chi torna a Roma, non tappe di un primo giro.

Borromini e Bernini: la rivalità vera e quella raccontata

Il rapporto fra Borromini e Bernini è documentato come una rivalità professionale lunga e aspra, ma non è mai stato il duello simmetrico fra due pari che il racconto popolare descrive. La differenza di posizione è il punto centrale: Bernini era scultore, architetto, scenografo e uomo di corte, capace di ottenere e mantenere le commissioni papali; Borromini era un architetto puro, cresciuto come scalpellino, senza le doti cortigiane che servivano. Per anni lavorarono insieme, con Bernini nel ruolo di direttore e Borromini in quello di collaboratore retribuito come tale.

Che cosa è documentato

Sono documentati: la collaborazione ai cantieri di San Pietro e di Palazzo Barberini fra il 1629 e i primi anni Trenta; il contributo borrominiano al coronamento del baldacchino; la segnalazione di Bernini che porta Borromini alla nomina di architetto della Sapienza nel 1632; il fatto che sotto Innocenzo X, ostile ai Barberini e quindi al loro artista prediletto, Borromini ottenne le commissioni maggiori mentre Bernini attraversava una fase difficile, aggravata dalla vicenda dei campanili di San Pietro; e il ritorno di Bernini al centro della scena con Alessandro VII, dal 1655, che coincide con l’isolamento professionale di Borromini.

Che cosa invece appartiene alla tradizione popolare

Appartengono alla tradizione popolare, e vanno etichettate come tali: il gesto delle statue di piazza Navona; l’idea che Bernini abbia sabotato materialmente i cantieri del rivale; la lettura del suicidio come conseguenza diretta di un’umiliazione inflitta da Bernini. Quest’ultima è la più insidiosa, perché mette in fila due fatti veri, il declino professionale dopo il 1655 e la morte del 1667, e li lega con un nesso che le fonti non stabiliscono. Baldinucci, che è il biografo settecentesco a cui dobbiamo il ritratto caratteriale di Borromini, parla di umore malinconico e di ipocondria, cioè di una sofferenza che precedeva di molto gli ultimi anni.

Il confronto da fare sul posto: due chiese a duecento metri

Il modo migliore per capire la differenza fra i due non è leggere un aneddoto ma camminare duecento metri lungo via del Quirinale. Da una parte San Carlino, con la sua pianta mistilinea, il bianco, lo spazio contratto e la cupola scavata. Dall’altra Sant’Andrea al Quirinale di Bernini, con l’ellisse disposta di traverso, i marmi colorati, la luce dorata e la scenografia della Gloria sopra l’altare. Stessa strada, stessi anni, stesso ordine di grandezza, due idee opposte di che cosa debba fare un edificio sacro. Dieci minuti di cammino e il tema è chiaro meglio di qualunque pagina scritta, compresa questa.

La morte del 1667 e la tomba a San Giovanni dei Fiorentini

Borromini morì a Roma il 2 agosto 1667, per una ferita che si era inflitto da solo la notte precedente. I fatti sono noti perché esiste una sua deposizione, raccolta e messa per iscritto nelle ore fra il ferimento e la morte, ed esiste la testimonianza del diarista Carlo Cartari Febei. Li riportiamo perché sono documentati e perché la vicenda viene spesso raccontata con dettagli inventati, non perché il dettaglio abbia un valore di per sé.

Che cosa dicono le fonti

Nell’estate del 1667 l’architetto, da tempo sofferente di disturbi nervosi, era debilitato da febbri ricorrenti e da un’insonnia cronica, e i medici gli avevano prescritto riposo assoluto. La sera del primo agosto chiese al servitore un lume per scrivere; il servitore, che eseguiva le disposizioni del medico, rifiutò. Borromini prese allora la spada, ne appoggiò il pomo a terra o contro il letto e vi si lasciò cadere sopra con tale forza, si legge nella sua stessa deposizione, che la lama lo attraversò da parte a parte.

Le ore successive e il testamento

La morte non fu immediata: sopraggiunse il mattino dopo. In quelle ore Borromini spiegò l’accaduto, ricevette i sacramenti e dettò le proprie disposizioni. Nominò esecutore testamentario il cardinale Ulderico Carpegna, suo antico committente, lasciandogli denaro e oggetti di valore per, scrisse, il debito infinito che aveva verso di lui. Chiese di essere sepolto nella tomba del parente Carlo Maderno, nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini, e volle che sulla sepoltura non comparisse alcun nome. Prima di morire fece bruciare i propri disegni, perché non finissero nelle mani altrui: è la ragione per cui il suo corpus grafico è molto più lacunoso di quello di Bernini.

Dove si trova oggi la tomba

La volontà di restare anonimo fu rispettata per quasi tre secoli. Solo nel 1955 il nome di Borromini fu aggiunto alla lapide marmorea sotto la tomba di Maderno, e l’ambasciata svizzera a Roma fece collocare su un pilastro della chiesa una targa commemorativa con un’iscrizione latina che elenca le sue opere romane: l’Oratorio dei Filippini, Sant’Ivo, Sant’Agnese in Agone, il rifacimento del Laterano, Sant’Andrea delle Fratte, San Carlo al Quirinale, Propaganda Fide e l’altare maggiore di quella stessa chiesa. Chi arriva in basilica cercando un monumento funebre scenografico non lo trova: sono una lastra a pavimento e una targa a parete, ed è il finale coerente con tutto il resto.

Itinerario: come mettere in fila le opere in mezza giornata o in un giorno

Le architetture borrominiane si concentrano in due aree, il Quirinale con il tratto verso piazza di Spagna e il Campo Marzio con la zona di via Giulia, più il Laterano, che resta a sé. Un itinerario ragionevole tiene conto di due vincoli: le chiese chiudono a metà giornata, e Sant’Ivo apre di fatto solo la domenica mattina. Chi ha un giorno solo e vuole vedere anche l’interno di Sant’Ivo deve quindi programmare la visita di domenica, mattina presto. Il primo tratto si appoggia alla metro A, fermate Barberini e Spagna, il secondo si percorre tutto a piedi: le indicazioni generali sui trasporti sono nella pagina come muoversi a Roma.

Mezza giornata: il nucleo del Quirinale

Partenza dalla metro Barberini, salita lungo via delle Quattro Fontane fino all’incrocio delle Quattro Fontane, dove si vedono contemporaneamente le quattro fontane, l’obelisco del Quirinale in fondo alla strada e la facciata di San Carlino. Visita di San Carlino e del chiostro, poi duecento metri lungo via del Quirinale fino a Sant’Andrea al Quirinale per il confronto con Bernini, con il Palazzo del Quirinale di fronte. Discesa verso piazza di Spagna per il palazzo di Propaganda Fide, che si guarda da via di Propaganda, e chiusura a Sant’Andrea delle Fratte, a due minuti. Tre ore comode, tutto gratuito tranne eventuali biglietti dei palazzi.

Giornata intera: aggiungere il Campo Marzio e via Giulia

Nel pomeriggio, o la mattina della domenica se si punta a Sant’Ivo, si passa al Campo Marzio: cortile della Sapienza e Sant’Ivo, poi piazza Navona per la facciata di Sant’Agnese e la Fontana dei Quattro Fiumi, poi piazza della Chiesa Nuova per l’Oratorio dei Filippini, e da lì a piedi fino a piazza Capo di Ferro per la Galleria Spada, che chiude il martedì. Ultimo tratto su via Giulia, con Palazzo Falconieri e le erme, fino a San Giovanni dei Fiorentini e alla tomba. San Giovanni in Laterano, che è lontano e grande, conviene metterlo in un’altra mezza giornata, magari abbinato al rione Monti.

Orari, biglietti e avvertenze pratiche

Le opere di Borromini a Roma sono in maggioranza chiese officiate e sedi istituzionali, non musei: significa che l’ingresso è quasi sempre gratuito e che l’orario è il problema. La regola pratica che consigliamo è semplice: programmare la mattina, fra le 9 e le 12, e considerare il primo pomeriggio come fascia perduta, salvo per i musei veri. Si pagano soltanto la Galleria Spada, 6 euro l’intero e 2 il ridotto, e la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, con tariffa da verificare sul sito del museo; sono gratuiti San Carlino, Sant’Ivo quando apre, Sant’Agnese in Agone, Sant’Andrea delle Fratte, la basilica lateranense e San Giovanni dei Fiorentini, mentre Propaganda Fide e Palazzo Falconieri si visitano su accordo. Nelle chiese la fotografia senza flash è in genere tollerata ma la regola la fissa il rettore di ciascuna: conviene leggere i cartelli all’ingresso. Su spalle e ginocchia coperte vale la norma comune agli edifici di culto. Sull’accessibilità la situazione è disomogenea, fra basilica lateranense e Galleria Spada praticabili e chiostri, scale e cortili con gradini: chi ha esigenze specifiche telefoni prima.

Mangiare lungo il percorso, senza cadere nelle trappole

I due tratti dell’itinerario attraversano zone molto turistiche, e valgono i segnali che riconosciamo sul campo: il menu con le fotografie dei piatti, la persona che invita a sedersi dalla porta, la signora che tira la pasta fresca in vetrina come richiamo, il locale aperto dalla mattina alla notte senza pausa di cucina, e i tavoli piazzati davanti a un monumento famoso, dove capita che il listino di dentro e quello di fuori non coincidano e che alcune voci non abbiano il prezzo scritto. Le catene con la stessa insegna ripetuta in più punti del centro vanno lasciate perdere per la ragione più semplice: i romani non ci vanno. Il criterio che funziona sempre resta guardare chi è seduto e in che lingua ordina. Per orientarsi ci sono la pagina dove mangiare a Roma e la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, curata e non sponsorizzata.

Domande frequenti su Borromini a Roma

Quali sono le opere di Borromini da vedere a Roma?

Le opere di Borromini da vedere a Roma sono San Carlo alle Quattro Fontane con il suo chiostro, Sant’Ivo alla Sapienza con la lanterna a spirale, la facciata di Sant’Agnese in Agone su piazza Navona, l’Oratorio dei Filippini, la galleria prospettica di Palazzo Spada, l’interno di San Giovanni in Laterano, il campanile di Sant’Andrea delle Fratte e la facciata di Propaganda Fide. Si visitano in un giorno pieno, tenendo conto che molte chiese chiudono a metà giornata.

Sant’Ivo alla Sapienza è sempre aperta?

Sant’Ivo alla Sapienza non è sempre aperta: l’apertura tradizionale è la domenica mattina, nelle due ore che precedono la messa delle 11, secondo quanto indica il Centro culturale Paolo VI che ha sede nella chiesa. È una consuetudine, non una garanzia: salta per chiusure estive, lavori ed eventi universitari. Il tamburo e la lanterna si vedono comunque dal cortile della Sapienza e da piazza Sant’Eustachio.

Sant’Agnese in Agone è di Borromini?

Sant’Agnese in Agone è solo in parte di Borromini: il progetto è di Girolamo Rainaldi con il figlio Carlo, del 1652, Borromini diresse i lavori dal 1653 al 1657 e Carlo Rainaldi completò la chiesa nel 1672. A Borromini si devono la soppressione del vestibolo e quindi la facciata concava, e l’allargamento della distanza fra i campanili per valorizzare la cupola. Gli interni sono di altri autori.

È vero che le statue della Fontana dei Quattro Fiumi deridono la chiesa di Borromini?

No: la storia che le statue della Fontana dei Quattro Fiumi deridano la chiesa di Sant’Agnese è tradizione popolare e non regge alle date. La fontana di Bernini fu realizzata fra il 1648 e il 1651, mentre Borromini entrò nel cantiere di Sant’Agnese nel 1653, quando quelle statue erano già scolpite. Il Nilo ha il capo velato perché all’epoca le sorgenti del fiume erano ignote.

Quanto costa visitare la Galleria Spada e la sua prospettiva?

La Galleria Spada, dove si trova la galleria prospettica di Borromini, costa 6 euro il biglietto intero e 2 euro il ridotto, con apertura dal lunedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30, chiusura il martedì e biglietteria che chiude alle 19.00, dato verificato sul sito ufficiale. L’ingresso è gratuito la prima domenica del mese. La prospettiva si osserva da dietro un cancello e non si percorre.

Dove è sepolto Francesco Borromini?

Francesco Borromini è sepolto nella basilica di San Giovanni dei Fiorentini, in via Acciaioli, nella tomba del parente Carlo Maderno, come aveva chiesto nel testamento dettato poche ore prima di morire il 2 agosto 1667. Volle che sulla sepoltura non comparisse il suo nome, e il nome fu aggiunto alla lapide solo nel 1955; sul pilastro della chiesa si trova anche una targa commemorativa posta dall’ambasciata svizzera.

Borromini e Bernini erano davvero nemici?

Borromini e Bernini furono rivali professionali documentati, ma non nemici alla pari come li racconta la tradizione: lavorarono insieme a San Pietro e a Palazzo Barberini, con Bernini nel ruolo di direttore e Borromini in quello di collaboratore. Borromini ebbe le commissioni maggiori sotto Innocenzo X, dal 1644, e perse terreno con Alessandro VII dal 1655. Gli aneddoti sui dispetti reciproci non sono documentati.

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