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Kandinsky — la rivoluzione dell’astrazione a Palazzo Bonaparte

Dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027, Palazzo Bonaparte dedica le sue sale del piano nobile a Vassily Kandinsky, l'uomo che più di chiunque altro viene indicato come il padre della pittura astratta. La mostra è curata da Angela Lampe, riunisce oltre settanta opere e nasce da una circostanza precisa: la temporanea chiusura per restauri del Centre Pompidou di Parigi, che ha reso disponibile per il prestito un nucleo consistente di dipinti normalmente inamovibili. Quel nucleo proviene in larga parte dal lascito di Nina Kandinsky, la seconda moglie dell'artista, che nel 1976 donò al museo parigino la collezione rimasta nello studio.

Quando queste righe vengono messe in fila la mostra non ha ancora aperto: mancano pochi giorni all'inaugurazione, le prevendite risultano aperte dal 4 maggio e il sito della sede la colloca ancora nella sezione delle esposizioni in programma. Vale la pena dirlo subito, perché cambia il modo in cui conviene organizzarsi: chi legge adesso ha il vantaggio raro di poter scegliere la fascia oraria della prima settimana, quando l'affluenza non ha ancora raggiunto i numeri che una retrospettiva di questa portata porta con sé in genere da ottobre in avanti.

Accanto al nome principale ne compare un secondo: Gabriele Münter, pittrice, compagna di vita di Kandinsky per oltre un decennio e figura centrale dell'espressionismo tedesco, che secondo la presentazione ufficiale viene esposta in Italia per la prima volta. La sede parla inoltre di oltre venticinque anni trascorsi dall'ultima grande antologica italiana dedicata al maestro.

Quello che segue serve a inquadrare la mostra, a raccontare chi era davvero l'uomo che decise di togliere gli oggetti dal quadro, a spiegare come funziona il palazzo che la ospita, quanto costa entrarci, come ci si arriva, e cosa vale la pena vedere nei dintorni, dato che piazza Venezia è probabilmente il punto più denso di stratificazioni di tutta Roma.

Che cos'è la mostra e dove si tiene

La sede è Palazzo Bonaparte, piazza Venezia 5, all'angolo tra la piazza e l'imbocco di via del Corso. Dal 2019 il palazzo funziona come spazio espositivo con il nome di Spazio Generali Valore Cultura, in una formula che tiene insieme la proprietà, il Gruppo Generali, e la programmazione, affidata ad Arthemisia. La scheda ufficiale del palazzo lo dice in modo esplicito: dopo un restauro importante, Generali Italia ha aperto al pubblico un edificio che per quasi tutta la sua storia era stato una residenza privata e poi una sede di uffici.

Palazzo Bonaparte visto da piazza Venezia
Palazzo Bonaparte all'angolo fra piazza Venezia e via del Corso. Foto di Stella_aboaf, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

La mostra su Kandinsky è la prima grande apertura della stagione 2026 e 2027. Il percorso, stando alla presentazione della sede, è organizzato in cinque sezioni e ripercorre l'intero arco biografico dell'artista, da avvocato affermato a Mosca a protagonista delle avanguardie europee. Non è quindi una mostra monografica su un periodo singolo, ma una retrospettiva vera, che prova a mostrare come un pittore arrivi per gradi a una decisione radicale invece di prenderla in una notte.

Due opere vengono citate per nome nella presentazione ufficiale come perni del percorso: Gelb-Rot-Blau del 1925, cioè Giallo, rosso, blu, un olio su tela di grandi dimensioni oggi al Centre Pompidou, e L'Arco nero del 1912. Sono i due poli cronologici di una parabola: la prima appartiene agli anni del Bauhaus, quando la costruzione geometrica governa ogni cosa; la seconda al momento in cui la forma si scioglie e il colore corre libero sulla tela. Metterle nello stesso percorso significa raccontare due Kandinsky diversi che però sono la stessa persona.

Le date, gli orari e perché il momento conta

Le date di apertura e chiusura sono 15 settembre 2026 e 14 febbraio 2027. Cinque mesi pieni, con dentro l'intera stagione dei ponti autunnali e delle feste, che a Roma significa un afflusso molto irregolare.

Gli orari pubblicati dalla sede sono questi: dal lunedì al giovedì dalle 9.00 alle 19.30, venerdì, sabato e domenica dalle 9.00 alle 21.00. La biglietteria chiude un'ora prima, e questo è il dettaglio che manda a vuoto più visite di quanto si creda: alle 20.15 di sabato l'ingresso è ancora aperto, ma il biglietto non si compra più.

Il calendario delle aperture straordinarie pubblicato dalla sede prevede: domenica 1 novembre dalle 9.00 alle 21.00, martedì 8 dicembre dalle 9.00 alle 21.00, giovedì 24 dicembre dalle 9.00 alle 18.00, venerdì 25 dicembre dalle 12.00 alle 21.00, sabato 26 dicembre dalle 9.00 alle 21.00, giovedì 31 dicembre dalle 9.00 alle 18.00, venerdì 1 gennaio dalle 12.00 alle 21.00, dal 2 al 6 gennaio dalle 9.00 alle 21.00, e infine dal 12 al 14 febbraio con orario prolungato dalle 9.00 alle 23.00. Quest'ultima riga merita attenzione: negli ultimi tre giorni di apertura la mostra resta visitabile fino a tarda sera, una pratica che le grandi esposizioni adottano per assorbire la corsa finale. Chi arriva in ritardo rispetto a tutti i propositi ha quindi una scialuppa, ma si tratta anche dei giorni con la maggiore probabilità di sale affollate.

Sul tema della prenotazione la posizione ufficiale è netta e vale la pena riportarla per come è formulata: la prenotazione non è obbligatoria, ma è fortemente consigliata. Nei giorni di maggiore afflusso, cioè il sabato, la domenica e i festivi, l'ingresso ai visitatori non prenotati non può essere garantito. Tradotto in pratica: in una domenica di novembre, presentarsi senza biglietto è una scommessa.

Chi era Vasilij Kandinsky

Il nome compare scritto in molte forme, perché passa attraverso tre alfabeti e altrettante vite: Vasilij Vasil'evič Kandinskij nella traslitterazione dal russo, Wassily o Vassily nelle versioni tedesca e francese che l'artista stesso adottò. Nacque a Mosca nel 1866 in una famiglia agiata, il padre commerciante di tè con radici siberiane, e crebbe in parte a Odessa. Studiò diritto ed economia politica all'Università di Mosca, si laureò, fece ricerca, e per una manciata di anni fu un giurista rispettato con una carriera accademica davanti.

La svolta arrivò intorno ai trent'anni. Rifiutò una cattedra e si trasferì a Monaco di Baviera per studiare pittura, il che negli anni Novanta dell'Ottocento significava abbandonare una posizione sociale solida per ricominciare da studente in un Paese straniero. Frequentò la scuola privata di Anton Ažbe e poi l'Accademia, dove ebbe come maestro Franz von Stuck. Non era un talento precoce: era un uomo adulto, colto, metodico, che si mise a imparare un mestiere da capo.

Negli anni monacensi fondò e animò gruppi e associazioni, perché la sua idea di arte comprendeva sempre una componente organizzativa e teorica. Nel 1901 diede vita al gruppo Phalanx, che aveva una scuola annessa; fu lì che incontrò Gabriele Münter, allora sua allieva, con cui condivise oltre un decennio di vita e di lavoro, in gran parte nella casa di Murnau, ai piedi delle Alpi bavaresi. Nel 1911 fu tra i promotori del Blaue Reiter, il Cavaliere Azzurro, insieme a Franz Marc: non un movimento con manifesto e tessere, ma un almanacco e una serie di mostre che misero sullo stesso piano pittura d'avanguardia, arte popolare bavarese, maschere africane, disegni di bambini e partiture musicali.

Lo scoppio della Prima guerra mondiale spezzò tutto. Da cittadino russo in Germania dovette partire; tornò a Mosca, si separò da Münter in circostanze dolorose e mai davvero ricomposte, e nel 1917 sposò Nina Andreevskaja. Negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione partecipò alla riorganizzazione delle istituzioni artistiche sovietiche, con incarichi nei musei e negli istituti di cultura artistica, prima che il clima virasse verso posizioni ostili all'astrazione.

Nel 1921 lasciò la Russia per non tornarci più. Dal 1922 insegnò al Bauhaus, prima a Weimar, poi a Dessau, infine a Berlino, fino alla chiusura della scuola nel 1933 sotto pressione nazista. Fu in quegli anni che scrisse il secondo dei suoi testi teorici fondamentali, Punto, linea, superficie, del 1926, e che la sua pittura assunse la forma geometrica e misurata che molti considerano la sua cifra, anche se è solo uno dei suoi periodi.

L'ultimo capitolo è francese. Si stabilì a Neuilly-sur-Seine, alle porte di Parigi, in un appartamento con studio affacciato sul verde, e prese la cittadinanza francese. Lì lavorò fino alla morte, nel 1944, in una Francia occupata dove l'arte che aveva contribuito a fondare era ufficialmente bollata come degenerata. Le opere rimaste nello studio passarono a Nina, e sono in gran parte quelle che nel 1976 sarebbero entrate nelle collezioni pubbliche francesi.

Una curiosità su Kandinsky — la rivoluzione dell’astrazione a Palazzo Bonaparte

Kandinsky raccontò più volte di percepire i colori come suoni e i suoni come colori. Non era una metafora da conferenza: descriveva il giallo come una tromba squillante, il blu come un violoncello che scende verso il contrabbasso, il verde come una nota tenuta e immobile. Nei suoi scritti mise in fila un vero e proprio catalogo di corrispondenze tra timbri strumentali e tinte, con una precisione che sconcerta chi lo legge per la prima volta.

Da qui discendono i titoli musicali che usò per intere serie di quadri: Impressioni, Improvvisazioni, Composizioni. Sono termini presi di peso dal vocabolario dei musicisti, e la scelta era voluta. Nella gerarchia che aveva in testa, l'impressione nasceva dall'urto diretto con la natura esterna, l'improvvisazione da un moto interiore quasi inconscio, la composizione da una elaborazione lunga e ragionata, esattamente come una sinfonia rispetto a un tema improvvisato al pianoforte.

Il punto interessante, e poco compreso, è che per lui la musica era in vantaggio. La musica occidentale aveva smesso da secoli di imitare qualcosa: nessuno chiede a una sonata di assomigliare a un paesaggio. La pittura invece era rimasta legata all'obbligo di rappresentare. La sua ambizione, dichiarata senza giri di parole, era liberare la pittura dallo stesso vincolo, portandola al livello di autonomia che la musica possedeva già.

Nella mostra romana questo tema non è un dettaglio decorativo: la presentazione ufficiale lo mette al centro quando parla di dipinti che devono suonare come una melodia e agire direttamente sull'anima. Chi entra sapendo questo guarda le tele in modo diverso, cercando ritmi, intervalli e silenzi invece di figure nascoste.

La nascita dell'astrazione, per come è andata davvero

La versione da manuale dice che nel 1910 Kandinsky dipinse il primo acquerello astratto della storia e che da quel momento l'arte cambiò. La realtà è più interessante e molto meno pulita.

Intanto, la datazione di quel foglio è discussa da decenni: alcuni studiosi ritengono che sia stato retrodatato dall'artista stesso, e che risalga in realtà a un paio d'anni dopo. Poi, l'idea di eliminare il soggetto riconoscibile non nacque in una sola testa: negli stessi anni, in punti diversi d'Europa, altri pittori stavano arrivando a conclusioni simili per strade proprie. Frantisek Kupka a Parigi, Piet Mondrian nei Paesi Bassi, i futuristi in Italia, i raggisti in Russia, ciascuno con un percorso indipendente. Attribuire una data e un padre unico a un fenomeno collettivo è una comodità narrativa, non un fatto storico.

Quello che si può dire con più solidità è come ci arrivò Kandinsky. La sua pittura degli anni monacensi parte da paesaggi e scene fiabesche di ascendenza russa, con cavalieri, cupole e montagne, dipinti con una tavolozza sempre più accesa. Progressivamente gli oggetti perdono contorno: il cavaliere diventa un arco di colore, la collina una fascia, la chiesa un accento verticale. Non c'è un salto, c'è una dissolvenza lunga anni, e in molte tele del periodo 1910 e 1913 la figura è ancora lì, leggibile per chi sa dove guardare.

Il testo che accompagna questo passaggio è Lo spirituale nell'arte, pubblicato a Monaco tra la fine del 1911 e il 1912. È un libro strano, in parte trattato, in parte manifesto, in parte professione di fede. La tesi centrale è che ogni forma e ogni colore producano una vibrazione nell'animo di chi guarda, e che l'artista abbia una responsabilità quasi sacerdotale nel maneggiarli. Il vocabolario risente del clima teosofico e antroposofico che circolava nell'Europa di allora, e questo può spiazzare un lettore contemporaneo: non era misticismo da salotto, era il linguaggio con cui una generazione provava a dire che l'arte non doveva più servire a descrivere.

C'è poi la questione della responsabilità storica, che spesso viene passata sotto silenzio. Kandinsky non abbandonò la figura per capriccio formale. Lo fece nel decennio che portò l'Europa al macello del 1914, convinto che una civiltà materialista fosse arrivata al capolinea e che servisse un'arte capace di parlare direttamente allo spirito. Le sue tele più esplosive sono contemporanee agli anni in cui il continente si preparava a distruggersi. Leggerle come esercizi decorativi significa perdere completamente il punto.

Una cosa che non ti dice nessuno su Kandinsky — la rivoluzione dell’astrazione a Palazzo Bonaparte

Il maestro dell'astrazione visse buona parte della sua vita adulta come apolide di fatto, e la sua pittura porta i segni di quella condizione più di quanto si ammetta.

Consideriamo i fatti concreti. Nato suddito dell'impero russo, si costruì una carriera in Germania. Nel 1914 dovette lasciare la Germania perché russo. Nel 1921 lasciò la Russia perché il nuovo potere considerava la sua ricerca un residuo borghese. Nel 1933 dovette lasciare la Germania una seconda volta, perché il regime nazista chiuse il Bauhaus e inserì la pittura astratta nell'elenco dell'arte degenerata. Ottenne la cittadinanza francese pochi mesi prima che la Francia entrasse in guerra, e trascorse gli ultimi anni sotto occupazione tedesca, in un Paese dove esporre quel tipo di quadri era diventato impraticabile.

Quattro esili in trent'anni. Ogni volta lasciando dietro di sé lavori, mobili, carte, allievi, amicizie. Quando nel 1914 partì dalla Germania, una parte cospicua della produzione monacense rimase nelle mani di Gabriele Münter, e fu lei a nasconderla durante gli anni del nazismo, salvandola materialmente dalla distruzione. Una porzione importante di ciò che oggi si conosce di quel periodo esiste perché una donna con cui aveva chiuso i rapporti in modo brusco decise comunque di proteggerne i quadri.

La conseguenza sul lavoro è visibile. L'astrazione di Kandinsky non ha mai la freddezza dell'utopia tecnica che si incontra in altri protagonisti dello stesso periodo. Anche nelle tele più geometriche del periodo di Dessau restano tracce di un immaginario che viene da altrove: profili che ricordano cupole a cipolla, archi che somigliano a gioghi di cavalli, accenni di orizzonte. Chi conosce l'arte popolare russa e le icone riconosce alcuni di quei moduli senza fatica. Un artista che ha perso quattro volte il suolo sotto i piedi porta con sé un bagaglio portatile, e quel bagaglio finisce nei quadri.

Che cosa si vede in mostra

Il numero comunicato dalla sede è di oltre settanta capolavori, appartenenti in larga misura al lascito di Nina Kandinsky, con il Centre Pompidou come prestatore principale. Il percorso è diviso in cinque sezioni e segue l'ordine biografico: la formazione russa, gli anni di Monaco e del Blaue Reiter, il ritorno in patria, il Bauhaus, il periodo parigino.

Sul contenuto puntuale delle sale è giusto essere prudenti: l'elenco completo delle opere non risulta pubblicato prima dell'apertura, e le due tele citate per nome nella presentazione, Gelb-Rot-Blau del 1925 e L'Arco nero del 1912, sono le uniche che la sede indica esplicitamente. Il resto si vedrà entrando.

Quello che invece si può anticipare è che cosa cercare, perché una retrospettiva di questo tipo funziona bene solo se si sa leggere l'evoluzione invece dei singoli pezzi. Ecco le quattro fasi che scandiscono qualunque percorso kandinskiano.

La fase figurativa e fiabesca. Prima del 1910 la pittura è piena di cavalieri, coppie in costume, cupole, boschi e paesaggi bavaresi, trattati con impasti densi e colori accesi. Chi si aspetta l'astrazione fin dalla prima sala resta spiazzato: qui ci sono ancora storie.

La dissoluzione. Tra il 1910 e il 1914 le forme si aprono. Le linee diventano autonome rispetto agli oggetti che descrivevano, le macchie di colore si staccano dai contorni, la superficie si carica di energia. È la fase in cui compaiono i titoli musicali e in cui la tela smette di essere una finestra e diventa un campo di forze.

La geometria. Dal ritorno in Russia e per tutto il periodo del Bauhaus la pittura si ordina. Cerchio, triangolo, retta e angolo diventano gli elementi di un alfabeto, disposti su fondi spesso chiari con un controllo quasi progettuale. Qui sta la differenza più evidente rispetto alla fase precedente: dove prima c'era esplosione, ora c'è misura.

La fase parigina. Negli ultimi dieci anni compaiono forme morbide, organiche, che ricordano micro organismi, embrioni, elementi biologici visti al microscopio, immersi in fondi di colore tenero. Molti visitatori non le associano al nome che hanno in testa, e sono fra le cose più sorprendenti da vedere dal vivo.

A queste quattro fasi la mostra romana aggiunge il capitolo su Gabriele Münter, presentato come un focus inedito. Sul piano espositivo significa che in almeno una parte del percorso si guarderanno due pittori, non uno.

Gabriele Münter, il nome accanto

Per decenni Münter è stata catalogata come la compagna di Kandinsky, con la sua pittura ridotta a nota a piè di pagina. La revisione di questo giudizio è in corso da tempo, con mostre monografiche di rilievo internazionale, e la presentazione ufficiale della mostra romana la descrive come una figura fondamentale dell'espressionismo, esposta in Italia per la prima volta.

Alcuni elementi utili per capire perché la cosa conta. Münter arrivò alla pittura da una formazione che comprendeva la fotografia, praticata con serietà durante un lungo viaggio negli Stati Uniti, e quell'occhio fotografico si riconosce nelle sue inquadrature: tagli netti, primi piani, campiture larghe delimitate da contorni scuri. La sua ricerca non fu una versione addolcita di quella di Kandinsky, fu un'altra cosa, più legata alla figura, al ritratto e al paesaggio, con una capacità di sintesi cromatica che molti contemporanei le riconobbero.

Un'annotazione utile per chi fotografa o studia: Münter morì nel 1962 e in Italia i diritti patrimoniali durano settant'anni dalla morte dell'autore, quindi le sue opere risultano ancora protette, mentre quelle di Kandinsky, morto nel 1944, sono uscite da quel termine.

Il consiglio che ti do per visitare Kandinsky — la rivoluzione dell’astrazione a Palazzo Bonaparte

Il consiglio è uno solo e vale più di tutti gli altri messi insieme: percorri le sale due volte, e la seconda volta al contrario.

Il motivo è semplice. Una retrospettiva costruita in ordine cronologico porta chi guarda a trattare le prime sale come una premessa da smaltire per arrivare al Kandinsky famoso. Il risultato è che si attraversa la fase figurativa distrattamente e si arriva ai cerchi e ai triangoli senza avere in testa da dove vengano. Rifacendo il percorso a ritroso, con le geometrie ancora negli occhi, i paesaggi bavaresi e i cavalieri della prima sala cambiano completamente di senso: si vedono gli archi, i tondi, le diagonali già presenti sotto la figura. La seconda passata dura un quarto della prima e vale il doppio.

Aggiungo tre accorgimenti operativi che in una mostra affollata fanno la differenza.

Scegli la fascia oraria giusta. Con apertura alle 9.00 tutti i giorni, la prima ora del mattino infrasettimanale è la finestra migliore in assoluto. La seconda migliore è la coda serale del venerdì e del fine settimana, quando la chiusura alle 21.00 sposta in avanti il picco: dalle 19.00 in poi le sale si alleggeriscono, ricordando sempre che la biglietteria chiude alle 20.00.

Usa l'audioguida, che risulta inclusa nel biglietto. Le informazioni ufficiali sui biglietti riportano l'audioguida come gratuita. In una mostra dove il contesto biografico spiega buona parte delle scelte pittoriche, avere il commento in cuffia evita di restare in coda davanti ai pannelli.

Distanza e poi vicinanza. Davanti a una tela astratta di grande formato il primo sguardo va dato da lontano, cinque o sei metri, per cogliere l'equilibrio complessivo delle masse. Solo dopo conviene avvicinarsi per la materia, le velature, i pentimenti. Fare il contrario, cioè partire dal dettaglio, è il modo più sicuro per uscire con la sensazione di non avere capito niente.

Palazzo Bonaparte come sede

L'edificio è del Seicento. La data indicata dalla cronologia ufficiale del palazzo è il 1657, con il progetto di Giovanni Antonio De Rossi per conto dei marchesi d'Aste. La facciata mette insieme il vocabolario barocco e una compostezza di impianto più tardo rinascimentale, e chi passa in piazza Venezia la riconosce per il fronte curvo che si affaccia sull'incrocio con via del Corso. Attorno al 1760 la proprietà passò ai marchesi Rinuccini, famiglia fiorentina.

Il nome che porta oggi arriva nel 1818, quando Letizia Ramolino Bonaparte, madre di Napoleone, lo acquistò per ventisettemila piastre d'oro e ne fece la propria dimora. Vi abitò fino alla morte, nel 1836, ormai ottantenne e in gran parte ritirata. Da allora l'edificio è Palazzo Bonaparte per tutti, anche se in seguito cambiò proprietari più volte: nel 1905 passò dai principi di Canino e Musignano ai marchesi Misciattelli di Orvieto, e nel 1972 entrò nel patrimonio di INA Assitalia, società del Gruppo Generali, che ne è rimasta proprietaria.

C'è un oggetto che collega direttamente il palazzo alla storia napoleonica: una delle copie in gesso del Marte Pacificatore di Antonio Canova, la statua colossale che raffigura Napoleone in nudità eroica, si trova al piano nobile. L'originale in marmo, per una piega ironica della storia, è ad Apsley House a Londra, cioè nella residenza del duca di Wellington, l'uomo che a Waterloo chiuse la partita.

Per un visitatore, il fatto che una grande mostra si tenga in una residenza storica e non in un museo costruito per lo scopo ha conseguenze pratiche. Le sale sono quelle di un appartamento nobiliare: sequenza di ambienti in enfilade, soffitti decorati, finestre alte che danno sulla piazza. Il percorso si sviluppa in verticale, con ascensore per raggiungere i piani. Non aspettarti gli spazi neutri di un white cube: qui il contenitore si vede, partecipa, e in una mostra dedicata al colore questo è un elemento in più da mettere nel conto.

Il balconcino verde di Maria Letizia Ramolino

Il dettaglio più noto del palazzo è una verandina chiusa, verniciata di verde, che sporge sull'angolo tra piazza Venezia e via del Corso, a pochi metri da terra. La descrizione ufficiale della sede lo racconta senza mezzi termini: il palazzo è conosciuto per il suo balconcino verde, dal quale Maria Letizia Ramolino, madre di Napoleone Bonaparte, osservava il via vai attraverso le feritoie della verandina.

Vale la pena fermarsi su questa immagine, perché racconta una condizione precisa. Letizia arrivò a Roma dopo la caduta del figlio, sotto la protezione del papa, in una posizione a metà tra l'ospite illustre e la sorvegliata speciale. Uscire era complicato, e il suo mondo si ridusse progressivamente a quelle stanze. La verandina chiusa con le feritoie era il compromesso: vedere senza essere vista, seguire la vita della città più rumorosa d'Europa restando all'interno.

Un'ultima annotazione di atmosfera, riportata dalla cronologia della sede come racconto tramandato e non come fatto documentato: si narra che nella notte del 5 maggio 1821 un visitatore misterioso si presentò a Letizia annunciandole che in quel preciso momento Napoleone era liberato dalle sue pene, per poi svanire. Quella notte, a Sant'Elena, Napoleone morì davvero. La cronologia ufficiale presenta l'episodio come leggenda, e come tale va preso.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che piazza Venezia è il centro di Roma. Molti meno sanno che Palazzo Bonaparte è l'unico edificio della piazza rimasto sostanzialmente com'era prima che la piazza venisse inventata.

La piazza che si attraversa oggi ha poco più di un secolo. Fino alla fine dell'Ottocento lo spazio davanti a Palazzo Venezia era molto più piccolo e chiuso, un incrocio irregolare tra il Corso e le strade che salivano verso il Campidoglio, con isolati fitti dove ora c'è il vuoto. Poi arrivò il Vittoriano, la cui prima pietra fu posata il 22 marzo 1885 da Umberto I su progetto di Giuseppe Sacconi, e Sacconi stesso ridisegnò l'intera piazza per fare spazio al monumento. Sparirono interi isolati, vicoli, chiese e case. Fu demolita e ricostruita più indietro una parte del tessuto edilizio, e nel 1906 venne inaugurato il Palazzo delle Assicurazioni al numero 11, progettato apposta per richiamare lo stile del quattrocentesco Palazzo Venezia posto proprio di fronte, così da creare due quinte simmetriche.

In mezzo a questa operazione di chirurgia urbana, Palazzo Bonaparte rimase dov'era e come era. Non fu arretrato, non fu rifatto in stile, non fu inglobato. Il risultato è che l'edificio seicentesco di De Rossi, con la sua facciata curva e la sua verandina, è l'unico punto della piazza dove si vede l'assetto precedente al grande riordino: tutto il resto attorno è ottocentesco, novecentesco o completamente reinventato.

C'è una conseguenza che riguarda direttamente la mostra. Il palazzo non è arretrato rispetto al filo stradale come i suoi vicini, quindi si trova più vicino al traffico e alla quota della piazza. Chi esce dopo due ore di pittura astratta si ritrova immediatamente nel punto più rumoroso e trafficato della città, senza nessuna zona cuscinetto. È un contrasto che conviene prevedere, e più avanti si dirà dove andare per assorbirlo.

Biglietti e accesso

Le prevendite risultano aperte dal 4 maggio. La sede raccomanda con forza il preacquisto e segnala che i biglietti si comprano anche in loco, ma che in quel caso l'ingresso può comportare attese per rispettare le capienze di sicurezza delle sale.

Questo il quadro tariffario pubblicato dalla sede per la mostra, con audioguida gratuita compresa nel titolo di ingresso.

Intero 18,00 euro. La tariffa piena.

Ridotto 17,00 euro. Riservato a chi ha compiuto 70 anni, con documento; ai ragazzi da 11 a 18 anni non compiuti; agli appartenenti alle forze dell'ordine; alle persone con disabilità; ai giornalisti con tessera dell'Ordine Nazionale, siano professionisti, praticanti o pubblicisti; ai possessori della Card Arthemisia e ai possessori di un biglietto delle altre mostre in corso dello stesso organizzatore.

Ridotto Atac 16,00 euro. Per chi possiede l'abbonamento annuale Metrebus Card, valido dal lunedì al venerdì esclusi i festivi, acquistabile solo in biglietteria esibendo la tessera annuale e un documento.

Ridotto convenzione Generali 16,00 euro. Per dipendenti e agenti del Gruppo Generali, clienti con documentazione nominale e azionisti.

Ridotto universitari 15,00 euro. Ogni martedì, festivi esclusi, per tutti gli studenti universitari senza limite di età. È la riduzione più interessante per chi può scegliere il giorno, perché non pone tetti anagrafici.

Ridotto speciale 10,00 euro. Per le guide abilitate che non accompagnano un gruppo.

Ridotto Trenitalia 13,50 euro. Per chi possiede un biglietto Frecciarossa, Frecciargento o Frecciabianca con destinazione Roma, con data fino a due giorni antecedenti l'ingresso. Si acquista esclusivamente alla biglietteria della mostra, il titolo di viaggio va esibito all'ingresso e consente di saltare la fila. Le riduzioni non sono cumulabili.

Ridotto bambini 8,00 euro. Da 4 a 11 anni non compiuti.

Biglietto Open 22,00 euro. Consente l'ingresso senza bloccare data e fascia oraria, in un giorno a scelta dal giorno successivo all'acquisto, senza comunicare nulla in anticipo. Attenzione a una clausola che sfugge spesso: il biglietto Open è utilizzabile entro e non oltre l'8 febbraio, quindi non copre gli ultimi giorni di mostra.

Ridotto gruppi 16,00 euro. Prenotazione obbligatoria, minimo 10 e massimo 20 persone, microfonaggio obbligatorio.

Ridotto scuole 7,00 euro. Prenotazione obbligatoria, massimo 25 persone, microfonaggio obbligatorio per le scuole secondarie.

Gratuito. Bambini fino a 4 anni non compiuti; un accompagnatore o guida per ogni gruppo prenotato; due insegnanti per ogni gruppo scolastico; soci ICOM, con biglietto da ritirare in cassa e senza diritto al saltafila; un accompagnatore per persona con disabilità; possessori di coupon di invito; possessori di Vip Card Arthemisia; giornalisti con tessera dell'Ordine in servizio, previo accredito richiesto dalla redazione all'indirizzo stampa dell'organizzatore.

Ai prezzi vanno aggiunti i diritti di prenotazione e prevendita: 1,50 euro a persona per gruppi e singoli, 1,00 euro per studente per le scolaresche, più eventuali diritti di agenzia.

Per le visite guidate le tariffe pubblicate riguardano i gruppi: 120,00 euro per gruppi adulti in italiano e 130,00 in lingua straniera, 90,00 euro per gruppi scuola in italiano e 100,00 in lingua straniera, con tariffa del biglietto esclusa e prenotazione obbligatoria. Il microfonaggio, obbligatorio per gruppi adulti e scuole secondarie con guida esterna sprovvista di impianto proprio, costa 20,00 euro a gruppo. Per i visitatori singoli esistono visite guidate su aggregazione, con calendario e preacquisto sul canale di vendita indicato dalla sede.

Un'annotazione per gli insegnanti e per chi ha diritto alle carte cultura: l'acquisto con bonus docenti e carte cultura, secondo le informazioni ufficiali, è possibile esclusivamente attraverso il canale di vendita online indicato dalla sede, non in biglietteria.

Sul comportamento in mostra, le regole pubblicate sono precise. Borse e oggetti ingombranti vanno lasciati obbligatoriamente al guardaroba, che è gratuito; le borse piccole possono entrare previo controllo del contenuto. È vietato fumare, comprese le sigarette elettroniche. È vietato usare il flash. È vietato riprendere con cavalletti o strumenti professionali senza autorizzazione preventiva della direzione o dell'ufficio stampa, anche a titolo personale. È vietato telefonare all'interno degli spazi espositivi. È vietato consumare cibi e bevande in qualsiasi ambiente interno del palazzo. Gli animali non possono entrare, con l'eccezione dei cani per pet therapy e dei cani di accompagnamento in caso di invalidità, in entrambi i casi previa esibizione di documentazione idonea.

Un'ultima regola che fa perdere l'ingresso a molti: chi ha prenotato deve presentarsi puntuale e comunque con non più di cinque minuti di anticipo rispetto all'orario indicato. Arrivare mezz'ora prima sperando di entrare subito non funziona, e arrivare dopo può significare non entrare affatto.

Accessibilità

Le informazioni ufficiali sull'accessibilità sono dettagliate e vale la pena riportarle con precisione, perché in un palazzo storico la differenza tra accessibile e praticabile si gioca sui particolari.

Il palazzo risulta accessibile ai visitatori con disabilità. Chi usa la propria carrozzina può raggiungere in completa autonomia l'ingresso principale su piazza Venezia 5. All'interno, secondo quanto dichiarato, non si incontrano difficoltà a visitare tutte le sale della mostra e a raggiungere i servizi igienici; il personale all'ingresso indica il percorso per arrivare all'ascensore. I servizi igienici per persone con disabilità si trovano al secondo piano, quindi l'uso dell'ascensore è parte normale della visita e non un'eccezione.

Chi ha bisogno di una carrozzina può segnalarlo al personale all'ingresso, che si attiva per fornirne una se disponibile. La formula usata è esattamente questa, cioè la disponibilità non è garantita in anticipo. In caso di prestito viene trattenuto temporaneamente un documento di identità e il personale accompagna il visitatore all'ascensore che conduce ai piani. Chi non vuole correre rischi in una giornata affollata fa bene a telefonare prima al numero della sede.

Sul piano tariffario, ai visitatori con disabilità è riservato il biglietto ridotto; può essere richiesta l'esibizione del verbale della legge 104 del 1992 o, per i visitatori stranieri, di una certificazione equivalente. La gratuità, dove prevista, si estende all'accompagnatore di persone non autosufficienti e comporta il diritto a evitare la fila. Il biglietto in questi casi si acquista direttamente il giorno stesso alla biglietteria del palazzo.

Per i cani di accompagnamento, come detto, l'accesso è consentito con documentazione idonea, insieme ai cani impiegati in pet therapy.

Due osservazioni che l'informazione ufficiale non copre e che è onesto segnalare come tali. La prima riguarda l'affollamento: in una mostra molto visitata, muoversi in carrozzina nelle sale di una residenza storica con passaggi in sequenza è nettamente più semplice nelle prime ore del mattino infrasettimanale. La seconda riguarda l'arrivo: piazza Venezia è un nodo di traffico complicato, e chi arriva in auto con contrassegno farebbe bene a verificare in anticipo le condizioni di sosta nell'area, perché la zona è a traffico limitato e la situazione dei posti riservati nelle immediate vicinanze cambia nel tempo.

La foto giusta da fare a Kandinsky — la rivoluzione dell’astrazione a Palazzo Bonaparte

Cominciamo da cosa non fare. All'interno il flash è vietato, cavalletti e attrezzature professionali richiedono autorizzazione preventiva, e le opere di Münter sono ancora coperte da diritti. Quindi la fotografia interessante, in questo caso, è quasi tutta fuori.

La foto che vale è il balconcino verde all'angolo. Va cercata dal marciapiede opposto, dal lato del Palazzo delle Assicurazioni, con un obiettivo medio tele oppure semplicemente con lo zoom del telefono, in modo da comprimere il piano e isolare la verandina dalla facciata. Funziona perché quel verde smeraldo, contro il travertino e l'ocra dell'edificio, è l'unico accento cromatico forte di tutto l'angolo, ed è esattamente il tipo di rapporto tra colore e superficie che si è appena finito di guardare in mostra.

L'ora conta molto. A metà mattina il fronte riceve luce diretta e il verde satura; nel tardo pomeriggio d'autunno la facciata va in ombra mentre il Vittoriano alle spalle resta illuminato, e la verandina si stacca come una macchia scura su un fondo chiaro. Due immagini opposte, entrambe valide.

La seconda inquadratura da portare a casa è quella che mette insieme l'angolo del palazzo e l'imbocco di via del Corso. Ci si posiziona in modo da avere la facciata curva sulla sinistra e la fuga rettilinea della strada che si perde verso nord: è la prospettiva da cui si capisce perché quella finestra fosse un punto di osservazione così ambito, con la corsa dei cavalli che arrivava proprio da lì.

Una raccomandazione che sembra ovvia e non lo è: le fotografie in piazza Venezia si scattano dal marciapiede, mai dagli attraversamenti. È un incrocio dove convergono autobus, tram, taxi e traffico privato da sei direzioni, e la tentazione di arretrare di un passo per inquadrare meglio è il modo più comune di finire in mezzo alla carreggiata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Poche facciate di Roma hanno assistito a tanta storia a distanza ravvicinata. Questa è una selezione essenziale, ricavata dalla cronologia pubblicata dalla proprietà del palazzo.

Dal Quattrocento. Lungo la strada che passa sotto queste finestre si correva il Palio dei Barberi, gara di cavalli lanciati senza cavaliere che per secoli fu il momento culminante del Carnevale romano. La fase decisiva, quando gli animali venivano fermati con delle reti nel vicolo della Ripresa dei Barberi, si svolgeva a pochi metri da qui.

1657. Giovanni Antonio De Rossi progetta l'edificio per i marchesi d'Aste.

1760 circa. Il palazzo passa ai marchesi Rinuccini di Firenze.

1803. Antonio Canova realizza il Marte Pacificatore, ritratto neoclassico di Napoleone. Una delle cinque copie in gesso si trova ancora oggi al piano nobile del palazzo.

1818. Letizia Bonaparte acquista l'edificio per ventisettemila piastre d'oro e gli dà il nome che porta ancora.

1821. La notte del 5 maggio, secondo il racconto tramandato, un visitatore sconosciuto annuncia a Letizia che il figlio è libero dalle sue pene. È la notte in cui Napoleone muore a Sant'Elena. La cronologia ufficiale lo presenta come leggenda.

1836. Madama Letizia muore nelle sue stanze di piazza Venezia 5.

1850 circa. L'illuminazione a gas arriva in piazza Venezia prima che nel resto di Roma, e di notte illumina anche questa facciata.

1861. Il 17 marzo Vittorio Emanuele II viene proclamato re d'Italia. A Roma, ancora sotto il governo pontificio, i festeggiamenti spontanei vengono repressi con arresti e perquisizioni.

1870. Breccia di Porta Pia. Roma viene annessa al Regno d'Italia e ne diventa la capitale.

1885. Il 22 marzo Umberto I posa la prima pietra del Vittoriano. Il progetto vincitore è di Giuseppe Sacconi.

Fine Ottocento. Sacconi ridisegna l'intera piazza attorno al monumento. Palazzo Bonaparte resta intatto.

1905. I principi di Canino e Musignano, eredi della famiglia, vendono ai marchesi Misciattelli di Orvieto.

1906. Viene inaugurato il Palazzo delle Assicurazioni al numero 11, costruito in modo da richiamare il quattrocentesco Palazzo Venezia posto di fronte.

1911. Il 4 giugno Vittorio Emanuele III inaugura il Vittoriano, ventisei anni dopo la prima pietra, in concomitanza con l'Esposizione internazionale per i cinquant'anni dell'Unità.

1921. Il Milite Ignoto viene inumato al centro della scalinata del Vittoriano, il 4 novembre, in memoria degli oltre seicentomila caduti della Prima guerra mondiale.

1936. Il 9 maggio Mussolini proclama la nascita dell'Impero dal balcone di Palazzo Venezia, cioè dall'edificio che chiude la piazza sul lato opposto.

1944. La sera del 4 giugno, dopo nove mesi di occupazione, Roma viene liberata dagli Alleati. È anche l'anno in cui Kandinsky muore a Neuilly-sur-Seine, il 13 dicembre.

1948. Il 2 giugno si celebra per la prima volta la Festa della Repubblica. Il presidente Luigi Einaudi rende omaggio alla tomba del Milite Ignoto.

1953. Audrey Hepburn, protagonista di Vacanze Romane accanto a Gregory Peck per la regia di William Wyler, passa davanti al palazzo sulla Vespa.

1960. Alberto Sordi, nei panni del protagonista de Il Vigile di Luigi Zampa, dirige il traffico dalla postazione all'incrocio con via del Corso, a pochi metri dall'ingresso.

1972. Il palazzo entra nel patrimonio di INA Assitalia, del Gruppo Generali.

2019. Dopo un restauro importante, Generali Italia apre l'edificio al pubblico come primo spazio Generali Valore Cultura, con la programmazione affidata ad Arthemisia. La prima grande mostra è dedicata all'Impressionismo.

Chi è passato da Kandinsky — la rivoluzione dell’astrazione a Palazzo Bonaparte

La mostra deve ancora aprire, quindi l'elenco dei visitatori illustri sarà una faccenda dei prossimi mesi. Ha però senso guardare la domanda da due lati diversi, e in entrambi i casi la risposta è densa.

Chi è passato per queste stanze. Letizia Ramolino visse qui gli ultimi diciotto anni della sua vita, e in quelle stanze ricevette per decenni il flusso di parenti, esuli, diplomatici e curiosi che ruotava attorno al nome Bonaparte a Roma. Dopo di lei il palazzo passò ai principi di Canino e Musignano, ramo della famiglia legato a Luciano Bonaparte, e poi ai Misciattelli. Nel Novecento divenne sede di uffici assicurativi, il che significa migliaia di persone che hanno lavorato per decenni dietro quelle finestre senza che nessuno potesse entrare a vederle. Dal 2019, con la riapertura al pubblico, sono passate per il piano nobile le grandi mostre monografiche che hanno riportato in queste sale un pubblico di massa.

Chi è passato accanto a Kandinsky. La sua rubrica personale è un pezzo di storia dell'arte del Novecento. A Monaco lavorò con Gabriele Münter, Alexej von Jawlensky e Marianne von Werefkin, tutti e quattro legati dalla stagione di Murnau. Con Franz Marc costruì l'almanacco del Blaue Reiter, e intorno a quell'impresa ruotarono August Macke e Paul Klee. Con Arnold Schönberg, il compositore che stava demolendo la tonalità negli stessi anni in cui lui demoliva la figura, ebbe uno scambio epistolare e un'amicizia che è uno dei documenti più affascinanti del periodo: due uomini che arrivano alla stessa conclusione da due arti diverse e se ne accorgono leggendosi.

Al Bauhaus i colleghi si chiamavano Paul Klee, con cui condivise per anni una casa bifamiliare a Dessau, Laszlo Moholy Nagy, Josef Albers, Oskar Schlemmer, sotto la direzione prima di Walter Gropius e poi di Ludwig Mies van der Rohe. A Parigi, negli anni Trenta, frequentò l'ambiente delle avanguardie in cui si muovevano Joan Miro, Jean Arp, Robert e Sonia Delaunay, Constantin Brancusi e Marcel Duchamp.

Infine la persona senza la quale questa mostra non esisterebbe: Nina Kandinsky, sposata nel 1917, custode dello studio e delle opere dopo il 1944, e autrice della donazione del 1976 che portò il corpus nelle collezioni pubbliche francesi. La didascalia ufficiale di una delle opere in mostra, Gelb-Rot-Blau, la cita esplicitamente come donatrice. Senza quella decisione, un prestito di questa ampiezza non sarebbe materialmente possibile.

Cosa c'è intorno a piazza Venezia

Uscendo dal portone ci si trova nel punto in cui Roma cambia natura a ogni angolo. Ecco come si muove chi non vuole limitarsi ad attraversare la piazza per raggiungere la fermata.

Sul posto. Di fronte, l'Altare della Patria occupa l'intero fondale della piazza, con la tomba del Milite Ignoto e la scalinata monumentale. All'interno del complesso, l'Ala Brasini ospita spazi espositivi che spesso hanno una programmazione propria. Sul lato opposto della piazza, il Museo Nazionale del Palazzo Venezia occupa l'edificio quattrocentesco che ha dato il nome a tutto il resto.

Salendo al Campidoglio. A destra del Vittoriano parte la Cordonata Capitolina, la rampa disegnata da Michelangelo che porta in Campidoglio, e da lì si entra ai Musei Capitolini. Accanto alla Cordonata, la scalinata molto più ripida sale a Santa Maria in Aracoeli. La combinazione tra una retrospettiva sull'astrazione al mattino e la Roma capitolina nel pomeriggio è un accostamento brutale nel modo migliore. Poco oltre, i Mercati di Traiano danno la vista dall'alto sull'intero complesso dei fori imperiali, e da lì si prosegue verso il Colosseo.

Verso il Tridente. Prendendo via del Corso si imbocca il rettifilo che arriva fino a piazza del Popolo. Dopo poche centinaia di metri, sulla destra, la Galleria Alberto Sordi permette una sosta al coperto, e più avanti si aprono piazza Colonna e le traverse che portano verso il Pantheon. Sulla stessa direttrice, poco a est, si trovano la Fontana di Trevi e la piccola, sorprendente Galleria Sciarra, un cortile liberty interamente dipinto che la maggior parte dei passanti ignora.

Per restare sull'arte. A meno di cinque minuti a piedi lungo il Corso, la Galleria Doria Pamphilj conserva una delle più importanti collezioni private ancora al loro posto in Europa. Chi vuole costruire una giornata interamente novecentesca può invece guardare al Palazzo delle Esposizioni e alle Scuderie del Quirinale, a un quarto d'ora di cammino in salita, entrambi sedi di grandi mostre temporanee. Per i reperti, il Crypta Balbi racconta la stratificazione urbana meglio di qualsiasi pannello.

Sulla scheda generale della sede, indipendentemente dalla mostra in corso, il riferimento resta Palazzo Bonaparte.

Come ci si arriva

L'indirizzo è piazza Venezia 5, e il modo peggiore per raggiungerlo è l'automobile privata. La piazza è il nodo in cui converge quasi tutto il traffico del centro, la zona è soggetta a limitazioni e i parcheggi di superficie nelle immediate vicinanze sono praticamente inesistenti.

Autobus. È il mezzo naturale: piazza Venezia è servita da un numero elevato di linee urbane che arrivano da tutte le direzioni, e la fermata dista pochi metri dal portone.

Metropolitana. La piazza non ha una propria stazione attiva delle linee storiche. La soluzione più comune è la linea B con discesa a Colosseo e circa dieci minuti a piedi lungo via dei Fori Imperiali, oppure la linea A con discesa a Barberini o a Spagna e un tratto a piedi più lungo. In zona sono in corso da anni i lavori della linea C, che modificano periodicamente percorsi pedonali e fermate di superficie: conviene verificare la situazione del giorno prima di partire.

Treno. Da Termini si arriva con gli autobus diretti in pochi minuti, oppure a piedi in circa venti minuti passando per via Nazionale. Chi arriva con l'alta velocità ricordi la riduzione dedicata descritta sopra, acquistabile soltanto in biglietteria.

A piedi. Dal Pantheon sono circa dieci minuti, dalla Fontana di Trevi poco più, dal Colosseo un quarto d'ora abbondante. Per chi soggiorna nel centro storico, camminare resta la scelta più efficiente.

Domande veloci

Quando apre la mostra?
Il 15 settembre 2026. Chiude il 14 febbraio 2027.

Dove si trova?
A Palazzo Bonaparte, piazza Venezia 5, Roma.

Chi ha curato la mostra?
Angela Lampe, secondo quanto indicato dalla sede.

Quante opere ci sono?
Oltre settanta, in cinque sezioni.

Da dove arrivano?
In larga parte dal Centre Pompidou di Parigi, che ha potuto concedere un nucleo consistente di prestiti grazie alla chiusura temporanea per restauri, oltre che da altre istituzioni internazionali. Il corpus è in gran parte quello del lascito di Nina Kandinsky.

Quanto costa il biglietto intero?
18,00 euro, con audioguida gratuita inclusa, più i diritti di prevendita.

Esiste un biglietto senza data fissa?
Sì, il biglietto Open a 22,00 euro, utilizzabile in un giorno a scelta a partire dal giorno successivo all'acquisto, ma non oltre l'8 febbraio.

Serve prenotare?
Non è obbligatorio, ma è fortemente consigliato. Nei fine settimana e nei festivi l'ingresso ai non prenotati non è garantito.

Quali sono gli orari?
Dal lunedì al giovedì dalle 9.00 alle 19.30, venerdì, sabato e domenica dalle 9.00 alle 21.00. La biglietteria chiude un'ora prima.

Ci sono aperture speciali?
Sì, nei giorni festivi di novembre, dicembre e gennaio, e un orario prolungato fino alle 23.00 dal 12 al 14 febbraio.

Si possono fare fotografie?
Le riprese con flash sono vietate, così come cavalletti e attrezzature professionali senza autorizzazione preventiva.

C'è un guardaroba?
Sì, ed è gratuito. Le borse e gli oggetti ingombranti vanno lasciati obbligatoriamente.

È adatta ai bambini?
Sì. La tariffa ridotta bambini copre la fascia da 4 a 11 anni non compiuti, l'ingresso è gratuito sotto i 4 anni e la sede propone attività dedicate alle famiglie su aggregazione.

È accessibile in carrozzina?
Sì. L'ingresso principale è raggiungibile in autonomia, le sale sono visitabili, l'ascensore serve i piani e i servizi igienici dedicati si trovano al secondo piano.

Quanto tempo serve per la visita?
Per una retrospettiva di oltre settanta opere in cinque sezioni, un'ora e mezza è il minimo ragionevole; due ore e mezza permettono anche la seconda passata a ritroso consigliata più sopra.

Quanto è distante dal Colosseo?
Circa un quarto d'ora a piedi lungo via dei Fori Imperiali.

Domande frequenti su Kandinsky, la rivoluzione dell'astrazione a Palazzo Bonaparte

Quando apre la mostra su Kandinsky a Palazzo Bonaparte?

La mostra Kandinsky, la rivoluzione dell'astrazione, apre a Palazzo Bonaparte il 15 settembre 2026 e chiude il 14 febbraio 2027, per un totale di cinque mesi che comprendono l'intera stagione dei ponti autunnali e delle feste.

Dove si trova Palazzo Bonaparte?

Palazzo Bonaparte, sede della mostra su Kandinsky, si trova in piazza Venezia 5, all'angolo tra la piazza e l'imbocco di via del Corso. Dal 2019 il palazzo funziona come spazio espositivo con il nome di Spazio Generali Valore Cultura.

Quanto costa il biglietto per la mostra di Kandinsky?

Il biglietto intero per la mostra su Kandinsky a Palazzo Bonaparte costa 18,00 euro, con audioguida gratuita inclusa. Esiste anche un biglietto ridotto a 17,00 euro e una riduzione per gli universitari il martedì a 15,00 euro; le prevendite sono aperte dal 4 maggio.

Quali sono gli orari della mostra su Kandinsky?

La mostra osserva questi orari: dal lunedì al giovedì dalle 9.00 alle 19.30, venerdì, sabato e domenica dalle 9.00 alle 21.00. La biglietteria chiude un'ora prima della chiusura della mostra.

Chi ha curato la mostra su Kandinsky a Palazzo Bonaparte?

La mostra è curata da Angela Lampe, secondo quanto indicato dalla sede, e presenta oltre settanta capolavori appartenenti in larga misura al lascito di Nina Kandinsky, con il Centre Pompidou di Parigi come prestatore principale.

Palazzo Bonaparte è accessibile alle persone con disabilità?

Sì, Palazzo Bonaparte risulta accessibile ai visitatori con disabilità: chi usa la propria carrozzina può raggiungere in completa autonomia l'ingresso principale su piazza Venezia 5.

Come si arriva a Palazzo Bonaparte?

Palazzo Bonaparte si trova in piazza Venezia 5, un nodo servito da un numero elevato di linee di autobus urbane che arrivano da tutte le direzioni; l'automobile privata è invece sconsigliata perché in zona i parcheggi di superficie sono praticamente inesistenti.

Chi era Vasilij Kandinsky?

Vasilij Kandinsky, a cui è dedicata la mostra di Palazzo Bonaparte, nacque a Mosca nel 1866 in una famiglia agiata e crebbe in parte a Odessa, prima di studiare diritto ed economia politica e diventare uno dei pionieri dell'arte astratta.

Prima di uscire di casa

Riassumendo l'essenziale: retrospettiva su Vassily Kandinsky a Palazzo Bonaparte, piazza Venezia 5, dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027, curata da Angela Lampe, oltre settanta opere in cinque sezioni, con un capitolo dedicato a Gabriele Münter. Intero 18,00 euro con audioguida inclusa, Open 22,00 euro valido fino all'8 febbraio, riduzione universitari il martedì a 15,00 euro. Apertura tutti i giorni dalle 9.00, chiusura alle 19.30 dal lunedì al giovedì e alle 21.00 dal venerdì alla domenica, biglietteria chiusa un'ora prima. Prenotazione non obbligatoria ma vivamente consigliata, soprattutto nei fine settimana. Guardaroba obbligatorio per le borse grandi, niente flash, niente cavalletti senza autorizzazione. Arrivo in autobus o a piedi, auto sconsigliata.

Due cose valgono più di tutte le altre. La prima: la fascia oraria conta più del giorno. La prima ora del mattino infrasettimanale e l'ultima ora delle serate lunghe sono i momenti in cui un allestimento del genere si guarda davvero, invece di essere attraversato in fila indiana. La seconda: prima di uscire, la fonte da consultare per prezzi, orari, aperture straordinarie e regole di accesso resta il sito ufficiale della sede, perché sono esattamente le informazioni che cambiano nel corso di cinque mesi di programmazione.

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Data Evento15 Settembre 2026 9:00 — 14 Febbraio 2027
IndirizzoPalazzo Bonaparte, Piazza Venezia 5, 00186 Roma Centro storico, Roma, Roma Città
CategorieEventiMostre

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