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Chiesa del Gesù

La Chiesa del Gesù si affaccia su una piazza stretta a metà strada fra Palazzo Venezia e Largo di Torre Argentina, in uno dei punti più attraversati e meno guardati del centro di Roma. È la chiesa madre della Compagnia di Gesù, l’ordine fondato da Ignazio di Loyola e approvato da Paolo III nel 1540, e conserva la tomba del fondatore. Ma la ragione per cui questo edificio compare in ogni manuale di storia dell’architettura è un’altra: fra il 1568 e il 1584, sotto la direzione prima di Jacopo Barozzi detto il Vignola e poi di Giacomo Della Porta, qui è stato messo a punto uno schema di chiesa che nei due secoli successivi sarebbe stato ripetuto, adattato e copiato da Lisbona a Manila, da Anversa a Cusco. Navata unica e larghissima, cappelle laterali al posto delle navate minori, transetto poco sporgente, cupola sull’incrocio, facciata a due ordini raccordati da volute. Chi entra oggi, però, non guarda l’impianto: guarda in alto, perché un secolo dopo la consacrazione la volta è stata coperta dal Trionfo del Nome di Gesù di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, e gli stucchi di Antonio Raggi hanno fatto in modo che le figure dipinte scavalcassero la cornice e finissero, letteralmente, dentro lo spazio della chiesa. Accanto alla navata, in fondo al braccio sinistro del transetto, c’è poi la Cappella di Sant’Ignazio di Andrea Pozzo, uno degli altari più costosi mai costruiti a Roma, e nella Casa Professa attigua sopravvivono le stanze in cui Ignazio visse gli ultimi dodici anni della sua vita. Le righe che seguono raccontano com’è nato questo edificio, chi lo ha decorato, che cosa si vede oggi, come si visita e quali sono le cose che quasi nessuna guida ha il tempo di spiegare.

Dove si trova la Chiesa del Gesù e come raggiungerla

La Chiesa del Gesù si trova in Piazza del Gesù, all’incrocio fra via del Plebiscito e via degli Astalli, a circa trecento metri da Piazza Venezia e altrettanti da Largo di Torre Argentina: si raggiunge solo a piedi negli ultimi metri, perché la piazza è un’isola pedonale di fatto, incastrata fra il traffico di via del Plebiscito e il fianco severo di Palazzo Altieri.

La facciata della chiesa del Gesù
La facciata della chiesa del Gesù, chiesa madre dei gesuiti e modello dell'architettura della Controriforma. Foto di Vadim Zhivotovsky, licenza CC BY 3.0, via Wikimedia Commons.

A piedi, dai punti di riferimento del centro

Chi parte da Piazza Venezia deve solo imboccare via del Plebiscito e camminare per tre o quattro minuti tenendo la sinistra: la facciata appare all’improvviso, su una piazza che si apre di lato rispetto alla strada e che per questo sfugge a chi cammina distratto. Da Largo di Torre Argentina il percorso è simmetrico, sempre lungo la stessa arteria, con l’unica differenza che si arriva vedendo prima il fianco della chiesa e poi la facciata. Dal Pantheon servono circa dieci minuti passando per la Basilica di Santa Maria sopra Minerva e via del Piè di Marmo, che è anche il modo migliore di arrivarci, perché attraversa il cuore del quartiere dei conventi e dei collegi romani.

Con i mezzi pubblici

Non esiste una stazione della metropolitana a ridosso della chiesa: le più vicine, sulla linea A e sulla linea B, richiedono comunque un quarto d’ora di cammino, e il modo abituale di arrivare in zona è l’autobus. Via del Plebiscito, Corso Vittorio Emanuele II e Largo di Torre Argentina sono tre degli assi più serviti del centro storico, e quasi tutte le linee che attraversano Roma da est a ovest fermano a poche decine di metri dalla piazza. Le linee e i capolinea di questa zona cambiano spesso, anche a causa dei cantieri, quindi conviene verificare il percorso aggiornato sull’app dell’azienda di trasporto il giorno stesso della visita, invece di fidarsi di elenchi di numeri letti altrove.

Orari di apertura e regole di accesso

La rettoria pubblica un orario invernale e uno estivo, con date di cambio dichiarate: il periodo invernale va dall’ultima domenica di settembre al 29 giugno, quello estivo dal 30 giugno all’ultimo sabato di settembre. In orario invernale la chiesa risulta aperta dal lunedì al venerdì dalle 7:30 alle 12:30 e dalle 16:30 alle 19:30, il sabato con chiusura serale alle 20:00, la domenica e i festivi dalle 8:30 alle 13:30 e dalle 16:30 alle 20:00. In orario estivo l’apertura del mattino si accorcia (7:30-12:00) e quella del pomeriggio slitta in avanti, dalle 17:00. C’è poi una regola che spiazza molti visitatori e che la rettoria dichiara esplicitamente: le visite turistiche sono sospese durante le funzioni, e l’accesso dei visitatori termina trenta minuti prima dell’inizio di ogni Messa. Dato che le Messe feriali sono diverse nell’arco della giornata, la finestra realmente utile per guardare la chiesa con calma è più stretta di quanto suggerisca l’orario di apertura, e conviene sempre ricontrollare gli orari aggiornati sul sito della rettoria prima di mettersi in cammino.

Ingresso, biglietti e accessibilità

L’ingresso alla Chiesa del Gesù è libero e non richiede biglietto: è una chiesa officiata, non un museo, e questo è anche il motivo per cui l’accesso segue il calendario liturgico e non quello turistico. L’ingresso principale è sulla piazza, in cima a una breve gradinata; esiste un accesso laterale che riduce il dislivello, ma chi ha esigenze specifiche di accessibilità fa bene a telefonare in sacrestia prima di presentarsi, perché la disponibilità degli ingressi secondari dipende dagli orari e dalle celebrazioni in corso.

Che cos’è la Chiesa del Gesù: la chiesa madre di un ordine mondiale

Il nome completo della chiesa è Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina, ed è la chiesa madre della Compagnia di Gesù, cioè l’edificio di riferimento dell’ordine religioso fondato da Ignazio di Loyola e approvato da papa Paolo III nel 1540. Non è una basilica papale né una cattedrale: è una chiesa d’ordine, e questo dettaglio apparentemente burocratico spiega quasi tutto di come è fatta.

Perché i gesuiti avevano bisogno di una chiesa diversa

La Compagnia di Gesù nasce come ordine di predicatori, insegnanti e missionari, non come ordine monastico: non ha un coro di monaci che canta l’ufficio a ore fisse, non ha bisogno di uno spazio riservato dietro l’altare, e ha invece un bisogno pressante di far arrivare la voce di un predicatore a centinaia di persone contemporaneamente. Da qui la scelta che definisce l’edificio: una navata unica e molto larga, senza colonnati che spezzino la visuale, con le cappelle ricavate dentro lo spessore dei muri laterali invece che come navate minori. Chi entra vede immediatamente l’altare maggiore, sente il predicatore da qualunque punto e non ha nulla che gli tolga la visuale. La forma dell’edificio, in altre parole, discende direttamente da una scelta pastorale, maturata in un momento preciso: il cantiere si apre nel 1568, cinque anni dopo la chiusura del Concilio di Trento, quando la Chiesa cattolica stava ridefinendo come dovesse essere organizzato uno spazio di culto e che cosa dovessero fare le immagini sacre. Massima visibilità dell’altare, spazio ampio per la predicazione, cappelle laterali destinate alle devozioni particolari delle famiglie che le finanziavano: il Gesù risponde punto per punto a quel clima.

Le dimensioni e la scala dell’edificio

Le fonti indicano per l’edificio una lunghezza attorno ai 75 metri e una larghezza attorno ai 35 metri, misure che ne fanno una delle chiese più grandi costruite a Roma nella seconda metà del Cinquecento. L’impressione, entrando, è però di uno spazio più raccolto di quanto dicano i numeri, e il motivo è che la navata unica concentra tutto il volume in un solo ambiente: non ci sono corridoi laterali che diluiscano la percezione, e l’occhio corre dritto dalla porta all’altare senza intoppi.

Vignola e Giacomo Della Porta: due architetti, un cantiere, due idee diverse

La Chiesa del Gesù è il risultato del lavoro di due architetti che si sono succeduti sullo stesso cantiere con idee non identiche: Jacopo Barozzi da Vignola, che diresse i lavori dal 1568 fino alla morte nel 1573, e Giacomo Della Porta, che li portò a compimento negli anni successivi firmando la facciata e la cupola.

I progetti prima del cantiere

La vicenda progettuale è più lunga del cantiere. Ignazio di Loyola aveva desiderato una chiesa già attorno al 1551, ma la mancanza di denaro bloccò tutto finché era in vita: il santo morì nel 1556 senza vedere posata una pietra. Nel frattempo erano circolati progetti di Nanni di Baccio Bigio e, secondo la tradizione documentata dalle fonti, un intervento dello stesso Michelangelo attorno al 1554, mai realizzato. La svolta arriva quando il cardinale Alessandro Farnese, nipote di Paolo III e uno degli uomini più ricchi di Roma, decide di finanziare integralmente l’impresa: è lui a costituire il fondo per la costruzione e a scegliere il Vignola, architetto di fiducia della sua famiglia, già impegnato per i Farnese a Caprarola.

Il braccio di ferro sulla volta

Fra il committente e l’ordine ci fu una divergenza che ha lasciato tracce profonde nell’edificio: i gesuiti, per ragioni acustiche, avrebbero preferito un soffitto piano in legno, soluzione che riteneva migliore per la voce del predicatore; il cardinale Farnese impose invece una volta a botte in muratura, più monumentale e più duratura. Vinse il cardinale, che pagava. La conseguenza, del tutto involontaria, è che un secolo dopo quella volta a botte offrì al Baciccio la superficie continua su cui dipingere il Trionfo del Nome di Gesù: se avesse vinto l’ordine, con il suo soffitto ligneo a cassettoni, uno dei capolavori della pittura barocca romana semplicemente non esisterebbe.

La facciata rifiutata del Vignola

Anche sulla facciata ci fu un cambio di rotta. Il Vignola aveva elaborato una propria soluzione, che oggi conosciamo attraverso un’incisione: un fronte più articolato, con un gioco di piani in aggetto e una scansione meno compatta. Quel progetto non fu accolto, e la facciata realizzata è quella di Giacomo Della Porta, scelta dal cardinale Farnese e dai gesuiti. È uno di quei casi in cui l’architetto più celebre perde la partita decisiva: il Vignola è ricordato come il progettista dell’impianto, ma la faccia che il mondo ha poi copiato mille volte non è sua.

La consacrazione del 1584

La chiesa fu consacrata il 25 novembre 1584, sedici anni dopo l’avvio dei lavori: un tempo di cantiere breve per gli standard romani, se si pensa che la fabbrica di San Pietro andò avanti per oltre un secolo. Il merito è della disponibilità di denaro, di un progetto semplice da eseguire e della decisione di rimandare a tempi migliori tutta la decorazione interna, che infatti arriverà quasi cento anni dopo. L’iscrizione sulla facciata ricorda il committente e riporta la data del 1575, fissando per sempre nel marmo il nome del cardinale che pagò tutto.

La facciata come prototipo: il modello più imitato della Controriforma

La facciata del Gesù, disegnata da Giacomo Della Porta e conclusa attorno al 1575, è il modello di facciata di chiesa più replicato nel mondo cattolico fra Cinquecento e Settecento: due ordini sovrapposti, quello inferiore più largo e quello superiore più stretto, raccordati da due grandi volute laterali e coronati da un timpano triangolare.

Il problema che quella facciata risolve

Il problema architettonico è puramente geometrico e nasce dalla pianta stessa. Una chiesa a navata unica con cappelle laterali ha un fronte molto largo in basso, dove ci sono le cappelle, e molto più stretto in alto, dove c’è solo la navata centrale. Bisogna quindi collegare due rettangoli di larghezza diversa senza che il risultato sembri un edificio appoggiato sopra un altro. La soluzione del Gesù consiste nel raddoppiare il ritmo delle paraste, nell’addossare al centro un aggetto che sporge leggermente e nel mascherare il salto laterale con due volute che scendono dall’ordine superiore a quello inferiore come due grandi mensole rovesciate. Guardata da sotto, la facciata sembra un organismo unico invece che una somma di due piani.

Perché è stata copiata ovunque

La ragione della diffusione non è solo estetica. La Compagnia di Gesù costruiva chiese in tutta Europa e in tutti i continenti raggiunti dalle sue missioni, spesso con maestranze locali e con architetti di scarsa esperienza, e aveva bisogno di un modello trasmissibile: uno schema che si potesse spiegare con un disegno e realizzare con materiali diversi, dalla pietra al mattone all’intonaco. La facciata del Gesù è esattamente questo, un sistema di regole proporzionali che funziona a qualunque scala. Da Roma il modello si diffuse ben oltre le chiese dell’ordine, tanto che l’espressione gesuitico è diventata in architettura un’etichetta generica, spesso usata in modo impreciso, per indicare qualunque chiesa a navata unica con facciata a due ordini e volute.

Una precisazione che gli storici dell’arte ripetono da decenni

Va detto però che l’idea di uno stile gesuita imposto dall’alto è una semplificazione tarda, nata nell’Ottocento e da tempo ridimensionata dagli studi: la Compagnia non ebbe mai un manuale architettonico obbligatorio, e le chiese dell’ordine sparse per il mondo mostrano soluzioni molto diverse fra loro, adattate ai materiali, ai climi e alle tradizioni costruttive locali. Il Gesù fu un modello autorevole e disponibile, non una norma cogente. La differenza conta, perché spiega perché la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio, costruita dagli stessi gesuiti un secolo dopo a pochi minuti di cammino da qui, abbia un aspetto tanto diverso.

Una curiosità su Chiesa del Gesù

Il nome ufficiale dell’edificio è Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina, e quell’Argentina non ha nulla a che vedere con il paese sudamericano né con il metallo prezioso: deriva dalla Torre Argentina che sorgeva poco distante, il cui nome a sua volta rimanda a Argentoratum, la denominazione latina di Strasburgo, città d’origine del prelato che nel Cinquecento fece costruire quella torre nel quartiere. Il toponimo ha poi dato il nome a Largo di Torre Argentina, alla sua area archeologica e, per estensione, all’intera zona: al punto che la chiesa madre dei gesuiti porta nel proprio nome ufficiale, senza che quasi nessuno ci faccia caso, un riferimento indiretto a una città renana.

La confusione è così diffusa che vale la pena chiarire anche l’altro equivoco ricorrente: il Teatro Argentina, l’area sacra con i templi repubblicani e il celebre santuario dei gatti di Largo Argentina devono tutti il nome alla stessa torre, e non alla nazione. È uno di quei casi in cui un’etimologia banale viene sistematicamente sostituita nell’immaginario collettivo da una spiegazione esotica e sbagliata.

La volta: il Trionfo del Nome di Gesù del Baciccio

La volta a botte della navata è occupata dal Trionfo del Nome di Gesù, affrescato da Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio nel corso degli anni Settanta del Seicento, quasi un secolo dopo la consacrazione della chiesa. È considerato unanimemente il capolavoro dell’artista e uno dei vertici della pittura barocca romana.

Chi lo volle e chi lo raccomandò

Il Baciccio, genovese di nascita e romano di formazione, era un protetto di Gian Lorenzo Bernini, che lo aveva già segnalato per la decorazione dei pennacchi di Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona e che lo introdusse presso i gesuiti facendogli ottenere l’incarico del Gesù. Alcuni studiosi si sono spinti più in là, ipotizzando per Bernini una vera e propria regia dell’intero impianto decorativo, che in effetti ragiona come una scenografia unitaria di pittura, stucco e architettura, esattamente nel modo in cui ragionava lo scultore. Le fonti indicano nel cardinale Giovanni Francesco Negrone il committente e finanziatore materiale dell’impresa.

Le date: un punto su cui le fonti non concordano

Sulle date esatte dell’esecuzione le fonti divergono, e vale la pena riportarlo invece di scegliere arbitrariamente un numero. Alcune indicano un arco di lavoro dal 1674 al 1679, altre il periodo 1676-1679, altre ancora datano l’affresco della volta al biennio 1678-1679, che è probabilmente la fase finale della stesura. Quel che è certo è che l’impresa complessiva del Baciccio al Gesù, che comprende la volta della navata, la cupola, i pennacchi, il catino absidale e la volta del transetto, occupò il pittore per gran parte di quel decennio, e che negli stessi anni lavoravano in chiesa anche altri frescanti, fra cui Giovanni Andrea Carlone, allievo di Carlo Maratta, documentato negli anni 1673-1678.

Che cosa rappresenta

Al centro della composizione c’è il monogramma IHS, le prime lettere del nome di Gesù in greco, che è anche l’emblema della Compagnia: da lì si irradia una luce dorata che attraversa tutta la volta. Verso quella luce salgono, sospesi su nubi, i beati e gli eletti; dal lato opposto precipitano verso il basso, capovolti e scomposti, i dannati e i vizi personificati. Il tema è quello del versetto paolino della lettera ai Filippesi secondo cui nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, in terra e sottoterra: la volta traduce letteralmente quel triplice livello in tre fasce di composizione, con la gloria in alto, l’umanità in mezzo e la caduta in basso.

Il punto da cui guardarla

Un affresco costruito su una prospettiva così spinta funziona davvero da un solo punto, e in chiesa esiste un segno che lo indica: sul pavimento della navata è riportato il monogramma IHS, e quella è la posizione di osservazione ottimale. Chi entra e si ferma lì, alzando lo sguardo, vede la composizione ricomporsi come il pittore l’aveva calcolata; chi guarda da un punto diverso percepisce invece uno scivolamento, perché le figure sono state deformate in partenza per correggere la curvatura della volta. È il primo consiglio pratico da dare a chiunque entri qui per la prima volta, e costa dieci secondi di attenzione.

Lo stucco di Antonio Raggi: come si sfonda una cornice

La parte più sorprendente della volta del Gesù non è dipinta: è modellata in stucco da Antonio Raggi, detto il Lombardo, scultore ticinese formatosi nella bottega di Bernini, che lavorò su disegno dello stesso Baciccio insieme a Leonardo Reti.

Che cosa succede esattamente lungo la cornice

L’affresco è racchiuso in una cornice dorata che segna il confine fra il dipinto e il soffitto a cassettoni. Il punto è che quel confine viene deliberatamente violato. Le figure dei dannati non si fermano al bordo: escono dalla cornice, la scavalcano e proseguono in aggetto sul soffitto reale, dove non sono più pittura ma volumi tridimensionali di stucco. Chi guarda dal basso, a venti metri di distanza e con la luce che arriva dai finestroni laterali, non riesce a stabilire dove finisca il dipinto e dove cominci la scultura: è esattamente l’effetto cercato. In più, il pittore dipinge sul soffitto reale le ombre che quelle figure di stucco proiettano, aggiungendo un secondo livello di inganno.

Perché funziona

Il meccanismo è semplice da spiegare e difficilissimo da eseguire. La cornice è l’elemento che dichiara a chi guarda che quello è un quadro, cioè una finzione delimitata; nel momento in cui qualcosa attraversa la cornice, la finzione invade lo spazio reale e il patto si rompe. Il Barocco romano ha fatto di questo passaggio la propria firma, e qui lo fa nel modo più letterale possibile: i corpi dei dannati precipitano verso la navata, verso le teste di chi si trova in piedi sotto, come se la volta avesse ceduto. L’idea di una gloria celeste che sfonda il tetto e di una dannazione che cade addosso ai fedeli era, per un predicatore gesuita del Seicento, uno strumento retorico di prima grandezza.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Chiesa del Gesù

La chiesa che si vede oggi non è quella che i suoi costruttori videro: per circa un secolo, fra la consacrazione del 1584 e le imprese decorative della seconda metà del Seicento, il Gesù fu un interno essenzialmente bianco, intonacato e spoglio, molto più vicino all’idea austera della Controriforma che allo sfarzo che oggi gli si attribuisce.

Cento anni di chiesa bianca

L’edificio fu progettato e costruito quando il denaro bastava per le strutture e non per le superfici: la decorazione pittorica arriva nella seconda metà del XVII secolo, il rivestimento marmoreo della navata è ancora successivo, e il completamento dell’ornamentazione si protrae fino alla metà dell’Ottocento. Questo significa che l’equazione fra chiesa gesuitica e sovrabbondanza barocca, ripetuta in continuazione, è storicamente rovesciata: il Gesù nasce come contenitore sobrio e diventa barocco molto più tardi, quando l’ordine ha accumulato risorse e quando il gusto romano ha cambiato direzione.

I marmi ottocenteschi che quasi nessuno nota

Il rivestimento marmoreo delle pareti della navata, che oggi dà alla chiesa il suo colore caldo e uniforme, è un intervento tardo, legato al mecenatismo del principe Alessandro Torlonia, e appartiene alla stagione di completamento che le fonti collocano attorno agli anni 1858-1861. Anche l’altare maggiore, opera di Antonio Sarti, è ottocentesco: risale al 1843, e la pala che vi è collocata, con la Circoncisione di Gesù, è di Alessandro Capalti. Molti visitatori attribuiscono d’istinto al Seicento tutto ciò che vedono, e sbagliano di due secoli su una parte consistente di quello che hanno davanti.

Anche l’altare maggiore ha un meccanismo

Un dettaglio che sfugge quasi sempre: la macchina che scopre una statua abbassando un dipinto non è solo quella famosa della Cappella di Sant’Ignazio. Anche l’altare maggiore ottocentesco è dotato di un meccanismo analogo, che permette di abbassare la tela e di scoprire una statua del Sacro Cuore. È un caso di imitazione interna: il dispositivo inventato da Andrea Pozzo per la cappella del fondatore ha avuto tanto successo che due secoli dopo, rifacendo l’altare principale, si scelse di replicarne il principio.

La Cappella di Sant’Ignazio: l’altare di Andrea Pozzo

Nel braccio sinistro del transetto si apre la Cappella di Sant’Ignazio, che custodisce le spoglie del fondatore della Compagnia e che le fonti concordano nel datare fra il 1696 e il 1700, su progetto del gesuita Andrea Pozzo, vincitore di un concorso pubblico bandito per l’occasione.

Un concorso, non un incarico

L’altare non fu affidato d’autorità: fu messo a concorso, e Pozzo lo vinse. La circostanza dice molto sul modo in cui l’ordine gestiva le proprie imprese artistiche alla fine del Seicento, quando la canonizzazione di Ignazio era ormai lontana di tre quarti di secolo e si trattava di dare al fondatore una sistemazione monumentale all’altezza della potenza raggiunta dalla Compagnia. Che a vincere sia stato un gesuita, cioè un membro dell’ordine committente, non è un dettaglio secondario: Pozzo era pittore, architetto, scenografo e teorico della prospettiva, e conosceva dall’interno il linguaggio visivo che l’ordine voleva parlare.

I materiali: un catalogo di pietre preziose

La caratteristica più immediata dell’altare è l’accumulo di materiali costosi. Le fonti elencano oro in abbondanza, lapislazzuli nella nicchia e un grande globo di lapislazzuli alla sommità, e poi alabastro, marmi policromi, onice, ametista, cristallo. Il globo di lapislazzuli, in particolare, viene spesso citato come uno dei più grandi mai lavorati, anche se le misure circolano in versioni diverse e conviene diffidare dei numeri troppo netti che si leggono in giro. Il senso complessivo dell’operazione è comunque chiarissimo: l’altare doveva essere percepito come il punto più ricco della chiesa, e per estensione come il segno della centralità del fondatore.

La statua argentata e quello che accadde nel 1798

Nella nicchia centrale, dietro la grande tela, si trova la statua di Sant’Ignazio. L’originale, in argento, fu realizzato dallo scultore francese Pierre Le Gros il Giovane sul finire del Seicento. Quella statua però non esiste più: fu fusa nel 1798, durante l’occupazione francese di Roma, per far fronte alle riparazioni di guerra imposte alla Santa Sede dal trattato di Tolentino del 1797. Roma perse in quegli anni una quantità enorme di argenteria sacra, e il Sant’Ignazio del Gesù fu uno dei pezzi più celebri sacrificati. La statua che si vede oggi è una ricostruzione dei primi dell’Ottocento: le parti mancanti furono rifatte in stucco argentato, e il lavoro viene collegato allo studio di Antonio Canova, con un’attribuzione che le fonti indicano come probabile ad Adamo Tadolini. È per questo che chi sente parlare di statua d’argento e poi legge di stucco non trova una contraddizione ma una storia: quella di un’opera distrutta e ricomposta.

I gruppi scultorei ai lati

Ai lati dell’altare si fronteggiano due gruppi marmorei che sono fra le sculture più discusse del tardo barocco romano: da un lato la Religione che trionfa sull’Eresia di Pierre Le Gros, dall’altro il Trionfo della Fede sull’Idolatria di Jean-Baptiste Théodon. Sono opere apertamente militanti, pensate per illustrare in modo inequivocabile il ruolo assegnato alla Compagnia nella lotta contro la Riforma protestante e nella missione presso i popoli non cristiani. Completano il programma altri gruppi e rilievi dedicati all’approvazione della Compagnia, attribuito ad Angelo De Rossi, e alla canonizzazione di Ignazio, riferito a Bernardino Cametti. Quattro statuette in bronzo dorato, riferite a Ciro Ferri e datate attorno al 1688-1689, raffigurano San Francesco Saverio, San Filippo Neri, Santa Teresa d’Avila e Sant’Isidoro Agricola, cioè i santi canonizzati insieme a Ignazio da Gregorio XV il 12 marzo 1622.

L’urna con le spoglie

Le spoglie di Ignazio di Loyola riposano sotto l’altare in un’urna di bronzo dorato, opera che le fonti attribuiscono ad Alessandro Algardi. Il santo era morto a Roma il 31 luglio 1556, nelle stanze della Casa Professa che si trovano a pochi metri da qui, ed è per questo che la chiesa e le camere formano di fatto un unico luogo di memoria, anche se si visitano separatamente e con regole diverse.

La macchina barocca che scopre il quadro

La Cappella di Sant’Ignazio ospita il dispositivo che più di ogni altro ha reso famosa questa chiesa presso i romani: un meccanismo a contrappesi, progettato da Andrea Pozzo, che abbassa la grande tela dell’altare e scopre la statua del santo nascosta dietro di essa.

Come funziona

Il principio è quello del bilanciere: la tela, dipinta con Sant’Ignazio che riceve dal Cristo risorto lo stendardo con il monogramma IHS, non viene arrotolata né spostata di lato, ma scende dentro l’altare come un sipario che sprofonda, mentre un pannello decorato si solleva. Quando il movimento è completato, la nicchia rimane aperta e la statua argentata appare illuminata. L’intera cappella si trasforma per qualche minuto in un teatro, e non per modo di dire: Pozzo era autore di apparati effimeri e di scenografie sacre, e questo altare è una scenografia permanente che ripete ogni giorno la stessa messa in scena. Non manca chi lo ha definito, con una certa esagerazione ma non senza ragione, un antenato dello schermo cinematografico.

L’orario, e che cosa si può dire con certezza

Le fonti divulgative, italiane e straniere, indicano concordemente le 17:30 come l’ora in cui la macchina entra in funzione, accompagnata da musica, canti e luci, e la descrivono come un appuntamento quotidiano. Va però detto con chiarezza che l’orario ufficiale pubblicato dalla rettoria riporta gli orari di apertura della chiesa, delle Messe e delle confessioni, ma non elenca esplicitamente l’appuntamento della macchina barocca: l’informazione delle 17:30 circola in guide, articoli e recensioni, non in un documento della rettoria facilmente consultabile online. A questo si aggiunge che in periodo estivo la chiesa riapre nel pomeriggio alle 17:00 e che il calendario liturgico può sovrapporsi all’appuntamento. Di conseguenza: chi vuole assistere alla macchina barocca faccia bene a telefonare in sacrestia il giorno stesso e a chiedere conferma dell’ora e del giorno, invece di presentarsi dando per scontato che avvenga. Presentarsi con venti minuti di anticipo è comunque una buona idea, perché nei mesi di alta stagione la cappella si riempie.

Che cosa si vede davvero

Chi arriva aspettandosi effetti speciali resta spesso spiazzato: il movimento è lento, silenzioso, quasi impercettibile nei primi secondi, e la parte spettacolare è il contrasto fra l’immobilità assoluta di tutto il resto della cappella e quell’unico elemento che scende. È un’esperienza che funziona molto meglio se si è capito prima che cosa si guarda: un pezzo di tecnologia teatrale del Seicento, progettato per produrre nello spettatore la sensazione di assistere a un’apparizione, ancora funzionante dopo più di tre secoli. Il meccanismo è stato oggetto di un intervento di restauro alla fine del 2007, che ha riguardato sia la tela sia il sistema di contrappesi.

Il consiglio che ti do per visitare la Chiesa del Gesù

Il consiglio più utile per la Chiesa del Gesù riguarda l’orario, non l’itinerario: la chiesa chiude a metà giornata, riapre nel pomeriggio e sospende le visite turistiche trenta minuti prima di ogni Messa, quindi la differenza fra una visita riuscita e una visita frustrante dipende quasi interamente dal momento in cui si varca la porta.

Arrivare con la luce giusta

La volta del Baciccio ha bisogno di luce naturale abbondante per essere letta: le finestre della navata illuminano l’affresco lateralmente, ed è quella luce radente a rendere percepibile lo scarto fra le figure dipinte e quelle di stucco. Nelle prime ore del mattino, quando la chiesa è aperta ma poco frequentata, l’affresco si vede benissimo e non c’è nessuno intorno. Nel tardo pomeriggio la luce cala rapidamente, soprattutto in inverno, ma in compenso entrano in funzione le luci artificiali, che sono tarate per valorizzare la cappella del santo. Sono due visite diverse, e chi ha tempo può farle entrambe nello stesso giorno approfittando dell’intervallo di chiusura per pranzare in zona.

Fermarsi sul monogramma

Il gesto che nessuna guida cartacea riesce a imporre e che cambia tutto è semplice: entrare, percorrere la navata fino al punto del pavimento segnato con il monogramma IHS, fermarsi lì e alzare lo sguardo restando immobili per almeno un minuto. Da quel punto la prospettiva dell’affresco si ricompone. Chi attraversa la chiesa camminando e guardando in alto vede una successione di immagini deformate e se ne va convinto che l’affresco sia confuso.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Nel braccio destro del transetto, simmetrica a quella di Sant’Ignazio, si apre la Cappella di San Francesco Saverio, che conserva sotto l’altare un reliquiario con il braccio destro del santo, portato in Italia nel 1614 per ordine del generale della Compagnia Claudio Acquaviva.

Perché proprio il braccio destro

Francesco Saverio, compagno della prima ora di Ignazio, morì nel 1552 su un’isola al largo della Cina dopo aver predicato in India, in Indonesia e in Giappone, ed è considerato il più grande missionario dell’età moderna. Il corpo rimase a Goa, dove si trova tuttora; a Roma fu portato il braccio destro, cioè quello con cui, secondo la tradizione dell’ordine, il santo aveva battezzato decine di migliaia di persone. La scelta non fu devozionale in senso generico: era un messaggio, e diceva che il centro di quella rete missionaria mondiale era qui, nella chiesa madre.

La cappella e la pala di Carlo Maratta

La cappella fu progettata da Pietro da Cortona e Carlo Fontana, due nomi che da soli indicano il livello dell’investimento, e ospita una pala di Carlo Maratta con la Morte di San Francesco Saverio, che le fonti datano al 1679, cioè agli stessi anni in cui il Baciccio stava completando la volta. Il confronto fra i due bracci del transetto, l’uno dedicato al fondatore e l’altro al missionario, riassume in modo quasi schematico la doppia identità della Compagnia: l’organizzazione e la missione.

Le camere di Sant’Ignazio e il corridoio prospettico di Andrea Pozzo

Accanto alla chiesa, dentro la Casa Professa, sopravvivono le stanze in cui Ignazio di Loyola visse dal 1544 fino alla morte, il 31 luglio 1556: sono quattro ambienti, tutto ciò che resta dell’edificio originario, conservati intatti quando alla fine del Cinquecento la vecchia casa fu demolita e ricostruita.

Che cosa si vede

Gli ambienti sono quattro: lo studiolo dove Ignazio dormiva e scriveva, con lo scrittoio su cui compose le Costituzioni della Compagnia e una migliaia di lettere; una stanza più grande, in origine destinata a ricevere gli ospiti e poi trasformata in cappella; una stanza intermedia che fungeva da sala d’attesa; e la camera del fratello coadiutore che lo assisteva. Si conservano documenti autografi, gli armadi usati come archivio dal segretario Juan de Polanco e la seggiola collocata presso la finestra da cui il santo guardava il cielo notturno. Una campagna di restauro fra il 1989 e il 1991, sostenuta anche da benefattori statunitensi, preparò gli ambienti alle celebrazioni ignaziane di quegli anni.

Il corridoio dipinto da Andrea Pozzo

Il pezzo forte, per chi arriva con occhio da storia dell’arte, è il corridoio che precede le camere, affrescato da fra Andrea Pozzo verso la fine del Seicento: una galleria in cui l’architettura dipinta prolunga quella reale e le pareti si aprono in prospettive illusorie che raccontano la gloria del santo. È lo stesso Pozzo dell’altare in chiesa e della volta di Sant’Ignazio in Campo Marzio, e qui lavora in uno spazio stretto e basso, cioè nelle condizioni più difficili per un quadraturista: l’effetto, proprio per questo, è ancora più sorprendente che nelle grandi volte.

Come si visita, e che cosa conviene verificare

La visita alle camere è separata da quella della chiesa e segue regole proprie. La rettoria indica come canale di prenotazione un indirizzo di posta elettronica dedicato, a cui scrivere per fissare una visita o per celebrare l’Eucaristia negli ambienti, e rimanda a un codice da scansionare per gli orari aggiornati. Diverse fonti divulgative riportano un’apertura pomeridiana quotidiana in una fascia attorno alle 16:00-18:00, ma si tratta di indicazioni non recenti e non confermate dal sito ufficiale nella stessa forma: chi vuole entrare deve scrivere o telefonare prima, senza dare per scontato di trovare aperto. L’ingresso non è dalla chiesa ma dal portone della residenza, sul fianco del complesso, e si tratta di ambienti piccoli, dove i gruppi numerosi non entrano.

La foto giusta da fare alla Chiesa del Gesù

La fotografia che racconta davvero la Chiesa del Gesù non è quella della facciata, che è difficile da inquadrare perché la piazza è stretta e l’edificio troppo largo, ma quella della volta scattata dal punto segnato sul pavimento con il monogramma IHS, tenendo l’inquadratura verticale e comprendendo la cornice.

Perché la cornice deve entrare nell’inquadratura

Una foto che riprenda solo il centro dell’affresco restituisce un bel dipinto e nient’altro. Il senso di quest’opera, invece, è nel bordo: bisogna che nell’inquadratura entrino la cornice dorata e il soffitto a cassettoni, perché solo così si vede che le figure la scavalcano e diventano stucco. Chi guarda la foto deve poter fare la stessa fatica che si fa dal vivo nel capire dove finisca la pittura.

La seconda foto: la cappella con la tela abbassata

Il secondo scatto, per chi assiste all’apertura della macchina, è la Cappella di Sant’Ignazio a tela abbassata, con la statua argentata illuminata nella nicchia di lapislazzuli. Serve una fotocamera che regga la poca luce, perché l’uso del flash in chiesa è da evitare sempre, sia per rispetto sia perché appiattisce del tutto i riflessi dell’argento e dell’oro, che sono l’unica ragione per cui vale la pena scattare.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia della Chiesa del Gesù coincide in gran parte con quella della Compagnia di Gesù, che in questo edificio ha avuto per secoli il proprio centro simbolico: dalla consacrazione del 1584 alla soppressione dell’ordine nel 1773, dal saccheggio napoleonico del 1798 alla restituzione del 1814.

1540-1556: prima della chiesa

Paolo III approva la Compagnia nel 1540 e assegna ai gesuiti una piccola chiesa preesistente in questa zona, la Madonna della Strada, il cui titolo parrocchiale fu poi trasferito alla vicina Basilica di San Marco quando il papa concesse l’edificio a Ignazio. Il santo progetta una chiesa nuova già dal 1551, ma i soldi non arrivano; muore nel 1556 senza vedere nulla. Le case che i gesuiti abitavano in quegli anni sono quelle in cui sopravvivono le camere del fondatore.

1622: la canonizzazione del fondatore

Il 12 marzo 1622 papa Gregorio XV canonizza insieme Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, insieme a Teresa d’Avila, Filippo Neri e Isidoro Agricola: una cerimonia che nella storia della Chiesa moderna ha pochi confronti per densità di figure. Da quel momento la chiesa smette di essere soltanto la sede dell’ordine e diventa il santuario di due santi di rilievo universale, con tutto ciò che questo comporta in termini di pellegrinaggi, donazioni e, alla lunga, di decorazione.

1674-1700: il grande cantiere decorativo

Fra gli anni Settanta e la fine del Seicento la chiesa cambia faccia: il Baciccio affresca volta, cupola e pennacchi, Antonio Raggi e Leonardo Reti modellano gli stucchi, Carlo Maratta dipinge la pala della cappella di San Francesco Saverio, e infine Andrea Pozzo costruisce fra il 1696 e il 1700 la Cappella di Sant’Ignazio. In poco più di venticinque anni l’interno austero del Cinquecento diventa uno dei più sontuosi di Roma.

1773: la soppressione della Compagnia

Il 1773 è l’anno più nero: papa Clemente XIV, sotto la pressione delle corti borboniche, sopprime la Compagnia di Gesù in tutto il mondo cattolico. L’ordine che aveva costruito questa chiesa cessa giuridicamente di esistere, i suoi beni vengono dispersi o assegnati ad altri, e la chiesa passa sotto amministrazioni diverse. È una vicenda che riguarda la politica europea assai più della teologia, e che ha lasciato tracce materiali anche qui, nella dispersione di arredi e suppellettili documentata dalle fonti della rettoria.

1814 e l’Ottocento: il ritorno e il completamento

Nel 1814 Pio VII ricostituisce la Compagnia di Gesù, che rientra in possesso della propria chiesa madre. L’Ottocento è poi il secolo del completamento decorativo: l’altare maggiore di Antonio Sarti nel 1843, il rivestimento marmoreo della navata finanziato dal principe Alessandro Torlonia e l’ornamentazione portata a termine attorno agli anni 1858-1861. La chiesa assume in quel periodo l’aspetto sostanzialmente definitivo che conserva oggi.

Il Novecento e i restauri recenti

Nel Novecento il complesso resta il cuore romano dei gesuiti, con la Curia generalizia trasferita altrove ma la Casa Professa sempre attiva. Le camere del fondatore sono restaurate fra il 1989 e il 1991; la tela e il meccanismo della macchina barocca sono restaurati alla fine del 2007; la rettoria porta avanti negli anni più recenti, insieme alla Sovrintendenza e al Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, l’allestimento di un museo nei locali sottostanti l’antica sagrestia, destinato a raccogliere gli arredi e a ospitare esposizioni temporanee.

Chi è passato da Chiesa del Gesù

Da questa chiesa e dalla casa che le sta accanto sono passati, in quattro secoli e mezzo, alcuni dei protagonisti della storia religiosa, culturale e scientifica europea: dal fondatore dell’ordine ai generali che lo hanno guidato, dagli artisti che l’hanno decorata ai missionari che da qui partivano per l’altro capo del mondo.

Ignazio di Loyola e i primi compagni

Ignazio ha vissuto qui gli ultimi dodici anni, scrivendo le Costituzioni della Compagnia e una mole imponente di corrispondenza: dalle sue stanze partivano istruzioni per collegi e missioni sparsi su tre continenti. Nella stessa cerchia ristretta si muovevano Francesco Saverio, partito per l’Oriente nel 1541 e mai più tornato, e Diego Lainez e Francesco Borgia, che gli succedettero alla guida dell’ordine. La chiesa fu voluta e costruita proprio sotto il generalato di Borgia.

Gli artisti

Il Vignola e Giacomo Della Porta per l’architettura; Giovan Battista Gaulli per la pittura, con Gian Lorenzo Bernini nel ruolo di garante e forse di regista dell’intero programma; Antonio Raggi e Leonardo Reti per gli stucchi; Pietro da Cortona e Carlo Fontana per la cappella di San Francesco Saverio; Carlo Maratta per la pala; Andrea Pozzo per l’altare del fondatore, per il corridoio delle camere e per alcune tele delle cappelle laterali; Alessandro Algardi per l’urna; Pierre Le Gros e Jean-Baptiste Théodon per i gruppi marmorei. È un elenco che da solo copre un secolo e mezzo di storia dell’arte romana, e che si incrocia con quelli di Sant’Andrea della Valle, di San Carlo alle Quattro Fontane e di Santa Maria della Vittoria, gli altri grandi cantieri barocchi della città.

Papi, pellegrini e romani

Per secoli la chiesa ha accolto le grandi celebrazioni dell’ordine, con la presenza frequente dei pontefici, e nel Novecento e nel Duemila ha ospitato anniversari ignaziani che hanno richiamato pellegrini da tutto il mondo. Fuori dalle ricorrenze, però, il Gesù è soprattutto una chiesa di quartiere e di passaggio: ci entra chi lavora negli uffici di via del Plebiscito, chi aspetta un autobus a Largo Argentina, chi attraversa il centro andando da Campo de’ Fiori al Campidoglio. È anche questo, alla fine, il segno di un edificio che non è mai diventato solo un monumento.

La Cappella della Madonna della Strada

Oltre ai due poli del transetto, la navata ospita sei cappelle laterali, tre per lato, e in fondo alla navata, a sinistra dell’altare maggiore, la Cappella della Madonna della Strada, che conserva l’immagine più antica dell’intero complesso.

L’immagine che precede la chiesa

La Madonna della Strada è un affresco medievale con la Vergine e il Bambino, proveniente dalla piccola chiesa omonima che sorgeva su questo sito e che fu demolita per fare posto all’edificio attuale. È dunque l’unico elemento che i gesuiti hanno ereditato dal luogo invece di portarcelo: un frammento di Roma medievale incastonato dentro la macchina della Controriforma. La cappella che lo custodisce fu concepita nel Cinquecento con un apparato decorativo legato al nome di Giuseppe Valeriani, pittore e architetto gesuita.

Cosa vedere intorno alla Chiesa del Gesù

La Chiesa del Gesù si trova nel punto in cui il centro monumentale e il centro storico abitato si toccano, e nel raggio di dieci minuti a piedi ci sono più cose da vedere che in qualunque altro settore della città.

Tutto quello che c’è a dieci minuti

Uscendo e prendendo a sinistra si arriva in pochi minuti a Largo di Torre Argentina con la sua area sacra e i quattro templi repubblicani, e da lì al Crypta Balbi, il museo che spiega meglio di ogni altro come Roma sia passata dall’antichità al Medioevo. Dalla parte opposta, in tre minuti, ci sono Palazzo Venezia e la salita al Campidoglio, mentre verso il Corso si incontra Palazzo Doria Pamphilj, la galleria privata più ricca della città.

L’itinerario gesuitico

Chi vuole seguire un filo tematico può costruire una mattinata interamente gesuitica: il Gesù con la volta del Baciccio, le camere di Sant’Ignazio con il corridoio di Pozzo, poi il quartiere del Collegio Romano e la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio con la volta e la finta cupola dello stesso Pozzo. Sono meno di due chilometri in tutto e coprono l’intero arco dell’illusionismo barocco romano, dalle figure che escono dalla cornice alle architetture dipinte che sfondano il tetto.

Domande frequenti sulla Chiesa del Gesù

Quanto costa entrare nella Chiesa del Gesù?

L’ingresso alla Chiesa del Gesù a Roma è gratuito e non richiede biglietto né prenotazione. Si tratta di una chiesa officiata e non di un museo, quindi l’accesso segue gli orari delle celebrazioni: le visite turistiche sono sospese durante le funzioni e terminano trenta minuti prima dell’inizio di ogni Messa. La visita alle camere di Sant’Ignazio, invece, è separata e richiede di contattare prima la rettoria.

Quali sono gli orari della Chiesa del Gesù?

La Chiesa del Gesù segue due orari, uno invernale e uno estivo, dichiarati dalla rettoria. In periodo invernale, che va dall’ultima domenica di settembre al 29 giugno, apre dal lunedì al venerdì dalle 7:30 alle 12:30 e dalle 16:30 alle 19:30, il sabato fino alle 20:00, la domenica dalle 8:30 alle 13:30 e dalle 16:30 alle 20:00. In estate il mattino si chiude alle 12:00 e il pomeriggio comincia alle 17:00. Conviene sempre ricontrollare gli orari sul sito della rettoria.

A che ora si apre la macchina barocca della Chiesa del Gesù?

Le fonti divulgative indicano concordemente le 17:30 come orario quotidiano in cui, nella Cappella di Sant’Ignazio della Chiesa del Gesù, la macchina progettata da Andrea Pozzo abbassa la grande tela e scopre la statua argentata del santo, fra musica e luci. L’appuntamento non compare però negli orari ufficiali pubblicati dalla rettoria, quindi conviene telefonare in sacrestia il giorno stesso per avere conferma dell’ora e del giorno prima di presentarsi.

Quanto tempo serve per visitare la Chiesa del Gesù?

Per visitare la Chiesa del Gesù con attenzione bastano dai trenta ai quarantacinque minuti: il tempo di fermarsi sul monogramma del pavimento per guardare la volta del Baciccio, di percorrere le sei cappelle laterali e di studiare i due bracci del transetto. Chi vuole assistere anche alla macchina barocca deve aggiungere l’attesa e una ventina di minuti, e chi visita le camere di Sant’Ignazio deve calcolare almeno un’altra ora.

Come si arriva alla Chiesa del Gesù con i mezzi pubblici?

La Chiesa del Gesù si raggiunge a piedi in pochi minuti sia da Piazza Venezia sia da Largo di Torre Argentina, i due nodi di trasporto più serviti del centro storico, entrambi attraversati da numerose linee di superficie lungo via del Plebiscito e Corso Vittorio Emanuele II. Non c’è una stazione della metropolitana nelle immediate vicinanze, e i cantieri della futura stazione Venezia della linea C modificano spesso percorsi e fermate: conviene controllare il tragitto il giorno stesso.

Si possono visitare le camere di Sant’Ignazio?

Le camere di Sant’Ignazio, cioè i quattro ambienti in cui il fondatore della Compagnia visse dal 1544 al 1556, si visitano accanto alla Chiesa del Gesù ma con un accesso e un calendario propri, e la rettoria indica la prenotazione tramite un indirizzo di posta elettronica dedicato. Alcune fonti divulgative riportano un’apertura pomeridiana quotidiana attorno alle 16:00-18:00, ma non è confermata nella stessa forma dal sito ufficiale: meglio scrivere o telefonare prima.

Si possono fare fotografie nella Chiesa del Gesù?

Nella Chiesa del Gesù si possono normalmente scattare fotografie a uso personale senza flash e senza treppiede, come nella gran parte delle chiese romane, ma non durante le celebrazioni. Dato che qui le Messe sono numerose e le visite turistiche vengono sospese trenta minuti prima di ciascuna, la finestra utile per fotografare la volta con luce naturale è più stretta di quanto sembri. Per riprese professionali serve un permesso della rettoria.

Che differenza c’è fra la Chiesa del Gesù e Sant’Ignazio di Loyola?

La Chiesa del Gesù e la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio sono due chiese gesuitiche distinte, a circa dieci minuti di cammino l’una dall’altra. La prima è la chiesa madre dell’ordine, del Cinquecento, con la volta del Baciccio e la tomba di Ignazio; la seconda è del Seicento e ospita la volta e la celebre finta cupola dipinta di Andrea Pozzo. Vederle nella stessa giornata è il modo migliore di capire l’illusionismo barocco.

La Chiesa del Gesù è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

L’ingresso principale della Chiesa del Gesù è preceduto da una breve gradinata, mentre l’interno è su un unico piano privo di dislivelli, il che rende la navata e le cappelle percorribili senza ostacoli una volta entrati. Esiste un accesso laterale che riduce il dislivello, ma la sua disponibilità dipende dagli orari e dalle celebrazioni: chi ha esigenze specifiche fa bene a telefonare in sacrestia prima di presentarsi.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

La Chiesa del Gesù è una di quelle tappe che conviene programmare in funzione dell’orario e non della geografia: il suo momento migliore è il primo mattino, per la volta, oppure il tardo pomeriggio, per la cappella illuminata e per l’eventuale apertura della macchina. Incastrarla a metà giornata, quando la chiesa è chiusa, è l’errore più comune di chi arriva a Roma per pochi giorni e ragiona solo in termini di distanze.

Chi costruisce un itinerario più ampio nel centro storico, mettendo in fila chiese, musei e piazze nello stesso pomeriggio, può trovare strumenti di pianificazione utili su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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