Galleria Alberto Sordi

La Galleria Alberto Sordi si apre su piazza Colonna, a metà di via del Corso, con gli altri ingressi in largo Chigi 19 e su via di Santa Maria in Via ai civici 34 e 42, nel rione Colonna, 00187 Roma. Si entra a piedi e gratis: è un passaggio commerciale privato aperto al pubblico, non un museo, quindi non esiste biglietto, non esiste prenotazione, non esiste card di alcun tipo che dia diritto a qualcosa qui dentro. Gli orari seguono quelli degli esercizi, indicati abitualmente nella fascia 9-21 tutti i giorni, con differenze fra un negozio e l'altro e con orari propri per i quattro locali di ristorazione: prima di programmarci sopra una tappa a orario fisso conviene un controllo sul sito ufficiale della galleria, galleriaalbertosordi.com, oppure una telefonata alla direzione al numero +39 06 69190769 (posta elettronica direzione@galleriaalbertosordi.it). Ci si arriva con la metropolitana linea A, scendendo a Barberini o a Spagna e camminando una decina di minuti; dal terminal pedonale di piazza San Silvestro, servito da numerose linee urbane di superficie, sono duecento metri scarsi; da piazza Venezia si risale via del Corso per circa settecento metri. Auto e taxi non arrivano davanti alla porta: l'area è dentro la zona a traffico limitato del centro storico e via del Corso è pedonale.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Se state costruendo un giro a piedi del centro, la galleria si incastra bene con le altre attrazioni turistiche del rione: piazza Colonna davanti, Montecitorio alle spalle, Fontana di Trevi a sette minuti di camminata.

Galleria Alberto Sordi
Galleria Alberto Sordi

Che cos'è oggi la Galleria Alberto Sordi

Chiariamo subito l'equivoco che porta qui dentro migliaia di turisti ogni giorno: la Galleria Alberto Sordi non è un luogo di cultura, è un centro commerciale di lusso ricavato dentro un edificio di pregio del primo Novecento. Il pregio c'è, ed è notevole: la copertura vetrata, i lucernari, i pavimenti musivi, l'impianto a tre bracci. Ma quello che si visita è una passeggiata coperta di circa diecimila metri quadrati con dei negozi dentro, e chi arriva convinto di trovare quadri, statue o cimeli di Alberto Sordi esce deluso nel giro di quattro minuti. Detto questo, quattro minuti sono esattamente il tempo che serve per attraversarla, e sono quattro minuti spesi bene: è uno dei pochissimi interni liberty visibili a Roma senza pagare nulla e senza chiedere permesso a nessuno.

La galleria ha riaperto al pubblico il 23 gennaio 2024, dopo quasi un anno di cantiere, con una cerimonia alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri e del ministro Adolfo Urso. La proprietà commerciale è del Fondo Megas, gestito da Prelios SGR, il cui unico quotista è la Fondazione Enasarco, la cassa di previdenza degli agenti di commercio. Il progetto di riqualificazione è stato firmato da L22 Retail, unità del gruppo Lombardini22, e approvato dalla Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dalla Soprintendenza speciale archeologia belle arti e paesaggio. L'intervento puntava alla certificazione BREEAM In-Use e prevedeva un fatturato a regime superiore ai cento milioni di euro, circa duecento occupati diretti e oltre seicento nell'indotto.

La cifra che racconta meglio di ogni altra che cosa sia successo qui è un'altra, però: le unità commerciali sono passate da ventisette a quindici. Non è un dettaglio tecnico, è la fotografia di una crisi. La galleria degli anni Duemila, quella che i romani ricordano con le due isole-bar al centro e i tavolini sotto la vetrata, aveva quasi il doppio degli esercizi di oggi, molti dei quali piccoli, indipendenti, romani. Il modello nuovo prevede pochi negozi molto grandi, alcuni sopra i duemila metri quadrati, e canoni che nel 2022 venivano indicati attorno ai millecinquecento euro al metro quadrato al mese. A quelle condizioni, chi non è una multinazionale non regge.

I negozi della Galleria Alberto Sordi oggi

L'elenco ufficiale degli esercizi commerciali è oggi piuttosto corto, e vale la pena leggerlo per intero perché cambia spesso. Sul fronte abbigliamento e accessori ci sono Uniqlo, Calvin Klein, Mango e Havaianas. Uniqlo occupa il vertice più prezioso della galleria, milletrecento metri quadrati su tre piani nell'angolo che guarda largo Chigi, quello che fino al 2022 era la libreria: è il primo indirizzo romano del marchio giapponese, dopo il debutto italiano di Milano del settembre 2019. La libreria non è sparita del tutto, perché ha riaperto sotto un'altra insegna, Mondadori Store, mentre il grande spazio dei giocattoli è di Hamleys, la catena londinese fondata nel 1760, che qui ha uno dei suoi pochissimi indirizzi italiani.

Sei insegne per diecimila metri quadrati sono poche, e si vedono. Chi entra oggi trova ancora vetrine in allestimento, superfici temporaneamente schermate, tratti di braccio in cui non c'è nulla da guardare a parte l'architettura. Il tasso di occupazione commerciale annunciato alla riapertura superava l'ottantacinque per cento, ma la commercializzazione degli spazi residui è tuttora affidata a due agenzie, Dils e Savills, e questo dice da solo che il riempimento non è finito. La mia opinione, dopo averci portato dentro molti gruppi: la galleria oggi funziona benissimo come architettura e mediocremente come shopping. Se cercate lo shopping vero, i marchi si trovano tutti quanti sui trecento metri di via del Corso qui fuori, con più scelta e senza salire scale.

I quattro locali di ristorazione della Galleria Alberto Sordi

La ristorazione è la parte che regge meglio, ed è anche quella su cui il progetto ha scommesso di più. Sono quattro insegne, tutte con una precisa idea di posizionamento. Iginio Massari Alta Pasticceria porta a Roma il nome del pasticcere bresciano più conosciuto d'Italia, con la squadra che comprende i figli Debora e Nicola: è il posto giusto per un panettone da regalare o per una colazione che costa il triplo di quella del bar sotto casa e che, in cambio, si ricorda. Antica Focacceria San Francesco è la sigla palermitana dello street food siciliano, quella del pane con la milza e delle arancine. Rossopomodoro fa pizza napoletana in catena, con la resa prevedibile di una catena. Stendhal Milano, aperto nel luglio 2024, è il ristorante vero e proprio, di impostazione milanese.

Un consiglio pratico che vale più di una recensione: i tavolini all'interno della galleria non ci sono più. Le due isole-bar centrali che occupavano il transetto sono state eliminate nel restyling, proprio per liberare la prospettiva sotto la vetrata. Chi si aspetta di sedersi in mezzo alla galleria a bere un caffè guardando i lucernari, come si faceva fino al 2022, resterà a bocca asciutta: oggi ci si siede dentro i locali, non dentro la galleria.

Che fine hanno fatto i negozi storici della Galleria Alberto Sordi

Questa è la domanda che i romani fanno per prima, e merita una risposta per esteso. La galleria ha chiuso i battenti in modo definitivo il 31 agosto 2022 per il cantiere, ma lo svuotamento era cominciato prima. I due bar del gruppo Vanni, che erano il punto di ritrovo per eccellenza dell'edificio, non hanno rinnovato: Lorenzo Vanni raccontò pubblicamente che la trattativa si era arenata sui canoni attorno ai millecinquecento euro al metro quadro al mese, e che il progetto di fare qui un luogo dedicato all'enogastronomia italiana regionale non aveva trovato ascolto. La libreria Feltrinelli annunciò la chiusura alla fine di giugno 2022 e non è più tornata: il suo spazio, milletrecento metri su tre piani, è oggi il negozio giapponese di abbigliamento.

Chi conosceva la galleria prima del 2022 troverà quindi un luogo profondamente diverso: stesse volte, stessi vetri, stesso pavimento, tutt'altra vita. È un tema che riguarda l'intero centro storico di Roma e non solo questo edificio, e chiunque scenda per via del Corso lo vede da sé, insegna dopo insegna. Ho una posizione netta in proposito: la riqualificazione architettonica è stata fatta bene, la selezione commerciale è stata fatta con il metro di un centro commerciale di periferia trapiantato dentro un monumento. La galleria ne esce bellissima e un po' muta.

Come arrivare alla Galleria Alberto Sordi

La posizione è quanto di più centrale esista a Roma, e questo rende il tragitto banale da qualunque punto del centro storico. Il modo più elegante di entrare è dal fronte principale, sotto il portico rialzato che guarda piazza Colonna: si sale qualche gradino, si passa sotto l'arcone e la prospettiva della galleria si apre tutta in una volta. Il modo più comodo, se venite da Fontana di Trevi o dal Quirinale, è invece quello posteriore, da via di Santa Maria in Via.

Gli ingressi della Galleria Alberto Sordi

Gli ingressi sono quattro, e conoscerli cambia il modo in cui si legge l'edificio. Il primo, il monumentale, guarda piazza Colonna e via del Corso. Il secondo apre su largo Chigi, dove c'è l'angolo occupato dal negozio più grande. Gli altri due arrivano sul retro, su via di Santa Maria in Via: uno sbocca proprio davanti alla chiesa omonima, quella del Pozzo e del miracolo del mattone con l'immagine mariana, l'altro all'incrocio con via dei Sabini. Questa disposizione non è casuale: la galleria nasce come scorciatoia urbana, un passaggio pubblico coperto che taglia un isolato altrimenti impenetrabile e mette in comunicazione il Corso con il reticolo di vicoli verso Trevi. È un'infrastruttura travestita da architettura commerciale.

Quanto ci si mette a piedi dalle altre piazze

Dal Pantheon sono sei minuti scarsi, passando per piazza di Pietra e il tempio di Adriano. Da piazza di Spagna sono dieci minuti in discesa lungo il Corso. Da Fontana di Trevi sette minuti, con l'accortezza di infilare via delle Muratte e non la calca di via del Tritone. Da palazzo Doria Pamphilj quattro minuti. Da Sant'Ignazio di Loyola tre. Da palazzo del Quirinale dodici minuti in discesa, molti di più in salita, e chi ha il fiato corto lo tenga presente.

Quanto costa entrare nella Galleria Alberto Sordi

Zero. Non si paga nulla, non si prenota nulla, non serve documento, non si passa per una biglietteria perché la biglietteria non esiste. Vale la pena insistere su un punto, perché è la domanda che ricevo più spesso: la Galleria Alberto Sordi è una proprietà privata a uso commerciale, e nessuna carta museale romana ha qui il minimo effetto. Le tessere che danno ingressi gratuiti o ridotti ai musei civici e statali servono per i musei; qui non c'è nulla da scontare perché non c'è nulla da pagare. Chi vi propone un biglietto per visitare la galleria vi sta proponendo aria fritta.

L'unico costo reale è quello che decidete di lasciare dentro un negozio o su un tavolo. E qui l'avvertenza è di quelle che una guida onesta deve dare: siamo dentro il quadrilatero più caro della città, e i prezzi della ristorazione lo rispecchiano. Un caffè servito al tavolo in questo raggio può costare tre o quattro volte quello preso al banco in un bar di rione a quattrocento metri di distanza. Non è una truffa, è la rendita di posizione. Sapere di pagarla è diverso dal pagarla senza accorgersene.

Una curiosità su Galleria Alberto Sordi

La curiosità più bella riguarda una cosa che qui non è mai stata costruita. Quando, nell'ultimo quarto dell'Ottocento, il Comune espropriò e abbatté il palazzo che occupava questo lato di piazza Colonna, l'area liberata divenne il terreno di gioco preferito degli urbanisti di Roma capitale. E fra le ipotesi che circolarono per quel vuoto ce n'era una che oggi fa sorridere e insieme rabbrividire: farne la stazione ferroviaria centrale della città. Non un capolinea di comodo, la stazione centrale, con i binari che sarebbero dovuti arrivare fin qui, a duecento metri da Montecitorio e a un tiro di schioppo dal Pantheon.

L'idea fu abbandonata, e chiunque abbia visto Termini nell'ora di punta capisce che fu una fortuna. Ma il fatto che qualcuno l'abbia presa sul serio dice tutto del clima di quegli anni: Roma era diventata capitale nel 1871, la Camera dei deputati si era insediata a Montecitorio, e questo pezzo di città veniva considerato il nuovo centro direzionale di un paese che se lo stava inventando da zero. Piazza Colonna doveva essere il foro della Terza Roma, con il potere esecutivo a palazzo Chigi, il legislativo a Montecitorio, la stampa a palazzo Wedekind e, sul quarto lato, qualcosa che rappresentasse la modernità. Toccò al commercio e alla finanza.

C'è una seconda curiosità, più minuta, che quasi nessuno nota pur avendocela sotto le scarpe. Il pavimento a mosaico che percorrete camminando ripete un piccolo emblema: un capitello corinzio affiancato da una lettera G. È il logo della galleria, cioè la firma commerciale di un edificio, incisa nel disegno del pavimento come si faceva con gli stemmi di famiglia nelle chiese gentilizie. Guardatelo la prossima volta: è il punto esatto in cui l'architettura del Novecento smette di imitare l'aristocrazia e comincia a imitare l'azienda. Vale il tempo di abbassare lo sguardo per una decina di secondi.

La storia della Galleria Alberto Sordi, dal 1872 alla prima pietra

La vicenda comincia nel 1872, un anno dopo la proclamazione di Roma capitale, quando viene proposto l'ampliamento di piazza Colonna per adeguarla alle esigenze nuove del quartiere, cambiate di colpo con l'insediamento della Camera dei deputati nel vicino palazzo di Montecitorio. Per allargare la piazza serviva abbattere qualcosa. Quel qualcosa era un grande palazzo che chiudeva il lato verso il Corso.

Palazzo Piombino e la sua demolizione

L'edificio si chiamava palazzo Piombino, ed era il nome recente di una fabbrica più antica, nota anche come palazzo Spada al Corso o palazzo Giustini Spada: le fonti oscillano fra la fine del Cinquecento, con un'attribuzione tradizionale a Giacomo Della Porta, e il pieno Seicento. Aveva cambiato nome nel 1819, quando fu comprato dal duca di Piombino, dei Boncompagni Ludovisi. La demolizione fu proposta nel 1882 e i proprietari la contrastarono a lungo: l'accordo arrivò soltanto nel 1888 e le ruspe, per usare una parola che allora non esisteva, fecero il resto sul finire di quel decennio.

I Boncompagni non ci rimisero. Ricostruirono il proprio palazzo altrove, nell'area della lottizzazione di villa Ludovisi, e quel nuovo palazzo Piombino Margherita è oggi la sede dell'ambasciata degli Stati Uniti in via Vittorio Veneto. Vale la pena tenerlo a mente quando si passa davanti al fronte severo di quell'edificio: è, in un certo senso, il gemello traslocato del palazzo che oggi non c'è più in piazza Colonna.

Settanta progetti e nessun vincitore

Fra la demolizione e la costruzione passarono più di vent'anni, e furono vent'anni di caos progettuale. Per l'area vennero presentati inizialmente circa settanta progetti, e nessuno di essi fu approvato. Una fase di concorso successiva premiò un elaborato degli architetti Penso e Minozzi, che però naufragò per mancanza di finanziatori: allora come oggi, il problema non era disegnare, era pagare. Nel frattempo il vuoto veniva usato per sistemazioni provvisorie. Nel 1904, in occasione della visita del presidente francese Émile Loubet, ci fu piantato un giardinetto con resti archeologici in bella vista. Nel 1911, per l'Esposizione nazionale del cinquantenario dell'Unità, ci fu montato un padiglione temporaneo con teatro e birreria.

Mi fermo un istante su questo dettaglio, perché è delizioso e nessuno lo racconta: nel punto dove oggi si vende abbigliamento giapponese, centoquindici anni fa c'era una birreria con annesso teatro, tirata su per una fiera. Il destino ricreativo di questo pezzo di suolo è, evidentemente, più antico dell'edificio che lo copre.

Dario Carbone, l'architetto imprenditore

La svolta arriva nel 1908 con Dario Carbone, architetto livornese che veniva dalla realizzazione di via XX Settembre a Genova. Carbone presenta una proposta finalmente credibile e riesce a imporla presso la giunta municipale guidata da Ernesto Nathan, il sindaco laico e riformatore che governò Roma dal 1907 al 1913. La sua forza fu di presentarsi in una veste inedita, almeno per il panorama romano: architetto, impresario edilizio e promotore immobiliare nella stessa persona. Non portava un disegno, portava un'operazione.

Fu una scelta lungimirante, perché di ostacoli ne arrivarono a valanga: ostilità della critica, crisi economiche, polemiche artistiche, battaglie politiche e per finire una guerra mondiale. Carbone li superò tutti e consegnò alla città un'architettura tardoeclettica che, malgrado la gestazione infinita, ha una ricchezza di impianto tipologico e di apparati decorativi ancora oggi in larga parte leggibile, dai pavimenti ai lucernari. Nel 1911 la giunta capitolina approvò il progetto, che fu poi sottoposto a varianti e modifiche. Il cantiere vero si svolse fra il 1914 e il 1922.

L'inaugurazione del 20 ottobre 1922

La galleria fu inaugurata il 20 ottobre 1922. Ai romani apparve come un tempio della finanza e del commercio: negozi al piano terra, uffici bancari ai piani alti, tutto appena completato dopo anni di lavori. Imponente sul Corso, si presentava come un edificio multifunzionale di dimensioni enormi, destinato insieme agli uffici e ai commerci, nato da un dibattito acceso che durava dai primi anni di Roma capitale e da un progetto di ambizione eccezionale.

Sulla data conviene soffermarsi. Il 20 ottobre 1922 dista otto giorni dalla marcia su Roma del 28 ottobre. Questa galleria è quindi, alla lettera, l'ultima grande architettura civile inaugurata nell'Italia liberale, e da lì a poche settimane il paese che l'aveva costruita non esisteva più. È per questo che gli storici dell'architettura la definiscono insieme l'ultima architettura della Roma giolittiana e la prima della Roma novecentesca: una cerniera fra due mondi, costruita senza saperlo.

Il cantiere che finisce solo nel 1940

L'inaugurazione del 1922, però, non coincise con la fine dei lavori. L'edificio fu completato del tutto soltanto nel 1940, sotto la direzione dell'architetto Giorgio Calza Bini. Diciotto anni di rifiniture, aggiustamenti e completamenti dopo il taglio del nastro: un record che i cantieri romani hanno poi battuto più volte, ma che allora fece scuola. Chi entra oggi guarda quindi un edificio che ha impiegato sessantotto anni per esistere, contando dalla prima proposta del 1872, e che nel frattempo si è portato dietro tre generazioni di committenti, due regimi e una guerra.

Galleria Alberto Sordi
Galleria Alberto Sordi

L'architettura della Galleria Alberto Sordi, letta camminando

Adesso la parte che interessa davvero, e che quasi nessuna visita guidata affronta perché tutti passano di qui per andare altrove. La Galleria Alberto Sordi è un pezzo di architettura serio, e va letto in quattro mosse: la pianta, la copertura, le vetrate, il pavimento. Dieci minuti in tutto, se sapete dove guardare.

La pianta a Y della Galleria Alberto Sordi

La caratteristica più insolita è la pianta. Le gallerie ottocentesche italiane hanno quasi tutte impianto a croce, con quattro bracci uguali e una cupola all'incrocio: così a Milano, così a Napoli. Qui invece l'impianto è a Y, ed è una scelta obbligata dalla forma del lotto. Dal portico rialzato di piazza Colonna parte un braccio unico che penetra in profondità dentro l'isolato; a un certo punto si sdoppia in due bracci simmetrici che divergono a V e raggiungono i due angoli opposti del lato posteriore dell'edificio, lungo via di Santa Maria in Via. Il risultato è che non esiste un punto di vista unico che contenga tutto: bisogna camminare, e a ogni passo la prospettiva si riorganizza.

Questa asimmetria è il vero motivo per cui la galleria non fotografa bene con lo smartphone in modalità automatica e fotografa benissimo se ci si prende trenta secondi. Il punto migliore per capire l'impianto è la biforcazione: fermatevi dove il braccio si divide, date le spalle all'ingresso principale e guardate i due rami aprirsi. È l'unico luogo di Roma in cui un interno commerciale del Novecento vi propone una prospettiva doppia da chiesa barocca.

Le vetrate e i lucernari della Galleria Alberto Sordi

La copertura è il pezzo forte. I soffitti conservano i pannelli di vetro con le vetrate istoriate originali, ed è uno dei pochi esempi di Art Nouveau visibili a Roma, città che alla stagione liberty ha partecipato con parsimonia e con qualche imbarazzo, essendo troppo occupata a fare i conti con l'antico. Il disegno delle vetrate lavora sulla luce zenitale: a mezzogiorno la galleria è illuminata quasi solo dall'alto, e la luce si posa sul pavimento a chiazze colorate che si spostano con le ore.

Il restyling ha aggiunto un impianto di illuminazione artificiale nuovo, studiato per mettere in risalto gli elementi architettonici invece di limitarsi a illuminare le merci. Funziona, soprattutto dopo il tramonto, quando la galleria diventa un tubo di luce calda visibile dal Corso. Se dovessi indicare la differenza percepibile fra la galleria del 2019 e quella di oggi, direi che prima si vedevano i negozi e ora si vede l'edificio.

I pavimenti musivi e la decorazione

Il pavimento attuale non è quello del 1922: è un rifacimento a motivi di carattere musivo, che riprende la logica del mosaico romano e la applica a un percorso commerciale, con l'emblema del capitello e della G ripetuto come segnatura. Gli apparati decorativi originali sopravvivono soprattutto in alto: cornici, stucchi, elementi in ferro e vetro. Il restauro del 2023 ha riguardato in particolare mosaici e stucchi, ed è stato accompagnato dalla rimozione delle vetrate di chiusura degli ingressi che erano state installate nel restauro precedente, quello del 2003.

Su quest'ultimo punto do un giudizio secco, perché è il genere di scelta su cui una guida deve prendere posizione: togliere le bussole vetrate è stata la decisione migliore dell'intero intervento. Quelle porte trasformavano un passaggio pubblico in un ingresso di negozio e scoraggiavano chi non aveva intenzione di comprare. Senza, la galleria torna a essere quello per cui era stata costruita: una strada coperta.

Liberty, eclettismo o tardoeclettico

Una precisazione di lessico che serve a non fare figuracce. Nella pubblicistica corrente la Galleria Alberto Sordi viene definita liberty, in ambito internazionale Art Nouveau, e negli studi di storia dell'architettura tardoeclettica. Non sono sinonimi. L'eclettismo tardo è la grammatica dell'edificio, che cita repertori classici e rinascimentali con libertà; il liberty è il vocabolario di alcuni dettagli, soprattutto quelli in ferro e vetro e le vetrate. Chiamarla genericamente liberty è una semplificazione tollerabile, purché si sappia che sotto c'è dell'altro, e che l'altro è la ragione per cui l'edificio regge ancora bene il confronto con quello che ha intorno.

Una cosa che non ti dice nessuno su Galleria Alberto Sordi

Eccone due, e la prima è di quelle che cambiano lo sguardo. La galleria che attraversate non appartiene soltanto a un fondo immobiliare: negli atti della Presidenza del Consiglio dei ministri il complesso denominato Galleria Alberto Sordi, già Galleria Colonna, risulta detenuto in comproprietà dallo Stato e dal Fondo Megas. Non è una formula di cortesia. Nel 2021 la Presidenza del Consiglio ha bandito e aggiudicato, per centonovantamila euro circa, l'incarico di progettazione esecutiva e coordinamento della sicurezza per l'edificio denominato Galleria Colonna, con indirizzo largo Chigi 19. Sopra le vetrine e i lucernari, insomma, ci sono uffici di governo, e la porta di largo Chigi è un ingresso dello Stato italiano. Camminate dentro un edificio che è per metà pubblico e che confina, muro contro muro, con la sede del presidente del Consiglio.

La seconda cosa riguarda il nome, e produce ogni anno una quantità industriale di equivoci. Fino al 2003 questo edificio si chiamava Galleria Colonna, dal nome della piazza. A Roma esiste però un'altra Galleria Colonna, che con questa non ha nulla da spartire: è la quadreria privata dei principi Colonna, in via della Pilotta 17, una delle tre grandi collezioni patrizie romane rimaste nella casa che le ospita. Cercando la Galleria Colonna in rete si finisce regolarmente nell'una credendo di andare nell'altra, e ho visto turisti arrivare qui in tenuta da museo con il biglietto già comprato per un altro indirizzo. Se qualcuno vi dà appuntamento alla Galleria Colonna, chiedete quale delle due: la distanza è di ottocento metri e la delusione è certa.

Aggiungo una terza cosa, minore ma pratica. La galleria è coperta, riparata e attraversabile quasi in linea retta, il che ne fa uno dei migliori rifugi del centro storico durante un acquazzone estivo o nelle ore centrali di luglio. Chi accompagna gruppi lo sa e la usa esattamente per questo: cinque minuti di tregua senza consumare nulla, senza fare code e senza mettere piede in una chiesa, che con quarantacinque persone al seguito non è sempre una buona idea.

Il consiglio che ti do per visitare Galleria Alberto Sordi

Il consiglio è uno e riguarda l'orario. Venite di mattina presto, fra le nove e le dieci e mezza, in un giorno feriale. A quell'ora i negozi hanno appena aperto, il flusso turistico di via del Corso non è ancora partito, e la luce entra dai lucernari con un'inclinazione che disegna la galleria invece di appiattirla. Verso mezzogiorno il passaggio diventa un fiume, nel pomeriggio del sabato è una calca, e in quelle condizioni l'architettura semplicemente sparisce dietro le teste.

Il secondo consiglio è di metodo: entrate da piazza Colonna e uscite da via di Santa Maria in Via, non il contrario. L'ingresso principale è progettato come una quinta scenografica, con il portico rialzato e i gradini che vi obbligano a un piccolo movimento verso l'alto prima di entrare; gli ingressi posteriori sono di servizio e non hanno alcun effetto. Attraversarla nel verso giusto costa nulla e cambia la percezione dell'edificio. Una volta usciti dal retro vi ritrovate a due passi da via delle Muratte, cioè sulla via naturale verso Fontana di Trevi: il percorso funziona anche logisticamente.

Il terzo consiglio è una raccomandazione contro una perdita di tempo. Non venite qui aspettandovi un memoriale di Alberto Sordi. L'intitolazione è un omaggio civico, non un allestimento: non c'è una mostra permanente sull'attore, non c'è un museo, non ci sono i suoi costumi di scena. Chi cerca Sordi lo trova altrove in città, nei luoghi legati alla sua biografia e alla sua casa. Qui trova il suo nome su una targa e la memoria di un rapporto affettivo fra un attore e un pezzo di città. Che è tanto, ma va saputo prima.

Alberto Sordi e la galleria che porta il suo nome

Il legame fra l'attore e questo edificio non è una trovata di marketing postuma, ed è la parte della storia che merita più cura. Alberto Sordi nacque a Roma il 15 giugno 1920, a Trastevere, in via San Cosimato: il padre era orchestrale del Teatro dell'Opera, la madre insegnante. Una famiglia di ceto medio con la musica in casa, che è un dettaglio meno decorativo di quanto sembri: la voce fu il primo strumento di lavoro del figlio. Prima di diventare il volto della commedia all'italiana lavorò come doppiatore per la Metro Goldwyn Mayer, prestando la voce a Oliver Hardy: quella voce sgangherata e adorabile che generazioni di italiani hanno creduto autentica è la sua.

Il teatro dentro la galleria

Dentro questo edificio funzionava una sala teatrale, il Teatro Galleria, e secondo la ricostruzione più diffusa fu proprio lì che Sordi mosse i primi passi di carriera. È un'informazione che circola nelle voci enciclopediche e nella pubblicistica su Roma, e va presa per quello che è: una notizia coerente con la biografia dell'attore e con la funzione dell'edificio, non un documento d'archivio. Coerente lo è parecchio, però. Nella prima metà del Novecento la Galleria Colonna era il punto di riferimento degli artisti della scena romana: qui si passava, ci si faceva vedere, si aspettava l'ingaggio, si sapeva chi montava che cosa. Era, in pratica, l'ufficio di collocamento informale dello spettacolo romano, con la differenza che al posto degli sportelli c'erano i tavolini dei bar.

Polvere di stelle, il film che comincia e finisce qui

La prova d'affetto più esplicita Sordi la diede nel 1973 con Polvere di stelle, film che diresse e interpretò nei panni di Mimmo Adami, accanto a Monica Vitti nel ruolo di Dea Dani. È la storia amara di due attori di avanspettacolo travolti dalla seconda guerra mondiale: la compagnia catturata dai nazifascisti durante una tournée in Abruzzo, le esibizioni a Bari, la liberazione di Roma, l'arrivo delle grandi compagnie che spazzano via i piccoli, e infine la vendita dei costumi di scena. Un film che finisce con due artisti che si spogliano del proprio mestiere.

Quel film comincia e finisce in questa galleria. Sordi scelse la Galleria Colonna come cornice narrativa perché era il luogo dove quel mondo si radunava davvero: girare qui significava dire allo spettatore, senza una riga di dialogo, che i suoi personaggi appartenevano alla tribù dell'avanspettacolo. Chi rivede Polvere di stelle dopo essere passato di qui riconosce l'impianto, e la sovrapposizione fra l'edificio filmato nel 1973 e quello attraversato oggi è uno degli esercizi più istruttivi che si possano fare su questo pezzo di Roma.

L'intitolazione del dicembre 2003

Alberto Sordi morì il 24 febbraio 2003, e il suo funerale fu uno di quegli eventi che a Roma segnano una data nel calendario collettivo. Nello stesso anno la galleria, chiusa da tempo e reduce da un restauro, tornò accessibile: la riapertura al pubblico avvenne nei primi giorni di dicembre 2003 e il 7 dicembre si tenne la cerimonia di intitolazione, presieduta dal sindaco Walter Veltroni e con la partecipazione della sorella dell'attore, Aurelia Sordi. Da quel giorno l'insegna dice Galleria Alberto Sordi, anche se per una intera generazione di romani continua a dire Galleria Colonna e continuerà a dirlo ancora a lungo.

Una nota sull'anniversario, che il gestore ricorda ogni anno: il 15 giugno 2026 la galleria ha celebrato i centosei anni dalla nascita dell'attore. È un rituale minore, che dura una vetrina e un post, ma dice che il nome non è stato messo lì per riempire una targa.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che la Galleria Alberto Sordi appartiene alla famiglia delle grandi gallerie commerciali italiane dell'Ottocento e del primo Novecento: la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, la Galleria Umberto I di Napoli, e poi Genova, Torino, Bologna. Tutti lo dicono. Quello che si cita di rado è la conseguenza, che è cronologica e impietosa: la galleria romana arriva ultima, e arriva con mezzo secolo di ritardo. Milano inaugura la propria nel 1867, su progetto di Giuseppe Mengoni, con la prima pietra posata il 7 marzo 1865 e l'arco d'ingresso finito solo nel 1878; Napoli inaugura la Galleria Umberto I il 19 novembre 1890, su progetto dell'ingegner Emmanuele Rocco; Roma arriva nel 1922. Quando qui si taglia il nastro, il tipo edilizio della galleria commerciale coperta è già stato inventato, perfezionato, esportato in mezza Europa e in parte superato dai grandi magazzini.

Questo ritardo non è casuale e spiega molte cose di Roma. La città che le altre capitali stavano trasformando con architetture civili per il commercio era, fino al 1870, una capitale pontificia con un'economia diversa e una committenza diversa. Le gallerie nascono dove c'è una borghesia che compra: a Roma quella borghesia si forma dopo, in fretta e male, sull'onda della febbre edilizia degli anni Ottanta dell'Ottocento e delle speculazioni che ne seguirono. Il risultato è che l'edificio nasce già con un problema di identità: troppo tardo per essere una galleria ottocentesca, troppo carico di citazioni per essere un'architettura moderna.

La conseguenza pratica, per chi visita, è che questo edificio va guardato come un caso di studio e non come una versione romana della Galleria di Milano. Chi arriva da Milano e si aspetta la stessa cosa in scala rimane spiazzato: qui non c'è l'ottagono, non c'è la cupola centrale, non c'è il salotto urbano con i caffè storici. C'è invece un impianto irregolare, adattato alla forma impossibile di un lotto del centro storico, con una qualità decorativa che si concentra in alto. Sono due edifici che si assomigliano solo nella didascalia.

Un secondo fatto risaputo e poco citato riguarda la funzione originaria. Tutti la chiamano galleria commerciale; pochi ricordano che nel 1922 la parte più redditizia dell'edificio erano gli uffici bancari ai piani superiori. Il commercio al piano terra era il richiamo, la finanza ai piani alti era il modello di business. Un secolo dopo, con lo Stato comproprietario e gli uffici di governo al posto delle banche, la logica è rimasta identica: il passaggio pubblico coperto è l'esca, il valore vero è sopra.

Il restyling del 2022-2024 raccontato per bene

Il capitolo recente merita di essere raccontato con le date in fila, perché è quello che spiega la galleria che trovate oggi e perché è pieno di cifre che di solito restano nei comunicati.

La chiusura del 31 agosto 2022

Nel giugno 2022 il progetto era già pubblico: più ristorazione, meno negozi, rimozione delle isole-bar centrali con i tavolini che occupavano una fetta consistente della superficie di transito. La galleria chiuse in modo definitivo il 31 agosto 2022 per un cantiere previsto in circa un anno. I due bar del gruppo Vanni erano già usciti, la libreria Feltrinelli aveva annunciato la chiusura a fine giugno. Chi passò per il Corso nell'autunno del 2022 trovò le bussole sbarrate e un cartello: per un anno e mezzo la scorciatoia coperta fra piazza Colonna e via di Santa Maria in Via non è esistita.

Da ventisette a quindici unità

Il progetto di L22 Retail, presentato nel settembre 2022, riorganizzava circa diecimila metri quadrati riducendo le unità commerciali da ventisette a quindici, con l'obiettivo dichiarato di ospitare insegne storiche della capitale insieme a marchi nazionali e internazionali di categorie merceologiche diverse. La riduzione, spiegavano gli operatori del settore, veniva dalla crisi profonda degli anni precedenti sommata all'aumento dei canoni. Sul piano architettonico l'intervento prevedeva la rimozione delle vetrate esterne per restituire continuità fra dentro e fuori, il rifacimento delle vetrine, la modernizzazione degli impianti, opere strutturali e un nuovo impianto di illuminazione. L'investimento è stato indicato in dieci milioni di euro a carico del Fondo Megas.

La riapertura del 23 gennaio 2024

La galleria è stata inaugurata martedì 23 gennaio 2024 con una cerimonia a porte chiuse. Oltre al sindaco Gualtieri e al ministro Urso c'erano il presidente della Fondazione Enasarco Alfonsino Mei, il direttore generale Antonio Buonfiglio, il presidente del gruppo Prelios Fabrizio Palenzona, l'amministratore delegato di Prelios SGR Patrick del Bigio, il presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, il presidente dell'Anica Francesco Rutelli e, in rappresentanza del cinema romano, Christian De Sica. Il sindaco definì l'operazione un tassello nella Roma che si preparava al Giubileo. Per l'occasione la galleria ospitò fino al 23 febbraio 2024 una riproduzione scolpita da un robot dell'Amore e Psiche di Antonio Canova, che è esattamente il tipo di operazione che divide: spettacolare, discutibile, molto fotografata.

I numeri della Galleria Alberto Sordi come luogo commerciale

Le cifre che la proprietà usa per convincere i marchi a prendere uno spazio raccontano meglio di qualunque descrizione perché questo indirizzo valga tanto. Via del Corso, qui davanti, registra centonovantottomila passaggi al giorno; via del Tritone ventisettemila; via Cola di Rienzo, sull'altra sponda del Tevere, quarantamilacinquecento. Nel raggio di un quarto d'ora a piedi ci sono seicentosessantanove negozi e quattordici punti di interesse culturale, e la città nel suo complesso attrae trentaquattro milioni di turisti l'anno. Numeri da capogiro, che spiegano anche perché il canone a metro quadro sia fuori portata per chiunque non abbia le spalle di un gruppo internazionale.

La foto giusta da fare a Galleria Alberto Sordi

La foto giusta non è quella che fanno tutti, cioè lo scatto frontale dall'ingresso di piazza Colonna con il braccio principale in prospettiva centrale. Viene simmetrica, viene ordinata e viene identica a diecimila altre. La foto giusta si fa nel punto di biforcazione, dove il braccio unico si sdoppia nei due rami a V. Da lì si inquadra uno dei due rami di sbieco, tenendo alta la macchina in modo che la vetrata occupi almeno metà del fotogramma: la pianta a Y produce una fuga asimmetrica che nessuna altra galleria italiana può darvi, perché tutte le altre sono simmetriche.

Sul piano tecnico due accorgimenti. Il primo: esponete per le vetrate, non per il pavimento. La differenza di luminosità fra la copertura vetrata e il piano di calpestio è enorme, e le automatiche dei telefoni tendono a bruciare i vetri per salvare il pavimento, ottenendo un cielo bianco e piatto che è esattamente la parte interessante andata perduta. Toccate lo schermo sul punto più luminoso e lasciate scendere le ombre. Il secondo: il momento migliore è la mattina presto per la luce zenitale colorata e, in alternativa, la mezz'ora dopo il tramonto, quando l'illuminazione artificiale nuova regge il confronto con il cielo blu e la galleria diventa una lanterna vista dal Corso.

Una foto secondaria che pochi fanno e che vale il gesto: il pavimento, ripreso dall'alto verso il basso, con l'emblema del capitello e della lettera G al centro. È un dettaglio che nessuno posta e che racconta l'edificio meglio di un panorama. E un avvertimento pratico: le vetrine dei negozi sono superfici commerciali private, e in alcuni esercizi il personale chiede di non fotografare gli interni. Fuori, sotto la vetrata, nessun problema.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento non riguarda l'edificio ma il suolo su cui si trova, e riguarda la luce. Il 30 ottobre 1866 piazza Colonna ospitò il primo esperimento di illuminazione elettrica pubblica di Roma. Erano gli ultimi anni dello Stato pontificio, mancavano quattro anni a Porta Pia, e la piazza che oggi guardate uscendo dal portico fu il laboratorio urbano di una tecnologia che sarebbe diventata di uso permanente soltanto nel luglio 1912. Camminate sopra il pavimento di un edificio nato per essere illuminato dall'alto, in una piazza che alla luce elettrica ha fatto da prima cavia romana.

Il secondo avvenimento è la demolizione, che a Roma è sempre un fatto politico. Fra il 1882 e la fine del decennio si consumò lo scontro fra il Comune e i Boncompagni Ludovisi per l'abbattimento del palazzo Piombino. Vinse il Comune, i proprietari ottennero il loro prezzo, e l'operazione fece scuola per tutta la stagione degli sventramenti che avrebbe trasformato il centro di Roma capitale. Chi cerca il momento esatto in cui la città papale comincia a diventare la città ministeriale lo trova qui, in un contenzioso immobiliare durato sei anni.

Il terzo avvenimento sono le due sistemazioni provvisorie del vuoto lasciato dalla demolizione, che nella storia urbana valgono più di quanto si creda. Nel 1904, per la visita del presidente della Repubblica francese Émile Loubet, sull'area fu allestito un giardinetto con resti archeologici esposti: uno scenario di antichità costruito su misura per un ospite di Stato, esercizio di diplomazia scenografica di cui Roma è maestra da secoli. Nel 1911, per l'Esposizione nazionale dei cinquant'anni dell'Unità, ci fu montato un padiglione provvisorio con teatro e birreria. Due eventi effimeri, due funzioni che l'edificio definitivo avrebbe ereditato entrambe: la rappresentazione e il consumo.

Il quarto avvenimento è l'inaugurazione del 20 ottobre 1922, con il suo tempismo storico micidiale. Otto giorni dopo, il 28 ottobre, la marcia su Roma. Nessuno di quelli che tagliarono il nastro, tra assessori della giunta capitolina e dirigenti bancari, poteva immaginare che il paese sarebbe cambiato di regime prima della fine del mese. L'edificio ha attraversato quel passaggio senza fermarsi, e i suoi lavori di completamento sono proseguiti fino al 1940, sotto un'Italia diversa da quella che lo aveva concepito.

Il quinto avvenimento è la lunga agonia di fine Novecento, ed è quello che i romani sopra i cinquant'anni ricordano meglio. Fra gli anni Ottanta e Novanta i negozi eleganti e i caffè chiusero uno dopo l'altro, il passaggio si degradò e divenne un rifugio notturno per persone senza dimora e per chi viveva ai margini. La galleria finì con il chiudere del tutto. Che il salotto commerciale della capitale, a cento metri dalla sede del governo, sia diventato un luogo da evitare dopo il tramonto dice qualcosa sulla Roma di quegli anni che nessun libro di storia urbana riesce a dire meglio.

Il sesto avvenimento è la rinascita del dicembre 2003: riapertura dopo il restauro e, il 7 dicembre, cerimonia di intitolazione ad Alberto Sordi con il sindaco Walter Veltroni e la sorella dell'attore Aurelia. Il settimo è la seconda morte e la seconda resurrezione: chiusura definitiva il 31 agosto 2022, cantiere di quasi un anno e mezzo, riapertura il 23 gennaio 2024. Due cicli completi di abbandono e ritorno in vent'anni: pochi edifici romani possono vantare una biografia tanto movimentata in tempi tanto stretti.

Chi è passato da Galleria Alberto Sordi

Cominciamo da chi l'ha voluta. Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913, primo sindaco non cattolico della città, appoggiò il progetto di Dario Carbone quando la giunta municipale doveva scegliere fra decine di ipotesi. Carbone, livornese, arrivava dal cantiere di via XX Settembre a Genova e si presentò a Roma come architetto, impresario e promotore immobiliare insieme: una figura che nel panorama romano dell'epoca era una novità e che nei decenni successivi sarebbe diventata la regola. Giorgio Calza Bini diresse la fase finale dei lavori fino al completamento del 1940.

Poi ci sono quelli che qui ci passavano per mestiere. Nella prima metà del Novecento la Galleria Colonna era il ritrovo degli artisti della scena romana: attori di avanspettacolo, comici, cantanti, agenti, gente che aspettava una scrittura. Alberto Sordi, che secondo la tradizione biografica esordì proprio nel teatro ospitato dentro l'edificio, fece parte di quel mondo prima di diventarne il ritratto più famoso. Nel 1973 tornò qui con la macchina da presa per girare l'apertura e la chiusura di Polvere di stelle, con Monica Vitti al fianco: due dei più grandi interpreti del cinema italiano hanno lavorato sotto queste vetrate.

Émile Loubet, presidente della Repubblica francese, passò da piazza Colonna nel 1904, e per la sua visita l'area della futura galleria fu trasformata in un giardino archeologico d'occasione. Walter Veltroni, sindaco di Roma, presiedette la cerimonia del 7 dicembre 2003 che diede all'edificio il nome che porta oggi, con accanto Aurelia Sordi. Il 23 gennaio 2024 la riapertura ha messo insieme il sindaco Roberto Gualtieri, il ministro Adolfo Urso, il presidente dell'Anica Francesco Rutelli, il presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, i vertici della Fondazione Enasarco Alfonsino Mei e Antonio Buonfiglio, quelli di Prelios Fabrizio Palenzona e Patrick del Bigio, e Christian De Sica, che ha portato in dote il cognome di un'altra dinastia del cinema romano.

Infine, i passanti anonimi, che sono i veri protagonisti di un edificio come questo. Centonovantottomila persone al giorno percorrono via del Corso davanti al portico: una parte consistente di loro entra, attraversa e esce senza sapere né come si chiama né perché si chiami così. Una galleria commerciale non ha visitatori, ha passaggio. È la sua natura, ed è anche il suo limite.

Piazza Colonna, quello che si vede uscendo dalla Galleria Alberto Sordi

Sarebbe un errore attraversare la galleria e ripartire senza fermarsi trenta secondi sul portico. Piazza Colonna è uno dei luoghi più densi di Roma: ogni lato racconta un pezzo diverso di storia, e la galleria è il quarto lato, quello moderno, quello che è arrivato per ultimo.

La colonna di Marco Aurelio

Al centro della piazza c'è il monumento che le dà il nome: la colonna eretta dal Senato e dal Popolo Romano in onore di Marco Aurelio, alzata dopo la morte dell'imperatore, avvenuta nel 180, e comunque prima del 193. Misura 41,9 metri di altezza complessiva, di cui 29,60 di fusto, ed è composta da venti rocchi di marmo di Carrara. Il rilievo a spirale racconta le guerre vittoriose contro Germani e Sarmati. Dentro il fusto corre una scala elicoidale di 203 gradini, illuminata da 56 feritoie, che portava a una piattaforma sommitale. Nel 1589 papa Sisto V ne fece fare il restauro a Domenico Fontana e sostituì la statua bronzea dell'imperatore con quella di san Paolo: il basamento, per un equivoco antiquario, attribuiva il monumento ad Antonino Pio.

Consiglio di lettura per chi ha cinque minuti: girate attorno alla colonna guardando il rilievo dal basso verso l'alto. Le figure si ingrandiscono e si semplificano man mano che salgono, perché gli scultori antichi correggevano la prospettiva per chi guardava da terra. È lo stesso principio che governa i mosaici absidali, e vederlo funzionare su un monumento civile è una piccola lezione di storia dell'arte gratuita.

Palazzo Chigi e palazzo Wedekind

Sul lato settentrionale c'è palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei ministri. Fu iniziato nel 1578 su progetto di Matteo Bartolini, con la consulenza di Giacomo Della Porta e in seguito di Carlo Maderno, passò per varie proprietà e nel 1659 fu comprato dai Chigi, che lo fecero ampliare da Felice Della Greca e Giovan Battista Contini. Lo Stato italiano lo acquisì nel 1917. Il cortile ha una fontana con i rami di quercia dei Della Rovere e i simboli araldici dei Chigi.

Sul lato orientale c'è palazzo Wedekind, costruito sull'area del tempio di Marco Aurelio e riconoscibile dal portico a dodici colonne ioniche: undici provengono da Veio e sono di età augustea, la dodicesima fu destinata da Pio IX nel 1847 alla chiesa di San Francesco a Ripa. Il portico fu aggiunto sotto Gregorio XVI, con i lavori di Pietro Camporese conclusi nel 1838. L'edificio ospitò a lungo le poste, trasferite a piazza di San Silvestro nel 1876, poi passò al banchiere Wedekind che gli diede il nome, e dal 1945 vi ha avuto sede il quotidiano Il Tempo.

La fontana di Giacomo Della Porta

Verso il Corso, la fontana della piazza fu commissionata da Gregorio XIII a Giacomo Della Porta ed è alimentata dall'Acqua Vergine, lo stesso acquedotto che porta l'acqua alla Fontana di Trevi. Nel progetto iniziale doveva accogliere il Marforio, la grande statua fluviale antica; alla fine si arrivò a una composizione con gruppi di delfini e vasche, con parti scolpite nell'Ottocento da Achille Stocchi. È una fontana che quasi nessuno guarda, schiacciata com'è fra il traffico pedonale e la mole della colonna, e che invece è l'unica sopravvivenza cinquecentesca a livello del suolo in tutta la piazza.

Cosa c'è intorno alla Galleria Alberto Sordi in dieci minuti a piedi

Questo è forse il punto più forte dell'indirizzo, e conviene sfruttarlo. Uscendo dal retro, su via di Santa Maria in Via, si è già dentro il reticolo che porta a Fontana di Trevi: sette minuti di vicoli, imboccando via delle Muratte. Sulla stessa direttrice, a poche decine di metri, c'è la Galleria Sciarra, cortile coperto di fine Ottocento con le pareti interamente affrescate: è l'altra galleria vetrata del rione e, per chi ama il genere, è il confronto obbligato.

Uscendo dal fronte principale e girando a sinistra si arriva in quattro minuti a piazza di Pietra e al colonnato del tempio di Adriano, poi al Pantheon. A destra, risalendo il Corso, dieci minuti portano a piazza di Spagna. Alle spalle della galleria, verso ovest, c'è palazzo Montecitorio con il suo obelisco egizio in mezzo alla piazza. A sud, sempre lungo il Corso, in cinque minuti si è a palazzo Doria Pamphilj, che è l'esatto contrario di questo edificio: una collezione privata visitabile a pagamento dentro un palazzo di famiglia. E a tre minuti c'è Sant'Ignazio di Loyola con la finta cupola di Andrea Pozzo, che secondo me è la cosa più stupefacente che si possa vedere gratis in questo quadrante di città.

La Galleria Alberto Sordi con i bambini

Con i bambini la galleria funziona, e funziona per un motivo preciso: c'è Hamleys, la catena di giocattoli londinese fondata nel 1760, con uno spazio grande e concepito per farci passare del tempo. Se state affrontando una giornata romana con figli piccoli, sapere che esiste un punto coperto, gratuito, con un negozio di giocattoli e quattro posti dove mangiare qualcosa entro trenta metri vale parecchio, soprattutto in agosto o sotto la pioggia.

Un'avvertenza da persona che accompagna famiglie: entrare da Hamleys con un bambino sotto i dieci anni ha un costo prevedibile, e non è il biglietto d'ingresso. Se la giornata prevede altre tappe, mettete in conto una sosta più lunga del previsto e una trattativa. Sul piano pratico, i passeggini circolano senza problemi, il pavimento è liscio e continuo, e i bracci sono abbastanza larghi da non creare imbuti tranne nelle ore di punta del fine settimana.

Accessibilità e servizi della Galleria Alberto Sordi

L'accesso principale da piazza Colonna avviene sotto un portico rialzato, quindi con qualche gradino. Gli ingressi posteriori su via di Santa Maria in Via e quello di largo Chigi si trovano a quote diverse e sono la via più comoda per chi ha difficoltà motorie o spinge una carrozzina; l'interno, una volta dentro, è pianeggiante e continuo lungo tutti e tre i bracci. I singoli negozi hanno accessi propri e alcuni si sviluppano su più livelli con scale e ascensori interni: le condizioni cambiano da esercizio a esercizio.

Sui servizi igienici la situazione è cambiata con il restyling e conviene informarsi in loco o presso la direzione al numero della galleria: nella configurazione precedente esisteva un blocco di servizi accessibile dal pubblico, ma l'assetto attuale degli spazi è diverso. Non ci sono guardaroba né depositi bagagli: è un passaggio commerciale, non un museo, e chi arriva con il trolley dovrà tenerselo. Il wi-fi e gli altri servizi dipendono dai singoli esercizi.

Quando andare e quando evitare la Galleria Alberto Sordi

Il momento migliore è la mattina feriale presto, come ho già detto e come ripeto perché è la cosa che fa la differenza fra vedere un edificio e attraversare una folla. Il secondo momento buono è la sera d'inverno, quando via del Corso ha le luci accese e la galleria illuminata funziona come una quinta teatrale.

I momenti da evitare sono tre. Il sabato pomeriggio, quando il Corso diventa una processione e la galleria un imbuto. I giorni di saldi, estivi e invernali, per lo stesso motivo moltiplicato. E il periodo natalizio nelle ore centrali, quando alla folla dello shopping si somma quella dei turisti. Se capitate a Roma in quei momenti e volete comunque vedere la galleria, entrate all'apertura: è l'unica finestra in cui il posto respira.

Un'ultima considerazione stagionale. In pieno agosto, con quaranta gradi sul Corso, questo passaggio coperto diventa oggettivamente prezioso, e la stessa proprietà ne ha fatto un argomento nelle proprie comunicazioni estive. Non è una ragione culturale per venire, è una ragione fisica, e in una città che d'estate mette alla prova chiunque vale quanto una ragione culturale.

La Galleria Alberto Sordi e la Galleria Sciarra: quale delle due

La domanda mi arriva spesso e la risposta è netta. Se avete tempo per una sola delle due gallerie vetrate del rione, andate alla Galleria Sciarra. Il motivo è semplice: la Sciarra è un cortile coperto interamente affrescato, con un ciclo dipinto che si legge dall'alto in basso, e non ha equivalenti a Roma; la Galleria Alberto Sordi è un'architettura molto più grande e importante sul piano urbanistico, ma la sua decorazione è concentrata nei vetri e nei pavimenti, quindi impressiona meno al primo sguardo. La Sciarra si vede in cinque minuti e resta in testa per anni.

Detto questo, le due si visitano tutte e due nello stesso quarto d'ora, perché distano poche centinaia di metri e sono entrambe gratuite. Il percorso intelligente è: ingresso in Galleria Alberto Sordi da piazza Colonna, uscita sul retro, via delle Muratte, Galleria Sciarra, e da lì Fontana di Trevi. Venti minuti in tutto, due interni vetrati e una delle fontane più famose del mondo. Come rapporto fra tempo speso e cose viste, in Italia si trova poco di meglio.

Domande veloci su Galleria Alberto Sordi

Quanto costa il biglietto per la Galleria Alberto Sordi

Non costa nulla. Non esiste un biglietto perché non esiste una biglietteria: la galleria è un passaggio commerciale privato aperto al pubblico e ci si entra liberamente da tutti e quattro gli ingressi.

La Roma Pass o le altre card turistiche valgono alla Galleria Alberto Sordi

Non valgono, e non perché siano escluse: qui non c'è nulla da scontare. Le card danno accesso a musei e siti archeologici; la Galleria Alberto Sordi è una galleria commerciale privata a ingresso libero. Se qualcuno vi vende un ingresso, un accesso prioritario o una visita a pagamento della galleria, non state comprando nulla di reale.

Quali sono gli orari della Galleria Alberto Sordi

Gli orari dipendono dagli esercizi che vi hanno sede: l'apertura quotidiana indicata è nella fascia 9-21, con differenze fra negozi e locali di ristorazione. Per un orario certo, il riferimento è il sito ufficiale della galleria o la direzione al numero +39 06 69190769.

Dove si trova esattamente la Galleria Alberto Sordi

Su piazza Colonna, a metà di via del Corso, nel rione Colonna. Gli altri ingressi sono in largo Chigi 19 e su via di Santa Maria in Via ai civici 34 e 42, cap 00187.

Perché la Galleria Alberto Sordi si chiamava Galleria Colonna

Dal nome della piazza su cui si apre, piazza Colonna, che a sua volta prende il nome dalla colonna di Marco Aurelio. Il cambio di intitolazione avvenne nel dicembre 2003, dopo la morte dell'attore.

Quando è stata intitolata ad Alberto Sordi

La cerimonia si tenne il 7 dicembre 2003, presieduta dal sindaco Walter Veltroni e con la partecipazione della sorella dell'attore, Aurelia Sordi. La riapertura al pubblico dopo il restauro avvenne nei giorni immediatamente precedenti.

Chi era Alberto Sordi e che c'entra con questa galleria

Alberto Sordi, nato a Roma il 15 giugno 1920 e morto il 24 febbraio 2003, è stato uno dei protagonisti assoluti della commedia all'italiana. Il legame con l'edificio passa per la sala teatrale che vi funzionava, dove secondo la tradizione biografica mosse i primi passi, e per il film Polvere di stelle del 1973, che si apre e si chiude proprio qui.

C'è un museo di Alberto Sordi dentro la Galleria Alberto Sordi

No. L'intitolazione è un omaggio civico e non comporta alcun allestimento museale: dentro la galleria non ci sono cimeli, costumi di scena o mostre permanenti dedicate all'attore.

Quanti negozi ci sono oggi nella Galleria Alberto Sordi

Il progetto di riqualificazione ha portato le unità commerciali da ventisette a quindici. L'elenco ufficiale pubblicato dalla gestione comprende oggi sei insegne di shopping e quattro locali di ristorazione: la commercializzazione degli spazi ancora liberi è affidata a due agenzie immobiliari.

Quali negozi ci sono nella Galleria Alberto Sordi

Uniqlo, Calvin Klein, Mango, Havaianas, Mondadori Store e Hamleys per lo shopping; Iginio Massari Alta Pasticceria, Antica Focacceria San Francesco, Rossopomodoro e Stendhal Milano per il cibo. L'elenco cambia con una certa frequenza.

La libreria Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi esiste ancora

No, ha chiuso nel 2022 e non ha riaperto dopo i lavori. Il suo spazio, milletrecento metri quadrati su tre piani nell'angolo verso largo Chigi, è oggi occupato dal negozio di abbigliamento giapponese. Una libreria è comunque tornata in galleria, con un'altra insegna.

Quando ha riaperto la Galleria Alberto Sordi dopo i lavori

Il 23 gennaio 2024, dopo la chiusura definitiva del 31 agosto 2022 e quasi un anno e mezzo di cantiere.

Chi è il proprietario della Galleria Alberto Sordi

La parte commerciale fa capo al Fondo Megas, gestito da Prelios SGR, il cui unico quotista è la Fondazione Enasarco. Negli atti della Presidenza del Consiglio dei ministri il complesso risulta però detenuto in comproprietà dallo Stato e dal fondo: sopra le vetrine ci sono uffici pubblici.

Quanto tempo serve per visitare la Galleria Alberto Sordi

Per attraversarla bastano quattro minuti. Per guardarla davvero, con la pianta, le vetrate, i lucernari e il pavimento, ne servono dieci o quindici. Se entrate in un negozio, il calcolo cambia e non dipende più da me.

Si possono fare foto dentro la Galleria Alberto Sordi

Sotto la vetrata sì, senza problemi e senza permessi. Dentro i singoli negozi vale la regola dell'esercente, e in alcuni il personale chiede di non fotografare gli interni. Per riprese professionali con attrezzatura o treppiede serve un accordo con la direzione.

La Galleria Alberto Sordi è accessibile in sedia a rotelle

L'interno è pianeggiante e continuo lungo i tre bracci, con pavimento liscio. L'ingresso principale di piazza Colonna avviene sotto un portico rialzato con gradini: la via più comoda sono gli accessi di largo Chigi e di via di Santa Maria in Via. I singoli negozi hanno condizioni proprie, alcuni su più livelli.

Ci sono bagni pubblici nella Galleria Alberto Sordi

La configurazione dei servizi è cambiata con il rifacimento del 2023: conviene chiedere in loco o alla direzione. Non ci sono invece guardaroba né depositi bagagli.

La Galleria Alberto Sordi è adatta ai bambini

Sì, soprattutto per la presenza di un grande negozio di giocattoli e per il fatto di essere uno spazio coperto, gratuito e senza code. Passeggini e carrozzine circolano senza difficoltà.

Che differenza c'è fra la Galleria Alberto Sordi e la Galleria Colonna di palazzo Colonna

Sono due cose diverse e distanti circa ottocento metri. Questa era la Galleria Colonna fino al 2003 e resta un passaggio commerciale gratuito su piazza Colonna. La Galleria Colonna vera e propria è la quadreria privata dei principi Colonna in via della Pilotta 17, che si visita a pagamento in giorni e orari limitati.

Che differenza c'è fra la Galleria Alberto Sordi e la Galleria Sciarra

La Sciarra è un cortile coperto di fine Ottocento, molto più piccolo, con le pareti interamente dipinte: colpisce di più al primo sguardo. La Galleria Alberto Sordi è enormemente più grande e conta soprattutto per l'impianto urbano, la copertura vetrata e il ruolo che ha avuto nella storia della città. Sono gratuite tutte e due e distano pochi minuti a piedi.

Si mangia bene nella Galleria Alberto Sordi

Si mangia in modo prevedibile, che in centro a Roma è già un risultato. Quattro insegne, tutte di catena o di marchio noto: alta pasticceria, street food siciliano, pizza napoletana e un ristorante di impostazione milanese. Nessuna di esse è una trattoria romana, e chi cerca la cucina di Roma deve uscire e camminare.

Ci sono ancora i tavolini sotto la vetrata della Galleria Alberto Sordi

No. Le due isole-bar centrali con i tavolini, che fino al 2022 erano il ritrovo classico dell'edificio, sono state eliminate nel rifacimento per liberare la prospettiva interna. Oggi ci si siede dentro i locali.

Quanto è grande la Galleria Alberto Sordi

La superficie complessiva interessata dalla riqualificazione è di circa diecimila metri quadrati. Alcuni dei negozi maggiori superano da soli i duemila metri quadrati.

Che stile architettonico ha la Galleria Alberto Sordi

Viene comunemente definita liberty, o Art Nouveau, e negli studi di storia dell'architettura tardoeclettica. Le vetrate istoriate originali della copertura sono fra i pochi esempi di Art Nouveau visibili a Roma; l'impianto generale è di matrice eclettica.

Chi ha progettato la Galleria Alberto Sordi

Dario Carbone, architetto livornese, la cui proposta del 1908 fu approvata dalla giunta capitolina nel 1911. Il completamento dell'edificio, nel 1940, avvenne sotto la direzione di Giorgio Calza Bini. Il rifacimento del 2022-2024 porta la firma di L22 Retail, del gruppo Lombardini22.

Vale la pena visitare la Galleria Alberto Sordi

Vale la pena attraversarla, che è cosa diversa dal visitarla. Costa zero, richiede dieci minuti, si trova sulla strada di chiunque scenda per il Corso e mostra un interno vetrato del primo Novecento che a Roma non ha molti confronti. Chi ci arriva aspettandosi un museo o un tempio dello shopping rimarrà deluso in entrambi i casi.

Se devo dire come la vedo dopo averci accompagnato dentro qualche centinaio di persone: questa galleria è oggi il più bel corridoio di Roma e uno dei suoi centri commerciali meno riusciti. Entrateci per l'architettura, guardate in alto, guardate in basso, e poi uscite dal retro e andate a spendere i vostri soldi in una bottega che appartenga ancora a qualcuno che abita in questa città. L'edificio se lo merita, e la città anche.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoGalleria Alberto Sordi - Via del Corso, 360-351, 00187 Roma RM
TagsGalleria Alberto SordiGalleria Colonna

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IndirizzoVia del Corso, 360-351, 00187 Roma RM
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