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Santa Caterina da Siena a Magnanapoli

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli è la chiesa barocca che chiude in alto la salita di via Nazionale, a largo Magnanapoli, sul fianco della Torre delle Milizie e a picco sui Mercati di Traiano. Venne costruita fra il 1628 e il 1641 su progetto di Giovanni Battista Soria come chiesa di un monastero femminile domenicano attivo qui dal 1574, e oggi è la chiesa principale dell’Ordinariato militare per l’Italia. Chi sale da Foro di Traiano la vede comparire in cima a una doppia scalinata che non era prevista dal progetto seicentesco: è stata aggiunta dopo l’apertura di via Nazionale, quando il livello della strada venne abbassato di parecchi metri e la piazza davanti alla chiesa sparì. L’interno, una navata sola con tre cappelle per lato, contiene marmi policromi, stucchi e un altare maggiore che è uno dei momenti più alti della scultura barocca romana: l’Estasi di santa Caterina del maltese Melchiorre Cafà, per secoli attribuita a Bernini. La difficoltà, per chi la vuole vedere, è una sola e va detta subito: gli orari sono limitati, cambiano e non sono pubblicati in forma stabile. Capita spesso di trovarla chiusa.

Santa Caterina a Magnanapoli (Rome)
Foto: Fiat 500e, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Le righe che seguono raccontano che cosa c’è dentro, chi l’ha costruita e quando (con le divergenze fra le fonti, che qui sono parecchie e vanno dichiarate), che fine ha fatto il monastero che le stava accanto, come gli sventramenti novecenteschi hanno isolato il complesso, e come si usa il terrazzamento davanti alla chiesa per guardare i Mercati di Traiano da un’angolazione che dalla strada non si ottiene.

Dove si trova Santa Caterina da Siena a Magnanapoli e come arrivarci

La chiesa si affaccia su largo Magnanapoli, lo slargo creato nel 1876 al termine di via Nazionale, fra il Quirinale e il Viminale, nel rione Monti. L’indirizzo che compare sui canali ufficiali dell’Ordinariato militare è salita del Grillo 37, la stradina che scende a fianco della chiesa verso i Fori: è lo stesso edificio, cambia solo il civico di riferimento amministrativo rispetto al largo su cui si apre il portico. Chi cerca il portone guardi in alto, sopra la balaustra.

A piedi dai Fori Imperiali

Dal Colosseo si arriva in dodici o tredici minuti risalendo via dei Fori Imperiali fino all’altezza del Foro Romano e poi voltando a destra nella salita che porta a largo Magnanapoli. Il percorso più interessante passa però da via Alessandrina e salita del Grillo: si costeggiano i Mercati di Traiano dal basso, si passa sotto la Casa dei Cavalieri di Rodi e si sbuca in cima con la chiesa già in vista. Da Campidoglio e dall’Altare della Patria sono otto minuti scarsi risalendo via Quattro Novembre. Da Fontana di Trevi se ne contano una decina passando per via della Dataria e il colle del Quirinale.

Con i mezzi pubblici

La fermata utile è quella degli autobus su via Nazionale, all’altezza di Palazzo delle Esposizioni oppure la successiva verso il largo: qui passano le linee 40, 60, 64, 70, 117, 170 e la H, cioè quasi tutto quello che collega Termini al centro storico attraverso via Nazionale. La metropolitana più comoda è Cavour, sulla linea B, da cui si risale a piedi attraverso Monti in una decina di minuti: è il tragitto che consigliamo, perché fa attraversare via dei Serpenti e via Panisperna invece del budello turistico di via Nazionale. Colosseo (linea B) dista circa dodici minuti, Barberini (linea A) circa nove. Chi arriva da Termini a piedi ci mette venti minuti in discesa costante.

Perché il portico è più alto della strada

La doppia scalinata che porta al portico non appartiene al progetto di Soria. Quando dopo l’Unità venne tracciata via Nazionale, il piano stradale di fronte alla chiesa fu abbassato in modo consistente e la piazzetta antistante scomparve: l’ingresso si ritrovò sospeso a diversi metri sopra il nuovo livello e fu necessario costruire due rampe convergenti per raggiungerlo. Sotto quelle rampe, nel 1934, è stata ricavata una cripta dedicata ai caduti, che conserva un crocifisso bronzeo di Romano Romanelli. Le fonti divergono sulla dedica esatta: l’edizione italiana la descrive come cripta dei caduti romani delle due guerre mondiali, quella inglese come cripta dedicata ai sacerdoti caduti nella Prima guerra mondiale. Riportiamo entrambe le versioni perché non siamo in grado di stabilire quale sia la formulazione corretta della dedica originaria.

Orari, ingresso e la probabilità concreta di trovarla chiusa

L’ingresso a Santa Caterina da Siena a Magnanapoli è libero e non esiste alcun biglietto: chiunque affermi il contrario sta parlando di un’altra cosa, per esempio di una visita guidata a pagamento organizzata da terzi. Il punto critico sono gli orari. La chiesa è retta dall’Ordinariato militare per l’Italia e segue un calendario di apertura limitato e variabile, legato alle celebrazioni e alle attività dell’ente più che a un orario museale. Non pubblichiamo un orario perché non ne esiste uno stabile e verificabile: indicarne uno inventato sarebbe il modo più rapido per far perdere un pomeriggio a chi legge.

Il nostro giudizio, senza giri di parole

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli non regge da sola una traversata della città. Chi ha tre giorni a Roma e la mette in programma come meta a sé stante sta sbagliando la pianificazione: il rapporto fra il tempo speso per arrivarci e la probabilità di trovarla aperta è sfavorevole. Va inserita in un percorso che comprende comunque questa zona, ad esempio una visita ai Museo dei Fori Imperiali o una passeggiata in rione Monti, con la chiesa come tentativo: se è aperta si è guadagnato un interno notevole, se è chiusa si è perso un minuto di deviazione e si resta con la vista dal terrazzamento, che da sola vale la salita.

La facciata barocca di Giovanni Battista Soria

La facciata di Santa Caterina da Siena a Magnanapoli è opera di Giovanni Battista Soria e venne portata a termine intorno al 1641, ultima parte del cantiere avviato nel 1628. È costruita su due ordini: in basso un portico a tre arcate che fa da atrio coperto, in alto un corpo più stretto con un grande finestrone centrale e un timpano triangolare a chiudere. Soria lavora qui con un vocabolario che il barocco romano stava già superando: l’impianto è ancora tardo cinquecentesco, ordinato, simmetrico, senza le curvature e le tensioni che negli stessi anni Borromini metteva in opera a poche centinaia di metri di distanza, come si vede confrontandola con le architetture raccolte nell’itinerario su Borromini a Roma.

Il portico a tre arcate

Il portico è la parte che si usa davvero, e non soltanto come elemento di architettura. Ci si ripara dalla pioggia, ci si ferma all’ombra nelle ore centrali, e soprattutto ci si affaccia: dal bordo del portico, al di sopra della balaustra della scalinata, si guarda verso il basso e si vede la Torre delle Milizie di tre quarti, con i Mercati di Traiano alle sue spalle. Sulle arcate stanno le due grandi sculture in marmo di San Domenico e Santa Caterina attribuite a Francesco De Rossi, che l’Ordinariato militare segnala fra gli elementi principali del prospetto.

Le incertezze di attribuzione sulla facciata

Su questa chiesa le fonti divulgative si contraddicono con una frequenza che merita di essere dichiarata. Sulla paternità della facciata la convergenza è piena: Soria, e su questo Wikipedia in italiano, Wikipedia in inglese, il portale Turismo Roma di Roma Capitale e il sito dell’Ordinariato militare dicono la stessa cosa. Divergono invece sulla data di conclusione, indicata da alcune fonti nel 1640, da altre nel 1641. La spiegazione più probabile è che la consacrazione (il 23 settembre 1640, da parte del cardinale Alessandro Cesarini, secondo l’iscrizione posta in chiesa sotto l’organo) abbia preceduto il completamento materiale del prospetto, che sarebbe dell’anno successivo. Riportiamo entrambe le date perché nessuna delle fonti consultate risolve il punto con un documento.

Il cantiere che non andò in porto

Prima di Soria ci aveva provato un altro architetto. Fra il 1608 e il 1613 era stata avviata la costruzione di una chiesa a spese del cardinale Scipione Borghese, su disegno di Carlo Maderno: i lavori si fermarono e di quel progetto non restò nulla di visibile. Il dato compare nella voce inglese di Wikipedia, che lo àncora alla bibliografia specialistica su Porzia Massimo e sul monastero, mentre la voce italiana lo ignora del tutto e fa partire la storia edilizia direttamente dal permesso concesso da Urbano VIII il 24 febbraio 1628. Chi legge qualcosa su questa chiesa e ci trova scritto che fu progettata da Maderno non sta sbagliando del tutto: sta citando la fase abortita, non l’edificio che si vede.

L’interno: una navata, sei cappelle e una decorazione che eccede le dimensioni

L’interno è a navata unica con volta a botte e tre cappelle per lato, per un totale di sei. La caratteristica che colpisce chi entra la prima volta è la densità: marmi policromi, stucchi dorati, rilievi e affreschi occupano ogni superficie disponibile, con un effetto che risulta sproporzionato rispetto alla pianta, che è piccola. La decorazione fu realizzata dal Seicento alla fine del Settecento, eppure il risultato appare omogeneo: è il giudizio ricorrente in letteratura, e lo condividiamo.

La volta e la Gloria di santa Caterina di Luigi Garzi

Sulla volta della navata c’è l’affresco con la Gloria di santa Caterina di Luigi Garzi, considerato uno dei suoi lavori migliori: la santa arriva in cielo, e la scena chiude il racconto che l’altare maggiore comincia in basso con l’estasi. La datazione è uno dei punti controversi. La voce italiana di Wikipedia indica seccamente il 1713. La voce inglese, appoggiandosi alla letteratura critica su Garzi, precisa che l’affresco è menzionato per la prima volta nel 1713, che una parte degli studiosi lo ritiene di quel periodo e che altri lo datano a parecchi anni prima. Il 1713 è quindi una data di prima attestazione documentaria, non una data di esecuzione accertata: chi lo riporta come anno di realizzazione sta semplificando una questione aperta.

Le cappelle di destra

Nella prima cappella a destra lavorò Benedetto Luti, che vi dipinse un affresco di putti sulla volta e la pala con la Comunione di santa Maria Maddalena, collocata fra il 1706 e il 1708. La seconda cappella a destra è quella decorata ad affresco da Giuseppe Passeri fra il 1700 e il 1703; nella stessa cappella si trovava già dal 1674 una pala di Luigi Garzi con il soggetto di Tutti i Santi, che precede di decenni il suo intervento sulla volta della navata. Nel terzo altare a destra c’è il San Domenico resuscita un fanciullo di Biagio Puccini, datato 1706.

L’altare maggiore e l’Estasi di santa Caterina di Melchiorre Cafà

L’opera per cui questa chiesa entra nei manuali è il complesso dell’altare maggiore, progettato dallo scultore maltese Melchiorre Cafà e completato entro il 1667, anno della sua morte a trentun anni. L’architettura dell’altare è impostata come se fosse una facciata di chiesa in miniatura e serve da cornice al grande rilievo marmoreo con l’Estasi di santa Caterina, anch’esso di Cafà. La santa è rappresentata in una posa deliberatamente indeterminata, sospesa su una nuvola spinta da un angelo e da alcuni putti, tutto in marmo bianco, con le parti più piatte della nuvola risolte in stucco.

Perché quel rilievo conta

Il fondo su cui la scena è incastonata è una superficie concava in marmi policromi, composta in modo che le venature suggeriscano nubi scure che si aprono per lasciar salire la santa. L’effetto è che la figura bianca sembra staccarsi dal fondo e venire trascinata verso l’alto. Tecnicamente l’opera non si lascia classificare con comodità: ha la profondità di un rilievo, l’autonomia di una statua e l’impostazione narrativa di un quadro, e occupa una posizione intermedia fra tutte e tre. È questa ambiguità a renderla un passaggio importante nella scultura barocca romana, e non la sola qualità esecutiva.

L’attribuzione sbagliata a Bernini

Per lungo tempo l’Estasi di santa Caterina è stata attribuita a Gian Lorenzo Bernini, e l’errore si trova ancora in circolazione. La ragione è comprensibile: l’impianto compositivo dialoga apertamente con l’Estasi di santa Teresa, e un visitatore che entri senza informazioni fa naturalmente quel collegamento. L’attribuzione corretta a Cafà è oggi acquisita e riportata anche dalle fonti divulgative. Chi vuole capire quanto sia vicina e quanto sia diversa la soluzione berniniana può confrontarla con le opere censite nell’itinerario su Bernini a Roma, dove il rapporto fra luce, marmo e messa in scena è lo stesso problema affrontato con altri mezzi.

I rilievi di Pietro Bracci e il tabernacolo di Marchionni

La decorazione del presbiterio venne completata nel Settecento. Sulle pareti laterali stanno i rilievi marmorei con santa Rosa da Lima e sant’Agnese da Montepulciano di Pietro Bracci, datati 1755, che alcune schede descrivono come stucchi e altre come marmi: la discrepanza esiste, la segnaliamo e non la risolviamo. Sull’altare maggiore c’è il tabernacolo a forma di ciborio in lapislazzuli, agata e bronzo dorato disegnato da Carlo Marchionni. Anche qui le date ballano: la voce inglese indica il 1785, una didascalia della voce italiana il 1787, e il sito dell’Ordinariato militare lo descrive genericamente come seicentesco. La terza indicazione è quasi certamente un refuso, dato che Marchionni nacque nel 1702; fra 1785 e 1787 non siamo in grado di scegliere.

Il monastero domenicano: dal 1574 alla demolizione

La chiesa nasce come luogo di culto di un monastero femminile domenicano insediato a Magnanapoli dal 1574, e senza quella comunità non si capisce né perché l’edificio sia dove è né perché sia così decorato. Le monache erano terziarie domenicane legate al culto di Caterina da Siena e provenivano da una casa in via di Santa Chiara, vicino al Pantheon, nel luogo in cui la santa era morta nel 1380. Cercavano spazi più ampi e li trovarono qui, sul fianco del colle, acquistando in più riprese porzioni di proprietà della famiglia Conti.

Porzia Massimo e i soldi di Gregorio XIII

L’operazione fu resa possibile da due finanziamenti. Papa Gregorio XIII donò alle terziarie settemila scudi; Porzia Massimo, vedova di un Conti, ne offrì altri tremilacinquecento. Con quella somma, unita al ricavato della vendita della casa a Santa Chiara, le religiose ridussero il palazzo e alcune case attigue a un piccolo monastero, dove andarono ad abitare il 12 ottobre 1574 con la benedizione del pontefice. Il racconto è quello di Mariano Armellini nelle Chiese di Roma dal secolo IV al XIX del 1891, ripreso alla lettera dalle voci enciclopediche successive: è una fonte ottocentesca, non un documento d’archivio, e va letta come tale.

Da ventisette monache a centootto

La comunità crebbe in fretta. Erano ventisette nel 1574 e risultavano centootto nel 1626, molte provenienti da famiglie nobiliari romane, il che spiega insieme la disponibilità economica e la qualità degli artisti chiamati a lavorare. Nel 1620, diventato insufficiente lo spazio, le monache comprarono un’altra parte del palazzo del duca Camillo Conti per milleottocento scudi. Nel 1619, secondo la voce inglese di Wikipedia, il monastero acquisì anche la Torre delle Milizie: la torre duecentesca che oggi si vede isolata accanto alla chiesa era inglobata nel complesso conventuale. È il dettaglio che ribalta la percezione del luogo: quello che oggi appare come un monumento medievale libero su tre lati era, per tre secoli, un pezzo di monastero.

Gli affreschi di Antoniazzo Romano salvati dalla demolizione

Nel corridoio che porta alla sacrestia si conservano resti di affreschi di Antoniazzo Romano, il pittore romano del Quattrocento, con figure di santi fra cui santa Brigida di Svezia e santa Caterina d’Alessandria. La loro storia è un piccolo romanzo di traslochi: provengono dalla casa originaria delle monache in via di Santa Chiara, furono trasferiti in un momento imprecisato dopo il 1637 nella stanza dedicata a santa Caterina dentro il monastero di Magnanapoli e, quando quel monastero venne demolito, furono staccati ancora una volta e ricollocati nel corridoio dove si trovano adesso. Sono la cosa più antica dell’intero complesso e quasi nessuno li vede, perché il corridoio della sacrestia non è parte del percorso ordinario.

Via Nazionale, via dei Fori Imperiali e l’isolamento del complesso

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli è oggi un edificio isolato su tre lati, e questa condizione è il risultato di due cantieri urbanistici distinti, uno postunitario e uno degli anni Venti del Novecento. Nessuno dei due riguardava la chiesa: la chiesa è quello che è rimasto in piedi.

Il primo colpo: via Nazionale

Via Nazionale venne tracciata nei decenni successivi al 1870 come asse di collegamento fra la stazione Termini e il centro, e largo Magnanapoli fu creato nel 1876 come suo capolinea urbano, fra il Quirinale e il Viminale. Per rendere praticabile la pendenza il piano stradale davanti alla chiesa fu abbassato in misura consistente. La piazzetta che si vede nell’incisione di Falda scomparve, il portico rimase sospeso in aria e si dovette costruire la doppia scalinata. Chi guarda oggi il fronte della chiesa da largo Magnanapoli sta guardando un edificio progettato per essere visto da una quota che non esiste più.

Il secondo colpo: la demolizione del monastero

Negli anni Venti del Novecento, nell’ambito delle operazioni che portarono all’apertura di via dei Fori Imperiali e alla liberazione dei monumenti antichi dall’edilizia che li circondava, il monastero che affiancava la chiesa sul lato destro fu demolito quasi per intero. La voce inglese di Wikipedia indica il 1924 come anno della demolizione; quella italiana parla genericamente degli anni Venti. Lo scopo dichiarato era dare risalto alla Torre delle Milizie e ai Mercati di Traiano, che il monastero inglobava e nascondeva.

Che cosa si è perso e che cosa si è guadagnato

Il bilancio di quell’operazione va fatto per intero, senza sconti da una parte né dall’altra. Si è guadagnata la leggibilità del complesso traianeo: i Mercati di Traiano e la Colonna Traiana si vedono oggi in una continuità visiva che prima era impossibile, e senza quei lavori non esisterebbero né il Museo dei Fori Imperiali né il percorso archeologico che li attraversa. Si è persa la stratificazione: il monastero era un edificio abitato da trecentocinquant’anni, con dentro pezzi medievali, rinascimentali e barocchi, e quella materia non torna. Si è persa anche la ragione d’essere della chiesa, che è rimasta senza la comunità per cui era stata costruita e ha dovuto trovarsi un altro uso.

Il terrazzamento davanti alla chiesa e la vista sui Mercati di Traiano

La chiesa poggia su un terrazzamento che la tiene diversi metri sopra il livello di largo Magnanapoli, e quel dislivello, nato come problema, è diventato la ragione migliore per salire fin qui anche a portone chiuso. Dal ripiano davanti al portico si guarda verso nord ovest e si ha la Torre delle Milizie in primo piano di tre quarti, l’emiciclo dei Mercati di Traiano che le si apre dietro e, più in basso, la Colonna Traiana con le due chiese del Foro. È un’angolazione dall’alto che dal percorso archeologico, che si svolge tutto a quota inferiore, non si ottiene.

Da dove si guarda, esattamente

Ci sono tre affacci diversi e conviene distinguerli, perché non danno la stessa immagine. Il primo è la balaustra della doppia scalinata, appena sopra il livello del largo: si raggiunge sempre, non serve che la chiesa sia aperta, ed è il punto da cui la Torre delle Milizie si vede per intero dalla base alla sommità. Il secondo è il ripiano del portico, qualche metro più in alto, che aggiunge l’emiciclo dei Mercati sullo sfondo ma ha il parapetto che taglia la parte bassa dell’inquadratura. Il terzo è il primo tratto di salita del Grillo, la strada che scende a fianco della chiesa: da lì si perde l’altezza ma si guadagna la profondità, perché si vede la Torre e la chiesa insieme, con l’incastro fra i due edifici che era il rapporto originario.

Se è accessibile e con quali limiti

La balaustra e la scalinata sono spazio pubblico e non hanno orario: ci si arriva a qualunque ora, di giorno e di notte. Il ripiano del portico è antistante alla chiesa e resta raggiungibile anche quando il portone è chiuso, salvo cerimonie in corso con l’area transennata. Sul fronte dell’accessibilità la notizia è cattiva: l’unico modo di salire è la doppia rampa di scale, non c’è ascensore né percorso alternativo, e chi si muove in sedia a rotelle o con difficoltà motorie non raggiunge né il portico né l’ingresso. Dal marciapiede di largo Magnanapoli si vede comunque la Torre delle Milizie, ma dalla quota bassa e senza l’affaccio sui Mercati.

La luce: a che ora conviene esserci

L’affaccio guarda verso i Fori, quindi verso ovest e nord ovest. Di mattina presto si ha il sole alle spalle e i laterizi dei Mercati di Traiano restituiscono un arancione pieno, con le ombre lunghe che disegnano gli archi dell’emiciclo: è il momento migliore per capire l’architettura. Nel pomeriggio la luce arriva di fronte e si lavora in controluce, con la Torre delle Milizie che diventa una sagoma scura; funziona nell’ultima ora prima del tramonto, quando il cielo dietro la torre si colora, ma richiede di esporre sulle alte luci e accettare che il mattone vada in ombra. Nelle ore centrali, fra le undici e le quindici, la luce è piatta e il posto rende poco.

Come si lega al percorso dei Mercati

Il terrazzamento davanti alla chiesa e il museo dei Mercati di Traiano sono due quote dello stesso paesaggio. L’ingresso del museo è a via Quattro Novembre 94, a cinque minuti a piedi in discesa da qui, con apertura tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30 e ultimo ingresso un’ora prima della chiusura; le chiusure annuali sono il primo maggio e il venticinque dicembre, mentre il ventiquattro e il trentuno dicembre l’orario è ridotto. La sequenza che consigliamo è di salire prima qui, guardare l’insieme dall’alto e capire la topografia, e solo dopo scendere dentro il complesso: al contrario funziona molto meno, perché si entra senza avere in testa la forma del posto. Le informazioni del museo si trovano anche sulla nostra scheda dei Mercati di Traiano.

Una curiosità su Santa Caterina da Siena a Magnanapoli

La curiosità che regge meglio riguarda il nome del luogo, non la chiesa: nessuno sa con certezza che cosa voglia dire Magnanapoli, e le ipotesi in campo sono tre, tutte riportate da Armellini nel 1891 e nessuna dimostrata. La prima fa derivare il nome da balnea Pauli, una stazione termale romana attestata nella zona, attraverso una catena di corruzioni che passa per balneapolim, valneapolis, valneanapolis e bagnanapoli prima di arrivare alla forma attuale. La seconda lo collega alle torri e ai fortilizi dei Colonna, grandi connestabili di Napoli, titolo che si leggeva negli epitaffi del loro palazzo nella formula Magnus Neapolis Connestabilis. La terza lo fa nascere da bannum nea polis, una fortezza militare di origine bizantina.

Perché la terza ipotesi è la più interessante

La pista bizantina spiegherebbe anche altro. Dalla stessa radice deriverebbe il nome dell’intera zona circostante, la contrada militarium, e da lì il nome della Torre delle Milizie, che sorge a ridosso della chiesa e che per secoli è stata inglobata nel monastero. Sarebbe una catena etimologica coerente: una fortezza bizantina dà il nome a un quartiere, il quartiere lo dà a una torre medievale e la torre finisce dentro un convento domenicano che ci costruisce accanto una chiesa barocca. Va detto con chiarezza che si tratta di un’ipotesi fra tre e non di una ricostruzione accertata.

Santa Caterina a Magnanapoli (Rome)
Foto: Tepold, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Una cosa che non ti dice nessuno su Santa Caterina da Siena a Magnanapoli

Quello che non si legge quasi mai è che questa chiesa ha cambiato mestiere. Dal 1628 al 1924 è stata la chiesa di un monastero di clausura femminile, cioè uno spazio pensato attorno a una comunità che ci viveva accanto e che vi accedeva da dentro, attraverso il coro e i passaggi conventuali. Demolito il monastero, quella funzione è finita. Oggi è la chiesa principale dell’Ordinariato militare per l’Italia, la diocesi che segue i cattolici delle Forze armate, ed è officiata da clero diocesano. La conseguenza pratica riguarda chi la vuole visitare: il suo calendario è quello di una sede istituzionale, non quello di una parrocchia di quartiere né quello di un museo.

Che cosa comporta, concretamente

Significa che le aperture seguono le celebrazioni e gli impegni dell’ente, che nei giorni di cerimonia ufficiale l’accesso può essere riservato, e che non c’è personale di custodia con funzione di accoglienza turistica come in una chiesa gestita da un ordine religioso. Significa anche che la cripta sotto la scalinata, dedicata ai caduti, è parte integrante di questa identità e non un’aggiunta decorativa: è del 1934 e conserva un crocifisso in bronzo di Romano Romanelli. Chi arriva aspettandosi il funzionamento di una chiesa del centro aperta dalle sette alle diciannove sbaglia previsione.

Il consiglio che ti do per visitare Santa Caterina da Siena a Magnanapoli

Il consiglio operativo è di non trattarla come una meta ma come una tappa dentro una risalita, e di costruire il percorso in modo che il tragitto abbia senso anche se la chiesa è chiusa. Il tracciato che funziona meglio parte dal Foro di Traiano e dalla Colonna Traiana, entra nei Mercati di Traiano da via Quattro Novembre 94 e risale salita del Grillo fino a largo Magnanapoli. Due ore e mezza con il museo, quaranta minuti senza.

Telefonare prima, sempre

Il passaggio che quasi nessuno fa e che qui cambia il risultato è la telefonata. I numeri pubblicati dall’Ordinariato militare sono 06 6795100 con interno 209, 06 6798963 e 06 6790032. Una chiamata il giorno prima, chiedendo gli orari delle messe e se ci sono cerimonie in programma, evita l’ottanta per cento delle salite a vuoto. È lo stesso metodo che applichiamo prima di portarci un gruppo, e non esiste alternativa: non c’è un sistema di prenotazione online e non c’è un calendario pubblicato in forma stabile.

Quanto tempo mettere in conto

Per l’interno bastano venti minuti se si guarda con attenzione l’altare di Cafà, la volta di Garzi e le sei cappelle: la chiesa è piccola e non richiede di più. Per l’affaccio sui Mercati dal terrazzamento ne servono dieci, quindici se si fotografa. Chi sta costruendo una giornata piena può incastrare la sosta fra la visita ai Mercati e la discesa verso rione Monti senza sforare, e in una pianificazione come quella descritta in tre giorni a Roma occupa mezz’ora scarsa di una mattinata già dedicata ai Fori.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: la Torre delle Milizie, che tutti fotografano come monumento medievale isolato, per circa trecento anni è stata parte del monastero domenicano di Santa Caterina, che l’aveva acquisita nel 1619. Lo si legge nelle schede, viene ripetuto, e nonostante ciò quasi nessuno ne trae la conseguenza visiva: l’isolamento della torre è un prodotto del Novecento, non una condizione originaria. Fino agli anni Venti la torre era incassata in un tessuto di corpi di fabbrica conventuali che la addossavano alla chiesa.

La torre e il terremoto

Sulla Torre delle Milizie circolano numeri che vanno maneggiati con prudenza. Le ricostruzioni correnti la attribuiscono al periodo di Gregorio IX, quindi fra il 1227 e il 1241, le assegnano un’altezza intorno ai cinquantuno metri e riferiscono la perdita del coronamento superiore a un terremoto del 1348, lo stesso che in Italia centrale fece danni considerevoli. Nessuno di questi dati risulta da una fonte istituzionale: sono dati correnti in letteratura divulgativa, non misure certificate.

La foto giusta da fare a Santa Caterina da Siena a Magnanapoli

La fotografia che rende questo posto non inquadra la chiesa da sola: la mette accanto alla Torre delle Milizie, perché è quell’accostamento fra un fronte barocco del 1641 e una torre duecentesca a raccontare la storia del luogo in un fotogramma. Il punto di ripresa è il primo tratto di salita del Grillo, scendendo di una ventina di metri dal largo: da lì si tiene la facciata sulla sinistra, la torre sulla destra e la loro differenza di altezza dentro la stessa inquadratura, meglio in verticale con un grandangolo moderato.

La seconda inquadratura, dall’alto sui Mercati

Dalla balaustra della scalinata si punta verso i Mercati di Traiano e si riprende l’emiciclo dei laterizi dall’alto, con la torre a fare da elemento verticale sul bordo del fotogramma. Ora giusta: la prima mattina, sole alle spalle, mattone caldo e ombre lunghe negli archi. Le ore centrali danno luce piatta e un rosso slavato.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di questo luogo si regge su una decina di date verificabili, e conviene tenerle in fila perché è l’unico modo di capire che cosa si sta guardando.

Il cantiere della chiesa attuale

24 febbraio 1628: Urbano VIII concede il permesso di fabbricare la chiesa. 1 marzo 1628: apre il cantiere su progetto di Giovanni Battista Soria. 1631: sono completati il presbiterio e due cappelle. 1636 o 1638: i lavori riprendono dopo l’interruzione, e le fonti divergono sull’anno. 23 settembre 1640: il cardinale Alessandro Cesarini consacra la chiesa. 1641: si completa la facciata.

Dalle decorazioni al Novecento

1648 e 1650: Giuliano Finelli firma i monumenti funebri Bonanni. Entro il 1667: Melchiorre Cafà porta a termine l’altare maggiore e l’Estasi di santa Caterina, e muore a trentun anni. 1674: Luigi Garzi dipinge la pala con Tutti i Santi. 1700 al 1708: intervengono Giuseppe Passeri e Benedetto Luti. 1706: Biagio Puccini firma il San Domenico resuscita un fanciullo. 1713: prima menzione della Gloria di santa Caterina di Garzi sulla volta. 1755: rilievi di Pietro Bracci nel presbiterio. 1785 o 1787: tabernacolo di Carlo Marchionni. 1876: viene creato largo Magnanapoli al termine di via Nazionale, con l’abbassamento del piano stradale e la costruzione della doppia scalinata. 1924: demolizione quasi totale del monastero. 1934: realizzazione della cripta dei caduti sotto la scalinata. 1935: installazione dell’organo Balbiani-Vegezzi-Bossi. 1992: conclusione di un restauro.

Chi è passato da Santa Caterina da Siena a Magnanapoli

Chi è passato di qui, nel senso di chi ci ha lavorato, è un elenco che sorprende per la densità in rapporto alle dimensioni dell’edificio: Carlo Maderno con un progetto non realizzato, Giovanni Battista Soria come architetto della chiesa e della facciata, Melchiorre Cafà per l’altare maggiore, Ercole Ferrata sullo sfondo come titolare della bottega da cui Cafà proveniva, Giuliano Finelli per i monumenti funebri, Francesco De Rossi per le statue del prospetto, Francesco Rosa nella lanterna, Luigi Garzi, Giuseppe Passeri, Benedetto Luti e Biagio Puccini per i dipinti, Pietro Bracci per i rilievi settecenteschi, Carlo Marchionni per il tabernacolo. Più indietro di tutti, Antoniazzo Romano, con gli affreschi quattrocenteschi arrivati qui da un’altra casa.

Le donne che hanno fatto esistere il posto

Prima degli artisti ci sono due figure senza le quali nulla di tutto questo sarebbe stato costruito. Caterina da Siena, morta a Roma nel 1380, a cui il monastero si intitolava e il cui culto le terziarie portarono qui dalla casa di via di Santa Chiara. E Porzia Massimo, vedova di un Conti, che nel 1574 mise tremilacinquecento scudi dei propri per rendere possibile l’acquisto: è lei, insieme ai settemila scudi di Gregorio XIII, ad aver comprato il pezzo di collina su cui la chiesa sarebbe sorta cinquant’anni dopo. La comunità che ne nacque contava centootto monache nel 1626, molte di famiglie nobiliari romane, e fu quella ricchezza a pagare Cafà, Garzi e gli altri.

Che cosa c’è intorno, in ordine di distanza

Largo Magnanapoli è un nodo di passaggio fra tre zone diverse e in dieci minuti a piedi si raggiunge molto. Sullo stesso largo, di fronte alla chiesa, c’è il giardino di Villa Aldobrandini, ottomila metri quadri di parco pensile con ingresso da via Mazzarino, raggiungibile da due rampe di scale che colmano il dislivello con via Nazionale: gli orari sono stagionali e vanno verificati con la Sovrintendenza Capitolina, perché cambiano fra estate e inverno.

Scendendo verso i Fori

In cinque minuti si è ai Mercati di Traiano e al Foro di Traiano, con la Colonna Traiana e le due chiese del Foro Traiano. Poco oltre ci sono la Casa dei Cavalieri di Rodi, le Domus Romane di Palazzo Valentini e la Basilica dei Santi XII Apostoli. Continuando si arriva a Campidoglio, ai Musei Capitolini, a Santa Maria in Aracoeli e a Palazzo Venezia, e poi al Foro Romano con l’Arco di Settimio Severo e la Curia Iulia.

Salendo verso il Quirinale

Dalla parte opposta si sale in otto minuti al Palazzo del Quirinale con l’Obelisco del Quirinale e le Scuderie del Quirinale. Sul colle ci sono Sant’Andrea al Quirinale, San Carlo alle Quattro Fontane con l’incrocio delle Quattro Fontane, San Silvestro al Quirinale e più avanti Palazzo Barberini. Su via Nazionale, in discesa, ci sono Palazzo delle Esposizioni e la Basilica di San Vitale.

Dentro Monti

Scendendo dalla parte di via Panisperna si entra nel rione Monti, con Sant’Agata dei Goti, la Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, San Pietro in Vincoli, Santa Pudenziana e Santa Prassede, fino a Santa Maria Maggiore. Verso il Colle Oppio ci sono la Domus Aurea e il Colosseo. Chi ha poco tempo e vuole capire come incastrare queste tappe può partire da Roma in un giorno oppure, se ha più giorni, da una settimana a Roma. Per gli spostamenti resta utile la guida su come muoversi a Roma, e chi punta ai giorni gratuiti trova il calendario su musei gratis a Roma.

Dove mangiare intorno a largo Magnanapoli

Qui va detta una cosa prima di tutto il resto: largo Magnanapoli è zona di passaggio e di uffici, non di cucina. Il traffico pedonale è fatto di impiegati a pranzo e di turisti che risalgono dai Fori verso via Nazionale, e l’offerta che si trova nel raggio di cento metri è calibrata su quel doppio flusso, cioè veloce e senza alcun motivo di essere buona. Chi vuole mangiare decentemente scenda a Monti, verso via dei Serpenti, via del Boschetto e via Panisperna: sono cinque o sei minuti a piedi e cambia tutto. Non facciamo nomi di locali, per una scelta di metodo: un elenco di insegne invecchia nel giro di pochi mesi e non aiuta nessuno. Insegniamo invece a scegliere.

I segnali che indicano una trappola

Sono sempre gli stessi e si riconoscono dalla strada. La signora che tira la pasta fresca in vetrina o direttamente sul marciapiede è un richiamo pubblicitario, non un indizio di cucina. Il menu con le fotografie dei piatti dice che il locale non conta sul fatto che tu capisca la lingua e nemmeno che tu torni. L’acchiappino che ti invita a sederti mentre passi è un costo che ti ritroverai nel conto. Un posto aperto dalla mattina alla notte senza pausa di cucina non sta cucinando, sta riscaldando. E i locali piazzati davanti ai monumenti famosi alzano spesso il prezzo in base al turista che hanno di fronte, con voci non prezzate sul menu e listini diversi dentro e fuori.

Le catene del centro

Nel tratto fra via Nazionale e piazza Venezia sono comparse negli ultimi anni diverse catene con la stessa insegna ripetuta in più punti della città, menu identico e coda col numerino. Non le nominiamo e non le consigliamo. Il dato da osservare è semplice: in quelle code i romani non ci sono. Vanno interpretate per quello che sono, cioè un prodotto pensato per un flusso turistico ad alta rotazione.

Il criterio che funziona sempre

Prima di sedersi si guarda dentro e si osservano due cose: chi è seduto ai tavoli e in che lingua ordina. Se alle due del pomeriggio di un martedì ci sono persone che parlano italiano e che sembrano lavorare lì intorno, il posto regge. Se ci sono soltanto valigie e cartine, no. Per chi vuole un punto di partenza ragionato c’è la nostra guida su dove mangiare a Roma, e Daniele Dezi tiene una lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, curata e non sponsorizzata, che raccoglie gli indirizzi che frequenta davvero.

Domande frequenti su Santa Caterina da Siena a Magnanapoli

Quanto costa entrare a Santa Caterina da Siena a Magnanapoli?

L’ingresso a Santa Caterina da Siena a Magnanapoli è libero e gratuito, come in tutte le chiese aperte al culto a Roma, e non esiste alcun biglietto. Se qualcuno propone un pagamento, si tratta di una visita guidata organizzata da terzi, che è un servizio diverso dall’accesso alla chiesa. L’unico costo eventuale da mettere in conto in zona è il biglietto dei Mercati di Traiano, che sono un museo civico a pagamento con ingresso a via Quattro Novembre 94.

Quali sono gli orari di Santa Caterina da Siena a Magnanapoli?

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli ha orari limitati e variabili, legati alle celebrazioni e alle attività dell’Ordinariato militare per l’Italia, che ne è titolare, e non esiste un orario museale fisso pubblicato. Capita spesso di trovarla chiusa. L’unico modo affidabile di organizzarsi è telefonare prima ai recapiti pubblicati dall’Ordinariato militare, 06 6795100 interno 209, 06 6798963 e 06 6790032, chiedendo gli orari delle messe e le eventuali cerimonie in programma.

Come si arriva a Santa Caterina da Siena a Magnanapoli con i mezzi?

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli si raggiunge scendendo alla fermata degli autobus su via Nazionale, dove passano le linee 40, 60, 64, 70, 117, 170 e la H. Con la metropolitana la fermata più comoda è Cavour sulla linea B, da cui si risale a piedi attraverso Monti in circa dieci minuti; Colosseo, sempre sulla linea B, dista circa dodici minuti, Barberini sulla linea A circa nove.

Quanto tempo serve per visitare Santa Caterina da Siena a Magnanapoli?

Per visitare Santa Caterina da Siena a Magnanapoli bastano venti minuti quando la chiesa è aperta: è a navata unica con sei cappelle e si guarda con calma l’altare maggiore di Melchiorre Cafà, la volta affrescata da Luigi Garzi e le pale laterali. Aggiungendo la sosta sul terrazzamento davanti al portico per l’affaccio sui Mercati di Traiano si arriva a mezz’ora complessiva.

Si può fotografare dentro Santa Caterina da Siena a Magnanapoli?

Dentro Santa Caterina da Siena a Magnanapoli si fotografa con le regole comuni a tutte le chiese romane aperte al culto: niente flash, niente treppiede, nessuna ripresa durante le celebrazioni e rispetto per chi prega. La luce naturale del mattino basta per il rilievo marmoreo di Cafà sull’altare maggiore, che va esposto sulle alte luci per non bruciare il bianco contro il fondo in marmi policromi.

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli è accessibile ai disabili?

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli non è accessibile a chi si muove in sedia a rotelle: l’unico ingresso è in cima a una doppia rampa di scale costruita dopo l’abbassamento del piano stradale di via Nazionale, e non esistono ascensori né percorsi alternativi. Anche il ripiano del portico, da cui si ha l’affaccio sui Mercati di Traiano, si raggiunge soltanto salendo quelle scale.

Chi ha costruito Santa Caterina da Siena a Magnanapoli e quando?

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli fu costruita su progetto di Giovanni Battista Soria a partire dal primo marzo 1628, dopo il permesso concesso da Urbano VIII il 24 febbraio dello stesso anno, e fu consacrata il 23 settembre 1640 dal cardinale Alessandro Cesarini. La facciata risulta completata nel 1641. Fra il 1608 e il 1613 era stata avviata e poi abbandonata una chiesa precedente su disegno di Carlo Maderno.

Perché la chiesa è più alta della strada?

Santa Caterina da Siena a Magnanapoli si trova sopra il livello della strada perché quando venne tracciata via Nazionale, nei decenni successivi al 1870, il piano stradale davanti alla chiesa fu abbassato e la piazzetta antistante scomparve. L’ingresso rimase sospeso diversi metri più in alto e fu necessario costruire una doppia scalinata convergente, sotto la quale nel 1934 è stata ricavata una cripta dedicata ai caduti.

Che cos’è successo al monastero accanto alla chiesa?

Il monastero domenicano accanto a Santa Caterina da Siena a Magnanapoli fu demolito quasi per intero negli anni Venti del Novecento, con il 1924 indicato dalle fonti come anno della demolizione, per dare risalto alla Torre delle Milizie e ai Mercati di Traiano che il complesso conventuale inglobava. Le monache erano insediate qui dal 1574 ed erano centootto nel 1626. Della loro casa restano frammenti di affreschi quattrocenteschi di Antoniazzo Romano nel corridoio della sacrestia.

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Chi costruisce un itinerario romano dovendo far quadrare orari di apertura variabili, chiese rette da enti non turistici e dislivelli veri come quello fra i Fori e largo Magnanapoli, per sé o per un gruppo, trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, che raccoglie materiali pensati per chi accompagna visite e per chi organizza in autonomia.

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